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Scrivere di sport non è un mestiere inferiore”. ...
Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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"San Gennaro mio, non ti crucciare, lo sai che ti voglio bene. Ma na finta 'e Maradona scioglie 'o sanghe dind''e vene... E chest'è!". Sembra la frase di una canzone di Pino Daniele. Invece è Luciano De Crescenzo, che in "Così parlò Bellavista", da napoletano, non riusciì a non tessere gli elogi di Diego Armando Maradona. Scrittore e regista, ma anche attore, filosofo, condutture, ingegnere, è scomparso pochi giorni fa, il 18 luglio 2019.
Renzo Arbore racconta che il ricordo più bello della sua amicizia con lui è "Lo scudetto del Napoli. Era un grande tifoso e non si parlava quando c'era una partita". De Crescenzo della sua città amava tutto, anche la squadra di calcio. E la guardava con occhi filtrati di mitologia e pensiero, storia e filosofia.

A questo proposito, ecco un estratto dell'intervista fatta a Luciano De Crescenzo da Il Mattino nel novembre 2017.

 

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Ora che tutti parlano di filosofia sarriana, possiamo dire che Maurizio Sarri è un erede del professor Bellavista? E se sì, dove si incontrano i due?

Non so se possa definirsi in senso stretto un erede del professor Bellavista, di sicuro però i due hanno alcuni punti in comune, sono entrambi napoletani, particolare che non è da sottovalutare, ed hanno una notevole capacità di trasmettere e insegnare le proprie teorie filosofiche e di gioco

Che differenza c’è tra quel Napoli che le ha regalato uno dei giorni più belli della sua vita vincendo lo scudetto e questo che rischia di vincerlo?

Non sono del tutto sicuro che oggi un singolo campione basterebbe per vincere un campionato. Nel calcio moderno il rendimento di una squadra è dato per metà dalle qualità tecniche dei giocatori e per metà dalla grinta e compattezza con cui la squadra affronta la partita. Ora però, per ottenere questa determinazione è necessario che tutti i giocatori sentano di appartenere a un unico complesso

Lei preferisce questo Napoli catalano-olandese dove tutti hanno una funzione o quello Maradoniano con l’eroe solitario?

Maradona è il genio assoluto, un condottiero, un Achille dei nostri giorni, con il suo coraggio e i suoi punti deboli. La squadra di Sarri invece, è una perfetta macchina da guerra, ogni giocatore sa esattamente qual è il suo ruolo. Ovviamente sono di parte, ma penso che il gioco del Napoli sia in questo momento tra i più belli d’Europa, non ci si annoia mai.

Sa che al Napoli si rimprovera un eccesso di bellezza senza il realismo della vittoria, non è che stiamo sopravvalutando i vincitori? Torniamo sempre alla storia di Tonino Capone, quello che avendo guadagnato abbastanza andava al mare chiudendo il negozio, senza mai diventare Pirelli.

Il realismo della vittoria è di sicuro importante, ma senza l’estetica del bel gioco si corre il rischio di annoiarsi

E non siamo uomini di noia. Cosa avrebbe detto a Nietzsche se l’avesse conosciuto? (Non dimentichiamo che il momento del suo collasso mentale avviene a Torino). 

Nietzsche sosteneva che la rovina dell’uomo è nella sua razionalità. Ecco, forse se invece di trattenersi a Torino fosse venuto a Napoli, probabilmente per lui le cose sarebbero andate diversamente

Che cosa è mancato nella lunga e bella vita di De Crescenzo?

Tirando le somme, non mi posso lamentare, anche se, detto tra noi, c’è stato un momento della vita in cui avrei voluto fare il cantante e non ero nemmeno così stonato. Forse avrei preferito qualche acciacco in meno, ma posso ritenermi di sicuro fortunato. Del resto, sono nato a Napoli, nel quartiere Santa Lucia e le prime cose che ho visto, sono state il mare e il Vesuvio. Se non è fortuna questa!

Guardami ancora

Per noi che la primavera iniziava il 28 marzo. Per noi che l’adolescenza è finita lo scorso 17 giugno. Per noi che il 26 maggio ci siamo morti di freddo e a pensare a quella sera di pioggia e sudore ci viene ancora la tremarella. Per noi, oggi, le parole non bastano più.

C’è la conferenza di Petrachi? Non mi interessa. Tanto sarà l’ennesima farsa, l’ennesimo copione già sentito. Ok, la ascolto, ma solo perché non ho niente di meglio da fare.

C’è la presentazione di Fonseca? E cosa vuoi che dica? Dopo che ci ha detto di no mezza Italia, era l’unico rimasto.

No stavolta non ci casco, non mi farò trascinare dalle parole, dai manifesti programmatici, dalla retorica e dai ghirigori. Sono cresciuto, sono cambiato, sono diverso. Sono distaccato e razionale, sono maturo. Il campionato non mi manca e in fondo di domenica si sta un sacco bene. C’ha ragione Coez: “senza stadio né partite e una coda patetica”. C’ha ragione Totti: “la Roma non la seguo e non mi manca”.

E se ti sento Gianlù, è perché in tv non c’è niente. E se ti ascolto Fonsè, è perché ho mangiato tardi.

Ed è inutile che parli portoghese, che strascini così le parole, che pronunci così le vocali, ("Spinassola"), non mi fai nessun effetto. Prima di te ci sono stati uomini Rudi, asturiani rivoluzionari (ricordi quel "Bibiani"?), boemi intossicati, toscani che sembravano quelli giusti. Sulle risate testaccine non ci torno, sono diventate lacrime. Prima di te c’è stato “il mio calcio”.

Ma sono proprio le parole che ti fregano.

Ed ecco che l’attenzione si focalizza su un aggettivo possessivo, banale, scontato, lasciato lì. Però quando hai detto “Questa non sarà la mia Roma, ma la nostra Roma”, qualcosa mi hai mosso. Forse mi sbaglio eh, forse ci sto ricascando anche io. Perché mi lego così tanto alle parole? Come con Petrachi, è bastato uno sguardo, il volto tirato, i sorrisi dosati, le frasi giuste: “Voglio gente motivata”. Quel io sbattuto in faccia, quella prima persona singolare messa come soggetto ovunque, senza bisogno di essere etrusco crepuscolare o re Mida, senza due orologi al polso e cartelli con su scritto “Se gana”. Voglio la normalità, voglio Foggia al posto di Siviglia, Torino al posto di Buenos Aires.

E quando v’ho visto in conferenza, insieme, ci sono cascato completamente di nuovo. Mi piaceva quel modo in cui vi guardavate, quel modo in cui Paulo cercava Gianluca, quel modo in cui Gianluca ascoltava Paulo. Un gioco di sguardi, di posture, di occhiate fugaci. Le mani non le guardo più, ora mi fisso sugli occhi. E sulle parole. E allora parlatevi e guardatevi ancora. Costruite una Roma che sia degna di questo nome, che sia degna di questo amore.

