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Gianluca Di Mario

Gianluca Di Mario

Nato nel 1994 sotto il segno dell'aquila, e non poteva essere altrimenti vivendo nel paese di Alessandro
Nesta. Ha fatto appena in tempo a vedere l'epopea Cragnotti, prima di innamorarsi dei colori biancocelesti
nei primi anni lotitiani, quelli dei 9 in un giorno e di Paolo Di Canio. Scrive di calcio e dintorni per
passione su ilCatenaccio.it grazie. Per gli amici, un soprannome straordinario, no che dico straorDiMario.

 

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Ma che bella la Serie A: Ronaldo alla Juventus, le milanesi che ricominciano a spendere e i milioni che tornano a girare. Tutto molto bello, ma basta alzare un po' il tappetto per scoprire che sotto non c'è solo un po' di polvere ma una vera e propria tempesta.

Oltre la siepe che racchiude l'oasi felice della Serie A, il sistema calcio italiano è nel caos più totale.

Come ogni estate nelle leghe minori abbiamo assistito ad una moria incontrollata di società che non sono più in grado di sostenere costi elevati senza adeguati ritorni. Ma se gli anni scorsi si era riusciti a mettere qualche pezza, quest'anno la situazione si è fatta più complicata. In Serie B, ben tre società storiche come Bari, Cesena e Avellino non sono riuscite a iscriversi e dovranno ripartire dai dilettanti, in Serie C non ce l'hanno fatta Fidelis Andria, Mestre e Reggiana, mentre il Bassano si è fuso con il Vicenza. Pronti dunque i ripescaggi: per la C ecco Cavese, Imolese e Juventus U23, la prima e finora unica squadra riserve ammessa dopo la riforma voluta dalla FIGC lo scorso anno.

Per la B invece... nessuna, niente ripescaggi. È questa la decisione a cui è giunta la Lega B dopo che la situazione si era ingarbugliata più di quanto non lo fosse. Inizialmente infatti per il ripescaggio sembravano in vantaggio Ternana, Pro Vercelli e Virtus Entella, ma una decisione del TFN, il tribunale federale, ha ribaltato tutto, annullando la norma che prevedeva l'esclusione dalle graduatorie per i ripescaggi delle squadre con provvedimenti giudiziari o finanziari a loro carico negli ultimi 3 anni.

Ecco così che sono balzate in testa Catania, Novara e Robur Siena. Le altre squadre ovviamente non sono rimaste a guardare annunciando il ricorso e così tra marce indietro e contro ricorsi la data per una decisione finale si è vista slittare fino al 7 settembre. La Lega B ha quindi deciso di sua iniziativa di sospendere i ripescaggi e stilare un calendario a 19 squadre, con il Coni che però ha avanzato più di qualche dubbio sulla liceità della decisione.

Nel frattempo anche la lega C è in attesa di scoprire se deve sostituire altre squadre o no, perciò ha rimandato l'inizio del campionato a settembre, con in vista anche un possibile sciopero dell'asso-calciatori.

Se guardiamo al calcio femminile poi la situazione non è più rosea: sebbene ci sia finalmente un deciso interesse da parte dei club maschili che stanno puntando sulle ragazze iscrivendo una loro sezione nel campionato di categoria, unito al successo della nazionale che è riuscita a qualificarsi ai Mondiali vincendo tutte le gare del proprio girone di qualificazione, al livello istituzionale è di nuovo caos. La gestione del campionato infatti è tornata alla Lega Dilettanti, dopo che negli ultimi anni era stata in mano alla FIGC, che ha presentato ricorso e anche qui il rischio sciopero è concreto.

Insomma la Serie A si appresta ad iniziare ma le fondamenta non sono così solide e senza un adeguato intervento di consolidamento l'intero palazzo rischia di crollare. In attesa di un ingegnere, godiamoci Cristiano Ronaldo e facciamo finta di niente.

De Vrij non è superman

In questi giorni di fuoco per la lotta al quarto posto c'è una domanda che il mondo Lazio e non solo continua a farsi: de Vrij deve giocare contro l'Inter?

