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Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e nel mirino una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio. Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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Sono stati i giorni di Cristiano Ronaldo alla Juventus: 100 milioni il prezzo del cartellino, 30 milioni l’anno, per quattro anni, il suo stipendio. Un circolo virtuoso, e vizioso, pronto a scatenarsi fatto di pubblicità, magliette, diritti di immagine, traffico social. Il calciatore più forte, e più seguito, del mondo arriva in Italia.

Per molti è l’affare del secolo, più di Maradona al Napoli, più di Neymar al Paris Saint-Germain. Ma forse non come Alfredo Di Stefano al Real Madrid, una storia che intreccia politica e calcio, dittatura e libertà, soldi e passione.

Bisogna fare un passo indietro di oltre settanta anni e volare nella Spagna sconvolta dalla Guerra Civile. Madrid e Barcellona sono allora i centri nevralgici del conflitto: il potere centrale e la resistenza, la nazione contro le spinte separatiste. È il 26 gennaio del 1939 quando le forze nazionaliste entrano nella città catalana. Tra i primi soldati a varcare la soglia cittadina ce n’è uno che risponde al nome di Santiago Bernabeu. Arruolato nelle truppe franchiste, membro della Confederazione nazionale delle destre autonome, ex calciatore del Real Madrid, dalle giovanili alla prima squadra, per cui è stato capitano, allenatore e presto sarà anche presidente.

La contrapposizione tra Madrid e Barcellona è politica e culturale e non può quindi che entrare in gioco anche il mondo del calcio. Fino agli anni 50 però i blancos non sono ancora quella squadra vincente e fenomenale che conosciamo: hanno vinto solo due campionati, non hanno i più grandi calciatori del tempo e per un periodo gli viene anche sottratto l’aggettivo “Real” dalla denominazione. Serve fare qualcosa. Per questo quando in occasione della Bodas de Oro, un torneo amichevole per celebrare i 50 anni del club, a Madrid arrivano i Millionarios de Bogotà tutti restano a bocca aperta.

Di Stefano con gli scudetti spagnoli

Tra le fila dei colombiani gioca il calciatore più forte del tempo. Si chiama Alfredo Di Stefano, lo chiamano la Saeta Rubia, la freccia bionda, è argentino e sia Santiago Bernabeu, diventato presidente del Real, che Josè Samitier, segretario generale del Barcellona, decidono di comprarlo.

La mia ferma volontà quella di giocare con il Barcellona” dirà il calciatore, finito al centro di un triangolo senza uscita. Di Stefano vuole il Barcellona ma anche il Real Madrid vuole Di Stefano. Il regime di Franco, però, ha scelto la squadra della capitale come emblema della sua forza e della sua unità. Il calciatore più forte del mondo non può finire al Barcellona, nella Catalogna separatista. Neanche quando i blaugrana riescono ad aggirare l’autarchia acquistando Di Stefano con i soldi raccolti dagli esuli catalani in Argentina: 4.000.000 di pesetas.

Di Stefano scippato dal Real Madrid franchista al Barcellona separatista

Serve trovare una soluzione. Scende in campo Franco e la vicenda Di Stefano arriva fino in Consiglio dei Ministri. Si trova il cavillo, grazie ai rapporti con la Fifa: il Barcellona aveva comprato il calciatore dai Millionarios quando il vero proprietario del cartellino era il River Plate. Vengono stracciate le carte dell’affare, Di Stefano è un calciatore del Real Madrid. L’argentino guiderà i blancos alla vittoria di otto scudetti e cinque Champions League. Aveva cambiato il corso degli eventi e della storia del calcio. Di Stefano è stato l’affare, o il furto, del secolo.

 

Se a volte basta vedere lo stop, il tiro o il passaggio per capire che giocatore si ha davanti, altre bastano sole le sue parole. Cristiano Ronaldo, in una conferenza stampa di presentazione semplice e discreta, senza palleggi e bagni di folla, ha dato ancora una volta sfoggio della sua grandezza. E lo ha fatto, questa volta, con le parole.

