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Mbappè s'è preso pure la copertina del Time

Kylian Mbappé siede allo stadio, cercando di trovare le parole per descrivere la sua vita. Le sue strabilianti abilità calcistiche lo hanno portato sul tetto del mondo nel giro di pochi mesi. Guadagna più denaro di quanto avrebbe mai potuto immaginare. Nike sta disegnando le sneakers più costose in suo nome. LeBron James vuole vederlo quando sarà in città in settimana. La gente lo supplica per gli autografi.

Poi c'è il fatto che ha ancora 19 anni, e questo rende tutto molto più complicato.

"La mia vita è stata completamente sconvolta", dice, seduto in un arioso salotto rivestito di pannelli di legno in cima allo stadio Parc des Princes della squadra di calcio Paris Saint-Germain, o PSG, per il quale Mbappé è attaccante. "Sono felice e vivo la vita che ho sempre sognato." Eppure, dice, "Penso che mi sarei perso qualcosa, non ho avuto i momenti delle cosiddette persone normali durante l'adolescenza, come uscire con gli amici, godermi i bei momenti".

Fino a poco tempo fa, Mbappé era seguito da migliaia di tifosi europei di calcio. Ma fuori da quel regno, era poco conosciuto fino al 2018, quando le sue abilità lo hanno catapultato alla fama mondiale. Il suo account Instagram ora ha quasi 20 milioni di follower, il doppio del numero, per esempio, di quello di Serena Williams.

La maggiore celebrità di Mbappé è iniziata a settembre dello scorso anno, quando i proprietari del PSG hanno accettato di sborsare ben 180 milioni di euro in cinque anni al club AS Monaco per portare Mbappé nella sua città natale di Parigi. Ingaggio mensile di € 1,5 milioni. Questo l'ha reso l'adolescente più costoso nella storia del calcio.

Col senno di poi, questa somma sembra ora un affare. Mbappé ha segnato 13 gol nell'ultima stagione della Ligue 1 francese, vincendo il campionato per il PSG. Questo gli è valso un posto nella squadra nazionale francese diretta alla Coppa del Mondo FIFA in Russia. E' lì che Mbappé è diventata una superstar globale.

Alla Coppa del Mondo, la parola Mbappé è diventata sinonimo di Fenomeno. In finale, sembrava volare prima di sparare la palla in rete e poi cadere in ginocchio, con un sorriso che gli solcava il volto. Nella partita del 15 luglio, contro la Croazia, Mbappé ha segnato uno dei quattro gol della Francia, aggiudicandosi il più premio più ambito per il suo paese e diventando il primo adolescente a segnare in una Coppa del Mondo in 60 anni. "Benvenuto nel club", ha tweettato Pelé su Mbappé.

Alla cerimonia di premiazione, il presidente francese Emmanuel Macron stava silenziosamente abbracciando Mbappé, sull'orlo delle lacrime. Più di 1 milione di persone si sono riversate nelle strade di Parigi, bloccando la vasta Avenue de Champs-Élysées. Mbappé dice di essere stato a malapena colto da ciò che era accaduto fino a quando il team ha attraversato folle urlanti a Parigi in un autobus scoperto il giorno successivo. "Ci siamo resi conto che siamo partiti per segnare la storia", dice.

Kylian Mbappé è la specie di giocatore del calcio che sarà. "Mbappé ha questa velocità esplosiva" dice Richard Fitzpatrick, un autore di calcio a Barcellona che ha seguito la carriera di Mbappé per anni "Ma vorrei raccomandare cautela, è troppo presto per dire il suo futuro."

Per molti in Francia, Mbappé incarna più di un semplice calciatore straordinario. E' una favola vivente di chi va dalle stalle alle stelle, la sua storia inizia nei sobborghi immigrati di Parigi o nelle banlieues, i cui massicci blocchi di grattacieli risuonano nel centro scintillante della città. Infatti, otto dei giocatori francesi della Coppa del Mondo erano, come Mbappé, di famiglie di immigrati, tra cui le stelle Paul Pogba, N'Golo Kanté e Blaise Matuidi. "Sì, l'Africa ha vinto la Coppa del Mondo!". Ha presentato il Daily Show Trevor Noah, che è sudafricano, dopo la vittoria della Francia. L'osservazione attirò la rabbia dalla Francia. "Sono cittadini francesi", ha respinto l'ambasciatore francese negli Stati Uniti Gérard Araud “sono orgogliosi del loro paese".

