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Gli Europei del 1968

 

Roma, 10 Giugno del 1968, Stadio Olimpico. Gli spalti sono strapieni e si sta per disputare la finale dell’europeo tra i padroni di casa dell’Italia e la temibile Jugoslavia. 

Il popolo italiano sogna il suo primo trionfo europeo dopo i due precedenti mondiali conquistati nel 1934 e nel 1938. Il 1968 non è un anno qualunque, è un anno di cambiamenti in cui la gente si ribella e scende in piazza per cambiare la propria condizione economica, gli studenti protestano (famosi i moti degli studenti dell’Università La Sapienza di Roma) con alcuni addetti ai lavori del mondo del calcio che diranno che il calcio è una fonte di distrazione dai moti di rivoluzione.

Per le strade risuona “Pugni chiusi” de I Ribelli e l’Italia non parte da favorita ma è spinta da un Olimpico tutto schierato a favore suo e riuscirà nell’impresa di trionfare dinnanzi al suo pubblico.

Un’impresa nel vero senso della parola visto che in semifinale l’Italia aveva rischiato l’eliminazione a causa del sorteggio con la monetina. All'epoca ancora non c’era il sistema dei calci di rigore e visto lo 0-0 dei tempi regolamentari e supplementari contro la temibile URSS, lo stadio San Paolo il 5 Giugno tremava al fatto di vedere i propri pupilli uscire nel modo più brutto possibile. Ma pochi sapevano che il buon Giacinto Facchetti, compagno e rivale di Dino Zoff nel gioco delle carte, era molto fortunato. Zoff infatti ancora prima di vedere l’esito della monetina aveva capito che l’Italia sarebbe passata in finale. E così fu.

Il San Paolo era in festa così come tutta Italia e tre giorni dopo ci sarebbe stata la Jugoslavia, una squadra fortissima ma allo stesso tempo non vincente. Eppure sono gli jugoslavi a passare in vantaggio, fino a quando Domenghini su punizione ristabilisce la parità all’80esimo minuto con conseguente ripetizione della partita. Due giorni dopo l’Olimpico è ancora più in fermento e al 12esimo minuto il giovane Gigi Riva sigla il gol dell’1 a 0 che apre le porte del trionfo, sancito definitivamente da Pietro Anastasi al 31esimo.

L’Italia trionfa e il pubblico sugli spalti per festeggiare brucia i giornali quasi ad imitare l’effetto torcia dei moderni telefoni. Un tocco di nostalgia di un'Italia che non c'è più.

Se..BASTA!

Siamo al giro 53 del Gran Premio di Germania valido per l’undicesima prova del mondiale 2018 e tutto quello che sembrava già scritto viene stravolto e capovolto.

Sebastian Vettel, pilota Ferrari colui che doveva essere l’erede della leggenda Micheal Schumacher tedesco come lui (ma solo quello ha in comune con Schumacher) era in testa e ha la splendida idea di sbagliare e commettere un errore da dilettante che neanche un ragazzo senza patente avrebbe commesso. Complice la pioggia ma la pioggia era per tutti i piloti in pista non solo per il tedesco va dritto e schiantandosi al muro senza conseguenze fisiche schianta tutti i sogni dei tifosi ferraristi che sono ormai stanchi di perdere l’ennesimo mondiale ogni anno da ormai 11 anni quasi. Se lo scorso anno la Ferrari aveva dimostrato di poter combattere con la Mercedes giocandosi il mondiale ma poi perso sia per errori di Vettel che per inferiorità della vettura di Maranello quest’anno questa Ferrari può solo perdere il Mondiale e con la batosta di oggi ci è riuscita.

Le colpe non vanno addossate ai vertici di Maranello o ai meccanici che si impegnano duramente ogni giorno e che vanno elogiati, ma ad una sola persona: SEBASTIAN VETTEL. Lui che prende milioni su milioni di euro non è in grado di guidare una Ferrari alla vittoria mondiale, non è in grado di far innamorare i tifosi italiani, anzi dopo oggi diminuiranno i tifosi Ferrari finchè ci sarà lui a guidarla perché anche piloti come Schumacher hanno commesso errori ma mai come quello di oggi. Si dice che sbagliare è umano ed è una sacrosanta verità perché non siamo robot ma Vettel non è la prima volta che sbaglia in questa stagione così come aveva fatto nella precedente e oggi ha avuto la capacità di far vincere un Hamilton che partiva dalla 14esima posizione e che distava dal tedesco di più di 10 secondi quando ha commesso l’errore clamoroso e scandaloso. Scandaloso perché con gli avversari distanti di diversi secondi bastava rallentare leggermente e non sarebbe accaduto.

