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Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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Dopo quello di Londra e Parigi, l’aeroporto di Amsterdam-Schipol è il terzo per numero di passeggeri in Europa e ogni anno ci transitano all’incirca 3 milioni di persone. Dati che forse non tengono conto di quante volte ci sono passati Diego Ramon Monchi e Walter Sabatini. È il 2016, il motivo dei viaggi ha un nome e un cognome: Hakim Ziyech.

La partita di Ziyech contro il Real Madrid

La maglia che porta addosso il fantasista marocchino è ancora quella del Twente e la sua prima stagione sarà un successo clamoroso: 15 gol in 31 presenze, record di assist (15) in Eredivisie. Monchi, che lavora per il Siviglia, e Sabatini, ancora il capo del mercato di Trigoria, restano folgorati. Iniziano a studiarlo, a corteggiarlo, a sondare il terreno. L’etrusco crepuscolare ds giallorosso arriverà ad offrire 9 milioni, senza successo. Forse si stava già mangiando le mani oppure stava maltrattando nella tasca qualche pacchetto di sigarette: il nome di Ziyech era finito per la prima volta sulla sua scrivania quando ancora era dell’Heerenveen, un intermediario lo aveva offerto a 2 milioni di euro, ma era troppo presto. Non se ne fece niente.

ziyech1

Ziyech con la maglia del Marocco

Nei biancoblu, che in Olanda chiamano Trots van het Noorden, “Orgoglio del nord”, Ziyech ci era arrivato a 14 anni, dopo aver solcato i campi di Dronten, cittadina di 40.000 abitanti sull’isola di Flevopolder. È nato qui nel 1993, da una coppia di immigrati marocchini: “Sono cresciuto con la consapevolezza che, come marocchino nei Paesi Bassi, sei sempre un passo indietro, devi lavorare di più per ottenere il rispetto. Se un olandese fa qualcosa di sbagliato, non tutti i cittadini olandesi saranno criticati. Ma se lo fa un marocchino, allora sì”. Ziyech inizia a dribblare pregiudizi e offese come dribbla gli avversari in mezzo al campo. Ha un fisico esile, movenze rapide: il passo lungo che finisce con una sterzata improvvisa, in genere usando l’esterno del piede sinistro.

Un passo veloce, la sterzata rapida, un tocco sopraffino.

Sulla panchina dell’Heerenveen siede un certo Marco Van Basten e anche lui resta estasiato da quel passo ancora bambino. Dopo ogni seduta si ferma al campo dello Sportstad per dargli suggerimenti sui calci piazzati, su come battere le punizioni, sulla postura da tenere, sul modo in cui colpire il pallone. Ziyech, sotto quella pioggia di consigli, cresce in fretta e il Cigno di Utrecht lo porta con i grandi per farlo esordire, a 19 anni, contro il Rapid Bucarest in Europa League. Sarà sempre Van Basten a segnarlo a Remy Reyniers e Wim van Zwam, responsabili dell’under19 dei Paesi Bassi. Ma è il 2015, il Marocco era stato escluso dalla Coppa d’Africa e il tecnico Zaki Badou voleva gente nuova per far ripartire un ciclo. Così chiama Ziyech per le amichevoli di ottobre contro Costa d’Avorio e Guinea. Van Basten, che intanto è diventato assistente del CT Danny Blind alla nazionale maggiore, lo scopre, tempesta Hakim di telefonate insieme a Guus Hiddink, gli chiede un incontro: “Ma quanto devi essere stupido per scegliere il Marocco se sei in lizza per l’Olanda?“.

Ma non c’è niente da fare, Ziyech ha deciso: il “dumb boy”, “il ragazzo stupido” come lo ribattezzano negli uffici federali, sceglie le sue radici, sceglie l’Africa: “Quando sono ad Amsterdam mi dicono che sono marocchino, quando sono in Marocco mi dicono che sono olandese”.

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Ziyech con Van Basten ai tempi dell’Heerenveen

Con l’arrivo sulla panchina dei Leoni d’Atlante di Hervé Renard la sostanza non cambia. Il tecnico francese decide di puntare su una squadra giovane, dove il gioiello è proprio il classe 1993 che, nel frattempo, è finito all’Ajax per 11 milioni di euro. E mentre l’Olanda che lo aveva corteggiato resta a casa, il Marocco di Ziyech a fare i Mondiali in Russia ci va eccome. Non andrà oltre la fase a gironi, senza riuscire a vincere contro Iran, Portogallo e Spagna, ma la stella dei Lancieri non smette di brillare.

La sua metamorfosi tattica è ormai conclusa: Renard lo usa come esterno sinistro del tridente con Boutaib e Amrabat, dopo aver giocato da trequartista alle spalle di Castaignos ai tempi del 4-2-1-3 dell’Heerenveen. Con il Twente di René Hake aveva fatto il suo apprendistato offensivo, segnando 17 reti in 33 presenze, ora è abile arruolato esterno sinistro di Erik ten Hag, con la licenza di scambiarsi di fascia con David Neres, dietro a Tadic. Nomi che sono un brivido lungo la schiena per i tifosi juventini e che stasera, nel ritorno di Juventus Ajax di Champions League, proveranno a sfaldare la retroguardia di Allegri. Lo faranno a colpi di classe, di dribbling e di velocità.

Le armi che ha nella tasca Hakim Ziyech, che non smette di lanciare segnali all’Italia: “La Roma non è un capitolo chiuso, mi sento sempre con Kluivert”. Mentre spetta a Benatia rincarare la dose: “Mi ha raccontato che con la Roma era tutto fatto, poi non si è fatto più niente. Non so perché e, forse non lo sa nemmeno lui”. Sull’esterno marocchino, che quando dribbla fonde le movenze arabe e il passo tecno olandese, ci sono anche Bayern Monaco, Inter, Liverpool. Alla Roma aveva fatto innamorare anche Monchi, che lo voleva portare già a Siviglia. Alla fine però scelse Pastore. Ma forse è meglio non ricordarlo.

#4 Gianni Rodari e il calcio

Sarebbe fin troppo semplice dire che Gianni Rodari, in un immaginario campo di calcio, avrebbe giocato da fantasista. Per la sua semplicità, per la sua naturalezza, avrebbe giocato bene a centrocampo, ad impostare la manovra con passaggi lineari, come la rima “cuore-amore”.

