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Come fossi Vasco Rossi

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Gli Europei del 1968

  Roma, 10 Giugno del 1968, Stadio Olimpico ...
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Il caos oltre la siepe

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#2 Ha ragione Vladimir Dimitrijevic: La vita è un ...

"Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? ...
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Pessimismo cosmico

Se il simbolo del Napoli è un ciuccio, ci sarà un ...
Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

"Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? Secondo me, perchè - come la danza - riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio, vi è assolutamente vietato - se non giocate in porta, beninteso - l'uso delle mani e delle braccia. Insomma, degli organi con cui, abitualmente, eseguite tutti i vostri atti. Organi grazie ai quali ottenete il massimo di precisione, di rendimento e di destrezza. Potete adoperare soltanto piedi e gambe - questi antenati sottosviluppati delle mani e delle braccia. Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con una memoria animale sepolta dentro di voi".

Inizia così il racconto di Vladimir Dimitrijevic, La vita è un pallone rotondo, edito in Italia da Adelphi, quasi una biografia calcistica, un'apologia del football, un suo elogio tra psicanalisi, pedagogia, letteratura e politica.

Non può che essere così per un autore che vede in questo sport "il filo conduttore" della sua vita. Nato a Skopje nel 1934, figlio di un orologiaio imprigionato dal regime di Tito, riesce a scappare in Svizzera nel 1954. Qui si mantiente lavorando in una fabbrica di orologi a Granges e poi, grazie all'ingaggio in una squadra di calcio, da centrocampista. Qui fonda una propria casa editrice, Editions L'Age d'Homme, curando soprattutto la collezione dei Classici slavi, diffondendo la letteratura dell'est Europa.

E l'occhio con cui Dimitrijevic guarda il calcio è proprio quello del letterato, del lettore: "Cercare di sapere qual è esattamente la zona che l'avversario considera più pericolosa e che rende il suo gioco febbrile: questo è il segreto. Oserei aggiungere che, da Gogol' a Dostoevskij, fino a Michail Bulgakov, la grande letteratura russa non ha avuto che un unico tema: l'uomo e il suo doppio".

In pochi riescono a raccontare il calcio e le sue mille sfaccettature come fa Dimitrijevic in questo libro. C'è spazio per tutto, dal calcio come aristocrazia della gamba al primo catenaccio di Helenio Herrera, da Maradona a Napoli alla krpenjaća, la palla fatta di stracci riempiti di sabbia e segatura che usavano i bambini per le strade della Jugoslavia.

Sembra aver capito l'essenza del calcio nella sua totalità quando parla di "squadre organiche, come il corpo umano", in cui tutto è "naturale, come la quiete degli organi che chiamiamo salute. Camminando per strada non ci curiamo del fatto che in quel preciso momento il nostro cuore pompa sangue, i muscoli si contraggono, i polmoni si dilatano. Allo stesso modo non si può costituire una squadra se non mediante una profonda capacità di compenetrazione tra l'allenatore - colui che vede la squadra, la valorizza - e, naturalmente, le individualità che la compongono".

Calcio come musica, come poesia. Calcio come rito, "La tela, i calzini, la segatura di legno o la polvere di carbone che recuperavamo nelle cantine", calcio come prodezza eroica, "tutti gli allenatori e gli educatori dovrebbero far leggere Omero e Pindaro a queste giovani anime, avide di imprese", calcio come mito, quello posseduto dal muratore Mate, che cantava le gesta della Stella Rossa ai bambini quando non c'erano radio né televisioni.

Per la nostra rubrica Bibliocalcio vi regaliamo un breve estratto de La vita è un pallone rotondo:

Bandire il cuore?

Avere ai piedi le scarpe con i tacchetti è quasi come avere un paio di zoccoli. Il calciatore, al pari del cavallo, ha perso le dita dei piedi, che, atrofizzandosi, sono degenerate in zoccoli. Il giocatore di calcio non si muove come noi. Per strada, al lavoro, quando ci si sposta, non tutto si conforma al piede. Nel calcio, invece, tutto è fatto per il piede, per la caviglia e per il ginocchio, che impongono il loro ritmo al corpo intero. Il piede è diventato un organo a se stante, ultrasensibile. E non bisogna dimenticare che l’andatura influisce sulla conformazione fisica.

Gli eserciti dell’antichità andavanno all’attacco con un assordante rumore di passi, il cui rimbombo aveva lo scopo di terrorizzare il nemico. Ma mai nessuna disciplina, se non il balletto, ha consentito alla gamba di essere l’elemento più importante, il più determinante. Questa aristocrazia della gamba, come ho già detto, è quel che c’è di più peculiare nel calcio. Di solito, nella vita di tutti i giorni, la gamba non trova una diretta applicazione, al cotnrario della mano, che regola la maggior parte dei nostri gesti ogni qualvolta prendiamo o gettiamo qualcosa. La gamba è ass

"Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? Secondo me, perchè - come la danza - riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio, vi è assolutamente vietato - se non giocate in porta, beninteso - l'uso delle mani e delle braccia. Insomma, degli organi con cui, abitualmente, eseguite tutti i vostri atti. Organi graze ai quali ottenete il massimo di precisione, di rendimento e di destrezza. Potete adoperare soltanto piedi e gambe - questi antenati sottosviluppati delle mani e delle braccia. Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con una memoria animale sepolta dentro di voi".

Inizia così il racconto di Vladimir Dimitrijevic, La vita è un pallone rotondo, edito in Italia da Adelphi, quasi una biografia calcistica, un'apologia del football, un suo elogio tra psicanalisi, pedagogia, letteratura e politica.