2077 parole, tra domande e risposte, 1846 se si escludono le step words, gli articoli e le congiunzioni. E tutta la conferenza è un continuo ricorrere alla forza, alla grandezza, alla quantità: "grande" ricorre ben 12 volte ma è "molto" la parola più usata, 29 occorrenze testuali. "Molto importante" è il passo fatto nella sua carriera, "molto giovane", "molto preparato", "molto motivato" e "molto fiducioso" è il modo in cui si sente il portoghese, "molto difficile" è invece vincere la Champions. Questa la frase completa: "La Champions è molto difficile da vincere come competizione, ovviamente io spero di poter aiutare. La Juventus è arrivata molto molto vicina negli ultimi anni, non ha vinto perchè le finali sono sempre un'incognita".

La parola "Champions" ricorre addirittura 9 volte, più di "Campionato" (6) e "Coppa" (1), quasi a voler creare e ribadire una gerarchia di successi. E' questa la missione di Cristiano Ronaldo alla Juventus, portare a casa la Coppa dei Campioni, continuare a "vincere", parola che ricorre 12 volte nella conferenza, 1 ogni 165 parole. L'ossessione, il mantra, il punto fisso. E' questa la sua "sfida" (14), l'ennesima tappa importante della sua "carriera" (8): "Mi sento meravigliosamente perchè è un'altra sfida, è una sfida nuova, sarà una sfida dura, lo so, molto difficile, perchè anche giocare in Italia non è tanto facile".

L'altra nota che emerge è la centralità del calciatore, la sua precisa volontà e intransigenza. Il verbo "voglio" ricorre 7 volte, quasi sempre legato all'avverbio "sempre" (11): "Ovviamente io voglio sempre vincere", "voglio sempre essere un esempio, dentro e fuori dal campo, negli allenamenti, aiutare i giovani". La grandezza di Ronaldo, d'altronde, è sempre stata questa. Fissare l'obiettivo e superarlo, trovare sempre nuovi avversari, anche al costo di essere lui stesso il nemico da battere. Oggi l'ha detto a parole, ma presto sarà il campo a parlare. Di nuovo.

 

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La sigaretta che gli pende stanca, annoiata, dalla bocca è l’immagine stessa di Fernando Santos. “Fumare mi aiuta a pensare” dice. Calmo, composto, pacato. Non si fa prendere dall’agitazione, neppure adesso che è Campione d’Europa e può contare sul calciatore più forte, forse anche il più bravo, del mondo. “Il Portogallo, così come tutte le altre squadre del mondo, dipendono dai loro giocatori migliori. Chiedete al ct dell'Uruguay, anche lui dirà che dipendono da Cavani e Suarez. Noi dovremo giocare da squadra, se Cristiano Ronaldo sarà lasciato da solo il Portogallo perderà la partita. Anche quando ha segnato 3 gol l'ha fatto grazie al lavoro della squadra”.

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Fernando Santos, classe 59, inizia la sua carriera da giocatore nel 1971, nel Maritimo, per finirla appena tre anni dopo all’età di ventuno anni. Pensava infatti che il calcio non era la sua strada, si iscrisse all’Istituto Superiore di Ingegneria di Lisbona, dove conseguì un “barachelato”, titolo di studio simile alla laurea, in ingegneria elettrica e delle telecomunicazioni. Ma il pallone lo richiama a sé. Comincia ad allenare proprio nella squadra con la quale appese gli scarpini al chiodo, il Desportivo Estoril Praia,. Sono subito grandi successi e dopo la promozione in serie A si trasferisce nel 1998 al Porto. È la sua grande opportunità e Fernando Santos non la stecca. In 3 anni all’Estadio do Dragao vince campionato, due supercoppe, due coppe nazionali e guida la squadra fino ai quarti di finale di Champions League. Dal 2001 inizia il suo vagare tra Portogallo e Grecia: AEK Atene, Panathinaikos, Sporting Lisbona. “Ogni volta che ero in Portogallo qualcosa mi tirava indietro, verso la Grecia”. E allora di nuovo AEK Atene, Benfica, PAOK e nel 2010 la nazionale greca. Una panchina che scotta, un’eredità pesante.