Gianni Rodari è morto il 14 aprile 1980, a soli 60 anni. Classe 1920, ha attraversato il regime fascista prima da studente poi da maestro. Nel ’43 viene richiamato alle armi dalla Repubblica Sociale, ma il giovane Rodari non ci sta. Ha perso Nino e Amedeo, due carissimi amici, il primo nel naufragio della nave Calipso, il secondo nella campagna di Russia, suo fratello viene internato in un campo di concentramento nazista in Germania. Così Gianni Rodari diventa partigiano, nella clandestinità lombarda. Finita la guerra inizia la carriera da giornalista, prima al ciclostilato Cinque punte, poi dirigendo L’Ordine Nuovo e infine sulle pagine de L’Unità di Milano, dove cura una rubrica: “La domenica dei piccoli”.

rodari2

Non per tutti domenica è festa” recita una tra le centinaia di sue filastrocche. “Non è festa per il tranviere, il vigile urbano il ferroviere, non è domenica per il fornaio”. E fornaio era proprio il padre di Rodari, morto per salvare un gatto: “L’ultima immagine che conservo di mio padre è quella di un uomo che tenta invano di scaldarsi la schiena contro il suo forno. É fradicio e trema. É uscito sotto il temporale per aiutare un gattino rimasto isolato tra le pozzanghere. Morirà dopo sette giorni, di broncopolmonite.” 

Ma la domenica, lo sappiamo, è anche il giorno del campionato, delle partite, del calcio. Un universo a cui neanche Rodari resta indifferente, ma che entra nelle sue filastrocche, nei suoi racconti, nelle sue parole, per parlare ai bambini con semplicità e fantasia, come il caso della “Storia di un pallone”:

 

Caduto nel fossato,

un anziano pallone

narrava al vicinato

(la rana,il gamberone)

le sue passate gesta,

quando,ad ogni partita

era il re della festa,

tra una folla impazzita.

- Migliaia d'occhi umani

guardavano me solo!

E quanti battimani,

che grida,ad ogni volo!

Elastico balzavo

Da un giocatore all'altro,

sfuggivo anche al più bravo,

ingannavo il più scaltro.

Correvo per il campo

(che sia,voi lo sapete...)

rapido come il lampo

guizzavo nella rete:

allora nello stadio

scoppiava il finimondo.

Io riprendevo subito

L'allegro girotondo...

- Capisco,eri un campione-

fece un ranocchio -ma,

come finisti qua?

Strappato,il poveretto,

ai suoi sogni di gloria,

rimase un po' interdetto,

poi...narrò un'altra storia:

-La vita ogni domenica

ben dura mi rendevano:

ventidue giocatori

a calci mi prendevano...

 

Il calcio e il pallone fa parte di un immaginario che unisce tutta la penisola, dal nord al sud, arrivando ovviamente anche a Napoli, che di lì a poco avrebbe ospitato uno dei maggiori poeti di questo sport:

 

NAPOLI SENZA SOLE

Filastrocca del Pallonetto,

vicolo storto, vicolo stretto, s

enza cielo e senza mare,

senza canzoni da cantare...

Chi farà musica e parole per te,

Napoli senza sole?

 RODARI4

 

Parlando del suo lavoro, Gianni Rodari diceva:

L'ultima Champions League vinta dai bianconeri è lontana, ormai, più di venti anni. Era il 1996 e allo Stadio Olimpico di Roma andò in scena la finale Ajax Juventus. La squadra di Marcello Lippi tornava sul tetto d'Europa dopo undici anni. Per prepararci alla sfida di stasera abbiamo parlato con chi quella finale l'ha vissuta. "Fu il coronamento di un percorso lungo, iniziato almeno due anni prima" ci racconta in questa intervista esclusiva Sergio Porrini, classe 68, difensore. Più di 100 presenze con la maglia dell'Atalanta, una bacheca piena di ogni cosa riempita nei 4 anni a Torino. Erano gli anni di un giovane Del Piero, di Vialli, Conte, Deschamps. "Ma fare i paragoni non serve, questa Juventus ha la stessa fame".

 

Che partita fu quell’Ajax Juventus di 23 anni fa?

Fu il coronamento della stagione precedente, di due anni bellissimi, vissuti con la consapevolezza che bisognava cercare di creare qualcosa di importante. La Juventus infatti veniva da due anni, sia in Italia che in Europa in cui aveva fatto fatica e bisognava ottenere qualcosa. Ricordo la consapevolezza e la voglia, allenamento dopo allenamento, giorno dopo giorno, di diventare una grande squadra. Quella vittoria a Roma contro l’Ajax fu il coronamento di una crescita continua, iniziata l’anno prima con la vittoria della Coppa Italia e dello Scudetto. Le grandi vittorie si creano prima: il giorno della finale ti consacra, ma quello che ottieni mette radici lontano.

Tra voi difensori bianconeri quale era l’attaccante dei Lancieri più temuto di quella finale?

In quel momento il finlandese Jari Litmanen era senza dubbio il più pericoloso, era in un momento in cui se toccava palla faceva gol. E infatti lo fece. Erano molto bravi anche gli esterni di quel 4-3-3, l’olandese Kiki Musampa e il nigeriano Finidi George, che potevano far male in attacco ma allo stesso tempo concedere molto dietro. E infatti le occasioni furono tante, vincemmo ai rigori ma nei 120 minuti meritavamo di vincere.

porrini1

E ai rigori fu decisivo Angelo Peruzzi, che vinse anche la personale sfida con Edgar Van der Sar, presente e futuro della porta juventina. Chi era il più bravo?

Ho avuto la fortuna di allenarmi e di giocare insieme a Peruzzi e posso dire che, in quel momento, era in assoluto tra i 3 migliori del mondo. Nonostante magari una corporatura particolare, lo chiamavamo “cinghialone”, e una statura con cui oggi forse probabilmente avrebbe fatto fatica a emergere. Oggi infatti è cambiata la filosofia del portiere, le squadre cercano giocatori di una certa statura, dal 1.90 in su. Per questo va dato ancora più merito a Peruzzi e alla sua forza esplosiva.

Era più forte la Juventus di ieri, di Conte, Ferrara e Del Piero o quella di oggi, di Pjanic, Bonucci e Cristiano Ronaldo?

