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Redazione

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Enrico Ricky Albertosi, campione d'Europa nel 68 e vicecampione del Mondo nel 70 con la maglia azzurra, ha parlato ai microfoni di atuttocalcio.it dei Mondiali di Russia 2018, soffermandosi in particolar modo sui portieri.

Tra rigori parati e grandi papere sembra proprio la loro competizione anche se, per Albertosi, sono tutti, o quasi, "scarsi, veramente molto scarsi. Finora non mi ha impressionato nessuno, nemmeno Neuer, che comunque rientrava da un lungo infortunio. Che poi, se ci pensi bene, i portieri non sono nemmeno granché impegnati. Grandi parate non ne ho viste. Quindi subiscono quel gol ogni due-tre tiri, che magari si poteva evitare, e fanno la figura dei fessi. Almeno fino adesso è stato così…". Nessuno ha brillato agli occhi dell'ex numero 1 di Milan, Fiorentina e Cagliari, nemmeno Alisson: "Alisson sta giocando benissimo, questo è indubbio, infatti lo vogliono un po’ tutti, Real Madrid, Chelsea, Liverpool. Ma sta venendo fuori ora, perché gioca nel nostro calcio. Il Brasile non ha una grande scuola di portieri, non ha tradizione, può succedere che vengano fuori quelle annate perfette, in cui esce il portiere straordinario. Guarda Dida, favoloso, eccezionale, poi è scomparso. Ci sono stagioni straordinarie, in cui tutto va bene, ma se non hai qualità finisci con un attimo".

Albertosi si è lasciato poi andare ad alcune considerazioni sull'interpretazione del ruolo: "Io onestamente giocavo nel modo in cui giocano oggi già negli anni 70. Ero arrivato al Milan nel ’74, tre anni dopo ecco che arriva Nils Liedholm. È l’allenatore che ho amato più di tutti, uomo prima che tecnico. Voleva che giocassi fuori dai pali, bello avanti. A volte prendevo qualche gol stupido, proprio per questo, i tifosi fischiavano e i giornali mi attaccavano. Ma erano più le volte che salvavo situazioni complicate. Ho anticipato i tempi giocando in quella maniera. Poi quando hanno messo la regola che il portiere non poteva toccare la palla con le mani, su retropassaggio, era costretto a giocare fuori, ma io lo facevo già da anni".

Infine, nella sua intervista per atuttocalcio.it, Albertosi parla del futuro della nazionale italiana: "Beh, se le nazionali sono queste che abbiamo visto, penso che l’Italia, una volta che Mancini ha amalgamato la squadra, possa competere con tutti. Guarda la Svezia cosa ha fatto nel girone, se c’eravamo noi non lo passavamo? Ma certo che si e chissà dove saremmo arrivati. Io finora non ho visto un gran gioco, tranne qualche eccezione. Per gli Europei c’è da lavorare, ma possiamo essere ottimisti. Potenzialmente Donnarumma è l’erede di Buffon. Deve continuare a lavorare, ma attenzione a Perin, che sta insediando il posto. Ora è alla Juve, dove davanti ha Szczesny, ma lì può crescere tanto. Si giocheranno loro due il posto.

Il calcio è di chi lo paga

Non è questione di essere nostalgici. Il mondo della comunicazione, e così quello della televisione, sono in eterno divenire e ci si deve fare i conti, aggiornarsi e rimanere al passo. Non è questione nemmeno di essere attaccati a piccole gioie artistiche come Jack Trombey e il suo Pancho, Herb Alpert e il suo Taste of Honey. Non è solo un discorso di immagini sacre e di immaginario popolare, di radioline e di "Attenzione Ameri..", di pomeriggi sul divano ad aspettare che un gol prendesse forma. Quello che sta succedendo in Italia, con l'assegnazione dei diritti televisivi, è una questione di soldi e di rispetto.

I soldi, sono quelli della Lega. 1,1 miliardi in totale, divisi per tre diversi pacchetti in cui saranno divise le partite: tre il sabato, sei la domenica, una il lunedì sera. Il pezzo principale è quello che prevede 114 eventi, per un’offerta minima a stagione di 452 milioni di euro. Il pacchetto 6 prevede invece 152 eventi con prezzo minimo di 408 milioni e il pacchetto 7 riguarda 114 eventi a 240 milioni. Nessun operatore (fin qui gli interessati sono Mediapro, Sky, Perform, Mediaset, Tim e Italia Way) potrà acquistarli tutti. Ci saranno quindi due detentori dei diritti tv e, salvo accordi di ritrasmissione, i tifosi dovranno sottoscrivere due diversi abbonamenti per vedere le partite della propria squadra.