 

Da Time

http://time.com/collection-post/5414056/kylian-mbappe-next-generation-leaders/

Il Chelsea vuole mandare i suoi sostenitori razzisti a fare dei viaggi nel campo di concentramento nazista di Auschwitz invece di imporre il divieto di vedere le partite.

Il proprietario del club, Roman Abramovich, ebreo, è in prima linea nell'iniziativa, progettata per affrontare l'antisemitismo tra i fan. E il Chelsea chiede di essere supportato in questo anche dagli altri club della Premier League.

"Se vuoi cambiare il loro comportamento", ha detto al Sun il presidente del Chelsea, Bruce Buck, “questa politica dà loro la possibilità di realizzare ciò che hanno fatto”.

"In passato li prendevamo dalla folla e li mettevamo al bando, per un massimo di tre anni, ora diciamo: "Hai fatto qualcosa di sbagliato, hai l'opzione, possiamo bannarti e passare il tempo con i nostri funzionari della diversità ".

Il Chelsea ha criticato pubblicamente alcuni dei suoi fan per i cori antisemiti contro i rivali Tottenham nel settembre 2017.

Buck ha aggiunto: "È difficile agire su un gruppo di 50 o 100 persone che stanno cantando, è quasi impossibile gestirle, ma se abbiamo individui che possiamo identificare, possiamo farlo".

Mercoledì scorso il Chelsea ha presentato in anteprima un nuovo film alle Camere del Parlamento volto a sensibilizzare sulle conseguenze dell'antisemitismo, alternando immagini di canti offensivi e post sui social media insieme a immagini dell'Olocausto. Buck ha dichiarato al sito web del club: "Stiamo solo cercando di attaccare l'antisemitismo in questo mondo, speriamo di dare un contributo concreto per la società".

 

Dal The Guardian

https://www.theguardian.com/football/2018/oct/11/chelsea-to-send-racist-fans-auschwitz-instead-banning-orders-antisemitism?CMP=fb_gu

Filotto italiano in Champions League, in questo secondo turno di fase a gironi. Con le vittorie di Inter e Napoli di mercoledì sera contro PSV Eindhoven e Liverpool, aggiunte ai successi di Juventus e Roma su Young Boys e Viktoria Plzen, si raggiunge un poker tricolore che mancava addirittura da 13 anni. 

Era il 2005, precisamente novembre, quando Juventus, Milan, Udinese e Inter riuscirono a strappare 3 punti rispettivamente a Bruges, Fenerbahce, Panathinaikos e.... Armedia Petrzalka, squadra slovacca nel frattempo fallita e attualmente risalita in Serie B locale, dopo una trafila dalla quinta serie. 

Ecco i tabellini e le formazioni di quelle partite. Per una serata all'insegna della nostalgia e dell'amarcord

 

JUVENTUS BRUGES 1-0

Cattura

 

Panathinaikos - Udinese 1-2

asd

Fenerbahce - Milan 0-4

fener

Inter - Artmedia Petrzalka 4-0

koz

La mattina del Derby

La mattina del derby sarà sempre uno stato d'animo, un'emozione a parte.

Magari un'emozione da poco, come quella della canzone. Ma intanto è mia, è intima e allo stesso tempo collettiva. È qualcosa che ti porti dentro e ogni volta è uguale. è qualcosa che non sai descrivere se non ci sei dentro come dice Colin Firth in Febbre a 90.

Mi sveglio con ancora in bocca il sapore dell'amaro montenegro della sera prima. Mi sveglio tardi, ovviamente. E ovviamente non ho né le forze né la concentrazione giusta per prepararmi una colazione che si possa anche solo lontanamente definire tale. Infilo la felpa e neanche mi levo la maglia, di Totti, che mi fa da pigiama. Che fuori ci siano 40 gradi all'ombra o i pinguini a -30 io dormo in mutande e con la maglietta di Totti. Non quella da gioco, non sono così blasfemo, ma una grigia, che forse vendevano col Corriere dello Sport o qualcosa di simile, con nome e numero. Basta così poco per dormire comodi.

Scendo silenzioso al bar di sotto, Carletto mi vede e già posa sul bancone il caffè. Oggi non mi stuzzica, non mi prende in giro che mi sono svegliato tardi, sa che è un giorno particolare. Mentre col tovagliolo alzo la vetrina dei cornetti gli faccio: "Oggi è tosta tosta eh Carlè..", "Si, pe loro". Lo zucchero a velo che stava appoggiato sulla pasta a sfoglia al primo morso mi cade tutto addosso mentre con la mano sfoglio il giornale.

