0

Icilio Zuliani, il calciatore partigiano della ...

Quando la mattina dell'11 aprile 1945 i militari ...
0

Cosa vedi in questa foto?

Il Decreto dice che non si può uscire di casa se ...
0

Il San Valentino di Marco Pantani

Marco Pantani ha cominciato a morire quella ...
0

Vado in Curva Sud, mà

A Daniele De Rossi quando guarda la Roma, la ...
0

Baciami ancora

Un bellissimo spreco di tempo, un'impresa ...
Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica. Prof di giorno, giornalista freelance di notte. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere, una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, e un Master in Editoria, Giornalismo e Management Culturale a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e poesia. Ha fatto anche cose buone.
 
 
Vuoi collaborare con ilCatenaccio? https://www.ilcatenaccio.it/contattaci oppure manda un messaggio alla nostra pagina Facebook
 
 

Quando la mattina dell'11 aprile 1945 i militari americani della 89esima Divisione Fanteria entrano a Buchenwald, trovano il campo di concentramento già liberato. I tedeschi erano fuggiti, i prigionieri erano riusciti a guidare una Resistenza eroica e impensabile. Quando i soldati del generale George Smith Patton aprono le porte e i cancelli dei capannoni, però, trovano anche tanti fantasmi. Tra questi, quelli di Icilio Zuliani, che appena sette anni prima giocava a calcio, e segnava, con la maglia della Fiumana.

La squadra della città dove era nato, il 29 ottobre del 1909. Primo di tre figli, figlio di Attilio ed Emma Contus, la mamma che Zuliani perderà prestissimo. "Ici", così lo chiamano, è uno sportivo a tutto tondo: corre come un matto sulle piste di atletica leggera, gioca a tennis, si diverte a fare canottaggio. Gioca a calcio, ovviamente, prima nella squadra dell'oratorio poi nelle giovanili delle Fiumana. Un anno in prestito al Gloria, per farsi le ossa, per tornare nel 1928. Intanto Zuliani studia, finisce le medie e inizia le superiori, in un tempo in cui non era così scontato. Qui conosce la bella Elena Lakos, ragazza di origini ungheresi che gli ruba il cuore. E che sposerà nel 1936.

Fiumana

Sono gli anni più belli, quelli prima del tracollo. Con la Fiumana Icilio Zuliani gioca un solo campionato di A, anzi di Divisione Nazionale, prima di retrocedere in B prima e in Serie C poi. Ma quella maglia rossoblugialla, tra gli anni 20 e 30, Ici la condivide con grandi calciatori. C'è Marcello Mihalich, mezzala sinistra che passerà presto al Napoli, all'Ambrosiana e persino alla Juventus. C'è Giovanni Varglien, che con la maglia bianconera registrerà quasi 400 presenze. C'è soprattutto Rodolfo Volk, che giocherà con Icilio Zuliani a Fiume in due parentesi, fine anni 20 e metà anni 30. In mezzo c'è l'esperienza di Roma, con la quale gioca 157 partite e segna 103 reti, tra cui quella che decide il primo derby della storia. I due giocheranno insieme anche nella stagione 36-37, l'ultima di Zuliani, che intanto trova lavoro da impiegato, come aiuto contabile nell'ASPM, l'azienda comunale che gestisce i servizi di acqua e gas. Sono tornei propaganda, organizzati dal Governo Fascista. E a Icilio non piacciono.

LEGGI ANCHE: ALDO MALFETTA, IL CALCIATORE CHE SCOPRI' LE FOSSE ARDEATINE

Ha idee antifasciste, viene da una famiglia socialista, non ha paura di controbbattere, di rispondere, di dire quello che pensa. Per questo, nel 1942, viene spedio al confino in Puglia, a Manfredonia. Quando le notizie dell'8 settembre però iniziano a circolare decide di tornare a Fiume, la sua Fiume, per opporsi alla dittatura. Lo fa schierandosi con i partigiani, collaborando in vario modo, tra informazioni, viveri e munizioni. Nella Resistenza trova diversi suoi compagni di squadra, proprio alla Fiumana: c'è il portiere Mandich, c'è Alceo Lipiszer, ci sono i fratelli Claudio e Ottorino Paulinich, e anche Bruno Quaresima e Nevio Scalamera. "Nell’estate del ’43 ormai in procinto di esordire in prima squadra, Mandich era stato arruolato nella Regia Marina e si era trasferito a Venezia. Qui fu sorpreso dalla Gestapo in giro per la città il giorno stesso dell’armistizio e venne immediatamente arrestato", scrive Edoardo Molinelli nel libro Cuori Partigiani.

Icilio Zuiani
Icilio Zuliani

Tutti e sette vengono arrestati e deportati. Anche Icilio Zuliani, che viene catturato dai tedeschi e portato nel carcere triestino del Coroneo. Il 27 aprile 1944 è deportato a Dachau, sulla sua pelle viene tatuato il numero 67399, sul suo braccio viene imposto il triangolo rosso: quello dei deportati politici. Il suo fisico da sportivo sembra reggere, per questo il 12 dicembre dello stesso anno viene mandato a Buchenwald, il campo di concentramento tedesco dove si praticava la morte attraverso il lavoro forzato. Oltre 14 ore di pala e piccone al giorno, troppe anche per delle braccia e delle gambe allenate come le sue.

Così, quell'aprile del 1945, quando le truppe americane liberano Buchenwald Icilio Zuliani è l'ombra di sé stesso, "una larva". Non è in grado di mangiare, la dissenteria lo sta divorando dall'interno. E così morirà, il 9 maggio 1945. Sarà l'unico della "squadra partigiana" della Fiumana a non tornare a casa.

Cosa vedi in questa foto?