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Ma non finisce qui. Nel bando stipulato dalla Lega Calcio si legge che gli highlights e i gol delle partite di Serie A non saranno più trasmessi in televisione, in chiaro, prima delle ore 22.00 di domenica. Sul web, invece, sarà possibile vedere le immagini delle partite tre ore dopo la fine del match ma solo grazie ad un pacchetto apposito, Digital Plus, i cui diritti saranno presto banditi.

A queste condizioni probabilmente scompariranno programmi come 90 Minuto e il Sabato della DS. Una questione sulla quale la Rai ha già preso posizione: "Gli interessi economici dei club di calcio passano sopra a ogni interesse dei cittadini che hanno il diritto di godersi lo sport, anche sulla tv pubblica. Chiediamo alla Lega Calcio un urgente ripensamento".

Cattura

Il bando della Lega andrebbe così a cancellare la possibilità, per i milioni di tifosi italiani che non possono permettersi una pay tv, di vedere i gol della loro squadra. È il calcio moderno, bellezza. Si può fermare? No, ma qualcosa, comunque, si può fare. Chi può permettersi il doppio satellite, all'abbonamento per il divano preferisca quello per lo stadio. Chi non può permetterselo riprenda in mano la radiolina. Invece di vederla da casa, riempite la curva. E per le partite in trasferta, scendete al bar, tornate nei club. A chi vi vuole chiusi in casa, rispondete andando allo stadio. E le società stiano veramente dalla parte dei tifosi. Prezzi popolari per i settori popolari, cento euro in meno ad abbonamento ma mille abbonati in più. Solo così qualcosa potrà veramente cambiare.

Solo così il calcio tornerà alla gente, solo così il calcio sarà veramente di chi lo ama.

Il nuovo Governo calcistico

 

Giorni di giuramenti, di nomi, di veti, di ministri e di presidenti. E se dovessimo creare un governo della nazione con sli esponenti del calcio italiano? Noi l'abbiamo pensato così

  • PRESIDENTE DEL CONSIGLIO: ANTONIO CONTE

Ovviamente, neanche a dirlo. Se nella realtà c'è Giuseppe, noi ci affidiamo ad Antonio. Capacità di spremere le risorse, di risolevvare una squadra, di portare successi. Chi meglio di lui?

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  • MINISTRO PER IL LAVORO: ZDENEK ZEMAN

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  • MINISTRO DELLA DIFESA: PAOLO MALDINI

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  • MINISTRO DEGLI INTERNI: GIANLUIGI BUFFON

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  • MINISTRO PER IL SUD: LORENZO INSIGNE

  • MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI: GIOVANNI TRAPATTONI

  • MINISTRO DELLA GIUSTIZIA: MARCO MATERAZZI

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  • MINISTRO DELL'ECONOMIA: MINO RAIOLA

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  • MINISTRO DELLE POLITICHE AGRICOLE: ALBERTO MALESANI

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  • MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE: GAETANO LETIZIA

  • MINISTRO DEI BENI CULTURALI E DEL TURISMO: CHRISTIAN VIERI

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  • MINISTRO PER LE POLITICHE EUROPEE: CARLO ANCELOTTI

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  • MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE: ANTONIO CASSANO

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  • MINISTRO DELLA SALUTE: GIORGIO CHIELLINI

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Ci vogliono nemmeno due ore di macchina da Livorno a Figline Valdarno. 130 km di strada che dividono il mare tirreno e l'entroterra fiorentino, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, i due allenatori che domenica sera si giocheranno un pezzo di sogno e di realtà, una fetta di scudetto.

Tra le colline toscane, il tecnico azzurro ci è finito dopo tre anni a Bagnoli, vicino Napoli, dove è nato. Figlio di un gruista di stanza nella città partenopea, ottimo ciclista, nipote di un partigiano che recuperava i piloti americani abbattuti in val d'Arno. Il resto della storia è fissato ormai nella retorica e nell'immaginario sportivo: la banca, la terza catgoria, i modi rudi.
Questo è Maurizio Sarri, la tuta, la sigaretta in bocca, lo sguardo torvo, cupo.

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L'altro invece, è la giacca e la cravatta, il volto pulito e sbarbato, il sorriso sornione, navigato. Massimiliano Allegri, cresciuto in una famglia di operai, il padre scaricatore di porto, la madre infermiera. Faccia da bischero, "ma posso spiegare" dice. Dalla fuga dall'altare a ventiquattro anni, ai nuovi matrimoni, ai flirt, ai divorzi. "Quando succede, succede. Ma ho la coscienza a posto".