Se qualcuno mi avesse fatto questa domanda prima della partita col Crotone la mia risposta sarebbe stata un no categorico, ma la prestazione dell'olandese contro i calabresi qualche dubbio me lo ha messo. Avrà anche salvato il risultato con una respinta sulla linea a portiere battuto, ma il Crotone non è l'Inter e ci sono alcuni motivi che mi spingono a propendere ancora per il no.

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Stiamo parlando di un professionista che fino ad oggi ha sempre dimostrato di voler onorare la maglia fino alla fine, non metto in dubbio infatti la sua onestà e sono convinto che se scenderà in campo lo farà mettendoci il massimo impegno possibile. Ma il motivo principale per cui non lo farei giocare è un altro, è molto semplice e si può riassumere così: “de Vrij non è Superman”. Già, non è l'uomo d'acciaio, è un comune essere umano come tutti noi e come tutti noi sentirà una fortissima pressione, sarà in grado di gestirla?

Non è una cosa da tutti i giorni giocare una partita sapendo che se la squadra nella quale giocherai nella prossima stagione perde non andrà in Champions League e ci andrà invece la squadra che lasci perché volevi qualcosa in più dalla tua carriera. Basta un attimo di distrazione, una piccola indecisione, una scivolata in più o una in meno a fare la differenza. E poi che succede? Critiche, polemiche e una pessima conclusione per un'avventura che nonostante tutto ha portato soddisfazioni al giocatore e ai tifosi della Lazio.

Comunque sia non sta a me, e menomale che è così, ma all'allenatore decidere se varrà la pena correre questo rischio, le ultime da Fomello raccontano di un Inzaghi molto indeciso, togliendo l'olandese si priverebbe del più forte difensore che ha in rosa e probabilmente scioglierà le riserve solo a poche ore dal fischio d'inizio dopo averne discusso col calciatore.

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Resta il fatto che la colpa di questa assurda situazione non è di de Vrij o comunque non solo. Il giocatore infatti già sapeva da tempo quale sarebbe stato il suo destino, allora sarebbe il caso di cercare tra chi ha scelto di divulgare la notizia dell'ufficialità proprio a pochi giorni da Lazio – Inter, un tempismo eccezionale che non ha fatto altro che inasprire ancora di più i toni per una partita che si figurava già parecchio tesa di conto suo.

A questi miei dubbi potrà rispondere solo il campo, chissà magari Stefan segnerà il gol (o l'autogol?...) decisivo e fine della questione, oppure rimarrà in panchina, pronto a cambiare casacca a fine gara, qualunque sarà il risultato.

Per concludere, questa storia non ha fatto altro che rinforzare in me l'idea dell'Inter come di quell'amico un po' invadente che continua a chiederti cose senza mai restituirti nulla: “Ma quell'Hernanes laggiù lo usi piu?” “Ho saputo che non va molto bene col tuo Candreva, lascialo a me che ci penso io” “Senti, mi serve un difensore, non è che mi puoi regalare quel de Vrij? Tranquillo te lo lascio fino a maggio” “Ma sì, di che ti lamenti, siamo o non siamo gemellati?”...

El Trinche, campione dimenticato

Quando Diego Armando Maradona si trasferì al Newell's Old Boys durante una conferenza stampa un giornalista lo definì come ”il miglior calciatore che abbia mai giocato a Rosario”, lui lo fermò e rispose: “No ti sbagli, il miglior calciatore ha già giocato a Rosario, e il suo nome è Tomas Carlovich”. I giornalisti non capirono, molti avranno pensato: “Che cosa sta dicendo Diego? Chi è questo Carlovich?”.

Già, perché se non sei nato in Argentina, o meglio se non sei di Rosario, difficilmente conoscerai questo nome, eppure è il nome di un uomo con un talento straordinario, uno di quei talenti che Madre Natura riserva solo a pochi eletti.

