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Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e nel mirino una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio. Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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Sin viaticos, ropa ni premio

Sono sette i giorni di allenamento con cui la nazionale femminile di calcio argentina ha preparato la fase finale della Copa America di Cile 2018. Sette giorni di allenamento, dopo un digiuno ufficiale di quasi un mese e mezzo. Senza ritiri, senza stage, senza amichevoli. Sette giorni di corsa e sudore per ritrovarsi tra le migliori quattro selezioni femminile del Sud America. Sin viaticos, ropa ni premio.

La nazionale albiceleste non solo si è assicurata un posto nei Giochi Panamericani del 2019 in Perù, ma ha anche buone possibilità di qualificarsi alla Coppa del Mondo 2019 e ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020.

Un periodo di forma veramente strabiliante, ma che coincide con una protesta.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, o almeno la scintilla dell'esplosione, è stata la presentazione della nuova maglia. Nonostante i risultati sul campo siano degni di Messi e compagni, le ragazze della nazionale sono state scartate, essendo state scelte delle modelle di professione per le foto di rito e il lancio della maglia sui social.

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Mentre Maria Florencia Bonsegundo, Soledad Jaimes e Mariela Coronel stendevano per 3-1 la Colombia, la AFA, la federazione calcistica argentina, le metteva da parte.

Senza allenamenti, senza rimborsi spese, senza investimenti o progetti federali, le ragazze argentine hanno deciso una forma di protesta semplice. Al momento della classica foto di rito, sul modello di Juan Roman Riquelme, portano la mano all'orecchio, per quella che su Twitter e Facebook è la campagna del "Vogliamo essere ascoltate".

Nonostante la sconfitta per 3-0 contro il Brasile, in patria le ragazze stanno riscuotendo un successo incredibile. Perchè in campo mettono orgoglio, forza, passione. Mettendo da parte i conflitti e acquistando visibilità. Ma soprattutto, mettendo una mano all'orecchio. Prima di un gol, ad inizio partita. Non per esultare e per sentire il boato, ma per essere, solamente, ascoltate.

Sputate in faccia a Gerson

Non comprate i miei dischi e sputatemi addosso” era l’invito di un Guccini avvelenato. “Gerson deve giocare e prendere gli sputi in faccia” era il consiglio, più recente, di Luciano Spalletti. “Gerson deve velocizzare le giocate, muoversi di più senza palla, ma ci posso lavorare” ammetteva invece, l'estate scorsa, Eusebio Di Francesco. Perché se vendere o no non passava tra i rischi del cantautore emiliano, vincere o no è sicuramente un fatto determinante per la Roma e per il tecnico abruzzese.

E per vincere servono giocatori pronti, adatti, validi. Gerson ancora non lo è, non lo era nemmeno lo scorso anno, quando fu bocciato e salutato. Spedito al Lille, in un affare che tra i 5 milioni per il prestito e i 13 per il riscatto, avrebbe permesso alla Roma di rientrare completamente dell’investimento con cui l’aveva strappato, o perlomeno così si dice, al Barcellona e alla Juventus.

Avrebbe. Perché Gerson a Lille c’è stato il tempo di prenotare un volo per il ritorno. Troppo pochi i soldi che i francesi avevano offerto al calciatore, e soprattutto, al padre procuratore. Così il diciannovenne è tornato a Roma.

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Tra quella parentesi francese durata un giorno e oggi ci sono tanti giorni di silenzio, di allenamento e di sputi. Ci sono, soprattutto, 1.468 minuti disputati, e due gol fatti, di cui oltre mille con Eusebio Di Francesco. L’ex tecnico del Sassuolo, che aveva raccontato di averlo monitorato e seguito ai tempi neroverdi, l’ha utilizzato 1067 minuti in totale, tra Europa, campionato e Coppa Italia, andando praticamente a triplicare il minutaggio del brasiliano nella gestione Spalletti.

Certo, per gli amanti delle statistiche, un minuto di Gerson, al netto del costo del cartellino, è costato fin qui alla Roma oltre 10.000 €. Ma da quella partita da titolare allo Juventus Stadium, quando fu gettato nella mischia dal tecnico di Certaldo, un po’ mossa a sorpresa e un po’ ripicca verso la società, ad oggi sono molte le cose cambiate.

Innanzitutto c’è un allenatore che lo ha reintegrato nel gruppo, nelle rotazioni e nella sua idea tattica. C’è un Gerson nuovo, più umile forse, sicuramente più silenzioso e dedito al lavoro. Migliorato nel fisico e nella posizione, meno invece nella velocità d’esecuzione e di decisione. Poi ci sono anche le altre, solite, magagne. L’enigma del ruolo, innanzitutto: il brasiliano nell'ultima stagione è stato schierato sia da esterno destro (le sue due migliori partite sono proprio in questo ruolo, contro il Chelsea a Stamford Bridghe e contro la Fiorentina, quando mise a segno i suoi unici gol in giallorosso) ma anche da centrale di centrocampo o da intermedio destro. E' la sua occasione giusta, la piazza giusta, l'allenatore giusto. Dopo aver rifiutato l'Empoli di Andreazzoli e la corte della Sampdoria del suo mentore, Walter Sabatini: "Qualche segnale l’ha dato - racconta il DS blucerchiato - E' un giocatore indolente. Non ha capito che deve sfruttare le sue enormi qualità fisiche. Non sfida mai l’avversario, si accontenta. Gli dicono di giocare semplice ma esagera. Una volta gli ho scritto: ‘Mi corri in verticale con la palla e mi dribbli un uomo una volta ogni tanto?’".

Di diverso, però, c'è anche la squadra. Gerson vola a Firenze, l'unica città che ha visto i suoi gol, con la formula del prestito secco, senza diritto di riscatto. Una manovra tutta a favore della Roma, almeno sulla carta, che affida un suo giovane alle cure della provincia, pronta a riabbracciarlo, magari pronto e cresciuto, tra un anno. Il medico a cui si è rivolto Monchi è Stefano Pioli, che ha salutato l'approdo del brasiliano in viola dicendo: " Io lo vedo molto più da mezzala che da esterno". Mezzala come Benassi e Veretuout, ai lati di Badelj, oppure trequartista nel 4-3-1-2 / 4-3-2-1 visto fare dalla Fiorentina nelle ultime partite di campionato. 