L'altro invece è sposato da venticinque anni con Marina, lontano dai riflettori e dal gossip, "presenza discreta e cordiale". Con cui condivide tutto, tutto tranne le sigarette. Allegri non le ha mai fumate, neanche da ragazzo, giura.
Così diversi, così lontani. Lo stesso, simile soprannome. Se il tecnico bianconero è Acciuga, un'etichetta imposta da Rossano Giampaglia, l'altro è Secco, quando ancora giocava da terzino e falciava su e giù per la fascia.
Come ha scritto Mirko Di Natale su Przeglad Sportowy, se si dovesse pensare ad una metafora cinematografica Allegri sarebbe l'intramontabile commedia all'italiana, una sicurezza, un qualcosa di senza tempo, a volte anche autoironica e fuori dagli schemi. Sarri invece preferisce gli effetti speciali da film hollywoodiani, da fantascienza o forse gli spari da western.

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E quello di domenica sera sarà proprio uno scontro all'ultimo colpo di pistola, alla Sergio Leone, per due allenatori lontanissimi anche in campo, nella tattica, nelle idee.
E visto che siamo in tema di metafore, ne usiamo un'altra. Se fossimo in cucina, Allegri sarebbe la nonna pronta a creare un pranzo per venti persone con quello che trova in dispensa. Sarri sarebbe lo chef esigente sui prodotti, con le sue fisse sul bio e sul km 0, con i suoi negozi di fiducia, il fruttarolo all'angolo, il macellaio amico. Tra gli ingredienti più usati dall'allenatore juventino solo in tre superano i 3000 minuti stagionali. Uno per settore: Higuain, Chiellini, Pjanic. La spina dorsale della sua squadra. Quasi il triplo invece quelli del Napoli: Reina, Callejon, Koulibaly, Hysai, Mertens, Insigne, Allan e Albiol, con Hamsik a quota 2978.
Una rosa spremuta fino all'ultimo, fino alla partita decisiva per mantenere in vita un sogno. Perchè saranno pure diversi, lontani, forse all'opposto. Ma domenica sera saranno uguali. Sarri ed Allegri si giocano lo scudetto.

Simone Farina, l'eroe normale

L’etichetta di eroe a Simone Farina non è mai piaciuta. Forse perché dietro ad essa vede la sua fortuna e allo stesso tempo la sua disgrazia. E da quando si è trasformato da semplice terzino di Serie C a esempio di virtù sportiva, la sua vita è cambiata radicalmente.

Cresciuto nelle giovanili della Roma, Farina oscilla tra squadre di terza divisione fino ad arrivare in Serie B con il Gubbio. Con la maglia rossoblu supera le 100 presenze, è un giocatore discreto ma sicuro del suo posto, lo stipendio non è da top player ma porta a casa circa 250.000 € l’anno.

Tutto scorre tranquillo fino a quando riceve una chiamata inaspettata. È Alessandro Zamperini, con cui Farina aveva giocato nelle giovanili della Roma. Ha una proposta interessante: gli offre 200.000 € euro per truccare la gara Cesena-Gubbio di Coppa Italia.

Tutto quello che guadagna in un anno intascato in 90 minuti, il tempo di una partita.

Farina però non ha dubbi, a questo gioco non ci sta. Rifiuta l’offerta, chiama la polizia e denuncia tutto. Dalle sue testimonianze nascerà l’inchiesta sul calcioscommesse del 2011, chiamata Operazione Last Bet, dove tra i tanti nomi degli indagati finiranno anche Cristiano Doni e Giuseppe Signori.

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Simone si trasforma in eroe. Prandelli, allora commissario tecnico della nazionale, lo convoca in azzurro. Il presidente della Fifa, Blatter, lo invita alla cerimonia di premiazione del Pallone d’Oro. Ma spenti i riflettori della celebrazione mediatica, l’eroe rimane solo. Non ci sono squadre ad offrigli un posto in squadra, il Gubbio non gli rinnova il contratto.

