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Tornare a parlare di calcio dopo due mesi e mezzo ...
Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica. Prof di giorno, giornalista freelance di notte. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere, una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, e un Master in Editoria, Giornalismo e Management Culturale a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e poesia. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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Toronto Raptors, una parabola italiana nel DNA

In cima alla lista dei dischi più venduti del 1996 ce n’è uno, quello di Jay-z, intitolato “Reasonable Doubt”. Tradotto : “Dubbio ragionevole". Come dare torto ad uno dei più grandi rapper e nigga del panorama americano. Il 1995 infatti non solo era stato l’anno del verdetto del caso OJ Simpson, dichiarato non colpevole dopo essere stato accusato di aver ucciso moglie e amante di lei prima di scappare davanti a 150 milioni di spettatori con la sua Ford, ma era l’anno in cui, nella stagione NBA 1995/1996, furono create e ammesse nel campionato due squadre canadesi: i Vancouver Grizzlies e i Toronto Raptors. Reasonable doubt? Certo, le due squadre nel 1996 finirono entrambe la stagione con un record negativo. La prima con 15 vittorie a fronte di 67 sconfitte e la seconda con un 21-61.

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Non sembra un buon principio per una storia da raccontare ma, invece, lo è perché i Toronto Raptors, ora unica squadra canadese nella NBA, sono giunti quest’anno fino alle Finals e nel loro patrimonio genetico scorre sangue anche in parte italiano. Nel 1995 la stagione dei Raptors inizia con un italiano nel roster, Vincenzo Esposito, in arte Vincenzino, primo giocatore italiano a giocare nella NBA assieme a Stefano Rusconi che, in quello stesso anno approderà ai Phoenix Suns. Certo, sarebbe stata tutta un’altra cosa se nel 1970 Dino Meneghin avesse accettato le avances che aveva ricevuto dal continente oltre la pozza. Ma come biasimarlo, oltre tutto è stato uno dei giocatori europei più forte e più vincente di ogni epoca. Vincenzino Esposito è stato poco in America, giusto durante quella stagione, e non ha viaggiato certo a cifre entusiasmanti ( 4 punti, 0,5 assist e 0,5 rimbalzi a partita) ma, con Rusconi, ha rotto quel muro che sembrava invalicabile, ha fatto diventare realtà quello che ancora per pochi era un sogno, facendo diffondere la parola “America” e “NBA” sulle bocche degli italiani. Sicuramente la storia di Esposito e Rusconi sarà balzata nelle orecchie e nella testa dei Marco Belinelli, dei Danilo Gallinari, ma anche dei Carlton Myers, dei  Gianmarco Pozzecco che nel 2004 hanno fatto sognare milioni di tifosi del’Italbasket.

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Non era mica così, prima, come invece lo è oggi. Per ascoltare i risultati della notte cestistica oltreoceano si doveva accendere la radio sulle frequenze sportive e aspettare fino a che, dopo esserti sorbito anche i risultati della pallavolo croata, non dicevano anche quelli della NBA. E tappale tu le orecchie a un ragazzino che sente della squadra di Vincenzino Esposito essere una delle poche, quell’anno, a battere i Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman. L’anno successivo Vincenzino è ritornato in Italia, a Pesaro, ma la NBA per gli italiani non è stato più quel posto tanto spettacolare quanto irraggiungibile e la passione che l’italiano c’ha messo ha spinto i Toronto Raptors, qualche anno dopo, a selezionare come prima scelta assoluta “il Mago”, Andrea Bargnani che, nonostante i rimpianti di una carriera altalenante, è stato uno dei primi a giocare in America in un modo del tutto non convenzionale.

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Anche i Toronto Raptors hanno avuto una storia altalenante e molti talenti che l’hanno scritta non sono stati da meno: Tracy McGrady, uno che era in grado di mettere 13 punti in 35 secondi, Vince Carter, il più forte schiacciatore di tutti i tempi sono stati tutte meteore che hanno messo sulla mappa una città che con il basket aveva poco a che fare.

Ma nonostante una storia romantica e alquanto frizzante, solo ora i Toronto Raptors hanno la possibilità di scrivere la storia tutta in maiuscolo. Sono approdati, anche se tortuosamente, nelle finali e dovranno fronteggiare uno dei cicli più vincenti della storia del gioco con la palla a spicchi. Indovinate chi c’è in panchina? Sergio Scariolo, un italiano. Vice allenatore ma vate  del capo allenatore dei Raptors che di esperienza ne ha di gran lunga di meno, per quelle occasioni. Eccola qui, la parabola italiana dei Toronto Raptors. E se per molti un tempo andare in NBA era un “ragionevole dubbio”, oggi è diventato quasi un “must”, soprattutto se ti telefona Toronto.

 

Vittorio Zucconi, storico giornalista di Repubblica, è morto lo scorso 25 maggio. È morto nella sua Washington, città americana che è diventata casa dal 1985, quando diventa editorialista dagli Stati Uniti per il giornale di Scalfari.

Classe 1944, originario di Bastiglia, provincia modenese, ha lavorato con Walter Tobagi a La Zanzara, è stato direttore di Radio Capital, ha girato il modo per La Stampa, Corriere della Sera e La Repubblica. L’America, ovviamente, ma anche Tokio, Mosca, Parigi.

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Vittorio Zucconi

E proprio nella capitale francese scrisse il pezzo che, su suggestione del suo profilo a firma di Emanuela Audisio, vi proponiamo qua sotto. Perché Vittorio Zucconi parlava, raccontava e scriveva di tutto. Della Cappella Sistina come di Hiroshima, della morte di Frank Sinatra al Caso Lockheed. Passando per lo sport, il calcio, il suo amato Milan, la sua amata Italia. Che lo portò, quando era corrispondente dal Giappone, ad imbracciare un tricolore e a inscenare un carosello solitario e magico per le strade di Tokyo. Completamente da solo.

L’articolo qui di seguito, scritto in occasione della fine dei Mondiali di Francia del 1998, è dedicato a Luigi Di Biagio.

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Grazie Di Biagio e dimentichi quella traversa

PARIGI Caro sergente Di Biagio, nella presunzione che forse ci leggerà ora che non ha più niente di meglio da fare, le scrivo per dirle grazie. Quel rigore sulla traversa ci ha salvato. Mi permetta di darle del lei, visto che non ci conosciamo e il fatto che lei lavori in mutande e io in brache lunghe non mi autorizza a darle del tu. La ringrazio a nome mio personale e di quei tifosi italiani che forse non hanno ancora capito il sublime sacrificio del suo gesto. La ringrazio e la rispetto. Da quell' eroico sottufficiale di carriera che è, lei, caro sergente Di Biagio, ha semplicemente sparato il colpo di grazia a quel mulo zoppo che era la nostra Nazionale 98 e a noi tifosi italiani che ragliavamo in disperato coro l'illusione di essere cavalli di razza.

di biagioIl rigore di Di Biagio contro la Francia, raccontato da Vittorio Zucconi

Lei ha fatto il suo dovere e così ci ha risparmiato altri giorni di asinate maldiniane, di strazianti ambiguità Baggio-Del Piero sui giornali, di inani dichiarazioni di Moriero e di grugniti di Vieri. Lei ha fatto, da solo, il miracolo di dimezzare le pagine e le ore dedicate al Mondiale di Francia, forse riportando l'attenzione sulle idiozie della politica italiana e sui tremendi scricchiolii dell'economia internazionale. Merci, mon sergent. Se avrà la ventura e la pazienza di leggere questa lettera, ascolti uno che potrebbe essere suo padre: non perda una sola ora di sonno, non spenda un'altra lacrima, non vada a confessarsi dal suo amico prete colombiano Don Davide, per quella orrenda botta sulla traversa. La squadra nella quale lei ha giocato, pardon, combattuto era comunque destinata a una Caporetto, a una El Alamein, a un 8 settembre e soltanto un vero uomo, un sergente "full metal jacket" come lei poteva avere il coraggio di capirlo e mettere fine alle nostre miserie.

