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Gianluca Di Mario

Gianluca Di Mario

Nato nel 1994 sotto il segno dell'aquila, e non poteva essere altrimenti vivendo nel paese di Alessandro
Nesta. Ha fatto appena in tempo a vedere l'epopea Cragnotti, prima di innamorarsi dei colori biancocelesti
nei primi anni lotitiani, quelli dei 9 in un giorno e di Paolo Di Canio. Scrive di calcio e dintorni per
passione su ilCatenaccio.it grazie. Per gli amici, un soprannome straordinario, no che dico straorDiMario.

 

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Carlos Henrique Raposo, era un ragazzo brasiliano come tanti altri, che cercano di riscattare con il calcio una vita difficile. Purtroppo però Carlos, oltre a una somiglianza con Beckenbauer, che gli valse il soprannome di Kaiser, con il calcio aveva poco a che fare, non aveva le qualità necessarie per sfondare e a 20 era già un ex calciatore.

Il Kaiser però aveva dalla sua un'altra arma, era molto socievole e con una capacità innata nell'arte oratoria, sfruttando la sua parlantina nei primi anni '80 iniziò a frequentare i locali alla moda di Rio de Janeiro e in poco tempo diventò amico di alcuni dei più grandi calciatori del tempo come Renato Gaucho, Edmundo, Romario o Bebeto.

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Proprio grazie a queste amicizie riuscì a farsi ingaggiare dalla sua prima squadra professionistica: il Botafogo. Arrivato in squadra per non rivelare la sua incapacità con il pallone fra i piedi, applicò per la prima volta una tecnica che avrebbe replicato per 20 anni e che gli avrebbe permesso di farsi ingaggiare da club importanti senza mai scendere in campo.

Raposo si fingeva fuori forma all'arrivo in una nuova squadra e svolgeva così un allenamento differenziato preparato da un suo fantomatico personal trainer. Passava così i primi due o tre mesi senza toccare un pallone, quando l'allenatore poi pretendeva di vederlo giocare pagava un suo compagno per fargli male in allenamento e si fingeva infortunato per il resto della durata del contratto grazie a medici compiacenti.

Per dimostrare poi alla società che valeva la pena attenderlo, durante gli allenamenti girava sempre con un telefono portatile in mano, un vero e proprio lusso per quegli anni, che in realtà era un giocattolo fingendo di parlare con grandi club europei. Per compiacere i compagni organizzava dei festini e portava ragazze nei ritiri e si faceva amici anche i giornalisti in modo che parlassero bene di lui e convincessero altre squadre a comprarlo.

Un giorno, quando era in forza al Bangu, squadra di Rio, i suoi piani stavano per andare in fumo, il presidente credeva molto in lui, era la punta di diamante della sua campagna acquisti e lo voleva a tutti i costi in campo, durante una partita in cui Raposo era in panchina, chiamò lui stesso l'allenatore ordinandogli di farlo entrare. Il Kaiser messo alle strette dovette improvvisare, iniziò a insultare senza motivo un avversario, si scatenò una rissa e fu espulso ancor prima di mettere piede in campo.

Riuscì a ingannare moltissime squadre nel corso della sua carriera, anche club blasonati in Brasile gli offrirono un contratto, oltre al Botafogo e al Bangu firmò anche per il Flamengo, la Fluminense e il Vasco da Gama, giocò in Messico nel Puebla, a El Paso negli Stati Uniti e secondo le sue dichiarazioni anche nell'Independiente in Argentina, ma la società ha sempre smentito, tutto questo senza mai scendere in campo neppure un minuto. Un curriculum di tutto rispetto sulla carta che convinse anche alcuni scout europei, nel 1986 si trasferì in Francia, nel Gazelec Ajaccio, dove fu accolto come un campione, con una presentazione davanti a uno stadio pieno di gente che non aspettava altro che vedere le mosse del nuovo fuoriclasse brasiliano. Ancora una volta Raposo, messo alle strette, dovette escogitare qualcosa:

Ho iniziato a raccogliere tutti i palloni e a lanciarli ai tifosi. Nel frattempo salutavo e mandavo baci. La folla era impazzita. Alla fine sul campo non c'erano più palloni”.

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Pericolo scampato ancora una volta, senza palloni la squadra dovette rinunciare all'allenamento e la facciata era salva.

A 39 anni Carlos appese gli scarpini al chiodo senza mai averli utilizzati, nel 2011 ha raccontato la sua storia a una TV brasiliana e al giornalista che gli chiedeva se si sentiva in colpa rispose così:

Non devo scusarmi di niente. Le squadre hanno illuso e continuano a illudere un sacco di giocatori, qualcuno doveva pur vendicarli

Chapeau novello Avenger, i calciatori ti ringraziano.