Non può che essere così per un autore che vede in questo sport "il filo conduttore" della sua vita. Nato a Skopje nel 1934, figlio di un orologiaio imprigionato dal regime di Tito, riesce a scappare in Svizzera nel 1954. Qui si mantiente lavorando in una fabbrica di orologi a Granges e poi, grazie all'ingaggio in una squadra di calcio, da centrocampista. Qui fonda una propria casa editrice, Editions L'Age d'Homme, curando soprattutto la collezione dei Classici slavi, diffondendo la letteratura dell'est Europa.

E l'occhio con cui Dimitrijevic guarda il calcio è proprio quello del letterato, del lettore: "Cercare di sapere qual è esattamente la zona che l'avversario considera più pericolosa e che rende il suo gioco febbrile: questo è il segreto. Oserei aggiungere che, da Gogol' a Dostoevskij, fino a Michail Bulgakov, la grande letteratura russa non ha avuto che un unico tema: l'uomo e il suo doppio".

In pochi riescono a raccontare il calcio e le sue mille sfaccettature come fa Dimitrijevic in questo libro. C'è spazio per tutto, dal calcio come aristocrazia della gamba al primo catenaccio di Helenio Herrera, da Maradona a Napoli alla krpenjaća, la palla fatta di stracci riempiti di sabbia e segatura che usavano i bambini per le strade della Jugoslavia.

Sembra aver capito l'essenza del calcio nella sua totalità quando parla di "squadre organiche, come il corpo umano", in cui tutto è "naturale, come la quiete degli organi che chiamiamo salute. Camminando per strada non ci curiamo del fatto che in quel preciso momento il nostro cuore pompa sangue, i muscoli si contraggono, i polmoni si dilatano. Allo stesso modo non si può costituire una squadra se non mediante una profonda capacità di compenetrazione tra l'allenatore - colui che vede la squadra, la valorizza - e, naturalmente, le individualità che la compongono".

Calcio come musica, come poesia. Calcio come rito, "La tela, i calzini, la segatura di legno o la polvere di carbone che recuperavamo nelle cantine", calcio come prodezza eroica, "tutti gli allenatori e gli educatori dovrebbero far leggere Omero e Pindaro a queste giovani anime, avide di imprese", calcio come mito, quello posseduto dal muratore Mate, che cantava le gesta della Stella Rossa ai bambini quando non c'erano radio né televisioni.

Per la nostra rubrica Bibliocalcio vi regaliamo un breve estratto de La vita è un pallone rotondo:

 

Bandire il cuore?

Avere ai piedi le scarpe con i tacchetti è quasi come avere un paio di zoccoli. Il calciatore, al pari del cavallo, ha perso le dita dei piedi, che, atrofizzandosi, sono degenerate in zoccoli. Il giocatore di calcio non si muove come noi. Per strada, al lavoro, quando ci si sposta, non tutto si conforma al piede. Nel calcio, invece, tutto è fatto per il piede, per la caviglia e per il ginocchio, che impongono il loro ritmo al corpo intero. Il piede è diventato un organo a se stante, ultrasensibile. E non bisogna dimenticare che l’andatura influisce sulla conformazione fisica.

Gli eserciti dell’antichità andavano all’attacco con un assordante rumore di passi, il cui rimbombo aveva lo scopo di terrorizzare il nemico. Ma mai nessuna disciplina, se non il balletto, ha consentito alla gamba di essere l’elemento più importante, il più determinante. Questa aristocrazia della gamba, come ho già detto, è quel che c’è di più peculiare nel calcio. Di solito, nella vita di tutti i giorni, la gamba non trova una diretta applicazione, al contrario della mano, che regola la maggior parte dei nostri gesti ogni qualvolta prendiamo o gettiamo qualcosa. La gamba è assai importante, ma con molta moderazione. Provate a darle il giusto spazio, ad accostarla a dei verbi: saranno camminare, correre, saltare, con qualche avverbio; niente di più. Il calcio è questo: la comunicazione, dal cervello alla caviglia, è del tutto insolita, apre un nuovo ventaglio di possibilità, e io credo che ogni bambino di cinque anni a cui lanciamo una palla ci fa capire subito se è un calciatore nato o se sarà soltanto un buon giocatore. Il calciatore vero si riconosce immediatamente, non lo si può inventare né simulare; il suo è un qualcosa di innato, un dono, un tocco inimitabile, l’arte di stoppare la palla; una cosa che non si impara. È esattamente come chi possiede uno stile letterario, perché a mio avviso c’è una correlazione tra questo sport e la letteratura. Il modo in cui uno scrittore colloca una virgola, un aggettivo, il modo in cui percepisce la propria musica, il respiro della frase, tutto ciò si ritrova in questo magico gioco. Vi è un calcio musicale, vi sono giocatori epici, giocatori lirici, giocatori accademici. Si riconoscono tanto in letteratura quanto nel calcio. In realtà, non è il cervello a dare i segnali, ma un centro situato tra quelle due parti fondamentali del nostro corpo che sono da un lato gli organi, gli organi emotivi del desiderio, e dall’altro la testa, che regola questa strategia di vita per evitare che si trasformi in pulsione di caos e distruzione. E la cosa che si trova a metà strada fra la nostra animalità e la nostra intelligenza tutta cerebrale è il cuore dell’uomo: è lui che dà al gioco, e anche alla letteratura, questa pienezza. Il cuore, questo grande escluso dal materialismo economico che ci circonda!

Certi libri stanno lì ad aspettarti, persi in uno scaffale, chiusi in uno scatolone o abbandonati su qualche treno. Il libro di oggi è un piccolo gioiello barocco, fermo al bancone del Professore, a Piazzale Flaminio, a Roma. È Once cuentos de futbol, di Camilo Josè Cela.