Così Farina decide di smettere di giocare a pallone. Ed è qui che la sua vita si trasforma. Perché mentre viene scansato da mezza Italia, in Inghilterra qualcuno legge la sua storia. È la dirigenza dell’Aston Villa, tra le più antiche squadre inglesi, che decide di offrirgli un lavoro. Head of Integrity, ovvero Responsabile della Moralità. Un ruolo strano e bellissimo. Farina dal 2012 insegna ai bambini inglesi quali sono i veri valori del calcio. “Sono felice di poter trasmettere la mia esperienza perchè questo è uno sport che ispira molti. Un anno fa non pensavo che la mia vita potesse prendere questa direzione – racconta - ma sono felicissimo di poter dare il mio contributo all'Aston Villa. Volevo andare avanti nella mia vita e adesso sento di avere di nuovo uno scopo grazie al supporto e all'opportunità che questa società mi ha concesso”.

Dall’Inghilterra è tornato presto in Italia dove Andrea Abodi, presidente della Serie B, gli ha offerto un ruolo come consigliere del Settore Giovanile e Scolastico. Perché è bene imparare sin da subito quali valori e quale obiettivi seguire. E soprattutto quali eroi voler diventare.

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Ognuno di noi ha avuto quell'amico che, nella settimana del derby (se non prima), inizia a mettere le mani avanti. "Siete più forti", "Vincete facile", "Siete troppo più in forma". Ciascuno di noi ha avuto, nella storia della propria squadra, quell'allenatore che parla della stracittadina come della "partita più importante dell'anno", o quel calciatore che sogna "un gol nel derby".

Le settimane che accompagnano al derby sono un coacervo di tattiche lessicali, di strategie comunicative. In termini meno aulici di mani avanti, pressappochismo e giri di parole.

Abbiamo provato a raccogliere i cinque grandi nuclei tematici dei derby di Roma: le cinque narrazioni, retoriche e topoi letterari che sono rifugio di ogni tifoso, allenatore, calciatore.

1. "Il derby è una storia a se"
Eusebio Di Francesco, presentandosi in conferenza stampa, ha risposto così a chi gli domandava su chi arrivasse meglio alla partita di questa sera: "Le situazioni del passato si annullano tutte in questa partita. Non conta nulla, il derby è una storia a sé".
Il suo collega laziale, Simone Inzaghi, non ha voluto essere da meno: "Ora si azzera tutto, mancano 7 gare: dovremo cercare d’interpretare la prima sfida di queste nel migliore dei modi."
Ma non è una cosa solo recente. Nel 2009, Sergio Floccari diceva: "Il derby azzera sempre tutto, sia per noi che per loro. Partiamo alla pari". Così come Luciano Spalletti, precisamente due anni fa: "Il derby annulla tutto quello che c'è intorno. Si parte entrambi da zero, il resto non conta. Quella è la partita che può azzerare tutte le difficoltà".

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2. "La squadra che sta peggio è favorita"
Che il derby sia una "storia a sè" e che "annulli tutte le differenze" è logica concausa di uno dei più grandi luoghi comuni della stracittadina. Chi sta peggio vince, ovvero chi ha più fame, che non sempre coincide con chi ha più bisogno.
"Sembra una frase fatta - ha detto Bernardo Corradi, vice commissario della Lega Serie A qualche giorno fa - ma sarà una partita a sè e solitamente la vince chi è messo peggio a livello di condizione". Disse la stessa cosa Ottavio Bianchi, intervistato da La Repubblica, prima del 26 maggio: "Di solito vince chi sta peggio, ma dato che è una finale, partita senza pronostico".

3. "Vale più di 3 punti"
Lotta scudetto, corsa Champions, accesso all'Europa, sfida salvezza. Il derby, si sa, vale più di tre punti. Lo ha ricordato Di Francesco: "Dovremo giocare con entusiasmo, con la consapevolezza di quello che abbiamo fatto, rimettendo in campo la stessa determinazione, cattiveria agonistica e desiderio di vincere visti col Barcellona perché il derby per me vale più di tre punti". Parole attestate, nel marzo 2017, anche da Ruben Sosa: "Il derby vale più di una stagione".
Sarà per la carica mentale, la supremazia cittadina o quella social?

4. "Meglio perderlo che pareggiarlo"
Il punto più alto delle mani avanti si raggiunge però con la frase, da brividi: "No ma lo sai, io il derby preferirei perderlo che pareggiarlo". In genere, a dirlo, sono i sostenitori della squadra meno quotata, pronti a poter dire, in caso di ko: "Eh ma te l'avevo detto, meritavamo il pareggio ma alla fine meglio aver perso, i derby pareggiati sono brutti".
Ma perchè i derby in parità sono brutti? Perchè manca lo sfottò post gara, non c'è nessuno che supera l'avversario, si resta in un limbo di incertezza fino alla prossima sfida. Sarà d'accordo Di Francesco? Con un pareggio la sua Roma metterebbe in cassaforte gli scontri diretti.