El Equipo Fantasma

La Paz, la capitale amministrativa della Bolivia si trova a più di 3500 m d'altitudine, è la capitale più alta del mondo, fare sport ad un'altitudine così elevata non è facile per chi non ci è abituato, l'aria rarefatta riduce le capacità respiratorie e il pallone prendendo più velocità, assume traiettorie imprevedibili; per questo la FIFA, già da qualche anno, ha vietato lo svolgimento di gare internazionali a più di 3000 metri d'altezza.

Vincere in casa della Bolivia è sempre stato difficile quindi per le altre nazionali sudamericane, spesso i giocatori arrivano in Bolivia qualche giorno prima della partita e non c'è abbastanza tempo per abituarsi all'altitudine.

Capita però che contro la Bolivia sei costretto a vincere, magari perché ti serve per accedere ai mondiali, soprattutto se ti chiami Argentina e quattro anni prima quella qualificazione l'avevi steccata.

L'anno era il 1973 e sulla panchina dell'Albiceleste sedeva un certo Omar Sivori, che da grande uomo di calcio qual era aveva capito che la sua squadra non poteva assolutamente arrivare impreparata a quella sfida, bisognava che i giocatori arrivassero qualche tempo prima in Bolivia per ambientarsi meglio e arrivare pronti alla sfida, ma c'era un problema, gli impegni stretti non lo permettevano, c'era un'altra partita contro il Paraguay da giocare, e allora si doveva trovare una soluzione alternativa.

L'idea di Sivori fu geniale, chiamò un gruppo di calciatori, tra cui anche un giovanissimo Mario Kempes, l'unico di questi che poi sarebbe andato anche al mondiale, e li mandò ad allenarsi a 2500m d'altezza, sulle Ande argentine, ben 75 giorni prima della partita. Nel frattempo il resto della nazionale avrebbe giocato contro il Paraguay.

Il tempo da passare in ritiro ad alta quota era così tanto, che dopo un po' persino la federazione argentina si dimenticò di quei calciatori, non pagava più per il loro sostentamento e i calciatori si ritrovarono a vivere in condizioni pessime, costretti ad organizzare delle amichevoli e utilizzare i proventi per comprarsi il cibo e cucinarselo da soli, dispersi in qualche bettola sulle montagne.

Alcuni di loro, come per esempio i tre arrivati dal River Plate, non ressero a quelle condizioni e se ne ritornarono a Buenos Aires.

Nella sua autobiografia, Mario Kempes ricorda così quei giorni:“L'AFA si dimenticò di noi e ce la passavamo veramente male. Non sapevamo neanche come mangiare. Avevamo due amichevoli e finimmo per farne sei o sette in cambio di denaro, così compravamo le cose in un supermercato e qualcuno preparava il cibo. Tornai con 7 o 8 chili di meno.”

Dopo un po' anche i giornalisti si cominciarono a chiedere che fine avessero fatto quei calciatori di cui non sapevano più niente, tanto che qualcuno iniziò a chiamarli “El Seleccionado Fantasma”, la Nazionale Fantasma.

Nonostante tutto però, la strategia di Sivori si rivelò vincente, la partita si giocò il 23 settembre 1973 e finì 1 a 0 per l'Argentina, a segnare fu Oscar Fornari, detto “il Passero”, proprio uno di loro, di quel manipolo di eroi che avevano passato più di 2 mesi sulle montagne dimenticati da tutti.

Fu il gol più importante della mia vita.” ricorda Fornari, “Eravamo stati dimenticati. Ci chiamavano la Squadra Fantasma, ci hanno persino fatto una foto con i lenzuoli addosso”.

Grazie a quella vittoria e a quella con il Paraguay l'Argentina si qualificò al Mondiale, al quale  Sivori neanche partecipò, fu esonerato prima per alcuni dissapori con il presidente Peron. La sua esperienza come allenatore, che non fu prolifica come quella da calciatore, si concluse con quella qualificazione avvenuta grazie alla sua intuizione e grazie a un gruppo di calciatori che in Argentina sarà ricordato per sempre come El Equipo Fantasma.

Veterani adolescenti

Oramai quasi due anni fa, il 22 dicembre 2016 il Genoa ha fatto esordire in Serie A il giovane attaccante Pietro Pellegri, che al tempo aveva 15 anni e 280 giorni, esattamente gli stessi anni che aveva Amedeo Amadei quando nel 1936 esordì in Serie A. Pellegri ha quindi eguagliato il suo record di giocatore più giovane a giocare nel massimo campionato italiano.

Se in Italia 15 anni sono un record, in Sud America c'è un calciatore che a quell'età si poteva già definire un veterano del calcio boliviano.Il suo nome è Mauricio Baldivieso e detiene il record come calciatore più giovane ad aver esordito in un campionato professionistico.