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Glielo dice uno che ha attraversato tutto il Sahara di Usa 94 con Arrigo Sacchi soltanto per arrivare al crudele miraggio di Pasadena. Meglio, molto meglio così, lo chieda a Baggio. Era andata anche troppo avanti, questa agonia del 98, un'agonia e se fossimo arrivati in semifinale, non ci saremmo più tolti dai piedi il calcio fossile di Maldini. Saremmo stati condannati a rivedere ancora e ancora in un infinito replay dell'orrore, Italia-Austria, Italia-Norvegia e il ripugnante primo tempo di Italia-Francia e portarci lo stesso "Mister" anche nel Duemila. Invece, grazie a lei, sergente, abbiamo una speranza per il futuro. Piccola, ma ce l'abbiamo. Non c'è vergogna, non c'è tradimento nel prendere un palo: c'è infamia nel fallo di reazione, nel calcetto asinino tirato al giocatore a terra, nella manina vigliacca di Maradona, ma le porte fanno parte del gioco, come i portieri che fanno i miracoli, come gli arbitri che sbagliano, come le deviazioni casuali che producono gol immeritati. Se lei ha accettato volentieri il bel gol di testa fatto contro il Camerun, così deve accettare la traversa scossa venerdì sera. Non ci sarebbe la felicità di guarire se non esistesse la malattia.

Di Biagio 2Il sergente Di Biagio, promosso maresciallo da Vittorio Zucconi

E' il sospetto della morte che rende cara la vita e lei, lo sappia, l'altra sera è un po' morto, a Parigi, ma avrà il privilegio di poter rinascere. La traversa di Parigi è quella che renderà squisito il sapore del suo prossimo gol. Confesso che lei mi è stato simpatico dal primo pomeriggio nel quale la vidi allenarsi, in quelle partitelle "pettorine contro tute" che dicono tante verità a chi le vuole ascoltare. L'ho vista muoversi per il campo, correre, spingere, tirare, come se ogni palletta, se ogni scambio, se ogni secondo fosse l'ultimo della sua vita. Guardavo alcuni suoi compagni, quegli irritanti, coccolatissimi "fighetti" che lei conosce bene, giocherellare con il broncio, con l'aria di chi si dice ma guarda se io bravo e pagato come sono devo perdere tempo in queste puttanate quando potrei essere sul set a girare uno spot per un dopobarba. Ma non lei, sergente. Lei gioca - e sospetto viva - come se non credesse alla sua fortuna, come se si dicesse, parlando da solo: qui se non mi do da fare, mi rimandano a scaricare le cassette di frutta ai mercati generali, al Testaccio dove sono nato.

Non ci sono agenti e registi fuori dai cancelli che l'aspettano, perchè con i suoi piedi potrebbe sfasciare un aeroporto, se le facessero fare uno spot come quello di Ronaldo. Con la sua faccia lei potrebbe al massimo sponsorizzare un furgoncino Ape carico di acque minerali. Diciamoci la verità: ha ragione. Il giorno nel quale smetterà di faticare e di morire sul campo, non diventerà un potente burocrate maneggione come il paraculetto Platini. Lei mi pare più destinato a una prospera, serena vecchiaia come proprietario di un bar- trattoria con annessa ricevitoria Totocalcio e gagliardetti della squadra dilettanti che lei guiderà a onorevoli sconfitte nei tornei estivi notturni. 'A Giggi viè qqua, raccontace de quella vorta a Pariggi che te sei magnato er rigore' . Questa è dunque una lettera a un campione mai nato. Ma a un uomo adulto, fra tanti, inutili bambini che abbiamo. Per questo, caro sergente Di Biagio, si consideri promosso a maresciallo. Grazie, Maresciallo d' Italia Giggi Di Biagio, per averci mandato, finalmente, "Tutti a casa".

Vittorio Zucconi

Dall’archivio de La Repubblica, 5 luglio 1998

In porta uno psicologo, a centrocampo un analista, come terzino destro un dottore in educazione fisica. È tutta così la formazione del Cardiff Metropolitan University, una squadra di studenti e dottorandi che si è appena qualificata, in Galles, per i preliminari di Europa League.

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Will Fuller, portiere del Cardiff Met University. Credits: Matthew Lofthouse

È una sensazione fantastica ricevere questa attenzione da tutto il mondo – ci racconta in esclusiva Will Fuller, portiere della formazione entrata nella storia – è grandioso per il profilo del club e dell’università”. Un ateneo di appena 11 mila studenti (La Sapienza di Roma ne ha 10 volte tanti), con una squadra di calcio fondata nel 2000, composta interamente da studenti, tra i 18 e i 25 anni, tutti senza stipendio. Sulla panchina, invece, c’è Christian Edwards, 43enne con un passato da difensore nel Nottingham Forrest. Due anni fa la promozione nella Welsh Premier League e quest’anno il settimo posto che valeva l’accesso ai Play Offs Europa League nel Gruppo Retrocessione. Poi la cavalcata inarrestabile, prima nella semifinale vinta contro il Caernarforn Town, poi nella finale contro il Bala Town. 1 a 1 nei tempi regolamentari e un Fuller eroico con 3 rigori parati nella lotteria dagli undici metri. “I miei idoli sono Oblak, Ter Stegen e De Gea. Ma forse per salvare la porta mi ha aiutato studiare psicologia. Avevo visto i video dei rigori avversari, come li tiravano. Per fortuna ha funzionato”.

 

Esplode la festa al Cyncoed Campus, capienza 1.620 persone

Il Cardiff Met University, in patria, è la squadra degli arcieri. Ce n’è uno nel loro stemma, sotto la scritta in gallese “I lwyddo, rhaid chwarae”, che potremmo tradurre con “Per avere successo, deve suonare”. Un motto che mister Edwards ha rinnovato in un’intervista al The Guardian di due anni fa: “Per giocare devi brillare. Devi brillare per essere un calciatore e penso che una formazione accademica possa assolutamente aiutare: ci sono un sacco di cose che devi metterti in testa quando scendi in campo, il calcio è un gioco difficile”.

