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C’è ancora qualcuno che si stupisce?

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Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e nel mirino una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio. Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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Vacanze da incubo

I ritorni sono sempre traumatici. Specie se dopo una disfatta mondiale, come successo a Fazio e all'Argentina. Specie se dopo una stagione giocata con l'acceleratore abbassato, come quella di Kolarov. Serve tempo a fisici possenti ed età importanti. E i due difensori romanisti hanno saltato, dopo gli impegni russi con le loro nazionali, tutta la prima parte di preparazione, quella di Trigoria, aggregandosi al gruppo solo negli States. "L'Atalanta nel primo tempo ha evidenziato questo ma non ho visto solo loro due poco brillanti - spiega Di Francesco in conferenza stampa proprio rispondendo ad una domanda su Fazio e Kolarov - Neanche Manolas è stato il giocatore che conosciamo ma è normale che chi abbia fatto il mondiale sia in ritardo di preparazione. Siamo solo alla seconda giornata. Sarebbe preoccupante se fossimo già in forma perfetta".

E la tournè non ha certo aiutato. Allenamenti frastagliati, prove importanti contro top club, continui cambi di sede "Può togliere qualcosa - ha risposto il mister - ma noi siamo stati fortunati perché abbiamo lavorato bene. Forse ci è mancata qualche partita in più". Non il posto migliore per riprendere lo smalto giusto e presentarsi all'inizio della stagione tirati a lucido. E le prime due partite ne sono la dimostrazione, drammatica e imbarazzante.

Basta prendere in analisi la prestazione contro l'Atalanta di Federico Fazio, protagonista in negativo in tutti i gol degli orobici. Nel primo, quello del tap-in di Pessina, si limita a guardare il marcatore che resta da solo al centro dell'area per ribadire in rete. Nel secondo, il primo di Rigoni, vede scorrere la palla a pochi metri da lui, senza accennare un minimo tentativo di intercettazione. Nel terzo, si fa portare a spasso ancora dall'argentino ex Zenit, uscendo e rientrando dalla linea, con passo svogliato e in netto ritardo. La condizione negativa del Comandante è ben esemplificata dal dato dei contrasti riusciti. Lo scorso anno la sua media era di 1.6 a partita, il quarto migliore di tutta la rosa, mentre in queste prime due partite è ancora rimasto a 0, statistica incredibile per un giocatore che fa del fisico una delle sue doti migliori. Un dato in calo anche per quanto riguarda Kolarov, terzo lo scorso anno per contrasti, e ad oggi con 1 solo tentativo riuscito nei primi 180'.

Più emblematico è il discorso relativo alla costruzione di gioco. La stagione 2017-18 si era chiusa, per quanto riguarda la trama di passaggi, con un podio fatto da De Rossi (58.5 a partita, 49.5 riusciti), Fazio (58.4, di cui 49.6 riusciti) e Kolarov (56.8 passaggi, 46.1 riusciti). Basandoci sulle partite contro Torino e Atalanta, il numero 16 giallorosso è rimasto al primo posto, con una media di oltre 60 passaggi a partita, mentre sia l'argentino che il serbo sono retrocessi nella graduatoria. Fazio è terzo, con 51 passaggi (di cui solo 4 lunghi riusciti) mentre Kolarov è addirittura sesto, con 41.5 passaggi a partita, la maggior parte dei quali tutti nella metà campo romanista.

Passaggi Kolarov vsAtalanta

Passaggi effettuati da Kolarov nella partita contro l'Atalanta

È inoltre curioso sottolineare come, almeno in questo avvio di stagione, il fulcro del gioco romanista sia passato dalla fascia sinistra, sede della regia distaccata la passata annata, a quella destra, dove Florenzi è in seconda posizione per numero di passaggi effettuati: 83 contro il Torino, meglio addirittura di De Rossi (59) e 64 contro l'Atalanta.

Nella confusa costruzione di gioco, dimostrata soprattutto contro gli uomini di Gasperini, c'è un altro dato poi da tenere d'occhio. Quello delle spazzate. La media dello scorso anno di Fazio era di 4.6 a partita, ad oggi invece è di 7, il più alto tra i romanisti, un vertice raggiunto solo da Elio Capradossi nell'unica partita, contro il Cagliari, lo scorso anno.

Spazzate Fazio vsAtalanta

Spazzate di Fazio contro l'Atalanta

Numeri e statistiche che delineano un avvio difficile, in cui la forma fisica e mentale ancora manca. Arriverà, certamente, ma forse per adesso è meglio cambiare. Per questo Di Francesco potrebbe scegliere Marcano venerdì sera contro il Milan. In attesa che i cardini della sua difesa tornino agli standard della passata stagione.

Cartoline (romantiche) da Roma-Atalanta

 

A volte la prospettiva da cui guardi qualcosa stravolge tutto. Basta cambiare lenti, angolazione, sguardo. Se il primo tempo di Roma-Atalanta sembra la scenografia di un film horror, basta spostare lo sguardo sull'unico spettacolo, autentico e commovente, di ieri sera. Mentre Pastore segna di tacco, mentre quegli indemoniati degli attaccanti orobici infilzano la Roma e fanno lievitare il parziale, incrocio lo sguardo del bambino seduto tre file più in basso, ai Distinti Sud. Si gira intorno, guarda il papà vicino lui, poi torna a guardare alla sua sinistra. Non al campo, non alla partita. I suoi occhi sono solo per quella magnifica confusione di bandiere e mani, stendardi e cori, applausi e magliette. La Curva Sud lo aveva detto: vinciamola noi questa partita. E in qualche modo è andata così, perchè non si è mai schiavi del risultato, come recita il bandierone oro e porpora che sventola in basso. Anche sotto di due gol, in casa, dopo essere passati in vantaggio. Anche dopo aver visto sfilare l'ennesimo veterano, l'ennesimo top player, l'ennesima plusvalenza. In difesa si balla, in Curva si canta. In campo si arretra, in Curva si spinge. E gli occhi del bambino sono tutti per loro, 'sti cavoli della partita, di Manolas che si fa fregare, di Olsen che non esce neanche stavolta. Si dice che la prima volta che si piange per amore, si piange per il calcio. Forse anche la prima volta che si guarda con occhi innamorati qualcosa, qualcosa che hai scoperto da solo, solo tua e allo stesso tempo di milioni di persone. E quegli occhi non si possono spiegare, come quelli dopo aver salito l'ultimo scalino allo Stadio. Come si fa ad essere schiavi del risultato?