Era il 19 luglio del 2009 e a soli 3 giorni dal suo tredicesimo compleanno (12 anni e 362 giorni), Mauricio entrò negli ultimi 10 minuti dell'incontro valido per la prima giornata del campionato boliviano di Clausura 2009 tra l'Aurora, la sua squadra, e il La Paz Futbol Club.

Il suo esordio fu così prematuro che appena entrato in campo subì un duro tackle da parte di un avversario che lo costrinse ad uscire in lacrime e rimanere fuori per 5 minuti prima di poter rientrare. Una situazione del genere era anche abbastanza prevedibile, visto che il suo fisico non era di certo paragonabile a quello degli altri calciatori in campo, adulti rispetto a lui che era ancora un bambino.

L'allenatore che lo mandò in campo probabilmente aveva visto delle potenzialità enormi in quel ragazzino e come non potrebbe essere altrimenti visto che era Julio César Baldivieso, niente meno che suo padre, il quale dopo la partita ha commentato così l'esordio del figlio: “Sono orgoglioso di lui, ha tantissimo talento”.

Questo slancio di amore paterno però non è piaciuto molto alla società che dopo l'accaduto esonerò l'allenatore e dopo poco tempo anche il giovane Mauricio rescisse il contratto. Julio César Baldivieso, che non è un nome qualsiasi in Bolivia, vanta ben 85 presenze in nazionale e nel 2015-2016 ne è stato anche commissario tecnico, periodo durante il quale è riuscito a resistere alla tentazione di convocare suo figlio, dopo l'esonero non si è mostrato pentito anzi ha dichiarato:

Non avevo alternative, dovevo scegliere tra mio figlio e il club. Ho scelto mio figlio e l'Aurora mi ha cacciato”.

Le aspettative del padre però non sono state del tutto rispettate, oggi, a 22 anni, dopo 69 presenze in varie squadre boliviane, ma con soli 5 gol segnati, pochissimi per essere un attaccante, e una presenza nel Mondiale Under-20 del 2015, il più giovane esordiente di sempre si ritrova svincolato e nonostante possa dire di avere una carriera di tutto rispetto per la sua età non è di certo la carriera sfavillante che aveva immaginato il padre.

La scelta di Julio Cesar in fin dei conti non si è dimostrata molto lungimirante e nemmeno corretta da un punto di vista professionale ma quanti padri rischierebbero così il proprio posto di lavoro pur di accontentare il figlio?

L'incredibile storia vera di Ali Dia

Questa settimana ha compiuto 50 anni Will Smith che ha accompagnato gli anni '90 con una serie tv che ha fatto la storia, “Willy, il principe di Bel Air”, con una sigla che suonava così: “Questa è la maxi-storia di come la mia vita è cambiata, capovolta, sottosopra sia finita...”.

In quegli stessi anni un calciatore senegalese avrebbe potuto cantare quelle stesse parole per descrivere come era riuscito a passare dal giocare dai dilettanti alla Premier League in una sola estate.

Ali Dia, questo il suo nome, era arrivato qualche anno prima dal Dakar in Francia per tentare la fortuna nel calcio. Dopo alcuni anni passati a girovagare tra le serie minori francesi, tedesche e finlandesi la sua carriera e i suoi sogni di gloria si erano arenati tra le spiagge di Blyth nel nord dell'Inghilterra, dove giocava per la locale squadra dilettantistica.

Finché un pomeriggio d'estate del 1996 successe l'incredibile: colto da un lampo di genio convinse un suo amico a spacciarsi per l'allora Pallone d'Oro George Weah e a chiamare gli allenatori di Premier League dicendo che Dia era suo cugino, che aveva una buona tecnica e che vantava un glorioso passato al PSG e ben 13 presenze con la maglia della nazionale senegalese, con la speranza che qualcuno gli credesse e gli offrisse una possibilità.

Follia pura, chi mai potrebbe credere a una storia del genere? Certo, allora era più difficile verificare le informazioni senza internet ma il fatto che Weah, liberiano, avesse un cugino senegalese, avrebbe quantomeno dovuto far scattare un campanello d'allarme.

Fu così per Harry Redknapp, allora allenatore del West Ham che non credette minimamente alla storia. Ma Ali non era uno che si arrendeva al primo ostacolo e ci provò di nuovo, stavolta con Graeme Souness, tecnico del Southampton, che incredibilmente si fidò del finto Weah e concesse al nostro eroe un mese di contratto.

I suoi nuovi compagni vedendolo in allenamento avevano intuito che qualcosa non andava, era lento, impacciato, fuori forma, ma l'allenatore, forse per non ammettere di aver fatto un errore di valutazione, gli diede fiducia e il 23 novembre 1996 accadde l'impensabile: Ali Dia, che fino a qualche giorno prima giocava con metalmeccanici e pescatori, fece il suo esordio in Premier League.