Il Decreto dice che non si può uscire di casa se non per motivi di estrema necessità. Lavoro, salute, spesa. Ha ragione. Ma vaglielo a spiegare che alcuni bisogni primari hanno un nome e un cognome. E che altri nemmeno ce l'hanno.

Lo scatto pubblicato oggi dal Corriere della Sera, che raffigura un bambino che gioca a calcio, per strada, è una medicina e un sollievo. Quello che più ci manca, tra le cose di cui potremmo fare più facilmente a meno ("Il calcio è la cosa più importante tra le cose meno importanti" diceva Sacchi), quanto di più romantico possiamo ricollegare alla nostra passione: una strada, una sfera di cuoio, un bambino. Ma come si può spiegare?  

"Oh quanto è corto il dire e come fioco al mio concetto". Il bisogno necessario, la violazione indispensabile, hanno la forma di un pallone e i colori giallorossi. Un lampo di luce tra le tenebre di una città deserta, in quella selva oscura che dir "qual era è cosa dura". Non so a che ora è stata scattata la foto, ma mi immagino che siano le 3. Il bambino è tornato da scuola, o forse ha solo spento il computer. Ha mangiato davanti alla tv, Dragonball è finito e i compiti si possono anche fare più tardi. Ci sono delle priorità.

Sule soglie della città "non odo parole che dici umane". Sono le 3 e in giro non c'è nessuno. Forse è estate, ma il sole che spacca le pietre non può fermare la sua voglia di pallone. Oppure è semplicemente quarantena. Nessun umano in giro, nessuno che possa comprendere con la sua mente mortale quello che accade per strada. C'è il dio della felicità che indossa la maglia di Zaniolo, ma nessuno lo vede. "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato" quello che c'è in questa foto. Non esiste.

Criminale. Ha violato la quarantena.

Scriteriato. Gioca sulle rotaie.

Irresponsabile. Dovrebbe stare a casa a studiare.

Addirittura antistorico e antigeografico. Ha la maglietta della Roma ma è a Milano.

Oltre l'attimo, poi, c'è il gesto. Bastava un palleggio, una challenge da postare, una cannonata alla saracinesca chiusa. Bastava un battimuro, qualche colpo di testa. E invece no. Il tacco, il gesto artistico, il barocco e il rococò, il bello a tutti i costi. Anche se di bello, intorno a te, non c'è nulla. Forse uno stop, forse un assist. Magari domani un goal.

Noi rinchiusi dentro casa, davanti a uno schermo e lui, pioniere e astronauta, Ulisse e Cristoforo Colombo, in strada, una maglia della Roma addosso e un pallone tra i piedi. "Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo" (più). Ma quello che vogliamo, invece sì. E se non esistono parole passaci la palla. Te lo spieghiamo in un altro modo.

Il San Valentino di Marco Pantani

Marco Pantani ha cominciato a morire quella mattina del ' 99, a Madonna di Campiglio. Non ha accettato la positività, non ha accettato niente di quello che gli capitava. Tanti altri corridori, invischiati nelle faccende dell' ematocrito, del doping, si sono fermati e sono ripartiti. Lui no. Lui, il re delle salite, si è specializzato nelle discese. Agli inferi, ai paradisi artificiali, a tutto quello che lo nascondeva all' opinione pubblica, ai giornalisti, ai giudici. Si è sempre più isolato, la sua fuga ha avuto distacchi crescenti.

E ogni tanto, su questo o quel giornale, su questa o quella televisione, gli appelli: Marco, torna. Appelli giusti, perché il ciclismo senza Pantani era ed è, così appare in questo momento tristissimo, una minestra assolutamente senza sapore. Un palcoscenico senza un primattore, con volenterosi caratteristi che però non riescono a dare una scossa al cuore del pubblico. Pantani ci riusciva benissimo, era la sua grande specialità. Pantani sulle salite era l' equivalente dell' acrobata senza rete. Un rituale, con cadenze quasi mistiche. La spoliazione, per esempio: via il berrettino, via la bandana, a un certo punto via anche gli orecchini. Era come un samurai. Ed erano gli altri a saltare per aria. Erano gli altri a non reggere il suo passo, che all' inizio sembrava quello sghembo, di un arrotino, lo zigzagare incerto di un aratro, ma più la salita assumeva pendenza più diventava una condanna, una specie di campana a morto per chi doveva inseguire e non ce la faceva assolutamente a tenere quel ritmo. Un giorno, al Tour, gli avevo chiesto: «Perché vai così forte in salita?». E lui ci aveva pensato un attimo e aveva risposto, questo non riesco a dimenticarlo: «Per abbreviare la mia agonia».

Ecco, pensando a questa frase ho fatto i calcoli: la sua agonia è durata qualcosa meno di cinque anni. Però è stata un' agonia. Pantani è stato troppo grande in bicicletta per accettare di essere piccolo, peggio di essere rimpicciolito per legge, di essere uno come tanti. Non era questa la vocazione, non era questo il suo destino. La sua vocazione era quella di svegliare le montagne, di essere paragonato a un fossile, Pantadattilo l' avevo battezzato un giorno, perché mi dava l' impressione di un animale preistorico, una specie di Godzilla su due ruote, qualcosa che rompe l' asfalto delle strade nuove, le regole del nuovo ciclismo (che l' hanno portato dove l' hanno portato, per inciso) e riporta ai tempi eroici, a quelli di Binda, o più ancora, più lontano, di Giovanni Gerbi detto il Diavolo Rosso, che somigliava nel fisico, nella pelata a Pantani. E questa pedalata di Pantani era un linguaggio universale, non a caso i francesi, con la loro puzza sotto il naso in fatto di ciclismo e non solo, l' avevano adottato. Saltavano sui tornanti del Galibier o del Plateau de Beille esattamente come i romagnoli, i bergamaschi, i liguri. Pantani era uno spettacolo, e chi l' ha visto, in quegli anni, soprattutto nel magico '98, l' accoppiata Giro-Tour, non se lo può dimenticare. Era un corridore diverso dagli altri, come uno che vuole essere diverso. Anche questo soprannome di Pirata, che s' era scelto, quel cranio rasato a zero anche quando il sole dei Pirenei avrebbe raccomandato prudenza. Lo scalatore di Cesenatico, si usava dire. Ma i nonni venivano da Sarsina, un paese dell' Appennino romagnolo dove ancora ci sono le processioni per salvare gli indemoniati, e al loro collo si mette il collare di San Vicinio. Il paese di Plauto, anche, ma Pantani non aveva maschere.

