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Gianluca Di Mario

Gianluca Di Mario

Nato nel 1994 sotto il segno dell'aquila, e non poteva essere altrimenti vivendo nel paese di Alessandro
Nesta. Ha fatto appena in tempo a vedere l'epopea Cragnotti, prima di innamorarsi dei colori biancocelesti
nei primi anni lotitiani, quelli dei 9 in un giorno e di Paolo Di Canio. Scrive di calcio e dintorni per
passione su ilCatenaccio.it grazie. Per gli amici, un soprannome straordinario, no che dico straorDiMario.

 

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L'addio della Lazio a Nello Governato, il professore

Oggi a Roma si terranno i funerali del “professoreNello Governato. Lo chiamavano così quando giocava nella Lazio per come riusciva a gestire il centrocampo: Nello non era solo calciatore, è stato anche giornalista, scrittore e direttore sportivo, ma soprattutto è stato una bandiera biancoceleste.

governatoNello Governato con la maglia della Lazio. Fonte LazioWiki

Se n’è andato all’età di 81 anni dopo avere dedicato una vita al calcio e in buona parte alla Lazio, prima da calciatore poi da direttore sportivo. Cresciuto a Torino e nel Torino, ha iniziato a giocare nel Como, prima di trasferirsi alla Lazio dove rimarrà per un decennio dal 1961 al 1971, intervallato solo da un prestito al Vicenza nel 1966-67. Quella stagione in realtà doveva giocarla all’Inter, ma arrivato a Milano il suo carattere forte si scontrò subito con quello altrettanto forte del mago Helenio Herrera e così fu smistato al Vicenza prima di tornare alla base. Gli anni ’60 furono anni particolari per la Lazio, fatti di sali e scendi tra A e B, anni preparatori alla meravigliosa follia dello scudetto del ’74.

Nello li ha vissuti da protagonista, 251 presenze e 17 gol, era in campo anche in una delle partite più discusse della storia della Lazio: era il 1962, la Lazio si giocava la promozione in serie A contro il Napoli, Seghedoni segnò un gran gol su punizione che avrebbe dato la vittoria ai biancocelesti, il pallone però uscì da un buco nella rete e l’arbitro, ingannato da questo sfortunato episodio non concesse il gol; a fine campionato oltre il danno anche la beffa, perché il Napoli centrò la promozione al terzo posto con solo un punto di vantaggio sulla Lazio.


Il famoso gol fantasma di Seghedoni, nella sfida tra Lazio e Napoli con Governato in campo.

Nello concluse la carriera a Savona, dove conobbe Gian Paolo Ormezzano, allora direttore di Tuttosport (qui avevamo parlato del fondatore di questo giornale, Renato Casalbore, morto nella strage di Superga) e torinese come lui. Ormezzano lo convinse a intraprendere la carriera da giornalista e Governato iniziò a scrivere per il quotidiano prima da Torino e poi da Roma. Era un giornalista attento e preparato, tanto che la Lazio lo richiamò nel 1983 come direttore tecnico; ma il “professore” non smise mai di scrivere di calcio, pubblicato anche diversi libri, l’ultimo edito da Mondadori nel 2007 che narra la storia di Matthias Sindelar, giocatore austriaco che si rifiutò di scendere in campo con la maglia della Germania nazista dopo l’annessione del suo paese.

govern2Nello Governato con la tuta della Lazio, a fine anni 60. Fonte: LazioWiki

Da direttore sportivo lavorò per la Lazio, per il Bologna, per la Fiorentina e anche per la Juventus, nonostante le sue origini granata. Poi grazie a Sergio Cragnotti ritornò di nuovo alla Lazio, riuscendo a vincere quello scudetto che da calciatore aveva solo sfiorato, essendo andato via appena 3 anni prima di quel pazzo campionato 1973-74, grazie anche alle sue intuizioni e alla sua competenza, con lo scudetto sono arrivati anche i primi successi europei della storia biancoceleste e i tifosi hanno potuto vivere un periodo straordinario, fatto di grandi campioni e di grandi vittorie.

Negli ultimi anni era una presenza rassicurante per chi ascolta le radio romane con i suoi interventi pacati e mai banali, le sue parole adesso mancheranno ma Nello andrà a fare compagnia a tante altre bandiere biancocelesti andate via troppo presto e troppo in fretta. Addio, professore.

GovernNello Governato nelle pagine de "Il Calcio e il Ciclismo Illustrato"

 

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La Coppa Italia la vince la Lazio

La Lazio vince la Coppa Italia, la vince nonostante un pronostico che inspiegabilmente la dava nettamente sfavorita, vittima sacrificale su un altare bergamasco, vista da mezza Italia come un ostacolo nel compimento del sogno di una provinciale che vince una coppa.