La partita era Southampton – Leeds, Dia era in panchina, ma al 32esimo si fece male il centrocampista Matthew Le Tissier e Souness si girò verso la panchina e fece il segno di alzarsi ad Ali che probabilmente era ancora a bocca aperta per lo stupore di trovarsi lì. Entrato in campo fu subito chiaro che non era chi diceva di essere, non riusciva minimamente a reggere quei ritmi, vagava per il campo senza sapere cosa fare, resistette ben 53 minuti, fino a quando l'allenatore ne ebbe abbastanza e lo fece uscire. Non fece neanche in tempo a tornare a casa che il Southampton gli rescisse il contratto e lo rimandò da dove era venuto. Giocò ancora un anno tra i dilettanti prima di ritirarsi dal calcio giocato a 37 anni e di dedicarsi agli studi, si laureò nel 2001 in Business Administration all'Università di Northumbria, a Newcastle.

A ricordo di quella partita restano le parole di Le Tissier, che qualche anno dopo disse in un'intervista: “Correva qua e là sul campo come Bambi sul ghiaccio, fu davvero imbarazzante da vedere”.

Non lo hanno dimenticato nemmeno i giornalisti inglesi: il Times lo ha inserito al primo posto nella lista dei 50 peggiori calciatori, il Sun in quella dei 10 peggiori bidoni e il Daily Mail al quarto posto nella lista dei 50 peggiori attaccanti, e se è quarto lui pensate i primi 3...

Ma a Dia poco importa di tutto questo, del resto lui il suo sogno lo ha realizzato. Contro qualsiasi aspettativa, grazie a un colpo di genio e con un pizzico di fortuna mista a follia, è riuscito nell'impresa di giocare in Premier League, e quei 53 minuti giocati come Bambi sul ghiaccio nessuno potrà mai portarglieli via.

Le sfuriate estive di Claudio Lotito

Sta facendo parlare in casa Lazio in questi giorni la lite telefonica tra Lotito e Simone Inzaghi in quel di Cortina, rubacchiata da un testimone che l'ha ripresa con lo smartphone e postata sui social.

Nel video si sente chiaramente Lotito che, tutt'altro che calmo, discute con il suo allenatore. I due parlano di infortunati e scelte di mercato. Dal dialogo si possono carpire frasi come:

Te stai sempre a lamentà               

“Oh stai a sentì bene, vedi lo staff che c'ha tuo fratello

Voglio avere la certezza che chi sta male, sta male e chi non sta male, non sta male. No che qualcuno je dice: dije che questo male.”

E il capolavoro: “C'hai una squadra che vale dieci volte quello che valgono tutte le altre”.

Dietro alla telefonata c'era una situazione particolare che riguarda lo staff medico del club: nel corso dell'estate ci sono state alcune dimissioni e come ha confermato Filippo Inzaghi, la Lazio ha chiesto informazioni al Bologna su un fisioterapista del club felsineo. Probabilmente Simone Inzaghi ha voluto chiamare il presidente per chiarire la situazione, ma come spesso succede in questi casi la notizia si è poi ingigantita, ne hanno parlato tutti i giornali e le radio romane, si è parlato di crisi, di rapporti incrinati e non è mancata una buona dose di teorie complottistiche.

Alla fine è toccato all'allenatore, oltre che alla società, riportare la calma, facendo notare in conferenza stampa che nella telefonata successiva si sono fatti una risata. Rientra nella normalità del rapporto tra presidente e allenatore avere qualche divergenza, soprattutto se il presidente si chiama Claudio Lotito. L'importante è che il tutto rientri e che poi sia il campo a parlare.

Ma sarà forse l'aria di Cortina dove il presidente ha una casa e va in vacanza tutti gli anni che lo carica più del dovuto: non è infatti la prima volta che si lascia andare a una sfuriata ampezzana di metà agosto.

Era il 2016, il presidente laziale aveva invitato sulle Dolomiti il calciatore tedesco Moritz Leitner e il suo agente per discutere gli ultimi dettagli prima della firma sul contratto che lo avrebbe legato alla Lazio. Durante il pranzo però qualcosa andò storto, un collaboratore riferì a Lotito qualcosa che lo fece infuriare, preso da un raptus d'ira lanciò il piatto di bresaola che aveva davanti che andò a finire sul muro dall'altra parte della stanza. Mentre fette di salume volavano un attonito Moritz Leitner rimaneva scioccato dalla scena a cui stava assistendo e decise che era abbastanza, fece le valigie e se ne tornò in terra teutonica.

Nei giorni successivi comunque vinse lo shock e firmò lo stesso, cosa che, visto che alla Lazio è rimasto solo sei mesi senza lasciare traccia in campo, non ha cambiato di molto la sua storia e il suo nome sarà sempre legato a quell'episodio per i tifosi biancocelesti.