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5. "Sogno un gol nel derby"
Infine i calciatori. Il gol nel derby è il massimo che si possa chiedere, pare, alla propria carriera. Si cerca, si sogna, ci si resta a attaccati e si scompare con lui. Chiedete a Cesar e ad Iturbe, a Mutarelli e a Yanga Mbiwa. "Sogno un gol alla Roma sotto la nord alla penultima giornata" diceva Cataldi, allora in forza alla Lazio. "Sogno un gol nel derby, è la cosa più importante per i laziali" dichiarò sicuro Djordjevic, dando poi effettivamente seguito alle sue parole, proprio come Diego Perotti, nell'aprile 2016: "Sogno di vincere con un mio gol".

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Il sorteggio di Nyon ha definito quali saranno le due semifinali di UEFA Champions League. La Roma, dopo il passaggio del turno ai danni del Barcellona, affronterà il Liverpool.

 

Le notti di Zibì

Se c’è un giocatore che incarna meglio la sfida tra Juventus e Roma, questo è Zbigniew Boniek. Primo giocatore polacco del nostro campionato, sei stagioni in Italia, tre a Torino e tre a Roma. E una serie infinite di duelli tra bianconeri e giallorossi. Ecco le parole del “bello di notte”, in esclusiva per ilCatenaccio.es, sulla sfida di domenica.

Martedì contro il Manchester City, domenica contro la Juventus. Per molti è questa la settimana cruciale della stagione romanista, lei che ne pensa?

Non sono d’accordo. Le vittorie valgono comunque tre punti. Può succedere che in una settimana perdi una partita e poi vinci per quattro mesi di fila. Certo, settimane come questa possono servire a livello psicologico. Perché se fai una buona prestazione a Manchester, come è successo, esci con più convinzione nei tuoi mezzi e capisci di potertela giocare con chiunque. Ma alla fine non esistono partite più decisive di altre, tutte sono fondamentali e tutte valgono tre punti.

Una gara quella di Manchester dove ha ben figurato Skorupski, al suo esordio in Champions League.

Lukasz ha dato sicurezza alla squadra. Ha grande talento, è bravo anche a giocare con i piedi. È un giocatore con tanta personalità, lo abbiamo visto perché non si è fatto intimorire da avversario e pubblico. Poi c’è da dire che i Citizens non lo hanno mai impensierito, meglio così. Certo per crescere deve giocare di più, prendere più feeling con il campo. Ma ora c’è De Sanctis e va benissimo così, quando ce ne sarà bisogno Skorupski risponderà presente.

Juventus-Roma non sarà decisiva ma sicuramente è sfida tra le favorite al titolo. Lei che partita si aspetta?

Negli ultimi anni i giallorossi quando sono andati a Torino hanno sempre subito il gioco degli avversari. Ovviamente è una Roma diversa rispetto agli ultimi anni. Lo ha dimostrato la partita di Manchester, dove sei andato in trasferta a giocartela a viso aperto. La chiave della partita sarà il centrocampo. Ci sono grandi interpreti in entrambe le squadre, giocatori capaci di far girare il pallone, di mettere in moto la manovra. La Juventus forse dopo la partita di Madrid arriva con qualche punto interrogativo in più. Staremo a vedere.

Contro non ci sarà più Antonio Conte, ma Massimiliano Allegri. Cosa pensa del tecnico toscano?

Sono due allenatori molto diversi. Conte spronava di più la squadra, era un tecnico più carico e aveva un modo diverso di allenare. Poi ovvio, ognuno ha la sua strategia. Entrambi però hanno lo stesso problema: quello dell’Europa. Perché esiste una Juve straripante in Italia ma che non riesce a vincere fuori dai confini. L’anno scorso non si è riusciti a superare un girone con Galatasaray e Copenaghen e non si è arrivati in fondo nemmeno in Europa League. Affermarsi in patria è sicuramente importante ma bisogna far bene anche fuori. Ecco, Allegri è chiamato a invertire questo trend.

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Diamo uno sguardo al passato, quando Juve-Roma era un derby. La sfida è tornata ai livelli di allora?