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Perché lì sopra, fino a quel momento, c’era un certo Otto Rehhagel, il tedesco che aveva portato gli elleni sul tetto d’Europa nel 2004. Ai Mondiali del 2014, dopo aver buttato fuori la Costa d’Avorio di Drogba e Gervinho, dovette fermarsi contro la Costa Rica, ai calci di rigore. Agli Europei di Polonia, nel 2010, riuscì a centrare i quarti.

Innamorato dell’arte classica e della storia greca, “un popolo che sa combattere e rialzarsi”, tra Platone e Aristotele ha scelto Mourinho come modello, “il numero uno al mondo”. Sarà stato a passeggiare sull’acropoli di Atene, a fumare all’ombra del Partenone, sconvolto dall’atarassia che gli scorre nelle vene, quando arriva la chiamata dal suo Portogallo. La seleçao portuguesa aveva perso la prima partita per le qualificazioni ad Euro2016, con l’Albania.

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Il canto delle sirene era un fado di Amalia Rodrigues, il canto del popolo portoghese, fatto di saudade e lontananza. Lo richiamava a casa, per vincere. D’altronde fado prende il nome proprio da fatum, destino. Oggi, mentre fuma la sua ennesima cicca, la canzone che gli passa per la testa è semplice: “massimo rispetto per l’Uruguay, ma passiamo noi”.

Il Dio Thor dell'Islanda

Le prime due strofe del Lofsongur, l'inno nazionale islandese, dicono così: "O Dio della nostra terra! O terra del nostro Dio!". è un canto di preghiera che risale addirittura al 1874 a.C., divenuto poi coro di protesta contro i dominatori danesi.

Il secondo nome di Hannes Halldorsson, il portiere dell'Islanda che ieri ha fermato Lionel Messi, è Thor. Figlio di Odino, re degli dei, e di Jord, dea della terra, protettore dell'umanità e del popolo dei vichinghi. Dio dell’Islanda.

Il numero uno islandese vola più basso. Più che del mondo è protettore della sua porta e davanti a lui si è dovuta fermare anche l'Argentina, vicecampione del Mondo in carica.

Oggi gioca al Randers, nella Superliga danese, e la sua storia sa un po' di racconto epico, con tanto di discesa negli inferi e ritorno. Il primo inferno lo vive all'età di 15 anni, quando inizia a giocare a calcio, nel quartiere Breidholt di Reykjavik, ed è uno dei più forti del paese. Ad un allenamento si frattura la spalla e gli dicono che non potrà mai più giocare in porta.

Hannes ci crede e smette. Inizia a fare il videomaker prima dell'era di youtube: gira un cortometraggio dove c'è lui, con una maschera da supereroe. La Saga Film, casa di produzioni islandese, lo nota e gli offre un contratto. Gira video pubblicitari e musicali, tra cui quello di Never Forget, canzone islandese che partecipa all'Eurovision Song Contest del 2012. Nel frattempo la vita in cabina di regia lo cambia. Tutto il giorno seduto su una sedia, altro che martello di Thor, ingrassa fino a pesare 105kg. Un amico inizia a prenderlo in giro, a spronarlo a rimettersi in forma. La risalita verso il mondo del calcio è fatto di Serie C islandese e squadre sconosciute. "Un giorno organizzano una seduta di allenamento tra tutti i migliori portieri islandesi. Non è andata come speravo, non ho dimostrato il mio valore e fui scartato dalle selezioni".

Il padre gli dice che voler diventare portiere di calcio è qualcosa di ridicolo. Come succede per i grandi artisti, indirizzati dai genitori agli studi di giurisprudenza, abbandonati per la letteratura, la pittura o la musica, così Hannes non dà retta ai consigli paterni.

Inizia a girare l’Islanda, con una videocamera e i guantoni, fino alla chiamata del NEC Nijmegen, in Olanda, e poi il salto in Norvegia. Il gol di Aguero sabato scorso è il primo gol, in gare ufficiali, che subisce da settembre 2017, anno in cui, tra qualificazioni e amichevoli, è stato battuto solo 2 volte.

La faccia non è quella da vichingo, i capelli sono corti e le orecchie un po' a sventola. E a dirla tutta non sembra neanche un Dio. Ma provate a dirglielo quando si allunga sul tiro della Pulce e blocca tutto quello che gravita intorno ai suoi pali.