La vince Sergej Milinkovic-Savic, che finalmente riesce ad essere decisivo in una stagione in cui era rimasto troppo spesso nelle retrovie e in cui la frustrazione stava prendendo il sopravvento, il calcio dato all’avversario contro il Chievo ne è la dimostrazione.

savic
Milinkovic Savic finalmente decisivo, quest'anno, per la Lazio

La vince Joaquín Correa, che piano piano sta riuscendo a imporre il suo valore tecnico in una squadra che ne aveva estremamente bisogno e che fa cose che pochi in Serie A riescono a fare. Quando parte lo devono buttare o giù e non si ferma finché non trova la porta, non importa quanti avversari si trova davanti.

La vince Francesco Acerbi, che dimostra che sul campo a pagare è la serietà e la professionalità e non la prepotenza, la vince con lui un gruppo di giocatori che qualche difetto da limare ce l’ha ma che quando gioca, come sa fare, non lascia scampo a pronostici negativi.

correaCorrea, autore della rete del definitivo 2 a 0 nella finale di Coppa Italia

La vince Simone Inzaghi, che porta a casa il secondo trofeo da allenatore con la sua squadra del cuore e che riesce a mettere a tacere le critiche sempre più eccessive dopo una stagione sfortunata. La vince sul piano tattico, riuscendo a ingabbiare Ilicic e Zapata e facendo cambi giusti al momento giusto, mandando in confusione il maestro di calcio Gasperini che invece aspetta di subire gol all’ottantesimo per fare i suoi cambi.

La vince Claudio Lotito, che con la sua politica da spending review ha attirato qualche contestazione ma anche qualche risultato: è il suo quinto trofeo da Presidente, vinti in un periodo in cui nella stessa città, altri che hanno speso molto di più, sono a mani vuote da undici anni.

La vincono i tifosi, quelli veri, non quelli che si vestono da ultras per scontrarsi con la polizia prima della partita, ma quelli che hanno incitato la squadra allo stadio e da casa, che non vedevano l’ora di gioire di nuovo dopo qualche delusione di troppo.

La vince una squadra che mette in bacheca la sua settima Coppa Italia, il suo quindicesimo trofeo ufficiale, uno in più dei cugini e dietro solo alle tre grandi del nord. La vince, come diceva Pino Wilson ai nostri microfoni, in un periodo in cui si festeggia per un quarto posto, in cui c’è una squadra che vince i campionati ad aprile e in cui avere un trofeo tra le mani è sempre più difficile. La vince, è questo quello che conta.

5 semplici regole per costruire un nuovo stadio

 

Sei un presidente di Serie A? Sei stanco di vedere i tuoi calciatori giocare in impianti vecchi e fatiscenti? Non ne puoi più di pagare l’affitto al comune per poterci giocare? Bene, è ora di costruire un nuovo stadio di proprietà. Farlo non è così difficile come sembra, basta seguire queste 5 semplici regole e porterai la tua squadra in una nuova dimensione:

  1. Parola d’ordine riuso: non occupare nuovo suolo per costruire il nuovo impianto, piuttosto cerca di riutilizzare il vecchio impianto, ammodernandolo se possibile oppure demolendolo per fare posto a uno nuovo di zecca; se invece vuoi proprio cambiare aria allora cerca un’area dismessa della tua città, una fabbrica abbandonata o una zona degradata, così farai un favore non solo ai tuoi tifosi ma anche al resto dei cittadini.
  2. Non esagerare: non serve a niente rivaleggiare con il Maracanà, non costruire un impianto mastodontico se poi hai una media di 15mila spettatori a partita. L’ideale sarebbe un impianto su misura per la tua squadra, con giusto qualche migliaio di posto in più in previsione di una maggiore affluenza nel nuovo stadio.

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  3. La sicurezza prima di tutto: cerca di facilitare il lavoro alle forze dell’ordine, crea settori piccoli con posti numerati e videocamere di sorveglianza per non dare modo ai facinorosi di creare inconvenienti. Anche qui attento a non esagerare però, lo stadio deve essere un luogo di svago non un istituto penitenziario.
  4. 24/7: lo stadio deve essere come una seconda casa per il tifoso e non solo, deve poter essere aperto tutti i giorni e non solo il giorno della partita. Crea spazi ricreativi, ristoranti, un museo del club, uno store ufficiale, organizza eventi con la squadra e visite guidate all’interno dello stadio e avrai tasche piene e tifosi felici.
  5. Sostenibilità: il nuovo stadio dovrà essere il quanto più possibile eco-friendly, la tua città non ha bisogno di un nuovo ecomostro che spreca energia. Cerca fonti di energia alternative ed evita materiali inquinanti, costruisci anche qualche opera di pubblica utilità intorno all’impianto, la tua città te ne sarà grata.

