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Il trono di squadre

  L’inverno è finalmente arrivato! ...
Gianluca Di Mario

Gianluca Di Mario

Nato nel 1994 sotto il segno dell'aquila, e non poteva essere altrimenti vivendo nel paese di Alessandro
Nesta. Ha fatto appena in tempo a vedere l'epopea Cragnotti, prima di innamorarsi dei colori biancocelesti
nei primi anni lotitiani, quelli dei 9 in un giorno e di Paolo Di Canio. Scrive di calcio e dintorni per
passione su ilCatenaccio.it grazie. Per gli amici, un soprannome straordinario, no che dico straorDiMario.

 

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Il trono di squadre

 

L’inverno è finalmente arrivato! Tranquilli, le vostre scampagnate primaverili non sono in pericolo, l’inverno non è arrivato da noi ma a Westeros, il continente immaginario dove si svolgono le vicende di Game of Thrones, la serie tv simbolo di questo decennio che è riuscita a coinvolgere milioni e milioni di fan.

La febbre del trono si fa sentire anche qui nella redazione de Il Catenaccio e allora per ingannare l’attesa tra una puntata e l’altra abbiamo provato a farci una domanda a modo nostro. Se le casate di GoT fossero una squadra di calcio a quale squadra reale assomiglierebbero di più?

Proviamo a dare una risposta, in modo quanto più possibile spoiler free e con una buona dose di ironia:

starkCasa Stark – Roma roma

Gli Stark sono i protettori del Nord, discendono direttamente dai Primi Uomini e venerano gli antichi Dei. Il loro temperamento glaciale non ha molto a che vedere con la passione dei tifosi giallorossi, ma anche loro venerano un dio tutto loro, detto Er capitano o Er pupone dai più devoti, e soprattutto hanno in comune il lupo che campeggia fiero sullo stemma degli Stark e su quello della Roma.

lannisterCasa Lannister – Juventusjuve

I Lannister sono la casata più ricca dei sette regni, grazie a prestiti e sotterfugi sono riusciti ad accumulare una ricchezza incredibile e a dominare economicamente le altre casate, il loro obiettivo però è raggiungere il Trono di Spade e dominare l’intero continente… Serve aggiungere altro?

targaryenCasa Targaryen – Milanmilan

I Targaryen sono un’antica dinastia proveniente dalla misteriosa Valyria, giunti a Westeros sono riusciti a sottomettere l’intero continente grazie al fuoco dei draghi, ma scomparsi i draghi è scomparsa anche la loro potenza. Il Milan ha avuto per più di 30 anni un suo drago, anzi più un biscione, grazie al quale è riuscito a dominare l’Europa, ma da quando quel drago se n’è andato i giorni di gloria continentale sono solo un bel ricordo.

greyjoyCasa Greyjoy – Interinter

I Greyjoy sono i lord delle isole di Ferro, sono pirati e saccheggiatori, sempre pronti a sfruttare le debolezze degli altri lord per occuparne le terre. L’Inter si è dimostrata maestra in passato nello sfruttare la debolezza altrui e prendersi il primo posto per diversi anni, ora sembra che si sia un po’ assopita, ma si sa: “Pazza Inter, amala” e come recita il motto dei Greyjoy: “Ciò che è morto non muoia mai”.

martellCasa Martell – Napolinapoli

I Martell governano su Dorne, la parte meridionale di Westeros, sono fieri e passionali, il loro motto è: ”Mai inchinati, mai piegati, mai spezzati”. La stessa fierezza e passione, lo stesso fuoco e determinazione che hanno i tifosi napoletani e come ‘O sole mio di Napoli il loro stemma è un grande sole splendente.

arryn            Casa Arryn – Laziolazio

Gli Arryn governano da secoli da una fortezza inespugnabile chiamata Nido dell’Aquila, il loro motto  è “In alto come l’onore” e i loro colori sono il bianco e il blu. Non c’è bisogno di aggiungere altro, lassù dove volano le aquile c’è solo la Lazio ed è alto l’onore e l’orgoglio di essere La prima squadra della capitale.

I 10 stadi più strani del mondo

  1. The float, Singapore

singa

A Singapore non c’è spazio per costruire un nuovo stadio? Nessun problema, lo costruiscono direttamente sull’acqua, grazie a una piattaforma galleggiante sorretta da piloni in calcestruzzo armato. Le tribune, costruite sulla riva, possono contenere fino a 35 mila spettatori.

  1. Estádio Municipal de Braga, Portogallo

 braga

Uno degli stadi più belli del vecchio continente, costruito per gli Europei del 2004, è un ottimo esempio di recupero architettonico; sorge infatti sull’area di una cava dismessa. Le curve non ci sono, al loro posto i fianchi della montagna.