È impossibile paragonare le Juventus di diversi periodi storici. In quel periodo mi ricordo infatti che si faceva il paragone con la Juve di Platini, oggi si fa il paragone con quella del 1996. È impossibile farlo perché cambiano i metodi e i modi di allenarsi, i mezzi a disposizione dei giocatori, così il raffronto diventa difficile. La cosa sicura è che tutte e due le Juventus hanno la stessa fame e la stessa voglia di vincere tutto quello che c’è da vincere. Cosa che contraddistingue i bianconeri sin dalla nascita.

Domani che partita dobbiamo aspettarci?

Non dobbiamo aspettarci una partita semplice, perché l’Ajax è una squadra molto forte tecnicamente, vivace, frizzante, che gioca in velocità. Ma visto cosa ha fatto la Juve contro l’Atletico Madrid sono sicuro che possa passare il turno.

Usiamo una frase fatta ma vera: lei con i bianconeri ha vinto tutto, ma quale partita le è rimasta nel cuore?

Forse i quarti di finale con il Real Madrid, sempre del 1996, quando con i gol di Del Piero e Padovano ribaltammo l’1-0 dell’andata. Fu il crocevia della vittoria finale. Da giocatore però dico la finale dello stesso anno contro il River, giocata a Tokyo e vinta con un gol di Del Piero. Ho avuto la fortuna di giocarla e di salire sul gradino più alto del mondo.

Il gol di Porrini che apre le danze nella finale di Supercoppa Europea finita 6 a 1 contro il PSG

Non solo Juventus però, ma anche oltre 100 presenze con la maglia dell’Atalanta e tre anni da protagonista in un settore giovanile che è tra i migliori d’Italia. Qual è il segreto?

Il segreto è quello di crederci, che non è una cosa così scontata. Abbiamo visto quante squadre professionistiche di Serie A non credano e non investano per niente nel settore. A Bergamo invece usano parte dei ricavi della prima squadra per il progetto giovanile, dando ai ragazzi i mezzi e il tempo giusto per emergere. Questo, insieme ad una rete di scouting diffusa in tutto il mondo, permette di sfornare anno dopo anno giovani interessanti, piccoli campioni, che solo dopo una lunga trafila riescono ad arrivare in prima squadra. È un processo lungo, lento e non tutti ci credono.

Riuscirà l’Atalanta di Gasperini a centrare la Champions League?

Da atalantino me lo auguro, perché quei 4 anni da giocatore e i 3 da allenatore nelle giovanili hanno fatto diventare una parte del mio cuore nerazzurro. Me lo auguro anche perché, al momento, è la squadra che in Italia esprime il miglior calcio. Spero possa arrivare nell’Europa dei grandi perché so quanto lavoro c’è dietro, quanti investimenti. E soprattutto lo spero perché mi immagino il popolo atalantino assistere alle gare di Champions. Dovesse succedere io vorrei essere uno di quelli, perché l’entusiasmo di Bergamo non si vive da nessuna parte.

L’Atalanta di Porrini e Ganz strapazza 3 a 1 la Roma di Boskov

 

Dal settore giovanile di Zingonia è emerso, tra i tanti, anche Mancini, su cui pare fortissima la Roma.

Mi rivedo molto in lui, nel suo stile di gioco, nel suo saper ricoprire diversi ruoli della difesa. Nonostante la giovane età è già un giocatore di grande responsabilità e di sicuro affidamento. Io dico che il futuro dipenderà dall’Europa: dovesse arrivare la Champions gli consiglierei di rimanere a Bergamo, crescere un altro anno con calma e poi valutare.

E Mancini, insieme a Chiesa, Zaniolo e Kean è uno dei volti nuovi del nuovo ciclo azzurro.

Sì, quelli nominati sono sicuramente tra i migliori giovani del momento. Ma visto anche il recente passato aspetterai a parlare e a considerarli già fenomeni, come si sta facendo con Kean. Sono sicuramente giocatori importanti ma per consacrarsi non basta un anno. È un buon inizio, ma aspettiamo un attimo.

 

Una Roma ribelle

C’è stato un momento, nel secondo tempo di Roma Napoli, in cui la squadra partenopea faceva torello con quella giallorossa. Un giro palla sterile, tanto per. Tanto per non rendere ancora più crudele e drammatico un parziale che già era sul 4 a 1.

I giocatori della Roma, in tutto questo, non riuscivano ad opporsi in nessun modo, rotolavano sul campo “come na balla de fieno a Porta Portese”, erano un’entità minima in balìa degli eventi.

Questa è la Roma adesso. Come la biglia nel piano inclinato, dove per quanto impercettibile sia l’inclinazione, viene trascinata verso il basso, sempre più velocemente, sempre più inesorabilmente. Il Milan è sopra da più di un mese, la Lazio ti ha superato e ha anche una partita in meno, l’Atalanta scalpita, Torino e Sampdoria sono pronte ad approfittarne.

Basterebbe un gesto, un gol, una vittoria, a fermare il corso delle cose. Basterebbe una frase qualsiasi. Come quelle di Claudio Ranieri in conferenza stampa: “Penso 25 ore al giorno a come migliorare questa squadra, credetemi sto pensando a tutto”. L'altra frase chiave il Testaccino la rivolge più che come una preghiera come un ordine: “Io chiedo sempre il supporto del pubblico, ma anche loro vogliono vedere una ribellione in campo, che la squadra faccia qualcosa. Chiedo questo ai miei uomini”.

Una Roma ribelle, ecco quello che ci vuole. Proprio come il senso etimologico del termine: ri-bellare, ricominciare la battaglia, riprendere la guerra. Ranieri non parla mai di combattimento per aprire la partita, ma parla di uomini, di tifosi. La Roma quest’anno non ha mai combattuto ed è questo quello che serve in questo momento. Una ribellione, una rivoluzione contro il nulla, contro questo svuotamento della classifica e dei cuori. Un 68 giallorosso che duri il tempo di dieci partite, una presa della Bastiglia tascabile. 