La grande chance”, “Derby de paura”. Manolas recupera, Florenzi forse alto, De Rossi ci sarà. E ci sarò pure io, e questo, per me, è quello che conta. La Nord entra in ritardo per protesta, la Sud ha annunciato la coreografia. Mentre mi ripasso in mente le formazioni il cellulare inizia a vibrare. È Luca, che conoscendolo sarà sveglio dalle 7, la notte prima del derby è sempre un po’ complicata. Scrive che mi passa a prendere a mezzogiorno, così facciamo tutto con calma e raggiungiamo gli altri.

Quando il derby si gioca alle 3 è meglio, è un sollievo fisico ed emotivo. Non devi tirare a campare fino alla sera, a galleggiare nell’ansia, a prepararti alla sfida. Fosse per me non si dovrebbero proprio giocare i derby: tre punti a loro, tre punti a noi, uno alla volta, come il turnismo in Spagna, una par condicio calcistica. La mattina del derby scorre così. Tra mani avanti, frasi fatte e pippe mentali. Tra “vincete voi”, grattatio pallorum e formazioni al fantacalcio incastrate apposta. “Ao io metto Milinkovic, così se segna non me la pionderculo troppo”.

Intanto al bar entra Franco, pensionato di ormai 75 anni, un passato al ministero ma soprattutto sulle panchine di mezza terza categoria. Il Messaggero sotto braccio, busta col pane nell'altra. "A Carlo damme il giallorosso". Il barista prepara sul bancone due bicchieri, butta uno pezzetto di arancia in entrambi e poi versa in uno il crodino e nell'altro il campari. Poi sistema una scodella di patatine che, a sentire come (non) scrocchiano, saranno state dei tempi di Annoni, Cappioli e Piacentini. Tutte le domeniche Franco tiene il suo show al bar, dopo le partite: si mette al tavolino centrale, si accavalla le gambe, fine fine, con l’aiuto delle mani, quel tanto che basta per mettere in risalto il calzino che avvolge lo stinco, poi inizia. “Me dovrebbero pagà pe’ parlà de calcio co’ voi, ma che ne sapete dei tempi miei…”. Un appuntamento altro che la Domenica Sportiva. E quando c'è una partita più importante, a Carletto chiede l'aperitivo giallorosso. 

È un rito, e se gli dici che è una scaramanzia si incazza. La superstizione porta sfiga. Mi guarda e fa: "Ma che vai in Curva?" "Si mister, perchè?" "Daje no strillo da parte mia!".

Quello che sta succedendo nei campionati minori del calcio italiano è l'emblema dello stato di salute di questo sport nella nostra penisola. Ripescaggi e retrocessioni fatte a tavolino, calenadri inesistenti, partite spostate, società e tifoserie storiche scomparse, cancellate. Vi proponiamo due scritti sull'argomento, il primo è un comunicato ultras, i Granata del Pontedera.

 

Ci prendono in giro con campionati disegnati a lapis e cancellati. Ci truffano con accordi schifosi con le televisioni, col solo obiettivo di farci spendere sempre di più per vivere la nostra passione. E poi alla prima occasione ci accusano di essere il male del calcio. Ora sta venendo fuori tutto. Ora il calcio italiano sta dimostrando ciò che è. Un insieme di persone che non sanno cosa sia l’odore del campo, l’emozione di una curva, il suono di migliaia di mani che battono insieme. Viva chi tifa, chi si innamora di un colore, chi sacrifica tempo e soldi per sostenere una maglia, una squadra, una città, un ideale. Non ci piegheremo mai alla logica del business, dello spettacolo e dei soldi. Fieramente contro corrente. Ostinatamente romantici. La nostra passione non si compra, non si vieta, non si diffida e non si rinvia. Perché noi siamo Ultras. Ultima parte sana di un calcio malato.