 

  1. Timsah Arena, Turchia

 turchia

Si dice che alcuni stadi riescano a incutere timore negli avversari e lo avranno pensato anche in quel di Bursa in Turchia; per entrare nel nuovo stadio del Bursaspor bisogna passare tra le fauci di un enorme coccodrillo verde che circonda la struttura.

  1. Eidi Stadium, Isole Far Oer

 isole

La voglia di calcio non conosce limiti, anche i 700 abitanti dell’isola di Eidi, nelle Far Oer, hanno diritto a un campo di gioco e allora glielo hanno costruito nell’unico luogo disponibile: tra le rocce, a picco sull’oceano.

  1. Stadio Tatran, Slovacchia

 slovacchia

A Cierny Balog, in Slovacchia, i terzini vanno come treni, anzi sono proprio treni. Tra la tribuna e il campo passa una ferrovia e durante le partite passa un vecchio treno a vapore di fine ‘800 che fischia per incitare i calciatori di casa.

  1. Cocodrilos Sports Park, Venezuela

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A Caracas in Venezuela hanno cercato di seguire l’esempio di Braga, costruendo uno stadio all’interno di una cava abbandonata, ma la qualità architettonica non è proprio la stessa. L’aria di delinquenza trasuda da ogni parte.

 

  1. Stadio Mmabato, Sud Africa

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Mai dare carta bianca a un architetto, i risultati potrebbero essere alquanto stravaganti. Lo stadio di Mmbato in Sud Africa è un puzzle di tribune poste diagonalmente rispetto al campo. Si narra di decine di spettatori ricoverati per torcicollo alla fine di ogni partita.

  1. Stadion Gospin dolac, Croazia

 croazi

Una delle viste più suggestive d’Europa per gli spettatori di questo stadio croato, costruito tra le montagne, quasi a picco su un dirupo che scende fino a un piccolo lago. Un lavoraccio però per i raccattapalle che devono andare a recuperare i palloni.

 

  1. Ecoestádio dio Janguito Malucelli, Brasile

  bras

A Curitiba, in Brasile, è stato costruito uno stadio quasi completamente ecosostenibile, sono stati utilizzati solamente materiali riciclati: i seggiolini sono in legno e il ferro proviene da binari ferroviari dismessi, le tribune sono ricavato direttamente dal fianco di una collina.

  1. Estádio Milton de Souza Corrêa, Brasile

 brasileultimo

La particolarità di questo stadio, detto anche Zerão, sta nella sua posizione, la linea di centrocampo si trova esattamente sopra la linea dell’Equatore; giocando qui si attacca nell’emisfero Australe e si difende in quello Boreale.

 

La maratona è l’evento più importante dei giochi olimpici. Voluta per celebrare la corsa di un messaggero greco che percorse a piedi i 42 km che separavano Atene da Maratona, dove gli ateniesi avevano sconfitto l’esercito persiano, e creare così un ponte simbolico con la Grecia antica, nacque in concomitanza con la prima Olimpiade dell’era moderna, quella di Atene del 1896.

Ma già 10 anni dopo rischiò di essere cancellata dal programma olimpico, dopo uno dei peggiori disastri organizzativi nel mondo dello sport.

La terza edizione dei Giochi Olimpici moderni si tenne nel 1904 a St. Louis, per la prima volta sul suolo americano. Per celebrare l’evento a incoronare il vincitore della maratona, l’evento principale, era stata chiamata Alice Roosevelt, la figlia del presidente degli Stati Uniti. Anche lei sarà sconvolta da quello che successe.

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Perché le cose andarono male fin da subito: si correva alle 3 di pomeriggio sotto il cocente sole estivo e per i poveri corridori era stata allestita una sola area di rifornimento per l’acqua lungo tutto il percorso. Ad aggravare la situazione ci pensarono gli ufficiali di gara che insieme alla polizia e alla stampa pensarono bene di posizionarsi con il loro plotone di auto davanti ai partecipanti. Era il 1904 e le strade di St. Louis non erano ancora state asfaltate, in poco tempo si alzò quindi un polverone enorme che rese difficile la vista e la respirazione degli atleti. I risultati di questa scelta sono abbastanza prevedibili: un atleta iniziò a vomitare dopo solo pochi chilometri, un altro fu trovato steso per terra, in fin di vita, con la polvere che gli aveva quasi distrutto le pareti del stomaco.

Ma non furono gli unici ad avere problemi: l’uomo che arrivò quarto si presentò alla gara dopo aver percorso più di 1000 km in autostop, ai piedi aveva un paio di mocassini e durante la corsa era così affamato che rubò della frutta in un negozio. Un altro fu costretto ad abbandonare la gara perché venne inseguito da un branco di cani randagi e ci fu anche un incidente tra due macchine degli ufficiali di gara.