Al diavolo i team radio in italiano dopo le pole position e le vittorie che sono ridicolissimi e le lacrime da coccodrillo, ciò che conta sono i mondiali vinti e Schumacher che non faceva i team radio ridicoli in italiano faceva innamorare i giovani tifosi e quelli più grandi per la sua esuberanza in PISTA. Premesso che piloti come Schumacher non ce ne saranno mai, soprattutto quelli delle nuove generazioni ma a Maranello è ora che si punti su un pilota degno di guidare non una vettura normale ma la regina delle vetture che ha fatto la storia della Formula 1 e la brutta copia mal riuscita di Schumacher non è in grado e lo ha dimostrato e anzi se avesse un minimo di coerenza e amore per la scuderia e i tifosi di Maranello si decurterebbe lo stipendio di questa stagione visto il danno causato da lui al mondo Ferrari e quello gli farebbe un minimo d’onore.

Scandalo Giallo

Durante la tappa con arrivo all’Alpe d’Huez valida per il Tour de France 2018 e famosa per le imprese di grandi campioni del passato come il compianto Marco Pantani ci sono stati davvero i botti ma non tanto per i distacchi o per la vittoria di Thomas del team Sky (il Real Madrid del ciclismo per organico) ma per ciò che è accaduto a pochi chilometri dall’arrivo. Vincenzo Nibali, il portabandiera italiano a questo Tour, uno dei ciclisti più forti e vincenti per inseguire Froome, britannico della Sky cade e rovinosamente.

Non si capisce chi è stato a causare la caduta e con quali modalità ma Nibali a fine tappa ha espresso la sua opinione a riguardo “La strada è diventata più stretta e non c’erano più barriere. C’erano due moto della polizia -ha confermato il siciliano-. Quando Froome ha accelerato io l’ho seguito, mi sentivo bene. Poi all’improvviso ha rallentato e io mi sono ritrovato a terra”. Ascoltando le parole del messinese la colpa sarebbe delle moto della polizia anche se però all’indomani di questa durissima tappa un video amatoriale girato da un tifoso dimostrerebbe che in realtà non è la moto della polizia adibita per la sicurezza dei ciclisti a causare la caduta del campione ma un tifoso.

Di questa caduta se ne parlerà tanto per molto tempo non tanto per come è avvenuta ma per le regole sulla sicurezza dei ciclisti soprattutto visto che Nibali dopo la tappa che ha concluso a pochi secondi dai big che correttamente lo hanno aspettato senza infierire ha fatto le visite di controllo che hanno evidenziato la frattura di una vertebra con conseguente ritiro del ciclista. Non perché Nibali è italiano e forse è l’unico a poter contrastare lo strapotere Froome ma l’organizzazione del Tour ha evidenziato gravi carenze a livello organizzativo innanzitutto perché i tifosi devono stare dietro le transenne e non al di fuori o comunque se non ci sono transenne devono rispettare una distanza tale da non creare pericolo al ciclista e poi anche le stesse moto della polizia o delle varie televisioni che seguono l’evento cosi come le ammiraglie devono dar la possibilità di respirare ai corridori e concentrarsi a finire la tappa. Sarà che con le tecnologie moderne ci sono possibilità maggiori di vedere le gare ma 30-40 anni fa ciò che è successo ieri non sarebbe avvenuto e questo fa scendere una lacrima d’orgoglio a chi ha vissuto il ciclismo dei vari Merckx, Gimondi per non andare troppo indietro nel tempo.

Poteva capitare a chiunque quello che è successo a Nibali, ma una corsa così importante non si può falsare per una disorganizzazione così evidente e si spera che gli organizzatori del Tour de France prendano spunto dall’efficiente organizzazione del Giro d’italia per le prossime edizioni.