Magari i fili non si vedranno, ma stasera, quando Spagna e Portogallo scenderanno in campo per la loro prima gara dei Mondiali, il grande burattinaio Jorge Mendes avrà già fatto le sue mosse.

Ci sono le sue mani infatti sul terremoto che ha sconvolto la vigilia spagnola di Russia 2018. L'addio di Lopetegui, l'arrivo di Hierro, gli equilibri tra blancos e blaugrana nello spogliatoio della Roja. C'è sempre il suo zampino, fatto di movimenti studiati e meditati a lungo, burattini e pedine.

Tutto ha inizio con i mal di pancia di Cristiano Ronaldo, esplosi durante i festeggiamenti dell'ennesima Champions League vinta: "È stato molto bello essere al Madrid, e nei prossimi giorni darò una risposta ai tifosi, che sono sempre stati al mio fianco". Dietro c'era la corte del Paris Saint-Germain, pronto a mettere sul piatto 45 milioni a stagione per il portoghese. Jorge Mendes ha iniziato a strofinarsi le mani. Le alternative erano semplici: un addio clamoroso, e ricchissimo, direzione Francia oppure un rinnovo faraonico con il Real. In entrambi i casi avrebbe incassato.

La manovra è iniziata più di un anno fa, secondo El Pais, con Jorge Mendes che ripeteva a Lopetegui "Prima o poi ti porto a Madrid". L'allenatore spagnolo sapeva di non avere possibilità, gli sembravano solo prese in giro, bravuconadas. Ma il procuratore sportivo più potente del mondo non scherzava: "Non ti sembrava impossibile che un allenatore non aveva mai allenato in Primera Division firmasse per il Porto, allenando in Champions?". Lopetegui infatti aveva allenato, fino al 2014, solo le categorie minori della nazionale Spagnola, dall'U-19 all'U-21, e Real Castilla, la squadra B madridista.

Portare un suo uomo ai Galacticos, proprio nel momento in cui il cavallo maggiore della sua scuderia iniziava a lamentarsi, era un passaggio fondamentale, un modo per ribadire la sua leadership e sedersi al tavolo del rinnovo in maniera ancora più forte. Così quando Florentino Perez, dopo aver pensato a Massimiliano Allegri e Pochettino per sostituire Zidane, gli chiede un suggerimento, Mendes non ha dubbi. Anche il suo braccio destro Jose Angel Sanchez e il capitano Sergio Ramos spingono in quella direzione.

Mendes lo sapeva sin dall'inizio, quando nel 2016 fece firmare al suo assistito il contratto con la federazione iberica, poi rinnovato a maggio 2018 fino al 2020. Tre milioni di ingaggio e una clausola rescissoria incredibilmente bassa, appena due milioni, quando normalmente non è mai inferiore allo stipendio fisso.

Così a Krasnodar arriva lo strappo, Lopetegui comunica la sua decisione convinto di portare a termine il Mondiale, Rubiales si infuria e lo esonera. Il percorso è compiuto.

E stasera i pezzi forti della scuderia di Mendes si daranno battaglia: Cristiano Ronaldo contro De Gea, Rodrigo, Saul, Diego Costa. Quel Diego Costa sempre convocato e schierato da Lopetegui nonostante le lamentele di gran parte dello spogliatoio. Chissa se Hierro avrà il coraggio di levarlo.

Non c’è stato neanche il tempo di rimpiangere il campionato o guardare con malinconia l'inizio dei Mondiali in Russia. Il calciomercato della Roma è iniziato come mai prima d'ora. Tre acquisti, praticamente quattro, nella prima metà di giugno. Una partenza sprint che porta, questa volta in maniera forte e decisa, la firma di Ramon Monchi.

Trattative intavolate in inverno, concretizzate in primavera e ufficializzate quando ancora non è estate. Tutti i reparti sono stati toccati: Marcano in difesa, Coric e Cristante a centrocampo, quasi fatta per Kluivert jr in attacco. Al netto delle prossime, sicure, uscite. C'è sicuramente uno Skorupski da sostituire, Meret e Sportiello i nomi caldi ma occhio alle piste estere, e poi chissà.

