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Il trono di squadre

  L’inverno è finalmente arrivato! ...
Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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Cuori resilienti

 
Il coro più bello della Curva Sud è "Che sarà sarà". Una promessa di esserci, nonostante tutto, in qualsiasi occasione. Un atto di fede e un pegno d'amore. "Che sarà sarà" cantava il settore ospiti del Camp Nou, appena una settimana fa. La Roma aveva perso 4-1 contro il Barcellona, con tanto di due autogol, per non farsi mancare niente. Cantavano a squarcia gola, come chissà quante altre volte avevano fatto e chissà quante altre volte ancora faranno. Il coro che si canta dopo una partita persa, non il canto della sconfitta.
 
"Che sarà sarà, ovunque ti seguirem, ovunque ti sosterrem". Ed ecco che, una settimana dopo, lo Stadio Olimpico è pieno. Settantamila cuori che non si spostano, che non si scalfiscono, che non tremano. O che se lo fanno è solo per un attimo. Cuori resilienti. Che resistono alle imbarcate, ai 26 maggio, ai Roma-Lecce, ai Roma-Liverpool. Che aspettano la domenica per sorridere e puntualmente rimangono bruciati. Cuori che 11 anni fa, si risvegliavano con sette gol inglesi sul groppone. La notte di Manchester, undici anni fa esatti. Cuori che riscoprono che la magia esiste, che i miracoli esistono. Che i sogni a volte si avverano. Questa notte è ancora nostra.
 
Provate a mettere da parte, ancora una volta, le tattiche e i numeri. Poco importa del 3-4-1-2 di Di Francesco, dei palloni toccati da Messi, delle azioni create da Dzeko. Prendete le favole. Prendete De Rossi e Manolas, autori delle due autoreti che fino a ieri condannavano la Roma all'eliminazione, e fategli segnare i due gol decisivi. Prendete Edin, che a rigore conquistato prende il pallone e lo dà al suo capitano. Insieme ad un bacio. Prendete il pallone di Kostas e la sua traiettoria beffarda. Quel pallone usciva, guardate la traiettoria. Sarebbe uscito, ma qualcuno l'ha soffiato al suo posto: dentro al sacco. L'hanno soffiato Agostino, Franco, Dino e altre centinaia di stelle. Ognuno di noi ha qualcuno, nel cuore, che ha spinto quel pallone in rete. Prendete la poesia. Le lacrime di Kostas, lo sguardo di Daniele, le mani tra i capelli di Cengiz, le urla di Federico. Tutti col nome, tutti come noi in questa notte magica, questa notte di lacrime e urla, di testa e di cuore, di sangue e sudore. Quanta retorica. Notte di sogni, di coppe e di campioni.
 
Forse è questo, però, il guaio. A me piacciono troppe cose e mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all'altra finché non precipito. Sogno troppo, forse. Ma cos'è che spinge settantamila persone a vedere una partita in cui dovresti rimontare tre gol alla squadra più forte del mondo? Come fai a sperare che il calciatore più forte del pianeta non segni neanche una rete? Come pensi che la stessa squadra che pareggia con il Bologna e perde con la Fiorentina possa vincere col Barcellona?
 
Dimmi cos'è. Non lo sai, stai lì ed aspetti. Perchè l'altro atto d'amore, immenso e meraviglioso, che puoi fare verso una persona è aspettare. Aspettare e sognare.
 
Aspetti una partita, un messaggio, una chiamata, una rimonta. Aspetti e ti costruisci la tua impresa, quasi la vedi, davanti a te. Come quando aspetti il gol all'ultimo arrembaggio di una partita qualsiasi. Stai lì, lo sai che non segnerai, lo sai che non vincerai. Ma stai lì ed aspetti. Come ieri. E mentre aspetti lo sai. Lo sai che il gol loro arriverà. Lo aspetti. Lo sai che l'incanto svanisce a mezzanotte. Lo sai che i sogni durano il tempo di una nottata. Ma stasera no. Stasera non cadrà nessuna stella e nessuno resterà scottato. Stasera si sogna. Davanti ad un televisore, dietro una radio, allo stadio. Ad occhi aperti o dormendo, per chi ha il lusso di dormire dopo questi novanta minuti. E mentre aspetti, succede che l'arbitro fischia. Succede che il lieto fine, stavolta, c'è davvero. La Roma ha vinto 3-0 contro il Barcellona.
 
"Que sera, sera" cantava Doris Day per il film di Alfred Hitchcock, L'uomo che sapeva troppo, del 1956. Io, dopo la partita di ieri, non so più niente e non riesco ancora a capire in pieno cosa è successo. Mi basta sognare, ancora per un po'. Mentre il cielo sopra Roma è rosso e giuro di vedere anche un po' di giallo. E non c'è smog e non ci sono nuvole. E' soltanto amore.
 

Sondaggio sulla vittoria finale della Serie A

Al termine della 31esima giornata di campionato, la Juventus è ancora in testa distante solamente 4 punti dal Napoli che, nonostante la soffertissima vittoria contro il Chievo, continua a credere nello Scudetto in attesa dello scontro diretto decisivo all'Allianz Stadium del 22 aprile.

 

Non ho mai visto giocare Di Bartolomei

C'è una parola tedesca che è intraducibile in italiano. E' "Fernweh" e, letteralmente, significa "nostalgia per un posto in cui non si è mai stati". Un luogo fisico, una città, una via, uno scorcio. Un luogo dell'anima, dei sogni. Una squadra, un calciatore, un capitano.
 