Perché è come con tutti gli innamorati, che litigano e minacciano di lasciarsi, ma li vedi ancora lì a rincorrersi e a stare insieme. Perché è vero, non è più la stessa cosa: siamo cambiati. Tu non sei più la stessa e io mi illudo di essere cresciuto. È vero, non ci sono più Daniele e Francesco, ma certe cose restano. E non le cambierà nessuno.

Mi ero detto di non cascarci più, di essere più distaccato e razionale, lucido e calcolatore. Mi ci sono voluti un paio di mesi scarsi, due parole giuste e un paio di sguardi. E mentre scrivo il cellulare vibra, mi arriva un messaggio: “Non so te, ma io senza Roma non so stare”. Così, de botto, senza senso.

E capisci allora che Coez non ha proprio capito un cazzo. Capisci che stavolta pure Totti ha detto una cazzata. Sì, hai sbagliato Francè. Non saremo più regazzini, non saremo più adolescenti. Ma romanisti lo saremo sempre, è questo il guaio, è questa la fortuna. E la Roma la guarderò ancora.

Anche se Fonseca tra tre anni sarà al Real Madrid. Sti cazzi, ma magari.

 

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Scrivere di sport non è un mestiere inferiore”. Così rispondeva Manuel Vazquez Montalban alla giornalista di Repubblica, Emanuela Audisio. L’occasione di quella chiacchierata era una finale di Champions League tutta italiana: Milan Juventus, nel 2003.

Lo scrittore catalano sarebbe morto nell’ottobre dello stesso anno, stroncato da un infarto nell’aeroporto di Bangkok. Oggi avrebbe compiuto 80 anni. Era nato, infatti, il 14 luglio 1939, in quella Barcellona in cui si aggirava il suo Pepe Carvalho, detective dal fiuto sopraffino e dalla bocca raffinata. Per capire gli intrecci tra letteratura e calcio, ma anche politica e società, proponiamo la versione integrale di quella, fantastica, intervista.

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Montalban: Spagna mia, quante star inutili

Si starà consolando con un bianco del Penedes. Nella sua casa sopra Barcellona, con una cucina funzionale, ma vecchio stile. Seduto nel salotto, mentre fuori nel giardino i suoi due cani abbaiano. E sulle pagine, il suo personaggio più famoso, Pepe Carvalho, è in fuga per il mondo. Due italiane, protagoniste per l'Europa. E la Spagna, ricacciata nel ruolo di guardona.

Allora Manuel Vasquez Montalban, è una finale dura da digerire?

Per la Spagna che non ci è arrivata, lo è, eccome. Si era tanto parlato di Real e di Barcellona, di nuovo calcio iberico, antagonista a quello italiano. E invece stiamo a guardare. Abbiamo le star: Ronaldo, Zidane, Raul, abbiamo campioni capaci di risolvere da soli la partita, ma quando non ci riescono?

Cos' è, si lamenta del calcio che punta allo spettacolo, al numero da esibizione?

Mi lamento di un calcio spagnolo che rispetto a quello italiano non ha avuto gioco collettivo. I suoi campioni non sono riusciti ad andare in gol, il resto della squadra nemmeno. Non sarà un caso che in questo momento la formazione leader nel campionato spagnolo, con un punto di vantaggio sul Real, non è una squadra di ricconi, ma il quasi sconosciuto Real Sociedad.

Quella che ha il turco Nihat e come attaccante Kovacevic?

Sì e il tecnico francese Denoueix in panchina. Almeno loro un'idea di gioco ce l'hanno, Real e Barcellona invece puntano sulla pura individualità. Ma se il trapezista ha il mal di testa chi fa il salto mortale? Comunque la Juve contro il Real mi ha impressionato, mai vista così tanta attenzione e concentrazione. Per me è stata una sorpresa. Quando vedi un gruppo di uomini stare così attaccati alla loro idea, alla loro preda, non puoi non complimentarti per la determinazione.

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Anche lei dirà che tra Agnelli e Berlusconi è una finale tra un vecchio e nuovo padrone.

La trovo una finale straordinaria. Così come trovo straordinario studiare l'origine politica del calcio. Togliatti, capo del partito comunista, tifava Juve. Berlusconi che è un leader mediatico usa e vende il Milan come propaganda. Agnelli con la Juve si è costruito un consenso popolare. Il nostro stesso premier Aznar, che ha una predisposizione per l'ideologia imperiale, è vicino al Real. Ma la cosa più importante è che il cliente del calcio se ne frega di tutto questo. Anzi è piuttosto schizofrenico. Vota un partito e tifa in maniera sfegatata per la squadra che appartiene al nemico politico. Io ormai il calcio lo chiamo la comunione dei santi. E' un'offerta all' interno del mercato della religione, nemmeno dello spettacolo. E' come andare a messa, con il calciatore al posto del sacerdote, con un certo rito da osservare. C'è l'attesa, la speranza, la consolazione, l'identità, la soddisfazione, c'è la costruzione di un immaginario. Che va oltre il capo del governo e di un'azienda. Si è del Milan o della Juve a prescindere dai presidenti delle squadre. Sa cosa mi ha riferito un grande giocatore come Jorge Valdano?

Le ha confessato un segreto da spogliatoio?

Mi ha detto che tutta la memoria del calcio dipende da attimi magici. Che il mondo si ricorda di Pelè, di Maradona, di Di Stefano perché nella mente ha un'immagine, un'azione, un gol. E per tutta la vita il calcio sarà quel momento. E così che si costruisce una fede, è così che da ragazzi si comincia ad appartenere ad una squadra e non si smette mai.

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Lei per chi tifa?

Trovo il Milan una buona squadra, in tutti i reparti. Maldini è insostituibile, come il Papa. Anche se non capisco quello che sta capitando a Rivaldo. E' un problema di rapporto con la cultura nazionale, si vede che la soffre. Anche altri, come Kluivert, si sono trovati male in Italia. Nella Juve la genialità è di Del Piero, ma l'organizzazione, l'intelligenza e la strategia sono di Nedved, che non ci sarà. La Juve mi pare più laica, più fredda, vedi che sa vincere e che ha sempre voglia di farlo.

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Perché in Spagna e in Sudamerica molti scrittori scrivono di calcio e in Italia no?

Perché tradizionalmente in questi paesi per la mia generazione scrivere di calcio voleva dire poter criticare la dittatura e gente come Franco, perché la destra ha sempre usato il pallone e su di esso è stata capace di costruire e di mobilitare un potere politico, sociale, culturale. O forse perché in Italia gli scrittori credono che il calcio sia un tema troppo basso da trattare. Da noi a parte me e Javier Marìas c' è anche il signor Racioneo. E' il capo della biblioteca nazionale di Spagna ed anche è il commentatore sportivo del Mundo Deportivo, giornale della Catalogna. Noi non pensiamo che scrivere di sport sia un mestiere inferiore.