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Perchè la questione, per molti, di questo avvio intenso del calciomercato giallorosso è proprio quella relativa alle cessioni. La minaccia dell'eterna rivoluzione, la spada di Damocle di bilanci e fair play finanziario. I nomi caldi, inutile dirlo, sono quelli di Alisson, Strootman, Pellegrini e Nainggolan.

Si è soffermato su questo aspetto, in settimana, Fabrizio Bocca, sul suo Bloooog! su Repubblica, parlando non solo delle cessioni, per ora solo supposte, della Roma, ma soprattutto sulla sua logica di comprare giovani, a poco, per rivenderli, a tanto. "Il calciomercato - scrive Bocca - da sogno o strumento strettamente tecnico si è trasformato in fonte di finanziamento diretto o indiretto. Fino a formare un substrato indispensabile per i club, ma anche fortemente instabile e aleatorio". La Roma americana è il classico esempio della filosofia della plusvalenza. Walter Sabatini è stato il mago di tutto questo, con un biglietto da visita che "non è: ho vinto tot scudetto, ma ho fatto guadagnare alla società tot milioni". Sacrificati sull'altare del bilancio non ci sono solo i nomi di Salah, Benatia, Pjanic, Marquinhos, Lamela e altri, ci sono, scrive sempre Bocca, titoli e vittorie. Gli acquisti di Coric, Cristante e probabilmente Kluivert jr, acquistano quindi spessore solo in ottica di futura cessione, tralasciando l'apporto che possono dare subito alla squadra.

Fortunatamente per la Roma, però, il biglietto da visita di Monchi non è solo quello dei milioni. La sua è una storia di vittorie, di trofei nazionali ed europei, di progettazioni tecniche durature.

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La linea guida di Monchi è portare forze fresche ad una squadra che troppe volte, in quest'ultima stagione, è sembrata essere priva di luce. Le vittorie con Barcellona e Shaktar, la semifinale di Champions League e il terzo posto raggiunto in campionato non devono far dimenticare quei mesi bui, tra l'inverno e l'autunno, in cui niente girava come doveva. Partite spente, pareggi inutili, prestazioni assenti. Le problematiche evidenziate erano un centrocampo che non creava e un attacco che non segnava. I giocatori finiti sulla graticola furono proprio gli spenti Strootman e Nainggolan, i troppo altalenanti Perotti ed El Shaarawy, gli inadatti Bruno Peres e Defrel. Tutti giocatori pronti, oggi, a salutare. Al loro posto diamanti grezzi e talenti giovani di cui abbiamo già imparato tutto un nuovo lessico: mettere a bilancio, ammortizzare, creare un utile, frazionare l’onere e spalmare l’ingaggio. Giocatori funzionali, le cui caratteristiche si sposano con le prerogative tattiche di Di Francesco. Tutti novelli Under che magari non vedranno nella Roma solo una tappa della loro carriera, ma per conquistarsi il futuro dovranno prima lottare per il presente.

Intanto Alisson, dall'ultima amichevole del Brasile prima dei mondiali, lancia qualche segnale: "Spero si risolva tutto prima dell'inizio del torneo, ho lasciato tutto nelle mani del mio procuratore, che sta lavorando in accordo e con il massimo rispetto per la società". La valutazione che fa la Roma è di 80-90 milioni. Anche perchè, visti gli ultimi ricavi, a Trigoria non c'è esigenza di vendere. L'unica esigenza è quella di rafforzare la squadra.

Quando si parla di favole, bisogna andarci piano. Appena qualche mese fa i giornali erano pieni della straordinaria storia della nazionale di calcio siriana, una squadra devastata dalla guerra ad un passo dai mondiali. Senza un campo in cui allenarsi, con lo stadio trasformato in deposito di armi, con calciatori spariti, uccisi o nel miglior caso semplicemente in prigione, si erano arresi solo all'Australia, negli spareggi per Russia 2018.

Le cose però sono cambiate in fretta e appena si sono spenti i riflettori, se n'è andata anche quella patina di magia e di favola. Un campanello d'allarme era suonato quando avevamo provato a contattare Tamer Haj Mohamad, difensore siriano in forza al Dhufar Club, in Oman. Volevamo chiedergli lo stato delle cose in Siria, la situazione dei suoi compagni di squadra scomparsi, i rapporti tra nazionale e governo. Dopo il primo riscontro positivo, al momento dell'invio delle domande Tamer non ha più risposto.