In un certo senso si. Perché ad inizio anni 80 c’erano solo Roma e Juventus e anche oggi, da qualche campionato, ci sono solo Roma e Juventus. Per come si sente il duello forse siamo tornati alle sensazioni di quell’epoca. Ad essere cambiato è però il calcio. Noi giocavamo sempre gli stessi undici, c’erano poche riserve, la squadra era solo quella titolare, si ragionava partita per partita. Era tutto un altro calcio…

Qual è il ricordo più bello che ha di queste sfide?

Tutte le partite erano intense, combattute, sia da una parte che dall’altra. Mi ricordo quando ero alla Juventus rimasi a bocca aperta per un gol di Pruzzo. Era il dicembre del ’83, giocavamo a Torino e la Roma segna con Bruno Conti, noi ribaltiamo con Platini e Penzo. Sembrava fatta ma poi Roberto si è inventato questa rovesciata spalle alla porta, un gol magnifico. Altro ricordo indelebile, questa volta con la maglia della Roma, quando travolgemmo la Juve per 3 a 0 all’Olimpico, nel ’86. Erano gare particolari, che sentivamo molto. Erano sfide che ti davano una carica eccezionale.

Ma torniamo alla partita di domenica, qual è il pronostico di Boniek?

La Juventus nella sua tana è molto difficile da battere. Si sente al sicuro, ha i tifosi dalla sua parte. Io penso che se la Roma mette in campo la stessa prestazione di Manchester ci sarà grande equilibrio tra le due squadre. Dico 1 a 1.

L'uomo del silenzio

Gli ingredienti della ricetta sono semplici: una finale di Coppa del Mondo da giocare in casa, prime pagine dei giornali che titolavano “O Brasil vencerà”, il presidente della Fifa Jules Rimet che aveva già preparato il discorso per i vincitori brasiliani. Dopodiché aggiungere lui, Alcides Ghiggia, all’epoca solo un 24enne sconosciuto ma dal destino incredibile. Oggi l’uomo del “maracanazo” compie 87 anni, ed è l’unico giocatore di quella pazza finale rimasto in vita.

La storia inizia ai mondiali di calcio del 1950. Mondiali strani, dai contorni quasi fiabeschi. Si tornava a giocare dopo dodici anni di pausa per il conflitto mondiale. L’Italia, detentrice del trofeo, era economicamente devastata e accettò di partecipare solo dopo che la FIFA promise di pagare le spese. Inoltre non prese l’aereo, ma viaggiò in nave, la paura per la strage di Superga era ancora troppo viva. Furono i primi campionati cui partecipò anche l’Inghilterra, finora sempre convinta di essere al di sopra di certi “giocherelli” da principianti. Accettò di partecipare ma venne eliminata dagli USA. L’India invece, che aveva una squadra di tutto rispetto, venne squalificata perché i calciatori indiani giocavano a piedi nudi.

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Calcio d’altri tempi, quando al posto del 4-3-3 c’era il 2-3-5. Il Brasile arrivò a giocarsi il titolo contro l’Uruguay. Il 16 luglio 1950 al Maracanà c’erano 200.000 persone. Tutto era pronto per celebrare la grande vittoria dei beniamini nazionali. La squadra di casa passò in vantaggio con Friaça. La festa sugli spalti, iniziata dal primo minuto, aumenta d’intensità. Fuori dallo stadio è carnevale. Poi succede l’impensabile, gol di Schiaffino per il pareggio e gol vittoria di Ghiggia. In quell’istante nello stadio più grande del mondo cadde il silenzio. “Il silenzio più bello del mondo” scrisse Eduardo Galeano. Era il silenzio di una squadra, di uno stadio, di una nazione. Era il silenzio degli stessi giocatori dell’Uruguay, increduli. Tutto era surreale. Al momento del fischio finale decine di persone sugli spalti furono colte da infarto. L’inno uruguaiano non venne suonato, non era stato fornito lo spartito perché ritenuto inutile. Non ci fu nemmeno la premiazione, un imbarazzatissimo Jules Rimet diede la coppa al capitano della celeste, senza parole, senza discorso solenne. In silenzio. “La pagina più brutta della storia del Brasile” scrissero i giornali.

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Solo tre persone hanno fatto tacere il Maracana: Frank Sinatra, Papa Giovanni Paolo II e Alcides Ghiggia. Il calciatore uruguaiano vestì anche la maglia della nazionale italiana, oltre a quelle della Roma e del Milan. Sono passati quasi settant’anni da quella pazza finale, quando il destino decise di fare uno scherzo alla patria del calcio. Oggi, l’ala 24enne che fece piangere una nazione, il giovanotto esile, con due gambe lunghissime, baffi alla moda e capello all’indietro non c’è più. Noi vogliamo ricordare così il calciatore, l’uomo, l’artista. Perché tutti possono scrivere o cantare, pochi possono comporre il silenzio.  