C'è solo un aggettivo che può descrivere Camilo Josè Cela e il suo modo di scrivere. È esperpentico. Un modo di descrivere la realtà in maniera deformata, grottesca, spesso insensata. Si tratta di uno stile letterario creato da Ramon Maria del Valle-Inclan e dalla Generazione del '98, gruppo di intellettuali spagnoli dei primi anni del ventesimo secolo.

Esperpentico è il modo in cui Cela offre la sua estetica, deformata e surreale, che solo il senso tragico della vita spagnola può creare.

Classe 1916, galiziano, padre gallego e madre spagnola di origini italo-inglesi, Camilo Josè Cela è stato Premio Nobel per la Letteratura nel 1989, "per una prosa ricca ed intensa, che con la pietà trattenuta forma una visione mutevole della vulnerabilità dell'uomo". Tra le sue opere più importanti ci sono La famiglia di Pascual Duarte (1942), L'alveare (1951), San camilo 1936 (1969).

cela

E nella sua sterminata bibliografia, c'è una perla, piccola e preziosa. Sono gli Undici racconti sul calcio, raccolta del 1963, pubblicata in Italia da Passigli, con traduzione di Bruno Arpaia. Undici racconti strani, curiosi, assurdi, ambientanti in una Spagna che sembra a tratti medievale a tratti moderna, priva di tempo. Il calcio, un po' ovunque, è un pretesto, uno sfondo in cui si riconcorrono boia e banchieri, cavalli e politici, cani ed angeli, bambine e carabinieri.

Vi proponiamo un racconto degli undici. Quello dei due portieri e del cavallo allenatore.

Alta scuola

Un cavallo! Un cavallo! Campo aperto!
- Espronceda

 

Il mantello sauro, nei purosangue inglesi, ha tre tipi di sfumature, vale a dire: bruciato, chiaro e dorato. Il sauro bruciato si suddivide, a sua volta, in altre due: il sauro nerastro spento o liver chestnut, per esempio il puledro Equipoise, e il sauro rosso scuro con riflessi ramati o dark chestnut, per esempio la tre anni Pretty Polly. Il sauro chiaro ha il tono rosso acceso della pelle della volpe; lo stallone Man O’War, che si è coperto di gloria generando campioni, era sauro chiaro (sebbene avesse la criniera più scura, che tendeva al rame). Il sauro dorato, a volte con un riflesso brillante e sempre con balzane e una striscia bianca sul muso, è il più frequente: l’eroe Pocahontas e tutta la famiglia erano sauri dorati.

Gainsborough XXI, il crack che allena Teogenes e Teogonio, i due dioscuridi portieri del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola), è un dark chestnut, come Donatello, trisnipote di Pretty Polly, che era pronipote di Call Boy, il nipote di Bachelor’s Double, a sua volte pronipote dell’archetipo Hermit. Di tutta la stirpe, l’unico che ha provato a giocare a pallone è stato Gainsborough XXI, che è stato campione d’Europa con lo Stade de Castelnaudary, la culla del riconfortante alimento che chiamano cassoulet (che non è di Tolosa, come informano la Guide Bleau, il Baedeker e altre fonti di parte); a Castelnaudary si può mangiare un cassoulet molto affidabile all’Hotel Fourcade, al de France e al Notre Dame, tutti e tre buoni. Poi, quando la FIFA lo ha squalificato perché era un cavallo, Gainsborough XXI è diventato allenatore ed è passato a prestare i suoi servigi nel Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola), la squadra che, portando alle estreme conseguenze la tattica del catenaccio, gioca con due portieri: Teogenes, portiere destro, e Teogonio, portiere sinistro.

Teogenes Caldueno Acebal, alias la stecca un asturiano di Llanes, agile come il capriolo e svelto come la volpe, che non ha altri inconvenienti se non quello di mostrare troppo a fior di pelle la fluttuante vena della follia. Teogonio Alcaraz Valronquillo, alias Ladro di polli, invece, è equanime e caparbio (anche atletico), conservatore, disciplinato e sensato, stimato per il suo buon senso. Teogonio Alcarez Valronquillo, Ladro di polli, è toledano di Gerindote, vicino Torrijos, latitudine che produce levrieri come Dio comanda e maturi al punto giusto.

“E gli piace il civet di lepre?”

“Ma certo, come a ogni buon levriere, anche se (sia detto a onor del vero) cerca di reprimere il piacere e si sforza di imbrigliarlo”.

Teogenes e Teogonio sono complementari, di qui la loro efficienza. Gainsborough XXI è molto orgoglioso del loro comportamento e non ha bisogno di prenderli a pedate né di imporgli multe o altre sanzioni (non sempre di indole economica, ma anche morale). Gainsborough XXI è un manager soft, un allenatore molto psicoterapico e scientifico, e il Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) è un club che gode della simpatia generale.

La Stecca ( che ha cominciato come giocatore di biliardo a sponda) è specializzato nel salvare tiri con l’effetto, che devia in corner solo guardandoli, e Ladro di polli (che ha fatto il chierichetto) si occupa di attendere al varco le brave mezzali (come Luis Regueiro o Hilario Marrero), che non mancano mai. Di solito la Stecca scende in campo con un maglio verde (atavismo dei suoi tempi di giocatore di biliardo) e Ladro di polli, non per serietà, ma per tattica deliberata, è uso vestire di rosso (colore che da ai nervi all’avversario e gli fa spesso lisciare il tiro e mandare il pallone nelle nuvole). Gainsborough XXI li allena a base di moderazione e malizia perché pensa che, per colpire duro e lavorare ai menischi, bastino e avanzino i difensori (Arracudiagaguirregoitia II, Guizaburuagaetzeberri II e il canario Cubito, che p un fetente con la faccia da mosca morta). Il Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) aspira ad avere una squadra in cui ognuno dei giocatori sia ben convinto dei suoi obblighi e nella quale non ci sia un solo uomo che non sappia a memoria quale sia la parte che gli tocca recitare. Teogenes Caldueno Acebal, la Stecca, e Teogonio Alcaraz Valronquillo, Ladro di polli, hanno assimilato così bene lo spirito del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) e di Gainsborough XXI, il suo allenatore, che si sono fatti tatuare sul ventre, a formare un fregio attorno all’ombelico, il verso 355 del libro I delle Metamorfosi di Ovidio: Nos duo turba sumus, noi due formiamo una moltitudine, e fin quando è così non ci fa gol nemmeno Napoleone Bonaparte. Teogenes e Teogonio, sostenendosi l’uno con l’altro (memoria con memoria, intendimento con intendimento, volontà contro volontà), formano una barriera insormontabile, un muro di fronte al quale non possono nulla né i lamenti né imprecazioni, mai ascoltate.