 

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Cinque mesi dopo quella tentata intervista le notizie dalla Siria sono molto diverse e permettono di delineare meglio la situazione. La nazionale che aveva fatto sognare molti altro non è che un manipolo di fedelissimi dell'Esercito di Bashar Al-Assad, gli unici ad essere scampati a carcere e morte. Forse è per questo che Tamer ha rifiutato di rispondere alle nostre domande. Forse voleva evitare argomenti complicati, forse non voleva accendere i riflettori su personaggi scomodi. Forse voleva evitare di finire anche lui sotto la lente di controllo. Perchè intanto sulla panchina della Siria è arrivato Bernd Stange, allenatore tedesco. Lo chiamano l'"ambasciatore del diavolo", ha iniziato con la Germania Est di Honecker passando poi per l'Iraq di Saddam. La sua specialità? Servire il padrone.

"Non c'è differenza se vieni pagato in dollari, euro, sterline o in dinari iracheni. L'unica cosa che conta davvero è lavorare per portare a casa uno stipendio che ti consenta di vivere". Per anni il suo nome era stato legato al servizio di spionaggio della Germania dell'Est, la Stasi: Stange non era stato scelto solo per le sue doti di allenatore, serviva per controllare i calciatori e riferire se qualcuno di loro avesse intenzione di passare il confine.

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Con questa nomina è stato scelto anche da Saddam Hussein, nel 2003. Il dittatore è messo alle corde dagli americani, vede nemici ovunque. Stange arriva a pennello: prima di dimettersi dall'incarico, e scampare addirittura ad un attentato in cui verrà ucciso il suo autista, lascia a Saddam una lista di dieci giocatori sospetti.

Oggi la storia si ripete con Assad. Il calcio in Siria è poco più di una farsa, con un campionato ridotto ai minimi termini, una sorta di torneo interno a Damasco. La nazionale è ormai una rappresentativa dell'Al Jaish, l'esercito. E finita la favola è ora di smascherare eventuali spie e cospiratori. Lavoro per mister Stange.

Gli spalti e il campo dello Stadio Paride Tilesi, ad Amatrice, ne hanno di cose da raccontare. Hanno visto neve e macerie, palloni e infermieri. Chiuso da quella maledetta notte del 24 agosto 2006, aveva aperto le sue porte solo per accogliere le strutture della Protezione Civile, della mensa, delle tende per chi sotto al terremoto aveva perso amici e famigliari oltre che la casa. Sergio Pirozzi, all’epoca sindaco di Amatrice e allenatore della Trastevere Calcio, aveva chiesto di ripartire anche da qui, dallo sport, dal calcio.

Amatrice, in campo è sempre festa: seconda promozione consecutiva
Le porte del Paride Tilesi sono state riaperte di nuovo a maggio, in primavera e non è un caso, e tra le tante cose da raccontare ora c'è anche una nuova vittoria, una nuova promozione. L'Amatrice Calcio ha vinto il campionato: è in Prima Categoria. Il pareggio contro il Cagis Castelnuovo, 2-2 con doppietta di Matteo Ciogli, è stato il primo risultato del nuovo impianto, inaugurato appena dieci giorni prima, il 4 maggio. 750 mila euro il costo dei lavori, finanziati dall'Istituto per il Credito Sportivo ma anche da società di Serie A come Milan, Torino, Lazio ed Atalanta. 30 i bambini della scuola calcio che ritrovano una casa, un campo e due porte. Per una rinascita che passa necessariamente anche attraverso lo sport.