Aveva solo la sua faccia, normale, gli occhi profondi, un po' liquidi, le orecchie larghe, a sventola. Da ragazzino, raccontava, andava sempre a scuola col coltello in tasca, «per difendere i più deboli». Non ho mai indagato oltre. Ha avuto tanti incidenti, in carriera: si è spaccato le gambe, si è rotto dappertutto, si è sempre rimesso in piedi. A Madonna di Campiglio è stato come tagliato in due, non si è più rimesso in piedi. Ha accusato il mondo di accanimento nei suoi confronti, e forse un po' aveva ragione. Ma lui era qualcuno di molto grosso, nell' acquario del ciclismo, e il pesce grosso fa più notizia. Questa, stanotte, è l' ultima volta che fa notizia, ed è una brutta notizia per quelli che nonostante tutto hanno continuato a volergli bene, quelli che, come me, si erano abbonati a una formula di comodo (lo considero disperso in Russia) per non ammettere fino in fondo l' inquietudine, il dispiacere. Da anni si sapeva delle cosidette cattive compagnie, delle droghe non solo ciclistiche, dei privé delle discoteche, i carissimi amici che forse non erano tanto amici, ma chi si può assumere il diritto di andare a consigliare un disperato? Perché, sostanzialmente, questo era Pantani. In cima al mondo con la sua bici, e nessuno senza la sua bici, e poche le possibilità di tornare a essere qualcuno con quella bici. I tentativi li aveva fatti, anche all' ultimo Giro d' Italia, per quanta buona volontà ci avesse messo, aveva finito al quattordicesimo posto. Non era da lui. Adesso, in un paragone probabilmente esagerato, dovuto all' ora tarda o al dolore, si può dire che Pantani senza bicicletta era come l' albatro di Baudelaire.

Adesso, che non si sa di preciso come è morto, si può dire che raggiunge i ciclisti morti di malamorte, di morte strana: Pellissier steso a revolverate dall' amante, Poitier impiccato nel garage per una delusione d' amore, Robic ridotto a fare l' uomo-cannone al circo, e poi schiantatosi in auto in una curva, Ocana che si è tirato una fucilata in bocca nelle sue vigne di Villeneuve de Marsan. Adesso si può dire, ma è tardi (è tardi per moltissime cose, è troppo tardi) che a Marco Pantani è venuto a mancare Pezzi, la sua stella polare e anche morale, l' unico che era riuscito a spronarlo, a fargli fare la vita del corridore, ad avere un' influenza su di lui anche da morto, tanto è vero che il Tour del '98 Pantani lo aveva dedicato alla memoria di Pezzi. E tutti continuavano ogni tanto a dire Marco torna, ma non poteva tornare. Ormai si era isolato in un mondo suo, con delle regole sue. Giravano leggende metropolitane, anzi romagnole: è sempre in palestra, sta pensando al body building. Io continuavo a darlo per disperso, sapevo che non sarebbe più tornato, e sapevo, anche se è facile dirlo adesso, che sarebbe finito male.

Non così presto però, in questo modo no, non lo aspettavo. Se ne riparlerà, è inevitabile, si sta parlando di una morte che addolora tutti, che non si sa ancora a cosa attribuire, se a un gesto volontario, a un errore. Resta emblematico il nome dell' ultima scena, che non era una salita: le Rose. Sono fiori romantici. Altri osserveranno che è triste morire da soli la notte di San Valentino. Morire da soli è triste, comunque, in qualunque notte. E Pantani, negli ultimi anni, era un uomo molto solo, anche se attorno poteva avere tanta gente. Era la solitudine di chi non riesce più ad accettarsi così com' è, e nemmeno la vita che questo comporta. Gli sia lieve la terra, al fondo di questa lunga discesa. Diventerà un mito, probabilmente. Come quelli che muoiono troppo presto, come quelli che non si sa perché muoiono. Avrei preferito vederlo invecchiare, e bere un bicchiere di Sangiovese con lui, da qualche parte sulle sue colline.

Gianni Mura, la Repubblica 15 febbraio 2004

Baciami ancora

Un bellissimo spreco di tempo, un'impresa impossibile oppure una vittoria per 4 a 1. Un pensiero che sfugge, una luce che sfiora, una fiamma che incendia l'aurora. Una domanda che sorge spontanea: perchè, quando Zaniolo ha baciato la maglia dopo il gol di Firenze, ho esultato più della rete stessa?

Cosa cerco? Cosa voglio? Cosa ho visto? O meglio, cosa mi sono sforzato o illuso di vedere? Serve una psicoanalisi del tifo.

La Roma per me è percezione sensoriale. È il tatto delle mani di chi la tocca, ruvide come quelle di Certaldo, delicate, da nonno, come quelle di Testaccio. È la vista di chi la guarda, con i miei stessi occhi anche se stanno a Buenos Aires. La Roma è brivido che corre sulla schiena, è arteria pulsante. Quando giochi sento che, crescono i brividi dentro di me. È amore. E quindi corpo, contatto, materialità. E gesti. Come il bacio.

zaniolo copertina

Zaniolo bacia la maglia della Roma, nel 4 a 1 contro la Fiorentina

"Dico la verità, recentemente ho baciato la maglia della Roma e voglio farlo ogni volta che segnerò" ha detto Nicolò Zaniolo al Daily Mail. Nessun per sempre, nessuna dichiarazione. Voglio stare con te il più a lungo possibile. Poi che sarà sarà. Che è anche il coro più bello della Curva Sud.