Ogni volta che si parla di Agostino Di Bartolomei provo nostalgia, nostalgia di un'epoca mai vissuta, di una Roma non conosciuta, di un calciatore mai visto. Sono nato venti giorni prima di quel 30 maggio di Castellabate. Non ho mai visto giocare Di Bartolomei. E provo invidia a sentire raccontare certe cose. Provo nostalgia per quel calcio senza creste e tatuaggi, senza nomi sulla maglia. Ma si può essere gelosi di una cosa che non ti appartiene?
 
Che cos'è Di Bartolomei per chi non l'ha mai visto giocare? Un simbolo innanzitutto. Un punto di riferimento in un firmamento di campioni, neanche troppo immaginario. Non ho mai sentito parlare Agostino, non l'ho mai visto. Ma me lo immagino silenzioso, quasi timido. Mi piacerebbe essere così, non dover parlare per forza, non dover aprire la bocca ad ogni costo. Vorrei essere come Agostino, capace di dare qualcosa per scontato. A sussurrare quando tutti urlano, a strillare quando serve, a rispondere davvero quando ti chiedono qualcosa. "In porto sicuramente, vediamo di arrivarci col vessillo". Agostino è un vessilo. Sai che è lì. Me lo immagino leggero, sincero, vero. "Faccio uno dei più bei lavori del mondo perchè ti diverti lavorando, ti danno i soldi per divertirti".
 
Vorrei saper esultare come Agostino. Una corsa, un abbraccio con i compagni, un cazzotto al cielo. Quel cielo a cui, a volte, bisogna anche inginocchiarsi, magari con entrambi i pugni in alto. Sempre dopo un gol. Niente isterismi, magliette, orecchie.
 
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"Oggi che essere serio è quasi una tara, oggi che molti calciatori hanno più tatuaggi che idee" scriveva Gianni Mura, appena un anno fa, proprio su Agostino. Paragonandolo, qualche riga più in basso al "profumo del pane fresco, la mattina presto". Qualcosa che ti rimanda al senso di dovere, di quotidianità, di casa, di buono.
 
Leggendo il suo manuale di calcio, mi immagino un Di Bartolomei minuzioso, fissato, quasi ossessivo, ma non rigido, severo. Ogni volta che, dopo un allenamento o una partita, mi asciugavo dopo la doccia facevo particolare attenzione alle dita dei piedi. Lo aveva scritto lui, nei suoi appunti di educazione calcistica. Lì micosi e batteri avrebbero attaccato con più facilità. Meglio passarci due volte.
 
Per me Di Bartolomei è una maglia senza nome, l'essere al posto dell'apparire, la fascia da capitano bianca, candida, senza peccato, data al leader silenzioso. Quello che non ti sbrocca davanti a tutti per metterti in ridicolo, ma che ti consiglia per non sbagliare più.
 
Si può allora essere gelosi di tutto questo? Forse no, perchè Agostino appartiene a tutti. Ai tifosi della Roma e ai tifosi di calcio. Ma si può essere gelosi anche di una cosa mai vissuta. Non ho mai visto giocare Di Bartolomei. Ma in un mondo in cui siamo tutti con il numero 10 sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori, so che in fondo, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. E se quei rigori, nella metafora calcistica della vita, sono le occasioni da concretizzare, la svolta sperata, allora vorrei batterli come Di Bartolomei. Una botta secca, precisa, forte. Senza guardare. Come Ago, che non ho mai visto giocare.
 
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Andreas Brehme, amico fragile

Quando i riflettori si spengono, resta solo l’uomo. Con i suoi fantasmi e le sue paure. Quando i riflettori si spengono anche uno come Andreas Brehme, terzino sinistro tedesco campione del mondo nel 1998, si riscopre solo. E povero.

Era uno dei pilastri dell’Inter di Trapattoni. Arriva a Milano dal Bayern Monaco insieme a Lothar Matthaus. Sono in molti a non credere in lui. Ma il biondo terzino teutonico farà presto ricredere tutti. La fascia sinistra diventa il suo regno e grazie anche alle sue scorrazzate, i nerazzurri riusciranno a vincere nel giro di tre anni uno Scudetto, una Supercoppa Italiana e una Coppa Uefa.

Ma è il 1990 l’anno più bello per Brehme. Nei Mondiali che si giocano in Italia, la sua Germania arriva in finale con l’Argentina. Sarà proprio Brehme a segnare il rigore decisivo. Tedeschi campioni del mondo, Maradona battuto.

Dopo l’esperienza in nerazzurro andrà a Saragozza per poi finire la carriera nel Kaiserslautern, la squadra che lo aveva lanciato nel grande calcio. Appesi gli scarpini al chiodo, però, iniziano i problemi. Brehme tenta la carriera d’allenatore senza successo. Il 2006 è l’ultimo anno in cui ricopre un incarico nel mondo del calcio: vice allenatore di Trapattoni allo Stoccarda.

Risultati immagini per brehme andreasAlcuni investimenti finanziari sbagliati fanno crescere vertiginosamente i suoi debiti.