La Curva l'avevo detto: portate le sciarpe, le bandiere, coloriamo il settore. Ho visto sfilare improbabili accoppiate di magliette giallorosse, un Chivu che dava la mano ad una El Shaarawy, un Perrotta camminare dietro un Mexes, cinque Kluivert uno dietro all'altro. (Io la maglietta di Borini la tengo al sicuro, ossia dentro all'armadio). Quando i ragazzi dei gruppi chiedono qualcosa bisogna rispondere presenti. Manca più di un'ora al fischio di inizio e l'Olimpico inizia a riempirsi. Dall'altra parte della vetrata, paralleli al mio posto, arrivano due fratelli. Il più grande avrà una trentina d'anni, t-shirt con la faccia di Agostino disegnata sopra, il più piccolo venti, è un ragazzo con sindrome down, addosso maglia di Montella, stagione 2004-2005, quella verde con la scritta Mazda. Si sistemano, mangiano un panino, poi iniziano a preparare la bandiera. Allungano il bastone, srotolano il tessuto: rosso pompeiano e un lupetto anni 80, in nero, al centro. Il fratello dà due sventolate precise, ma è ancora troppo presto, così lascia la bandiera in mano all'altro e si allontana un attimo. Il tempo passa, le squadre scendono in campo per il riscaldamento, la Curva si inizia a riempire. Le bandiere iniziano ad alzarsi al cielo e il ragazzo più giovane prova a fare la sua parte. Ci riesce meglio di quanto avrei fatto io, ma la bandiera è enorme, pesa un sacco, si piega e si arrotola. Una, due, tre volte. Niente da fare. Poi il signore seduto dietro lo chiama e si fa passare il bastone, è il doppio di lui, la mano è sicura: il lupetto ora sventola armonioso. Gli dà qualche suggerimento, ma per me è come un film muto dietro la vetrata. I due si ritrovano a sventolare insieme. "Dimmi cos'è, che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo". Sta per partire l'inno, il fratello maggiore torna con due birre, il più piccolo prova ancora a sventolare, ma ancora con scarsi risultati. Ora sventolano insieme e scoppiano a ridere. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.

Proprio sotto di me c'è invece Elena, sessant'anni, abbonata da quaranta. Curva, un periodo di Tevere e poi il ritorno a casa. In curva, dietro la pezza Romanismo, vedo una ragazza alzare uno striscione. Vedo fidanzate, sorelle, mogli, figlie, madri sparse un po' ovunque, in trincea e in piccionaia, a strillare come e più degli altri. Eppure non è una gita romantica, non è Villa Borghese. Sarà che da noi "quando che incomincia la partita, ogni tifosetta se fa ardita, strilla forza Roma a tutto spiano con la bandieretta in mano, perchè c'ha il core romano". Nei quattro posti liberi accanto ad Elena, intanto, arriva una famiglia intera. Mamma e papà sulla quarantina, due figlie femmine di tredici e diciasette anni. In braccio alla mamma c'è l'ultimo arrivato. "Finalmente je l'ho fatta a fa un maschio, stamo sempre in minoranza eh, però guarda quant’è bello". 7 mesi, prima partita allo Stadio, il primo gol della sua storia porta la firma di Javier Pastore. Invece lui può portare un nome solo. Francesco. Preparate Francè e sii orgoglioso de prova emozioni davanti a undici leoni, magari un po' cojoni. Ma è raro. Come te. 

La pioggia batte incessante sullo Stadio Nicola Ferrucci di Campagnano di Roma, dove la Lazio Primavera ha appena battuto per 2-1 il CreCas Palombara. "Di pomeriggio piove sempre eh, uno si prepara ad una bella giornata e poi ecco qua". Valter Bonacina, tecnico dei biancocelesti, scruta il campo pensieroso. Dal 3 febbraio è sulla panchina di Formello, ma sembra ancora non essersi abituato ai pazzi acquazzoni romani. Bergamasco, classe 1964, ex centrocampista. È lui l'uomo scelto dalla dirigenza laziale per rimpiazzare Andrea Bonatti e far ripartire il ciclo. Perchè dopo tre campionati dominati, le coppe Italia vinte con Roma e Fiorentina e la Supercoppa contro il Chievo, l'anno scorso è arrivata la retrocessione. "I ragazzi hanno fatto di tutto per evitarla, ma il campo ha detto questo e dobbiamo attenerci al verdetto".

Risultati immagini per valter bonacina

C'era bisogno di una sterzata, di persone nuove. E il nome era Valter Bonacina, tecnico che, in oltre dieci anni di settore giovanile all'Atalanta, aveva plasmato Caldara, Kessiè, Gagliardini, Grassi, Conti, Barrow. "Il merito non è stato mio, ma di tutto il settore, a partire dallo scouting per arrivare fino alla dirigenza". Adesso i nomi su cui rifondare, e da tenere d'occhio, sono Alessio Bianchi, classe 2000 arrivato ad agosto dal Milan, Abukar Mohamed, già ribattezzato "il Pogba finlandese", Szymon Czyz, mancino polacco soffiato al Lech Poznan. "La squadra deve crescere, però si impegna, i ragazzi ci stanno dando dentro, sono fiducioso. Abbiamo appena iniziato la preparazione, quindi siamo un po' indietro come fiato, come misure".

bONACINAROMA

Quello di Bonacina a Roma è un ritorno. C'era stato da calciatore, nei primi anni Novanta, sulla sponda giallorossa. Erano i tempi di Bianchi, Boskov e Mazzone, erano le stagioni del Principe Giannini, libero di fantasticare avendo le spalle coperte proprio da Bonacina. "Fu il mio salto di qualità, la prima esperienza in una grande squadra. Mi sono tolto belle soddisfazioni, furono tre anni intensi, con più di 80 presenze. Penso di aver dato il mio piccolo contributo". Prima e dopo la parentesi romanista ci sono però 331 presenze, tra Serie A e Coppa Uefa, con la maglia della Dea, condite di ben 19 gol. Quanto basta, insieme al sudore e ai chilometri, per diventare una bandiera degli orobici.

La pioggia non accenna a smettere, così mentre ci ripariamo sotto la panchina degli ospiti, Bonacina è in trappola. E deve per forza rispondere alle nostre domande:

Dopo Zingonia, anche Formello è uno dei migliori settori giovanili d’Italia?

Si, basta guardare i risultati negli anni. Poi è chiaro, bisogna sempre dare continuità, specie nel settore giovanile. Non bisogna saltare le annate, perdere tempo. Forse qui negli ultimi due anni i risultati non sono stati dalla parte della Lazio, ma se si guarda alla storia, soprattutto recente, i biancocelesti sono stati sempre ai vertici.

Su 24 tesserati della sua rosa ben 15 sono stranieri e 2 con il doppio passaporto italiano-albanese. Può essere un limite la presenza di calciatori provenienti dall'estero per il rinnovamento dei settori giovanili?

È chiaro che ormai è in atto un cambiamento importante, a livello globale: negli ultimi anni si sono aperti gli orizzonti del calcio in maniera ampia, le società vanno a pescare in tutto il mondo. Il calcio è cambiatoe bisogna accettarlo. Certo, il settore giovanile italiano ha più difficolta ad emergere, ma bisogna farci i conti. Il tempo ha detto così.