Ultras
Granata
Pontedera

 

L'altro pezzo è un articolo, un viaggio semiserio, di Alessandro Bellesio per La Stampa. Il protagonista è un tifoso della Pro Vercelli:

 

La giornata tipo del tifoso della Pro Vercelli, in questo settembre da nuvoletta perenne che incombe sulla testa, quanto sarebbe piaciuta a Paolo Villaggio per le avventure del suo ragionier Ugo Fantozzi. Oggi la sciarpa con ricamato il vecchio «Forsa Pro» - quella che le ha viste tutte, dallo scudettino del ’94 alla promozione in B dopo 64 anni - sa di naftalina, arrotolata nell’armadio. Lui non se l’è sentita di scomodarla per le 537 amichevoli estive al termine delle quali, secondo un compagno di trasferte, verrà assegnata ai leoni e ai loro fedelissimi seguaci una specie di Coppa Cobram. La sciarpa è per le occasioni speciali. Per il campionato. Che tra l’altro nessuno ricorda, ormai, come sia fatto.

Sarà perchè chi comanda questo mondo del pallone ha un po’ confuso le idee al sostenitore medio di via Massaua: saranno 19 oppure 22 squadre in serie B, e forse in serie C ci si affiderà al caso. Prima che arrivi ottobre - giurano giornalisti, blogger, avvocati e malati di Facebook e Twitter - arriverà la decisione finale. Una sorta di tavola dei comandamenti incisa sulla pietra. E sarà così nei secoli dei secoli. Sempre che qualcuno non faccia ricorso. Perchè il tifoso attende la parola del Tar e del Collegio di Garanzia del Coni come fosse il Verbo. Il nome di certi uffici, poi, evoca il famoso «Dirett. lup. mann.» e qualcuno immagina già le poltrone in pelle umana.

Quando sembrava un’estate come tante, con le zanzare a infestare la casa (forse per colpa di mister Grassadonia che aveva condannato il club dei 7 scudetti alla retrocessione, nonostante i 20 punti portati in dote), il tifoso medio aveva iniziato a scervellarsi su come seguire la Pro in C. Bisogna prepararsi a seguire le partite dallo schermo del computer: il sito si chiama Eleven Sports, e lui ha acquistato in anticipo almeno qualche trasferta. Costano più o meno quattro euro l’una. E naturalmente, l’immancabile tessera in curva al Piola. Poi qualcuno ha iniziato a pronunciare la parola «ripescaggio». Serie B. E lui non ha resistito, anche perchè giorno dopo giorno la speranza si faceva più concreta: ha subito comprato l’abbonamento tv a DAZN, forse invaghitosi contemporaneamente della nostalgia degli stadi mondiali e dell’avvenenza di Diletta Leotta. Ma via via il cielo si è rabbuiato. La nuvoletta ha fatto il suo dovere. Niente più B, e allora è arrivato il giorno della compilazione dei calendari di C.

Con le pive nel sacco (e dopo aver tentato di farsi rimborsare da DAZN), il tifoso medio ha iniziato a programmare il suo autunno in Lega Pro: mercoledì 19 settembre c’è il debutto in casa con il Piacenza e allora niente cena a casa dei suoceri; domenica 23 il primo viaggio ad Arezzo e altro disastro familiare per una maratona da Ikea che non si farà. Altra nuvoletta: la Pro, con quattro squadre, non giocherà fino a quando Tar e Collegio la finiranno di rincorrersi e ricorrersi. E ripristinate cena dai suoceri e drammatica gita al mobilificio. Oggi lui è in bilico tra B e C, nell’ansia. Dorme di rado. La fame di Pro non si consuma e allora colleziona amichevoli a Biella al costo di 8 euro (domani sera), sogna di rivedere certi campioni in maglia bianca (Vives, che sabato avrebbe dovuto giocare con i leoni ad Alice Castello). Mai stagione è stata più tormentata, caro tifoso medio. Mai è stata più combattuta, incerta, vergognosamente sottratta alla gente dello stadio. In una parola: non è mai stata così fantozziana.

Ode a Gilardino

L'esordio a Piacenza, il Verona, i 23 al primo anno da titolare al Parma, una rete in girata con la Roma, il poker all'Udinese, l'Europeo U21 vinto da protagonista, altri 23 l'anno dopo a Parma più uno nello spareggio di Bologna, il poker al Livorno, l'arrivo al Milan, i 17 al primo anno senza rigori, il violino che suona anche al Mondiale con gli USA, il goal al Manchester United, le critiche.