Di sputi, insomma, ne deve prendere ancora.  E come recita la ricetta del calcio romantico, anche di calci in mezzo al campo, di freddo in panchina e pacche sulla spalla. Con la consapevolezza di avere piede e tempo. Soprattutto perchè, parafrasando il cantante dell’inizio, “a vent’anni è tutto ancora intero, a vent’anni è tutto chi lo sa”.

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Muratore Ballardini

 
Tra la Roma e la corsa alla Champions c'è un muro. Ha colori gialloblu e numeri da Europa. Bisogna evitare di andarci a sbattere, di impattare come fatto con Fiorentina, Milan, Sassuolo Lazio.
 
Il muro gialloblu è quello del Genoa di Ballardini. Terza miglior difesa da trasferta del campionato: 10 reti subite in 16 trasferte stagionali. Numeri da capogiro, se si paragonano a quelli di Napoli (miglior difesa esterna d'Italia, 8 gol subiti lontano dal San Paolo, vale a dire 1 ogni due partite) e Roma (la cui porta, in terra nemica, è stata violata solo 9 volte). Il Genoa fa meglio addirittura di Inter (11) e Juventus (13) e si prepara a parcheggiare il classico pullman davanti alla porta anche nella partita di mercoledì sera all'Olimpico.
 
Che quella di Perin sia una porta chiusa, sigillata e invalicabile è sicuramente una virtù. Frutto di un lavoro estenuante e metodico del mister ex Lazio. Ma che il Genoa in trasferta subisca così poco è anche una necessità evidente, stando ai suoi numeri offensivi.
 
Se da un lato la difesa regge, l'attacco infatti non brilla. Solo tre gol nelle ultime dieci uscite lontano da Genova, in cui sono stati portati a casa 9 punti, frutto di 2 vittorie, 3 pareggi e 5 sconfitte. Uno score che diventa anche più impietoso se si considerano gli ultimi dieci precedenti, in trasferta, contro la Roma, dove il Genoa ha sempre subito almeno una rete: 26 gol in 10 trasferte contro i giallorossi.
 
Facendo di necessità virtù allora, Ballardini ha modellato un 3-5-2 solido e compatto. Più che "armonioso", come detto dal mister in conferenza stampa, composto, rigido. La linea difensiva che vedremo a Roma dovrà fare a meno dell'ex di turno Spolli, sostituito da Pedro Pereira, terzino in prestito dal Benfica in grado di giocare anche centrale, e sarà completato da Rossettini e dall'altra vecchia conoscenza romanista, Zukanovic. Un trio di marcatori arcigni, pronti a prendere in consegna quell'Edin Dzeko che ha suonato la carica contro il Barcellona e che ha visto infrangersi contro la traversa il suo ennesimo gol nel derby.
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A completare l'assetto difensivo c'è il centrocampo: con Pereira arretrato e Laxalt messo a riposo, dovrebbe toccare a Rosi e Migliore giocare sulle fasce, in quello che ovviamente diventerà un 5-3-2 in caso di non possesso. Il muro di Ballardini però vede nel centrocampo il suo tassello fondamentale: con Hiljemark a fare legna e Bertolacci fotocopia di De Rossi, si garantisce quello schermo fondamentale per aiutare la difesa. In questo assetto muscolare mancherà la figurina di Izzo, infortunato, tra i leader difensivi con 2357 minuti e una media di 2.5 contrasti a partita, capace di giocare sia a centrocampo che laterale destro della difesa a tre.
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Con l'Inter che ha già vinto e la Lazio impegnata con la Fiorentina, per gli uomini di Di Francesco esiste un solo risultato da qui alla fine del campionato. Per arginare questo fiume in piena di entusiasmi e buone aspettative, il muratore Ballardini ha rafforzato il suo muro. O pure, per usare un'altra metafora, è pronto a parcheggiare il suo pullman. Sempre che non arrivi il pizzardone a fare la multa.

Il giallo del cielo al tramonto, il rosso della Città Eterna, un rivolo blu a rappresentare il Tevere. Sotto, la scritta: "La lupa i gemelli nutre e si chiama Roma la sovrana del mondo". La Curva Sud ha scelto Johann Wolfgang von Goethe per la coreografia del derby. Un verso tratto dal terzo libro delle Elegie Romane, opera poetica composta tra il 1788 e il 1790:


Rea Silvia al Tebro s'avvia, la vergin regale
per attinger de l'acqua, e la sorprende il Nume,
così Marte s'avea figliuoli! Una lupa i gemelli
nutre, e si chiama Roma la sovrana del mondo
(vv16-19)

Si sarebbe dovuta chiamare Erotica Romana e si ispirav alle elegie d'amore di Tibullo, Properzio, Catullo ed Ovidio. Un canto d'amore e di grandezza, in un'opera che unisce classicismo e modernità, istruzione e sensualità, bellezza e macabro. La Roma delle osterie, di quella Faustina figlia del gestore dell'Osteria alla Campana, in vicolo Monte Savello, di cui Goethe fu attratto. La Roma delle rovine augustee, antiche, aristocratiche. La Roma religiosa, pagana e cattolica. Proprio le tre anime che portarono, più di un secolo dopo, alla nascita della squadra giallorossa: Alba, Fortitudo e Roman. La squadra del popolo, del clero e della nobiltà.

Goethe era stato in Grand Tour per l'Italia tra il 3 settembre del 1786 e il 18 giugno del 1788. Storia, arte, cultura erano le finalità principali del viaggio. Ma c'era, incredibilmente anche lo sport.