Lo sanno bene i ragazzi, l'allenatore, lo staff e la dirigenza dell'Amatrice Calcio. Una settimana dopo il terremoto del 24 agosto 2016 si erano ritrovati nello smorzo del presidente Tito Capriccioli. Erano dei sopravvissuti. Erano calciatori. Senza campo, senza stadio, alcuni senza amici e parenti. "Dobbiamo continuare, per i vivi e per i morti". In Seconda Categoria non ci sono stipendi. Ci sono i chilometri, a volte superiori ai cento andata e ritorno, per andare agli allenamenti, ci sono i campi difficili, i calcioni, la palla lunga e pedalare. Gli undici scelti dal mister Bucci per la partita della storia erano tutti amatriciani, quasi tutti vivono nelle casette, i moduli SAE. Nelle categorie non ci saranno televisioni e ingaggi ma le vittorie sono autentiche, le senti davvero. Per l'Amatrice Calcio è la seconda promozione in due anni. E non si fermeranno di certo ora, il Paride Tilesi è tornato giovane. Ne deve ancora raccontare tante.

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Menti razionali

No, stavolta no. Troppo forte il Liverpool, troppo in forma Salah. Stavolta no, non ci credo. Non ci perdo neanche tempo. Troppi 5 gol subiti, troppo audace anche solo sfiorare con il pensiero il secondo miracolo in un mese.
Se per la partita d'andata Tonino Cagnucci, su Il Romanista, aveva scritto che la sensazione prima della gara di Anfield era quella di una primavera, ora sembra quella di un nuovo autunno. Fa un po' freddo stamattina, giorno d'attesa, di calcoli, di piumoni tirati di nuovo fuori e di giacchetti ancora non pronti per rientrare in armadio. E i sogni invece? Li avete già messi apposto? Chiusi in un angolo, dopo i gol di Firmino e Manè.
Dove siete, cuori resilienti? Avete ceduto il posto ad algoritmi spietati, calcoli inutili, statistiche spente. La matematica non sarà mai il mio mestiere. E stavolta è meglio non farci neanche la bocca, meglio non crederci. Per non rimanere scottati e delusi, per non cadere anche questa volta da questa cavolo di stella. Le menti algebriche, vendute al dio della ragione, del numero, fanno a gara per tenersi lontane dall'utopia. La Roma non ha mai subito gol in casa, il Liverpool non ha mai perso in Champions League, Salah ha una media di 1 gol fatto a partita, Alisson ha una percentuale di parate riuscite del 79,82%. C'è un'anima dentro questi numeri? C'è vita dietro queste cifre?
Le menti razionali non si lasciano ingannare dalla retorica. Le mura di Trigoria tappezzate di frasi innocenti e battagliere. Di Francesco che manda a casa chi non ci crede. La Curva Sud che chiama a raccolta cuori e polmoni. Monchi che dice "Mercoledì giochiamo tutti, ogni nonno, ogni padre, ogni figlio, ogni nipote", che dice "mettete i colori della Roma sui vostri balconi". Che a me sembrava un sacco come "mettete dei fiori nei vostri cannoni".
Ma basta con la retorica, con le lagne, con le litanie sentimentali. Basta con la poesia. Serve il secondo miracolo in nemmeno un mese e per i seguaci del mainagioismo spietato sarebbe veramente troppo.
A volta capita però che le menti matematiche facciano il loro mestiere: calcolano. Basta un 3-0, magari un 5-1, forse un 5-2. Giorni di numeri e grafici cartesiani, giorni di messaggi: "Ao, ma con il 4-1 passiamo noi?". Non siamo mai stati forti con i numeri, con i numeri non ci sappiamo proprio che fare.
E allora sotto questa maschera che ci siamo messi, di duri, di forti, di matematici, c'è qualcosa che ancora batte. Sotto i se, sotto i ma e pure sotto i "magari con Perotti". In un angolo di cuore, senza bidoni nè immondizia, c'è uno straccio di luce. Una briciola ancora da mangiare. Anche se tutto intorno ti dice di non crederci, anzi se sei te il primo a ricordartelo, anche se ti hanno detto parole nere come la notte e rosse come il sangue. Anzi, rosse come il Liverpool. Rosse come la scritta "C'mon Reds" appesa dagli Irriducibili a Formello. Anche se tutto ti dice di non crederci, te lo fai, perchè la ragione non sta sempre col più forte. Perchè sognare, a volte, è l'unica cosa che merita di essere fatta.
E mentre scrivo il cielo sembra inglese ma il caldo è comunque romano e ti lasci trasportare da segnali di qualsiasi tipo. Cerchi di leggere come gli aruspici in quello che ti circonda. Al diavolo i numeri, se apri per caso un dizionario e dentro vedi la scritta "masturb BATI" con il disegno della maglia del Re Leone non sarà un caso. Se al bagno del corridoio di storia, in facoltà, trovi l'adesivo "La Roma è forte e vincerà" non sarà una casualità. Se sul treno le tre signore distinte ed attempate che ti siedono accanto parlano di quanto sia quotato il 3-0, a te non frega niente che siano le sei di mattina e non ti abbiano fatto chiudere occhio. Se sulla macchina parcheggiata di fronte alla tua c'è la scritta "Salah vaffanculo" non è colpa della sabbia che è piovuta. E' un segno. Anzi, un sogno.
Abbasso l'illuminismo, la matematica, la testa. Abbasso il realismo e i suoi derivati. Abbasso i numeri, le cifre, la fredda ragione. Viva il suo sonno, anche se genera mostri. Viva il cuore, i creduloni, la fantasia, Viva i sogni. Perchè è proprio quando non ti resta nulla che sognare diventa fondamentale. Anche se vedi mostri, che oggi hanno hanno le sembianze di tre cavallette impazzite in maglia red. Fino alle 20.45 non sarà un incubo. Sarà un sogno. E poi, che sarà sarà. 
 