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La rinascita in riva all'Arno, il goal al debutto contro la Juve in mezza girata, uno al volo col Genoa di sinistro all'ultimo secondo, una doppietta al Franchi con la Roma, quella di Lione in Champions, il goal a Lisbona con lo Sporting di esterno al volo, il 2-1 all'ultimo minuto ad Anfield col Liverpool, Vargas to Gilardino come Stockton to Malone, un goal da rapace a Marassi col Genoa, l'eurogoal di sinistro col Cesena, quello al volo col Bari, la tripletta in Nazionale contro Cipro proprio al Tardini, la prima avventura al Genoa.

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L'anno di Bologna, la doppietta a Roma per una rimonta da cardiopalma, l'eurogoal di sinistro contro il Palermo, un goal al volo a San Siro con l'Inter, la rete a Pescara davanti ai miei occhi nel giorno in cui prese in un colpo solo il trio Mancini-Inzaghi-Riva nella classifica all-time dei marcatori di A, il ritorno al Genoa e la salvezza con 15 centri stagionali quando tutti lo davano per finito.


La fugace apparizione in Cina, il ritorno nell'amata Firenze, Palermo e una salvezza all'ultimo respiro, Empoli e Pescara tappe disgraziate, quel saluto dietro una vetrata a Poggio degli Ulivi, Spezia in B a suonare ancora dolce musica, il goal al volo di destro in quel di Cittadella come ultimo gioiello.

La corsa si è fermata a quota 188 in A, ben 19 in Nazionale e più di 250 in carriera.
Come scrisse il maestro Califano anni or sono, "ecco la musica è finita"...
Grazie "centravanti di mestiere", grazie eterno Bomber!

 

di Francesco Tusi

Riceviamo e pubblichiamo

 

LinkedIn è un ottimo strumento per curare il proprio personal branding, il networking, la comunicazione digitale e il posizionamento online. Peccato però che per molti risulti uno strumento poco intuitivo, complicato se non addirittura inutile. Tanti aprono il profilo e lo abbandonano, oppure lo usano in modo talmente sbagliato da renderlo controproducente.

Dopo anni di corsi sull’uso strategico di LinkedIn, Gianluigi Bonanomi – giornalista hi-tech e formatore sui temi della comunicazione digitale – ha deciso di raccogliere approfondimenti, strategie, domande e trucchi in questo libro. Occorreva però dargli un taglio diverso per rendere lo strumento accessibile a tutti, differente dagli altri manuali sul tema. Serviva una metafora. E qual è la più popolare, in Italia, se non il calcio?
Da qui è nata l’idea di scrivere il manuale calcistico di LinkedIn: un testo sui generis, un po’ provocatorio, sornione, che usa alcuni concetti del gioco più bello del mondo (attacco, difesa, contropiede, figurine, tifosi, falli, cartellini e molto altro) per spiegare strumenti e comportamenti su LinkedIn.
Nel testo si trovano molti spunti di riflessione e di approfondimento (anche grazie alle interviste ad esperti dello strumento) ma soprattutto tantissime indicazioni pratiche su come sistemare il profilo e usarlo in modo strategico per raggiungere i propri obiettivi: trovare o cambiare lavoro, far crescere la propria rete, reclutare collaboratori e partner o vendere. Pronti per il calcio d’inizio?

 

Perché scrivere una Guida calcistica di LinkedIn? - spiega l'autore - Perché non l'avevo ancora fatto nessuno. Ma se nessuno l'aveva ancora fatto, un motivo ci sarà... Non voglio saperlo. Scherzi a parte, mi serviva una metafora popolare, anzi nazional-popolare, per parlare di un social freddo, complicato, sottovalutato, spesso odiato. Ho quindi immaginato un testo che, a partire da elementi calcistici ben noti, spiegasse gli usi corretti e quelli inopportuni del social network professionale per eccellenza. 

LinkedIn, sebbene non sia paragonabile al social “generalista” Facebook, conta ora più di 10 milioni di italiani iscritti (e se l’è comprato Microsoft). È un social che qualcuno usa solo per cercarsi un lavoro (scambiandolo per Monster e InfoJobs) ma che qualcun altro usa da attaccante, per vendere; altri per costruire uno spirito di squadra, fare networking; parecchi per fare calciomercato, trovare i candidati; infine qualcuno per esibirsi in virtuosismi, la pubblicazione di contenuti di valore (content marketing). Altre metafore, come le figurine e i falli, mi hanno aiutato a spiegare in parole povere il mondo di LinkedIn. 
Arrigo Sacchi una volta disse: “Il calcio è la cosa più importante delle cose non importanti”. Un po’ come i social nel mondo del business.