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Farà bene all'Italia questa finale un po' da incesto?

Certo. Risolleverà l'immagine del paese. Porterà un po' di prestigio. Sarà un ottimo spot, anche se non riguarda una supremazia in campo economico o quello in una strategia militare. Soprattutto un anno dopo i mondiali, quando il calcio italiano tornò a casa a mani vuote, sconfitto da sé stesso e dagli altri. Perché la nazionale azzurra che ha una grande tradizione, rispetto a quella assai modesta della Spagna, ha anche il difetto di congelare tutto il nuovo e il buono che viene dal campionato. Più che esaltare i giocatori, li deprime. Con un tatticismo che imprigiona e paralizza.

Pepe Carvalho per chi terrebbe?

Magari per l'Arcigola o per lo Slowfood. Per un paese dove a parte saper giocare, si è ancora capaci di mangiare.

 

Dall'archivio de La Repubblica, 28 maggio 2003

Amico mio, la vita è cambiata. Adesso sono ricco”. Diego Pablo Simeone sorride mentre brinda con Antonio Scuglia, giornalista de Il Tirreno. Siamo a Pisa, primi anni Novanta, sul tavolo un po’ di foto, qualche dolce secco e una bottiglia di buon rosso toscano.

90 milioni di lire all’anno, questo il contratto che Romeo Anconetani ha cucito per lui. “Stavolta lo straniero mi è costato davvero. L’ho pagato un miliardo e mezzo – si lamentava il presidente – quello che i grandi club danno solo d’ingaggio ai giocatori migliori”. Il presidentissimo era un mago del calciomercato. Guardava all’estero, scovava talenti nascosti e li portava all’ombra della Torre Pendente quando lo scouting, il fairplay finanziario e le plusvalenze ancora non erano state inventate. Così dopo la Scarpa d’oro Wim Kieft, dopo Klaus Berggreen, dopo Dunga, ecco Simeone. Sull’argentino c’era da tempo l’Hellas Verona, poi la retrocessione in B fece saltare tutti i piani. Sembrava fatta per l’approdo alla Fiorentina, che lo aveva fatto seguire da Roberto Pruzzo, invece, alla fine, a spuntarla è stato il Pisa.

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L'arrivo di Simeone

Ricco, in verità, Simeone lo era sempre stato. Classe 1970, è nato sotto il segno del Toro e cresciuto nel quartiere Palermo, tra i più belli e anche i più raffinati di Buenos Aires. Santa Fe Avenue, Villa Freud, il Planetario Galileo Galilei, la Casa Rosada a due passi. Papà Carlos dirige una fabbrica di utensili e prova a farlo studiare, ma non c’è verso. “La prima parola che ha pronunciato fu gol, da quel momento capii subito. Un giorno gli regalarono un gioco molto grande, un terreno fatto di soldati e di indios. Lui lo trasformò in un campo da calcio”.

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La prima maglia che indossa è quella del Club Atletico Velez Sarsfield. Gioca da centrocampista, mettendo in campo tutta la sua grinta e la sua cattiveria. Per questo Victorio Spinetto, allenatore delle giovanili, lo inizia a chiamare Cholo, lo stesso soprannome di Carmelo Simeone, difensore di Velez e Boca Juniors negli anni Cinquanta-Sessanta. La parola viene dall’antico azteco “Xoloitzcuintli” e significa meticcio, incrocio di razze. Il giovane Pablo ha un repertorio di grinta e intensità, di furbizia e voglia di vincere. Come quella volta a el Fortin, lo stadio del Velez nel barrio de Liners, quando a 11 anni faceva il raccattapalle e fu espulso. “Si giocava contro il Boca Juniors, ad un certo punto il portiere, el Loco Gatti, era distratto. Io lanciai un pallone qualche metro più avanti, mentre Mario Vanemerack arrivava di gran carriera. Alla fine c’erano due palloni in campo e quasi facemmo gol”. L’arbitro Juan Carlos Loustau, però, vede tutto, va verso il ragazzino diabolico e lo caccia dal campo.

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La figurina di Simeone al Pisa

Con la prima squadra del Velez Simeone gioca tre anni. Disciplinato, tattico, emotivo, aggressivo, carismatico. Un rapporto privilegiato con la porta avversaria, con 14 reti, nonostante il suo compito principale fosse quello di difendere la propria. Diventa, a neanche venti anni, un punto di riferimento per tutti i suoi compagni. Finchè Romeo Anconetani decide di portarlo in Italia, sfruttando la crisi economica argentina. “Nessuno è come me a comprare stranieri. Ora punto molto sullo svezzamento di Larsen e Simeone che ho ingaggiato perchè rispondevano a due requisiti essenziali per il Pisa: sono giovani e costavano poco”. In Toscana fa appena in tempo a conoscere Mircea Lucescu, al Pisa fino al marzo 1991, a cui bastano pochi mesi per capire che il ragazzino “diventerà uno dei più forti centrocampisti d’Europa”.

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Intanto, in quel Pisa, Simeone affianca Henrik Larsen e David Fiorentini, Aldo Dolcetti e Mario Been, Lamberto Piovanelli e Josè Chamot, detto el Flaco. E proprio con quest’ultimo, un altro argentino scovato da Anconetani nel Rosario Central, el Cholo lega più di tutti. Il presidentissimo li aveva scelti nello stesso momento, lo stesso giorno, l’ultimo del calcio mercato estivo 1990. Il Pisa non aveva ancora chiuso la Rosa, dall’Argentina arriva un fax con una lista di nomi. Un elenco, fatto di foto, ruolo, altezza e peso. Lo ha raccontato Marco Malvaldi, scrittore pisano autore dei Delitti del BarLume: “Romeo, dopo aver esaminato il fax, disse con piglio deciso: «Quetto qui e quetto qua. Soprattutto quetto qua. Mi garba, ha la faccia decisa». «Quetto qui» e «quetto qua» erano José Antonio Chamot e soprattutto Diego Pablo Simeone”.

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Romeo Anconetani mentre sparge il sale prima di una partita

El flaco ed el cholo hanno solo un anno di differenza, uno gioca in difesa e l’altro a centrocampo. “Stavano sempre insieme – racconta Luca Giannini, che affiancava Lucescu in panchina – arrivavano sempre, ogni giorno, 40 minuti prima degli altri. Iniziavano a scaldarsi, a palleggiare, a fare batti muro. Poi, ad allenamento finito, restavano in campo per fare addominali e flessioni. Erano un esempio per tutti”.