Insomma è nella natura lotitiana fare sfuriate del genere, soprattutto se si trova in vacanza in quel di Cortina, quindi vorrei dare un consiglio a Simone, la prossima volta aspetta che il presidente torni a Roma e andrà tutto bene.

C'è la pubblicità di una compagnia telefonica che si è presentata quest'estate al grido di: “Siete pronti alla rivoluzione?”. Peccato che la stessa idea non sia venuta agli addetti marketing di Dazn (leggete Dazòn, o “sarebbe come dire Maldn”) perché sarebbe stata una domanda giustissima da porre agli italiani.

Anzi, meglio così per loro, perché la risposta non sarebbe stata molto positiva. Diciamocelo, a noi italiani non piacciono le rivoluzioni, siamo pigri. Fino alla stagione scorsa potevamo comodamente vedere le partite in salotto, e soprattutto con un solo abbonamento. Adesso no, uno non basta, con Sky si possono vedere 7 partite a turno e le altre 3? Con Dazn, tramite internet, basta scaricare l'app e vedi la partita dove vuoi: smartphone, tablet, smart tv, consolle, pc e chi più ne ha più ne metta.

Uhmm e va bene dai, alla fine sì siamo comodi ma ci adattiamo, siamo disposti anche a pagare di più e a cambiare ogni volta la piattaforma per vedere la nostra squadra del cuore, come cantava J Ax “Sono un italiano medio, ...non togliermi il pallone e non ti disturbo più”.

C'è un piccolo problemino però che sta rallentando questa rivoluzione e non è la pigrizia degli italiani; o meglio sì: la pigrizia nel risolvere una situazione che ci sta lasciando indietro rispetto al resto del mondo occidentale: le linee internet obsolete.

In Italia solo il 23% delle connessioni supera i 10 Mbps, la media europea è del 30%, in Romania è addirittura al 69%, ci sono molte zone in cui il digital divide, il divario tra chi ha accesso alla tecnologia e chi no, è un problema serio, alcuni centri abitati più isolati non sono ancora raggiunti neanche dalle linee ADSL.

Tutto questo ha portato a tantissime lamentele per le prime partite trasmesse su Dazn, tra blocchi continui, ritardi eccessivi e qualità delle immagini pessime. Anche chi aveva una connessione sufficiente ha riscontrato qualche problema. Ma noi italiani sappiamo anche aspettare, era la prima prova e una seconda possibilità non si nega a nessuno. La scelta di regalare il primo mese di abbonamento ha sicuramente aiutato in questo senso e il prossimo turno sarà la prova del 9 per Dazn, in molti stanno aspettando di vedere se si verificheranno ancora determinati problemi per poi decidere se prolungare o meno l'abbonamento. Perform, la società inglese che gestisce il servizio, si è giustificata per i disservizi del primo turno parlando di un problema tecnico risolto in poco tempo e si è dichiarata soddisfatta per i risultati ottenuti e fiduciosa per le prossime gare.

Loro fanno bene ad essere contenti, non avevano mai avuto così tante visualizzazioni per un evento live negli altri paesi in cui è presente Dazn, chi ha dovuto ricaricare più volte l'app e magari si è visto anche spoilerare il risultato dai vicini che urlavano perché la sentivano alla radio, un po' meno ma pazienza, godiamoci questa rivoluzione, tanto c'è CR7...

Ah a proposito, anche lui è ambasciatore Dazn adesso.

Ma che bella la Serie A: Ronaldo alla Juventus, le milanesi che ricominciano a spendere e i milioni che tornano a girare. Tutto molto bello, ma basta alzare un po' il tappetto per scoprire che sotto non c'è solo un po' di polvere ma una vera e propria tempesta.

Oltre la siepe che racchiude l'oasi felice della Serie A, il sistema calcio italiano è nel caos più totale.

Come ogni estate nelle leghe minori abbiamo assistito ad una moria incontrollata di società che non sono più in grado di sostenere costi elevati senza adeguati ritorni. Ma se gli anni scorsi si era riusciti a mettere qualche pezza, quest'anno la situazione si è fatta più complicata. In Serie B, ben tre società storiche come Bari, Cesena e Avellino non sono riuscite a iscriversi e dovranno ripartire dai dilettanti, in Serie C non ce l'hanno fatta Fidelis Andria, Mestre e Reggiana, mentre il Bassano si è fuso con il Vicenza. Pronti dunque i ripescaggi: per la C ecco Cavese, Imolese e Juventus U23, la prima e finora unica squadra riserve ammessa dopo la riforma voluta dalla FIGC lo scorso anno.

Per la B invece... nessuna, niente ripescaggi. È questa la decisione a cui è giunta la Lega B dopo che la situazione si era ingarbugliata più di quanto non lo fosse. Inizialmente infatti per il ripescaggio sembravano in vantaggio Ternana, Pro Vercelli e Virtus Entella, ma una decisione del TFN, il tribunale federale, ha ribaltato tutto, annullando la norma che prevedeva l'esclusione dalle graduatorie per i ripescaggi delle squadre con provvedimenti giudiziari o finanziari a loro carico negli ultimi 3 anni.