Ed ecco che arriva l’altra faccia del calcio. Quel mondo che prima ti coccola e ti vizia, poi ti abbandona quando non gli servi più. Ad aiutare il terzino tedesco sarà Beckenbauer: “Tutti noi abbiamo la responsabilità di venire in aiuto di Andreas Brehme. Ha dato tanto al calcio tedesco e grazie a un suo gol abbiamo vinto la nostra terza Coppa del Mondo. Il calcio teutonico deve ora restituirgli quello che ci ha dato”.

Dopo mesi di un silenzio assordante, Oliver Straube, ex calciatore di Norimberga e Amburgo e oggi titolare di un’impresa di pulizie, esce allo scoperto: “Andreas ti serve un lavoro? Vieni a pulire i bagni. Potrai lavare lavandini e sanitari, così capirai cosa significa lavorare davvero”.

Da calciatore Brehme non ha temuto nessun avversario, nessun attaccante, nessun portiere. Ma quando le luci della ribalta si sono spente, allora sì, ha avuto paura. Solo contro i suoi fantasmi. Nel menefreghismo di tutti, molti dei quali appena dieci anni prima urlavano il suo nome allo stadio.

A pulire i sanitari però, non c’è mai andato. È arrivata la sua ex squadra, il Bayern Monaco, a dargli una mano. Ora fa l’osservatore, in giro per l’Europa. Debiti quasi ripagati e stipendio a fine del mese. “Sorpreso dai vostri “Come sta?” / Meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci”.

Immaginate un paese del Sud, uno di quelli dal passato agricolo, che inizia ad avere una prima forma di industrializzazione e si gonfia a dismisura sino a diventare un agglomerato di quarantamila abitanti. Stiamo palando di Marcianise, circa venti chilometri da Napoli. Immaginate questo territorio negli anni 70: non c’era nulla, solo il lavoro duro nelle campagne, la possibilità di ottenere un posto nei cantieri con il voto di scambio, la sedia in Comune come massima ambizione e una criminalità che di lì a qualche anni sarebbe diventata opprimente. Ecco, proprio qui, un uomo ha avuto il sogno di poter cambiare il senso delle cose insegnando boxe. Quell’uomo era Mimmo Brillantino e nel 1978, in un garage lì vicino, a Capodrise, aprì una palestra insieme ad altri appassionati di pugilato. Non l’aprì con l’intento di fare soldi: aveva già il suo stipendio da sottufficiale dell’Aeronautica militare. Era solo un garage, ma lo chiamarono “Excelsior”, serviva un nome che racchiudesse in sé tutta la forza del sogno. Il ring venne costruito con le pedane della frutta, le corde con trecce di canapa presa in campagna. Brillantino e i suoi amici seppero trasformare quel garage riadattato artigianalmente in una delle palestre di boxe di maggior successo al mondo in termini di medaglie.

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Vi chiederete: ma perché aprire una palestra di pugilato in un territorio in cui tutti hanno sempre giocato a calcio? Perché la boxe a Marcianise, Brillantino l’aveva vista praticata nelle aie, nelle stalle. L’avevano portata gli americani durante la Seconda guerra mondiale: mentre a Caserta, nel palazzo reale, il legato delle SS Wenner firmava la capitolazione tedesca, i soldati americani andavano in giro a cercare sparring partner tra bufalari e contadini, coltivatori di foglie di tabacco e muratori, per poi sfidarli nelle campagne del Mazzoni. Proprio dall’America arrivò il primo successo dell’Excelsior di Brillantino, con Angelo Musone, un peso massimo straordinario che riuscì ad arrivare alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. Marcianisano, Musone si allenava proprio quel garage riadattato a palestra. Arrivò in semifinale contro Henry Tillman, uno dei pochi pugili ad aver battuto Mike Tyson (quando questi era ancora dilettante).

L’incontro fu dominato da Musone, ma un verdetto che fece molto discutere decretò la vittoria di Tillman. Il match generò un tale scandalo che la candidata democratica alla vicepresidenza Geraldine Ferraro – italoamericana originaria proprio di Marcianise – usò il caso come prova per mostrare che gli Stati Uniti stessero truccando i risultati per fare incetta di medaglie a scopo propagandistico. Polemiche a parte, quel bronzo permise alla Excelsior di uscire dal garage. L’attività fu trasferita nella palestra di una scuola elementare, dove tutta ha sede. In qualunque altro territorio una medaglia olimpica avrebbe attirato investimenti enormi, la Excelsior invece è rimasta lì, nella scuola elementare, nonostante continuasse a macinare titoli mondiali e medaglie alle Olimpiadi, come gli argenti di Clemente Russo, pupillo del maestro Brillantini.

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Medaglie e talento generato da una palestra senza macchinari nuovi, con i bagni che si intasano, i guantoni consumati, i sacchi rappezzati. “Si va avanti con quello che si può, quello che conta è lo spazio in cui agisci dentro di te” era la saggezza del Maestro Brillantino. Appese ai muri della palestra ci sono stelle di carta ritagliate, con al centro il volto di chiunque abbia vinto un titolo, un torneo. È la costellazione della Excelsior. La boxe non è uno sport violento, ripeteva il Maestro Brillantino. Violenza è il mondo lì fuori, che non ha regole, che è sempre pronto a farti agguati; la boxe invece è una disciplina contro la violenza, perché la forza è controllata, aggressività disciplinata. Devi imparare – diceva Brillantino ad aggredire i problemi, e devi sempre ringraziare il tuo rivale, perché combattendo con te fa emergere i tuoi limiti. Ognuno si confronta con se stesso grazie all’altro e nella lotta stabilisci i tuoi confini. La boxe è lo sport della trascendenza per antonomasia: non sei solo quel muscolo e quella carne, nel difenderti e nell’attaccare c’è la tua vita e non finisce lì. Il maestro vero ti mostra come combattere sia una prova e le prove siano parti della vita: il successo non dipende dal risultato della prova ma da come prendi parte alla prova. Brillantino addestrava le menti, partiva da quelle. Non è cosa facile, non è da tutti. Lo chiamavano Mister, ma in realtà era un Maestro. In una palestra prestigiosa, efficiente puoi avere un mister; in una palestra decadente di periferia che si mantiene in affanno hai bisogno soprattutto di un maestro.