Sulla carta d’identità c’era scritto 20 anni, in campo però, e soprattutto nella testa, ce n’erano almeno 30. Giocava con rabbia, ma anche con intelligenza, in campo come negli allenamenti, dove qualche senatore chiedeva al mister di placare i tackle del ragazzino. “L’unico sudamericano che migliora alla distanza” scriveva il Corriere. Non aveva paura di nessuno. Nemmeno di quelli più forti e più grandi di lui, come Tony Adams, quasi 2 metri di difensore inglese, che sfidò in un’amichevole con l’Argentina. “Tornò con una gamba completamente nera – racconta ancora Antonio Scuglia - Gli dissi di farsi visitare. Mi rispose: ma sei scemo? Il presidente già non voleva che andassi, figurati se gli dico che sono infortunato”. Pisa lo accolse e lo coccolò per due anni. Abitava in pieno centro, in Borgo, dietro Ponte di Mezzo. Tutte le domeniche mattina in chiesa, i litri di mate, l’amore per la famiglia. Con il padre che quando veniva a trovarlo si ritrovava a giocare a calcio, fuori città, con tifosi e giornalisti.

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Altra figurina di Simeone

Simeone indossò la maglia nerazzurra 62 volte, mettendo a segno 6 reti. Le sue più grandi sfortune furono due. La prima esere capitato in una Serie A pazzesca, fatta di Zico, Platini, Baggio, van Basten. La seconda, la retrocessione del Pisa, nel 1992, e l’obbligo, da regolamento, di ridurre il numero di stranieri in rosa.

Il ballottaggio era tra Simeone e Henrik Larsen, che per uno strano scherzo del destino si ritrovò a giocare, e a vincere, gli Europei 92: la sua Danimarca fu ripescata in seguito all’esclusione della Jugoslavia. Il biondo centrocampista segnò tre reti e alzò la coppa in cielo. Così Anconetani decise di privarsi del suo gioiello argentino. Lo voleva il Siviglia, Carlos Billardo si era innamorato di lui e riuscì a pagarlo solo 160 milioni. Il resto è storia nota, con le vittorie all’Inter e alla Lazio, i trofei in campo e in panchina all’Atletico Madrid. Che, forse, non ci sarebbero mai stati senza gli anni di Pisa.

 

Si ringrazia Antonio Scuglia, de Il Tirreno, per le preziose notizie e informazioni.

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La storia di cui parla Giuseppe Culicchia nel suo “Superga 1949” parla del grande Torino ma inizia al sud, precisamente in Sicilia. “Inizia da mio padre, arrivato in Piemonte nel Dopoguerra, ma innamorato di quella squadra come tanti altri bambini siciliani che immaginavano di essere calciatori granata senza averli mai visti, ma solo sentiti alla radio, immaginati dietro una telecronaca”.

Uscito quest’anno per l’editore Solferino, il libro ha come sottotitolo “Il destino del Grande Torino. Ultima epopea dell’Italia unita”. Perché la squadra di Mazzola, di Ossola, di Ballarin, di Grezar, non era solo l’armata calcistica capace di vincere in casa quasi cento partite di fila (88 per la precisione), né la macchina da gol che aveva abituato i suoi tifosi a goleade fantascientifiche (10 a 0 all’Alessandria, altro record) o che mise a segno 125 reti in una stagione (di nuovo record). Il grande Torino è un mito, una tradizione popolare, un’eredità che si tramanda. “Se oggi i bambini vanno allo stadio con la maglietta di Belotti, è perché probabilmente hanno un papà o un nonno che gli ha spiegato quanto era grande Mazzola”.


La copertina del libro di Giuseppe Culicchia "Superga 1949"

Giuseppe Culicchia, torinese classe 1965, scrittore e traduttore, parte dai numeri per spiegare la grandezza di quella squadra: “Torino, all’epoca della strage, aveva 500 mila abitanti. Ai funerali andarono 600 mila persone”. I granata erano una squadra che univa, era simbolo della riscossa del dopoguerra, la voglia di riscoprirsi di nuovo uniti: la stessa nazionale italiana, in campo, metteva 10 giocatori del Torino, più il portiere della Juventus.

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Il libro si snoda attraverso racconti e figure, personaggi simbolo di quel Torino. Dall’allenatore, l’ungherese Leslie Lievesley, tecnico modernissimo, il primo a curare anche l’alimentazione dei suoi atleti, al presidente Ferruccio Novo, che aveva costruito la squadra pezzo per pezzo, soprattutto comprando Loik e Mazzola dal Venezia. “Una delle storie più struggenti – ha raccontato l’autore durante la presentazione al Festival Caffeina – è quella di uno dei pochi sopravvissuti: Sauro Tomà. Difensore, non era stato convocato per la trasferta per un infortunio al menisco. Quel 4 maggio era andato regolarmente ad allenarsi al Filadalefia, quando sentì il boato. Tornò a casa, fu bloccato dal barista: “Non lo sai, ma è successa una strage”. Prese la bicicletta, arrivò al colle di Superga e solo il segretario del Torino riuscì a prenderlo per la giacca: “Fermati, non puoi vedere i tuoi compagni ridotti così”. Mi ha raccontato di averlo ringraziato per tutta la vita”.


Il Grande Torino

C’è spazio ovviamente per il capitano Mazzola, per il magico Stadio Filadelfia, per le cronache della tragedia dell’inviato del Corriere della Sera, Dino Buzzati. C’è spazio, ovviamente, per una riflessione sul presente. “Essere del Torino oggi è difficile. È una rivalità diversa da quella tra Roma e Lazio, tra Inter e Milan, dove l’equilibrio è sostanzialmente lo stesso. Fortunatamente, però, la città continua ad essere granata”. Cambiano le squadre, i calciatori, cambia il calcio: “Oggi non c’è più magia perché puoi vedere tutto, non devi immaginare niente: si gioca ogni giorno, ad ogni orario, con le telecamere entri fino negli spogliatoi. Ma il calcio continua ad essere metafora della vita, per quella capacità di prendere vie sempre diverse, inaspettate”. Come quella del Grande Torino. Che non è morto, è solo in trasferta.

Paolo Bargiggia e Altaforte, storia di un amore

Era il 30 maggio, 25 anni dalla morte di Agostino Di Bartolomei, quando cercando libri e materiale sullo storico capitano della Roma mi ritrovai sul sito di Altaforte, la casa editrice vicina a Casapound finita sotto i riflettori in occasione della polemica, e successivamente dell’esclusione, dal Salone del Libro di Torino.

Guidaci ancora Ago” di Pietro Nardiello, questo il titolo sullo schermo. Era l’occasione giusta per curiosare meglio nel catalogo dell’editore, che vanta pubblicazioni su geopolitica e globalizzazione, su D’Annunzio e Salvini, sugli ZetaZeroAlfa, band di alternative rock vicina a CasaPound, e su Mario Piazzesi, autore di “Diario di uno squadrista toscano”. È girando tra le pagine del catalogo che mi imbattei nella prossima uscita di Altaforte: “I segreti del calciomercato”, opera prima di Paolo Bargiggia.