Rebel Rebel, you’ve torn your dress
Rebel Rebel, your face is a mess

Sì, è vero. Il vestito di squadra è strappato, la sua faccia è un casino, la sua regola è l’eccesso. Ma serve incredibilmente poco per riacciuffare qualcosa, per far sì che la biglia del piano inclinato si interrompa. Il Milan ha pareggiato di nuovo, la Lazio ha ancora uno scontro diretto in cui perdere punti, l’Europa ti sta ancora aspettando. La domanda, che fa paura, è se qualcuno dentro la squadra ne abbia veramente voglia. Ci affidiamo al più vecchio, a chi ha la barba e gli occhi per capire quando è il momento di ribellarsi.

Serve una Roma ribelle, che si scuota da un letargo che dura da agosto, serve una Roma che scavi sul fondo per vedere se è rimasto qualcosa, un briciolo di voglia, di passione. Prima di essere un altro tipo di ribelli, quelli da pugni chiusi, senza speranze e notte più nera.

Siamo andati a vedere una partita di Clericus Cup

Non so da dove nasca l’esigenza di andare a vedere, di sabato mattina, la prima giornata della Clericus Cup. Sarà stata una chiamata interiore, una vocazione calcistico-religiosa, uno spostamento nella Forza. Sarà che il giorno dopo c’è Roma Napoli e l’attesa della disfatta va vissuta in un ambiente calmo, pacifico, vicino al paradiso. Ecco allora che la sveglia suona presto anche stavolta e in un attimo sono nel traffico della Capitale, che resta uguale anche nel finesettimana, in direzione Vaticano.

C’è da dire che l’alzataccia è subito ripagata dalla vista spettacolare che si apre da uno dei campi del Centro Sportivo Pio XI, in via Santa Maria Mediatrice, sulla via Aurelia. Un qualcosa di magico, anzi di mistico, con il Cuppolone che sembra un sole bianco sorgere da dietro il campo.

Arrivo a partita iniziata e subito i colori non mi piacciono. Da un lato ci sono biancoazzurri della Mater Ecclesiae, dall’altra i bianconeri della Consolatio Missionari. Due delle sedici squadre che compongono il mondiale della Chiesa, promosso dal Centro Sportivo Italiano con il patrocinio della Cei e del Vaticano. A giocare sono solo sacerdoti e seminaristi: 403 tesserati inclusi i dirigenti, solo 34 gli italiani, oltre 67 le nazionalità rappresentate: Messico e Nigeria le più rappresentate, rispettivamente con 31 e 26 atleti.

Cattura

Chiedo quali sono le squadre più forte e sugli spalti mi dicono subito il Pontificio Collegio Urbano, una sorta di Juventus della Chiesa, che ha vinto 3 delle ultime cinque edizioni. Anche se quest’anno c’è da vedersela con l’Alleanza Luso Brasiliana, nata dalla fusione del Collegio Brasiliano e quello Portoghese, e il Collegio Franco Belga, un remake delle nazionali che hanno finito al primo e al terzo posto gli ultimi Mondiali di Russia.

Se c’è una squadra, però, che attira subito le mie simpatie è quella della Sedes Sapientiae. Sarà perché l’unica delle fedelissime della Clericus Cup a non aver mai vinto il titolo, sarà per il colore delle magliette, ovviamente giallorosso, sarà per quell’aria dai mai na gioia, di nun succede ma se succede. E capisco subito che c’è qualcosa che non va quando chiedo ad un tifoso perché, di tanti colori, avessero scelto proprio quelli: “Perché sono i colori che fanno vincere”.

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Rimango scettico ma mi faccio trasportare dalla frenesia perché le tribune si riempiono e gli ultras della Sedes sono attrezzatissimi: una batteria, montata sul momento, un tamburo, una vuvuzela e un altro strumento di cui sinceramente ignoro il nome, ma che sospetto sia un gratta-formaggio. La tensione è palpabile: “Sono molto grandi fisicamente”, osserva un tifoso. Servirebbe un miracolo. Ma è meglio non dirlo.

Intanto arrivano anche i supporters dell’altra squadra, la Redemptoris Mater, squadra che ha vinto tre delle prime quattro edizioni. È la squadra con più italiani, tra cui spicca Samuel Piermarini, classe 1993, ex portiere delle giovanili della Roma che ora, dopo l’entrata in seminario, gioca in attacco. In difesa c’è Jesus, ovviamente, ma non è Juan bensì Nieves, classe 1998 colombiano. A guardarlo bene sembra Ricardo Faty, ma ovviamente è più forte.

Dall’altra parte, invece, in attacco c’è il numero 2 (e forse basterebbe questo) che risponde al nome di Anthony Bebe Guo, attaccante ghanese che ha la silhouette del Ronaldo il Fenomeno attuale. A sbloccare la partita, per i giallorossi, è però Nyamwihula, che di nome fa Deogratias, originario della Tanzania, una freccia nera che fa esplodere il settore.

Allora pensiero molto terreno percorre e scuote la mente degli ultras Sapientae: si può vincere, si può portare a casa la vittoria. Ma a pensare certe cose, si sa, si fa peccato e allora, per punizione, ecco che la Redemptoris per poco pareggia. Jerome Green, ventenne seminarista-terzino inglese, viene atterrato in area di rigore, il contatto sembra netto ma il direttore di gara lascia correre. È in questo momento che odo, distintamente, levarsi un perentorio e secco “porca pupazza ladra, arbitro fai ride!” dal settore gialloblu. E non era Padre Michael Spinetti.

Il bello di passare da un campo di Terza Categoria provinciale a quello della Clericus Cup è proprio nel vedere quanta differenza ci sia nel modo di vivere la stessa cosa, quanta più semplicità e leggerezza. E non è solo questione di parole, di arbitri, di nervosismi, di competizione o di risultati. È soprattutto questione di campo. Poco prima del primo tempo, infatti, un centrocampista della Sedes colpisce involontariamente un avversario con il gomito. Per una scena uguale, al Comunale del mio paese, si è finito con quattro squalificati, di cui uno per 2 anni, un setto nasale rotto e una partita sospesa per venti minuti. Stavolta invece no, si porge l’altra guancia e si continua a giocare. E svanisce così la possibilità di veder sventolare il famoso cartellino azzurro, quello dell’esclusione temporanea di cinque minuti, previsto dal regolamento ufficiale.

altra

La partita intanto va avanti e, incredibilmente, i giallorossi della Sedes continuano a macinare gioco. Lo fanno grazie soprattutto alle geometrie di Don Fernando Crovetto, spagnolo classe 1976 come Totti, e di Hernandez Trevino Jesus Obed, per gli amici Tito, statura di Medel e piede alla Pirlo. Sono loro che costruiscono geometrie di gioco e predicano nel deserto.  