I greci avevano quattro parole per indicare il tempo. La prima era chronos, che si riferiva al tempo sequenziale, cronologico appunto. La seconda era Aion e rimandava al tempo eterno, degli Dei. La terza era eniautos e significava semplicemente 'anno'. La quarta era invece kairos e indicava, propriamente, "un tempo nel mezzo", un tempo supremo e indeterminato nel quale succede qualcosa. "Il battito di ciglia - scrive Simon Critchley in "Cosa pensiamo quando pensiamo al calcio" - l'Augenblick, è la traduzione luterana del concetto di kairos in San Paolo, il momento o l'istante in cui si decide di abbandonarsi all'atto di fede".

La Roma, per me, è questo. È un atto di fede. E Nicolò Zaniolo che bacia la sua maglia è il momento supremo in cui tutto accade. Perché ci sarebbero milioni di ragioni per non crederci, perché lo sanno tutti che andrà via, lo sanno tutti che sarà l'ennesima plusvalenza, lo sanno tutti che non ci sarà mai nessun altro come Totti. Però ci sono anche milioni di ragioni per crederci. L'atto di fede è un qualcosa di irrazionale, di insensato, è la decisione folle, l'incantesimo, l'estasi sobria.

Poi ci sono i numeri, la parte logica, a darti qualche suggerimento che in fondo hai ragione: 6 gol in 22 presenze, quest'anno. L'età, le reti, la nazionale. Ci sono addirittura le foto, che Daniele Manusia ha analizzato per L'Ultimo Uomo.

zaniolo totti
Totti e Zaniolo. Fonte: UltimoUomo

Ma allora è tutto vero? È lui il prescelto? L'erede? È lui quello giusto?

Quando Nicolò Zaniolo corre sotto il settore giallorosso all'Artemio Franchi di Firenze, prende la maglia tra le dita e se la porta alla bocca io non mi sono fatto nessuna di queste domande. Mi sono lasciato semplicemente trasportare. Ho esultato come se avesse segnato ancora una volta. Mi sono lasciato baciare. E non aveva nessuna importanza la prossima partita, la prossima stagione o il prossimo mercato. Contava il momento. Perché dopo Francesco e Daniele pensavamo fosse impossibile ma invece ci si può emozionare ancora. Perché come cantava la Curva, "passano gli anni, cambiano i giocatori e anche i presidenti ma noi saremo qua".


"Camminerò insieme a te" il nuovo coro degli ultras della Roma

E allora Nicolò dopo quelli di Roma e di Firenze dammi ancora mille baci, poi cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento. Nox est perpetua una dormienda, dobbiamo dormire un'unica notte eterna.

Sogna ragazzo sogna e segna ragazzo segna. Continua a prendere gialli, arpionare palloni, disegnare parabole. Ma soprattutto continua a baciarmi, senza stare a sentire quelli che dicono che non si fa, che è buona educazione, che non serve. Senza stare a sentire Capelli o ex avvelenati. Tu baciami, baciami ancora.

Più di una partita

Le Esteladas, le bandiere indipendentiste della Catalogna, sventolano alle porte del Camp Nou. “Mes que un club”, più che un club, c’è scritto sulle tribune dello stadio di Barcellona. Mes que un match, verrebbe da dire guardando a El Clasico di questa sera.

La sfida tra la squadra di Lionel Messi e i rivali del Real Madrid, infatti, è qualcosa di più di una semplice partita. Doveva disputarsi lo scorso 26 ottobre ma la rabbia per le sentenze del Proces erano troppo fresche. La Catalogna ferveva di rabbia dopo le condanne dei leader indipendentisti per i fatti dell’ottobre 2017, quando fu promulgata la dichiarazione unilaterale d’indipendenza dalla Spagna. Si rigioca oggi, ma non potrà comunque essere una serata come le altre.

mesLe gradinate del Camp Nou di Barcellona

Barcellona e Real Madrid si giocano una bella fetta di stagione, hanno gli stessi punti in campionato (35) e la stessa posizione in classifica (ovviamente la prima). Hanno alloggiato nello stesso hotel e sono partite in contemporanea per il Camp Nou, scortate da un numero incredibile di forze dell’ordine. 4.000 agenti di sicurezza, per essere precisi, che dovranno controllare non solo i quasi 100.000 tifosi che riempiranno lo stadio, ma soprattutto gli oltre 10.000 catalani che si ritroveranno fuori dall’impianto per protestare e per far sentire la loro voce.

I manifestanti sono stati chiamati a raccolta dal gruppo Tsunami Democràtic: “Con prigionieri, esiliati, senza autodeterminazione né pieni diritti fondamentali, non ci può essere normalità. Il 18 ‘el clásico’ lo giocheremo tutti”. La comunicazione è partita dal profilo Telegram del gruppo, che vanta 410.000 follower. Protagonista del passaparola un’App Android creata su misura, distribuita al di fuori del mercato ufficiale delle applicazioni e illegale, per la legislazione europea, per quanto riguarda la protezione dei dati in materia di geolocalizzazione. Attraverso questa applicazione si può confermare la propria participazione alla protesta, solo dopo aver accettato alcune condizioni. Tra queste, la principale, è la vocazione non violenta delle manifestazioni e l’obbligo di mantenere un comportamento pacifico.