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Paolo Bargiggia ad un'iniziativa di CasaPound

Giornalista di Sport Mediaset, 57 anni, una laurea in scienze politiche e un passato nella redazione milanese del Corriere dello Sport. Dal 2017 lo troviamo su Il Primato Nazionale, testata giornalistica di CasaPound, dove cura la rubrica sportiva “Il martedì di Bargiggia”, continuando ad essere opinionista ed esperto della rete berlusconiana per quanto riguarda trasferimenti calcistici ed esclusive. E proprio nella sua Pavia, dove è nato e vive, ha presentato al pubblico il suo volume, alla presenza del neoassessore leghista Pietro Trivi e del direttore di SportItalia e Tuttomercatoweb, Michele Criscitiello. “Questo libro sul mondo del Calciomercato – ha spiegato Altaforte in una nota - evidenzia l’allargamento del nostro spettro di offerta culturale ed è motivo di soddisfazione che un professionista del calibro di Paolo Bargiggia abbia scelto di pubblicare il suo primo libro per noi. Non solo politica, inchieste e saggi storici e di attualità, ma anche costume e società nel nostro catalogo”.

Al tavolo, lo scorso giovedì, per la casa editrice c’era Francesca Pini e non Francesco Polacchi, numero uno di Altaforte e fondatore del marchio di abbigliamento Pivert. 33 anni, è dirigente del partito di Simone Di Stefano e prima ancora della sua versione giovanile, Blocco Studentesco. Ha la fama del picchiatore, si dichiara orgogliosamente fascista, parla dell’antifascismo come del “vero male italiano”.

Bargiggia3Paolo Bargiggia ringrazia chi gli dà del fascista

Idea che forse condivide con il nuovo autore del suo arsenale. Di cui troviamo traccia sui suoi profili social. È il 1 giugno 2015 quando Paolo Bargiggia, rispondendo ad un follower, scriveva su Twitter: “Per te è meglio la cultura rom e le porcate che fanno della cultura fascista che fece anche buone cose per la gente”. Era passato appena un mese da un altro tweet emblematico, dedicato al “Primo maggio, festa ipocrita e anacronistica”. L’orizzonte in cui collocare il giornalista di Mediaset appare facile, scontato e intuitivo. Ma è ancora lui stesso a confermarlo, in un altro tweet di giugno 2015: “Piano piano ho deciso di bloccare i fan di zingari, cultura gay, immigrazione selvaggia e anti Italiani”, per tornare a confermarlo alla vigilia della finale di Coppa del Mondo, lo scorso luglio 2018, quando decise di schierarsi per la Croazia, “una nazionale completamente autoctona, un popolo di 4 milioni di abitanti, identitario, fiero e sovranista” da opporre ad una Franciamelting pop di razze e religioni, dove il concetto di nazione e Patria è piuttosto relativo”. A chi gli diceva “Bargiggia sei il mio duce”, il giornalista rispondeva: “Per sistemare sto letamaio di Italia non ne basterebbe uno”. A chi gli chiedeva cosa ne pensasse dell’omicidio Matteotti e delle Leggi Razziali, rispondeva: “E tu delle guerre puniche?”. A chi lo accusava di essere fascista, rispondeva: “Non dovevi disturbarti per farmi un complimento”.

Tessere sparse di un mosaico complessivo, che trova nell’individuazione di un nemico comune, nel calcio come nell’economia, in campo come in politica, la chiave del suo successo. Nel silenzio assordante del mondo del giornalismo, da Mediaset a Criscitiello, fino a Xavier Jacobelli, direttore di Tuttosport e autore della prefazione del libro, che permette, anzi, facilita la trasmissione di idee estreme, violente, di odio. Idee fasciste, a cui ci siamo tutti abituati.

Marta, rabbia e fantasia

Quando esulta, Marta indica il suo scarpino destro. Non la fa per pubblicità, perché ai piedi non ha Nike, Adidas o Lotto. A dire la verità i suoi tacchetti non hanno proprio una marca. Ha preferito giocare senza sponsor visto che tutte le offerte che ha ricevuto erano al di sotto delle sue aspettative.

Marta Vieira da Silva, infatti, non è una calciatrice qualunque. Classe 1986, cinque volte Pallone d’Oro femminile, gioca negli USA, nell’Orlando Pride, ha segnato più di 150 gol in carriera con i club e più di 110 con la nazionale. È l’unica ad aver segnato in cinque diversi Mondiali e con il rigore contro l’Australia ha superato anche il record maschile. “Ma lo sapete che ho fatto gli stessi gol di Klose? È un record, e non mi fate nemmeno una domanda”, ha risposto con il suo sguardo truce al giornalista tedesco dopo la sconfitta con l’Australia.


Maglia numoero 10 e fascia da capitano per Marta, con il Brasile

Marta è così. È forte in campo e fuori, ha piedi per segnare e testa per pensare fuori dal rettangolo di gioco, dove è ambasciatrice Onu per la parità salariale tra uomini e donne. Il suo stipendio è di 400 mila dollari annui, neanche la metà di quanto prende qualsiasi altro nazionale maschile.

È una lotta costante ed è triste vedere che dobbiamo ancora fare certi gesti per ottenere ciò che chiediamo – ha detto Marta - Ma è una sfida generale, non riguarda solo il mondo del calcio, e bisogna portarla avanti. Ad esempio, io adesso devo rinnovare con il mio sponsor tecnico personale, e mi hanno offerto una cifra molto più bassa di quella che darebbero a un uomo. Ecco perché ho fatto quel gesto, per lottare per i nostri diritti. Fra gli ingaggi delle calciatrici e quello dei colleghi maschi c'è troppa differenza e ogni volta dobbiamo lottare sul campo per dimostrare chi siamo. Porto avanti questa battaglia anche per le generazioni future, per tutte quelle ragazzine che giocano al calcio e verranno dopo di me, affinché possano usufruire di una maggiore tranquillità e qualità del lavoro. Dobbiamo far capire che l'uguaglianza è necessaria”.

Una lotta che deve essere lenta ma duratura. Come quella per inseguire i propri sogni. E lei lo sa bene: l’infanzia difficile, i genitori separati e lontani, solo la nonna a crescerla. Ma adesso il calcio è la sua vita. E nonostante il Brasile sia stato eliminato dalla Francia, il capitano Marta si è presentato davanti alle telecamere per parlare alla nazione:

“È così da sempre, dobbiamo prima piangere per poi sorridere alla fine. È così: ottieni di più, se ti importa di più, preparati a giocare 90 minuti e altri 30 minuti e quanti ne serviranno. Questo è quello che chiedo alle ragazze: non ci sarà una Formiga per sempre, una Marta, una Cristiane. Il calcio femminile ha bisogno di te sopravvivere. Lo dico ancora una volta: piangi all’inizio per sorridere alla fine”.