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La mattina sui libri e a lezione, per master e dottorati di ricerca, il pomeriggio tutti in campo. “Non avrei mai pensato che qualcosa del genere potesse succedere davvero – ha raccontato Eliot Evans, attaccante classe 1991, studente del master di management sportivo e autore di 8 reti quest’anno – ma nessuno di noi dimenticherà da dove veniamo. Ora con i soldi di questa competizione potremo salire di livello attraverso investimenti mirati. Lo dirà il tempo, intanto per noi è fantastico”. L’Europa League porterà nelle casse del club qualcosa come 220.000 euro. Forse non basteranno per rifare lo stadio, il Cyncoed Campus, capienza di 1.620 persone, ma sono cifre comunque da capogiro.

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Dan Spencer stappa lo spumante dell'Europa League. Credits: Matthew Lofthouse

Parte del premio servirà per finanziare la prossima trasferta europea. I preliminari della vecchia Coppa Uefa ci saranno il 27 giugno e il 4 luglio, le possibili avversarie arriveranno dal Kosovo, dal Lussemburgo o da San Marino. “Per noi è qualcosa di sconosciuto al momento – continua Fuller – ma con il lavoro potremo affrontare qualsiasi sfida”.

Intanto per festeggiare la vittoria contro il Bala Town, la squadra non ha fatto troppa strada: “È stata una serata emozionante, ma ci siamo solo fermati al pub sulla via di casa”. In Europa, invece, il tragitto sarà diverso. E si spera anche più lungo possibile.   

Quando l’Italia incontra la Francia di Zidane è destino che a vincere debbano essere gli azzurri. E se ti chiami Destiny allora il destino non può che essere un appuntamento, una formalità. Gli azzurri Under 17 volano in finale dell’Europeo di categoria dopo aver battuto 2 a 1 i transalpini. La rete decisiva porta la firma di Destiny Iyenoma Udogie, terzino sinistro di origini nigeriane che gioca nelle giovanili del Verona. L’altro gol è di Sebastiano Esposito, che raggiunge la doppia cifra con la nazionale e che Luciano Spalletti ha già fatto esordire con i grandi dell’Inter, nel match di Europa League contro l’Eintracht Francoforte.

Un risultato importantissimo, che porta la nostra nazionale in finale per la seconda volta di fila. Merito soprattutto di mister Carmine Nunziata che ha saputo cucire una rosa dinamica, forte, ricca di idee. E soprattutto di storie. Perché nel 4-3-1-2 azzurro, il trequartista dietro le punte risponde al nome di Franco Tongya, torinese classe 2002, genitori del Camerun, maglia 7 sulle spalle, che a Vinovo già chiamano il nuovo Pogba. Veloce e dotato di un gran fisico, ha messo a segno 5 reti nella cavalcata dell’Italia Under17. Gli stessi che lo scorso anno mise a segno con la maglia dell’Udinese Nicolò Cudrig, bomber di Cividale, gol in fuga verso l’estero. Perché per crescere e diventare grande ha rifiutato le offerte di Juventus e Roma e ha scelto il Belgio, il Cercle Brugge.

A farla da padrone, nella squadra di mister Nunziata, sono l’Inter, con 6 convocati, e la Juventus, con 4. Tra questi Nikola Sekulov, gioiello cresciuto a Piacenza, dove è nato da genitori macedoni. In campionato, con la maglia bianconera, ha messo a segno 6 reti e 4 assist, nonostante il suo mestiere sia quello di mezz’ala. Insieme a lui, in questa finale, ci saranno Marco Molla del Bologna, Matteo Ruggeri dell’Atalanta, Lorenzo Colombo del Milan, Christian Dalle Mura della Fiorentina. Il fior fiore dei nostri vivai, che sembra stiano, lentamente, riprendendo a sfornare talenti. Una squadra giovane e bella, che ricorda la selezione di pallavolo di Davide Mazzanti, quella con Paola Egonu, Miriam Silla, Elena Petrini, Sylvia Nwakalor. Una nazionale che venerdì sera, al Tallaght Stadium di Dublino, non si è arresa neanche quando per la Francia è entrato Theo Zidane, centrocampista del Real Madrid figlio di Zizou. 

L’appuntamento per la finale è domenica prossima, 19 maggio, alle 17.30 italiane. Davanti all’Italia ci sarà l’Olanda, che su 21 convocati ne ha quasi metà dell’Ajax. Nel suo DNA c’è lo stesso stile di gioco di quei pazzi di Ziyech e De Light, van Beek e Neres. Contro, però, avranno l’Italia di Esposito, Cudrig, Tongya e Bonfanti. Sperando in un altro gol di Destiny, nell’appuntamento col destino.

Con gli occhi di Daniele De Rossi

7 novembre 2010. La Roma vince il derby con i gol di Borriello e Vucinic. Me lo ricordo bene quel tuo faccione, aggrappato al cancello della Sud. Quei tuoi occhi azzurri, belli, cattivi, felici. Daniele De Rossi, quella sera, era un vessillo piantato ai piedi del suo cuore. Una bandiera fatta di carne e ossa che sventolava tra bandiere fatte di stoffa, di giallo e di rosso.

Ce l’ho stampato in testa quel tuo faccione romano, romanista. Quei tuoi occhi pazzi di gioia. E il tuo daje, il tuo urlo, mi arrivava in faccia. Come un vento forte che ti spettina ma ti rinfresca. Come il vento che soffia sul mare di Ostia.

Di Francesco Totti mi sono perso almeno quattro anni. Di Daniele De Rossi non ho saltato niente. Ricordo tutto e ho paura a dimenticare qualcosa. Sono geloso.

Ricordo quella rete al Chievo, ad esempio. A un passo dal possibile, a un passo da te. De Rossi che non segnava da fuori area da un sacco di tempo. Sbam. Gol. Il sogno accarezzato per quaranta minuti. Perché quello scudetto, la Roma, se lo sarebbe meritato tutto. Io me lo sarei meritato tutto, tu te lo saresti meritato tutto. Noi ce lo saremmo meritato tutto. E così anche De Rossi, che è come me, come noi.

Mi sono accorto di aver cambiato nel corso degli anni il rapporto con il numero 16. Perché come le cose che ami di più, che senti più tue, le dai per scontate. Ti sembra abitudine, e invece è tutto. Le lasci lì all’angolo, sicuro che ci saranno sempre. Invece ti svegli una mattina di maggio, che sembra novembre, e non le trovi più. Trovatemi uno che parlava della Roma nella sua maniera: “Ringrazio di essere romanista anche dopo i 7 a 1”. Trovatemi uno che la baciava come faceva lui, che sia la maglia, il parastinchi, lo scarpino, il cielo, la curva, la palla. Trovatemi uno che la guardava così. Guardate gli occhi di De Rossi, non sono quelli dei romani, sono quelli delle statue etrusche: sembrano guardare l’infinito. “Ho imparato ad amare la Roma dai tifosi, guardando i tifosi”.