Tomas Felipe Carlovich, El Trinche come tutti lo chiamavano, è nato a Rosario il 20 aprile del 1949, ultimo dei sette figli di un idraulico slavo emigrato in Argentina per cercare fortuna,  durante la sua carriera giocò in diverse squadre argentine, tra cui il Rosario Central e soprattutto il Central Cordoba e l'Independiente Rivadavia che lui stesso definì: “i più grandi amori della mia vita”, tuttavia non riuscì mai a raggiungere livelli alti, penalizzato da un carattere particolare, una sregolatezza che come spesso accade convive con il genio.

Era così avanti tecnicamente rispetto agli avversari in campo che a volte addirittura li aspettava sedendosi sul pallone, “l'ho fatto solo per avere una pausa e non per prendere in giro l'avversario” disse una volta. Il suo marchio di fabbrica era il doppio tunnel, faceva passare la palla due volte avanti e indietro tra le gambe dell'avversario, lo faceva così spesso che i tifosi erano soliti gridare dagli spalti: “Vai Trinche, facci un doppio tunnel!”.

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"Il più bel regalo che il calcio mi ha dato sono il Central Córdoba e l'Independiente Rivadavia. Io li definirei i due amori della mia vita. In entrambe le squadre ho giocato i migliori anni della mia carriera, che è durata in tutto 16 anni come professionista. Con il 'Charrúas' ho ottenuto due campionati di seconda divisione, nel 1973 e nel 1982. Gli amministratori del club mi hanno pagato un bonus speciale per i tunnel e un doppio bonus con un doppio tunnel."

Su di lui si narra un episodio curioso, nel 1974 l'Argentina gioca la sua ultima amichevole di preparazione per i Mondiali contro una squadra composta esclusivamente da calciatori nati a Rosario tra cui Mario Kempes e lo stesso Carlovich. Il primo tempo fu a senso unico, la squadra di Rosario stava dominando la partita, vinceva 3 a 0 e Tomas stava facendo quello che voleva in campo, giocava come se fosse la partita della vita, quasi a voler dimostrare che in quella nazionale doveva starci anche lui. A fine primo tempo la situazione per il c.t. argentino Vladislao Cap era così imbarazzante che si vide costretto a parlare con il collega della squadra avversaria e chiedergli di far uscire El Trinche dal campo, dopo l'uscita di Tomas l'Argentina riuscì a segnare almeno un gol e la partita finì 3 a 1.

"Sono state dette molte cose su di me, ma la maggior parte non sono vere. Una cosa vera è che non mi è mai piaciuto stare lontano dal mio quartiere, la casa dei miei genitori, il bar dove vado di solito, i miei amici e "il Vasco" Artola, che mi ha insegnato come colpire la palla quando ero un ragazzo".

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Non solo Maradona, anche altri campioni argentini sono rimasti impressionati da lui: José Pekerman lo definì come il miglior centrocampista che avesse mai visto e César Luis Menotti disse:”Carlovich è uno di quei bambini il cui unico giocattolo da quando sono nati è stata una palla, vederlo giocare è stato impressionante” e anche un giovane Marcelo Bielsa, rosarino come lui, andava spesso a vederlo giocare.

Si ritirò nel 1986 dopo sedici anni da professionista in Argentina, non raggiunse mai la nazionale e di lui non ci resta molto se non le parole di chi lo ha visto giocare e ne è rimasto incantato, voi non lo avete visto ma la prossima volta che qualcuno vi chiederà chi è il più forte giocatore argentino della storia saprete già cosa rispondere: “El Trinche!” Parola di Diego.

Sognando Zarate

Avete presente quegli amori folli, che nascono all'improvviso e che si portano dietro una passione travolgente, che sembra dover durare per sempre ma che poi però si esaurisce in poco tempo?

Se sapete di cosa sto parlando allora potrete capire come si sono sentiti molti tifosi laziali nell'estate del 2008, quando alla Lazio arrivò un calciatore argentino semisconosciuto, un certo Mauro Matias Zarate.