Negli anni 90 Marcianise finì sulle cronache nazionali perché fu il primo territorio italiano dove venne imposto un coprifuoco. Non succedeva dai tempi della Seconda guerra mondiale, non era stato imposto nei momenti più bui della lotta armata, accadde per la guerra di camorra. Ma Brillantino rimase lì. Insieme agli altri allenatori andava a prendere i ragazzini nei bar, nelle piazze, fuori da scuola, e così li strappava alla strada, al deserto in cui i clan reclutano i più giovani per metterli sulle loro scacchiere. La boxe rompeva questo meccanismo e lo faceva in un modo definitivo, perché una volta che hai combattuto col sudore della tua fronte e con le tue mani, entrare in un clan diventa una sconfitta. Mi sono allenato alla Excelsior e gliene sono ancora grato. Quando mi fu data la scorta, ci andavo la sera per evitare di infastidire i genitori dei ragazzi preoccupati che la mia presenza potesse rappresentare un pericolo per i loro figli. Una sera mentre prendevo a pugni un sacco il maestro Brillantino mi disse: “Avvicinati al sacco, avvicina l’orecchio, non lo senti? Non senti che piange per il dolore?”. Dare l’addio al maestro Mimmo Brillantino è cosa complicata. È un uomo che ha cambiato un territorio attraverso un sogno e ci è riuscito. Non sembri una dichiarazione eccessiva.

La palestra diventa un percorso che nessuna dottrina ti potrà mai offrire. Ti forma, diventa metafora di tutto. Dandoti le regole e insegnandoti a boxare, Mimmo Brillantino ti spiegava la vita e ti faceva diventare uomo. Con la morte di Mimmo Brillantino muore un riformista vero. La politica meridionale dovrebbe imparare da lui: non cercava una risposta universale, non pretendeva di cambiare le cose con un colpo di mano ma si relazionava a quel groviglio di rabbia, aggressività e paura che è l’uomo, e con pazienza lo districava, lo metteva in ordine, lo trasformava, gli dava forma. Addio Maestro. Grazie per ogni tua lezione.

 

Roberto Saviano, la Repubblica, 31 gennaio 2018

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De Rossi Transformers

"Ho un unico rimpianto, quello di donare alla Roma una sola carriera". Non è solo la dichiarazione più famosa di Daniele De Rossi, uno che le parole sa usarle e dosarle abbastanza bene. E' soprattutto una delle dichiarazioni d'amore più belle e allo stesso tempo semplici che un calciatore possa fare alla sua squadra. La sua carriera, l'unica da donare ai colori giallorossi, si è mossa sempre sotto l'ottica della promessa, del domani, di quello che verrà. Il Capitan Futuro è oggi Capitan Presente, la fascia da capitano è passata sul suo braccio, con tutto quello che ne consegue in termini di responsabilità e sentimentalismi.

Quello che ci proponiamo di fare è proprio non calcolare questi due ultimi fattori: il cuore e la testa. Niente romanticismo sulla romanità e niente approfondimenti psicologici su pugni o simulazioni. Un approccio tattico, sul campo, e fisico, sulla traformazione corporea oltre che di posizione del centrocampista (e non solo) Campione del Mondo. Per andare a vedere quante carriere, in una sola, ha regalato De Rossi alla sua squadra.

con Mauro Bencivenga| 14 anni, trequartista, mediano |

“Dove giocavo? Mah, non si è mai capito. La mezza sega, credo. Trequartista o largo a sinistra. Non ero velocissimo, ma avevo il piede, mettevo la palla, l’assist, entravo e poi si intravedeva quello che si vede adesso: il tempo di inserimento. La mia carriera è sbocciata con Mauro Bencivenga”

10 anni, Ostia Mare. Categoria Esordienti e poi Giovanissimi. Daniele è un ragazzo non particolarmente alto per la sua età, ma agile, veloce. E con un piede niente male. Gioca in attacco, senza avere una collocazione fissa. Punta, trequartista, esterno. "Giocare da attaccante mi ha aiutato molto, sia quando ti trovi in zona gol sia a livello tecnico-tattico: un attaccante non ha mai tantissimo tempo per giocare il pallone, ha sempre un difensore alle spalle. Mi ha aiutato a velocizzare il gioco, ma soprattutto mi è servito tatticamente". La prima chiamata della Roma arriva a 9 anni, nel 1992. Rifiutata. Troppo forte il legame con gli amici di Ostia. Ma quando i dirigenti giallorossi tornarono a bussare, tre anni più, De Rossi approda a Trigoria. Qui finisce agli ordini di mister Mauro Bencivenga, ex allenatore delle giovanili della Lazio portato a Trigoria da Bruno Conti. "Quando Daniele arrivò agli Allievi della Roma giocava attaccante - ha raccontato l'allenatore, oggi responsabile del settore giovanile della Lupa Roma, in esclusiva ai nostri microfoni - a dirla tutta non aveva un ruolo definito. Un po' esterno un po' punta. Con me non giocava. Ma nonostante non lo vedessi mi dimostrò un grandissimo carattere, un grande voglia. Lo spostai davanti alla difesa". E De Rossi lo ha ricordato anche nell'intervista alla Uefa Training Ground: "La mia carriera è sbocciata con lui, è stato un cambiamento lento".