Ora che sai cosa fare che aspetti? Non ti resta altro che investire i tuoi milioni e presentare la domanda al comune. Ti avverto, l’iter burocratico potrebbe essere un po’ lungo, ma tu non demordere, continua a crederci e in soli 20 anni sarai in grado di posare la prima pietra, altri 20 e il tuo nuovo stadio scintillante sarà pronto. Dai che ce la puoi fare!

La nuova maglia della Juventus sta creando scalpore, l’Adidas ha deciso di stupire tutti eliminando le canoniche strisce in favore di una maglia divisa a metà in stile Genoa con una riga rosa a dividere il bianco dal nero. I tifosi sono divisi tra chi la ritiene un pugno alla tradizione e chi semplicemente un pugno in un occhio. Nel corso degli anni però ci sono state maglie che hanno superato ogni limite entrando di diritto nella Hall of Shame del design sportivo.

Gli anni 90 sono stati anni di sperimentazioni cromatiche e geometriche per i brand sportivi che si sono sbizzarriti con soluzioni al limite della decenza estetica. Molte delle maglie più brutte della storia vengono da questo periodo:

Chelsea 1994-1995

chelsea

Maglia grigio asfalto, con inserti arancioni, un accostamento di colori alquanto particolare, che fa di questa maglia un ottimo esempio di pigiama

Inter 1995-1996

inter

Strisce azzurre su sfondo verde, stemma e sponsor colorati d’oro e racchiusi in un trapezio verde; maglia da dimenticare come la stagione dell’Inter che finì il campionato settima con due allenatori esonerati.

Fiorentina 1992-1993

fiorentina

La maglia in sé non è neanche così brutta, se non fosse per un piccolo particolare, l’elaborato disegno geometrico che copre le spalle forma delle vistose svastiche. Errore che è costato il ritiro quasi immediato della maglia e la testa di qualche dipendente Lotto.

 

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A volte le società sono disposte a cedere nelle mani degli sponsor il design delle maglie per racimolare qualche spicciolo in più e quando si mette l’interesse economico davanti a tutto i risultati sono questi:

Bochum 1998-1999

bochum

In accordo con lo sponsor, la Faber-Lotto, una società di lotterie tedesca, un quarto della maglia biancoblu poteva avere i loro colori, peccato che però i loro colori erano quelli dell’arcobaleno…

Coventry City 1981-1983

coventry city

La T della Talbot doveva diventare parte integrante del completo, l’idea non era neanche così male se solo si fossero fermati alla maglia, ma hanno continuato sui pantaloncini creando un poco rassicurante effetto pannolino.

O’Higgins 2019

ohggins

Quest’anno è la McDonalds a sponsorizzare la squadra cilena, non bastava però piazzare un enorme pacco di patatine fritte sotto i numeri per farlo capire e allora i numeri stessi diventano patatine con tanto di ketchup alla fine.

 

 

Un capitolo a parte in questo viaggio nell’horror calcistico va fatto per parlare delle serie inferiori spagnole dove evidentemente non conoscono il significato della parola buonsenso:

Deportivo Palencia 2016-2017

deportivo palencia

Non si può dire che quell’anno il Deportivo Palencia non abbia mostrato i muscoli, probabilmente l’intenzione della società era quella di far scappare gli avversari appena scesi in campo.

Club Deportivo Guijuelo 2016-2017

Club Deportivo Guijuelo

La specialità di Guijuelo, cittadina vicino a Salamanca è il Jamón iberico e allora perché non celebrarlo facendo della maglia un’unica grande fetta di prosciutto? Chissà perché non ci hanno pensato anche a Parma…

Pinzon 2016-2017

pinzon

Probabilmente nel 2016 i grafici spagnoli hanno deciso di darsi alla pazza gioia, da quella stagione proviene infatti anche questo set di maglie che ancora una volta rende omaggio alle specialità alimentari del luogo: fragole per la prima e mirtilli per la seconda maglia.

Cultural y Deportivo Leonesa 2015-2016

leonesa

L’eleganza viene prima di tutto a León, non potendo però scendere in campo con uno smoking se lo sono stampati sulla maglia con tanto di papillon in bella vista.