Risultati immagini per indipendenza catalogna

Le protete per l'indipendenza della Catalogna

Non è d’accordo la gran parte della stampa spagnola, come il canale La Sexta, che nella sua sezione sportiva ha mandato in onda immagini di cassonetti in fiamme, barricate e scontri proprio pochi giorni prima di Barcellona Real Madrid. Lo stesso programma che aveva rivelato come i Mossos d’Esquadra fossero contrari allo svolgimento della partita perché non in grado di garantirne la partita.

Tutte falsità, fanno sapere fonti vicine agli organizzatori della protesta, che come motto ha scelto di nuovo l’hashtag: “SpainSitAndTalk”, Spagna, siediti e parliamo: “Viviamo in una situazione di anormalità politica e Tsunami Democràtic punta tutto sul rendere questa situazione ancor più evidente durante el clásico. Il mondo sportivo e due club di questa grandezza non possono ignorare le problematiche sociali che affliggono la società a cui appartengono. La richiesta è semplice: il coinvolgimento del mondo dello sport nella risoluzione del conflitto”.

messi

Messi contro Sergio Ramos, in un altro storico Barcellona Real Madrid

Ma il mondo del calcio prova a tirarsi fuori. “Non ho particolari timori, lagente ha il diritto di esprimersi liberamente a patto che ci sia sempre rispetto per gli altri. Noi questo chiediamo, il calcio unisce, non divide” ha detto il tecnico del Barcellona, Valverde. “Si tratta di una semplice partita di pallone, lasciamo fuori la politica”, ha fatto eco Zidane.

Ma lo sanno benissimo che Barcellona Real Madrid non è una partita qualsiasi. Lo sanno benissimo che questo è mes que un match.

La mattina del 19 marzo del 1979 a Gießen, cittadina della Germania Ovest, nella regione di Assia, la temperatura sfiora gli zero gradi. I calciatori della Dinamo Berlino, fuori dall’hotel che li ospita, si sfregano le mani, nuvole bianche di vapore escono dalle loro bocche. Ridono, sono contenti di essere stati invitati dall’altra parte del Muro, quella ricca, quella moderna, per una partita di calcio. Solo uno di loro mantiene la sua serietà. È Lutz Eigendorf, il centrocampista. Lui sa che quella è la partita più importante della sua carriera, anche se si tratta di una semplice amichevole contro il Kaiserslautern, senza punti in palio, né trofei.

Lutz Copertina
Lutz Eigendorf in azione

Nato a Brandeburgo, classe 1956, è uno di quei calciatori che la palla la sa trattare bene. Lo scoprono subito, ad appena 15 anni, quando era già un fenomeno e gli scout della Dinamo Berlino, la principale squadra della Germania Est, mettono le mani su di lui. Non si tratta di un club qualsiasi: il presidente è Erich Mielke, il Ministro della Sicurezza e Capo della Stasi.

Erano gli anni della Guerra Fredda, il Muro di Berlino che divideva in due la Germania, divideva in due anche il calcio.

DDR
Lutz Eigendorf con la maglia della DDR, la nazionale della Germania Est

Lutz Eigendorf è il fiore all’occhiello della rosa. A 18 anni è già stabilmente in prima squadra, diventa una colonna portante, con quella maglia giocherà 100 partite nella DDR-Oberliga fino ad arrivare al campionato 78-79, quello della vittoria. L’ultimo di Eigendorf con la Dinamo Berlino.

Perché se in campo il centrocampista è una bandiera, un simbolo, fuori è diverso. Non condivide la politica della Federazione, vede la Germania Est al collasso, vive nel timore della Stasi, di fatto il suo datore di lavoro. Manca solo una manciata di partite, in quel 1979, prima della festa per lo scudetto. Lutz Eigendorf non ne prenderà mai parte perché quando arriva a Gießen, decide di mettere la libertà davanti alla gloria.

lutz4

Lutz Eigendorf

lutz4

La squadra della Dinamo Berlino oltrepassa il muro, ovviamente controllata e sotto scorta. I giocatori sono stati istruiti a dovere: potranno girare per la città, divertirsi e fare compere, ma nessuno di loro potrà isolarsi, nessuno di loro potrà lasciare il gruppo.

Quella mattina del 19 marzo 1979, Lutz Eigendorf sale per ultimo sul pullman della squadra. Sono le 6.30 di una giornata gelata, la partita è in programma nel pomeriggio. Quando arrivano allo stadio, scende ancora una volta per ultimo. Approfitta della confusione, della gente che affolla il piazzale. Si perde nella folla, senza correre, senza dare nell’occhio. Sale sul primo taxi che trova e gli chiede di andare il più lontano possibile.

Per la Dinamo Berlino, ma soprattutto per la Stasi, è uno scandalo. Gli agenti segreti partono alla ricerca, mettono sotto torchio la moglie Gabrielle e la figlia Sandy, rimaste a Berlino Est. Il centrocampista, intanto, si mette d’accordo in segreto proprio con la squadra del Kaiserlautern: firma un contratto, diventa calciatore della Germania Ovest, anche se viene squalificato per un anno.

Lutz 3
Eigendorf con la maglia del Kaiserlautern

Due stagioni, condite di 7 gol, prima della cessione all’Eintracht Braunschweig. Lutz Eigendorf è convinto che la questione della sua fuga sia ormai roba passata. La moglie si è risposata, è stata costretta a farlo, con un agente della Stasi. Lo stesso calciatore si è ricreato una vita. Il 21 febbraio 1983 l’ex bandiera della Dinamo Berlino rilascia addirittura un’intervista, proprio davanti al Muro di Berlino. Parla, finalmente felice, della sua esperienza, di come sia differente la vita nella Germania Ovest, invita altri atleti dell’Est a fare la stessa cosa. Quelle parole sono la sua condanna a morte.