Daniele De Rossi quando guardava la Roma, la Curva Sud, i suoi tifosi, gli brillavano gli occhi, che erano gli stessi di quel bambino con la maglia Barilla, usava gli occhi miei, tuoi, nostri. Gli occhi di chi ogni anno sogna di vincere qualcosa, gli occhi di chi ieri era piccolo e oggi è grande, come lui, gli occhi dell’amore, della speranza, gli occhi di chi nonostante tutto, nonostante i Liverpool e il Lecce, nonostante il Manchester United e la Fiorentina, restano al loro posto, sempre e per sempre. Gli occhi di Roma.

Anche oggi quegli occhi brillano, anzi luccicano di lacrime. “Non li posso guardà sennò scoppio” ha detto il Capitano riferendosi alla sua squadra. Come me, come te, come noi. E quel 26 maggio, (sì, proprio 26 maggio) quel Roma Parma, (sì, proprio Roma Parma) non sarà facile.

E se questa mattina di maggio fa più freddo non è colpa solo del clima. È che ci siamo svegliati tutti più vuoti, tutti più soli. Proprio come Daniele, che il prossimo anno giocherà con un’altra squadra. E li guarderai insieme e non potrai farci niente. Non puoi farci niente. Perché in fondo De Rossi è la Roma, è come me, è come te, è come noi. “Ci siamo scelti a vicenda”. Ci siamo amati, ci siamo voluti, ci siamo baciati. Abbiamo vissuto la Roma nello stesso modo e questo vale più di ogni altra cosa, più di ogni altro Scudetto, più di ogni altro trofeo.

Ho urlato con De Rossi, ho pianto con De Rossi. Ho guardato la Roma con gli occhi di De Rossi e De Rossi ha guardato la Roma con gli occhi miei, con gli occhi tuoi, con gli occhi nostri. E non c’è vittoria più grande.  

 

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3 immagini epiche di Florenzi

Di quando in quando, non molto spesso però succede, capita che il karma si manifesti anche nel calcio. Una nemesi pallonara, una giustizia compensatrice e riparatrice, un disegno divino che ristabilisce il giusto, l’equo.

È quanto successo nell’ultimo Roma Juventus con Alessandro Florenzi. La sua vicenda ha provocato in noi una montagna russa di sensazioni e di immagini, tutte epiche, tutte mitologiche, tutte che appartengono ad una sfera altra e alta.

Le proviamo a spiegare così.

 

 

La sfida. 
Samuele, Bibbia. Davide contro Golia

Dall'accampamento dei Filistei uscì un campione, chiamato Golia, di Gat; era alto sei cubiti e un palmo. 5 Aveva in testa un elmo di bronzo ed era rivestito di una corazza a piastre, il cui peso era di cinquemila sicli di bronzo. 6 Portava alle gambe schinieri di bronzo e un giavellotto di bronzo tra le spalle. 7 L'asta della sua lancia era come un subbio di tessitori e la lama dell'asta pesava seicento sicli di ferro; davanti a lui avanzava il suo scudo

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Florenzi contro Cristiano Ronaldo

 

Succede tutto nel secondo tempo. La Juventus, impersonificata in Cristiano Ronaldo, non butta fuori il pallone nonostante un giocatore della Roma a terra. “Noi avevamo messo fuori la palla due volte, lui invece l’ha giocata – ha raccontato Florenzi nel post partita - potevamo ripartire anche noi nel primo tempo con Kolarov ma l'abbiamo buttata fuori perché noi siamo questi”.

Così il capitano della Roma dice qualcosa al fenomeno di Madeira, i due si attaccano, vola qualche parola grossa e Ronaldo mima la statura del terzino romanista: “Eres pequeno para hablar”.


Florenzi contro Cristiano Ronaldo parte 2 

Ma come Davide e Golia, nell’episodio biblico, l’eroe non si sottrae dalla lotta, si fa sotto nonostante tutto. “Lui è un Pallone d'oro e pensa di avere tutto il diritto di fare ciò che ha fatto”. E nel vedere la spocchia, la superbia di Ronaldo, tutti in fondo abbiamo pensato: “Che bello sarebbe se adesso segnasse Florenzi”. Ecco, a volte succede davvero.

 

 

Il Gol.
Ovidio, Metamorfosi. Giove ed Europa

Gode l'innamorato e, in attesa del piacere sognato,
le bacia le mani: a stento ormai, a stento rimanda il resto;
intanto si sfrena gioioso saltando sull'erba verde
o stendendo il fianco color di neve sulla rena bionda;

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Salta Florenzi salta, sogna ragazzo sogna

Ed eccola, la nemesi, la riparazione dei torti e dei soprusi del più forte. Eupalla, dio del calcio che tutto vede e orchestra la manovra, soffia sul più piccolo, lo fa arrivare fino in area di rigore.

E Florenzi sembra veramente un folletto, un elfo della foresta, che si muove rapido, scatta e cambia direzione. Sfugge alla marcatura del laziale Caceres e quando si trova all’infedele Szczęsny un’altra divinità, che siede in tribuna, gli concede di usare la sua arma magica: il cucchiaio al posto della spada, il colpo sotto al posto della lancia.

Florenzi salta sull’erba verde, come Giove prima di rapire Europa, salta voglioso, innamorato, eccitato. Perché il gol, stavolta, è tutto suo, suo e basta, di Alessandro più che di Florenzi. “Il gol me lo sono gustato tanto perché penso che me lo meritavo, penso al singolo per la prima volta. Penso che me lo meritavo perché sono un ragazzo che lavora dalla mattina alla sera. Anche il mio migliore amico, che fa l'elettricista, quando dico vado a lavorare mi prende in giro perché si alza alle 5.00 del mattino. Ma lo dico a chi mi vuole bene lo faccio con passione. Puoi sbagliare, ma anche quando sbagli basta dare tutto”.

 

 

L’esultanza.

Giordano Bruno, Gl’Eroici furor. Il volo di Icaro

Poi che spiegat'ho l'ali al bel desio,
quanto più sott'il piè l'aria mi scorgo,
più le veloci penne al vento porgo:
e spreggio il mondo, e vers'il ciel m'invio

Florenzi 3Florenzi vola, si arrampica, scala la Curva Sud

Così il piccolo Florenzi inizia a correre. Piccolo perché giovane, giovane come Fetonte che decise di volare con il suo carro verso il sole, giovane come Icaro che con le sue ali scelse di planare verso la stella più luminosa. Questa, all’Olimpico, si chiama Curva Sud e rispende di giallo e rosso.

Florenzi spicca il volo per abbracciare il suo sole, come il bambino di De Andrè in Volta la Carta “che sale un cancello / ruba ciliegi e piume di uccello”. Ma il giovane e piccolo Florenzi non si fa male e non si scotta. Ha raggiunto il suo cielo, abbraccia e urla in faccia alla sua gente. Strillava la sua gioia anche a chi lo fischiava, a chi lo chiamava trentadenari. Ma domenica sera non era importante, domenica sera la Roma aveva vinto contro la Juventus una delle sfide più inutili della sua storia recente. Ma quando si mette in mezzo la Giustizia Divina non c’è veramente niente da fare.