Le stranezze però non sono finite qui perché mentre il secondo arrivato fu scoperto a bere un bibitone di tuorlo d’uovo, brandy e stricnina, una sorta di doping ante litteram, ai tempi comunque ancora non considerato illegale, fu colui che tagliò il traguardo per primo a rendere il tutto più comico di quanto già non lo fosse.

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L’americano Frederick Lorz tagliò il traguardo con un ottimo tempo, di molto inferiore a quello con cui aveva vinto la maratona di Boston l’anno precedente e dei tempi delle Olimpiadi precedenti. Alice Roosevelt lo stava per incoronare vincitore quando qualcuno iniziò a gridare di fermare tutto perché Lorz era un imbroglione. Era stato visto salire, infatti, su una macchina con la quale aveva superato tutti gli altri e una volta in testa aveva ripreso a correre come se niente fosse. Lorz, che aveva preso l’intera situazione come una farsa, confermò tutto, disse che in realtà aveva deciso di ritirarsi e salì sulla macchina del suo allenatore, si mise persino a salutare ironicamente gli altri corridori mentre li sorpassava, dopo qualche chilometro però l’auto subì un guasto meccanico e fu costretto a proseguire a piedi finché non si ritrovò da solo davanti al traguardo tra la gente che lo applaudiva. Lorz fu squalificato e radiato dalle competizioni a vita, radiazione che tuttavia gli fu revocata l’anno successivo quando fu acclarato che il suo non fu un vero e proprio tentativo di barare.

Così arriviamo al 1968, quando le menti geniali di Hanna e Barbera crearono un cartone animato di nome Wacky Races: un gruppo di personaggi bizzarri si davano battaglia in gare automobilistiche ricorrendo a qualsiasi mezzo pur di vincere.

E chissà che non si siano ispirati proprio a quella pazza corsa di St. Louis e alla mossa di Frederick Lorz.

L'altra finale

Era l'estate del 2002 e mentre noi italiani stavamo ancora maledicendo un arbitro sudamericano di nome Moreno e il mondiale nippo-coreano giungeva alla sua conclusione, non molto lontano da Tokyo dove il Brasile stava per vincere il suo quinto mondiale ai danni della Germania, si stava disputando un'altra gara, che sarebbe passata alla storia come “The other final”.

La partita in questione era un'amichevole tra quelle che allora erano le due nazionali ultime nel ranking della FIFA, la nazionale di Montserrat e quella del Bhutan. L'idea era venuta a due ragazzi olandesi che delusi dalla loro nazionale che non si era riuscita a qualificare per i mondiali, decisero di trovare qualcosa da fare nel frattempo per rendere meno amara quell'estate. Nel giro di qualche mese organizzarono il tutto, non mancarono però i problemi.

Montserrat è una piccola isola nel mar dei Caraibi, non è un vero e proprio stato ma una dipendenza britannica, la nazionale nacque nel 1996 dopo che l'eruzione del vulcano Soufrière Hills coprì di cenere l'intera isola, metà della popolazione fu costretta ad abbandonare l'isola e l'unico campo da calcio presente diventò impraticabile. L'iscrizione alla Fifa fu un'idea del presidente della federazione per raccogliere i soldi necessari a ricostruire il campo.

Il Bhutan invece è un piccolo stato arroccato tra le montagne dell'Himalaya, una sorta di cuscinetto tra due superpotenze come India e Cina dove lo sport nazionale è il tiro con l'arco e quasi nessuno gioca a calcio, tant'è che la nazionale era stata creata soltanto l'anno prima.

La scelta della sede ricadde su Thimphu, la capitale del Bhutan e il viaggio da affrontare per i ragazzi di Montserrat si preannunciava faticoso. Cinque giorni di viaggio, cambiando una dozzina di aerei, con tanto di permanenza forzata a Calcutta, dovuta ai monsoni che avevano bloccato tutti i voli. Arrivati finalmente in Bhutan le sorprese non erano finite, abituati alla dieta tropicale, dopo la prima cena, molti giocatori si presero un'intossicazione alimentare.

L'avvicinamento alla partita non fu facile neanche per gli asiatici però, pochi giorni prima della partita purtroppo venne a mancare il commissario tecnico e la federazione fu costretta ad ingaggiare un allenatore tedesco per giocare l'amichevole.

Nonostante tutto “the show must go on” avranno pensato gli organizzatori e la partita si giocò lo stesso, il 30 giugno 2002, di mattina perché il pomeriggio i giocatori volevano vedere l'altra finale, quella vera.