Nel secondo tempo la storia non cambia e anzi la Sedes raddoppia grazie alla rete di Domingos Jorge, dell’Angola. È il 2 a 0. E la partita finisce così, con un terzo tempo che è una preghiera a centrocampo tutti insieme. Perché un miracolo, in fondo, è accaduto: almeno una squadra giallorossa, questo finesettimana, è riuscita a vincere una partita.

Non è più Primavera

L’inizio della primavera è fissato, per convenzione, il 21 marzo. Giorno dell’equinozio, momento della rivoluzione terrestre in cui il sole si trova allo Zenit dell’equatore e attraversa la costellazione dei Pesci. Di diverso parere era Giulio Cesare, che promulgando il calendario giuliano fissava l’equinozio primaverile il 25 marzo.

La primavera, per noi, arriva una settimana dopo quella normale. Arriva oggi, il 28 marzo. E la congiunzione astrale è quasi la stessa: Thomas Häßler è infortunato, Vujadin Boskov chiama in panchina Rizzitelli e ordina di alzarsi a Francesco Totti. Erano le 16.43 di un 28 marzo 1993, al Rigamonti di Brescia arriva la primavera.

Era una primavera strana, mezz’ala, trequartista, punta, ancora non si sapeva bene come. Proprio come il ragazzino di oggi, biondino pure lui. Ma è meglio non pensarci…

Oggi non ci sono più le stagioni di una volta, fanno 30 gradi a mezzogiorno e la sera invece si gela. Si gela come quel febbraio in cui per l'ultima volta, e non lo sapevamo, festeggiavamo per un gol di Totti, al 97esimo di un anonimo e scialbo Roma Cesena di Coppa Italia. Si gela come quando non c'è il sole, si gela come quando si è da soli. Perchè dopo Francesco a scaldarci c'è Daniele, è vero, ma il ginocchio inizia a fare paura. Perché dopo Daniele ci saranno Alessandro e Lorenzo, giusto, ma è tutta un’altra cosa.

E allora eccoci ad aggrapparci, come Linus alla sua coperta, a qualsiasi cosa di bello passi sotto questo cielo, dove se c'è qualcosa di speciale passerà di qui, prima o poi.

Prima o poi...

Prima o poi la Roma ritornerà a giocare e magari pure a vincere. Una volta le pause di campionato non passavano mai, erano pesanti e vuote, si dovevano riempire con Ikea o Tremors su Italia 1, angoli di strazio in attesa del sollievo. Stavolta la Roma è a distanza siderale dalla vetta, il quarto posto è un miraggio. Stavolta la pausa di campionato è una boccata di ossigeno. Ci si può concedere il lusso di andare a letto sereni, di fare cose e vedere gente, di allontanare un'incazzatura che, stavolta, non ti avvelenerà il finesettimana.

Perchè da quando non gioca Totti non solo non è più domenica, come per Baggio e Ayrton Senna. Da quando non gioca Totti non è più proprio primavera. Da casa esco ancora col giacchetto, dormo sempre col piumone, ho ancora la gola che fa male. L'immagine di Totti che porto con me non è solo quella che ho in tasca dentro al portafoglio. L'immagine di Totti è un profumo e un suono. Odore di petti d'angelo appena sbocciati, il super santos che si infrange contro il cancello.

E non è roba da retorica, da ultimi romantici o sentimentalismi vari. A noi, del calcio, piace questo. A noi del calcio serve questo. I numeri sono importanti, è vero, le statistiche fondamentali. Ma a noi serve il cuore, la luce negli occhi, le lacrime. A noi serve credere in qualcosa che vada aldilà del fair play finanziario o del settlement agreement. A noi servono le favole. A noi serve che un bambino, con la faccia più seria del mondo, come se stesse per interrogarci sul prossimo conflitto in Medio Oriente o sulla crisi economica mondiale, ci chieda “ma secondo te è meglio Totti o Zaniolo?”.

E lo sai che è una domanda inutile, vana, sbagliata, ingenua, che non si deve dire e neanche pensare. Ma a noi servono le favole, servono quegli occhi lì. Serve aggrapparci a qualcosa senza pensare alle conseguenze. Perché la prossima sarà un’estate di inferno, di ennesime rivoluzioni e partenze, e ci saranno un autunno buio e un inverno ancora più freddo. Ma forse, dopo, tornerà anche la primavera.

Dirigente – O grande Dio del calcio, Eupalla, sferica entità dalla mano argentina, a te mi appello, umile servitore, per risolvere questo annoso problema. Guarda il nostro calcio, quello che te coronasti con codini e tacchi capitolini, con abatini e squadre volate in cielo, guarda il nostro calcio italico, come povero si accascia e dorme. Sfibrato, privo di genio, incapace. Mandaci un messo, un nuovo pibe, una tua benedizione, una indicazione per uscire da questa palude vorticosa. Dicci qual è la via, le squadre b, le scuole calcio, i giovani. Illuminaci, o vate.

Sceicco – Il tuo Dio non ti ascolta, amico. È troppo impegnato in feste transalpine, tiki taka spagnoleggianti e rivoluzioni inglesi. Preferisce, a tratti, anche la solidità germanica. Non c’è tempo, in lui, per rinascite tricolori.

Dirigente – E a chi, allora, dovrei dirigere le mie preghiere? A chi, dunque, dovrei chiedere l’assoluzione dei peccati per tornare alla vita vera, alla gloria calcistica, alle notti magiche inseguendo un gol?

Sceicco – Hai davanti colui che vai cercando.

Dirigente - Perdonami, ma che ne sai te di calcio? Cosa di talento, magia, emozione, genio? Come pensi di poter risollevare il nostro sport?

Sceicco – Le tue domande sono lecite, amico dubbioso. Lascia che ti spieghi. Come si chiama quel trofeo che disputavate in estate, tra le due migliori del vostro campionato? Supercoppa Italiana? Bene. Non l’avete forse disputata già in Cina, negli Stati Uniti, in Libia e in Qatar? Ottimo, il mio paese è pronto ad ospitarvi. Venite a giocarla qui. Siamo o non siamo buoni amici di commercio? Abbiamo o non abbiamo fatto grandi grane insieme?