 

Enrico Ricky Albertosi, campione d'Europa nel 68 e vicecampione del Mondo nel 70 con la maglia azzurra, ha parlato ai microfoni di atuttocalcio.it dei Mondiali di Russia 2018, soffermandosi in particolar modo sui portieri.

Tra rigori parati e grandi papere sembra proprio la loro competizione anche se, per Albertosi, sono tutti, o quasi, "scarsi, veramente molto scarsi. Finora non mi ha impressionato nessuno, nemmeno Neuer, che comunque rientrava da un lungo infortunio. Che poi, se ci pensi bene, i portieri non sono nemmeno granché impegnati. Grandi parate non ne ho viste. Quindi subiscono quel gol ogni due-tre tiri, che magari si poteva evitare, e fanno la figura dei fessi. Almeno fino adesso è stato così…". Nessuno ha brillato agli occhi dell'ex numero 1 di Milan, Fiorentina e Cagliari, nemmeno Alisson: "Alisson sta giocando benissimo, questo è indubbio, infatti lo vogliono un po’ tutti, Real Madrid, Chelsea, Liverpool. Ma sta venendo fuori ora, perché gioca nel nostro calcio. Il Brasile non ha una grande scuola di portieri, non ha tradizione, può succedere che vengano fuori quelle annate perfette, in cui esce il portiere straordinario. Guarda Dida, favoloso, eccezionale, poi è scomparso. Ci sono stagioni straordinarie, in cui tutto va bene, ma se non hai qualità finisci con un attimo".

Albertosi si è lasciato poi andare ad alcune considerazioni sull'interpretazione del ruolo: "Io onestamente giocavo nel modo in cui giocano oggi già negli anni 70. Ero arrivato al Milan nel ’74, tre anni dopo ecco che arriva Nils Liedholm. È l’allenatore che ho amato più di tutti, uomo prima che tecnico. Voleva che giocassi fuori dai pali, bello avanti. A volte prendevo qualche gol stupido, proprio per questo, i tifosi fischiavano e i giornali mi attaccavano. Ma erano più le volte che salvavo situazioni complicate. Ho anticipato i tempi giocando in quella maniera. Poi quando hanno messo la regola che il portiere non poteva toccare la palla con le mani, su retropassaggio, era costretto a giocare fuori, ma io lo facevo già da anni".

Infine, nella sua intervista per atuttocalcio.it, Albertosi parla del futuro della nazionale italiana: "Beh, se le nazionali sono queste che abbiamo visto, penso che l’Italia, una volta che Mancini ha amalgamato la squadra, possa competere con tutti. Guarda la Svezia cosa ha fatto nel girone, se c’eravamo noi non lo passavamo? Ma certo che si e chissà dove saremmo arrivati. Io finora non ho visto un gran gioco, tranne qualche eccezione. Per gli Europei c’è da lavorare, ma possiamo essere ottimisti. Potenzialmente Donnarumma è l’erede di Buffon. Deve continuare a lavorare, ma attenzione a Perin, che sta insediando il posto. Ora è alla Juve, dove davanti ha Szczesny, ma lì può crescere tanto. Si giocheranno loro due il posto.

 

Sono ormai diversi giorni che circolano voci su un eventuale trattativa tra Cristiano Ronaldo e la Juventus. In questa fase del mercato ci sono tante voci su diversi giocatori, come ha dimostrato lo scambio, utopico, Icardi-Higuain, di cui si parlava intensamente un mese fa e che ora sembra essere una pista raffreddata.

Invece il nome del giocatore più forte al mondo, colui capace di spostare gli equilibri non a parole come alcuni ma con i fatti. Lo dimostrano le 5 Champions League vinte (quattro con il Real Madrid una con il Manchester United) così come sono 5 i suoi Palloni D’oro per non parlare di tutti gli altri tituli vinti dal campione di Madeira. Per cui forse un solo articolo non basterebbe.

C’è da dire che la trattativa se ci sarà e si svilupperà non sarà semplice visto che Ronaldo è un alieno e tra costo del cartellino e ingaggio si parla di cifre elevate per potersi assicurare il bomber portoghese. Nei giorni passati circolava la notizia (poi prontamente smentita dal Real Madrid) dell’abbassamento della clausola da 1 MILIARDO di euro a 120 milioni di euro. Un prezzo assolutamente abbordabile per le casse bianconere, basti pensare ai 94 milioni spesi per Gonzalo Higuain.