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Alfred Nakache si guarda intorno e cerca di scaldare Paule, sua moglie, che tiene in braccio la piccola Annie, due anni. Prime luci di un'alba pesante. Nakache sa di non aver mai fatto nulla di male a nessuno, ma è ebreo. Anche Paule è ebrea. Alfred è nato nel 1915 a Costantina, in Algeria. Da bambino aveva terrore dell'acqua. L'ha vinto buttandosi in una piscina. È diventato un campione di nuoto. S'è trasferito alla piscina del Racing Club di Parigi, se n'è andato perché dalla tribuna riceveva insulti. Parigi è occupata dai tedeschi, Alfred si sposta nella zona libera, a Tolosa. Nuota e insegna nuoto, Paule è la capitana della squadra di basket. Si sono sposati nell'ottobre del 1937. Alle Olimpiadi del ‘36, in casa di Hitler, Alfred ci è andato, perché pensava, e anche adesso che il treno sta per partire si sforza di pensare, che lo sport non ha nulla a che vedere con la politica.
Si piazza quarto nella staffetta 4x200, con Taris, Cavalero e Talli, proprio davanti al quartetto tedesco. Che anno magico, il ‘41: record francese, poi europeo (era del tedesco Balke), poi mondiale, a Marsiglia. Il cerchio si stringe. Lo aveva già capito nel ‘42, quando i giornali collaborazionisti insistevano a scrivere che un ebreo non poteva gareggiare per la Francia. E uno dei più accaniti contro Alfred era Jacques Cartonnet, ex nuotatore, stesse specialità, un idolo per il giovane Alfred, forse meno potente di lui ma più elegante nella bracciata, un cane che latrava, diventato giornalista sportivo, ma poteva anche mordere. Era stato lui a denunciarli direttamente alla Gestapo? Chissà. Un dubbio l'aveva.

Sul marciapiede della stazione di Bobigny, Alfred ripensa ai campionati di Francia del ‘43. Dovevano svolgersi a Parigi, dove Nakache non poteva metter piede. Il suo club protesta e i campionati sono spostati a Tolosa, con una condizione: che Nakache non partecipi. E lui non partecipa. Ma nemmeno, per solidarietà, tutti quelli, 28, del Toec di Tolosa. E pure altri 12, anche di Lione. Amici, fratelli, a rischio. Il presidente del Toec viene esautorato e sostituito da uno più gradito e vicino ai tedeschi.

I tedeschi sono entrati in Tolosa l'11 novembre del ‘42. Nell'estate del ‘43 un centinaio di ebrei viene arrestato e deportato. Dall'ottobre del 1940 Nakache non è più cittadino francese. È stato abolito il decreto Crémieux, che dal 1870 concedeva la cittadinanza francese agli ebrei d'Algeria e accendeva il risentimento dei musulmani, che si sentivano cittadini di seconda classe. Dai primi del ‘900 nelle edicole si trovano il settimanale della Lega antisemita, L'antijuif algérien, e poi Le Nouvel antijuif e Le petit antijuif algérien. Nakache aveva voluto che Annie nascesse a Costantina, dove aveva respirato un antisemitismo ancora più forte di quello che lo discriminava in Francia. Pericoloso tornarci, pericoloso restare a Tolosa. C'è una via di fuga verso la Spagna. Ci prova, ma rinuncia e torna indietro quando i pianti della bambina possono portare alla scoperta del gruppo. Questo, almeno, dirà un suo fratello, tanti anni dopo. Da Alfred Nakache, non una parola sull'episodio.

Lui e Paule sono arrestati il 20 dicembre 1943. Il loro appartamento saccheggiato, medaglie e coppe rubate. Hanno affidato Annie a una coppia di amici, ma la bambina viene rintracciata e riunita ai genitori nel carcere di Saint-Michel a Tolosa, poi nel campo di Drancy, infine ad Auschwitz. Il treno numero 66 parte lentamente dalla stazione di Bobigny il 20 gennaio 1944. Il viaggio dura 29 ore. All'arrivo, un soldato indica a Nakache la fila di sinistra, a Paule con Annie quella di destra. Nella confusione l'ultima immagine che gli resta di loro è quella di Paule che sale su un camion con Annie in braccio. Quello che non sanno è che la fila di destra andrà direttamente alle camere a gas, l'altra a lavorare, finché ci riesce.