Il trono di squadre

 

L’inverno è finalmente arrivato! Tranquilli, le vostre scampagnate primaverili non sono in pericolo, l’inverno non è arrivato da noi ma a Westeros, il continente immaginario dove si svolgono le vicende di Game of Thrones, la serie tv simbolo di questo decennio che è riuscita a coinvolgere milioni e milioni di fan.

La febbre del trono si fa sentire anche qui nella redazione de Il Catenaccio e allora per ingannare l’attesa tra una puntata e l’altra abbiamo provato a farci una domanda a modo nostro. Se le casate di GoT fossero una squadra di calcio a quale squadra reale assomiglierebbero di più?

Proviamo a dare una risposta, in modo quanto più possibile spoiler free e con una buona dose di ironia:

starkCasa Stark – Roma roma

Gli Stark sono i protettori del Nord, discendono direttamente dai Primi Uomini e venerano gli antichi Dei. Il loro temperamento glaciale non ha molto a che vedere con la passione dei tifosi giallorossi, ma anche loro venerano un dio tutto loro, detto Er capitano o Er pupone dai più devoti, e soprattutto hanno in comune il lupo che campeggia fiero sullo stemma degli Stark e su quello della Roma.

lannisterCasa Lannister – Juventusjuve

I Lannister sono la casata più ricca dei sette regni, grazie a prestiti e sotterfugi sono riusciti ad accumulare una ricchezza incredibile e a dominare economicamente le altre casate, il loro obiettivo però è raggiungere il Trono di Spade e dominare l’intero continente… Serve aggiungere altro?

 

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targaryenCasa Targaryen – Milanmilan

I Targaryen sono un’antica dinastia proveniente dalla misteriosa Valyria, giunti a Westeros sono riusciti a sottomettere l’intero continente grazie al fuoco dei draghi, ma scomparsi i draghi è scomparsa anche la loro potenza. Il Milan ha avuto per più di 30 anni un suo drago, anzi più un biscione, grazie al quale è riuscito a dominare l’Europa, ma da quando quel drago se n’è andato i giorni di gloria continentale sono solo un bel ricordo.

greyjoyCasa Greyjoy – Interinter

I Greyjoy sono i lord delle isole di Ferro, sono pirati e saccheggiatori, sempre pronti a sfruttare le debolezze degli altri lord per occuparne le terre. L’Inter si è dimostrata maestra in passato nello sfruttare la debolezza altrui e prendersi il primo posto per diversi anni, ora sembra che si sia un po’ assopita, ma si sa: “Pazza Inter, amala” e come recita il motto dei Greyjoy: “Ciò che è morto non muoia mai”.

martellCasa Martell – Napolinapoli

I Martell governano su Dorne, la parte meridionale di Westeros, sono fieri e passionali, il loro motto è: ”Mai inchinati, mai piegati, mai spezzati”. La stessa fierezza e passione, lo stesso fuoco e determinazione che hanno i tifosi napoletani e come ‘O sole mio di Napoli il loro stemma è un grande sole splendente.

arryn            Casa Arryn – Laziolazio

Gli Arryn governano da secoli da una fortezza inespugnabile chiamata Nido dell’Aquila, il loro motto  è “In alto come l’onore” e i loro colori sono il bianco e il blu. Non c’è bisogno di aggiungere altro, lassù dove volano le aquile c’è solo la Lazio ed è alto l’onore e l’orgoglio di essere La prima squadra della capitale.

I 10 stadi più strani del mondo

  1. The float, Singapore

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A Singapore non c’è spazio per costruire un nuovo stadio? Nessun problema, lo costruiscono direttamente sull’acqua, grazie a una piattaforma galleggiante sorretta da piloni in calcestruzzo armato. Le tribune, costruite sulla riva, possono contenere fino a 35 mila spettatori.

  1. Estádio Municipal de Braga, Portogallo

 braga

Uno degli stadi più belli del vecchio continente, costruito per gli Europei del 2004, è un ottimo esempio di recupero architettonico; sorge infatti sull’area di una cava dismessa. Le curve non ci sono, al loro posto i fianchi della montagna.

 

  1. Timsah Arena, Turchia

 turchia

Si dice che alcuni stadi riescano a incutere timore negli avversari e lo avranno pensato anche in quel di Bursa in Turchia; per entrare nel nuovo stadio del Bursaspor bisogna passare tra le fauci di un enorme coccodrillo verde che circonda la struttura.

  1. Eidi Stadium, Isole Far Oer

 isole

La voglia di calcio non conosce limiti, anche i 700 abitanti dell’isola di Eidi, nelle Far Oer, hanno diritto a un campo di gioco e allora glielo hanno costruito nell’unico luogo disponibile: tra le rocce, a picco sull’oceano.