Dirigente – Grane, granate e bombe. Quello sì.

Sceicco – Esatto amico. Quelle le uso in Yemen, anche contro bambini e donne se serve. Ma proprio per questo quando vado in giro mi guardano in cagnesco, mi scansano, mi spernacchiano, mi additano come malvagio, dispotico, dittatore. Mi occorre qualcosa per apparir più buono, quale io realmente sono. È qui che tu potresti aiutarmi, amico mio.

Dirigente – Cosa potrebbe ripulirti?

Sceicco – Lo sport che piace di più a tutti, il calcio. Per questo dovete venire qui da noi a giocare la vostra finale. In cambio vi daremo 7 milioni a partita, da giocare almeno tre volte nei prossimi cinque anni. Sarà l’inizio di un lungo e felice connubio.

Dirigente – E’ una proposta fenomenale. Il brand tricolore, il made in Italy, le nostre eccellenze all’estero, la promozione dei nostri prodotti calcistici. Perfetto, affare fatto!

Sceicco – Aspetta amico mio, non è ancora tempo per andare in porto. Sono contento della tua gioia, ma prima vorrei farti qualche domanda. Ci sono alcune cose che non capisco del vostro mondo, del vostro calcio. Ad esempio, qualche tempo fa, i vostri giocatori scesero in campo con uno strano segno, vermiglio, rossastro, sotto l’occhio. Perché lo fecero?

Dirigente – Era un segno di protesta contro i salari bassi dei calciatori, nobile amico. Un’altra piaga che attanaglia il nostro calcio.

Sceicco – Oh, me ne dispiaccio. E ascolta ancora, ogni tanto vedo anche delle donne giocare a pallone? Come potete permettere questo scempio?

Dirigente – E’ solo una piccola libertà che concediamo a questo essere inferiore, sceicco. Le lasciamo credere di essere calciatrici ma in realtà, da regolamento, non gli permettiamo contratti professionistici così sono costrette a vedere il pallone solo come un hobby, un passatempo, non come un lavoro. E così per la pallavolo, l’atletica, la pallacanestro, il nuoto. Gli uomini possono guadagnare e farlo come mestiere, loro no.

Sceicco – Oh, mi rincuoro. È astuto da parte vostra. Però vedo che molte donne si recano allo stadio, siedono con gli uomini, urlano e a volte sono anche da sole, in gruppo. Questo è inconcepibile. Da noi devono essere per forza accompagnate e devono chiedere il permesso persino per sottoporsi ad interventi medici. Come me la spieghi questa vostra oscena barbarie?

Dirigente – Voi siete molto saggio. È vero, questo è un grave male, ma stiamo provando ad arginare questo fenomeno di malcostume. Fortunatamente molte tifoserie obbligano le donne a non spingersi nelle loro prime file, per non rischiare così di essere macchiate dalla loro presenza, e le lasciano indietro, scansate e derise. Comunque sia continuiamo ancora a trattarle come animali, a volte le mettiamo i collari come i cani e le prendiamo a botte.

Sceicco – Oh, bene. Questo è giusto. Per me le domande sono finite, se vuoi concludiamo l’affare.

Dirigente – Certamente, maestro. Promozione, visibilità, immagine, pubblicità…

Sceicco – Ecco lì l’altare, sai già cosa fare, amico mio. Ah, un’ultima cosa. Ma chi sono questi Cucchi, Piccinini, Ferrario, di Trapani, che scrivono contro di me, di noi, del nostro patto, della nostra brillante amicizia?

Dirigente – Non vi preoccupate, potente amico. Sono solo giornalisti.

Sceicco – Ah, come Jamal Khashoggi?

Dirigente – Esatto, proprio come lui.

Dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo?

Il 5 luglio 2017, quando Nicolò Zaniolo firmava il contratto con l’Inter, sulla scrivania dell’ufficio nerazzurro c’era un calendario con un lupo. Forse era lì per controllare, per assicurarsi che le cose andassero tutte nel verso giusto, per far sì che il destino del ragazzo seguisse il suo corso. Lo avevano comprato dall’Entella, dove era stato raccolto da scarto della Fiorentina, per 3.5 milioni. Un’estate dopo lo rivendevano a 4.5, dentro l’affare Nainggolan.

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Quante risate isteriche, quante mani tra i capelli in quei giorni di calura estiva, di revolucion sevillana. Quanta incredulità a leggere il suo nome tra i convocati per la nazionale maggiore, nell’undici iniziale del Bernabeu, nel tabellino contro il Sassuolo. A Firenze, per l’esordio in Serie A, Zaniolo è entrato al posto di Javier Pastore, quello comprato per fare il titolare, costato almeno sette volte tanto. Lì ci siamo incrociati per la prima volta, nella sua Toscana, all’ombra del Brunelleschi, dove fu cacciato perché troppo acerbo. Preso in trappola da un tailleur grigio fumo.

Poi l’ho rivisto altre volte, nelle scivolate in mezzo al campo, da falso nueve o da trequartista, nei palloni recuperati e in quelli illuminati, negli sgambetti subiti e non visti in area di rigore. C’era qualcosa che mi piaceva, ma non era ancora amore. Come le spizzate in discoteca, come le bambine occhiate in chiesa, oggi tutte quante spose, oggi tutte via da qui. Poi l’ho visto ballare, muoversi, scattare per 70 metri, arrivare in area, con un occhio guardare Schick, solo, con l’altro tenere a bada gli avversari. La palla dietro al sinistro, poi la finta, lo scavetto. Il gol. L’ho visto danzare. Come le zingare del deserto, come i dervishes turners che girano. Come Francesco.

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Qualche giorno prima mi ero imbattuto in un articolo dal titolo “10 buoni motivi per non scrivere al tuo ex durante le feste”. Fatalità poi arrivi te. Manco per gli auguri di Natale, proprio per fà un casino. “Vojo tornà” mi dici, “sto a fa un macello qua”. Ed è subito flash back che diventa flash forward. Un flusso di se, magari, chissà, forse.

Poi per fortuna arriva lui, ed è tutto cancellato. Come la chat tua su whatsapp.  