Per il mercato estivo il presidente Lotito, memore delle proteste dell'anno precedente, aveva in mente di regalare ai tifosi un acquisto importante in attacco. Le ricerche del neo ds Igli Tare si concentrarono sull'allora punta del Boca Juniors Rodrigo Palacio, sul quale c'era anche l'interesse del Barcellona. La trattativa, lunga ed estenuante, non si concretizzò mai, così la Lazio si vide costretta a cercare altrove. Qui arrivò uno dei primi colpi di genio dell'albanese che venne a conoscenza di questo attaccante argentino che aveva fatto una scelta di vita particolare: da giovanissimo si era lasciato attrarre dai petroldollari e si era trasferito dal Velez Sarsfield all'Al-Sadd, in Qatar, ma dopo solo un anno si era reso conto che i soldi non bastavano, per poter fare la differenza doveva arrivare in Europa. Così tra l'indifferenza dei tifosi che ancora non lo conoscevano arrivò nella capitale in prestito con un diritto di riscatto molto alto per gli standard della società, 22 milioni di euro, un giocatore che di lì a poco sarebbe entrato nel cuore di molti.

La scintilla scoccò in un giorno preciso, il 31 di agosto, prima giornata del campionato di Serie A 2008-2009, si giocava Cagliari – Lazio, alla vigilia i giornalisti riportavano un Delio Rossi molto indeciso su chi schierare in attacco, si diceva che dal primo minuto sarebbe partito Stephen Makinwa e invece all'annuncio delle formazioni ufficiali in molti rimasero sorpresi nel leggere il nome dell'argentino. La scelta fu azzeccatissima, Mauro si presentò ai suoi nuovi tifosi con una doppietta, prima un rigore che segnò quasi per caso, mentre cadeva, poi un pallonetto che sorprese il portiere del Cagliari e contribuì al 2 a 4 finale per la Lazio.

La settimana successiva si ripeté contro la Sampdoria, segnò con un tiro a giro da fuori area che diventò il suo marchio di fabbrica nel corso della stagione.

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Due gol soprattutto rimasero impressi nei cuori dei tifosi, quello nel derby di ritorno, vinto 4-2, quando come disse Guido De Angelis tirò “da sotto casa all'incrocio dei pali” e quello in finale di Coppa Italia ancora contro la Samp, vinta poi ai rigori.

I colpi di Maurito, i suoi dribbling, i suoi gol per un po' riportarono  i tifosi indietro nel tempo a quando erano abituati a ben altri protagonisti e a ben altri traguardi, l'innamoramento collettivo fu così inevitabile.

L'estate successiva il presidente Lotito si vide costretto a fare uno sforzo economico notevole, il più alto della sua presidenza e a pagare il riscatto, non senza cercare una mediazione con i qatarioti prima, resta indelebile l'immagine del presidente che cercava di abbonire gli sceicchi sfidandoli a biliardino.

Ma poi qualcosa andò storto, al posto di Delio Rossi arrivò Ballardini e il cambio di allenatore non giovò a Maurito che non riuscì più a ripetere i colpi dell'anno precedente; ben presto finì nel mirino della critica per il suo gioco, spesso fine a se stesso e poco incline al dialogo con i compagni. La stagione scivolò via così, tra una critica e l'altra e neanche l'arrivo di Edy Reja riuscì a risollevare l'attaccante, in una delle stagioni più brutte dei biancocelesti negli ultimi anni, conclusasi con una salvezza conquistata alla penultima giornata.

La stagione successiva le critiche non si fermarono e anche se mise a segno 9 gol in campionato (il primo anno ne fece 13) negli ultimi giorni del mercato estivo del 2011 fu ceduto in prestito all'Inter e le proteste dei tifosi non furono neanche troppo accese.

Neanche Milano però fu d'aiuto all'argentino che tornato alla Lazio passò una stagione tra panchina e tribuna finché non decise che era tempo di tornare alle origini, in Argentina, nella squadra che lo aveva cresciuto, il Velez.

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Da lì ha alternato stagioni buone a stagioni pessime, è tornato in Europa, in Inghilterra, poi anche in Italia, dove ha giocato una stagione da comprimario nella Fiorentina, per ritornare ancora in Inghilterra, ancora in Medio Oriente, e infine per la terza volta al Velez dove si trova ora.