 

Alex Morgan, la stella anti Trump

Compagna di squadra di Marta, Alex Morgan è considerata tra le più grandi calciatrici del mondo. Oro alle Olimpiadi di Londra 2012, campione del Mondo in carica con gli USA nel successo di Canada 2015, naturale compimento di un percorso iniziato con il secondo posto a Germania 2011.


La concentrazione di Alex Morgan

Ai piedi le PhantomVNM, nuovo modello di scarpe Nike. Sui social più di 3 milioni di followers. Sul conto in banca contratti con la Coca Cola, con Lebron James e con il canale tv americano Nickelodeon. Sugli scaffali i suoi libri, la trilogia The Kicks, scritta per la Simon & Schuster Children's Publishinge finita al settimo posto della classifica dei libri più venduti del The New York Times e pronta a diventare una serie tv per Amazon.  “Voglio ispirare ragazze adolescenti e manifestare il mio amore per il calcio”.

Alex Morgan è questo, ma non solo. È consapevolezza e obiettivi grandi. Prima erano i 100 gol in nazionale. Raggiunto. Poi la Coppa del Mondo. Raggiunto. Poi, ancora, la Champions League. Raggiunto anche questo. Il prossimo traguardo è quello più difficile: la vera uguaglianza salariale. “Conoscere il tuo valore è importante e non devi scusarti se vuoi vederlo riflesso nel tuo stipendio e nel rispetto del tuo ambiente di lavoro”.

L’altra battaglia di Morgan è quella contro il presidente Donald Trump. Suo marito, Servando Carrasco, ha origini messicane. E lei ha già detto che, in caso di vittoria finale in Francia, non andrà mai e poi mai alla Casa Bianca.

 

Laura Giuliani, fedele alla linea

Dietro a storie vere, di diritti e lotta, di rivendicazioni e protesta, ci sono le vicende inventate, costruite a tavolino per rispondere ad un’ansia di favole, una sete di profili impegnati.

Così, ad esempio, Laura Giuliani, estremo difensore dell’Italia del CT Bertolini, una mattina si è svegliata comunista. Lo aveva, apparentemente, rivelato lei stessa in una non meglio precisata intervista: “Mio nonno è stato fin da ragazzo un membro del Partito Comunista ed un amante del calcio: è cresciuto con il mito del grande portiere sovietico Lev Jašin. Queste sue passioni me le ha entrambe trasmesse: ricordo i pomeriggi passatinei campi di calcio, io in porta e lui che da limite dell’area batteva punizioni insidiosissime; poi si andava in sezione, allora c’era un forte fermento, e si discuteva con i compagni e le compagne come dare nuova linfa al marxismo – leninismo”.

Gli ingredienti della favola, insomma, c’erano tutti. Il nonno che non c’è più, il rapporto con la nipote, un’ideologia, un simbolo.

Il giorno in cui esordii con il Como 2000, era il 2010, mio nonno, nel post partita, mi regalò una maglia del grande Lev Jašin, mi disse che l’aveva acquistata in un mercatino di Leningrado anni prima e che sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il momento di regalarmela.

Il giorno in cui l’ho visto per l’ultima volta mi disse: “Laura, tieni sempre a mente ciò che disse Lev Jašin: Giocate a pallone, ma non per diventare professionisti, non per diventare ricchi, ma per fare dello sport”: non dimenticherò mai queste sue parole, io gioco per puro divertimento e so che il mio esempio, di militante comunista, può essere utile alle ragazze ed ai ragazzi per capire che è possibile un’alternativa all’insensata lotta per la sopravvivenza a cui si ispira il sistema capitalista, saremo sempre di più ad essere desiderosi di un mondo che rifiutando il carrierismo sfrenato e la schiavitù del consumismo, metta nel dovuto risalto i più autentici valori dell’umanesimo”.


Laura Giuliani si racconta

Un vero e proprio manifesto, un inno alla lotta, una figura rivoluzionaria, poetica, controcorrente. Ma non vera.

Oggi è comparso un post su Facebook e su Instagram in cui venivano riportate delle dichiarazioni che erroneamente sono state a me imputate – ha chiarito direttamente Giuliani - Tengo a precisare che non ho mai rilasciato alcuna intervista ne’ dichiarazioni di quella portata, oltre al fatto che non ho mai confuso, ne’ mai lo farò, i valori dello sport con altri aspetti della sfera personale”.

Niente maglietta di Jašin, niente impegno nei circoli, niente nonno. Ma cambia forse qualcosa? L’Italia ha un portiere forte, preparato, abile. Che le favole non le deve inventare, se le costruisce sul campo.

Con Francesco Totti è finita la mia adolescenza (sportiva)

Il 17 giugno di 18 anni fa, alle ore 17.00, costringevo papà e mamma, e sorella di sei mesi, a prendere la macchina, attaccare due bandiere giallorosse per lato e iniziare a fare i caroselli per le strade per la Roma Campione d'Itali. Avevo sette anni e festeggiare uno scudetto a 40 km dalla capitale non era facile. Le prime macchine le incontrai solo dopo mezzora, ma le ricordo tutte, una ad una. Anche quella che abbiamo tamponato.

Avevo appena seguito la partita su Quelli che il calcio, con qualche fugace scappata su Tutto il calcio minuto per minuto. Avevo addosso una maglietta con la faccia di Batistuta, al collo la sciarpetta di Giallo&Rosso, in testa una fascetta per capelli, perché la indossava quello con la numero 10.

Francesco Totti ha scandito la mia vita. Forse non solo quella sportiva.

In qualche modo le sue gesta sportive hanno segnato ogni tappa, ogni traguardo, ogni momento, bello o brutto che sia. Ogni bivio, ogni cambiamento, ha come sistema di datazione temporale il capitano della Roma. “Ti ricordi? Era l’anno dell’infortunio di Totti”.  Ricordo le telecronache di Carlo Zampa che ripeteva il suo nome ai tempi delle gite delle medie, la tesina di maturità sognata, preparata e poi bocciata sul Capitano della Roma, le litigate con la ragazza che all'epoca era la mia fidanzata, tutte finite con un inviolabile "te lo giuro su Totti", timbro indelebile di onestà e amore.

Totti mi ha accompagnato passo dopo passo. E, dal punto di vista del tifoso, è stato un'ancora di salvataggio in anni di magra, in stagioni in cui non si vinceva niente e non si sarebbe vinto per chissà quante altre ancora. Perchè se è vero che chi tifa Roma non perde mai, lo si deve soprattutto a Francesco e a Daniele, e prima di loro ad Agostino, Bruno, un altro Francesco, Giuseppe, Giacomo, Amedeo. La romanità, il romanismo, gli occhi di chi guarda la Roma con gli stessi occhi miei, tuoi, nostri, non è solo un esercizio di retorica, una cosa fine a sé stessa, nè tantomeno un contentino. Era una sicurezza, una certezza. Il nostro scudetto per sempre.