Il 16 settembre 1786 Goethe è a Verona, sugli spalti di una partita di pallone. Ecco quanto scrive:

Allorquando tornavo questa sera dell’arena, trovai a poca distanza da quella uno spettacolo moderno. Quattro gentiluomini veronesi stavano giuocando al pallone, contro quattro gentiluomini vicentini. Dessi praticano quest’esercizio fra loro tutto l’anno, per due ore circa prima della notte, ma questa sera la presenza dei Vicentini, aveva radunata quantità grande di persone.

Vi potevano essere da un quattro a cinque mille spettatori, però non viddi nessuna donna. Ho già descritto altra volta l’anfiteatro naturale che si va formando allorquando una folla è mossa del desiderio di vedere qualcosa, e prima di giungere sul sito, udivo i battimani col quale si faceva plauso ad ogni bel colpo. Il giuoco ha luogo in questo modo.

Alla debita distanza sono collocati due leggieri tavolati in dolce pendenza. Colui il quale deve colpire il pallone, sta sulla estremità superiore del tavolato, colla destra armata di un bracciale in legno, a punte. Nel mentre un altro del suo partito gli caccia il pallone, egli si lancia con impeto contro questo, accrescendo per tal guisa la forza del suo colpo. Gli avversari tentano ricacciare il pallone, e così si fà in fino a tanto il pallone cade a terra. Si producono in quell’esercizio movenze, attitudini bellissime, meritevoli di essere scolpite in marmo.

E siccome i giuocatori sono tutti giovani arditi, vigorosi, vestiti tutti ugualmente in corto ed interamente di bianco, portano, per distinguere i due campi combattenti, un segnale di colore. E singolarmente bella l’attitudine che prende il giuocatore, quando si lancia a corpo inclinato contro il pallone per colpirlo; ricorda in allora il gladiatore del museo Borghese.

Quello ammirato dal poeta tedesco è il famoso pallone col bracciale, diffuso in Italia particolarmente al nord, tra Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna, e al centro in Toscana e Lazio, come cantato da Giacomo Leopardi ed Edmondo De Amicis. Le regole erano abbastanza semplici: In un campo con muro di appoggio giocano tre giocatori per ciascuna squadra, denominati battitore, spalla e terzino, mentre nei campi senza muro di appoggio, definiti campi alla lizza, quattro atleti formano ciascuna squadra, essendoci 2 terzini. Al battitore spetta il compito d'iniziare il gioco con la battuta della palla che gli viene lanciata con perfetto tempismo dal mandarino.

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Quello che colpì Goethe, però, era altro:

Mi fece senso però il vedere questo giuoco in vicinanza di un antico muro della città, dove non vi era nessun comodo di sorta per gli spettatori, specialmente se persone distinte; perchè non si fa tal giuoco nell’anfiteatro, il quale vi si presterebbe pure cotanto?

Oggi come allora, impianti sportivi indecenti e visibilità limitata. Le cose non sono cambiate in oltre tre secoli di storia. Dopo i quali Goethe ritorna a vedere una partita di pallone. Dopo il derby tra Vicenza e Verona, adesso quello tra Roma e Lazio.

Cuori resilienti

 
Il coro più bello della Curva Sud è "Che sarà sarà". Una promessa di esserci, nonostante tutto, in qualsiasi occasione. Un atto di fede e un pegno d'amore. "Che sarà sarà" cantava il settore ospiti del Camp Nou, appena una settimana fa. La Roma aveva perso 4-1 contro il Barcellona, con tanto di due autogol, per non farsi mancare niente. Cantavano a squarcia gola, come chissà quante altre volte avevano fatto e chissà quante altre volte ancora faranno. Il coro che si canta dopo una partita persa, non il canto della sconfitta.
 
"Che sarà sarà, ovunque ti seguirem, ovunque ti sosterrem". Ed ecco che, una settimana dopo, lo Stadio Olimpico è pieno. Settantamila cuori che non si spostano, che non si scalfiscono, che non tremano. O che se lo fanno è solo per un attimo. Cuori resilienti. Che resistono alle imbarcate, ai 26 maggio, ai Roma-Lecce, ai Roma-Liverpool. Che aspettano la domenica per sorridere e puntualmente rimangono bruciati. Cuori che 11 anni fa, si risvegliavano con sette gol inglesi sul groppone. La notte di Manchester, undici anni fa esatti. Cuori che riscoprono che la magia esiste, che i miracoli esistono. Che i sogni a volte si avverano. Questa notte è ancora nostra.
 
Provate a mettere da parte, ancora una volta, le tattiche e i numeri. Poco importa del 3-4-1-2 di Di Francesco, dei palloni toccati da Messi, delle azioni create da Dzeko. Prendete le favole. Prendete De Rossi e Manolas, autori delle due autoreti che fino a ieri condannavano la Roma all'eliminazione, e fategli segnare i due gol decisivi. Prendete Edin, che a rigore conquistato prende il pallone e lo dà al suo capitano. Insieme ad un bacio. Prendete il pallone di Kostas e la sua traiettoria beffarda. Quel pallone usciva, guardate la traiettoria. Sarebbe uscito, ma qualcuno l'ha soffiato al suo posto: dentro al sacco. L'hanno soffiato Agostino, Franco, Dino e altre centinaia di stelle. Ognuno di noi ha qualcuno, nel cuore, che ha spinto quel pallone in rete. Prendete la poesia. Le lacrime di Kostas, lo sguardo di Daniele, le mani tra i capelli di Cengiz, le urla di Federico. Tutti col nome, tutti come noi in questa notte magica, questa notte di lacrime e urla, di testa e di cuore, di sangue e sudore. Quanta retorica. Notte di sogni, di coppe e di campioni.
 
Forse è questo, però, il guaio. A me piacciono troppe cose e mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all'altra finché non precipito. Sogno troppo, forse. Ma cos'è che spinge settantamila persone a vedere una partita in cui dovresti rimontare tre gol alla squadra più forte del mondo? Come fai a sperare che il calciatore più forte del pianeta non segni neanche una rete? Come pensi che la stessa squadra che pareggia con il Bologna e perde con la Fiorentina possa vincere col Barcellona?
 