Qualche settimana fa ha dichiarato che sarebbe un sogno per lui tornare alla Lazio e per un attimo gli occhi dei tifosi laziali hanno brillato, perché i colpi di fulmine producono amori travolgenti, che magari non durano molto ma che poi in fondo non si dimenticano mai. Amori che non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.

Durante alcuni viaggi nel Sud-Est asiatico nel corso degli anni '80 l'imprenditore austriaco Dietrich Mateschitz si accorge di una bevanda energetica molto popolare da quelle parti, la Krating Daeng (parola che, letteralmente, sta per tori rossi), e di come sia utile per affrontare il jet lag. Senza pensarci due volte se la porta in Austria e fonda una sua azienda per commercializzarla, la Red Bull.

Inizia con un viaggio in Asia e con un intuizione la storia della bevanda con le ali. La società in poco tempo cresce fino a diventare una multinazionale e Mateschitz, grande appassionato di sport, si rende conto che quest'ultimo è un grandissimo canale di pubblicità per la sua bevanda, molto più di quelli tradizionali. Per questo motivo la Red Bull a cavallo degli anni 2000 inizia a investire pesantemente nello sport, nelle discipline più disparate: dalla Formula 1 allo snowboard, dal windsurf agli sport estremi, dall'hockey al calcio.

Nel 2005 rileva la società storica della sua città, l'Austria Salisburgo, che al tempo vantava 4 campionati e 3 supercoppe d'Austria, e la trasforma: cambia colori sociali, dal blu al bianco e rosso, e cambia il nome da Austria a Red Bull Salisburgo. La trasforma così tanto che i tifosi non ci stanno, non si riconoscono più in una squadra che ormai vedono come altro rispetto alla loro tradizione e decidono di creare un collettivo per ripartire con una nuova Austria Salisburgo dalle serie inferiori. Poi però arrivano i successi, anche in campo calcistico per Mateschitz: 7 campionati, di cui gli ultimi 4 consecutivi e 5 coppe d'Austria e con essi arrivano anche nuovi tifosi.

L'esperienza austriaca funziona così bene che l'azienda decide di investire ancora nel calcio, fino al punto di creare una rete di squadre in tutto il mondo, tutte con lo stesso nome, tutte con gli stessi colori sociali e tutte con il logo della Red Bull in bella vista al centro della maglia. In pochi anni nascono la Red Bull Ghana, la Red Bull Brazil e i Red Bulls di New York, che hanno contribuito a far crescere l'interesse per il calcio in un paese tradizionalmente avverso come gli Stati Uniti grazie all'acquisto di giocatori del calibro di Thierry Henry o Shaun Wright-Phillips.

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Mateschitz è un fiume in piena, fiuta l'affare e progetta di allargarsi sempre di più: nel 2009 la presenza del solo Salisburgo in Europa comincia a stare stretta all'azienda che, per poter veramente contare qualcosa nel panorama del calcio europeo, capisce di dover rivolgere lo sguardo verso un campionato più importante della Bundesliga austriaca.

Il terreno ideale per questa nuova espansione viene individuato nella Germania e come città in cui investire viene scelta Lipsia, dove la prima squadra, il Lokomotive non naviga in buone acque e il bacino d'udienza potenziale è enorme.

La Federcalcio tedesca però non ammette sponsorizzazioni nel nome societario, a meno di collaborazioni a lungo termine (vedi Bayer Leverkusen) e la Red Bull deve escogitare un espediente per poter inserire in qualche modo il proprio nome in quello del club. Si inventa così, un fantasioso quanto originale Rasenballsport (letteralmente sport della palla che rotola) Lipsia, abbreviato RB Lipsia e il gioco è fatto.

Il Lipsia in pochi anni riesce a raggiungere la massima serie e nella sua stagione d'esordio, quella scorsa, sfiora l'impresa di vincere il campionato, arriva al secondo posto e conquista l'accesso alla Champions League.