Se trentadue anni fa, di questi giorni, vi foste ritrovati a passare per Napoli, di certo non sareste riusciti a fare un passo. La squadra azzurra vinceva il suo primo, storico, campionato di calcio.

La matematica arrivò il 10 maggio 1987, con il pareggio contro la Fiorentina. Era la squadra del più grande di tutti i tempi, Diego Armando Maradona, autore in Serie A di 10 reti, ma anche di Carnevale, Giordano, Bagni, Ferrara, Garella, con Ottavio Bianchi in panchina e Corrado Ferlaino presidente.

Per celebrare questo anniversario vi proponiamo, qua sotto, l’articolo uscito il 12 maggio 1987 su la Repubblica, a firma Rosellina Balbi. Nata a Napoli nel 1923, fu responsabile per il quotidiano della sezione culturale dal sua fondazione al 1990. Si occupò di razzismo, di camorra, di neuropsichiatria insieme al fratello Renato. Scrisse di calcio, la sua grande passione. Intrecciandolo alla cultura, alla società, alla politica.

Come in questo pezzo, dal titolo Napoli ha vinto, e scusate il ritardo, che vi proponiamo integralmente, dagli archivi del quotidiano di Scalfari.

Rosellina Balbi con Enzo Golino Beniamino Placido e Lucio Villari
Rosellina Balbi con Enzo Golino, Beniamino Placido e Lucio Villari

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Capire Napoli non è facile. Non è facile per i napoletani, figuriamoci per gli altri. Una città piena di contraddizioni; meglio ancora, una città bifronte: europea e levantina, moderna e arretrata, metropoli e casbah, vitale e stagnante.

Nel lontano 1802, l'esule Vincenzo Cuoco scriveva che la nazione napolitana si poteva considerare divisa in due popoli... la parte colta si era formata sopra modelli stranieri, così la sua coltura era diversa da quella di cui abbisognava la nazione... e questa, a vicenda, quasi disprezzava una coltura che non l'era utile e che non intendeva. Non fu certo un caso se i popolani avversarono ferocemente la rivoluzione del ' 99: A lu suono de la grancascia / viva sempre lu popolo bascio / A lu suono de li tammurrielli / so' risurte li puverielli / A lu suono de le campane / viva viva li pupulane / A lu suono de li violini / sempe morte a' Giacobbini!. Per anni, gli inviati della grande stampa nazionale a Napoli non hanno fatto che puntare lo sguardo sui panni stesi nei vicoli, sui pazzarielli, su cantanapoli. E, in seguito, sulle gesta della camorra. Dall' altra parte, opponendo luoghi comuni a luoghi comuni, generalizzazioni a generalizzazioni, la classe dirigente (si fa per dire) napoletana faceva del vittimismo protestatario e querulo, attribuiva ogni responsabilità della degradazione di Napoli alle congiure del Nord, cercava di far credere alla gente che la crescita della città dipendesse esclusivamente dalla volontà di riparazione delle proprie colpe da parte dello Stato.

napoli1Gli striscioni a Napoli per celebrare il primo Scudetto

C'erano poi i cosiddetti napoletanisti eredi di Scarfoglio, i quali, per esaltare una Napoli categoria dello spirito, non trovavano di meglio che celebrare la filosofia della miseria; il buon selvaggio del Pallonetto o dei Quartieri dimostrava la sua superiore saggezza, secondo loro, ridendo dei propri mali, quando addirittura non ne traeva ispirazione per le sue canzoni. Se non trovava lavoro, pazienza; anzi in qualche modo la disoccupazione era una scelta di vita.

Lo aveva già scritto nel 1835 Alexandre Dumas (nel Corricolo): il lazzarone napoletano è uno che dorme quando ha sonno, mangia quando ha fame, beve quando ha sete. Gli altri popoli si riposano quando sono stanchi di lavorare: lui, invece, quando è stanco di riposare lavora. Lavora, ma non di quel lavoro del Nord, che sprofonda l'uomo nelle viscere della terra per estrarre il carbone, che lo curva sull' aratro, che lo sospinge sui tetti spioventi... bensì di quel lavoro giocondo, spensierato, trapunto di canzoni e di lazzi... Nessuna voglia di faticare sul serio, dunque; ma in compenso nessun rancore, nessun desiderio di rivalsa né individuale né collettiva. E lo stereotipo era destinato a durare. Quarant' anni più tardi, Renato Fucini si scandalizzava per l'ossequiosità dei poveri di Santa Lucia verso i forestieri ricchi: Eccellenze e riverenze e atti d'umiltà indecorosi. Roba dell'Ottocento, direte. E invece no. Ancora negli anni Sessanta il direttore del Mattino (che era Giovanni Ansaldo) esaltava la povera gente che, a suo dire, gioiva vedendo entrare i signori nel San Carlo: quantunque moltissimi napoletani non siano mai entrati nel teatro, osservava benevolmente Ansaldo, grazie a quella totale assenza di astio sociale che costituisce il pregio maggiore del popolo napoletano, quei moltissimi non invidiano affatto quei fortunati che vi possono mettere piede...

Nessuno sembrava sospettare che la felicità stracciona fosse null'altro che una rassegnazione prodotta da secoli di promesse non mantenute, di governi e amministrazioni corrotte, di frustrazioni e di inganni. Una rassegnazione, peraltro, sempre tinta di ironia, anzi di autoironia, al tempo stesso salutare e dannosa: salutare perché costituiva una barriera contro la disperazione, dannosa perché si traduceva in scetticismo circa la propria capacità di ribaltare le cose. Significative, al tempo dei Borboni, le battute che si moltiplicavano nel popolo a proposito dell'esercito di Franceschiello. Come ad esempio questa: Capità, fuimme (scappiamo)? Aspettate l'ordine. È stata la stessa autoironica rassegnazione, io credo, a far sì che fin dal 1926 i napoletani scegliessero il ciuccio come simbolo della loro pur amatissima squadra di calcio.

napoliFesta grande al San Paolo di Napoli

Non un lupo, non un toro, non una zebra, non un biscione. No, un asinello, l'animale pieno di piaghe, la paziente bestia destinata a ricevere in eterno bastonate. E lo raffigurarono, quel ciuccio, mentre calciava un pallone con le zampe posteriori, senza dunque veder neppure dove lo spediva. E il motto fu: Ciuccio, fa tu. Ma un ciuccio, che può fare? Può soltanto perdere. E infatti il ciuccio perderà. Perderà anche quando la società avrà alla sua testa un dirigente moderno come Giorgio Ascarelli (è vergognoso che oggi nessuno ne ricordi il nome), che costruirà uno stadio a proprie spese e, con una intuizione anticipatrice circa l'importanza dell'allenatore per le fortune di una squadra di calcio, chiamerà a Napoli William Garbutt, un inglese competentissimo che resterà sei anni e darà ai tifosi la soddisfazione di vedere i loro giocatori in Coppa Europa.