Fu un vero e proprio successo di pubblico, c'erano 25mila persone in uno stadio che ne contiene 15mila, assiepati dove potevano, dietro le porte, tra le panchine insieme ai calciatori. A dominare la gara fu il Bhutan che vinse 4 a 0, grazie anche alla tripletta del bomber Wangyel Dorji. Segnò anche su punizione ma il più bello fu il quarto segnato mentre tra i difensori del Montserrat c'era anche un cane, che era riuscito a entrare in campo senza che nessuno se ne accorgesse.

I montserratini così se ne dovettero tornare a casa sconfitti ma non tristi, arricchiti da un'esperienza che avrebbero ricordato per tutta la vita, poco importa se per vincere la loro prima partita ufficiale dovranno aspettare ancora 12 anni, un 1 a 0 contro le isole Vergini nel 2014, e altri 4 per la seconda, lo scorso ottobre infatti sono riusciti a battere ancora per 1 a 0 il Belize in una gara di qualificazione per la Concacaf Nations League.

La tradizione dell'altra finale non è più proseguita, fu quella l'unica edizione, peccato perché quest'anno non si sarebbe giocata molto lontano dall'Italia, l'ultima nel ranking infatti è il San Marino che avrebbe sfidato le Bahamas in una gara che avrebbe reso meno amara l'esclusione degli azzurri dai mondiali come fu per i due olandesi nel 2002. Già, meno amara...

Carlos Henrique Raposo, era un ragazzo brasiliano come tanti altri, che cercano di riscattare con il calcio una vita difficile. Purtroppo però Carlos, oltre a una somiglianza con Beckenbauer, che gli valse il soprannome di Kaiser, con il calcio aveva poco a che fare, non aveva le qualità necessarie per sfondare e a 20 era già un ex calciatore.

Il Kaiser però aveva dalla sua un'altra arma, era molto socievole e con una capacità innata nell'arte oratoria, sfruttando la sua parlantina nei primi anni '80 iniziò a frequentare i locali alla moda di Rio de Janeiro e in poco tempo diventò amico di alcuni dei più grandi calciatori del tempo come Renato Gaucho, Edmundo, Romario o Bebeto.

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Proprio grazie a queste amicizie riuscì a farsi ingaggiare dalla sua prima squadra professionistica: il Botafogo. Arrivato in squadra per non rivelare la sua incapacità con il pallone fra i piedi, applicò per la prima volta una tecnica che avrebbe replicato per 20 anni e che gli avrebbe permesso di farsi ingaggiare da club importanti senza mai scendere in campo.

Raposo si fingeva fuori forma all'arrivo in una nuova squadra e svolgeva così un allenamento differenziato preparato da un suo fantomatico personal trainer. Passava così i primi due o tre mesi senza toccare un pallone, quando l'allenatore poi pretendeva di vederlo giocare pagava un suo compagno per fargli male in allenamento e si fingeva infortunato per il resto della durata del contratto grazie a medici compiacenti.

Per dimostrare poi alla società che valeva la pena attenderlo, durante gli allenamenti girava sempre con un telefono portatile in mano, un vero e proprio lusso per quegli anni, che in realtà era un giocattolo fingendo di parlare con grandi club europei. Per compiacere i compagni organizzava dei festini e portava ragazze nei ritiri e si faceva amici anche i giornalisti in modo che parlassero bene di lui e convincessero altre squadre a comprarlo.

Un giorno, quando era in forza al Bangu, squadra di Rio, i suoi piani stavano per andare in fumo, il presidente credeva molto in lui, era la punta di diamante della sua campagna acquisti e lo voleva a tutti i costi in campo, durante una partita in cui Raposo era in panchina, chiamò lui stesso l'allenatore ordinandogli di farlo entrare. Il Kaiser messo alle strette dovette improvvisare, iniziò a insultare senza motivo un avversario, si scatenò una rissa e fu espulso ancor prima di mettere piede in campo.

Riuscì a ingannare moltissime squadre nel corso della sua carriera, anche club blasonati in Brasile gli offrirono un contratto, oltre al Botafogo e al Bangu firmò anche per il Flamengo, la Fluminense e il Vasco da Gama, giocò in Messico nel Puebla, a El Paso negli Stati Uniti e secondo le sue dichiarazioni anche nell'Independiente in Argentina, ma la società ha sempre smentito, tutto questo senza mai scendere in campo neppure un minuto. Un curriculum di tutto rispetto sulla carta che convinse anche alcuni scout europei, nel 1986 si trasferì in Francia, nel Gazelec Ajaccio, dove fu accolto come un campione, con una presentazione davanti a uno stadio pieno di gente che non aspettava altro che vedere le mosse del nuovo fuoriclasse brasiliano. Ancora una volta Raposo, messo alle strette, dovette escogitare qualcosa:

Ho iniziato a raccogliere tutti i palloni e a lanciarli ai tifosi. Nel frattempo salutavo e mandavo baci. La folla era impazzita. Alla fine sul campo non c'erano più palloni”.