Bio autore


Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore. Dopo la laurea con tesi sulle relazioni on-line nel 2001, ha lavorato per una dozzina d’anni nel settore dell’editoria informatica (Computer Idea su tutti). Ha scritto alcuni saggi e manuali su Internet, PC, smartphone e social ed è direttore della collana “Fai da tech” di Ledizioni. Attualmente si occupa di formazione sui temi del digitale, il suo corso best seller è quello sull’uso strategico di LinkedIn per aziende e professionisti.

 

 

 

Autore: Gianluigi Bonanomi
Editore: Ledizioni
Collana: Fai Da Tech 
Formato: ePub
ISBN: 9788867058365
Prezzo: 6,99€  (cartaceo 18€)

"Ricordo i poliziotti che nel tunnel ci guardavano male e muovevano i manganelli in modo intimidatorio. Poi non fecero nulla di male, ma la sensazione mi restò dentro. Durante i festeggiamenti fui pure morso da un cane lupo. C’è qualcosa di diverso in quello stadio, un calore particolare che noti già nel riscaldamento. Ai miei compagni dissi che il Marakana ti fa diventare squadra e credo sia proprio così."

Alessandro Costacurta, sceso in campo al Marakana nel ritorno di Ottavi di finale della Coppa Campioni 1988-1989

Ci vogliono tre minuti per percorrere i cento passi del tunnel del Marakana, nome con cui è noto in tutto il mondo il Rajko Mitic Stadium di Belgrado. Costruito nel 1961, intitolato alla Zvezdine zvezde, la "Stella della Stella Rossa", one man club da 262 gol in 572 presenze, dal 1945 al 1958. Non è l'inferno ma poco ci manca. Il tunnel è largo appena un paio di metri e alto poco più di due e un tempo era contornato dai graffiti in cirillico, che riproducevano offese, insulti e intimidazioni.

"E’ impressionante, chi ama il calcio non può non vibrare. Tutto lo stadio è eccezionale, lì mi sentivo imbattibile. Ha un’acustica incredibile, in campionato vincemmo tutte le partite casalinghe. E spesso nel tunnel ho visto i militari in assetto da guerra.”

Walter Zenga, allenatore della Stella Rossa e campione di Serbia nel 2005-2006

Risultati immagini per marakana tunnel

La Uefa ha obbligato la Stella Rossa ad un restyling, ma poco cambia. I giocatori del Napoli cammineranno in un tunnel fatto di colori bianchi e rossi, poi il passaggio sempre più stretto, gli scalini prima della Curva degli Eroi, quella comandata da Ivan Bogdanov.

Ma dopo il tunnel ci sarà la partita. E lì il Napoli si affida soprattutto al suo allenatore Carlo Ancelotti. Vittorioso proprio qui sia nel 1988 che nel 2006. "Se valesse il criterio del non c'è due senza tre staremmo a posto" ha detto in conferenza.

Sandro Tonali: il nuovo Pirlo?

 

Con la partita Brescia-Perugia si è inaugurata la stagione 2018-19 del campionato di serie B con la sfida tra due ex calciatori ora divenuti allenatori: David Suazo tecnico del Brescia ed ex bomber di razza, ricordato ancora oggi in quel di Cagliari e non solo, e Alessandro Nesta, ex difensore e campione del mondo che allena dagli scorsi play-off di serie B il Perugia.

Ma se in tribuna si sono registrate tante presenze di addetti ai lavori non è per questi due ex campioni divenuti allenatori ma per un giocatore che può diventare grande: Sandro Tonali. Tonali, nato l’8 Maggio 2000 a Lodi è il regista del Brescia e ha dei capelli lunghi, lunghissimi, tanto da sembrare il figlio dell’indimenticato Andrea Pirlo.

Il giovanissimo Tonali però non sembra somigliare a Pirlo soltanto per l’aspetto fisico ma anche per le movenze e per il ruolo. Guida infatti il centrocampo del Brescia con una personalità da veterano e osservatori di diversi club di serie A lo seguono da un po’ di tempo oramai. Dopo aver fatto la trafila nella primavera del Brescia, prima con gli under 17 realizzando 11 gol in 41 partite e poi nel Brescia Primavera con 13 presenze con 1 gol e 2 assist realizzati, lo scorso campionato ha debuttato in Serie B giocando ben 19 partite realizzando 2 gol e 2 assist e già a fine campionato i paragoni si sono sprecati.