Dimmi cos'è. Non lo sai, stai lì ed aspetti. Perchè l'altro atto d'amore, immenso e meraviglioso, che puoi fare verso una persona è aspettare. Aspettare e sognare.
 
Aspetti una partita, un messaggio, una chiamata, una rimonta. Aspetti e ti costruisci la tua impresa, quasi la vedi, davanti a te. Come quando aspetti il gol all'ultimo arrembaggio di una partita qualsiasi. Stai lì, lo sai che non segnerai, lo sai che non vincerai. Ma stai lì ed aspetti. Come ieri. E mentre aspetti lo sai. Lo sai che il gol loro arriverà. Lo aspetti. Lo sai che l'incanto svanisce a mezzanotte. Lo sai che i sogni durano il tempo di una nottata. Ma stasera no. Stasera non cadrà nessuna stella e nessuno resterà scottato. Stasera si sogna. Davanti ad un televisore, dietro una radio, allo stadio. Ad occhi aperti o dormendo, per chi ha il lusso di dormire dopo questi novanta minuti. E mentre aspetti, succede che l'arbitro fischia. Succede che il lieto fine, stavolta, c'è davvero. La Roma ha vinto 3-0 contro il Barcellona.
 
"Que sera, sera" cantava Doris Day per il film di Alfred Hitchcock, L'uomo che sapeva troppo, del 1956. Io, dopo la partita di ieri, non so più niente e non riesco ancora a capire in pieno cosa è successo. Mi basta sognare, ancora per un po'. Mentre il cielo sopra Roma è rosso e giuro di vedere anche un po' di giallo. E non c'è smog e non ci sono nuvole. E' soltanto amore.
 

Sondaggio sulla vittoria finale della Serie A

Al termine della 31esima giornata di campionato, la Juventus è ancora in testa distante solamente 4 punti dal Napoli che, nonostante la soffertissima vittoria contro il Chievo, continua a credere nello Scudetto in attesa dello scontro diretto decisivo all'Allianz Stadium del 22 aprile.

 

Non ho mai visto giocare Di Bartolomei

C'è una parola tedesca che è intraducibile in italiano. E' "Fernweh" e, letteralmente, significa "nostalgia per un posto in cui non si è mai stati". Un luogo fisico, una città, una via, uno scorcio. Un luogo dell'anima, dei sogni. Una squadra, un calciatore, un capitano.
 
Ogni volta che si parla di Agostino Di Bartolomei provo nostalgia, nostalgia di un'epoca mai vissuta, di una Roma non conosciuta, di un calciatore mai visto. Sono nato venti giorni prima di quel 30 maggio di Castellabate. Non ho mai visto giocare Di Bartolomei. E provo invidia a sentire raccontare certe cose. Provo nostalgia per quel calcio senza creste e tatuaggi, senza nomi sulla maglia. Ma si può essere gelosi di una cosa che non ti appartiene?
 
Che cos'è Di Bartolomei per chi non l'ha mai visto giocare? Un simbolo innanzitutto. Un punto di riferimento in un firmamento di campioni, neanche troppo immaginario. Non ho mai sentito parlare Agostino, non l'ho mai visto. Ma me lo immagino silenzioso, quasi timido. Mi piacerebbe essere così, non dover parlare per forza, non dover aprire la bocca ad ogni costo. Vorrei essere come Agostino, capace di dare qualcosa per scontato. A sussurrare quando tutti urlano, a strillare quando serve, a rispondere davvero quando ti chiedono qualcosa. "In porto sicuramente, vediamo di arrivarci col vessillo". Agostino è un vessilo. Sai che è lì. Me lo immagino leggero, sincero, vero. "Faccio uno dei più bei lavori del mondo perchè ti diverti lavorando, ti danno i soldi per divertirti".
 
Vorrei saper esultare come Agostino. Una corsa, un abbraccio con i compagni, un cazzotto al cielo. Quel cielo a cui, a volte, bisogna anche inginocchiarsi, magari con entrambi i pugni in alto. Sempre dopo un gol. Niente isterismi, magliette, orecchie.
 
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"Oggi che essere serio è quasi una tara, oggi che molti calciatori hanno più tatuaggi che idee" scriveva Gianni Mura, appena un anno fa, proprio su Agostino. Paragonandolo, qualche riga più in basso al "profumo del pane fresco, la mattina presto". Qualcosa che ti rimanda al senso di dovere, di quotidianità, di casa, di buono.
 
Leggendo il suo manuale di calcio, mi immagino un Di Bartolomei minuzioso, fissato, quasi ossessivo, ma non rigido, severo. Ogni volta che, dopo un allenamento o una partita, mi asciugavo dopo la doccia facevo particolare attenzione alle dita dei piedi. Lo aveva scritto lui, nei suoi appunti di educazione calcistica. Lì micosi e batteri avrebbero attaccato con più facilità. Meglio passarci due volte.
 
Per me Di Bartolomei è una maglia senza nome, l'essere al posto dell'apparire, la fascia da capitano bianca, candida, senza peccato, data al leader silenzioso. Quello che non ti sbrocca davanti a tutti per metterti in ridicolo, ma che ti consiglia per non sbagliare più.
 
Si può allora essere gelosi di tutto questo? No, Agostino appartiene a tutti. Ai tifosi della Roma e ai tifosi di calcio. Si può essere gelosi anche di una cosa mai vissuta. Non ho mai visto giocare Di Bartolomei. Ma in un mondo in cui siamo tutti con il numero 10 sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori, so che in fondo, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. E se quei rigori, nella metafora calcistica della vita, sono le occasioni da concretizzare, la svolta sperata, allora vorrei batterli come Di Bartolomei. Una botta secca, precisa, forte. Senza guardare. Come Ago, che non ho mai visto giocare.
 
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Andreas Brehme, amico fragile

Quando i riflettori si spengono, resta solo l’uomo. Con i suoi fantasmi e le sue paure. Quando i riflettori si spengono anche uno come Andreas Brehme, terzino sinistro tedesco campione del mondo nel 1998, si riscopre solo. E povero.