“E non gli fanno un gol neanche per miracolo?”

“Guardi, signora: per miracolo, proprio per miracolo, sì; ma in nessun altro modo. Quest’anno, per esempio, ancora non gli hanno infilato nessun gol (si sa che non è un buon anno per i miracoli, forse ha piovuto troppo), nonostante abbiano giocato più di settanta e dispari partite. Teogenes e Teogonio, be’, la Stecca e Ladro di polli, sono imbattibili, mi creda, almeno fino a quando gli si cancella il tatuaggio sulla pancia, e i tatuaggi, signora, lei sa come sono indelebili”.

Gainsborough XXI è un sauro dark chestnut. La Stecca e Ladro di polli sono, per i capelli, sauri dorati con un leggero riflesso brillante (più evidente nella stecca). I portieri dal mantello baio, isabellino, pomellato, perlaceo, testa di moro, pezzato (alto o basso) e chubarì, di solito sono impacciati e attaccabrighe, sebbene a volte risultino vistosi e facciano la loro figura. Ci sono allenatori che negano l’evidenza; peggio per loro: scaduti i termini del contratto – di solito, a fine stagione – li esonerano e pace. Gainsborough XXI non è, certamente, uno di loro. I dirigenti del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) sono molti soddisfatti dei suoi servigi, del suo comportamento, del suo rendimento, dei risultati ottenuti dalla squadra sotto i suoi ordini, eccetera. Gainsborough XXI, che preferisce i campi di calcio agli ippodromi, non ha mai vinto il Derby, né il St Leger, né gli Oaks, né le Duemila Ghinee, ma in compenso è stato cantato dai poeti.

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La lenta crescita di Steven Nzonzi

Innanzitutto il nome: Steven Nzonzi si scrive senza apostrofo. Ed è lui il nome scelto da Monchi per rinforzare la mediana e dimenticare l'affare Malcom. Scelto per la seconda volta, dopo quella del 2015, quando lo portò a Siviglia per 10 milioni dopo 120 partite e 7 gol in Premier League con la maglia dello Stoke City.

Il coronamento di un percorso di crescita lento e tardivo, iniziato tra i campi di Parigi e i centri di formazione federali: "Ciascuno ha il suo percorso, io sono arrivato alla maturità più tardi".

Nato a Colombes il 15 dicembre 1988, madre francese e padre congolese, di Kinshaha, Nzonzi inizia a giocare con il Racing Club de France 92 per poi passare alle giovanili del Paris Saint-Germain, con il mito di Jay Jay Okocha. Qui lo nota Franck Sale, che lo ricorda come "uno spillo", troppo magro, troppo leggero per giocare in campionato, come quello provinciale parigino, "dove c'era tanto agonismo e tanta fisicità e lui non aveva il potenziale atletico per continuare". Franck Sale lo tira "fuori dalla trappola": prende un quattordicenne rachitico, in ritardo di crescita, abbandonato dal PSG, per farlo diventare un calciatore.

Approda al CA Lisieux, dove inizia il nuovo capitolo della sua storia. "Era alto appena 1.50m, era obbligato quindi a giocare d'anticipo, a usare la testa. E se tecnicamente era già molto dotato, aveva invece dei problemi dal punto di vista fisico. Era veramente un profilo atipico" spiega ancora Sale.

Appena un anno dopo si sposta al Caen, dove diventa il rimpianto del suo allenatore Franck Dechaume: "Steven aveva delle potenzialità ma non era un gran lavoratore, mentre lui rimaneva uguale gli altri si staccavano, crescevano e miglioravano. Ci siamo posti allora una domanda, valeva la pena puntare su di lui? Voleva diventare veramente un professionista? Penso che farsi questa domanda sia servito anche a lui". Durante il suo anno a Caen infatti Nzonzi prende 30 cm ma si infortuna regolarmente. "Stava perdendo molto dal punto di vista della motricità - spiega Philippe Tranchant - ma aveva una grande tecnica e tanta intelligenza.  Ci è mancata pazienza con lui". Perchè dopo la stagione al Caen e quella al Beauvais, per Nzonzi arriva l'Amiens, il primo contratto professionistico e la sua definitiva esplosione.d

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I sei anni in Premier League, tra Blackburn Rovers e Stoke City, hanno plasmato il suo fisico longilineo e il suo metodo di gioco sui ritmi inglesi. La Liga spagnola, e soprattutto la mano di Unai Emery, lo ha invece reso polivalente, completo e regolare, rendendo disciplinato il suo senso tattico. Centrocampista box to box, efficace in difesa come in attacco, dove sa far valere i suoi centimetri e la sua botta da fuori.

Per questo Didier Deschamps ha deciso di portarlo in Russia, lasciando a casa il prodigio Rabiot. E' stata la controfigura di N'Golo Kantè, soprattutto nella finale contro la Croazia, quando ha preso il suo posto piazzandosi davanti alla difesa, recuperando palloni e smistandoli prudentemente.