  1. Stadio Tatran, Slovacchia

 slovacchia

A Cierny Balog, in Slovacchia, i terzini vanno come treni, anzi sono proprio treni. Tra la tribuna e il campo passa una ferrovia e durante le partite passa un vecchio treno a vapore di fine ‘800 che fischia per incitare i calciatori di casa.

  1. Cocodrilos Sports Park, Venezuela

vene

A Caracas in Venezuela hanno cercato di seguire l’esempio di Braga, costruendo uno stadio all’interno di una cava abbandonata, ma la qualità architettonica non è proprio la stessa. L’aria di delinquenza trasuda da ogni parte.

 

  1. Stadio Mmabato, Sud Africa

 sud

Mai dare carta bianca a un architetto, i risultati potrebbero essere alquanto stravaganti. Lo stadio di Mmbato in Sud Africa è un puzzle di tribune poste diagonalmente rispetto al campo. Si narra di decine di spettatori ricoverati per torcicollo alla fine di ogni partita.

  1. Stadion Gospin dolac, Croazia

 croazi

Una delle viste più suggestive d’Europa per gli spettatori di questo stadio croato, costruito tra le montagne, quasi a picco su un dirupo che scende fino a un piccolo lago. Un lavoraccio però per i raccattapalle che devono andare a recuperare i palloni.

 

  1. Ecoestádio dio Janguito Malucelli, Brasile

  bras

A Curitiba, in Brasile, è stato costruito uno stadio quasi completamente ecosostenibile, sono stati utilizzati solamente materiali riciclati: i seggiolini sono in legno e il ferro proviene da binari ferroviari dismessi, le tribune sono ricavato direttamente dal fianco di una collina.

  1. Estádio Milton de Souza Corrêa, Brasile

 brasileultimo

La particolarità di questo stadio, detto anche Zerão, sta nella sua posizione, la linea di centrocampo si trova esattamente sopra la linea dell’Equatore; giocando qui si attacca nell’emisfero Australe e si difende in quello Boreale.

 

La maratona è l’evento più importante dei giochi olimpici. Voluta per celebrare la corsa di un messaggero greco che percorse a piedi i 42 km che separavano Atene da Maratona, dove gli ateniesi avevano sconfitto l’esercito persiano, e creare così un ponte simbolico con la Grecia antica, nacque in concomitanza con la prima Olimpiade dell’era moderna, quella di Atene del 1896.

Ma già 10 anni dopo rischiò di essere cancellata dal programma olimpico, dopo uno dei peggiori disastri organizzativi nel mondo dello sport.

La terza edizione dei Giochi Olimpici moderni si tenne nel 1904 a St. Louis, per la prima volta sul suolo americano. Per celebrare l’evento a incoronare il vincitore della maratona, l’evento principale, era stata chiamata Alice Roosevelt, la figlia del presidente degli Stati Uniti. Anche lei sarà sconvolta da quello che successe.

maratona2

Perché le cose andarono male fin da subito: si correva alle 3 di pomeriggio sotto il cocente sole estivo e per i poveri corridori era stata allestita una sola area di rifornimento per l’acqua lungo tutto il percorso. Ad aggravare la situazione ci pensarono gli ufficiali di gara che insieme alla polizia e alla stampa pensarono bene di posizionarsi con il loro plotone di auto davanti ai partecipanti. Era il 1904 e le strade di St. Louis non erano ancora state asfaltate, in poco tempo si alzò quindi un polverone enorme che rese difficile la vista e la respirazione degli atleti. I risultati di questa scelta sono abbastanza prevedibili: un atleta iniziò a vomitare dopo solo pochi chilometri, un altro fu trovato steso per terra, in fin di vita, con la polvere che gli aveva quasi distrutto le pareti del stomaco.

Ma non furono gli unici ad avere problemi: l’uomo che arrivò quarto si presentò alla gara dopo aver percorso più di 1000 km in autostop, ai piedi aveva un paio di mocassini e durante la corsa era così affamato che rubò della frutta in un negozio. Un altro fu costretto ad abbandonare la gara perché venne inseguito da un branco di cani randagi e ci fu anche un incidente tra due macchine degli ufficiali di gara.