Era uno dei pilastri dell’Inter di Trapattoni. Arriva a Milano dal Bayern Monaco insieme a Lothar Matthaus. Sono in molti a non credere in lui. Ma il biondo terzino teutonico farà presto ricredere tutti. La fascia sinistra diventa il suo regno e grazie anche alle sue scorrazzate, i nerazzurri riusciranno a vincere nel giro di tre anni uno Scudetto, una Supercoppa Italiana e una Coppa Uefa.

Ma è il 1990 l’anno più bello per Brehme. Nei Mondiali che si giocano in Italia, la sua Germania arriva in finale con l’Argentina. Sarà proprio Brehme a segnare il rigore decisivo. Tedeschi campioni del mondo, Maradona battuto.

Dopo l’esperienza in nerazzurro andrà a Saragozza per poi finire la carriera nel Kaiserslautern, la squadra che lo aveva lanciato nel grande calcio. Appesi gli scarpini al chiodo, però, iniziano i problemi. Brehme tenta la carriera d’allenatore senza successo. Il 2006 è l’ultimo anno in cui ricopre un incarico nel mondo del calcio: vice allenatore di Trapattoni allo Stoccarda.

Risultati immagini per brehme andreasAlcuni investimenti finanziari sbagliati fanno crescere vertiginosamente i suoi debiti.

Ed ecco che arriva l’altra faccia del calcio. Quel mondo che prima ti coccola e ti vizia, poi ti abbandona quando non gli servi più. Ad aiutare il terzino tedesco sarà Beckenbauer: “Tutti noi abbiamo la responsabilità di venire in aiuto di Andreas Brehme. Ha dato tanto al calcio tedesco e grazie a un suo gol abbiamo vinto la nostra terza Coppa del Mondo. Il calcio teutonico deve ora restituirgli quello che ci ha dato”.

Dopo mesi di un silenzio assordante, Oliver Straube, ex calciatore di Norimberga e Amburgo e oggi titolare di un’impresa di pulizie, esce allo scoperto: “Andreas ti serve un lavoro? Vieni a pulire i bagni. Potrai lavare lavandini e sanitari, così capirai cosa significa lavorare davvero”.

Da calciatore Brehme non ha temuto nessun avversario, nessun attaccante, nessun portiere. Ma quando le luci della ribalta si sono spente, allora sì, ha avuto paura. Solo contro i suoi fantasmi. Nel menefreghismo di tutti, molti dei quali appena dieci anni prima urlavano il suo nome allo stadio.

A pulire i sanitari però, non c’è mai andato. È arrivata la sua ex squadra, il Bayern Monaco, a dargli una mano. Ora fa l’osservatore, in giro per l’Europa. Debiti quasi ripagati e stipendio a fine del mese. “Sorpreso dai vostri “Come sta?” / Meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci”.

Immaginate un paese del Sud, uno di quelli dal passato agricolo, che inizia ad avere una prima forma di industrializzazione e si gonfia a dismisura sino a diventare un agglomerato di quarantamila abitanti. Stiamo palando di Marcianise, circa venti chilometri da Napoli. Immaginate questo territorio negli anni 70: non c’era nulla, solo il lavoro duro nelle campagne, la possibilità di ottenere un posto nei cantieri con il voto di scambio, la sedia in Comune come massima ambizione e una criminalità che di lì a qualche anni sarebbe diventata opprimente. Ecco, proprio qui, un uomo ha avuto il sogno di poter cambiare il senso delle cose insegnando boxe. Quell’uomo era Mimmo Brillantino e nel 1978, in un garage lì vicino, a Capodrise, aprì una palestra insieme ad altri appassionati di pugilato. Non l’aprì con l’intento di fare soldi: aveva già il suo stipendio da sottufficiale dell’Aeronautica militare. Era solo un garage, ma lo chiamarono “Excelsior”, serviva un nome che racchiudesse in sé tutta la forza del sogno. Il ring venne costruito con le pedane della frutta, le corde con trecce di canapa presa in campagna. Brillantino e i suoi amici seppero trasformare quel garage riadattato artigianalmente in una delle palestre di boxe di maggior successo al mondo in termini di medaglie.

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Vi chiederete: ma perché aprire una palestra di pugilato in un territorio in cui tutti hanno sempre giocato a calcio? Perché la boxe a Marcianise, Brillantino l’aveva vista praticata nelle aie, nelle stalle. L’avevano portata gli americani durante la Seconda guerra mondiale: mentre a Caserta, nel palazzo reale, il legato delle SS Wenner firmava la capitolazione tedesca, i soldati americani andavano in giro a cercare sparring partner tra bufalari e contadini, coltivatori di foglie di tabacco e muratori, per poi sfidarli nelle campagne del Mazzoni. Proprio dall’America arrivò il primo successo dell’Excelsior di Brillantino, con Angelo Musone, un peso massimo straordinario che riuscì ad arrivare alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. Marcianisano, Musone si allenava proprio quel garage riadattato a palestra. Arrivò in semifinale contro Henry Tillman, uno dei pochi pugili ad aver battuto Mike Tyson (quando questi era ancora dilettante).

L’incontro fu dominato da Musone, ma un verdetto che fece molto discutere decretò la vittoria di Tillman. Il match generò un tale scandalo che la candidata democratica alla vicepresidenza Geraldine Ferraro – italoamericana originaria proprio di Marcianise – usò il caso come prova per mostrare che gli Stati Uniti stessero truccando i risultati per fare incetta di medaglie a scopo propagandistico. Polemiche a parte, quel bronzo permise alla Excelsior di uscire dal garage. L’attività fu trasferita nella palestra di una scuola elementare, dove tutta ha sede. In qualunque altro territorio una medaglia olimpica avrebbe attirato investimenti enormi, la Excelsior invece è rimasta lì, nella scuola elementare, nonostante continuasse a macinare titoli mondiali e medaglie alle Olimpiadi, come gli argenti di Clemente Russo, pupillo del maestro Brillantini.