È di nuovo marzo, stavolta del 1983, quando Lutz Eigendorf è a bordo della sua Alfa Romeo Alfetta GTV. Sulla strada Braunschweig-Querum c’è una curva molto pericolosa, specialmente quando l’asfalto è ghiacciato. Il calciatore perde il controllo dell’auto e si schianta contro un albero. Nel suo sangue vengono trovate grandi quantità di alcol: è una semplice morte per guida in stato di ubriachezza.

lutz macchinaL'Alfa Romeo a bordo di cui Lutz Eigendorf perse la vita

È solo dopo la caduta del Muro di Berlino che vengono resi noti alcuni documenti riservati, che il giornalista Heribert Schwan mostrerà nella sua inchiesta “Tod der Verrater”, Morte al traditore. Sono le prove che gli agenti di sicurezza, su precisa volontà di Erich Mielke, hanno agito su Eigendorf. Prima bloccando l’auto del calciatore, poi obbligandolo a ingerire sostanze chimiche e allucinogene, per annebbiarne la vista e spingerlo verso l’incidente.

Eigendorf muore così. A ventisette anni, nel pieno della sua carriera. Sei anni dopo, quel Muro che voleva oltrepassare, sarebbe finalmente caduto. Oggi, il muro della falsità, dell’ingiustizia e del mistero che separa la sua vicenda dalla verità, è ancora troppo alto.

Not in my name

È il terzo giorno di offensiva turca contro i curdi e l’operazione “prosegue con successo secondo i piani”, stando agli annunci del ministro della difesa di Ankara. 5 mila i soldati delle forze speciali d’assalto, 3 milioni i profughi previsti, già 400 le vittime. Terroristi secondo il governo di Erdogan, miliziani indipendentisti per il PKK, il partito dei Lavoratori del Kurdistan.

L’operazione in Siria si chiama “Primavera di pace” e viene descritta come una “missione volta a prevenire corridoi del terrore lungo il confine meridionale della Turchia”. “Pace in casa, pace nel mondo” è la scritta che campeggia sopra la foto scelta da Merih Demiral, difensore turco della Juventus, e pubblicata sui suoi profili social. Più esplicita e diretta dello scatto del romanista Cengiz Under, che ha deciso di postare la foto della sua esultanza, con la maglia della Roma, mentre sfoggia il più ufficiale dei saluti militari, sotto tre bandiere anatoliche.

 

Non è la prima volta che accade per l’esterno della squadra di Fonseca. La stessa cosa era successa a febbraio dello scorso anno, dopo una doppietta al Benevento. Erano i giorni di un’altra offensiva militare, quella contro il distretto di Afrin, in Siria settentrionale, capitale dell’autoproclamata regione autonoma di Rojava. Un popolo senza stato, quasi 40 milioni sparpagliate tra Turchia, Iraq, Iran e Siria, la cui storia è ben descritta in questo pezzo. 5 mila sfollati, oltre 100 morti tra i civili, decine di città distrutte. Questo il bilancio dell’operazione che, per continuare l’assurdità dei nomi, venne denominata “Ramoscello d’ulivo”.  

Un’esultanza particolare, per i gol ma non solo. Anche per i successi di quel Recep Tayyip Erdogan tra i principali sostenitori dell’Istanbul Basaksehir, squadra turca dove Under è cresciuto, nonché avversaria della Roma nei gironi di Europa League.

LEGGI ANCHE: COMBATTERE IL RAZZISMO CON UNA POESIA

Calcio e politica si intersecano e si fondono. È impossibile che non avvenga, così come calcio e cultura, calcio e società, calcio e arte. E quindi qual è il problema?

Il problema è che Cengiz Under esulta per quella che secondo lui è pace ma secondo altri è guerra, per quella che secondo lui è libertà e giustizia, per altri è dittatura e oppressione. Il problema è che festeggia per la morte di qualcuno con la maglia della Roma addosso. Una maglia che al contrario vuol dire Amor. Under non esulta in mio nome. E se proprio deve farlo vorrei che non lo facesse con i miei colori addosso.

E dopo il pugno di ferro usato dalla società contro il razzista che ha insultato Juan Jesus, “sarebbe quantomeno ridicolo se rimanesse inerme nei confronti di un suo tesserato che, indossando la maglia di una squadra che è del popolo e non ha nessun colore politico, si permette determinate libertà. Non è la prima volta che il signor Under sfrutta il nostro palcoscenico, la nostra casa, per palesare le sue simpatie nei confronti di Erdogan” ha scritto sulla sua pagina Facebook Simone Meloni, giornalista di Sport People.

Si prenda come modello quanto fatto dal St. Pauli, squadra tedesca che milita in Zwite Liga, la serie b di Germania. Dopo le esternazioni del suo calciatore Cenk Sahin, che su Instagram aveva pubblicato un post a favore dell’offensiva turca in Siria, la società ha diramato un comunicato ufficiale in cui prende “le distanze dal post e dal suo contenuto, essendo incompatibile con i valori del club”.

 

Che la Roma, e la Juventus, si facciano sentire allora. Come ha fatto Claudio Marchisio, che ancora una volta su Twitter è andato controcorrente: “Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini...”, questo scriveva Anna Frank nel suo diario, nel 1942. Oggi, 77 anni dopo, è iniziato il bombardamento della Turchia contro i Curdi in #Siria. Una vergogna per tutta la comunità internazionale. Sentiamoci pure responsabili per ogni vittima". 


Combattere il razzismo con una poesia

I migliaia di abbonati e di tifosi del Cagliari, al momento di occupare i propri posti alla Sardegna Arena per la sfida (vinta) contro il Genoa, hanno trovato una piccola sorpresa sul proprio seggiolini. Un volantino, ideato dalla società, con sopra scritta una poesia di Grazia Deledda.