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Pericolo scampato ancora una volta, senza palloni la squadra dovette rinunciare all'allenamento e la facciata era salva.

A 39 anni Carlos appese gli scarpini al chiodo senza mai averli utilizzati, nel 2011 ha raccontato la sua storia a una TV brasiliana e al giornalista che gli chiedeva se si sentiva in colpa rispose così:

Non devo scusarmi di niente. Le squadre hanno illuso e continuano a illudere un sacco di giocatori, qualcuno doveva pur vendicarli

Chapeau novello Avenger, i calciatori ti ringraziano.

El Equipo Fantasma

La Paz, la capitale amministrativa della Bolivia si trova a più di 3500 m d'altitudine, è la capitale più alta del mondo, fare sport ad un'altitudine così elevata non è facile per chi non ci è abituato, l'aria rarefatta riduce le capacità respiratorie e il pallone prendendo più velocità, assume traiettorie imprevedibili; per questo la FIFA, già da qualche anno, ha vietato lo svolgimento di gare internazionali a più di 3000 metri d'altezza.

Vincere in casa della Bolivia è sempre stato difficile quindi per le altre nazionali sudamericane, spesso i giocatori arrivano in Bolivia qualche giorno prima della partita e non c'è abbastanza tempo per abituarsi all'altitudine.

Capita però che contro la Bolivia sei costretto a vincere, magari perché ti serve per accedere ai mondiali, soprattutto se ti chiami Argentina e quattro anni prima quella qualificazione l'avevi steccata.

L'anno era il 1973 e sulla panchina dell'Albiceleste sedeva un certo Omar Sivori, che da grande uomo di calcio qual era aveva capito che la sua squadra non poteva assolutamente arrivare impreparata a quella sfida, bisognava che i giocatori arrivassero qualche tempo prima in Bolivia per ambientarsi meglio e arrivare pronti alla sfida, ma c'era un problema, gli impegni stretti non lo permettevano, c'era un'altra partita contro il Paraguay da giocare, e allora si doveva trovare una soluzione alternativa.

L'idea di Sivori fu geniale, chiamò un gruppo di calciatori, tra cui anche un giovanissimo Mario Kempes, l'unico di questi che poi sarebbe andato anche al mondiale, e li mandò ad allenarsi a 2500m d'altezza, sulle Ande argentine, ben 75 giorni prima della partita. Nel frattempo il resto della nazionale avrebbe giocato contro il Paraguay.

Il tempo da passare in ritiro ad alta quota era così tanto, che dopo un po' persino la federazione argentina si dimenticò di quei calciatori, non pagava più per il loro sostentamento e i calciatori si ritrovarono a vivere in condizioni pessime, costretti ad organizzare delle amichevoli e utilizzare i proventi per comprarsi il cibo e cucinarselo da soli, dispersi in qualche bettola sulle montagne.

Alcuni di loro, come per esempio i tre arrivati dal River Plate, non ressero a quelle condizioni e se ne ritornarono a Buenos Aires.

Nella sua autobiografia, Mario Kempes ricorda così quei giorni:“L'AFA si dimenticò di noi e ce la passavamo veramente male. Non sapevamo neanche come mangiare. Avevamo due amichevoli e finimmo per farne sei o sette in cambio di denaro, così compravamo le cose in un supermercato e qualcuno preparava il cibo. Tornai con 7 o 8 chili di meno.”

Dopo un po' anche i giornalisti si cominciarono a chiedere che fine avessero fatto quei calciatori di cui non sapevano più niente, tanto che qualcuno iniziò a chiamarli “El Seleccionado Fantasma”, la Nazionale Fantasma.

Nonostante tutto però, la strategia di Sivori si rivelò vincente, la partita si giocò il 23 settembre 1973 e finì 1 a 0 per l'Argentina, a segnare fu Oscar Fornari, detto “il Passero”, proprio uno di loro, di quel manipolo di eroi che avevano passato più di 2 mesi sulle montagne dimenticati da tutti.

Fu il gol più importante della mia vita.” ricorda Fornari, “Eravamo stati dimenticati. Ci chiamavano la Squadra Fantasma, ci hanno persino fatto una foto con i lenzuoli addosso”.