Il 17 giugno 2019, alle 12.41, Francesco Totti ha rassegnato le sue dimissioni da dirigente della Roma. Alle 15.30 del 17 giugno 2019, purtroppo o finalmente, è finita la mia adolescenza sportiva.

Se la mattina del 27 maggio, dopo l'addio di De Rossi, ci siamo svegliati infreddoliti, nonostante la primavera, e soli, nonostante i 60.000 della sera prima, adesso ci svegliamo smarriti. E cresciuti.

Perchè dopo la conferenza stampa di Totti niente sarà più come prima. La Roma non sarà più come prima. Basta con i sogni, i simboli, le bandiere, il cuore, la passione, le vene, le urla. Inizia l'era dell'aziendalismo, del rendiconto, del brand. Le parole di Totti sono come la sveglia del primo lunedì di scuola dopo un'estate di vacanza. Lo sai che prima o poi arriva, come sapevi benissimo che la Roma americana era questa cosa qui. Però continuavi a non pensarci, a fare finta di niente, a illuderti. Fino a che non suona e ripartono le lezioni. Le parole di Totti, allo stesso modo, ci svegliano e ci fanno capire meglio, ci confermano quanto sospettavamo. Ci riportano alla realtà.

E se fino a ieri ti eri cullato nei sogni e nella passione, nelle letture poetiche, adesso ti svegli in un mondo fatto di curricula, di soft skills, di application, di human resources e di recruiting day. Se ieri era un gol a farti svoltare la giornata, adesso è l'arrivo di una mail. Se prima ti emozionavi per un colpo di tacco, per una vena gonfiata, per le parole di un allenatore, adesso ti esalti per un colloquio, per un bonus nell'obiettivo centrato, per il planning settimanale rispettato, i fogli Excel perfetti. Se prima la Roma ti faceva tirare avanti con serate magiche e rimonte impensate, adesso ti farà esultare per il fairplay finanziario, per l'account Twitter in lingua swahili, per il segno + nell'ultimo bilancio.

E forse era sbagliato davvero credere in certe cose. Era da provinciali, da romantici, da bambini. Da perdenti. Figli di Roma, capitani e bandiere? Che cazzata. Mai schiavi del risultato? Che mentalità assurda. Adesso dateci l'aziendalismo, i dipendenti, il brand, il marketing. Dateci l'economia e la finanza, l'inglese spicciolo, le strategie di marketing e comunicazione, gli sponsor e il social. Svuotateci di tutto e riempiteci di numeri.

Ma non illudetevi di riuscirci a cambiare. O di farci crescere davvero.

 

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Davide Frattesi, l'azzurro che sogna Strootman

A guardarlo esultare, anche Davide Frattesi sembra non credere al gol che ha appena fatto. Un cross al bacio, dalla trequarti, di Bellanova, un colpo di testa, lui che non è di certo uno spilungone, la palla sotto all’incrocio dei pali. È il definitivo 4 a 2 con cui l’Italia Under20 di mister Nicolato manda a casa il Mali e si prenota per le semifinali mondiali contro l’Ucraina, in programma oggi alle 17.30.

Un sali e scendi di emozioni, una montagna russa di reti e rimonte: prima l’autogol di Kone, poi il cartellino rosso per un’entrata criminale di Diakite su Pellegrini. Quindi il pareggio africano, la doppietta di Pinamonti con in mezzo l’ennesimo agguanto di Camara. Infine, il gol di Davide Frattesi. Quello della tranquillità, della certezza.

Il gol di Frattesi, nel 4 a 2 contro il Mali

È il secondo in questo Mondiale U20, una spedizione in terra polacca che, guarda caso, gli azzurri avevano aperto ancora con un suo gol. Contro il Messico, su sponda di Scamacca. Stavolta è un sinistro letale a fulminare il portiere Higuera, ma entrambe le reti ci fanno capire qualcosa di questo straordinario prospetto del centrocampo azzurro.

Romano, classe 1999, si forma prima nella Lazio e poi, seguendo le orme di Alessandro Piscitelli, Danilo Barbarossa e ancora prima Stefano Ciavattini e Luca Costanzo, approda alla Roma. Era finito in lista svincolo, era un’occasione da non perdere per quel cacciatore di talenti che è Bruno Conti. A Trigoria si fa tutta la trafila delle giovanili, con due passaggi chiave. Il primo sotto Alessandro Toti, nella formazione degli Under 17. Qui trova continuità e consapevolezza dei propri mezzi, gioca tanto (22 presenze) e segna tantissimo per un centrocampista (doppia cifra, 10 reti, tra campionato e fasi finali). Il secondo passaggio è quello tra le mani di Alberto De Rossi, il padre di Daniele che guida da anni la Primavera giallorossa.

Frattesi ai tempi della Lazio
Davide Frattesi ai tempi della Lazio, con tanto di fascia da capitano al braccio

Sotto la sua gestione, continua la crescita e la maturazione tattica di Frattesi, che con Rubinacci e Toti giocava da trequartista puro, mentre adesso agisce soprattutto da mezzala. Con mister De Rossi riesce a mettere in bacheca una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana, fermandosi solo ad un soffio dal tricolore, nella semifinale persa contro l’Inter di Stefano Vecchi. Proprio in questa partita si vedono le grandi caratteristiche del biondo centrocampista. Abile in interdizione, ha imparato a lavorare sui polmoni e sui ripiegamenti difensivi, unendo il tutto alle sue conclamate abilità offensive. Altri 4 gol in 22 presenze con la Roma Primavera, prima di fare le valigie e partire per una nuova avventura.

Davide Frattesi con la maglia della Roma
Frattesi con la maglia della Roma, nella sfida contro l'Inter

I giallorossi, infatti, stanno allestendo la nuova squadra di Eusebio Di Francesco, che nella lista dei rinforzi richiesti mette tra le prime posizioni il centravanti francese di proprietà del Sassuolo, Gregoire Defrel. In Emilia Romagna, per rendere più leggeri i 20 milioni richiesti da Squinzi per il suo attaccante, ci finiscono proprio Davide Frattesi e Riccardo Marchizza. La valutazione è di quelle super: 5 milioni il primo e 3 il secondo, con un diritto di recompra valido solo per il centrocampista e attivo fino al prossimo anno.

frattesi e marchizza
Frattesi e Marchizza con la maglia del Sassuolo

Doveva essere l’erede di Lorenzo Pellegrini, ma qualcosa va storto. Il suo inserimento è reso più lento e più difficile dall’infortunio al metatarso del piede destro. Qualche panchina in Serie A, l’esordio in Coppa Italia contro l’Atalanta e poi, da Gennaio, a disposizione della Primavera di Felice Tufano, dove mette a segno 4 reti in 9 presenze. Le qualità, infatti, ci sono tutte. Così ad agosto arriva la chiamata dell’Ascoli, dove si inserisce alla perfezione nel centrocampo a 3 di mister Vivarini. A volte sulla sinistra, insieme ad Iniguez e Cavion, altre alle spalle del trequartista Ciciretti, un altro passato da Roma. Sono 33 le presenze raccolte quest’anno in serie cadetta, il secondo più utilizzato della rosa bianconera, un numero che fa capire quanto a 20 anni sia un pilastro della squadra marchigiana.