con Fabio Capello | 18 anni, interno di centrocampo | 3-5-2

“Avere Capello da allenatore a quell’età è stato fondamentale. Ti forgia. Se ti deve trattare male lo fa e sei fortunato, perché lo fa se ci tiene a te. E poi è arrivato lui e io ero negli Allievi Nazionali, è andato via ed ero in Nazionale A. Ha avuto una passione per me come calciatore e forse è stata la più grande fortuna della mia vita.”

Nel 2001 arrivano le prime convocazioni con i grandi, l'esordio nel match di Champions League contro l'Anderlecht il 30 ottobre 2001 e qualche minuto in Coppa Italia. Poi le prime partite importanti, la prima in Serie A contro il Como, il primo gol con il Torino (“Già prima di questa partita era una promessa giallorossa, però al suo gran destro anche il presidente Sensi si è alzato in piedi per applaudirlo. Come Capello dalla panchina, come tutti i compagni”). Nel 3-5-2 di Capello è l'interno di centrocampo veloce, rapido, senza impellenti compiti di manovra ma di quantità. Le prime partite infatti le gioca prendedo il posto di Francisco Lima, facendo da spalla a Dacourt, Tommasi ed Emerson. Si fa vedere spesso in zona gol perchè la gamba gli permette di correre avanti e indietro, il fiato non gli manca e la grinta è da vendere. Sono gli stessi attributi, in proporzione, di uno dei suoi grandi modelli: Steven Gerrard.

con Cesare Prandelli, Luigi Del Neri, Rudy Voeller, Bruno Conti | 21 anni, centrocampista centrale | 4-4-2

“Prandelli ha grande cultura. Grandi idee. È uno di quelli che ti insegnano a giocare a calcio. In Nazionale nel primo biennio ha fatto cose pazzesche.

Nella sciagurata stagione dei quattro allenatori, De Rossi diventa titolare della squadra. Sulle spalle arriva il numero 4 e in campo si sposta sempre di più verso il centro. I suoi compiti, in una Roma che si salverà solo alla penultima giornata di campionato, sono sempre più difensivi. Utilizzato accanto a Dacourt sia da Del Neri che da Conti i suoi sono i polmoni della squadra e saranno proprio dinamnismo e tecnica, abbinati alla giovane età, ad attirare su di lui le attenzioni di Sir Alex Ferguson.

con Luciano Spalletti | 23 anni, mediano | 4-2-3-1

“È stato l'allenatore che mi ha condizionato di più. Ho cominciato a vedere il calcio con gli occhi di questo allenatore. Ed è un bel vedere”. “Lo odiavo con tutto me stesso, ma per quanto bene gli voglio penso a quanto l’ho odiato la prima settimana. Con lui, comunque, ero veramente forte”

Il 2005, ma soprattutto il 2006, sono gli fondamentali della crescita fisica e tattica di De Rossi. I tratti e il corpo da ragazzino sono un abito chiuso in armadio, gambe e stazza iniziano ad essere quelle del centrocampista rognoso, da legna e d'intensità. La metamorfosi fisica si accompagna a quella sul campo, merito soprattutto del tecnico di Certaldo che disegna la sua rosa su un fantastico 4-2-3-1. Le chiavi della squadra sono affidate a David Pizarro, un piccolino a cui va affiancato qualcuno per guardargli le spalle e per sbrigare pratiche prettamente difensive. I due diventano una coppia perfetta, di quelle così diverse da completarsi a vicenda. Sarà con questa posizione e dal rendimento che ne trae che De Rossi sarà convocato per i mondiali di Germania da Marcello Lippi. Il copione si ripeterà 10 anni dopo, con il ritorno dalla Russia di Spalletti: prima al fianco di Pjanic, poi insieme a Strootman dietro a Nainggolan. Lo schema a triangolo del centrocampo è ancora lo stesso: Radja-Perrotta possono pensare ad inserirsi o a far male dalla distanza, dietro a manovrare e a recuperare ci pensa De Rossi. La stagione 2016-17 vede un De Rossi in forma strepitosa e lo si evince in particolar modo dal fisico: di nuovo asciutto, diete personalizzate e muscolatura più forte.

con Claudio Ranieri e Vincenzo Montella| 26 anni, regista | 4-3-1-2 / 4-2-3-1

"Quello con cui ho vissuto la stagione più esaltante. Un allenatore di campo, preparato tatticamente, ma che in campo non si inventa l’acqua calda. E un grandissimo motivatore. Forse il più bravo se è riuscito a prendere la Roma, che era in grandi difficoltà, e l’ha portata a sfiorare lo scudetto e se, soprattutto, è riuscito a far vincere la Premier al Leicester".