A proposito di calciatori stranieri, l'ultimo che ha allenato è Musa Barrow, classe 1998, già 4 gol in appena 54' nei preliminari di Europa League.

 

Per me può essere la rivelazione di quest'anno. Ha terminato benissimo lo scorso campionato: 3 gol in 12 presenze in Serie A, ma con me in Primavera ha fatto qualcosa come 23 reti in 18 partite. Poi ha iniziato benissimo anche questa stagione. Si sta veramente affermando, sarà la sua annata.

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L'altro nome che ha dominato l'estate è quello di Mattia Caldara, anche lui passato sotto la sua guida.

Lui ha già bei campionati alle spalle. Ha dimostrato di avere una continuità impressionante per l'età che ha, facendosi valere anche in fase realizzativa, mettendo in mostra qualità importanti. Ha meritato la Juventus, seppure di passaggio, e ora merita il Milan. Sono sicuro che emergerà anche in una grande piazza.

E ora i suoi ragazzi dominano la scena italiana. Kessiè, Caldara e Conti al Milan, Gagliardini all'Inter, Grassi al Parma ma di proprietà del Napoli. Da mister, cosa cerca in un calciatore?

La testa è determinante, può fare veramente molto. La determinazione, la grinta, la fame, il voler arrivare, l'impegnarsi giorno dopo giorno, sono tutti fattori che portano miglioramenti incredibili. Poi è chiaro che devi avere di base delle tue qualità, ma se il ragazzo le coltiva, ci crede, è lì che può fare strada.

È così che a Zingonia si sfornano talenti?

L'Atalanta ha una grande velocità di ricambio. Merito di tutti, dello staff, della dirigenza, della rete di osservatori.

E su questa Serie A che ci dice?

La Juventus era forte e ora lo è ancora di più, ha una mentalità giusta. Perchè i giocatori forti li hanno anche le altre, guarda l'Inter, il Napoli, ma è la mentalità a farla partire da un gradino sempre superiore. Poi il calcio non è mai scontato, non è mai detto...

Voce del verbo credere

Era il giugno 2016 quando l'Atalanta presentava in conferenza stampa Gian Piero Gasperini come allenatore. Le sue parole furono subito chiare e semplici: "Credo che l'obiettivo sia giustamente la salvezza, poi c’è modo e modo di ottenerla". E magari il modo già ce l'aveva in testa. Ma il Gasperini che arriva a Bergamo è un allenatore che ha qualche sassolino nella scarpa da togliersi. L'Europa raggiunta e non concessa dalla Uefa con il Genoa, l'esonero e le dimissioni nell'anno di Palermo, il licenziamento dall'Inter e il triste record di unico allenatore nerazzurro a non aver mai vinto una partita ufficiale.

Arriva a Bergamo con voglia e chiarezza, semplicità e idee. Quando però si inizia a fare sul serio arrivano le prime sconfitte. 4-3 contro la Lazio alla prima di campionato, poi vittoria col Torino, e poi sconfitte a raffica contro Sampdoria, Cagliari e Palermo. Il giorno dopo la sconfitta con i siciliani, Percassi e la dirigenza si riuniscono per decidere sulla fiducia al tecnico. Inizia la prima girandola di nomi, sondaggi, proposte. Ma la linea guida è semplice: "Proviamoci". Anzi, crediamoci.

Da lì la svolta. Arriva un 1-3 sul campo del Crotone, la vittoria corsara in casa con il Napoli, un pareggio a Firenze e un 2-1 contro l'Inter. È l'Atalanta di GagliardiniKessièConti e Gomez e chiuderà il girone d'andata al sesto posto. "Mi sembra esagerato pensare alla Champions - dice Gasperini - riguarda Juve, Napoli, Roma e forse Inter. E' chiaro che la vittoria contro il Napoli ci permette di avere delle speranze più concrete per l'Europa. Adesso siamo autorizzati a crederci".

Ci credono lui, i giocatori, i tifosi. Perchè si, la strada è lunga e in mezzo c'è anche un 7-1 contro l'Inter che avrebbe tagliato le gambe a chiunque. Ma ci sono anche un 5-0 nel derby della Lanterna e un 2-2 contro la Juventus. "L'Atalanta come il Leicester? Non credo, in Italia è molto difficile. Siamo molto felici e orgogliosi per quanto abbiamo fatto finora, ma non vogliamo caricarci di altre responsabilità".

Quarto posto in campionato, Europa in tasca. Ma l'oro che porta Gasperini è soprattutto quelle delle plusvalenze. I giocatori che ha plasmato, che ha fatto esordire, che ha modellato per il suo gioco vengono ceduti: Kessie e Conti per oltre 50mln al Milan, Gagliardini all'Inter per 22 e Caldara, oggi al Milan, già venduto alla Juventus per 15+4 di bonus. "Credo di aver realizzato un desiderio di Percassi, che sognava di ripercorrere il cosiddetto ‘modello Bilbao’, che prima di noi, in Italia, non c’era: l’Atalanta ha sempre sfornato grandi talenti, ma non ha mai impostato la prima squadra sulla crescita di questi. Ho paura che il sistema cambi, che la Dea diventi un club normale. Non sarebbe più la mia Atalanta né l’Atalanta di Percassi". Giovani e vivaio, Gasperini li conosce bene. Il padre Giuseppe, torinese di Grugliasco, operaio e poi impiegato per la Fiat, lo porta a fare un provino con i bianconeri a 9 anni. La trafila in primavera, poi solo una partita con in i grandi in Coppa Italia. “La vera forza del nostro vivaio non è solo nel numero di ragazzi in gamba, ma nel fatto che gente come Caldara, Grassi, Sportiello gioca insieme da più di dieci anni. Kessiè è cresciuto qui, Petagna arriva dal Milan e Spinazzola dalla Juventus, ma lo zoccolo duro è tutto bergamasco. Percassi, il presidente, ha giocato con questa maglia ed è bergamasco. Credo che sia più facile così, quasi naturale, allestire un buon vivaio, trasmettere il senso di appartenenza”.

Troppe cessioni però, troppo importanti quei giocatori. E poi arrivano i sorteggi dell'Europa League: Atalanta con Everton, Lione e Apollon. Troppo più forti, troppo più esperte. "Affrontiamo con fiducia e rispetto questa competizione - Gasperini è sempre calmo, semplice - Noi non abbiamo un nome così importante, ma la stagione sul campo ha detto cose vere. Abbiamo entusiasmo, dietro di noi, e una competizione su cui puntiamo molto. [...] Probabilmente i tifosi che hanno vissuto quel periodo possono fare meglio di me quei raffronti. 26 anni sono tanti, sono cambiate squadre e regole, però credo che alla fine il comune denominatore è l'entusiasmo che ci circonda".