Le stranezze però non sono finite qui perché mentre il secondo arrivato fu scoperto a bere un bibitone di tuorlo d’uovo, brandy e stricnina, una sorta di doping ante litteram, ai tempi comunque ancora non considerato illegale, fu colui che tagliò il traguardo per primo a rendere il tutto più comico di quanto già non lo fosse.

maratona3

L’americano Frederick Lorz tagliò il traguardo con un ottimo tempo, di molto inferiore a quello con cui aveva vinto la maratona di Boston l’anno precedente e dei tempi delle Olimpiadi precedenti. Alice Roosevelt lo stava per incoronare vincitore quando qualcuno iniziò a gridare di fermare tutto perché Lorz era un imbroglione. Era stato visto salire, infatti, su una macchina con la quale aveva superato tutti gli altri e una volta in testa aveva ripreso a correre come se niente fosse. Lorz, che aveva preso l’intera situazione come una farsa, confermò tutto, disse che in realtà aveva deciso di ritirarsi e salì sulla macchina del suo allenatore, si mise persino a salutare ironicamente gli altri corridori mentre li sorpassava, dopo qualche chilometro però l’auto subì un guasto meccanico e fu costretto a proseguire a piedi finché non si ritrovò da solo davanti al traguardo tra la gente che lo applaudiva. Lorz fu squalificato e radiato dalle competizioni a vita, radiazione che tuttavia gli fu revocata l’anno successivo quando fu acclarato che il suo non fu un vero e proprio tentativo di barare.

Così arriviamo al 1968, quando le menti geniali di Hanna e Barbera crearono un cartone animato di nome Wacky Races: un gruppo di personaggi bizzarri si davano battaglia in gare automobilistiche ricorrendo a qualsiasi mezzo pur di vincere.

E chissà che non si siano ispirati proprio a quella pazza corsa di St. Louis e alla mossa di Frederick Lorz.

L'altra finale

Era l'estate del 2002 e mentre noi italiani stavamo ancora maledicendo un arbitro sudamericano di nome Moreno e il mondiale nippo-coreano giungeva alla sua conclusione, non molto lontano da Tokyo dove il Brasile stava per vincere il suo quinto mondiale ai danni della Germania, si stava disputando un'altra gara, che sarebbe passata alla storia come “The other final”.

La partita in questione era un'amichevole tra quelle che allora erano le due nazionali ultime nel ranking della FIFA, la nazionale di Montserrat e quella del Bhutan. L'idea era venuta a due ragazzi olandesi che delusi dalla loro nazionale che non si era riuscita a qualificare per i mondiali, decisero di trovare qualcosa da fare nel frattempo per rendere meno amara quell'estate. Nel giro di qualche mese organizzarono il tutto, non mancarono però i problemi.

Montserrat è una piccola isola nel mar dei Caraibi, non è un vero e proprio stato ma una dipendenza britannica, la nazionale nacque nel 1996 dopo che l'eruzione del vulcano Soufrière Hills coprì di cenere l'intera isola, metà della popolazione fu costretta ad abbandonare l'isola e l'unico campo da calcio presente diventò impraticabile. L'iscrizione alla Fifa fu un'idea del presidente della federazione per raccogliere i soldi necessari a ricostruire il campo.

Il Bhutan invece è un piccolo stato arroccato tra le montagne dell'Himalaya, una sorta di cuscinetto tra due superpotenze come India e Cina dove lo sport nazionale è il tiro con l'arco e quasi nessuno gioca a calcio, tant'è che la nazionale era stata creata soltanto l'anno prima.

La scelta della sede ricadde su Thimphu, la capitale del Bhutan e il viaggio da affrontare per i ragazzi di Montserrat si preannunciava faticoso. Cinque giorni di viaggio, cambiando una dozzina di aerei, con tanto di permanenza forzata a Calcutta, dovuta ai monsoni che avevano bloccato tutti i voli. Arrivati finalmente in Bhutan le sorprese non erano finite, abituati alla dieta tropicale, dopo la prima cena, molti giocatori si presero un'intossicazione alimentare.

L'avvicinamento alla partita non fu facile neanche per gli asiatici però, pochi giorni prima della partita purtroppo venne a mancare il commissario tecnico e la federazione fu costretta ad ingaggiare un allenatore tedesco per giocare l'amichevole.

Nonostante tutto “the show must go on” avranno pensato gli organizzatori e la partita si giocò lo stesso, il 30 giugno 2002, di mattina perché il pomeriggio i giocatori volevano vedere l'altra finale, quella vera.

Fu un vero e proprio successo di pubblico, c'erano 25mila persone in uno stadio che ne contiene 15mila, assiepati dove potevano, dietro le porte, tra le panchine insieme ai calciatori. A dominare la gara fu il Bhutan che vinse 4 a 0, grazie anche alla tripletta del bomber Wangyel Dorji. Segnò anche su punizione ma il più bello fu il quarto segnato mentre tra i difensori del Montserrat c'era anche un cane, che era riuscito a entrare in campo senza che nessuno se ne accorgesse.