Ecco così che sono balzate in testa Catania, Novara e Robur Siena. Le altre squadre ovviamente non sono rimaste a guardare annunciando il ricorso e così tra marce indietro e contro ricorsi la data per una decisione finale si è vista slittare fino al 7 settembre. La Lega B ha quindi deciso di sua iniziativa di sospendere i ripescaggi e stilare un calendario a 19 squadre, con il Coni che però ha avanzato più di qualche dubbio sulla liceità della decisione.

Nel frattempo anche la lega C è in attesa di scoprire se deve sostituire altre squadre o no, perciò ha rimandato l'inizio del campionato a settembre, con in vista anche un possibile sciopero dell'asso-calciatori.

Se guardiamo al calcio femminile poi la situazione non è più rosea: sebbene ci sia finalmente un deciso interesse da parte dei club maschili che stanno puntando sulle ragazze iscrivendo una loro sezione nel campionato di categoria, unito al successo della nazionale che è riuscita a qualificarsi ai Mondiali vincendo tutte le gare del proprio girone di qualificazione, al livello istituzionale è di nuovo caos. La gestione del campionato infatti è tornata alla Lega Dilettanti, dopo che negli ultimi anni era stata in mano alla FIGC, che ha presentato ricorso e anche qui il rischio sciopero è concreto.

Insomma la Serie A si appresta ad iniziare ma le fondamenta non sono così solide e senza un adeguato intervento di consolidamento l'intero palazzo rischia di crollare. In attesa di un ingegnere, godiamoci Cristiano Ronaldo e facciamo finta di niente.

De Vrij non è superman

In questi giorni di fuoco per la lotta al quarto posto c'è una domanda che il mondo Lazio e non solo continua a farsi: de Vrij deve giocare contro l'Inter?

Se qualcuno mi avesse fatto questa domanda prima della partita col Crotone la mia risposta sarebbe stata un no categorico, ma la prestazione dell'olandese contro i calabresi qualche dubbio me lo ha messo. Avrà anche salvato il risultato con una respinta sulla linea a portiere battuto, ma il Crotone non è l'Inter e ci sono alcuni motivi che mi spingono a propendere ancora per il no.

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Stiamo parlando di un professionista che fino ad oggi ha sempre dimostrato di voler onorare la maglia fino alla fine, non metto in dubbio infatti la sua onestà e sono convinto che se scenderà in campo lo farà mettendoci il massimo impegno possibile. Ma il motivo principale per cui non lo farei giocare è un altro, è molto semplice e si può riassumere così: “de Vrij non è Superman”. Già, non è l'uomo d'acciaio, è un comune essere umano come tutti noi e come tutti noi sentirà una fortissima pressione, sarà in grado di gestirla?

Non è una cosa da tutti i giorni giocare una partita sapendo che se la squadra nella quale giocherai nella prossima stagione perde non andrà in Champions League e ci andrà invece la squadra che lasci perché volevi qualcosa in più dalla tua carriera. Basta un attimo di distrazione, una piccola indecisione, una scivolata in più o una in meno a fare la differenza. E poi che succede? Critiche, polemiche e una pessima conclusione per un'avventura che nonostante tutto ha portato soddisfazioni al giocatore e ai tifosi della Lazio.

Comunque sia non sta a me, e menomale che è così, ma all'allenatore decidere se varrà la pena correre questo rischio, le ultime da Fomello raccontano di un Inzaghi molto indeciso, togliendo l'olandese si priverebbe del più forte difensore che ha in rosa e probabilmente scioglierà le riserve solo a poche ore dal fischio d'inizio dopo averne discusso col calciatore.

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Resta il fatto che la colpa di questa assurda situazione non è di de Vrij o comunque non solo. Il giocatore infatti già sapeva da tempo quale sarebbe stato il suo destino, allora sarebbe il caso di cercare tra chi ha scelto di divulgare la notizia dell'ufficialità proprio a pochi giorni da Lazio – Inter, un tempismo eccezionale che non ha fatto altro che inasprire ancora di più i toni per una partita che si figurava già parecchio tesa di conto suo.

A questi miei dubbi potrà rispondere solo il campo, chissà magari Stefan segnerà il gol (o l'autogol?...) decisivo e fine della questione, oppure rimarrà in panchina, pronto a cambiare casacca a fine gara, qualunque sarà il risultato.