L'accentramento e l'abbassamento di De Rossi diventano definitivi. Con Ranieri in panchina le chiavi della squadra, i suoi ritmi e i suoi schemi sono in mano al centrocampista di Ostia. La perdita di dinamismo e la lontananza dalla porta vanno di pari passo al difficile rapporto che il tecnico testaccino instaura con David Pizarro, che tornerà ad essere metronomo con l'Aeroplanino.

Con Luis Enrique | 28 anni, mediano e difensore centrale | 4-3-3

"Per lui ho avuto una vera passione. Mi ha fatto appassionare a un tipo di calcio diverso. Il primo giorno di allenamento ha tirato un pallone in aria, noi gli siamo andati tutti addosso, come i bambini delle scuole calcio, e da lì ha fatto un lavoro enorme, tattico e di impostazione generale. Ha allenato una squadra meno forte di quelle che ha allenato dopo e meno forte anche di altre Roma."


La rivoluzione americana parte dal campo con l'arrivo dell'allenatore spagnolo Luis Enrique, che per la nuova Roma ha in mente un 4-3-3 sul modello del Barcellona. Nel centrocampo giallorosso De Rossi è l'equivalente di Javier Mascherano per i blaugrana. Ancora una volta è lui il cardine della squadra: "Per me è un giocatore chiave - dirà Luis Enrique - Lo apprezzavo da tempo, ma solo ora che l'ho conosciuto ho capito quanto è grande. Spero che venga coinvolto da questo progetto". Sarà coinvoltissimo: ““È un calcio nel quale io mi ritrovo, un calcio pensato: non che io sia un fenomeno, ma in un calcio ragionato mi trovo meglio. Forse perché non ho il lancio millimetrico di Pirlo o la falcata di Pogba o la corsa di Nainggolan”. Intanto, come logico che sia, continua a cambiare il fisico: 183cm x 84kg, numeri ovviamente da centrocampista statico. L'intuizione dell'ex Barcellona B è quella di sfruttare questo cambiamento atletico nella fase difensiva. A fine stagione saranno oltre 500 i minuti collezionati da difensore centrale, in un ruolo e in una funzione che piaceranno tantissimo anche ad Antonio Conte in nazionale.

Con Zdenek Zeman | 29 anni, intermedio | 4-3-3

"L’altro giorno un amico mi chiedeva se questa sia la mia miglior stagione. Non lo so. Credo che nei primi sette-otto anni abbia avuto un livello molto alto. So invece qual è stata la peggiore: quella con Zeman. È stata difficile, è stata la prima in cui ho giocato di meno, non mi sentivo indispensabile".

Appena 856' in campionato, pari a 14 presenze, per De Rossi con Zeman. Le squadre del boemo corrono, hanno ritmi altissimi, in allenamento con in campo. Il centrocampista non gli sta dietro così perde il posto a favore di Panagiotis Tachtsidis e addirittura di Michael Bradley. I compiti che spettano al centrale zemaniano infatti non sono solo quelli di impostazione: la propensione offensiva è totale, il regista deve essere in grado di inserirsi in area da rigore ("Il tipo di gioco che adottavo non si adattava alle sue qualità. Il calcio che voglio io è diverso, da giovane lo ha fatto, quando è diventato più esperto non è riuscito ad adattarsi. Per me nel ruolo è meglio Tachtsidis. Ma anche Bradley fa meglio di De Rossi come centrale, va più dentro"). Ma le difficoltà di Daniele stanno tutte nei numeri, non solo quelli dei minuti giocati: con Zeman da regista aveva una media di 17 palle perse rispetto alle 5 da intermedio, 12 lanci sbagliati contro i 4,2 e una media voto di 5,60.

con Rudi Garcia | 30 anni, centrale | 4-3-3

"Ha preso una squadra e una città in difficoltà e le ha rimesse in carreggiata. Ha fatto un lavoro mostruoso. Mi spiace che di lui si ricordi solo l’ultimo periodo. All’inizio ci ha fatto giocare veramente bene e ha creato un grande gruppo."

Il tecnico francese capisce subito l'importanza delle caratteristiche di De Rossi e continua a fare la stessa cosa di Luis Enrique: asseconda i suoi cambiamenti, trasforma i difetti in punti di forza. De Rossi non corre più come una volta? Tende ad abbassarsi troppo? Benissimo, sarà registra e difensore aggiunto. De Rossi torna quasi ai livelli di Spalletti e la Roma ne esce rafforzata. Nelle prime 14 giornate con il tecnico francese i giallorossi subiscono solo 4 reti. Merito di una difesa che oltra a Benatia e Castan può fare affidamento sullo schermo del centrocampista di Ostia che, continuando i movimenti iniziati con Luis Enrique, con azione sulle fasce va ad abbassarsi nella linea difensiva. Sicurezza, posizione e forza fisica. Senza trascurare i lavoro da regista, insieme a Pjanic è lui il leader dei passaggi della squadra: una media di 85 a partita.

con Eusebio Di Francesco | 35 anni, regista | 4-3-3.

"Con Di Francesco mi trovo bene, l'ho conosciuto tanti anni fa. Lui era il De Rossi di allora e io ero il Gerson, il Pellegrini. Ero molto piccolo ed è sempre stato un compagno di squadra che esercitava la leadership in modo corretto, quello con più esperienza che tratta bene e insegna ai giovani".