In genere un ragazzo della sua età tende a perdersi e a montarsi la testa ma durante Brescia-Perugia ha dimostrato di non lasciarsi condizionare dalle voci intorno a lui e ha sfornato una prestazione da incorniciare con sombreri, finte, lanci alla “Pirlo” e quando lo si vedeva in azione che correva e impostava sembrava davvero di rivedere il regista ex Juve, Milan e Inter. Il risultato finale di 1-1, con pareggio su rigore del Perugia realizzato da Vido all’ultimo minuto dopo il vantaggio delle rondinelle firmato Bisoli, lascia un po’ di amaro in bocca nei giocatori del Brescia, nei tifosi e nel giovane Tonali.

Ma una cosa è certa: se il campioncino continuerà a giocare così il Brescia potrà sognare. Così come Sandro che magari a fine stagione, se non addirittura prima, potrebbe approdare in serie A con prestazioni del genere. Per i nostalgici e i romantici del calcio vedere magari Tonali regista del Milan con la maglia numero 21 potrebbe provocare diversi mancamenti data la somiglianza con il regista attuale rossonero (ancora Biglia, un giocatore buono ma niente più, niente di esaltante, non da Milan dei tempi d’oro). Tonali già da ora sembra essere pronto per fare il titolare e se il dirigente Leonardo dovesse leggere questo articolo vedremo Tonali con la 21 rossonera.

Ci stiamo spingendo troppo avanti con la nostalgia? Forse. La cosa importante è che i top club italiani puntino su questo ragazzo invece di lasciarsi attrarre dal mercato straniero. E che non si ripeta l’errore di Verratti che fece vedere larghi sprazzi di talento nel Pescara di Zeman, per poi finire al Paris Saint-Germain senza aver mai giocato in Serie A.

Gli Europei del 1968

 

Roma, 10 Giugno del 1968, Stadio Olimpico. Gli spalti sono strapieni e si sta per disputare la finale dell’europeo tra i padroni di casa dell’Italia e la temibile Jugoslavia. 

Il popolo italiano sogna il suo primo trionfo europeo dopo i due precedenti mondiali conquistati nel 1934 e nel 1938. Il 1968 non è un anno qualunque, è un anno di cambiamenti in cui la gente si ribella e scende in piazza per cambiare la propria condizione economica, gli studenti protestano (famosi i moti degli studenti dell’Università La Sapienza di Roma) con alcuni addetti ai lavori del mondo del calcio che diranno che il calcio è una fonte di distrazione dai moti di rivoluzione.

Per le strade risuona “Pugni chiusi” de I Ribelli e l’Italia non parte da favorita ma è spinta da un Olimpico tutto schierato a favore suo e riuscirà nell’impresa di trionfare dinnanzi al suo pubblico.

Un’impresa nel vero senso della parola visto che in semifinale l’Italia aveva rischiato l’eliminazione a causa del sorteggio con la monetina. All'epoca ancora non c’era il sistema dei calci di rigore e visto lo 0-0 dei tempi regolamentari e supplementari contro la temibile URSS, lo stadio San Paolo il 5 Giugno tremava al fatto di vedere i propri pupilli uscire nel modo più brutto possibile. Ma pochi sapevano che il buon Giacinto Facchetti, compagno e rivale di Dino Zoff nel gioco delle carte, era molto fortunato. Zoff infatti ancora prima di vedere l’esito della monetina aveva capito che l’Italia sarebbe passata in finale. E così fu.

Il San Paolo era in festa così come tutta Italia e tre giorni dopo ci sarebbe stata la Jugoslavia, una squadra fortissima ma allo stesso tempo non vincente. Eppure sono gli jugoslavi a passare in vantaggio, fino a quando Domenghini su punizione ristabilisce la parità all’80esimo minuto con conseguente ripetizione della partita. Due giorni dopo l’Olimpico è ancora più in fermento e al 12esimo minuto il giovane Gigi Riva sigla il gol dell’1 a 0 che apre le porte del trionfo, sancito definitivamente da Pietro Anastasi al 31esimo.

L’Italia trionfa e il pubblico sugli spalti per festeggiare brucia i giornali quasi ad imitare l’effetto torcia dei moderni telefoni. Un tocco di nostalgia di un'Italia che non c'è più.

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