Il resto della storia la sapete. Girone dominato, cavalcata europea stoppata, a testa alta, solo contro il Borussia Dortmund, semifinale in Coppa Italia, settimo posto in classifica. In mezzo c'è una nuova estate di smantellamenti e plusvalenze. Via CristantePetagnaKurtic, dentro ZapataPasalic e poco altro. "Il mercato è stato triste e povero, siamo in difficoltà - ha detto Gasp - Il club ha sempre saputo di cosa avevamo bisogno, ha stanziato un buon budget ma sono arrivati troppi giovani che non sono ancora pronti. Questa rosa non potrà essere competitiva in più competizioni. Se ci si aspetta di vedere una stagione come le precedenti due, allora all’Atalanta servirà un allenatore migliore".

Ha smesso di crederci? A vedere la partenza della Dea non si direbbe: 10 gol complessivi al Sarajevo e 6 all'Hapoel Haif nei preliminare di Europa League, 4 al Frosinone alla prima di campionato. E il rinnovamento vede ora protagonisti Barrow, Hateboer, Freuler e il solito Gomez. "E' il nostro Cristiano Ronaldo, è davvero importante. Quest’anno ha svolto una gran preparazione, arriva con buone motivazioni. Sta facendo cose bellissime. Lo scorso anno era meno reattivo in zona gol, ma ha fatto una buona stagione".

Ora c'è il Copenhagen, poi la Roma. A crederci c'è sempre Gasperini. E di certo non è solo.

Un destro a destra

Sabato scorso, prima di Torino Roma, stavo preparando un pezzo sulla rosa dei giallorossi e sul suo calciomercato. Nomi e numeri, statistiche e formazioni. 12 acquisti, quasi 130 milioni spesi, terza in Europa per giro complessivo d’affari. Giovani, scommesse, calciatori esperti. Con un grande punto interrogativo: l’esterno destro d’attacco.

La lacuna che dura due anni, la richiesta fissa e ripetitiva di Di Francesco. Il mancino a destra. L’anno scorso doveva essere Mahrez, quest’anno il prescelto era Malcom. Trattative lunghe, estenuanti, assurde. Finite nella stessa maniera negativa. “Prenderemo un calciatore più forte del brasiliano” aveva assicurato Monchi, per poi virare su Nzonzi, su un’altra zona del campo e su altre problematiche.

E l’attacco? Scorrono in ripetizione i nomi di Bailey, di Suso, di Marlos, di Cornet. Alla fine niente. Non arriva nessuno.

Mercato incompleto, allenatore insoddisfatto, Roma meno forte.

Era questo il succo di un articolo che per fortuna non ho scritto. Perché domenica pomeriggio un diciannovenne venuto dall’Olanda ha spiegato a me, e a tutti, in appena venti minuti, quello che per un’estate intera non avevamo capito, quello che Monchi e Di Francesco ripetevano come un mantra e a noi sembrava una copertura. La Roma è forte, ampia e profonda. Con evidenti e, sempre uguali, difetti. Risolvibili.

Il gol, pazzesco, di Edin Dzeko arriva da un cross dalla destra, di destro, del nuovo esterno mancino. Una cosa talmente normale da diventare assurda. A destra si può giocare anche così, si può vincere anche così.

Cengiz Under ci aveva provato per oltre un’ora a puntare l’uomo, a rientrare sul sinistro, a pungere. Ma il Torino di Mazzarri era organizzato e composto, aveva previsto e arginato la tattica di Di Francesco, menando e immolandosi quando serviva. L’ingresso di Kluivert ha sballato tutti i calcoli e le geometrie. Ha iniziato a destra, poi con l’uscita di Pastore è stato dirottato sulla sinistra. Da lì, il talento ex Ajax si è andato a cercare il suo campo, il suo spazio vitale. Un doppio goniometro in mezzo al campo: prima la circumnavigazione dell’area di rigore, poi la parabola dal fondo fino al piede sinistro del Cigno di Sarajevo. Dribbling e freschezza, doppi passi e velocità. Nuove soluzioni tattiche, nuove frecce nella faretra romanista. Come sono stati gli ingressi di Cristante e Schick, come saranno gli inserimenti di Nzonzi e Marcano e i ritorni di Perotti e Pellegrini.

Magari senza Alisson e Nainggolan non è una Roma più forte, ma sicuramente è più completa. Ora spetta a Di Francesco plasmarla e ai suoi giocatori lasciarsi modellare. Per crescere insieme.

"Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? Secondo me, perchè - come la danza - riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio, vi è assolutamente vietato - se non giocate in porta, beninteso - l'uso delle mani e delle braccia. Insomma, degli organi con cui, abitualmente, eseguite tutti i vostri atti. Organi grazie ai quali ottenete il massimo di precisione, di rendimento e di destrezza. Potete adoperare soltanto piedi e gambe - questi antenati sottosviluppati delle mani e delle braccia. Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con una memoria animale sepolta dentro di voi".

Inizia così il racconto di Vladimir Dimitrijevic, La vita è un pallone rotondo, edito in Italia da Adelphi, quasi una biografia calcistica, un'apologia del football, un suo elogio tra psicanalisi, pedagogia, letteratura e politica.

Non può che essere così per un autore che vede in questo sport "il filo conduttore" della sua vita. Nato a Skopje nel 1934, figlio di un orologiaio imprigionato dal regime di Tito, riesce a scappare in Svizzera nel 1954. Qui si mantiente lavorando in una fabbrica di orologi a Granges e poi, grazie all'ingaggio in una squadra di calcio, da centrocampista. Qui fonda una propria casa editrice, Editions L'Age d'Homme, curando soprattutto la collezione dei Classici slavi, diffondendo la letteratura dell'est Europa.

E l'occhio con cui Dimitrijevic guarda il calcio è proprio quello del letterato, del lettore: "Cercare di sapere qual è esattamente la zona che l'avversario considera più pericolosa e che rende il suo gioco febbrile: questo è il segreto. Oserei aggiungere che, da Gogol' a Dostoevskij, fino a Michail Bulgakov, la grande letteratura russa non ha avuto che un unico tema: l'uomo e il suo doppio".

In pochi riescono a raccontare il calcio e le sue mille sfaccettature come fa Dimitrijevic in questo libro. C'è spazio per tutto, dal calcio come aristocrazia della gamba al primo catenaccio di Helenio Herrera, da Maradona a Napoli alla krpenjaća, la palla fatta di stracci riempiti di sabbia e segatura che usavano i bambini per le strade della Jugoslavia.