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La rapida ascesa della squadra tedesca, però, non passa inosservata nei palazzi del potere della Uefa: per la prima volta infatti si sarebbero potute affrontare nella stessa competizione europea due squadre dello stesso proprietario. Le stanze del potere provano a metterci una pezza. Il Salisburgo viene costretto per le gare europee a cambiare il proprio stemma e a far sparire quel marchio, diventato parecchio scomodo, dal proprio nome, mentre la proprietà del Lipsia viene separata dalla società madre e sulla carta la Red Bull rimane solo come sponsor.

Resta evidente però che ciò non basta a togliere i dubbi sulla regolarità di un'eventuale scontro tra i due club. Per adesso ad aiutare la Uefa ci ha pensato il fato, i sorteggi dei sedicesimi, degli ottavi e dei quarti di Europa League, che hanno rimandato lo scontro in famiglia a chissà quando. E c'è da giurarsi che, nei giorni dei sorteggi, qualcuno sentiva tirare diversi sospiri di sollievo nei dintorni di Nyon. Ma se alla fine non sarà quest'anno, potrà essere quello prossimo o quello dopo ancora. Insomma, se si vogliono evitare particolari  imbarazzi serve un intervento più risolutivo di quello attuale.

E guarda caso il Salisburgo, sulle ali della Red Bull ma sconfitto all'andata 4-2, si appresta ad affrontare la Lazio. E, a proposito di imbarazzi, aspettiamo di vedere la sfida tra biancocelesti e Salernitana in Coppa Italia.

A.A.A. Campione del Mondo offresi

Capita che un giorno ti svegli e ti ritrovi senza lavoro a 37 anni. Capita che hai giocato nel Milan e in Germania, nel Palermo, nel Parma. Capita pure che sei un campione del mondo ma nessuno vuole offrirti un contratto. Capita che ti sei stancato di stare dietro a procuratori e commissioni ma la voglia di giocare a pallone è rimasta intatta, allora cosa fai? Semplice, vai su internet e ti iscrivi a Linked-in, il social network del lavoro, scrivi un bel curriculum e aspetti che qualcuno lo legga.

Capita che sei un dirigente di una squadra maltese, capita che ti serve un giocatore di esperienza per rinforzare la tua squadra, capita che un giorno ti svegli, controlli il tuo social preferito e leggi: 

“Cristian Zaccardo, 37 anni, esperienza ventennale nel settore, buona conoscenza del tedesco, un campionato del mondo, un campionato d'Europa under-21, un argento ai giochi del Mediterraneo e una Bundesliga vinta a dimostrazione del lavoro svolto. Astenersi perditempo.”

Allora cosa fai? Semplice, lo contatti via e-mail e gli offri un contratto.

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Più o meno è così che è iniziata l'avventura di Cristian Zaccardo all'Hamrun Rovers, società di Malta che lo ha ingaggiato lo scorso ottobre dopo che il calciatore si era iscritto su Linked-in per trovare una nuova squadra. “Qui sono stato contattato con le offerte più disparate – ha raccontato - dall'America all'Australia, passando per Olanda, Canada e Grecia. Ma l'Hamrun Spartans Football Club mi ha fatto un'offerta più interessante. L'idea di poter essere uno dei registi di un cambiamento epocale nel BOV Premier League mi ha spinto ad accettare; ciò non accadrà in una notte, ci sarà tanto lavoro e impegno da parte mia e di tutta la squadra come sempre”. Lo ha fatto un po' per gioco, un po' per trovare un metodo alternativo ai canali tradizionali, ed ha funzionato bene se, come ha dichiarato lui stesso lo hanno contattato club da tutto il mondo ed è riuscito a crearsi una rete di contatti che gli sarà utile anche in futuro quando vorrà appendere gli scarpini al chiodo e iniziare una nuova carriera da talent scout o direttore sportivo. Poteva trasferirsi in campionati esotici, in Medio Oriente o in Australia ma alla fine l'offerta che lo ha convinto di più è arrivata da un’isoletta del Mediterraneo neanche troppo lontana da quell’altra isola, un po' più grande, che lo ha visto consacrarsi in Serie A e che lo ha portato al Mondiale di Germania del 2006. Il livello lì non è alto, ma abbastanza per continuare a giocare senza troppi stress e avere la possibilità di cominciare a pensare al futuro dopo il campo. Infatti, l'idea che ha avuto la società maltese e che ha convinto Cristian è quella di rilanciare l'entusiasmo sull'isola e far avvicinare i giovani al calcio grazie all'aiuto e all'esperienza di un campione del mondo. Anzi, del primo campione del mondo a giocare nella Bov Premier League, la prima serie maltese.