Grazie a quella vittoria e a quella con il Paraguay l'Argentina si qualificò al Mondiale, al quale  Sivori neanche partecipò, fu esonerato prima per alcuni dissapori con il presidente Peron. La sua esperienza come allenatore, che non fu prolifica come quella da calciatore, si concluse con quella qualificazione avvenuta grazie alla sua intuizione e grazie a un gruppo di calciatori che in Argentina sarà ricordato per sempre come El Equipo Fantasma.

Veterani adolescenti

Oramai quasi due anni fa, il 22 dicembre 2016 il Genoa ha fatto esordire in Serie A il giovane attaccante Pietro Pellegri, che al tempo aveva 15 anni e 280 giorni, esattamente gli stessi anni che aveva Amedeo Amadei quando nel 1936 esordì in Serie A. Pellegri ha quindi eguagliato il suo record di giocatore più giovane a giocare nel massimo campionato italiano.

Se in Italia 15 anni sono un record, in Sud America c'è un calciatore che a quell'età si poteva già definire un veterano del calcio boliviano.Il suo nome è Mauricio Baldivieso e detiene il record come calciatore più giovane ad aver esordito in un campionato professionistico.

Era il 19 luglio del 2009 e a soli 3 giorni dal suo tredicesimo compleanno (12 anni e 362 giorni), Mauricio entrò negli ultimi 10 minuti dell'incontro valido per la prima giornata del campionato boliviano di Clausura 2009 tra l'Aurora, la sua squadra, e il La Paz Futbol Club.

Il suo esordio fu così prematuro che appena entrato in campo subì un duro tackle da parte di un avversario che lo costrinse ad uscire in lacrime e rimanere fuori per 5 minuti prima di poter rientrare. Una situazione del genere era anche abbastanza prevedibile, visto che il suo fisico non era di certo paragonabile a quello degli altri calciatori in campo, adulti rispetto a lui che era ancora un bambino.

L'allenatore che lo mandò in campo probabilmente aveva visto delle potenzialità enormi in quel ragazzino e come non potrebbe essere altrimenti visto che era Julio César Baldivieso, niente meno che suo padre, il quale dopo la partita ha commentato così l'esordio del figlio: “Sono orgoglioso di lui, ha tantissimo talento”.

Questo slancio di amore paterno però non è piaciuto molto alla società che dopo l'accaduto esonerò l'allenatore e dopo poco tempo anche il giovane Mauricio rescisse il contratto. Julio César Baldivieso, che non è un nome qualsiasi in Bolivia, vanta ben 85 presenze in nazionale e nel 2015-2016 ne è stato anche commissario tecnico, periodo durante il quale è riuscito a resistere alla tentazione di convocare suo figlio, dopo l'esonero non si è mostrato pentito anzi ha dichiarato:

Non avevo alternative, dovevo scegliere tra mio figlio e il club. Ho scelto mio figlio e l'Aurora mi ha cacciato”.

Le aspettative del padre però non sono state del tutto rispettate, oggi, a 22 anni, dopo 69 presenze in varie squadre boliviane, ma con soli 5 gol segnati, pochissimi per essere un attaccante, e una presenza nel Mondiale Under-20 del 2015, il più giovane esordiente di sempre si ritrova svincolato e nonostante possa dire di avere una carriera di tutto rispetto per la sua età non è di certo la carriera sfavillante che aveva immaginato il padre.

La scelta di Julio Cesar in fin dei conti non si è dimostrata molto lungimirante e nemmeno corretta da un punto di vista professionale ma quanti padri rischierebbero così il proprio posto di lavoro pur di accontentare il figlio?

L'incredibile storia vera di Ali Dia

Questa settimana ha compiuto 50 anni Will Smith che ha accompagnato gli anni '90 con una serie tv che ha fatto la storia, “Willy, il principe di Bel Air”, con una sigla che suonava così: “Questa è la maxi-storia di come la mia vita è cambiata, capovolta, sottosopra sia finita...”.

In quegli stessi anni un calciatore senegalese avrebbe potuto cantare quelle stesse parole per descrivere come era riuscito a passare dal giocare dai dilettanti alla Premier League in una sola estate.

Ali Dia, questo il suo nome, era arrivato qualche anno prima dal Dakar in Francia per tentare la fortuna nel calcio. Dopo alcuni anni passati a girovagare tra le serie minori francesi, tedesche e finlandesi la sua carriera e i suoi sogni di gloria si erano arenati tra le spiagge di Blyth nel nord dell'Inghilterra, dove giocava per la locale squadra dilettantistica.

Finché un pomeriggio d'estate del 1996 successe l'incredibile: colto da un lampo di genio convinse un suo amico a spacciarsi per l'allora Pallone d'Oro George Weah e a chiamare gli allenatori di Premier League dicendo che Dia era suo cugino, che aveva una buona tecnica e che vantava un glorioso passato al PSG e ben 13 presenze con la maglia della nazionale senegalese, con la speranza che qualcuno gli credesse e gli offrisse una possibilità.