Ma quant’è bello Nicolò Zaniolo? Troppo, anche se ha la bocca sempre aperta. Ma quanto rimorchia Nicolò Zaniolo? Ma, soprattutto, dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo? Dì un po’, secondo te. Per me potrebbe stare pure davanti alla tv con Carlo Conti. Di sicuro non andrà in discoteca, o magari sì e non ce ne fregherebbe comunque niente.

Si passano poco più di 200 minuti di utilizzo, Nicolò Zaniolo e Radja Nainggolan. 697’ il primo, 980’ il secondo, il primo rimasto a guardare in panchina, il secondo tra infermeria e tribuna. A proposito, dove lo festeggia il capodanno Radja Nainggolan? Fosse per lui a Roma, di nuovo, come si ascolta negli audio rubati e messi in rete. Nel dubbio, lo passerà da fuori rosa, dove lo ha messo Beppe Marotta. La sua prima mossa da nuovo dirigente nerazzurro. Monchi ha avuto fortuna, se l’ex juventino fosse arrivato alla Pinetina a giugno, oggi Zaniolo non sarebbe qui. E non passerebbe Capodanno con noi.

L’ultima volta che Roma e Porto si sono incontrate agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, era il 1981, era la squadra di Nils Liedholm. In campo, quel giorno, c’era anche Dario Bonetti, bresciano, classe 1961. Difensore da oltre 250 presenze in Serie A, 90 delle quali con la Roma, quasi 40 con la Juventus. 5 Coppe Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa Italiana in bacheca, poi una carriera da allenatore soprattutto all’estero. Abbiamo chiesto a lui un commento sui sorteggi di Nyon. Ne è venuta fuori un’intervista su Roma e Juventus, settori giovanili e calcio italiano. Ecco le sue parole, in esclusiva per ilCatenaccio.

 

 

Atletico Madrid per i bianconeri, Porto per i giallorossi. È andata bene alle italiane?  

Alla Roma poteva andare sicuramente molto peggio, soprattutto in questo momento. Per quanto riguarda la Juventus, l'Atletico Madrid non sarà avversario facile, è una squadra che ha grande compattezza, grande carattere, grande organizzazione, sa andare bene negli spazi.

Nell’ambiente romanista c’è ottimismo per la sfida con i portoghesi, ma i precedenti vedono solo pareggi e sconfitte. L’ultima volta che Roma e Porto si sfidarono agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, nel 1981, lei era in campo.

Ricordo quella partita, ricordo perdemmo 2-0 all'andata, con reti di Walsh e Costa, avevano una grande intensità, giocavano molto meglio. Erano una squadra di qualità, quindi di conseguenza fummo eliminati. In casa non riuscimmo ad andare oltre quello 0-0, ma stavamo costruendo una squadra.

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Quella di Liedholm, dello scudetto, di Falcao e Di Bartolomei.

Ho ricordi bellissimi di loro due. Sia come uomini che come calciatori. Erano dei fuoriclasse, erano le colonne di una squadra fortissima e che sarebbe arrivata in finale di Coppa Campioni nel 1984.

Un’impresa sfiorata l’anno scorso, con la rimonta sul Barcellona e la semifinale col Liverpool. Sembra passato un secolo, non crede?

Io penso che dopo tutte quelle cessioni fosse sotto gli occhi di tutti che la Roma anche quest'anno sarebbe ripartita da zero. Hanno preso dei giovani molto interessanti, ma si sono dimenticati che Roma è una piazza in cui c'è grande passione. E dove c'è grande passione a volte manca l'equilibrio e possono nascere depressioni molto forti. Questo ovviamente crea numerosi problemi ai ragazzi più giovani che, magari, devono dimostrare immediatamente il valore che hanno, non gli viene concesso tempo. Sono talenti di sicura prospettiva, però in questo momento c'è bisogno che vincano e che convincano. E non è così semplice.

Di questi giovani chi l'ha colpita di più?

Devo dire che tutti e tre gli attaccanti, Justin Kluivert, Cengiz Under e Nicolò Zaniolo, sono molto bravi. Mi aspettavo molto di più da Patrick Schick, che aveva confermato la sua grande qualità alla Sampdoria e ora invece sta deludendo. Faccio veramente fatica a capirlo. Evidentemente non ha carattere.

Lei con la Roma ha vinto quattro Coppe Italia, una invece con la Juventus, con la quale ha vinto anche in Europa la Coppa Uefa nel 1990. Cosa manca alle italiane per tornare al top in ambito continentale?

Dobbiamo essere sinceri, a parte quello della Juventus non vedo progetti. Creare un progetto non significa cambiare 5-6 giocatori tutti gli anni. Perchè giocatori forti ne ha anche l'Inter, li ha anche il Napoli, ma manca la progettazione seria, quella che permette di fare 1-2 innesti all'anno per alzare l'asticella della squadra sotto il profilo fisico, tecnico e tattico. Senza sconvolgimenti. Le grandi squadre hanno bisogno di giocatori pronti, di andare sul mercato per rinforzarsi. Penso che lo farà l'Inter di Marotta, un dirigente che ha grande esperienza e sa benissimo come si costruisce.

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Rinforzarsi quindi non solo in campo ma anche nei quadri dirigenziali.

Assolutamente sì. Marotta l'ha dichiarato apertamente, c'è bisogno di tempo ma soprattutto di essere sicuri. Se si prende un calciatore pronto, che ha già dimostrato qualcosa, che sa andare in bicicletta, allora ci sa andare sempre. Bisogna aspettare e inserirlo in un contesto che gli permetta di essere valorizzato al massimo, deve capire la storia del club, la lingua, trovare un senso di appartenenza. Ecco perchè dico che il campionato della Roma me lo aspettavo. I giovani hanno grande prospettiva ma sono, naturalmente, soggetti ad alti e bassi. La cosa che mi ha lasciato perplesso della partita di domenica sera è il modo in cui hanno giocato i giallorossi, il Genoa avrebbe potuto fare 4-5 gol, dal punto di vista tattico erano veramente allo sbando, la difesa imbarazzante.

Ai vertici solo la Juventus ha una coppia di centrali difensivi italiani. Per il resto ci si affida a Manolas e Fazio, De Vrij e Skriniar, Koulibaly e Albiol. Da centrale, si è fermata la scuola italiana dei difensori?