Sembra aver capito l'essenza del calcio nella sua totalità quando parla di "squadre organiche, come il corpo umano", in cui tutto è "naturale, come la quiete degli organi che chiamiamo salute. Camminando per strada non ci curiamo del fatto che in quel preciso momento il nostro cuore pompa sangue, i muscoli si contraggono, i polmoni si dilatano. Allo stesso modo non si può costituire una squadra se non mediante una profonda capacità di compenetrazione tra l'allenatore - colui che vede la squadra, la valorizza - e, naturalmente, le individualità che la compongono".

Calcio come musica, come poesia. Calcio come rito, "La tela, i calzini, la segatura di legno o la polvere di carbone che recuperavamo nelle cantine", calcio come prodezza eroica, "tutti gli allenatori e gli educatori dovrebbero far leggere Omero e Pindaro a queste giovani anime, avide di imprese", calcio come mito, quello posseduto dal muratore Mate, che cantava le gesta della Stella Rossa ai bambini quando non c'erano radio né televisioni.

Per la nostra rubrica Bibliocalcio vi regaliamo un breve estratto de La vita è un pallone rotondo:

Bandire il cuore?

Avere ai piedi le scarpe con i tacchetti è quasi come avere un paio di zoccoli. Il calciatore, al pari del cavallo, ha perso le dita dei piedi, che, atrofizzandosi, sono degenerate in zoccoli. Il giocatore di calcio non si muove come noi. Per strada, al lavoro, quando ci si sposta, non tutto si conforma al piede. Nel calcio, invece, tutto è fatto per il piede, per la caviglia e per il ginocchio, che impongono il loro ritmo al corpo intero. Il piede è diventato un organo a se stante, ultrasensibile. E non bisogna dimenticare che l’andatura influisce sulla conformazione fisica.

Gli eserciti dell’antichità andavanno all’attacco con un assordante rumore di passi, il cui rimbombo aveva lo scopo di terrorizzare il nemico. Ma mai nessuna disciplina, se non il balletto, ha consentito alla gamba di essere l’elemento più importante, il più determinante. Questa aristocrazia della gamba, come ho già detto, è quel che c’è di più peculiare nel calcio. Di solito, nella vita di tutti i giorni, la gamba non trova una diretta applicazione, al cotnrario della mano, che regola la maggior parte dei nostri gesti ogni qualvolta prendiamo o gettiamo qualcosa. La gamba è ass

"Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? Secondo me, perchè - come la danza - riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio, vi è assolutamente vietato - se non giocate in porta, beninteso - l'uso delle mani e delle braccia. Insomma, degli organi con cui, abitualmente, eseguite tutti i vostri atti. Organi graze ai quali ottenete il massimo di precisione, di rendimento e di destrezza. Potete adoperare soltanto piedi e gambe - questi antenati sottosviluppati delle mani e delle braccia. Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con una memoria animale sepolta dentro di voi".

Inizia così il racconto di Vladimir Dimitrijevic, La vita è un pallone rotondo, edito in Italia da Adelphi, quasi una biografia calcistica, un'apologia del football, un suo elogio tra psicanalisi, pedagogia, letteratura e politica.

Non può che essere così per un autore che vede in questo sport "il filo conduttore" della sua vita. Nato a Skopje nel 1934, figlio di un orologiaio imprigionato dal regime di Tito, riesce a scappare in Svizzera nel 1954. Qui si mantiente lavorando in una fabbrica di orologi a Granges e poi, grazie all'ingaggio in una squadra di calcio, da centrocampista. Qui fonda una propria casa editrice, Editions L'Age d'Homme, curando soprattutto la collezione dei Classici slavi, diffondendo la letteratura dell'est Europa.

E l'occhio con cui Dimitrijevic guarda il calcio è proprio quello del letterato, del lettore: "Cercare di sapere qual è esattamente la zona che l'avversario considera più pericolosa e che rende il suo gioco febbrile: questo è il segreto. Oserei aggiungere che, da Gogol' a Dostoevskij, fino a Michail Bulgakov, la grande letteratura russa non ha avuto che un unico tema: l'uomo e il suo doppio".

In pochi riescono a raccontare il calcio e le sue mille sfaccettature come fa Dimitrijevic in questo libro. C'è spazio per tutto, dal calcio come aristocrazia della gamba al primo catenaccio di Helenio Herrera, da Maradona a Napoli alla krpenjaća, la palla fatta di stracci riempiti di sabbia e segatura che usavano i bambini per le strade della Jugoslavia.

Sembra aver capito l'essenza del calcio nella sua totalità quando parla di "squadre organiche, come il corpo umano", in cui tutto è "naturale, come la quiete degli organi che chiamiamo salute. Camminando per strada non ci curiamo del fatto che in quel preciso momento il nostro cuore pompa sangue, i muscoli si contraggono, i polmoni si dilatano. Allo stesso modo non si può costituire una squadra se non mediante una profonda capacità di compenetrazione tra l'allenatore - colui che vede la squadra, la valorizza - e, naturalmente, le individualità che la compongono".

Calcio come musica, come poesia. Calcio come rito, "La tela, i calzini, la segatura di legno o la polvere di carbone che recuperavamo nelle cantine", calcio come prodezza eroica, "tutti gli allenatori e gli educatori dovrebbero far leggere Omero e Pindaro a queste giovani anime, avide di imprese", calcio come mito, quello posseduto dal muratore Mate, che cantava le gesta della Stella Rossa ai bambini quando non c'erano radio né televisioni.

Per la nostra rubrica Bibliocalcio vi regaliamo un breve estratto de La vita è un pallone rotondo:

 

Bandire il cuore?

Avere ai piedi le scarpe con i tacchetti è quasi come avere un paio di zoccoli. Il calciatore, al pari del cavallo, ha perso le dita dei piedi, che, atrofizzandosi, sono degenerate in zoccoli. Il giocatore di calcio non si muove come noi. Per strada, al lavoro, quando ci si sposta, non tutto si conforma al piede. Nel calcio, invece, tutto è fatto per il piede, per la caviglia e per il ginocchio, che impongono il loro ritmo al corpo intero. Il piede è diventato un organo a se stante, ultrasensibile. E non bisogna dimenticare che l’andatura influisce sulla conformazione fisica.