Per concludere, questa storia non ha fatto altro che rinforzare in me l'idea dell'Inter come di quell'amico un po' invadente che continua a chiederti cose senza mai restituirti nulla: “Ma quell'Hernanes laggiù lo usi piu?” “Ho saputo che non va molto bene col tuo Candreva, lascialo a me che ci penso io” “Senti, mi serve un difensore, non è che mi puoi regalare quel de Vrij? Tranquillo te lo lascio fino a maggio” “Ma sì, di che ti lamenti, siamo o non siamo gemellati?”...

El Trinche, campione dimenticato

Quando Diego Armando Maradona si trasferì al Newell's Old Boys durante una conferenza stampa un giornalista lo definì come ”il miglior calciatore che abbia mai giocato a Rosario”, lui lo fermò e rispose: “No ti sbagli, il miglior calciatore ha già giocato a Rosario, e il suo nome è Tomas Carlovich”. I giornalisti non capirono, molti avranno pensato: “Che cosa sta dicendo Diego? Chi è questo Carlovich?”.

Già, perché se non sei nato in Argentina, o meglio se non sei di Rosario, difficilmente conoscerai questo nome, eppure è il nome di un uomo con un talento straordinario, uno di quei talenti che Madre Natura riserva solo a pochi eletti.

Tomas Felipe Carlovich, El Trinche come tutti lo chiamavano, è nato a Rosario il 20 aprile del 1949, ultimo dei sette figli di un idraulico slavo emigrato in Argentina per cercare fortuna,  durante la sua carriera giocò in diverse squadre argentine, tra cui il Rosario Central e soprattutto il Central Cordoba e l'Independiente Rivadavia che lui stesso definì: “i più grandi amori della mia vita”, tuttavia non riuscì mai a raggiungere livelli alti, penalizzato da un carattere particolare, una sregolatezza che come spesso accade convive con il genio.

Era così avanti tecnicamente rispetto agli avversari in campo che a volte addirittura li aspettava sedendosi sul pallone, “l'ho fatto solo per avere una pausa e non per prendere in giro l'avversario” disse una volta. Il suo marchio di fabbrica era il doppio tunnel, faceva passare la palla due volte avanti e indietro tra le gambe dell'avversario, lo faceva così spesso che i tifosi erano soliti gridare dagli spalti: “Vai Trinche, facci un doppio tunnel!”.

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"Il più bel regalo che il calcio mi ha dato sono il Central Córdoba e l'Independiente Rivadavia. Io li definirei i due amori della mia vita. In entrambe le squadre ho giocato i migliori anni della mia carriera, che è durata in tutto 16 anni come professionista. Con il 'Charrúas' ho ottenuto due campionati di seconda divisione, nel 1973 e nel 1982. Gli amministratori del club mi hanno pagato un bonus speciale per i tunnel e un doppio bonus con un doppio tunnel."

Su di lui si narra un episodio curioso, nel 1974 l'Argentina gioca la sua ultima amichevole di preparazione per i Mondiali contro una squadra composta esclusivamente da calciatori nati a Rosario tra cui Mario Kempes e lo stesso Carlovich. Il primo tempo fu a senso unico, la squadra di Rosario stava dominando la partita, vinceva 3 a 0 e Tomas stava facendo quello che voleva in campo, giocava come se fosse la partita della vita, quasi a voler dimostrare che in quella nazionale doveva starci anche lui. A fine primo tempo la situazione per il c.t. argentino Vladislao Cap era così imbarazzante che si vide costretto a parlare con il collega della squadra avversaria e chiedergli di far uscire El Trinche dal campo, dopo l'uscita di Tomas l'Argentina riuscì a segnare almeno un gol e la partita finì 3 a 1.

"Sono state dette molte cose su di me, ma la maggior parte non sono vere. Una cosa vera è che non mi è mai piaciuto stare lontano dal mio quartiere, la casa dei miei genitori, il bar dove vado di solito, i miei amici e "il Vasco" Artola, che mi ha insegnato come colpire la palla quando ero un ragazzo".

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Non solo Maradona, anche altri campioni argentini sono rimasti impressionati da lui: José Pekerman lo definì come il miglior centrocampista che avesse mai visto e César Luis Menotti disse:”Carlovich è uno di quei bambini il cui unico giocattolo da quando sono nati è stata una palla, vederlo giocare è stato impressionante” e anche un giovane Marcelo Bielsa, rosarino come lui, andava spesso a vederlo giocare.

Si ritirò nel 1986 dopo sedici anni da professionista in Argentina, non raggiunse mai la nazionale e di lui non ci resta molto se non le parole di chi lo ha visto giocare e ne è rimasto incantato, voi non lo avete visto ma la prossima volta che qualcuno vi chiederà chi è il più forte giocatore argentino della storia saprete già cosa rispondere: “El Trinche!” Parola di Diego.

Sognando Zarate

Avete presente quegli amori folli, che nascono all'improvviso e che si portano dietro una passione travolgente, che sembra dover durare per sempre ma che poi però si esaurisce in poco tempo?