Ma il ciuccio continuerà a non vincere. E tanto meno vincerà quando negli anni Cinquanta, sovrapponendo i propri interessi politico-elettorali alla passione calcistica dei suoi concittadini, Achille Lauro lancerà lo slogan: Per un grande Napoli, per una grande Napoli. Non ci sarà né l'uno né l'altra. Non ci sarà la grande Napoli, ché al contrario le amministrazioni laurine metteranno mano al sacco edilizio della città; e non ci sarà il grande Napoli, malgrado l'acquisto di bravi o anche bravissimi giocatori, perché l'improvvisazione e la speculazione propagandistica impediranno ogni seria programmazione.

Napoli2La prima pagina de Il Mattino

 

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Ci sarà, per contro, la spaccatura della tifoseria. I primi appassionati di calcio, a Napoli, furono come del resto accadde un po' dovunque di estrazione aristocratica o alto-borghese; anche i giocatori provenivano dalle file dei signori (una delle prime squadre napoletane aveva, all'ala destra, il duchino di Serracapriola). Poi arrivarono i popolani. E l'integrazione fu spontanea e felice: gentiluomini e plebei erano animati dallo stesso senso della festa, dallo stesso gusto dello spettacolo, dalla stessa propensione allo sberleffo, che poi è il migliore antidoto contro il fanatismo. Ricordo una partita, allo Stadio Partenopeo, che si svolgeva mentre la radio mandava in onda un discorso di Mussolini. Sulle gradinate erano stati sistemati degli altoparlanti perché la voce del capo potesse giungere ai tifosi. Ebbene, mai si udirono incitamenti più allegri e rumorosi alla squadra: si può dire che non una sillaba mussoliniana riuscisse a raggiungere le orecchie degli spettatori.

E che dire della fama di jettatore calcistico attribuita al principe di Piemonte? Ogniqualvolta il futuro re d'Italia metteva piede nello stadio, sugli spalti si provvedeva ai necessari scongiuri... Ma negli anni Cinquanta, come dicevo, la tifoseria si spaccò. Quella che Vincenzo Cuoco aveva definito la parte colta della nazione napolitana non gradiva lo sfruttamento in chiave elettoralistica diciamo borbonica nel senso peggiore del termine delle vicende della squadra. Sapeva che se lo scudetto fosse arrivato a Napoli in quegli anni, avrebbe con ogni probabilità contribuito a radicare durevolmente un modo di far politica, e anche una mentalità, che sarebbero stati di serio ostacolo alla crescita sociale e civile della città. Del resto, anche il mancato arrivo dello scudetto venne attribuito, da chi gestiva le sorti del Comune e della società di calcio, alle inadempienze dello Stato e alle cospirazioni nordiste (eppure in Parlamento Lauro votava costantemente per il governo e si guardava bene dal compromettere i suoi rapporti d' affari con la Fiat e in genere con gli industriali del Nord).

Dopo sessantun anni, oggi lo scudetto è finalmente arrivato. E qualcuno va nuovamente a caccia del pittoresco, magari nascondendo sotto la dichiarata simpatia una sfumatura di indulgente superiorità davanti alle nuove sfrenatezze piedigrottesche. Mentre qualcun altro, all' opposto, dilata la portata dell'avvenimento, facendone un punto di partenza (se non addirittura un punto di arrivo) per la riscossa di Napoli, ciò che è indubbiamente improprio, esagerato e forse pericoloso. Ma non è né improprio né esagerato, io credo, osservare che in certi casi la conquista di uno scudetto del primo scudetto, si badi ha risvolti che vanno al di là di un primo posto nella classifica di un campionato.

maraDiego Armando Maradona

 

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È come aver messo piede in teatro, per chi finora s' era dovuto contentare di guardare quelli che vi entravano. È un momento di felicità regalato a tanti napoletani: sia quelli che vivono nella loro terra, sia quelli costretti ad andare in giro per il mondo e che per un giorno si riappropriano della loro comune identità; e non c' è bisogno di storcere il naso se questo risultato nasce dalle traiettorie di un pallone. È una vittoria che, non essendo dovuta allo scalciare fortuito e scomposto di un somaro, ma frutto di un lavoro serio, intelligente e condotto senza finalità nascoste, può contribuire a dissipare lo scetticismo e la rassegnazione. Insomma un successo che non è né scandaloso né illegittimo affiancare a quelli conseguiti, in altri campi, dall'Aeritalia, o dall' Istituto per gli studi filosofici, o dalla Fondazione Napoli 99, o dalla nuova musica napoletana, o dalle tante iniziative che, sia pure in mezzo alla moltitudine dei problemi tuttora irrisolti, segnano il progressivo imporsi di quella che, parafrasando De Gaulle, mi piacerebbe chiamare una certa idea di Napoli.

Ed è una vittoria che ricompone simbolicamente l'unità delle due anime della nazione napolitana, perché si lascia indietro sia la sdegnosa astrazione di una piccola cerchia di intellettuali rinchiusi nel loro guscio, sia la cieca disponibilità plebea a farsi manovrare dalla demagogia più rozza e più cialtrona. Scusate il ritardo, proclama lo striscione appeso alla Riviera di Chiaia; e questa volta l'ironia dei napoletani non è diretta solo contro sé stessi. Scusate il ritardo di Napoli nella conquista del suo primo scudetto, naturalmente. Ma mi auguro, anzi credo fermamente non in quella soltanto.

 

da Rosellina Balbi, la Repubblica, 12 maggio 1987

A sentire il presidente Piero Camilli, a novembre, la Viterbese questa stagione non l’avrebbe dovuta neanche giocare. “Voglio ritirare la squadra dal campionato. Mi conoscete da un po’ di anni oramai e sapete che quello che dico faccio. Ci hanno fatto una porcata: siamo stati spediti in un girone geograficamente quasi impossibile per noi. Io non ce l’ho con la gente del sud Italia per carità, ma quello che è stato fatto alla Viterbese è un gioco sporco uscito a tavolino”.

Il presidente di Lega Pro, Gabriele Gravina, aveva spedito i laziali nel girone C, quello dell’Italia Meridionale, con Trapani, Catania, Reggina, Siracusa. La logica con cui vengono definiti i gironi è quella di creare accoppiamenti che prevedano trasferte di massimo 300 chilometri. “La Viterbese, invece, dovrà farne di 1240 chilometri con date impossibili: il 23 dicembre siamo a Rende e il 26 in campo contro la Paganese. La federazione ha perso tre mesi dietro al teatrino dei ripescaggi e alla fine ci rimette una delle poche società serie di questa categoria”.

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Piero Camilli, patron della Viterbese

69 anni, imprenditore del settore dell’industria alimentare, Piero Camilli commercia carni ovine ad Acquapendente, ultimo baluardo del Lazio verso la Maremma toscana. Prima consigliere e poi sindaco di Grotte di Castro, in quota centro-destra, è stato presidente di Grosseto e Pisa. Dal 2013 guida la Viterbese, prendendola per mano dall’Eccellenza fino ai play off, persi, per la Serie B. E ridando spessore ad una squadra dalla grande tradizione.