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Medaglie e talento generato da una palestra senza macchinari nuovi, con i bagni che si intasano, i guantoni consumati, i sacchi rappezzati. “Si va avanti con quello che si può, quello che conta è lo spazio in cui agisci dentro di te” era la saggezza del Maestro Brillantino. Appese ai muri della palestra ci sono stelle di carta ritagliate, con al centro il volto di chiunque abbia vinto un titolo, un torneo. È la costellazione della Excelsior. La boxe non è uno sport violento, ripeteva il Maestro Brillantino. Violenza è il mondo lì fuori, che non ha regole, che è sempre pronto a farti agguati; la boxe invece è una disciplina contro la violenza, perché la forza è controllata, aggressività disciplinata. Devi imparare – diceva Brillantino ad aggredire i problemi, e devi sempre ringraziare il tuo rivale, perché combattendo con te fa emergere i tuoi limiti. Ognuno si confronta con se stesso grazie all’altro e nella lotta stabilisci i tuoi confini. La boxe è lo sport della trascendenza per antonomasia: non sei solo quel muscolo e quella carne, nel difenderti e nell’attaccare c’è la tua vita e non finisce lì. Il maestro vero ti mostra come combattere sia una prova e le prove siano parti della vita: il successo non dipende dal risultato della prova ma da come prendi parte alla prova. Brillantino addestrava le menti, partiva da quelle. Non è cosa facile, non è da tutti. Lo chiamavano Mister, ma in realtà era un Maestro. In una palestra prestigiosa, efficiente puoi avere un mister; in una palestra decadente di periferia che si mantiene in affanno hai bisogno soprattutto di un maestro.

Negli anni 90 Marcianise finì sulle cronache nazionali perché fu il primo territorio italiano dove venne imposto un coprifuoco. Non succedeva dai tempi della Seconda guerra mondiale, non era stato imposto nei momenti più bui della lotta armata, accadde per la guerra di camorra. Ma Brillantino rimase lì. Insieme agli altri allenatori andava a prendere i ragazzini nei bar, nelle piazze, fuori da scuola, e così li strappava alla strada, al deserto in cui i clan reclutano i più giovani per metterli sulle loro scacchiere. La boxe rompeva questo meccanismo e lo faceva in un modo definitivo, perché una volta che hai combattuto col sudore della tua fronte e con le tue mani, entrare in un clan diventa una sconfitta. Mi sono allenato alla Excelsior e gliene sono ancora grato. Quando mi fu data la scorta, ci andavo la sera per evitare di infastidire i genitori dei ragazzi preoccupati che la mia presenza potesse rappresentare un pericolo per i loro figli. Una sera mentre prendevo a pugni un sacco il maestro Brillantino mi disse: “Avvicinati al sacco, avvicina l’orecchio, non lo senti? Non senti che piange per il dolore?”. Dare l’addio al maestro Mimmo Brillantino è cosa complicata. È un uomo che ha cambiato un territorio attraverso un sogno e ci è riuscito. Non sembri una dichiarazione eccessiva.

La palestra diventa un percorso che nessuna dottrina ti potrà mai offrire. Ti forma, diventa metafora di tutto. Dandoti le regole e insegnandoti a boxare, Mimmo Brillantino ti spiegava la vita e ti faceva diventare uomo. Con la morte di Mimmo Brillantino muore un riformista vero. La politica meridionale dovrebbe imparare da lui: non cercava una risposta universale, non pretendeva di cambiare le cose con un colpo di mano ma si relazionava a quel groviglio di rabbia, aggressività e paura che è l’uomo, e con pazienza lo districava, lo metteva in ordine, lo trasformava, gli dava forma. Addio Maestro. Grazie per ogni tua lezione.

 

Roberto Saviano, la Repubblica, 31 gennaio 2018

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De Rossi Transformers

"Ho un unico rimpianto, quello di donare alla Roma una sola carriera". Non è solo la dichiarazione più famosa di Daniele De Rossi, uno che le parole sa usarle e dosarle abbastanza bene. E' soprattutto una delle dichiarazioni d'amore più belle e allo stesso tempo semplici che un calciatore possa fare alla sua squadra. La sua carriera, l'unica da donare ai colori giallorossi, si è mossa sempre sotto l'ottica della promessa, del domani, di quello che verrà. Il Capitan Futuro è oggi Capitan Presente, la fascia da capitano è passata sul suo braccio, con tutto quello che ne consegue in termini di responsabilità e sentimentalismi.

Quello che ci proponiamo di fare è proprio non calcolare questi due ultimi fattori: il cuore e la testa. Niente romanticismo sulla romanità e niente approfondimenti psicologici su pugni o simulazioni. Un approccio tattico, sul campo, e fisico, sulla traformazione corporea oltre che di posizione del centrocampista (e non solo) Campione del Mondo. Per andare a vedere quante carriere, in una sola, ha regalato De Rossi alla sua squadra.

con Mauro Bencivenga| 14 anni, trequartista, mediano |

“Dove giocavo? Mah, non si è mai capito. La mezza sega, credo. Trequartista o largo a sinistra. Non ero velocissimo, ma avevo il piede, mettevo la palla, l’assist, entravo e poi si intravedeva quello che si vede adesso: il tempo di inserimento. La mia carriera è sbocciata con Mauro Bencivenga”