Ad Auschwitz Nakache viene assegnato all'infermeria. L'hanno riconosciuto, sanno chi è, vogliono divertirsi. Come per i pugili organizzano incontri di boxe, per il nuotatore c'è la piscina. Non è una piscina olimpica, non è neanche una piscina, anche se così viene chiamata. È una grande vasca che funge da riserva d'acqua, in caso d'incendio. E lì, nell'acqua sporca, deve tuffarsi Nakache, più volte al giorno, per recuperare gli oggetti lanciati dai soldati. Pugnali, sassi, monete. L'acqua è gelida, e col caldo puzzerà, ma a Nakache non importa, vuole restare vivo e sapere di Paule e Annie. Parla solo francese, è vicino ad altri internati come il pugile Victor Perez, gli accade di conversare con un italiano che si chiama Primo Levi.

Nakache è il prigioniero numero 172763. I tedeschi credono di umiliarlo, ma è lui che li umilia, chiedendo tuffi supplementari, «per allenarsi meglio». È lui che non cede, non si lamenta, sorride spesso. Quando bisogna lasciare Auschwitz perché avanza l'Armata rossa, Nakache è tra i 1.368 che partono a piedi verso Gleiwitz e Buchenwald. Ci arrivano in 47. È stata chiamata la Marcia della morte. Morte di stenti, di fame, di raffiche. Come Perez.

A Buchenwald Nakache passa circa tre mesi. E ci resta per qualche settimana anche dopo la liberazione, un po' perché in infermeria c'è bisogno di lui, un po' perché spera di avere notizie sulla famiglia. Non ne ha. Quando torna in Francia pesa 40 chili, era più di 80, e soffre per un ascesso all'orecchio. La sua casa è quella di Alex Jany, amico fraterno e compagno di staffetta. Scopre che, credendolo morto, gli è già stata intitolata, un anno prima, la piscina di Tolosa. Ogni mattina, per settimane, va alla Gare Matabiau nella speranza di rivedere Paule e Annie, fino a che non si convince che sono morte.

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Jany e gli altri amici di Tolosa gli sono molto vicini, gli fanno riprendere un po' alla volta il peso perduto, lo spingono ad allenarsi. E Nakache, dopo tutto quello che ha passato, è ancora capace di un record mondiale della 3x100 mista, nell'agosto del ‘46 con Jany e Vallerey, vince titoli nazionali, è selezionato per le Olimpiadi del 1948, da cui la Germania è esclusa. Gareggia nei 200 farfalla arrivando alle semifinali e nella pallanuoto (sesto posto, vinse l'Italia di Cesare Rubini).

Per tutti, Nakache è "il nuotatore di Auschwitz", la dignità e la resistenza contro la ferocia. In una bella favola avrebbe vinto una medaglia, ma la vita è un'altra cosa. Lui l'ha rimessa insieme, smette di gareggiare, fa il massaggiatore per i calciatori del Tolosa, nel ‘50 sposa Marie, una ragazza di Sète, e va a vivere lì, in una casetta in riva al mare. Per cinque anni insegna nuoto a Réunion e non perde l'abitudine, tornato in Francia, di una nuotata tutti i giorni. Un attacco di cuore lo uccide mentre sta nuotando nel golfo di Cerbère, il 4 agosto 1983.

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Di lui i compagni di grandi tavolate hanno detto che camminava come Charlie Chaplin e aveva la risata di Henri Salvador. È sepolto a Sète nel cimitero di Py, che non è quello cantato da Valery ma l'altro, dov'è sepolto anche Georges Brassens. Sulla tomba aveva disposto che fossero incisi anche i nomi di Paule e Annie. Molte piscine gli sono intitolate. A Montpellier, a Nancy, a Belleville.

Quanto a Cartonnet, condannato a morte nel ‘45 in contumacia non per l'attività giornalistica ma per collaborazionismo e omicidio plurimo, fu arrestato a Roma nel ‘46, ma riuscì a fuggire dall'aereo militare coi motori già accesi che doveva riportarlo in Francia. Attraversò di corsa la pista con le manette ai polsi e saltò su un mezzo pubblico. Non aveva documenti né denaro, qualcuno lo avrà aiutato. Arrestato di nuovo a Foligno a fine ‘47 e collocato nel campo di Fraschette riuscì a scappare anche da lì. Poi, mistero. Pare che sia morto nel ‘67, in Italia, nascosto in un monastero.

 

Gianni Mura, Il Venerdì, 23 dicembre 2016

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