UN ARGENTINO IN TUSCIA

La storia del club gialloblu è simile a quella di tante altre realtà di provincia. Fallimenti e retrocessioni, mille cambi societari. Come quello che portò, negli anni 80, Omar Sivori a predicare calcio tra scorci medievali e vicoli di tufo. “Qui a Viterbo non conoscevo nessuno, solo Angelo Venanzi, un amico con il quale sono socio della Gm, una ditta di gestione mense e della quale vogliamo aprire una succursale in Argentina - raccontava ai microfoni de la Repubblica il Pallone d'Oro - Mi ha portato allo stadio, mi ha fatto vedere la squadra, io ho conosciuto la città e le antiche mura. Ho visto una provincia come Ascoli, Avellino, ricca ma senza più entusiasmo per il football, con una squadra dietro alla quale non c'era niente, nè un vivaio nè un legame con il tessuto sociale. Ho deciso che dovevo restare per creare qualcosa”.

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Omar Sivori, storico giocatore della Juventus, fu presidente della Viterbese nei primi anni 80

La Viterbese era retroceduta in Promozione ma riuscì subito ad essere ripescata nell’Interregionale. La gestione di Sivori parte bene ma non avrà grande seguito. Fu solo una parentesi di sogni e di speranze, di magia. “Nei giorni scorsi sono stato anche a Bomarzo, nel giardino dei mostri, mi interessava vederlo perchè uno scrittore argentino, Mujica Lainez, ne parlava in un suo libro. Strade che faccio per cercare casa. Ho visto delle zone bellissime a metà strada tra Roma e Viterbo. Cerco la campagna e una casa che sia casa, vecchia o nuova non importa. Non voglio vivere in città, non lo facevo neanche in Argentina. I paesaggi italiani sono piccoli presepi in confronto delle megapoli o delle praterie sudamericane”.

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Bomarzo, paese della Tuscia viterbese nota per il famoso Parco dei Mostri, che tanto piaceva a Sivori

E UNA DONNA IN PANCHINA

A guidare la Viterbese, nel 1997, arrivò un altro numero uno dei presidenti di calcio italiani. Quel pazzo di Luciano Gaucci, capace di portare il Perugia, con Serse Cosmi, in Coppa Uefa. Eccentrico e geniale, decise di far allenare la squadra della Città dei Papi ad una donna: Carolina Morace.

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Luciano Gaucci, presidente della Viterbese, presenta il nuovo allenatore Claudia Morace

Prima donna al mondo al mondo ad allenare una squadra professionistica di calcio” celebrava solenne Giuseppe Toti sul Corriere della Sera. “Ecco la mia Nakata” annunciava invece Luciano Gaucci. La Morace, presentata in conferenza stampa al Palazzo dell’Incoronazione di San Martino al Cimino, a chi le chiedeva se chiamarla “trainer, o mister, o mistera” rispose candida, ma decisa: “Chiamatemi Carolina”. Il 4-4-2 nella mente, il modello del Milan di Capello e della Juve di Lippi. “Il calcio è l’unico sport dove gli allenatori si improvvisano. I settori giovanili sono quasi spariti perché non esistono più gli istruttori ­– raccontava Morace -  In compenso, va in panchina l’edicolante o il macellaio, a differenza di tutte le altre discipline”. La storia finì addirittura sulle pagine dell’americano Time: “La Morace per il calcio femminile a quello che ha rappresentato Michael Jordan nel basket. Ma in Italia sembra che nessuno se ne sia reso conto. L'Italia vive di calcio, ma solo quello giocato dagli uomini”.

Il matrimonio tra Viterbese e Morace, infatti, dura poco. Precisamente cento giorni, dopo cinque partite, 3 vittorie e una sola sconfitta.

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Finisce la love story tra Morace e Viterbese. Archivio Corriere della Sera

 

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IL MIRACOLO DELLA COPPA ITALIA

Vent’anni e almeno altrettanti allenatori dopo, ecco che la Viterbese compie il miracolo. Perché nella stagione che, per Camilli, non si doveva neanche giocare, i Leoni gialloblu hanno conquistato la prima, storica, Coppa Italia di Serie C.

Un trofeo alzato al cielo contro il Monza di Berlusconi, battuto con un gol di Zivko Atanasov, difensore classe 1991 figlio di Jordanka Donkova, oro nei 100 metri ostacoli alle Olimpiadi di Seul 1988. Il capitano della squadra è Simone Sini, cresciuto nel Tor di Quinto e nella Roma, il trascinatore è un ghanese che ha il nome di un cancelliere tedesco, Ngissah Bismark, per tutti Mario, visto che è uguale a Balotelli.

ViterbeseI festeggiamenti della Viterbese dopo la finale vinta con il Monza 1 a 0, dopo la sconfitta per 2 a 1 dell'andata

Durante i festeggiamenti però la mia testa era altrove, pensavo a chi sarà il nostro avversario ai play off per la Serie B”, ha detto il presidente Camilli. Perché la Coppa Italia spalanca le porte degli spareggi, dove la Viterbese entrerà in gioco il 19 giugno. L’ultima volta, lo scorso anno, eliminò Pontedera, Carrarese e Pisa ma dovette fermarsi davanti al Sudtirol. Ora la storia sarà diversa. Perché il morale è a mille e c’è voglia di portare la Serie B a Viterbo, per la prima volta. Tra papi, noccioleti e medioevo.

C’è un rituale che Makoto Hasebe non cambierebbe per nulla al mondo. Che sia la semifinale di Europa League contro il Chelsea o una partita di Bundesliga. Prima di prendere il pullman della squadra, per raggiungere lo stadio, si lascia andare ad una serie di respirazioni controllate che dura mezz’ora: boccate d’aria lunghe, macchinose, ripetitive. Dice che così riesce a portare in equilibrio l’organismo, allontanare ansie e paure, rimanere concentrato. “Vado in uno spazio di pace, penso a cosa c’è dietro di me e cosa sta per succedere, di cosa ho fatto esperienza oggi e che cosa devo fare tra poco. È il mio metodo per prendere controllo dei miei battiti”. Poi, quando ha finito, si siede e apre un libro di Friedrich Nietzsche. Un paio di pagine di Così parlò Zarathustra, o magari dell’Ecce homo. Oppure cambia genere e sceglie Wolfgang Goethe.

Hasebe1Hasebe con la DFB Pokal, vinta lo scorso anno con l'Eintracht Francofort

Basta questo per capire che Makoto Hasebe non è un giocatore qualunque. 35 anni, ultimo esemplare di una specie in via d’estinzione: il libero. Più di 120 partite con l’Eintracht Francoforte, con cui l’anno scorso ha alzato al cielo la Coppa di Germania, è l’equilibratore della squadra. “Hasebe è come una bottiglia di vino – ha detto il suo allenatore Adolf Hutterpiù invecchia, più diventa buono. Ha un occhio incredibile, sa anticipare gli avversari in un modo assurdo”.