Gli eserciti dell’antichità andavano all’attacco con un assordante rumore di passi, il cui rimbombo aveva lo scopo di terrorizzare il nemico. Ma mai nessuna disciplina, se non il balletto, ha consentito alla gamba di essere l’elemento più importante, il più determinante. Questa aristocrazia della gamba, come ho già detto, è quel che c’è di più peculiare nel calcio. Di solito, nella vita di tutti i giorni, la gamba non trova una diretta applicazione, al contrario della mano, che regola la maggior parte dei nostri gesti ogni qualvolta prendiamo o gettiamo qualcosa. La gamba è assai importante, ma con molta moderazione. Provate a darle il giusto spazio, ad accostarla a dei verbi: saranno camminare, correre, saltare, con qualche avverbio; niente di più. Il calcio è questo: la comunicazione, dal cervello alla caviglia, è del tutto insolita, apre un nuovo ventaglio di possibilità, e io credo che ogni bambino di cinque anni a cui lanciamo una palla ci fa capire subito se è un calciatore nato o se sarà soltanto un buon giocatore. Il calciatore vero si riconosce immediatamente, non lo si può inventare né simulare; il suo è un qualcosa di innato, un dono, un tocco inimitabile, l’arte di stoppare la palla; una cosa che non si impara. È esattamente come chi possiede uno stile letterario, perché a mio avviso c’è una correlazione tra questo sport e la letteratura. Il modo in cui uno scrittore colloca una virgola, un aggettivo, il modo in cui percepisce la propria musica, il respiro della frase, tutto ciò si ritrova in questo magico gioco. Vi è un calcio musicale, vi sono giocatori epici, giocatori lirici, giocatori accademici. Si riconoscono tanto in letteratura quanto nel calcio. In realtà, non è il cervello a dare i segnali, ma un centro situato tra quelle due parti fondamentali del nostro corpo che sono da un lato gli organi, gli organi emotivi del desiderio, e dall’altro la testa, che regola questa strategia di vita per evitare che si trasformi in pulsione di caos e distruzione. E la cosa che si trova a metà strada fra la nostra animalità e la nostra intelligenza tutta cerebrale è il cuore dell’uomo: è lui che dà al gioco, e anche alla letteratura, questa pienezza. Il cuore, questo grande escluso dal materialismo economico che ci circonda!

Certi libri stanno lì ad aspettarti, persi in uno scaffale, chiusi in uno scatolone o abbandonati su qualche treno. Il libro di oggi è un piccolo gioiello barocco, fermo al bancone del Professore, a Piazzale Flaminio, a Roma. È Once cuentos de futbol, di Camilo Josè Cela.

C'è solo un aggettivo che può descrivere Camilo Josè Cela e il suo modo di scrivere. È esperpentico. Un modo di descrivere la realtà in maniera deformata, grottesca, spesso insensata. Si tratta di uno stile letterario creato da Ramon Maria del Valle-Inclan e dalla Generazione del '98, gruppo di intellettuali spagnoli dei primi anni del ventesimo secolo.

Esperpentico è il modo in cui Cela offre la sua estetica, deformata e surreale, che solo il senso tragico della vita spagnola può creare.

Classe 1916, galiziano, padre gallego e madre spagnola di origini italo-inglesi, Camilo Josè Cela è stato Premio Nobel per la Letteratura nel 1989, "per una prosa ricca ed intensa, che con la pietà trattenuta forma una visione mutevole della vulnerabilità dell'uomo". Tra le sue opere più importanti ci sono La famiglia di Pascual Duarte (1942), L'alveare (1951), San camilo 1936 (1969).

cela

E nella sua sterminata bibliografia, c'è una perla, piccola e preziosa. Sono gli Undici racconti sul calcio, raccolta del 1963, pubblicata in Italia da Passigli, con traduzione di Bruno Arpaia. Undici racconti strani, curiosi, assurdi, ambientanti in una Spagna che sembra a tratti medievale a tratti moderna, priva di tempo. Il calcio, un po' ovunque, è un pretesto, uno sfondo in cui si riconcorrono boia e banchieri, cavalli e politici, cani ed angeli, bambine e carabinieri.

Vi proponiamo un racconto degli undici. Quello dei due portieri e del cavallo allenatore.

Alta scuola

Un cavallo! Un cavallo! Campo aperto!
- Espronceda

 

Il mantello sauro, nei purosangue inglesi, ha tre tipi di sfumature, vale a dire: bruciato, chiaro e dorato. Il sauro bruciato si suddivide, a sua volta, in altre due: il sauro nerastro spento o liver chestnut, per esempio il puledro Equipoise, e il sauro rosso scuro con riflessi ramati o dark chestnut, per esempio la tre anni Pretty Polly. Il sauro chiaro ha il tono rosso acceso della pelle della volpe; lo stallone Man O’War, che si è coperto di gloria generando campioni, era sauro chiaro (sebbene avesse la criniera più scura, che tendeva al rame). Il sauro dorato, a volte con un riflesso brillante e sempre con balzane e una striscia bianca sul muso, è il più frequente: l’eroe Pocahontas e tutta la famiglia erano sauri dorati.

Gainsborough XXI, il crack che allena Teogenes e Teogonio, i due dioscuridi portieri del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola), è un dark chestnut, come Donatello, trisnipote di Pretty Polly, che era pronipote di Call Boy, il nipote di Bachelor’s Double, a sua volte pronipote dell’archetipo Hermit. Di tutta la stirpe, l’unico che ha provato a giocare a pallone è stato Gainsborough XXI, che è stato campione d’Europa con lo Stade de Castelnaudary, la culla del riconfortante alimento che chiamano cassoulet (che non è di Tolosa, come informano la Guide Bleau, il Baedeker e altre fonti di parte); a Castelnaudary si può mangiare un cassoulet molto affidabile all’Hotel Fourcade, al de France e al Notre Dame, tutti e tre buoni. Poi, quando la FIFA lo ha squalificato perché era un cavallo, Gainsborough XXI è diventato allenatore ed è passato a prestare i suoi servigi nel Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola), la squadra che, portando alle estreme conseguenze la tattica del catenaccio, gioca con due portieri: Teogenes, portiere destro, e Teogonio, portiere sinistro.

Teogenes Caldueno Acebal, alias la stecca un asturiano di Llanes, agile come il capriolo e svelto come la volpe, che non ha altri inconvenienti se non quello di mostrare troppo a fior di pelle la fluttuante vena della follia. Teogonio Alcaraz Valronquillo, alias Ladro di polli, invece, è equanime e caparbio (anche atletico), conservatore, disciplinato e sensato, stimato per il suo buon senso. Teogonio Alcarez Valronquillo, Ladro di polli, è toledano di Gerindote, vicino Torrijos, latitudine che produce levrieri come Dio comanda e maturi al punto giusto.

“E gli piace il civet di lepre?”

“Ma certo, come a ogni buon levriere, anche se (sia detto a onor del vero) cerca di reprimere il piacere e si sforza di imbrigliarlo”.

Teogenes e Teogonio sono complementari, di qui la loro efficienza. Gainsborough XXI è molto orgoglioso del loro comportamento e non ha bisogno di prenderli a pedate né di imporgli multe o altre sanzioni (non sempre di indole economica, ma anche morale). Gainsborough XXI è un manager soft, un allenatore molto psicoterapico e scientifico, e il Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) è un club che gode della simpatia generale.