Il grande problema sta nei settori giovanili purtroppo. Voglio essere onesto, quello che penso lo dico, con il massimo rispetto: nei settori giovanili lavorano troppi raccomandati, che non sanno insegnare. La grande qualità che deve avere un allenatore di giovanili è trasferire ai suoi ragazzi l'esperienza che hai avuto in campo. Non sempre questo avviene.

Lei ha allenato soprattutto all’estero. La Dinamo Bucarest, il Dundee, la nazionale dello Zambia. La vedremo su qualche panchina tricolore?

Difficile, io ho allenato più all'estero che in Italia per una questione di rapporti. A parte Ancelotti e Mancini, che son partiti dall'alto, qui si fa fatica a far allenare chi ha fatto la gavetta. Lo vediamo con Zenga, con Bergomi, sono tutti in televisione ma potrebbero fare gli allenatori. Purtroppo è così, io quando vedo Beppe Bergomi allenare la Berretti del Como e sulla panchina dell'Inter magari Stramaccioni, lo dico con il massimo rispetto, c'è qualcosa che non va.

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Torniamo alla Roma, di recente è stato fatto il nome dell’esterno d’attacco rumeno Razvan Marin. Lei che ha allenato in Romania l’ha mai visto giocare?

Sinceramente no. E anche qui vorrei aprire un'altra pagina su Monchi, anche se ci sarebbe da aprire un'enciclopedia. La Roma non ha bisogno di un direttore sportivo spagnolo. Bisognerebbe dare valore anche qui ai prodotti nostrani, ai direttori italiani. In Serie A non si guarda il curriculum, lavorano raccomandati, gente che porta gli sponsor ma che alla fine fa i danni.

Tra le squadre in cui ha giocato, a fine anni 80, c’è anche il Milan. Che con la Roma e con la Lazio si contende il quarto posto. Alla fine chi la spunterà?

Devo dire che in questo momento vedo la Lazio più organizzata e più completa, con un ambiente compatto. Anche la Roma ha qualità ma deve ritrovare l'idea di gioco e, soprattutto, deve recuperare i giocatori che sono fuori.

In loop

Insomma non eri te Eusè. Non eri te quello giusto. Ci siamo presi pause di riflessioni che sembravano secoli, fiducie a tempo, per vedere se le cose, quasi per magia, si sarebbero risolte da sole, momenti da separati in casa. Eppure avevo pensato fossi quello giusto, magari non da sposare, ma da stare insieme il più tempo possibile. Mi piacevi anche se non piacevi a tutti, anzi, forse per questo mi piaci di più. Oggi te ne vai, come fanno tutti, prendi le tue cose, il tuo 4-3-3, il tuo calcio le tue verticalizzazioni, gli esterni di piede invertito, l'azione che parte dal basso. E saluti. Avanti un altro. Ma non è questo il problema.

Once upon a time I was falling in love, but now I’m only falling apart.

Te lo ricordi il Boemo? Te lo ricordi sì, dicevano che eri zemaniano, anche se quest'anno il tuo miglior marcatore è un terzino sinistro. Beh pure col Boemo ho preso una tranvata. Una di quelle cotte assurde, che durano un attimo ma te ti vedi già in abito da sposo, magari è solo una botta e via ma te ci stai sotto. Zemanlandia, lo spettacolo al potere, 4-3-3 sbrocco pe te, all'attacco vai / in difesa mai / non ti fermerai. Fu il Cagliari, come poteva essere per te ma non è stato, ancora una volta segnò Sau. C'erano Goicoechea e Piris, Dodò e Tachtsidis. Sembra passato un secolo. Perché ora ci sono Nzonzi, Kluivert e Schick, campioni del Mondo e campioni del futuro. Ma il presente è uguale al passato. Il sogno non s'avvera quasi mai.

Te lo ricordi il francese? Per dieci giornate consecutive a pensare che fosse veramente quello giusto. La chiesa al centro del villaggio, gli uomini Rudi, i gol solo nel secondo tempo. Del pelato neanche te lo dico, perché già sai tutto.

Punto di non ritorno, partita assurda, giocatori inadatti, allenatore da cacciare, squadra in ritiro. Così, a ripetizione, un'anaciclosi giallorossa, un eterno ritorno romanista. In loop. Roma Cagliari, il 26 maggio, Lo Spezia in Coppa Italia. Ora in mezzo c'è da aggiungere un derby perso senza un briciolo di dignità, un nuovo 7 a 1 ma stavolta in Coppa Italia e contro la Fiorentina. C'è da aggiungere una squadra svuotata, un cuore scavato, privo. E domani saranno rifondazioni estive, giovani promettenti, uomini duri, nuovi amori. Mi ricordo che quando sei arrivato a Roma mi scrissero "Sarà il vostro Conte". E sotto sotto c'ho creduto, sotto sotto c'ho sperato.

È più facile lasciarsi che continuare insieme. È più facile mandare via a te che undici calciatori, se non di più. E già lo so come andrà a finire. Come quando arriva il messaggio dell’ex che ti scrive “come stai?”. Te ci ricaschi. E se sull’anteprima di whatsapp leggessi Vincenzino, non saprei come prenderla. Ci ricascherei, lo so, l’Aeroplanino, i derby e tutto quello che vuoi. Figurati ora che mi ha fatto uno squillo Claudio, io già sono pronto a ricrederci. Ci ritroveremo a parlare come niente fosse, il fumo della pipa, Testaccio, la Sampdoria. Sarà come se non ci fossimo mai lasciati, ci guarderemo in faccia e tutto sarà come prima. Ma, come sempre, non sarà per sempre. Sarà fino a giugno, bene che va. 

E chissà, magari a Boston capiranno, magari nella testa spagnola qualcosa scatterà prima di lasciare Roma per sempre. And I need you now tonight, and I need you more than ever. Non ho bisogno di portoghesi bianconeri o di francesi fermi da due anni, le scappatelle estere non mi hanno mai attratto e con la Francia mi sono già scottato. La soluzione a tutto porta lo stesso cognome del Presidente del Consiglio, sta in causa con una squadra mezza biancoazzurra e, soprattutto odia la Juventus. Forever's gonna start tonight.

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