E da campione del mondo è pronto a sbarcare a Roma, dopo 136 presenze e 8 gol con la maglia del Siviglia. I giallorossi hanno offerto 25 milioni alla dirigenza spagnola, forti dell'accordo con calciatore (curiosamente in vacanza a Boston, seconda tappa del tour americano della Roma) e suo entourage. Manca solo la cessione di un altro francese, Gonalons, per andare a dama. E per riabbracciare Monchi per la seconda volta.

Scippi di mezza estate

Sesto comandamento del tifoso: "Finchè non lo vedo all'aeroporto non ci credo". Lo sanno tutti, tutti i tifosi scettici, i San Tommaso, gli esperti del mainagioia applicato. Mai sbilanciarsi, mai farci la bocca, mai crederci veramente. O perlomeno non dirlo ad alta voce. Stavolta è successo veramente e la storia la conoscono ormai tutti. Malcom doveva atterare a Fiumicino alle ore 23.00 di lunedì 23 luglio. Ad aspettarlo c'erano oltre cento tifosi, rimasti soli con Mangiante e con la madre del brasiliano. Dopo una notte insonne, fatta di rilanci, di offerte, di raddoppi, e una mattina di indiscrezioni e di "mi risulta" si è arrivati alla conclusione "più facile da spiegare ma più difficile da capire". Malcom è del Barcellona, abile a soffiarlo alla Roma con 41mln al Bordeaux e 5mln per cinque anni al calciatore.


"Mezz'ora dopo l'accordo trovato - racconta Monchi a RomaTV - mi ha chiamato il presidente del Bordeaux per dirmi che per loro sarebbe stato meglio fare un comunicato ufficiale parlando di un accordo. Gli ho detto che per noi questo non era molto buono, abbiamo il problema di essere in borsa. Hanno insistito e hanno fatto un tweet annunciando un accordo. Siamo stati costretti a fare la stessa comunicazione. Dopodiché tutto era chiuso. Un'ora dopo circa, ha cominciato a girare la voce dell'interesse del Barcellona".

E nel calciomercato ai tempi dei social alcuni passaggi non restano inosservati. Tutto viene a galla, tutto diventa notizia. Foto, condivisioni, mi piace. Come quello del neo-viola Gerson alla foto di Malcom con la maglia blaugrana. Quasi un dejavu, un flash back brasiliano che ci riporta all'estate del 2015.


E' il 5 agosto 2015 quando a Barcellona pranzano insieme Sabatini, Baldissoni, Zecca e Braida, allora DS dei blaugrana. Sul tavolo c'è il futuro del promettente trequartista classe 1997 della Fluminense. Era roba del Barça, con tanto di accordo con club e procuratore. Poi si è inserita la Roma, con una pazza manovra alla Sabatini: 18mln e percentuali di futura rivendita alla squadra, un anno ancora in Brasile per Gerson e diritto di prelazione futura per gli spagnoli. Con la leggenda della clausola Pallone d'Oro.

Ma gli intrecci di questi scippi di mezza estate non finiscono qui. Se Malcom sarebbe dovuto sbarcare a Roma il 23 luglio, quello stesso giorno, quattro anni prima, i giallorossi soffiavano un altro giocatore ad un'altra squadra. Stavolta più vicina. E' il 2014 quando sempre Walter Sabatini riesce a stravolgere una trattativa che sembrava chiusa con la Lazio e a portare Davide Astori alla corte di Garcia. Scriveva il Messaggero: "Tre ceffoni uno dietro l’altro. Il primo lo rifila il Cagliari, rifiutando la proposta di Lotito, il secondo Astori che, nonostante abbia dato la parola alla Lazio da settimane, prende e firma il rinnovo contrattuale con i sardi. Il terzo ceffone, però, è quello che fa più male. Quello che si sente di più e si sentirà per mesi, come se fosse una stracittadina persa nel modo peggiore, visto che i cugini lo stanno sfilando di mano a Lotito, più concentrato a scrivere comunicati che agire come dovrebbe, senza che il patron faccia nulla, e anche con un sorrido beffardo. Un derby di mercato che lascerà sicuramente il segno. Altro che 26 maggio."

E Monchi, con Malcom, aveva provato a fare lo stesso. Proprio il giorno prima delle visite mediche programmate con l'Everton, il ds spagnolo si è inserito con un'offerta migliore, sia per il Bordeaux che per il calciatore. Una manovra perfetta, ma non definitiva. Ma non si tratta di rosicate, di sfregi o di dispetti. E' soltanto il calciomercato, bellezza.

Se nasci calciatore in Brasile il ruolo più difficile che tu possa sceglierti è senza dubbio quello del portiere. Costretto a difendere, invece di creare. Costretto a giocare con le mani, invece che accarezzare il pallone con i piedi. Limitato dall’area di rigore, chiuso, invece di correre libero per il campo.

Lo sapeva bene Moacir Barbosa, portiere del Maracanazo, quanto fosse difficile indossare la maglia della nazionale brasiliana e giocare tra i pali. Lo sapeva benissimo anche Valdir Peres, portiere del Brasile nel mondiale del 1982, scomparso il 23 luglio 2017 per un arresto cardiaco.

Della sua carriera non rimane niente, non un ricordo delle parate, dei rigori salvati, delle smanacciate in angolo. Non rimane niente o quasi. Perché Valdir Peres, per molti, è il portiere della “tragedia del Sarrià”, lo stadio di Barcellona dove il Brasile di Zico, Socrates e Falcao si arrese all’Italia di Bearzot.