La Stecca ( che ha cominciato come giocatore di biliardo a sponda) è specializzato nel salvare tiri con l’effetto, che devia in corner solo guardandoli, e Ladro di polli (che ha fatto il chierichetto) si occupa di attendere al varco le brave mezzali (come Luis Regueiro o Hilario Marrero), che non mancano mai. Di solito la Stecca scende in campo con un maglio verde (atavismo dei suoi tempi di giocatore di biliardo) e Ladro di polli, non per serietà, ma per tattica deliberata, è uso vestire di rosso (colore che da ai nervi all’avversario e gli fa spesso lisciare il tiro e mandare il pallone nelle nuvole). Gainsborough XXI li allena a base di moderazione e malizia perché pensa che, per colpire duro e lavorare ai menischi, bastino e avanzino i difensori (Arracudiagaguirregoitia II, Guizaburuagaetzeberri II e il canario Cubito, che p un fetente con la faccia da mosca morta). Il Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) aspira ad avere una squadra in cui ognuno dei giocatori sia ben convinto dei suoi obblighi e nella quale non ci sia un solo uomo che non sappia a memoria quale sia la parte che gli tocca recitare. Teogenes Caldueno Acebal, la Stecca, e Teogonio Alcaraz Valronquillo, Ladro di polli, hanno assimilato così bene lo spirito del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) e di Gainsborough XXI, il suo allenatore, che si sono fatti tatuare sul ventre, a formare un fregio attorno all’ombelico, il verso 355 del libro I delle Metamorfosi di Ovidio: Nos duo turba sumus, noi due formiamo una moltitudine, e fin quando è così non ci fa gol nemmeno Napoleone Bonaparte. Teogenes e Teogonio, sostenendosi l’uno con l’altro (memoria con memoria, intendimento con intendimento, volontà contro volontà), formano una barriera insormontabile, un muro di fronte al quale non possono nulla né i lamenti né imprecazioni, mai ascoltate.

“E non gli fanno un gol neanche per miracolo?”

“Guardi, signora: per miracolo, proprio per miracolo, sì; ma in nessun altro modo. Quest’anno, per esempio, ancora non gli hanno infilato nessun gol (si sa che non è un buon anno per i miracoli, forse ha piovuto troppo), nonostante abbiano giocato più di settanta e dispari partite. Teogenes e Teogonio, be’, la Stecca e Ladro di polli, sono imbattibili, mi creda, almeno fino a quando gli si cancella il tatuaggio sulla pancia, e i tatuaggi, signora, lei sa come sono indelebili”.

Gainsborough XXI è un sauro dark chestnut. La Stecca e Ladro di polli sono, per i capelli, sauri dorati con un leggero riflesso brillante (più evidente nella stecca). I portieri dal mantello baio, isabellino, pomellato, perlaceo, testa di moro, pezzato (alto o basso) e chubarì, di solito sono impacciati e attaccabrighe, sebbene a volte risultino vistosi e facciano la loro figura. Ci sono allenatori che negano l’evidenza; peggio per loro: scaduti i termini del contratto – di solito, a fine stagione – li esonerano e pace. Gainsborough XXI non è, certamente, uno di loro. I dirigenti del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) sono molti soddisfatti dei suoi servigi, del suo comportamento, del suo rendimento, dei risultati ottenuti dalla squadra sotto i suoi ordini, eccetera. Gainsborough XXI, che preferisce i campi di calcio agli ippodromi, non ha mai vinto il Derby, né il St Leger, né gli Oaks, né le Duemila Ghinee, ma in compenso è stato cantato dai poeti.

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La lenta crescita di Steven Nzonzi

Innanzitutto il nome: Steven Nzonzi si scrive senza apostrofo. Ed è lui il nome scelto da Monchi per rinforzare la mediana e dimenticare l'affare Malcom. Scelto per la seconda volta, dopo quella del 2015, quando lo portò a Siviglia per 10 milioni dopo 120 partite e 7 gol in Premier League con la maglia dello Stoke City.

Il coronamento di un percorso di crescita lento e tardivo, iniziato tra i campi di Parigi e i centri di formazione federali: "Ciascuno ha il suo percorso, io sono arrivato alla maturità più tardi".

Nato a Colombes il 15 dicembre 1988, madre francese e padre congolese, di Kinshaha, Nzonzi inizia a giocare con il Racing Club de France 92 per poi passare alle giovanili del Paris Saint-Germain, con il mito di Jay Jay Okocha. Qui lo nota Franck Sale, che lo ricorda come "uno spillo", troppo magro, troppo leggero per giocare in campionato, come quello provinciale parigino, "dove c'era tanto agonismo e tanta fisicità e lui non aveva il potenziale atletico per continuare". Franck Sale lo tira "fuori dalla trappola": prende un quattordicenne rachitico, in ritardo di crescita, abbandonato dal PSG, per farlo diventare un calciatore.

Approda al CA Lisieux, dove inizia il nuovo capitolo della sua storia. "Era alto appena 1.50m, era obbligato quindi a giocare d'anticipo, a usare la testa. E se tecnicamente era già molto dotato, aveva invece dei problemi dal punto di vista fisico. Era veramente un profilo atipico" spiega ancora Sale.

Appena un anno dopo si sposta al Caen, dove diventa il rimpianto del suo allenatore Franck Dechaume: "Steven aveva delle potenzialità ma non era un gran lavoratore, mentre lui rimaneva uguale gli altri si staccavano, crescevano e miglioravano. Ci siamo posti allora una domanda, valeva la pena puntare su di lui? Voleva diventare veramente un professionista? Penso che farsi questa domanda sia servito anche a lui". Durante il suo anno a Caen infatti Nzonzi prende 30 cm ma si infortuna regolarmente. "Stava perdendo molto dal punto di vista della motricità - spiega Philippe Tranchant - ma aveva una grande tecnica e tanta intelligenza.  Ci è mancata pazienza con lui". Perchè dopo la stagione al Caen e quella al Beauvais, per Nzonzi arriva l'Amiens, il primo contratto professionistico e la sua definitiva esplosione.d

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I sei anni in Premier League, tra Blackburn Rovers e Stoke City, hanno plasmato il suo fisico longilineo e il suo metodo di gioco sui ritmi inglesi. La Liga spagnola, e soprattutto la mano di Unai Emery, lo ha invece reso polivalente, completo e regolare, rendendo disciplinato il suo senso tattico. Centrocampista box to box, efficace in difesa come in attacco, dove sa far valere i suoi centimetri e la sua botta da fuori.

Per questo Didier Deschamps ha deciso di portarlo in Russia, lasciando a casa il prodigio Rabiot. E' stata la controfigura di N'Golo Kantè, soprattutto nella finale contro la Croazia, quando ha preso il suo posto piazzandosi davanti alla difesa, recuperando palloni e smistandoli prudentemente.