Prima donna italiana a ricevere il Nobel per la letteratura nel 1926, nata a Nuoro nel 1871, aveva la Sardegna impressa sul corpo, nelle vene, nel cuore. Tanto che la stessa motivazione diramata dalla giuria del Premio recitava: "Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano".

volantino cagliari

Per questo motivo il Cagliari ha deciso di usare le sue parole per combattere il razzismo. Poche settimane fa i buu razzisti avevano sommerso l'attaccante dell'Inter, Romelu Lukaku, che su Instagram aveva replicato: "Il calcio è un gioco amato da tutti e non dovremmo accettare alcuna forma di discriminazione che possa provocare vergogna nel nostro sport. Noi calciatori dobbiamo essere uniti e prendere una posizione, per far sì che il calcio resti un gioco pulito e divertente per tutti". Nel giro di poche settimane i casi si sono triplicati e l'ultima vittima, ma solo in ordine di tempo, è stata Dalbert della Fiorentina, nella sfida contro l'Atalanta sul neutro di Parma.

Al fianco del loro attaccante si erano schierati gli Ultras dell'Inter, che attraverso un comunicato, da più parti definito delirante e privo di senso, avevano pregato il calciatore belga "di vivere questo atteggiamento come una forma di rispetto per il fatto che temono i gol che potresti fargli non perché sono razzisti. Quando dichiari che il razzismo è un problema che va combattuto in Italia, non fai altro che incentivare la repressione di tutti i tifosi".

lukaku dentro

La sagra delle dichiarazioni è passata per la bocca del presidente Fifa Gianni Infantino ("In Italia il razzismo è un problema molto grave") e per quella del ct della nazionale Roberto Mancini ("Il nostro non è un paese razzista"). Zero soluzioni, zero proposte. Parole al vento.

E forse lo saranno anche quelle di Grazia Deledda, ma è stupendo e soprattutto utile vedere la lotta al razzismo sotto questo aspetto, ovvero come la lotta del bello contro il brutto, della civiltà contro la barbarie, della libertà contro la paura. Della poesia contro gli insulti. Il resto, poi, va fatto a scuola, in casa, per strada. Va fatto nei campi di calcio, con pene più severe e misure certe.

Intanto, per chi volesse, ecco il testo della poesia di Grazia Deledda scelto dalla società del Cagliari:

Noi siamo Sardi

Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,
romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.

Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono
sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.

Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo,
lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.

Siamo una terra antica di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.

 

Risultati immagini per grazia deledda

Stesi

Un’altra settimana di processi, di critiche, di analisi spietate. Altri chilometri di pagine, almeno due mari di inchiostro, un universo di parole per descrivere l’ennesimo pareggio di una Roma spenta. La facile goleada contro i turchi in Europa League era fumo negli occhi, era troppo facile, era tutto falso.

La Roma al Dall’Ara era chiamata ad un test importante, contro una squadra in forma, imbattuta, cattiva e preparata. Serviva una prestazione decisa e invece ecco un altro pareggio. Serviva il decisivo passo avanti e invece ecco il solito semaforo rosso. Troppe lacune in difesa, troppo nervosismo nel secondo tempo, troppa sterilità in avanti. Dzeko isolato, Pau Lopez flop, Cristante inutile, Fonseca dogmatico.

Era tutto pronto, tutto apparecchiato. E invece.

roma1

E invece la Roma ha deciso in una manciata di secondi di cambiare non solo l’inerzia della prima domenica autunnale di questo strano 2019. Ha deciso di cambiare tutta la settimana e, chissà, forse anche tutta la stagione. Perché da bivi del genere nascono itinerari inaspettati, imprevisti, splendidi.

In questo Bologna Roma finalmente autunnale, di pioggerella fitta, nebbia sparsa e maglioncino sopra i pantaloncini ancora corti, c’è tutta “la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire”, per citare il celebre monologo di Ogni Maledetta Domenica. Ed era veramente maledetta fino al 92esimo e qualcosa. Il gol di Kolarov, ancora, (solo Messi meglio di lui su punizione, ma non ditelo in giro) il rigore inventato, ancora, e l’espulsione di Mancini pure. La Roma in dieci, il Bologna con 5 attaccanti, il copione che sembrava già scritto.

Ma eccola là la svolta, proprio quando non te l’aspettavi più, proprio quando ti eri rassegnato all’ennesima settimana di rabbia repressa e pensieri nefasti. L’ingresso di Juan Jesus, maledetto cinque minuti prima, si rivela provvidenziale: è lui a battere in maniera veloce una punizione nella nostra trequarti. La palla finisce a Veretout che diventa di fatto l’ultimo romantico di questa domenica uggiosa.

Romantico nel senso vero, antico, del termine. Romantico da sturm und drang, da impeto e tempesta, non da fiorellini e parole dolci. Ed è così che avanza tra i posti di blocco avversari, prima di dare la palla a Pellegrini, prima dell’ennesimo assist del numero 7, prima del gol di Dzeko.

E mentre Edin saliva in cielo per schiacciare di testa il pallone della svolta, Veretout cadeva a terra. Uno svenimento, una liberazione, una catarsi moderna. Steso a terra, come tutti noi.

 

Una scena rivista, nella partita più romanista di tutte, da parte del più romanista di tutti. Anche Daniele De Rossi ha esultato così. Buttandosi a terra, senza forza di correre, di gridare, di urlare. Per un’ora, per tutta la serata o per un secondo appena. Il tempo di fare una capriola, di perdere le corde vocali e trovarsi sotto il settore insieme al capitano e ad un preparatore che ha Romano nel nome.

Tutti insieme, sotto uno spicchio di 2000 cuori in trasferta. A pezzi, stravolti, eccitati, fomentati. Stesi. Come vorremmo essere sempre. A stendere gli altri e stenderci noi.

 

Cent'anni fa nasceva Gianni Brera. Era l'8 settembre del 1919, giorno di festa per papà Carlo, sarto e barbiere di San Zenone al Po, neanche mille anime in provincia di Pavia. "Cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti. Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po".