E alla fine arriva DiFra. Che ancora una volta affida a lui le chiavi del gioco, prendendo per la panchina Maxime Gonalons. Arrivato con l'etichetta di zemaniano, il tecnico abruzzese ha dimostrato di saper curare soprattutto la fase difensiva della sua squadra senza tralasciare l'interesse per il gioco offensivo, specie quello sulle fasce. E il perno, in entrambi i casi, è ancora De Rossi. Primo per distanza percorsa in campo con 11.254 km di media a partita (con Spalletti aveva una media di poco inferiore, intorno ai 10km), primo per passaggi intercettati a partita (2.2 di media) e secondo per passaggi effettuati, 59.9 contro i 62.8 di Kolarov, rispetto al quale è però più preciso (84.1% di affidabilità).

"La prima persona che ho chiamato appena ho trovato l’accordo con la Roma - racconta il mister - è stato Daniele De Rossi. Penso che in questo momento lui sia un po’ l’emblema di questa Roma nell’atteggiamento e nel modo di fare". Perchè oltre che il timone, a De Rossi è toccata in maniera definitiva anche un'altra cosa. Quella fascia da capitano eredità importante, roba da figli di Roma, capitani e bandiere. Ma questo è un altro discorso.

Era la dodicesima partita del campionato 68/69. La Roma volava a Cagliari e Taccola aveva già segnato sette reti. Pochi giorni dopo ci sarebbe stata una partita fondamentale per la Coppa Italia, contro il Brescia. L’attaccante della Roma quella partita non la giocherà mai.

La storia di Giuliano Taccola inizia ad Uliveto Terme, nella provincia di Pisa, dove nasce nel giugno del 43. La sua era una famiglia povera, il padre era un venditore ambulante. A 15 anni il giovane scappa di casa e va in Liguria, dove giocherà per il Genoa.

Con la maglia del grifone e soprattutto con quella del Savona, Taccola fa grandi cose e viene acquistato dalla Roma. Nella capitale, l’attaccante toscano trova Helenio Herrera, “Il mago” che aveva vinto tutto con l’Inter. Tra i due è amore a prima vista. Taccola è forte, veloce, abile a smarcarsi e con un gran tiro. Con Capello forma una coppia capace di riaccendere la passione dei tifosi. Nel corso della stagione 68/69 il rendimento dell’attaccante romanista inizia però a calare per i frequenti attacchi influenzali. I medici gli diagnosticano un problema cardiaco ma Herrera non sentiva scuse: “Il giovedì voleva che tutti i giocatori annullassero le cure e scendessero in campo per preparare la partita della domenica” diceva il medico della Roma nel marzo del 1969.

Taccola si infortuna al malleolo e viene poi sottoposto ad una operazione chirurgica per curare una forte tonsillite. Il tempo di recupero è di due mesi. Ma ancora una volta Herrera si impone e vuole che il giocatore segua la squadra fino a Cagliari. La mattina tutti i giocatori effettuano la rifinitura. Compreso Taccola, sebbene impossibilitato a scendere in campo.

La Roma pareggia la partita contro il Cagliari ma negli spogliatoi avviene la tragedia: Taccola sviene per un malore e subisce un arresto cardiaco. Arriverà morto all’ospedale di Cagliari.

Ma ancora una volta Herrera tira dritto: “La vita va avanti, Giuliano è morto ma noi abbiamo una partita importante per la Coppa Italia, torniamo a Roma e andiamo in ritiro”. I giocatori però non ci stanno e si dirigono all’ospedale per stringersi attorno a Taccola e alla sua famiglia. “A Roma vedono Herrera come un mago, ma io penso che prima di tutto bisogna essere uomini” dirà il Presidente della Roma, Marchini.

Era il 16 marzo del 1969, Taccola moriva in un modo silenzioso e misterioso. Una storia dimenticata, finita nel cassetto dei brutti ricordi, ma che ogni tanto merita di essere rivissuta. Come quando si toglie la polvere da un libro che non si legge da tanto tempo. Ecco, nella libreria della storia romanista c’è il volume che parla di Giuliano Taccola, eroe dimenticato.

"Io non sono uno scienziato e nemmeno un professore, ho un'idea di calcio e voglio portarla avanti". Se dici Mauro Bencivenga, a Roma e dintorni, dici calcio giovanile. Tra le sue mani sono passati generazioni di talenti, tra Formello e Trigoria. Le mani di un allenatore, in questi casi, sono un po' come quelle di un artigiano, di uno scultore. Devono saper modellare quello che toccano. Mister Bencivenga, oggi responsabile del settore giovanile e della scuola calcio della Lupa Roma, ha quelle mani. E ci parla, in questa intervista esclusiva per ilCatenaccio, del mondo del calcio giovanile, del mestiere dell'allenatore e dei suoi anni da tecnico a Trigoria. 

 

Mister, De Rossi parla di lei come dell’allenatore che gli ha cambiato e trovato ruolo. Che qualità ha visto in lui?

Io allenavo gli Allievi lui invece veniva dalle categorie inferiori, dai Giovanissimi. Non aveva un ruolo ben definito, giocava punta, esterno. Aveva un bel piede ma io non lo facevo giocare. Un allenatore però, soprattutto nelle giovanili, deve avere la capacità di modellare i suoi ragazzi così lo spostai davanti la difesa. Mi colpirono subito il carattere e la grinta, nonostante non lo vedessi infatti continuò sempre ad allenarsi con grande voglia. Mi pare che sia rimasto uguale.