10 anni, Ostia Mare. Categoria Esordienti e poi Giovanissimi. Daniele è un ragazzo non particolarmente alto per la sua età, ma agile, veloce. E con un piede niente male. Gioca in attacco, senza avere una collocazione fissa. Punta, trequartista, esterno. "Giocare da attaccante mi ha aiutato molto, sia quando ti trovi in zona gol sia a livello tecnico-tattico: un attaccante non ha mai tantissimo tempo per giocare il pallone, ha sempre un difensore alle spalle. Mi ha aiutato a velocizzare il gioco, ma soprattutto mi è servito tatticamente". La prima chiamata della Roma arriva a 9 anni, nel 1992. Rifiutata. Troppo forte il legame con gli amici di Ostia. Ma quando i dirigenti giallorossi tornarono a bussare, tre anni più, De Rossi approda a Trigoria. Qui finisce agli ordini di mister Mauro Bencivenga, ex allenatore delle giovanili della Lazio portato a Trigoria da Bruno Conti. "Quando Daniele arrivò agli Allievi della Roma giocava attaccante - ha raccontato l'allenatore, oggi responsabile del settore giovanile della Lupa Roma, in esclusiva ai nostri microfoni - a dirla tutta non aveva un ruolo definito. Un po' esterno un po' punta. Con me non giocava. Ma nonostante non lo vedessi mi dimostrò un grandissimo carattere, un grande voglia. Lo spostai davanti alla difesa". E De Rossi lo ha ricordato anche nell'intervista alla Uefa Training Ground: "La mia carriera è sbocciata con lui, è stato un cambiamento lento".

con Fabio Capello | 18 anni, interno di centrocampo | 3-5-2

“Avere Capello da allenatore a quell’età è stato fondamentale. Ti forgia. Se ti deve trattare male lo fa e sei fortunato, perché lo fa se ci tiene a te. E poi è arrivato lui e io ero negli Allievi Nazionali, è andato via ed ero in Nazionale A. Ha avuto una passione per me come calciatore e forse è stata la più grande fortuna della mia vita.”

Nel 2001 arrivano le prime convocazioni con i grandi, l'esordio nel match di Champions League contro l'Anderlecht il 30 ottobre 2001 e qualche minuto in Coppa Italia. Poi le prime partite importanti, la prima in Serie A contro il Como, il primo gol con il Torino (“Già prima di questa partita era una promessa giallorossa, però al suo gran destro anche il presidente Sensi si è alzato in piedi per applaudirlo. Come Capello dalla panchina, come tutti i compagni”). Nel 3-5-2 di Capello è l'interno di centrocampo veloce, rapido, senza impellenti compiti di manovra ma di quantità. Le prime partite infatti le gioca prendedo il posto di Francisco Lima, facendo da spalla a Dacourt, Tommasi ed Emerson. Si fa vedere spesso in zona gol perchè la gamba gli permette di correre avanti e indietro, il fiato non gli manca e la grinta è da vendere. Sono gli stessi attributi, in proporzione, di uno dei suoi grandi modelli: Steven Gerrard.

con Cesare Prandelli, Luigi Del Neri, Rudy Voeller, Bruno Conti | 21 anni, centrocampista centrale | 4-4-2

“Prandelli ha grande cultura. Grandi idee. È uno di quelli che ti insegnano a giocare a calcio. In Nazionale nel primo biennio ha fatto cose pazzesche.

Nella sciagurata stagione dei quattro allenatori, De Rossi diventa titolare della squadra. Sulle spalle arriva il numero 4 e in campo si sposta sempre di più verso il centro. I suoi compiti, in una Roma che si salverà solo alla penultima giornata di campionato, sono sempre più difensivi. Utilizzato accanto a Dacourt sia da Del Neri che da Conti i suoi sono i polmoni della squadra e saranno proprio dinamnismo e tecnica, abbinati alla giovane età, ad attirare su di lui le attenzioni di Sir Alex Ferguson.

con Luciano Spalletti | 23 anni, mediano | 4-2-3-1

“È stato l'allenatore che mi ha condizionato di più. Ho cominciato a vedere il calcio con gli occhi di questo allenatore. Ed è un bel vedere”. “Lo odiavo con tutto me stesso, ma per quanto bene gli voglio penso a quanto l’ho odiato la prima settimana. Con lui, comunque, ero veramente forte”

Il 2005, ma soprattutto il 2006, sono gli fondamentali della crescita fisica e tattica di De Rossi. I tratti e il corpo da ragazzino sono un abito chiuso in armadio, gambe e stazza iniziano ad essere quelle del centrocampista rognoso, da legna e d'intensità. La metamorfosi fisica si accompagna a quella sul campo, merito soprattutto del tecnico di Certaldo che disegna la sua rosa su un fantastico 4-2-3-1. Le chiavi della squadra sono affidate a David Pizarro, un piccolino a cui va affiancato qualcuno per guardargli le spalle e per sbrigare pratiche prettamente difensive. I due diventano una coppia perfetta, di quelle così diverse da completarsi a vicenda. Sarà con questa posizione e dal rendimento che ne trae che De Rossi sarà convocato per i mondiali di Germania da Marcello Lippi. Il copione si ripeterà 10 anni dopo, con il ritorno dalla Russia di Spalletti: prima al fianco di Pjanic, poi insieme a Strootman dietro a Nainggolan. Lo schema a triangolo del centrocampo è ancora lo stesso: Radja-Perrotta possono pensare ad inserirsi o a far male dalla distanza, dietro a manovrare e a recuperare ci pensa De Rossi. La stagione 2016-17 vede un De Rossi in forma strepitosa e lo si evince in particolar modo dal fisico: di nuovo asciutto, diete personalizzate e muscolatura più forte.

con Claudio Ranieri e Vincenzo Montella| 26 anni, regista | 4-3-1-2 / 4-2-3-1

"Quello con cui ho vissuto la stagione più esaltante. Un allenatore di campo, preparato tatticamente, ma che in campo non si inventa l’acqua calda. E un grandissimo motivatore. Forse il più bravo se è riuscito a prendere la Roma, che era in grandi difficoltà, e l’ha portata a sfiorare lo scudetto e se, soprattutto, è riuscito a far vincere la Premier al Leicester".


L'accentramento e l'abbassamento di De Rossi diventano definitivi. Con Ranieri in panchina le chiavi della squadra, i suoi ritmi e i suoi schemi sono in mano al centrocampista di Ostia. La perdita di dinamismo e la lontananza dalla porta vanno di pari passo al difficile rapporto che il tecnico testaccino instaura con David Pizarro, che tornerà ad essere metronomo con l'Aeroplanino.