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Era una delle nazionali verdeoro più forti di sempre. Sarebbe bastato un pareggio contro gli azzurri per accedere al turno successivo. Ma è un Brasile spavaldo, che sa di essere bello e fortissimo. Non vuole accontentarsi di giocare per il pari, vuole vincere, vuole dominare. Si riversa in attacco ma alla prima occasione viene punito da Paolo Rossi. Sotto di un gol i brasiliani si riscattano subito, segna Socrates e poi di nuovo Rossi, segna Falcao e poi ancora Rossi.

L’attaccante italiano è una furia. È l’incubo di Valdir Peres che non riesce in alcun modo a fermarlo. La partita finisce 3-2, il Brasile viene eliminato.

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La colpa è solo di una persona. Del portiere. Incapace, inadatto, non all’altezza di una nazionale di fenomeni. Valdir Peres viene espulso dalla seleçao, non sarà più convocato e qualcosa si incrinerà anche nel rapporto con il San Paolo, la squadra di cui difese i pali per oltre dieci anni e di cui, tuttora, è uno dei calciatori più presenti.

Non resta nulla dei campionati brasiliani vinti, dei rigori parati, dei gol salvati. Del portiere resta solo la faccia impaurita al momento del tiro, la rassegnazione nel raccogliere il pallone in fondo al sacco. “Rossi è uno dei miei incubi peggiori – raccontava – ma rimango convinto che se rigiocassimo quella partita, la Seleçao vincerebbe dieci volte su dieci”.

Sono stati i giorni di Cristiano Ronaldo alla Juventus: 100 milioni il prezzo del cartellino, 30 milioni l’anno, per quattro anni, il suo stipendio. Un circolo virtuoso, e vizioso, pronto a scatenarsi fatto di pubblicità, magliette, diritti di immagine, traffico social. Il calciatore più forte, e più seguito, del mondo arriva in Italia.

Per molti è l’affare del secolo, più di Maradona al Napoli, più di Neymar al Paris Saint-Germain. Ma forse non come Alfredo Di Stefano al Real Madrid, una storia che intreccia politica e calcio, dittatura e libertà, soldi e passione.

Bisogna fare un passo indietro di oltre settanta anni e volare nella Spagna sconvolta dalla Guerra Civile. Madrid e Barcellona sono allora i centri nevralgici del conflitto: il potere centrale e la resistenza, la nazione contro le spinte separatiste. È il 26 gennaio del 1939 quando le forze nazionaliste entrano nella città catalana. Tra i primi soldati a varcare la soglia cittadina ce n’è uno che risponde al nome di Santiago Bernabeu. Arruolato nelle truppe franchiste, membro della Confederazione nazionale delle destre autonome, ex calciatore del Real Madrid, dalle giovanili alla prima squadra, per cui è stato capitano, allenatore e presto sarà anche presidente.

La contrapposizione tra Madrid e Barcellona è politica e culturale e non può quindi che entrare in gioco anche il mondo del calcio. Fino agli anni 50 però i blancos non sono ancora quella squadra vincente e fenomenale che conosciamo: hanno vinto solo due campionati, non hanno i più grandi calciatori del tempo e per un periodo gli viene anche sottratto l’aggettivo “Real” dalla denominazione. Serve fare qualcosa. Per questo quando in occasione della Bodas de Oro, un torneo amichevole per celebrare i 50 anni del club, a Madrid arrivano i Millionarios de Bogotà tutti restano a bocca aperta.

Di Stefano con gli scudetti spagnoli

Tra le fila dei colombiani gioca il calciatore più forte del tempo. Si chiama Alfredo Di Stefano, lo chiamano la Saeta Rubia, la freccia bionda, è argentino e sia Santiago Bernabeu, diventato presidente del Real, che Josè Samitier, segretario generale del Barcellona, decidono di comprarlo.

La mia ferma volontà quella di giocare con il Barcellona” dirà il calciatore, finito al centro di un triangolo senza uscita. Di Stefano vuole il Barcellona ma anche il Real Madrid vuole Di Stefano. Il regime di Franco, però, ha scelto la squadra della capitale come emblema della sua forza e della sua unità. Il calciatore più forte del mondo non può finire al Barcellona, nella Catalogna separatista. Neanche quando i blaugrana riescono ad aggirare l’autarchia acquistando Di Stefano con i soldi raccolti dagli esuli catalani in Argentina: 4.000.000 di pesetas.

Di Stefano scippato dal Real Madrid franchista al Barcellona separatista

Serve trovare una soluzione. Scende in campo Franco e la vicenda Di Stefano arriva fino in Consiglio dei Ministri. Si trova il cavillo, grazie ai rapporti con la Fifa: il Barcellona aveva comprato il calciatore dai Millionarios quando il vero proprietario del cartellino era il River Plate. Vengono stracciate le carte dell’affare, Di Stefano è un calciatore del Real Madrid. L’argentino guiderà i blancos alla vittoria di otto scudetti e cinque Champions League. Aveva cambiato il corso degli eventi e della storia del calcio. Di Stefano è stato l’affare, o il furto, del secolo.

 

Se a volte basta vedere lo stop, il tiro o il passaggio per capire che giocatore si ha davanti, altre bastano sole le sue parole. Cristiano Ronaldo, in una conferenza stampa di presentazione semplice e discreta, senza palleggi e bagni di folla, ha dato ancora una volta sfoggio della sua grandezza. E lo ha fatto, questa volta, con le parole.