L'Hamrun si trova attualmente a metà classifica. Ottavo posto, abbastanza lontano sia dalla zona retrocessione che da quella europea da poter tirare i remi in barca e divertirsi. 13 presenze per Zaccardo, condite da ben 3 reti. Non sarà Berlino, ma in fondo cosa importa?

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Un giocatore, due cognomi e una classe superiore

Firenze, 25 luglio 2015, il giovane serbo Sergej Milinkovic-Savic si trova nella sede della Fiorentina, sta per firmare un contratto che lo legherà ai viola per le prossime stagioni. Mentre è lì con la penna in mano, si ferma e all'improvviso cambia idea, scoppia in lacrime ed esclama in inglese: “Scusate non posso farlo, non posso davvero...”. A questo punto il direttore sportivo della Fiorentina Daniele Pradè si indispettisce, blocca tutto e manda via il ragazzo. Il giorno dopo alla stampa dice queste parole: “Sergej ci ha chiesto di sostenere le visite mediche per poi parlare con la fidanzata e decidere, per noi però questo non va bene e se ha delle situazioni extra-calcistiche da risolvere allora ci tiriamo indietro e diciamo basta”. Nei giorni successivi la Lazio, che aveva già trattato con il Genk, suo club di provenienza, e con il calciatore, si rifà sotto e riesce a chiudere la trattativa. Sergej stavolta non ha ripensamenti e firma il contratto.

Con questo episodio, che sembra uscito direttamente da un film americano e che probabilmente Pradè continua a sognare la notte, inizia la storia italiana di Milinkovic-Savic, un giocatore, due cognomi e una classe superiore che gli hanno permesso in poco più di due anni di imporsi come uno dei migliori centrocampisti in Italia e in Europa.

In queste due stagioni e mezza con la maglia biancoceleste Sergej ha fatto vedere a tutti di cosa è capace: dall'alto dei suoi 191 cm (l'altezza è una dote di famiglia: il padre ex calciatore è alto 190 cm, il fratello Vanja, portiere del Torino, 202 cm e la madre era una giocatrice professionista di basket) riesce a vincere facilmente i duelli con gli avversari. Alla potenza però unisce anche una buona tecnica che lo porta spesso a provare il dribbling e spingersi in attacco dove ha lasciato il segno più di qualche volta: alla fine del girone d'andata ha già messo a segno 9 gol in campionato e 2 in Europa League eguagliando il suo primato di reti stagionali registrato lo scorso anno.

Deve molto della sua crescita a un allenatore attento e capace come Simone Inzaghi che ha fatto di lui l'elemento imprescindibile del centrocampo e ha trovato la posizione più adatta a lui: dietro a Ciro Immobile, in coppia con un altro calciatore che in questa stagione sta dimostrando di avere un valore importante, Luis Alberto.

Con numeri così, le sue prestazioni non stanno di certo passando inosservate. Lotito lo sa bene e non ha perso tempo rinnovandogli il contratto e chiudendo con 9 milioni di Euro una questione rimasta in sospeso con il Genk, che avrebbe avuto il diritto al 50% su una futura rivendita del calciatore. Mossa astuta se si pensa che le ultime voci di corridoio parlavano di un'offerta di ben 170 milioni proveniente dagli sceicchi del PSG: che le voci siano vere o no, il suo valore non è molto lontano e quasi sicuramente Sergej sarà al centro delle trattative del mercato estivo.

E chissà se anche nella sede di un top club europeo scoppierà a piangere e rinuncerà al contratto per rimanere alla Lazio.

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