Così Nicolato non si è lasciato pregare. Anche Frattesi sale a bordo della nave di Plizzari, Pinamonti, Scamacca, Gori ed Esposito. Dove si sta rivelando un’arma decisiva. Torniamo ai due gol infatti, alla prima e all’ultima partita degli Azzurri. L’Under20 si mette in campo con un 3-5-2 dove Frattesi agisce da interno. Contro il Messico, mentre la squadra sta attaccando, il classe 99 è già sulla trequarti, intuisce subito il lavoro di sponda della punta Scamacca, che venendo incontro ha aperto un varco alle sue spalle. Frattesi vi si inserisce e mette in mostra un altro colpo del suo arsenale: il tiro da fuori, di destro o sinistro poco importa.


Gli highlitghts della partita dell'Italia U20 contro il Messico. Nei primi minuti il gol di Davide Frattesi

Contro il Mali è la stessa storia. Il centrocampista dell’Ascoli è addirittura l’uomo più avanzato dell’Italia, è subito dentro l’area di rigore, a cogliere lo spazio aperto ancora una volta dalla punta. “Ma a me piace inserirmi in avanti. Sono predisposto alla corsa, ai rientri e al sacrificio – ha raccontato Frattesi - Il mio idolo è Kevin Strootman. Qui in Nazionale ho giocato esterno sinistro in una linea a 4, ma ogni tanto uno di noi avanza e il mister mi chiede di fare la terza mezzala. È una soddisfazione essere qui: avevo fatto un primo stage con l’Under 15, ma convocazioni vere e proprie non erano arrivate, almeno fino a quest’anno”.

Adesso contro l’Ucraina si proverà a realizzare un sogno. Per il futuro, invece, c’è tempo. la Roma vanta ancora il diritto di recompra. Frattesi potrebbe tornare. E inseguire le orme dei suoi idoli.

 

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Toronto Raptors, una parabola italiana nel DNA

In cima alla lista dei dischi più venduti del 1996 ce n’è uno, quello di Jay-z, intitolato “Reasonable Doubt”. Tradotto : “Dubbio ragionevole". Come dare torto ad uno dei più grandi rapper e nigga del panorama americano. Il 1995 infatti non solo era stato l’anno del verdetto del caso OJ Simpson, dichiarato non colpevole dopo essere stato accusato di aver ucciso moglie e amante di lei prima di scappare davanti a 150 milioni di spettatori con la sua Ford, ma era l’anno in cui, nella stagione NBA 1995/1996, furono create e ammesse nel campionato due squadre canadesi: i Vancouver Grizzlies e i Toronto Raptors. Reasonable doubt? Certo, le due squadre nel 1996 finirono entrambe la stagione con un record negativo. La prima con 15 vittorie a fronte di 67 sconfitte e la seconda con un 21-61.

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Non sembra un buon principio per una storia da raccontare ma, invece, lo è perché i Toronto Raptors, ora unica squadra canadese nella NBA, sono giunti quest’anno fino alle Finals e nel loro patrimonio genetico scorre sangue anche in parte italiano. Nel 1995 la stagione dei Raptors inizia con un italiano nel roster, Vincenzo Esposito, in arte Vincenzino, primo giocatore italiano a giocare nella NBA assieme a Stefano Rusconi che, in quello stesso anno approderà ai Phoenix Suns. Certo, sarebbe stata tutta un’altra cosa se nel 1970 Dino Meneghin avesse accettato le avances che aveva ricevuto dal continente oltre la pozza. Ma come biasimarlo, oltre tutto è stato uno dei giocatori europei più forte e più vincente di ogni epoca. Vincenzino Esposito è stato poco in America, giusto durante quella stagione, e non ha viaggiato certo a cifre entusiasmanti ( 4 punti, 0,5 assist e 0,5 rimbalzi a partita) ma, con Rusconi, ha rotto quel muro che sembrava invalicabile, ha fatto diventare realtà quello che ancora per pochi era un sogno, facendo diffondere la parola “America” e “NBA” sulle bocche degli italiani. Sicuramente la storia di Esposito e Rusconi sarà balzata nelle orecchie e nella testa dei Marco Belinelli, dei Danilo Gallinari, ma anche dei Carlton Myers, dei  Gianmarco Pozzecco che nel 2004 hanno fatto sognare milioni di tifosi del’Italbasket.

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Non era mica così, prima, come invece lo è oggi. Per ascoltare i risultati della notte cestistica oltreoceano si doveva accendere la radio sulle frequenze sportive e aspettare fino a che, dopo esserti sorbito anche i risultati della pallavolo croata, non dicevano anche quelli della NBA. E tappale tu le orecchie a un ragazzino che sente della squadra di Vincenzino Esposito essere una delle poche, quell’anno, a battere i Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman. L’anno successivo Vincenzino è ritornato in Italia, a Pesaro, ma la NBA per gli italiani non è stato più quel posto tanto spettacolare quanto irraggiungibile e la passione che l’italiano c’ha messo ha spinto i Toronto Raptors, qualche anno dopo, a selezionare come prima scelta assoluta “il Mago”, Andrea Bargnani che, nonostante i rimpianti di una carriera altalenante, è stato uno dei primi a giocare in America in un modo del tutto non convenzionale.

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Anche i Toronto Raptors hanno avuto una storia altalenante e molti talenti che l’hanno scritta non sono stati da meno: Tracy McGrady, uno che era in grado di mettere 13 punti in 35 secondi, Vince Carter, il più forte schiacciatore di tutti i tempi sono stati tutte meteore che hanno messo sulla mappa una città che con il basket aveva poco a che fare.

Ma nonostante una storia romantica e alquanto frizzante, solo ora i Toronto Raptors hanno la possibilità di scrivere la storia tutta in maiuscolo. Sono approdati, anche se tortuosamente, nelle finali e dovranno fronteggiare uno dei cicli più vincenti della storia del gioco con la palla a spicchi. Indovinate chi c’è in panchina? Sergio Scariolo, un italiano. Vice allenatore ma vate  del capo allenatore dei Raptors che di esperienza ne ha di gran lunga di meno, per quelle occasioni. Eccola qui, la parabola italiana dei Toronto Raptors. E se per molti un tempo andare in NBA era un “ragionevole dubbio”, oggi è diventato quasi un “must”, soprattutto se ti telefona Toronto.

 

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