2077 parole, tra domande e risposte, 1846 se si escludono le step words, gli articoli e le congiunzioni. E tutta la conferenza è un continuo ricorrere alla forza, alla grandezza, alla quantità: "grande" ricorre ben 12 volte ma è "molto" la parola più usata, 29 occorrenze testuali. "Molto importante" è il passo fatto nella sua carriera, "molto giovane", "molto preparato", "molto motivato" e "molto fiducioso" è il modo in cui si sente il portoghese, "molto difficile" è invece vincere la Champions. Questa la frase completa: "La Champions è molto difficile da vincere come competizione, ovviamente io spero di poter aiutare. La Juventus è arrivata molto molto vicina negli ultimi anni, non ha vinto perchè le finali sono sempre un'incognita".

La parola "Champions" ricorre addirittura 9 volte, più di "Campionato" (6) e "Coppa" (1), quasi a voler creare e ribadire una gerarchia di successi. E' questa la missione di Cristiano Ronaldo alla Juventus, portare a casa la Coppa dei Campioni, continuare a "vincere", parola che ricorre 12 volte nella conferenza, 1 ogni 165 parole. L'ossessione, il mantra, il punto fisso. E' questa la sua "sfida" (14), l'ennesima tappa importante della sua "carriera" (8): "Mi sento meravigliosamente perchè è un'altra sfida, è una sfida nuova, sarà una sfida dura, lo so, molto difficile, perchè anche giocare in Italia non è tanto facile".

L'altra nota che emerge è la centralità del calciatore, la sua precisa volontà e intransigenza. Il verbo "voglio" ricorre 7 volte, quasi sempre legato all'avverbio "sempre" (11): "Ovviamente io voglio sempre vincere", "voglio sempre essere un esempio, dentro e fuori dal campo, negli allenamenti, aiutare i giovani". La grandezza di Ronaldo, d'altronde, è sempre stata questa. Fissare l'obiettivo e superarlo, trovare sempre nuovi avversari, anche al costo di essere lui stesso il nemico da battere. Oggi l'ha detto a parole, ma presto sarà il campo a parlare. Di nuovo.

 

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La sigaretta che gli pende stanca, annoiata, dalla bocca è l’immagine stessa di Fernando Santos. “Fumare mi aiuta a pensare” dice. Calmo, composto, pacato. Non si fa prendere dall’agitazione, neppure adesso che è Campione d’Europa e può contare sul calciatore più forte, forse anche il più bravo, del mondo. “Il Portogallo, così come tutte le altre squadre del mondo, dipendono dai loro giocatori migliori. Chiedete al ct dell'Uruguay, anche lui dirà che dipendono da Cavani e Suarez. Noi dovremo giocare da squadra, se Cristiano Ronaldo sarà lasciato da solo il Portogallo perderà la partita. Anche quando ha segnato 3 gol l'ha fatto grazie al lavoro della squadra”.

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Fernando Santos, classe 59, inizia la sua carriera da giocatore nel 1971, nel Maritimo, per finirla appena tre anni dopo all’età di ventuno anni. Pensava infatti che il calcio non era la sua strada, si iscrisse all’Istituto Superiore di Ingegneria di Lisbona, dove conseguì un “barachelato”, titolo di studio simile alla laurea, in ingegneria elettrica e delle telecomunicazioni. Ma il pallone lo richiama a sé. Comincia ad allenare proprio nella squadra con la quale appese gli scarpini al chiodo, il Desportivo Estoril Praia,. Sono subito grandi successi e dopo la promozione in serie A si trasferisce nel 1998 al Porto. È la sua grande opportunità e Fernando Santos non la stecca. In 3 anni all’Estadio do Dragao vince campionato, due supercoppe, due coppe nazionali e guida la squadra fino ai quarti di finale di Champions League. Dal 2001 inizia il suo vagare tra Portogallo e Grecia: AEK Atene, Panathinaikos, Sporting Lisbona. “Ogni volta che ero in Portogallo qualcosa mi tirava indietro, verso la Grecia”. E allora di nuovo AEK Atene, Benfica, PAOK e nel 2010 la nazionale greca. Una panchina che scotta, un’eredità pesante.

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Perché lì sopra, fino a quel momento, c’era un certo Otto Rehhagel, il tedesco che aveva portato gli elleni sul tetto d’Europa nel 2004. Ai Mondiali del 2014, dopo aver buttato fuori la Costa d’Avorio di Drogba e Gervinho, dovette fermarsi contro la Costa Rica, ai calci di rigore. Agli Europei di Polonia, nel 2010, riuscì a centrare i quarti.

Innamorato dell’arte classica e della storia greca, “un popolo che sa combattere e rialzarsi”, tra Platone e Aristotele ha scelto Mourinho come modello, “il numero uno al mondo”. Sarà stato a passeggiare sull’acropoli di Atene, a fumare all’ombra del Partenone, sconvolto dall’atarassia che gli scorre nelle vene, quando arriva la chiamata dal suo Portogallo. La seleçao portuguesa aveva perso la prima partita per le qualificazioni ad Euro2016, con l’Albania.

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Il canto delle sirene era un fado di Amalia Rodrigues, il canto del popolo portoghese, fatto di saudade e lontananza. Lo richiamava a casa, per vincere. D’altronde fado prende il nome proprio da fatum, destino. Oggi, mentre fuma la sua ennesima cicca, la canzone che gli passa per la testa è semplice: “massimo rispetto per l’Uruguay, ma passiamo noi”.

Il Dio Thor dell'Islanda

Le prime due strofe del Lofsongur, l'inno nazionale islandese, dicono così: "O Dio della nostra terra! O terra del nostro Dio!". è un canto di preghiera che risale addirittura al 1874 a.C., divenuto poi coro di protesta contro i dominatori danesi.

Il secondo nome di Hannes Halldorsson, il portiere dell'Islanda che ieri ha fermato Lionel Messi, è Thor. Figlio di Odino, re degli dei, e di Jord, dea della terra, protettore dell'umanità e del popolo dei vichinghi. Dio dell’Islanda.