Cosa e chi ricorda di quel gruppo di ragazzi?

Tutti, li ricordo tutti con grande piacere. Non ero semplicemente il loro allenatore, cercavo di essere un educatore. Ho fatto sempre calcio con sentimenti e valori. E quando vedi che tutta la passione che gli hai dato ti torna indietro, allora significa che hai fatto bene. Li sento ancora oggi, chi per un messaggio, chi per gli auguri, chi per un caffè. Anche con Daniele così, ogni tanto lo bacchetto (ride ndr). Alberto è il suo papà, io sono stato anche vice papà sul campo. Abbiamo raggiunto traguardi importanti, grazie soprattutto a Bruno Conti e al suo lavoro. Era un settore stupendo, abbiamo vinto tanto ma soprattutto abbiamo creato. Io mi sono sempre messo in discussione, sono andato avanti con merito, senza agganci, amicizie o raccomandazioni. Ricordo ancora quando ho conosciuto Bruno: era il campionato Esordienti, io allenavo la Lazio e lui la Roma. Ci siamo scontrati in campo, ci siamo conosciuti e qualche anno dopo ero a Trigoria. Insieme a De Rossi c’erano Bovo, Lanzaro, Ferri, Biasi, D’Agostino. Ma anche quelli che non hanno sfondato, ragazzi forti come Sansovini, Morini, Rizzi. E mi dispiace non citarli tutti ma li porto dentro al cuore.

Daniele De Rossi, quarto da sinistra in basso, ai tempi dell'Ostia Mare

Quanto è stato importante Bruno Conti per le giovanili della Roma?

Mamma mia, era determinante. Mi dispiace ora sia un po’ in disparte. Aveva creato una famiglia. Ci vedevamo tutti insieme per programmare, studiare, migliorare insieme, con Ugolotti, Sella. Mi ricordo con Ezio ci vedevamo sempre prima di ogni allenamento per riflettere insieme, eravamo alla costante ricerca del miglioramento. Quello dell’allenatore non è un mestiere, è una vocazione.

L’Italia è molto indietro rispetto agli altri settori giovanili?

Non molto, secondo me, ma è palese che ci sia qualcosa che non va. C’è una politica sbagliata, troppi interessi economici, poca meritocrazia. Invece di programmare si preferisce acquistare. Si va all’estero, si comprano giocatori pronti, utili subito. Ma non ha senso e così non si cresce.

Prima ha detto, “abbiamo vinto tanto ma soprattutto abbiamo creato”. In Italia si pensa più a vincere che a creare?

Io combatto tutti i giorni contro il culto del risultato. Da responsabile della Lupa Roma, con Di Michele, un altro che ho cresciuto io e che mi sta ridando quanto io ho dato a lui, cerchiamo di cambiare innanzitutto questo. L’allenatore lascia un segno tecnico, ma se è bravo lo lascia anche umano. Io mi sento cultore del calcio, del bello. Ha ragione De Gregori, un giocatore lo vedi dal coraggio e dalla fantasia.

Qual è la soluzione?

Capire che, a questi livelli, perdere non è un problema. Altrimenti come si cresce? Se al bambino insegni la paura, il pericolo, saranno sempre frenati. Il risultato nella scuola calcio è sbagliato. Io non sono uno scienziato, non sono un professore. Sono nato così, da grandi maestri, e voglio portare avanti la mia idea di calcio. Ho avuto il piacere di confrontarmi con grandissimi allenatori. Persino con Pep Guardiola, quando era alla Roma. Ma le vedete le squadre di Guardiola? Non fermatevi ai grandi giocatori, guardate le idee e la cultura.

È un problema culturale quindi, ma come si può cambiare la cultura sportiva di un’intera nazione?

I progetti si costruiscono con gli esempi. Guardati intorno, tutti isterici, tutti stressati, tutti che urlano. Vedo genitori che si arrabbiano perché il figlio non gioca, perché non hanno vinto. Questo mi fa male. In Italia devono cambiare le cose ed è possibile solo con persone belle, intelligenti, competenti.

Damiano Tommasi con la maglia della Roma

Si riferisce alla Federazione?

Penso alla FIGC e penso subito a Damiano Tommasi. E lo dico non solo perché lo conosco, ma perché so che è una ricchezza per il nostro calcio. E con lui Simone Perrotta, Demetrio Albertini. Gente che conosce questo sport.

Lei ha allenato anche all’estero, Albania e Cina, che impressione le ha fatto il calcio asiatico?

Veramente buona, stanno programmando seriamene. Sono andato ad un college vicino Pechino e ho visto allenatori preparati e anche individualità discrete. Ero stato anche in Giappone, a Tokyo, con Bruno Conti. Certo, i grandi sono un po’ meno bravi.

Insomma, fuori dall’Italia c’è una strategia sportiva diversa.

Guarda la Spagna, mi hanno raccontato delle riunioni tecniche che fanno gli allenatori delle giovanili del Real Madrid, del Barcellona. Ai bambini non gli chiedevano i gol, gli dicevano: “Tu non hai dribblato, tu non hai fatto il tunnel”. Gli insegnano a divertirsi, a vedere la partita come una festa, a scendere in campo con il sorriso. Gli insegnano coraggio e fantasia. Aveva proprio ragione De Gregori…

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