All'Azadi Stadium di Teheran ci entrano, quando è tutto esaurito, quasi 80.000 persone. Un tifo infernale, incessante. 80.000 tifosi, ma nessuna donna visto che dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista, non è permesso loro di entrare allo stadio.

Un divieto valido non solo per il calcio ma anche per la pallavolo maschile, disciplina seguitissima e dalla grande tradizione: 3 volte campione d'Asia dal 2008 ad oggi, quinta negli ultimi giochi olimpici. Una legge nata con l'intento di proteggere le donne dalle oscenità verbali che esplodono sugli spalti, dai tafferugli, dagli scontri fisici sulle gradinate, proibire loro la vista di uomini in calzoncini.

Lo scorso 27 aprile, all'Azadi Stadium c'era nuovamente il pienone. Il Persepolis giocava contro il Sepidrood Rasht per essere incoronato campione d'Iran. Era il compimento di una stagione da protagonista. Sugli spalti 70.995 uomini. E cinque donne.

Shabnam, Leili, Zeinab, Zahra, Mohadeseh si sono messe addosso barbe finte e parrucche, sulle spalle una bandiera con i colori della squadra di casa. "Era la sesta volta che entravo allo stadio travestita - racconta Zaineb - Una volta sono anche stata arrestata e ho passato una notte in galera". E non era di certo la prima. Lo scorso marzo 35 donne erano state arrestate per aver solamente tentato di assistere alla partita tra Persepolis e Esteghlal. Altre provarono il trucco del travestimento, ma senza successo.

Le cinque tifose però non si sono limitate a festeggiare la vittoria del campionato. Hanno messo su facebook le loro foto e hanno fatto girare la loro storia. La notizia è diventata virale grazie soprattutto al giornalista iraniano Sobhan Hassanvand e alla giornalista e fondatrice del movimento My Stealthy Freedom, Masih Alinejad. "Una disobbedienza civile" così è stata chiamato il gesto delle cinque tifose. Sul profilo facebook del movimento si legge: "Quando delle leggi sbagliate proibiscono alle donne di entrare negli stadi, le donne iraniane non aspetteranno che la legge sia cambiata. Loro romperanno la legge sbagliata".

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Interviste

Amarcord

  • El Equipo Fantasma

    La Paz, la capitale amministrativa della Bolivia si trova a più di 3500 m d'altitudine, è la capitale più alta del mondo, fare sport ad un'altitudine così elevata non è facile per chi non ci è abituato, l'aria rarefatta riduce le capacità respiratorie e il pallone prendendo più velocità, assume…

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    La punizione con cui Kolarov ha squarciato barriera e derby, sabato scorso, è un raggio di luce sparato con una frattura al piede. È un raggio di sole al 71esimo, sessant’anni dopo un Raggio di Luna. Così chiamavano Arne Selmosson, l’unico, fino a sabato, a segnare un gol, con entrambe…

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