Il numero uno islandese vola più basso. Più che del mondo è protettore della sua porta e davanti a lui si è dovuta fermare anche l'Argentina, vicecampione del Mondo in carica.

Oggi gioca al Randers, nella Superliga danese, e la sua storia sa un po' di racconto epico, con tanto di discesa negli inferi e ritorno. Il primo inferno lo vive all'età di 15 anni, quando inizia a giocare a calcio, nel quartiere Breidholt di Reykjavik, ed è uno dei più forti del paese. Ad un allenamento si frattura la spalla e gli dicono che non potrà mai più giocare in porta.

Hannes ci crede e smette. Inizia a fare il videomaker prima dell'era di youtube: gira un cortometraggio dove c'è lui, con una maschera da supereroe. La Saga Film, casa di produzioni islandese, lo nota e gli offre un contratto. Gira video pubblicitari e musicali, tra cui quello di Never Forget, canzone islandese che partecipa all'Eurovision Song Contest del 2012. Nel frattempo la vita in cabina di regia lo cambia. Tutto il giorno seduto su una sedia, altro che martello di Thor, ingrassa fino a pesare 105kg. Un amico inizia a prenderlo in giro, a spronarlo a rimettersi in forma. La risalita verso il mondo del calcio è fatto di Serie C islandese e squadre sconosciute. "Un giorno organizzano una seduta di allenamento tra tutti i migliori portieri islandesi. Non è andata come speravo, non ho dimostrato il mio valore e fui scartato dalle selezioni".

Il padre gli dice che voler diventare portiere di calcio è qualcosa di ridicolo. Come succede per i grandi artisti, indirizzati dai genitori agli studi di giurisprudenza, abbandonati per la letteratura, la pittura o la musica, così Hannes non dà retta ai consigli paterni.

Inizia a girare l’Islanda, con una videocamera e i guantoni, fino alla chiamata del NEC Nijmegen, in Olanda, e poi il salto in Norvegia. Il gol di Aguero sabato scorso è il primo gol, in gare ufficiali, che subisce da settembre 2017, anno in cui, tra qualificazioni e amichevoli, è stato battuto solo 2 volte.

La faccia non è quella da vichingo, i capelli sono corti e le orecchie un po' a sventola. E a dirla tutta non sembra neanche un Dio. Ma provate a dirglielo quando si allunga sul tiro della Pulce e blocca tutto quello che gravita intorno ai suoi pali.

Magari i fili non si vedranno, ma stasera, quando Spagna e Portogallo scenderanno in campo per la loro prima gara dei Mondiali, il grande burattinaio Jorge Mendes avrà già fatto le sue mosse.

Ci sono le sue mani infatti sul terremoto che ha sconvolto la vigilia spagnola di Russia 2018. L'addio di Lopetegui, l'arrivo di Hierro, gli equilibri tra blancos e blaugrana nello spogliatoio della Roja. C'è sempre il suo zampino, fatto di movimenti studiati e meditati a lungo, burattini e pedine.

Tutto ha inizio con i mal di pancia di Cristiano Ronaldo, esplosi durante i festeggiamenti dell'ennesima Champions League vinta: "È stato molto bello essere al Madrid, e nei prossimi giorni darò una risposta ai tifosi, che sono sempre stati al mio fianco". Dietro c'era la corte del Paris Saint-Germain, pronto a mettere sul piatto 45 milioni a stagione per il portoghese. Jorge Mendes ha iniziato a strofinarsi le mani. Le alternative erano semplici: un addio clamoroso, e ricchissimo, direzione Francia oppure un rinnovo faraonico con il Real. In entrambi i casi avrebbe incassato.

La manovra è iniziata più di un anno fa, secondo El Pais, con Jorge Mendes che ripeteva a Lopetegui "Prima o poi ti porto a Madrid". L'allenatore spagnolo sapeva di non avere possibilità, gli sembravano solo prese in giro, bravuconadas. Ma il procuratore sportivo più potente del mondo non scherzava: "Non ti sembrava impossibile che un allenatore non aveva mai allenato in Primera Division firmasse per il Porto, allenando in Champions?". Lopetegui infatti aveva allenato, fino al 2014, solo le categorie minori della nazionale Spagnola, dall'U-19 all'U-21, e Real Castilla, la squadra B madridista.

Portare un suo uomo ai Galacticos, proprio nel momento in cui il cavallo maggiore della sua scuderia iniziava a lamentarsi, era un passaggio fondamentale, un modo per ribadire la sua leadership e sedersi al tavolo del rinnovo in maniera ancora più forte. Così quando Florentino Perez, dopo aver pensato a Massimiliano Allegri e Pochettino per sostituire Zidane, gli chiede un suggerimento, Mendes non ha dubbi. Anche il suo braccio destro Jose Angel Sanchez e il capitano Sergio Ramos spingono in quella direzione.

Mendes lo sapeva sin dall'inizio, quando nel 2016 fece firmare al suo assistito il contratto con la federazione iberica, poi rinnovato a maggio 2018 fino al 2020. Tre milioni di ingaggio e una clausola rescissoria incredibilmente bassa, appena due milioni, quando normalmente non è mai inferiore allo stipendio fisso.

Così a Krasnodar arriva lo strappo, Lopetegui comunica la sua decisione convinto di portare a termine il Mondiale, Rubiales si infuria e lo esonera. Il percorso è compiuto.

E stasera i pezzi forti della scuderia di Mendes si daranno battaglia: Cristiano Ronaldo contro De Gea, Rodrigo, Saul, Diego Costa. Quel Diego Costa sempre convocato e schierato da Lopetegui nonostante le lamentele di gran parte dello spogliatoio. Chissa se Hierro avrà il coraggio di levarlo.

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