Con Luis Enrique | 28 anni, mediano e difensore centrale | 4-3-3

"Per lui ho avuto una vera passione. Mi ha fatto appassionare a un tipo di calcio diverso. Il primo giorno di allenamento ha tirato un pallone in aria, noi gli siamo andati tutti addosso, come i bambini delle scuole calcio, e da lì ha fatto un lavoro enorme, tattico e di impostazione generale. Ha allenato una squadra meno forte di quelle che ha allenato dopo e meno forte anche di altre Roma."


La rivoluzione americana parte dal campo con l'arrivo dell'allenatore spagnolo Luis Enrique, che per la nuova Roma ha in mente un 4-3-3 sul modello del Barcellona. Nel centrocampo giallorosso De Rossi è l'equivalente di Javier Mascherano per i blaugrana. Ancora una volta è lui il cardine della squadra: "Per me è un giocatore chiave - dirà Luis Enrique - Lo apprezzavo da tempo, ma solo ora che l'ho conosciuto ho capito quanto è grande. Spero che venga coinvolto da questo progetto". Sarà coinvoltissimo: ““È un calcio nel quale io mi ritrovo, un calcio pensato: non che io sia un fenomeno, ma in un calcio ragionato mi trovo meglio. Forse perché non ho il lancio millimetrico di Pirlo o la falcata di Pogba o la corsa di Nainggolan”. Intanto, come logico che sia, continua a cambiare il fisico: 183cm x 84kg, numeri ovviamente da centrocampista statico. L'intuizione dell'ex Barcellona B è quella di sfruttare questo cambiamento atletico nella fase difensiva. A fine stagione saranno oltre 500 i minuti collezionati da difensore centrale, in un ruolo e in una funzione che piaceranno tantissimo anche ad Antonio Conte in nazionale.

Con Zdenek Zeman | 29 anni, intermedio | 4-3-3

"L’altro giorno un amico mi chiedeva se questa sia la mia miglior stagione. Non lo so. Credo che nei primi sette-otto anni abbia avuto un livello molto alto. So invece qual è stata la peggiore: quella con Zeman. È stata difficile, è stata la prima in cui ho giocato di meno, non mi sentivo indispensabile".

Appena 856' in campionato, pari a 14 presenze, per De Rossi con Zeman. Le squadre del boemo corrono, hanno ritmi altissimi, in allenamento con in campo. Il centrocampista non gli sta dietro così perde il posto a favore di Panagiotis Tachtsidis e addirittura di Michael Bradley. I compiti che spettano al centrale zemaniano infatti non sono solo quelli di impostazione: la propensione offensiva è totale, il regista deve essere in grado di inserirsi in area da rigore ("Il tipo di gioco che adottavo non si adattava alle sue qualità. Il calcio che voglio io è diverso, da giovane lo ha fatto, quando è diventato più esperto non è riuscito ad adattarsi. Per me nel ruolo è meglio Tachtsidis. Ma anche Bradley fa meglio di De Rossi come centrale, va più dentro"). Ma le difficoltà di Daniele stanno tutte nei numeri, non solo quelli dei minuti giocati: con Zeman da regista aveva una media di 17 palle perse rispetto alle 5 da intermedio, 12 lanci sbagliati contro i 4,2 e una media voto di 5,60.

con Rudi Garcia | 30 anni, centrale | 4-3-3

"Ha preso una squadra e una città in difficoltà e le ha rimesse in carreggiata. Ha fatto un lavoro mostruoso. Mi spiace che di lui si ricordi solo l’ultimo periodo. All’inizio ci ha fatto giocare veramente bene e ha creato un grande gruppo."

Il tecnico francese capisce subito l'importanza delle caratteristiche di De Rossi e continua a fare la stessa cosa di Luis Enrique: asseconda i suoi cambiamenti, trasforma i difetti in punti di forza. De Rossi non corre più come una volta? Tende ad abbassarsi troppo? Benissimo, sarà registra e difensore aggiunto. De Rossi torna quasi ai livelli di Spalletti e la Roma ne esce rafforzata. Nelle prime 14 giornate con il tecnico francese i giallorossi subiscono solo 4 reti. Merito di una difesa che oltra a Benatia e Castan può fare affidamento sullo schermo del centrocampista di Ostia che, continuando i movimenti iniziati con Luis Enrique, con azione sulle fasce va ad abbassarsi nella linea difensiva. Sicurezza, posizione e forza fisica. Senza trascurare i lavoro da regista, insieme a Pjanic è lui il leader dei passaggi della squadra: una media di 85 a partita.

con Eusebio Di Francesco | 35 anni, regista | 4-3-3.

"Con Di Francesco mi trovo bene, l'ho conosciuto tanti anni fa. Lui era il De Rossi di allora e io ero il Gerson, il Pellegrini. Ero molto piccolo ed è sempre stato un compagno di squadra che esercitava la leadership in modo corretto, quello con più esperienza che tratta bene e insegna ai giovani".

E alla fine arriva DiFra. Che ancora una volta affida a lui le chiavi del gioco, prendendo per la panchina Maxime Gonalons. Arrivato con l'etichetta di zemaniano, il tecnico abruzzese ha dimostrato di saper curare soprattutto la fase difensiva della sua squadra senza tralasciare l'interesse per il gioco offensivo, specie quello sulle fasce. E il perno, in entrambi i casi, è ancora De Rossi. Primo per distanza percorsa in campo con 11.254 km di media a partita (con Spalletti aveva una media di poco inferiore, intorno ai 10km), primo per passaggi intercettati a partita (2.2 di media) e secondo per passaggi effettuati, 59.9 contro i 62.8 di Kolarov, rispetto al quale è però più preciso (84.1% di affidabilità).

"La prima persona che ho chiamato appena ho trovato l’accordo con la Roma - racconta il mister - è stato Daniele De Rossi. Penso che in questo momento lui sia un po’ l’emblema di questa Roma nell’atteggiamento e nel modo di fare". Perchè oltre che il timone, a De Rossi è toccata in maniera definitiva anche un'altra cosa. Quella fascia da capitano eredità importante, roba da figli di Roma, capitani e bandiere. Ma questo è un altro discorso.

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