I montserratini così se ne dovettero tornare a casa sconfitti ma non tristi, arricchiti da un'esperienza che avrebbero ricordato per tutta la vita, poco importa se per vincere la loro prima partita ufficiale dovranno aspettare ancora 12 anni, un 1 a 0 contro le isole Vergini nel 2014, e altri 4 per la seconda, lo scorso ottobre infatti sono riusciti a battere ancora per 1 a 0 il Belize in una gara di qualificazione per la Concacaf Nations League.

La tradizione dell'altra finale non è più proseguita, fu quella l'unica edizione, peccato perché quest'anno non si sarebbe giocata molto lontano dall'Italia, l'ultima nel ranking infatti è il San Marino che avrebbe sfidato le Bahamas in una gara che avrebbe reso meno amara l'esclusione degli azzurri dai mondiali come fu per i due olandesi nel 2002. Già, meno amara...

Carlos Henrique Raposo, era un ragazzo brasiliano come tanti altri, che cercano di riscattare con il calcio una vita difficile. Purtroppo però Carlos, oltre a una somiglianza con Beckenbauer, che gli valse il soprannome di Kaiser, con il calcio aveva poco a che fare, non aveva le qualità necessarie per sfondare e a 20 era già un ex calciatore.

Il Kaiser però aveva dalla sua un'altra arma, era molto socievole e con una capacità innata nell'arte oratoria, sfruttando la sua parlantina nei primi anni '80 iniziò a frequentare i locali alla moda di Rio de Janeiro e in poco tempo diventò amico di alcuni dei più grandi calciatori del tempo come Renato Gaucho, Edmundo, Romario o Bebeto.

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Proprio grazie a queste amicizie riuscì a farsi ingaggiare dalla sua prima squadra professionistica: il Botafogo. Arrivato in squadra per non rivelare la sua incapacità con il pallone fra i piedi, applicò per la prima volta una tecnica che avrebbe replicato per 20 anni e che gli avrebbe permesso di farsi ingaggiare da club importanti senza mai scendere in campo.

Raposo si fingeva fuori forma all'arrivo in una nuova squadra e svolgeva così un allenamento differenziato preparato da un suo fantomatico personal trainer. Passava così i primi due o tre mesi senza toccare un pallone, quando l'allenatore poi pretendeva di vederlo giocare pagava un suo compagno per fargli male in allenamento e si fingeva infortunato per il resto della durata del contratto grazie a medici compiacenti.

Per dimostrare poi alla società che valeva la pena attenderlo, durante gli allenamenti girava sempre con un telefono portatile in mano, un vero e proprio lusso per quegli anni, che in realtà era un giocattolo fingendo di parlare con grandi club europei. Per compiacere i compagni organizzava dei festini e portava ragazze nei ritiri e si faceva amici anche i giornalisti in modo che parlassero bene di lui e convincessero altre squadre a comprarlo.

Un giorno, quando era in forza al Bangu, squadra di Rio, i suoi piani stavano per andare in fumo, il presidente credeva molto in lui, era la punta di diamante della sua campagna acquisti e lo voleva a tutti i costi in campo, durante una partita in cui Raposo era in panchina, chiamò lui stesso l'allenatore ordinandogli di farlo entrare. Il Kaiser messo alle strette dovette improvvisare, iniziò a insultare senza motivo un avversario, si scatenò una rissa e fu espulso ancor prima di mettere piede in campo.

Riuscì a ingannare moltissime squadre nel corso della sua carriera, anche club blasonati in Brasile gli offrirono un contratto, oltre al Botafogo e al Bangu firmò anche per il Flamengo, la Fluminense e il Vasco da Gama, giocò in Messico nel Puebla, a El Paso negli Stati Uniti e secondo le sue dichiarazioni anche nell'Independiente in Argentina, ma la società ha sempre smentito, tutto questo senza mai scendere in campo neppure un minuto. Un curriculum di tutto rispetto sulla carta che convinse anche alcuni scout europei, nel 1986 si trasferì in Francia, nel Gazelec Ajaccio, dove fu accolto come un campione, con una presentazione davanti a uno stadio pieno di gente che non aspettava altro che vedere le mosse del nuovo fuoriclasse brasiliano. Ancora una volta Raposo, messo alle strette, dovette escogitare qualcosa:

Ho iniziato a raccogliere tutti i palloni e a lanciarli ai tifosi. Nel frattempo salutavo e mandavo baci. La folla era impazzita. Alla fine sul campo non c'erano più palloni”.