E da campione del mondo è pronto a sbarcare a Roma, dopo 136 presenze e 8 gol con la maglia del Siviglia. I giallorossi hanno offerto 25 milioni alla dirigenza spagnola, forti dell'accordo con calciatore (curiosamente in vacanza a Boston, seconda tappa del tour americano della Roma) e suo entourage. Manca solo la cessione di un altro francese, Gonalons, per andare a dama. E per riabbracciare Monchi per la seconda volta.

Scippi di mezza estate

Sesto comandamento del tifoso: "Finchè non lo vedo all'aeroporto non ci credo". Lo sanno tutti, tutti i tifosi scettici, i San Tommaso, gli esperti del mainagioia applicato. Mai sbilanciarsi, mai farci la bocca, mai crederci veramente. O perlomeno non dirlo ad alta voce. Stavolta è successo veramente e la storia la conoscono ormai tutti. Malcom doveva atterare a Fiumicino alle ore 23.00 di lunedì 23 luglio. Ad aspettarlo c'erano oltre cento tifosi, rimasti soli con Mangiante e con la madre del brasiliano. Dopo una notte insonne, fatta di rilanci, di offerte, di raddoppi, e una mattina di indiscrezioni e di "mi risulta" si è arrivati alla conclusione "più facile da spiegare ma più difficile da capire". Malcom è del Barcellona, abile a soffiarlo alla Roma con 41mln al Bordeaux e 5mln per cinque anni al calciatore.


"Mezz'ora dopo l'accordo trovato - racconta Monchi a RomaTV - mi ha chiamato il presidente del Bordeaux per dirmi che per loro sarebbe stato meglio fare un comunicato ufficiale parlando di un accordo. Gli ho detto che per noi questo non era molto buono, abbiamo il problema di essere in borsa. Hanno insistito e hanno fatto un tweet annunciando un accordo. Siamo stati costretti a fare la stessa comunicazione. Dopodiché tutto era chiuso. Un'ora dopo circa, ha cominciato a girare la voce dell'interesse del Barcellona".

E nel calciomercato ai tempi dei social alcuni passaggi non restano inosservati. Tutto viene a galla, tutto diventa notizia. Foto, condivisioni, mi piace. Come quello del neo-viola Gerson alla foto di Malcom con la maglia blaugrana. Quasi un dejavu, un flash back brasiliano che ci riporta all'estate del 2015.


E' il 5 agosto 2015 quando a Barcellona pranzano insieme Sabatini, Baldissoni, Zecca e Braida, allora DS dei blaugrana. Sul tavolo c'è il futuro del promettente trequartista classe 1997 della Fluminense. Era roba del Barça, con tanto di accordo con club e procuratore. Poi si è inserita la Roma, con una pazza manovra alla Sabatini: 18mln e percentuali di futura rivendita alla squadra, un anno ancora in Brasile per Gerson e diritto di prelazione futura per gli spagnoli. Con la leggenda della clausola Pallone d'Oro.

Ma gli intrecci di questi scippi di mezza estate non finiscono qui. Se Malcom sarebbe dovuto sbarcare a Roma il 23 luglio, quello stesso giorno, quattro anni prima, i giallorossi soffiavano un altro giocatore ad un'altra squadra. Stavolta più vicina. E' il 2014 quando sempre Walter Sabatini riesce a stravolgere una trattativa che sembrava chiusa con la Lazio e a portare Davide Astori alla corte di Garcia. Scriveva il Messaggero: "Tre ceffoni uno dietro l’altro. Il primo lo rifila il Cagliari, rifiutando la proposta di Lotito, il secondo Astori che, nonostante abbia dato la parola alla Lazio da settimane, prende e firma il rinnovo contrattuale con i sardi. Il terzo ceffone, però, è quello che fa più male. Quello che si sente di più e si sentirà per mesi, come se fosse una stracittadina persa nel modo peggiore, visto che i cugini lo stanno sfilando di mano a Lotito, più concentrato a scrivere comunicati che agire come dovrebbe, senza che il patron faccia nulla, e anche con un sorrido beffardo. Un derby di mercato che lascerà sicuramente il segno. Altro che 26 maggio."

E Monchi, con Malcom, aveva provato a fare lo stesso. Proprio il giorno prima delle visite mediche programmate con l'Everton, il ds spagnolo si è inserito con un'offerta migliore, sia per il Bordeaux che per il calciatore. Una manovra perfetta, ma non definitiva. Ma non si tratta di rosicate, di sfregi o di dispetti. E' soltanto il calciomercato, bellezza.

Se nasci calciatore in Brasile il ruolo più difficile che tu possa sceglierti è senza dubbio quello del portiere. Costretto a difendere, invece di creare. Costretto a giocare con le mani, invece che accarezzare il pallone con i piedi. Limitato dall’area di rigore, chiuso, invece di correre libero per il campo.

Lo sapeva bene Moacir Barbosa, portiere del Maracanazo, quanto fosse difficile indossare la maglia della nazionale brasiliana e giocare tra i pali. Lo sapeva benissimo anche Valdir Peres, portiere del Brasile nel mondiale del 1982, scomparso il 23 luglio 2017 per un arresto cardiaco.

Della sua carriera non rimane niente, non un ricordo delle parate, dei rigori salvati, delle smanacciate in angolo. Non rimane niente o quasi. Perché Valdir Peres, per molti, è il portiere della “tragedia del Sarrià”, lo stadio di Barcellona dove il Brasile di Zico, Socrates e Falcao si arrese all’Italia di Bearzot.

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Era una delle nazionali verdeoro più forti di sempre. Sarebbe bastato un pareggio contro gli azzurri per accedere al turno successivo. Ma è un Brasile spavaldo, che sa di essere bello e fortissimo. Non vuole accontentarsi di giocare per il pari, vuole vincere, vuole dominare. Si riversa in attacco ma alla prima occasione viene punito da Paolo Rossi. Sotto di un gol i brasiliani si riscattano subito, segna Socrates e poi di nuovo Rossi, segna Falcao e poi ancora Rossi.

L’attaccante italiano è una furia. È l’incubo di Valdir Peres che non riesce in alcun modo a fermarlo. La partita finisce 3-2, il Brasile viene eliminato.

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La colpa è solo di una persona. Del portiere. Incapace, inadatto, non all’altezza di una nazionale di fenomeni. Valdir Peres viene espulso dalla seleçao, non sarà più convocato e qualcosa si incrinerà anche nel rapporto con il San Paolo, la squadra di cui difese i pali per oltre dieci anni e di cui, tuttora, è uno dei calciatori più presenti.

Non resta nulla dei campionati brasiliani vinti, dei rigori parati, dei gol salvati. Del portiere resta solo la faccia impaurita al momento del tiro, la rassegnazione nel raccogliere il pallone in fondo al sacco. “Rossi è uno dei miei incubi peggiori – raccontava – ma rimango convinto che se rigiocassimo quella partita, la Seleçao vincerebbe dieci volte su dieci”.

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