Cent'anni dopo, è immensa l'eredità che Gianni Brera ha lasciato al giornalismo, non solo sportivo, e alla lingua italiana. In questi giorni di ricordi, di elogi e di retrospettive, ricordiamo Gioannbrera con uno dei suoi pezzi più belli e più poetici: quello scritto in occasione della finale di Coppa Intercontinentale del 1962, tra Benfica e Santos. In campo, un certo Pelè. Per descriverlo Brera prese in prestito i versi de La sera del dì di festa, di Giacomo Leopardi.

-----------

Dunque andiamo a Lisbona. Spira vento da sud-ovest e io domando ai portoghesi: «Par piasé, cal vent chì ’l sarà mia sciròk!?». «Nao che nao l’è scirok» mi rispondono «parché ’l sciròk u ven d’l’Afriché

«Ben, gli dico, quast chì l’è anca pegg dal sciròk parché ’l porta la spussa ch’ho sentì a Giacarta gnand indré d’l’Australia; ch’la spussa d’romantich e d’muffa che Pierre Loti l’disia ch’l’era ’l profum di tròpich, e chissà parché s’at taca la majetta a la pell e t’vorissat faà la doccia tutt i moment

giannibrera2

«Nao, nao ch’l’è nao sciròk» insistevano i portoghesi, e qualche volta erano di Reggio Emilia, qualche altra volta delle parti del povero Coppi. Parlando pavese schietto andavo benissimo: così ho comperato le Lusiadi in edi­zione di lusso e la regalo al mio amico Rico Banderal, che sicuramente non ha mai immaginato di poter leggere Camoens in lingua.

Pelé mi incanta come non ha mai potuto nei giorni più splendidi. Capisco perché i brasiliani prendano cappello alla sola idea di vederlo emigrare; perché gli abbiano stampato l’orma del piede sulla copertina del libro Eu sou Pelé; perché chiedano sogghignando un miliardo. Sono onesti. Se per Morbello sono stati chiesti e ottenuti novanta milioni, per Pelé ci vuole un trilione, cioè mille miliardi.

pelè3

È alto 1,73, mi pare; traccagnotto e potente, ma nello stesso tempo agile e sciolto, come i grandi atleti olimpici che corrono soltanto. Batte di sinistro e destro, sempre mirando. Dribbla con movenze armoniose, sor­nione, plastiche, senza sculettare o danzare come tanti. Rifiuta il numero di dribbling (el pase) come una manife­stazione deteriore e inutile.

È un vero classico. Dolce, chiara è la notte e senza vento. Pronunciate le comunissime parole di questo che è fra gli endecasillabi di più limpida trasparenza. Continuate: e cheta sovr’ai tetti e dentro gli orti… È mia nonna che parla affacciandosi nottetempo alla finestra. Mia nonna analfabeta e grande. Posa la luna e di lontan rivela – serena ogni montagna. Sapete che è Giaco­mino: ha il Parnaso fra le scapole, e i coglioni dicono che è gobbo.

giannibrera

Bene: adesso guardate Pelé. Dolcechiaré: ha alzato il piedino prensile: lanotte: la palla si è fermata al primo contatto e senza vento: ricade ammansita sull’erba: un piedino prensile l’accarezza mentre l’altro spinge: echetasovraitetti: accorreva un avversario: si è coricato come un birillo: tettiposalà: avanza un altro: piroetta; lalùna: ecco un compagno smarcato: oppure, ecco una nuova battuta di dribbling: si corica il secondo birillo: o magari no, questa volta il birillo non si corica e vince il tackle: Pelé ha sbagliato il dribbling: càpita: anch’io ho dimenticato: sovr’ai tetti e dentro gli orti. Ripetizione: posalalunedì lontàn rivèla: ora parte Pelé in progressivo: è Berruti che vòlita fìngendo di allenarsi. Serenognì montàgna. Cor­rendo, senza sforzo apparente, ha fissato i bulloni in terra ed ha scaricato fulmineo la pedata: ha mirato, si è visto: mentre correva ha mirato e battuto a rete. Serenognì montàgna. Punto. Gol.

LEGGI ANCHE: GIANNI BRERA, ADDIO MISERABILE ESTATE

Mi dico di non aver mai visto nulla di simile. Gli dedico epinici. Mi esalto e lo esalto. L’ho veduto far questo: coricare tre birilli e battere di sinistro sul portiere: palla che schizza verso il fondo: prima che esca, continuando la corsa, Pelé compie un gran balzo e ricade col sinistro sulla palla: la colpisce a volo, in modo che s’infila tesa e bassa in diagonale.

Sono tutti a guardarlo allibiti. E la quarta rete del Santos e fa quattro a zero. I lusitani, benché abbiano pagato il biglietto, scoppiano in singhiozzanti applausi.

O Gòngora ti cheta, ch’io non son poeta. Se avete capito «dolce chiara è la nottesenzavento» non ho bisogno di proseguire. Pelé vede il gioco suo e dei compagni: lascia duettare in affondo chi assume l’iniziativa dell’attacco e, scattando a fior d’erba, arriva a concludere. Mettete tutti gli assi che conoscete in negativo, poneteli uno sull’altro: stampate: esce una faccia nera, non cafra: un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti: è Pelé. Ma ce ne vogliono molti, di assi che conoscete, per fare quel mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione.

 

da Gianni Brera, Il principe della zolla, Il saggiatore, 1994

Pagina 1 di 10

Internazionale

Altri sport

Interviste

Amarcord

Chi siamo

Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo | Approfondimenti, statistiche, interviste, amarcord su tutto il calcio, italiano ed estero, e tutto lo sport! Ripartiamo in contropiede, dopo esserci chiusi e aver difeso, pronti ad andare in rete insieme a voi! Seguiteci per restare sempre aggiornati sul mondo dello sport!