Makoto Hasebe vi insegna a respirare

Eppure, negli anni della Higashi High School, le qualità di Hasebe erano altre. I professori gli avevano consigliato di seguire la carriera diplomatica: sapeva parlare come un politico, sapeva calarsi in qualsiasi attività con la pasta del leader. Come nel calcio, dove concentra tutti i suoi sforzi e tutta la sua passione. “Il calcio è la mia vita e da quando ero ragazzo mi sono dedicato ad essere il meglio che potessi”. È questa abnegazione ad attirare le attenzioni di Yasua Hattori, tecnico degli Urawa Red Diamonds, squadra dove terminò la carriera da calciatore Michael Rummenigge e sulla cui panchina sarebbe arrivato, nel 2004, Guido Buchwald.

Ex difensore dello Stoccarda, autore del mitico scontro con Maradona nella finale di Italia 90, è con lui che inizia l’apprendistato difensivo. Hasebe, che all’inizio giocava da trequartista, viene provato prima come terzino, poi a centrocampo, fino ad arretrare nella linea dei difensori. Non è un gigante, è solo 180cm, ma ha intelligenza tattica fuori dal comune e una grande tenacia nei contrasti. Con gli Urawa vince tutto, anche la Champions League d’Asia, così Zico decide di portarlo in nazionale. Sarà il capitano di una squadra che poteva vantare Nakamura, Honda, Nagatomo e successivamente anche Kagawa e Okazaki.

 

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Hasebe, tranne l'attacco e la porta, ha giocato ovunque. Fonte: transfermarkt

E come per tanti altri giapponesi, arriva la chiamata dalla Germania. Felix Magath l’ha scelto per il suo Wolfsburg e Hasebe, insieme a Dzeko e Barzagli, Grafite e Zaccardo, vince la Bundesliga. La squadra biancoverde concluderà il campionato con la terza miglior difesa: 41 reti in 34 partite. Ed è proprio negli anni in bassa Sassonia che il giapponese conosce il suo nuovo mentore. Si chiama Armin Veh, fino al 2010 sulla panchina del Wolfsburg, ma dal 2013 su quella dell’Eintracht. È lui a chiedere alla dirigenza l’acquisto di Hasebe, che dopo sei anni ai Wolfs, ha avuto un anno complicato al Norimberga, dove alcuni guai muscolari e i trent’anni iniziano a farsi sentire.

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Hasebe, con la maglia del Wolfsburg, contro Giggs e Anderson nella sfida contro il Manchester Untied

Ma i tedeschi continuano a puntare su di lui. E lui li ripaga. Con Niko Kovac, oggi sulla panchina del Bayern Monaco, Hasebe diventa un pilastro del 3-5-2 delle Aquile, venendo abbassato tra i due centrali di difesa, con compiti di impostazione. Ordinato, intelligente, solido. Non ha saltato neanche una partita di questa Europa League: “La stanchezza è una condizione mentale, è qualcosa che viene dalla testa”.

I salvataggi sulla linea, una specialità di Hasebe con l'Eintracht Francoforte

E l’anno scorso, al termine di un’annata magnifica, è arrivato anche il Pallone d’Oro asiatico. In patria lo aspettano, pronti forse a dargli la panchina della nazionale o a leggere un nuovo libro, dopo il primo The Order of Soul – 56 habits to reach victory, che in Giappone ha venduto 1.5 milioni di copie. In Giappone lo aspettano, ma prima Hasebe ha le idee chiare: “Voglio giocare ancora la Champions League”. Per farlo basta arrivare quarti in campionato. Oppure vincere l’Europa League.

Se c’è un posto dove può accadere l’impossibile, questo è sicuramente Anfield Road”. Così Massimo Marianella ha voluto concludere un magico Liverpool Barcellona, una partita che, vista da non tifoso, ti mette a posto la giornata, ti fa andare a letto più contento, ti fa riconciliare con il calcio. 3 a 0 il risultato in terra iberica, 4 a 0 quello nella Perfida Albione. Doppiette di Origi e Wijnaldum, con i Reds che dovevano fare a meno di due terzi dell’attacco titolare: Salah e Firmino.

Liverpool Barcellona è una partita da farfalle nello stomaco. In cui tutto sembra farti innamorare. L’intensità, la velocità, le scelte, gli occhi e i rumori.

Noi abbiamo provato a sceglierne 3. Soltanto 3.

 Liverpool

1. IL SUONO DI LIVERPOOL

Nel 2013, parlando del Barcellona, Jurgen Klopp diceva: “Io non lavoro per guidare la squadra migliore del mondo. Lavoro per poterla battere. Fanno possesso palla, i passaggi giusti, ma è come una canzone silenziosa. Io voglio una squadra che faccia bang. Se da bambino avessi visto giocare il Barça degli ultimi anni, credo che avrei giocato a tennis”.

Il suo Liverpool è una squadra che non si limita a fare bang, non gli basta di fare fracasso e rumore. Vuole fare musica, pop o rock poco importa. Perché dopo ieri sera i Fab Four non saranno più i Beatles, ma i fantastici quattro gol della semifinale.

I Reds sono fatti a immagine e somiglianza del loro allenatore, ne incarnano tutto, anche gli occhi pazzi e gli abbracci maschi con cui a fine partita stringe tutti. Per poi trovarsi così, a cantare il suono di Liverpool: You’ll never walk alone.

 

 

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2. IL CALCIO D’ANGOLO DI ALEXANDER ARNOLD

Il calcio è fatto di colpi di genio. E non ti devi per forza chiamare Lionel Messi per averli. Basta avere l’idea giusta e i piedi giusti. Così puoi anche chiamarti Alexander-Arnold.

È il minuto 78, il risultato sul 3 a 0. Il numero 66 dei Reds si appresta a battere un calcio d’angolo. Il passo con cui si allontana dal pallone è lento e calcolato: mancano 12 minuti, forse è meglio perdere un po’ di tempo, in fondo anche i tempi supplementari vanno bene. I giocatori del Barcellona lo vedono, allontanarsi dal pallone anche perché il tiratore è Xherdan Shaqiri, che si avvicina alla bandierina senza fretta.

Poi, il colpo di genio.

 

 

3. L’IMMATERIALITA’ DI WIJNALDUM

L’uomo della provvidenza di questo Liverpool porta il nome di Georginio Wijnaldum. Klopp lo manda in campo nel secondo tempo, al posto di Robertson, e nel giro di 10 minuti segna la doppietta dei sogni. Ma non è il primo gol, con cui brucia il marcatore, a stupirci. E forse neanche il secondo, nonostante il belga con i suoi 174cm riesca a mangiare in testa ai 195 di Piquè.

È la cosa che fa al 81esimo, a centrocampo, sul risultato di 4 a 0, a farci impazzire.

Resiste alla carica di tre giocatori del Barcellona, ma due gliene restano attaccati. Fa dietrofront, prova a rifugiarsi in difesa. Poi, con un colpo di tacco e una torsione paranormale, si gira e lancia Origi. Nessun corpo fisico avrebbe potuto fare qualcosa del genere, ma Georgino è fatto della stessa sostanza dei sogni.

 

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