Follia pura, chi mai potrebbe credere a una storia del genere? Certo, allora era più difficile verificare le informazioni senza internet ma il fatto che Weah, liberiano, avesse un cugino senegalese, avrebbe quantomeno dovuto far scattare un campanello d'allarme.

Fu così per Harry Redknapp, allora allenatore del West Ham che non credette minimamente alla storia. Ma Ali non era uno che si arrendeva al primo ostacolo e ci provò di nuovo, stavolta con Graeme Souness, tecnico del Southampton, che incredibilmente si fidò del finto Weah e concesse al nostro eroe un mese di contratto.

I suoi nuovi compagni vedendolo in allenamento avevano intuito che qualcosa non andava, era lento, impacciato, fuori forma, ma l'allenatore, forse per non ammettere di aver fatto un errore di valutazione, gli diede fiducia e il 23 novembre 1996 accadde l'impensabile: Ali Dia, che fino a qualche giorno prima giocava con metalmeccanici e pescatori, fece il suo esordio in Premier League.

La partita era Southampton – Leeds, Dia era in panchina, ma al 32esimo si fece male il centrocampista Matthew Le Tissier e Souness si girò verso la panchina e fece il segno di alzarsi ad Ali che probabilmente era ancora a bocca aperta per lo stupore di trovarsi lì. Entrato in campo fu subito chiaro che non era chi diceva di essere, non riusciva minimamente a reggere quei ritmi, vagava per il campo senza sapere cosa fare, resistette ben 53 minuti, fino a quando l'allenatore ne ebbe abbastanza e lo fece uscire. Non fece neanche in tempo a tornare a casa che il Southampton gli rescisse il contratto e lo rimandò da dove era venuto. Giocò ancora un anno tra i dilettanti prima di ritirarsi dal calcio giocato a 37 anni e di dedicarsi agli studi, si laureò nel 2001 in Business Administration all'Università di Northumbria, a Newcastle.

A ricordo di quella partita restano le parole di Le Tissier, che qualche anno dopo disse in un'intervista: “Correva qua e là sul campo come Bambi sul ghiaccio, fu davvero imbarazzante da vedere”.

Non lo hanno dimenticato nemmeno i giornalisti inglesi: il Times lo ha inserito al primo posto nella lista dei 50 peggiori calciatori, il Sun in quella dei 10 peggiori bidoni e il Daily Mail al quarto posto nella lista dei 50 peggiori attaccanti, e se è quarto lui pensate i primi 3...

Ma a Dia poco importa di tutto questo, del resto lui il suo sogno lo ha realizzato. Contro qualsiasi aspettativa, grazie a un colpo di genio e con un pizzico di fortuna mista a follia, è riuscito nell'impresa di giocare in Premier League, e quei 53 minuti giocati come Bambi sul ghiaccio nessuno potrà mai portarglieli via.

Le sfuriate estive di Claudio Lotito

Sta facendo parlare in casa Lazio in questi giorni la lite telefonica tra Lotito e Simone Inzaghi in quel di Cortina, rubacchiata da un testimone che l'ha ripresa con lo smartphone e postata sui social.

Nel video si sente chiaramente Lotito che, tutt'altro che calmo, discute con il suo allenatore. I due parlano di infortunati e scelte di mercato. Dal dialogo si possono carpire frasi come:

Te stai sempre a lamentà               

“Oh stai a sentì bene, vedi lo staff che c'ha tuo fratello

Voglio avere la certezza che chi sta male, sta male e chi non sta male, non sta male. No che qualcuno je dice: dije che questo male.”

E il capolavoro: “C'hai una squadra che vale dieci volte quello che valgono tutte le altre”.

Dietro alla telefonata c'era una situazione particolare che riguarda lo staff medico del club: nel corso dell'estate ci sono state alcune dimissioni e come ha confermato Filippo Inzaghi, la Lazio ha chiesto informazioni al Bologna su un fisioterapista del club felsineo. Probabilmente Simone Inzaghi ha voluto chiamare il presidente per chiarire la situazione, ma come spesso succede in questi casi la notizia si è poi ingigantita, ne hanno parlato tutti i giornali e le radio romane, si è parlato di crisi, di rapporti incrinati e non è mancata una buona dose di teorie complottistiche.

Alla fine è toccato all'allenatore, oltre che alla società, riportare la calma, facendo notare in conferenza stampa che nella telefonata successiva si sono fatti una risata. Rientra nella normalità del rapporto tra presidente e allenatore avere qualche divergenza, soprattutto se il presidente si chiama Claudio Lotito. L'importante è che il tutto rientri e che poi sia il campo a parlare.