Se sapete di cosa sto parlando allora potrete capire come si sono sentiti molti tifosi laziali nell'estate del 2008, quando alla Lazio arrivò un calciatore argentino semisconosciuto, un certo Mauro Matias Zarate.

Per il mercato estivo il presidente Lotito, memore delle proteste dell'anno precedente, aveva in mente di regalare ai tifosi un acquisto importante in attacco. Le ricerche del neo ds Igli Tare si concentrarono sull'allora punta del Boca Juniors Rodrigo Palacio, sul quale c'era anche l'interesse del Barcellona. La trattativa, lunga ed estenuante, non si concretizzò mai, così la Lazio si vide costretta a cercare altrove. Qui arrivò uno dei primi colpi di genio dell'albanese che venne a conoscenza di questo attaccante argentino che aveva fatto una scelta di vita particolare: da giovanissimo si era lasciato attrarre dai petroldollari e si era trasferito dal Velez Sarsfield all'Al-Sadd, in Qatar, ma dopo solo un anno si era reso conto che i soldi non bastavano, per poter fare la differenza doveva arrivare in Europa. Così tra l'indifferenza dei tifosi che ancora non lo conoscevano arrivò nella capitale in prestito con un diritto di riscatto molto alto per gli standard della società, 22 milioni di euro, un giocatore che di lì a poco sarebbe entrato nel cuore di molti.

La scintilla scoccò in un giorno preciso, il 31 di agosto, prima giornata del campionato di Serie A 2008-2009, si giocava Cagliari – Lazio, alla vigilia i giornalisti riportavano un Delio Rossi molto indeciso su chi schierare in attacco, si diceva che dal primo minuto sarebbe partito Stephen Makinwa e invece all'annuncio delle formazioni ufficiali in molti rimasero sorpresi nel leggere il nome dell'argentino. La scelta fu azzeccatissima, Mauro si presentò ai suoi nuovi tifosi con una doppietta, prima un rigore che segnò quasi per caso, mentre cadeva, poi un pallonetto che sorprese il portiere del Cagliari e contribuì al 2 a 4 finale per la Lazio.

La settimana successiva si ripeté contro la Sampdoria, segnò con un tiro a giro da fuori area che diventò il suo marchio di fabbrica nel corso della stagione.

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Due gol soprattutto rimasero impressi nei cuori dei tifosi, quello nel derby di ritorno, vinto 4-2, quando come disse Guido De Angelis tirò “da sotto casa all'incrocio dei pali” e quello in finale di Coppa Italia ancora contro la Samp, vinta poi ai rigori.

I colpi di Maurito, i suoi dribbling, i suoi gol per un po' riportarono  i tifosi indietro nel tempo a quando erano abituati a ben altri protagonisti e a ben altri traguardi, l'innamoramento collettivo fu così inevitabile.

L'estate successiva il presidente Lotito si vide costretto a fare uno sforzo economico notevole, il più alto della sua presidenza e a pagare il riscatto, non senza cercare una mediazione con i qatarioti prima, resta indelebile l'immagine del presidente che cercava di abbonire gli sceicchi sfidandoli a biliardino.

Ma poi qualcosa andò storto, al posto di Delio Rossi arrivò Ballardini e il cambio di allenatore non giovò a Maurito che non riuscì più a ripetere i colpi dell'anno precedente; ben presto finì nel mirino della critica per il suo gioco, spesso fine a se stesso e poco incline al dialogo con i compagni. La stagione scivolò via così, tra una critica e l'altra e neanche l'arrivo di Edy Reja riuscì a risollevare l'attaccante, in una delle stagioni più brutte dei biancocelesti negli ultimi anni, conclusasi con una salvezza conquistata alla penultima giornata.

La stagione successiva le critiche non si fermarono e anche se mise a segno 9 gol in campionato (il primo anno ne fece 13) negli ultimi giorni del mercato estivo del 2011 fu ceduto in prestito all'Inter e le proteste dei tifosi non furono neanche troppo accese.

Neanche Milano però fu d'aiuto all'argentino che tornato alla Lazio passò una stagione tra panchina e tribuna finché non decise che era tempo di tornare alle origini, in Argentina, nella squadra che lo aveva cresciuto, il Velez.

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Da lì ha alternato stagioni buone a stagioni pessime, è tornato in Europa, in Inghilterra, poi anche in Italia, dove ha giocato una stagione da comprimario nella Fiorentina, per ritornare ancora in Inghilterra, ancora in Medio Oriente, e infine per la terza volta al Velez dove si trova ora.

Qualche settimana fa ha dichiarato che sarebbe un sogno per lui tornare alla Lazio e per un attimo gli occhi dei tifosi laziali hanno brillato, perché i colpi di fulmine producono amori travolgenti, che magari non durano molto ma che poi in fondo non si dimenticano mai. Amori che non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.

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