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Pericolo scampato ancora una volta, senza palloni la squadra dovette rinunciare all'allenamento e la facciata era salva.

A 39 anni Carlos appese gli scarpini al chiodo senza mai averli utilizzati, nel 2011 ha raccontato la sua storia a una TV brasiliana e al giornalista che gli chiedeva se si sentiva in colpa rispose così:

Non devo scusarmi di niente. Le squadre hanno illuso e continuano a illudere un sacco di giocatori, qualcuno doveva pur vendicarli

Chapeau novello Avenger, i calciatori ti ringraziano.

El Equipo Fantasma

La Paz, la capitale amministrativa della Bolivia si trova a più di 3500 m d'altitudine, è la capitale più alta del mondo, fare sport ad un'altitudine così elevata non è facile per chi non ci è abituato, l'aria rarefatta riduce le capacità respiratorie e il pallone prendendo più velocità, assume traiettorie imprevedibili; per questo la FIFA, già da qualche anno, ha vietato lo svolgimento di gare internazionali a più di 3000 metri d'altezza.

Vincere in casa della Bolivia è sempre stato difficile quindi per le altre nazionali sudamericane, spesso i giocatori arrivano in Bolivia qualche giorno prima della partita e non c'è abbastanza tempo per abituarsi all'altitudine.

Capita però che contro la Bolivia sei costretto a vincere, magari perché ti serve per accedere ai mondiali, soprattutto se ti chiami Argentina e quattro anni prima quella qualificazione l'avevi steccata.

L'anno era il 1973 e sulla panchina dell'Albiceleste sedeva un certo Omar Sivori, che da grande uomo di calcio qual era aveva capito che la sua squadra non poteva assolutamente arrivare impreparata a quella sfida, bisognava che i giocatori arrivassero qualche tempo prima in Bolivia per ambientarsi meglio e arrivare pronti alla sfida, ma c'era un problema, gli impegni stretti non lo permettevano, c'era un'altra partita contro il Paraguay da giocare, e allora si doveva trovare una soluzione alternativa.

L'idea di Sivori fu geniale, chiamò un gruppo di calciatori, tra cui anche un giovanissimo Mario Kempes, l'unico di questi che poi sarebbe andato anche al mondiale, e li mandò ad allenarsi a 2500m d'altezza, sulle Ande argentine, ben 75 giorni prima della partita. Nel frattempo il resto della nazionale avrebbe giocato contro il Paraguay.

Il tempo da passare in ritiro ad alta quota era così tanto, che dopo un po' persino la federazione argentina si dimenticò di quei calciatori, non pagava più per il loro sostentamento e i calciatori si ritrovarono a vivere in condizioni pessime, costretti ad organizzare delle amichevoli e utilizzare i proventi per comprarsi il cibo e cucinarselo da soli, dispersi in qualche bettola sulle montagne.

Alcuni di loro, come per esempio i tre arrivati dal River Plate, non ressero a quelle condizioni e se ne ritornarono a Buenos Aires.

Nella sua autobiografia, Mario Kempes ricorda così quei giorni:“L'AFA si dimenticò di noi e ce la passavamo veramente male. Non sapevamo neanche come mangiare. Avevamo due amichevoli e finimmo per farne sei o sette in cambio di denaro, così compravamo le cose in un supermercato e qualcuno preparava il cibo. Tornai con 7 o 8 chili di meno.”

Dopo un po' anche i giornalisti si cominciarono a chiedere che fine avessero fatto quei calciatori di cui non sapevano più niente, tanto che qualcuno iniziò a chiamarli “El Seleccionado Fantasma”, la Nazionale Fantasma.

Nonostante tutto però, la strategia di Sivori si rivelò vincente, la partita si giocò il 23 settembre 1973 e finì 1 a 0 per l'Argentina, a segnare fu Oscar Fornari, detto “il Passero”, proprio uno di loro, di quel manipolo di eroi che avevano passato più di 2 mesi sulle montagne dimenticati da tutti.

Fu il gol più importante della mia vita.” ricorda Fornari, “Eravamo stati dimenticati. Ci chiamavano la Squadra Fantasma, ci hanno persino fatto una foto con i lenzuoli addosso”.

Grazie a quella vittoria e a quella con il Paraguay l'Argentina si qualificò al Mondiale, al quale  Sivori neanche partecipò, fu esonerato prima per alcuni dissapori con il presidente Peron. La sua esperienza come allenatore, che non fu prolifica come quella da calciatore, si concluse con quella qualificazione avvenuta grazie alla sua intuizione e grazie a un gruppo di calciatori che in Argentina sarà ricordato per sempre come El Equipo Fantasma.

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