Ma sarà forse l'aria di Cortina dove il presidente ha una casa e va in vacanza tutti gli anni che lo carica più del dovuto: non è infatti la prima volta che si lascia andare a una sfuriata ampezzana di metà agosto.

Era il 2016, il presidente laziale aveva invitato sulle Dolomiti il calciatore tedesco Moritz Leitner e il suo agente per discutere gli ultimi dettagli prima della firma sul contratto che lo avrebbe legato alla Lazio. Durante il pranzo però qualcosa andò storto, un collaboratore riferì a Lotito qualcosa che lo fece infuriare, preso da un raptus d'ira lanciò il piatto di bresaola che aveva davanti che andò a finire sul muro dall'altra parte della stanza. Mentre fette di salume volavano un attonito Moritz Leitner rimaneva scioccato dalla scena a cui stava assistendo e decise che era abbastanza, fece le valigie e se ne tornò in terra teutonica.

Nei giorni successivi comunque vinse lo shock e firmò lo stesso, cosa che, visto che alla Lazio è rimasto solo sei mesi senza lasciare traccia in campo, non ha cambiato di molto la sua storia e il suo nome sarà sempre legato a quell'episodio per i tifosi biancocelesti.

Insomma è nella natura lotitiana fare sfuriate del genere, soprattutto se si trova in vacanza in quel di Cortina, quindi vorrei dare un consiglio a Simone, la prossima volta aspetta che il presidente torni a Roma e andrà tutto bene.

C'è la pubblicità di una compagnia telefonica che si è presentata quest'estate al grido di: “Siete pronti alla rivoluzione?”. Peccato che la stessa idea non sia venuta agli addetti marketing di Dazn (leggete Dazòn, o “sarebbe come dire Maldn”) perché sarebbe stata una domanda giustissima da porre agli italiani.

Anzi, meglio così per loro, perché la risposta non sarebbe stata molto positiva. Diciamocelo, a noi italiani non piacciono le rivoluzioni, siamo pigri. Fino alla stagione scorsa potevamo comodamente vedere le partite in salotto, e soprattutto con un solo abbonamento. Adesso no, uno non basta, con Sky si possono vedere 7 partite a turno e le altre 3? Con Dazn, tramite internet, basta scaricare l'app e vedi la partita dove vuoi: smartphone, tablet, smart tv, consolle, pc e chi più ne ha più ne metta.

Uhmm e va bene dai, alla fine sì siamo comodi ma ci adattiamo, siamo disposti anche a pagare di più e a cambiare ogni volta la piattaforma per vedere la nostra squadra del cuore, come cantava J Ax “Sono un italiano medio, ...non togliermi il pallone e non ti disturbo più”.

C'è un piccolo problemino però che sta rallentando questa rivoluzione e non è la pigrizia degli italiani; o meglio sì: la pigrizia nel risolvere una situazione che ci sta lasciando indietro rispetto al resto del mondo occidentale: le linee internet obsolete.

In Italia solo il 23% delle connessioni supera i 10 Mbps, la media europea è del 30%, in Romania è addirittura al 69%, ci sono molte zone in cui il digital divide, il divario tra chi ha accesso alla tecnologia e chi no, è un problema serio, alcuni centri abitati più isolati non sono ancora raggiunti neanche dalle linee ADSL.

Tutto questo ha portato a tantissime lamentele per le prime partite trasmesse su Dazn, tra blocchi continui, ritardi eccessivi e qualità delle immagini pessime. Anche chi aveva una connessione sufficiente ha riscontrato qualche problema. Ma noi italiani sappiamo anche aspettare, era la prima prova e una seconda possibilità non si nega a nessuno. La scelta di regalare il primo mese di abbonamento ha sicuramente aiutato in questo senso e il prossimo turno sarà la prova del 9 per Dazn, in molti stanno aspettando di vedere se si verificheranno ancora determinati problemi per poi decidere se prolungare o meno l'abbonamento. Perform, la società inglese che gestisce il servizio, si è giustificata per i disservizi del primo turno parlando di un problema tecnico risolto in poco tempo e si è dichiarata soddisfatta per i risultati ottenuti e fiduciosa per le prossime gare.

Loro fanno bene ad essere contenti, non avevano mai avuto così tante visualizzazioni per un evento live negli altri paesi in cui è presente Dazn, chi ha dovuto ricaricare più volte l'app e magari si è visto anche spoilerare il risultato dai vicini che urlavano perché la sentivano alla radio, un po' meno ma pazienza, godiamoci questa rivoluzione, tanto c'è CR7...

Ah a proposito, anche lui è ambasciatore Dazn adesso.

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