Il nodo su cui la trattativa si baserà è l’ingaggio perché la Juventus riuscirebbe ad arrivare a soddisfare le esigenze del portoghese solo con un dispendioso sacrificio economico. In tal senso è più probabile l’ipotesi Paris Saint Germain vista la disponibilità economica del suo presidente. E infatti le destinazioni dell’asso portoghese saranno o lo United, per una questione di cuore visti i suoi trascorsi all’Old Trafford e visto che lo United ha soldi da investire, o il Paris Saint Germain per i motivi sopra citati.

Oppure l’ipotesi Juventus svantaggiosa a livello economico ma con tante motivazioni che potrebbe offrire a Ronaldo. Per la Juventus c’è un fattore importante, il fattore JM. Jorge Mendes procuratore del portoghese con l’affare Cancelo ha ripreso i rapporti con i dirigenti bianconeri e potrebbe essere lui l’arma in più del duo Marotta-Paratici visto il suo carisma e il suo rapporto con i suoi assistiti. E se il fenomeno di Madeira arriverà a Torino, beh la Champions non sarà più un semplice sogno accarezzato e sfiorato negli ultimi anni ma una solida realtà.

Mi ritorni in mente Gilles

Recentemente la Ferrari è tornata al trionfo nel Gran Premio del Canada con Sebastian Vettel. Dopo la pole position ottenuta il giorno prima della gara, il pilota tedesco dedica il primo posto a Gilles Villeneuve: "La pole è sempre importante, ma farlo qui nel Paese di Gilles Villeneuve sul circuito a lui dedicato lo è ancora di più, questa è una tappa molto importante per il team. Sono molto contento di avere conquistato il miglior tempo". 

Dichiarazioni belle ed emozionanti che fanno avvolgere il nastro dei ricordi e ritornare ad una giornata di maggio di 36 anni fa, precisamente la giornata di sabato 8 Maggio 1982 in cui il cielo si ingrigì di colpo a Zolder in Belgio ma anche in Canada e in Italia. Il pilota più veloce di tutti, il più talentuoso e folle, Gilles Villeneuve, muore durante le qualifiche valide per il gran premio del Belgio.

La morte di Gilles è causata da un incidente con Jochen Mass, che lo fa sbalzare dalla Ferrari e a nulla sono valsi i pronti interventi dei dottori a bordo pista con il successivo trasporto del pilota all’ospedale del circuito. In quegli anni si discuteva molto della sicurezza della Formula 1 viste le tanti morti durante le gare o le qualifiche. I piloti sapevano i rischi a cui andavano incontro ma Gilles, così come i suoi colleghi, non schiacciava sul pedale del freno, anzi spingeva sempre di più, tanto da farsi chiamare “L’aviatore” per un volo nel Gran Premio del Giappone del 1977.

Gilles, nato in Canada nel 1950, ha da sempre la passione per i motori, celebre una sua frase “Datemi qualsiasi cosa a motore e io ve lo porterò al limite... “. Inizia la sua carriera nel suo Canada correndo in Formula Ford e Formula Atlantic prima di esordire in Formula 1 nell’estate 1977. Era molto amato dai tifosi perché andava oltre i limiti, metteva sempre il cuore e molte volte è stato autore di sorpassi spettacolari come quelli su Arnoux, Renault, a Dijon valevole per il secondo posto al Gran Premio di Francia del 1979.

Villeneuve che oltre ad essere un talento puro e coraggioso era onesto e rispettoso nei confronti dei suoi colleghi. E proprio nel 1979 aiutò il suo amico e compagno di squadra Jody Scheckter a vincere il mondiale. Ma prima di quel maledetto giorno dell’8 Maggio di Zolder Gilles che si giocava il mondiale con il compagno di squadra Didier Pironi, nonostante il cartello dai box recitasse “Slow” che indicava il mantenere le posizioni senza sorpassi, con Gilles primo e Pironi secondo e con il Gran Premio che sembrava finito, a poche curve dalla fine supera incredibilmente Villeneuve e vince il Gran Premio.

L’ingegner Mauro Forghieri che era il direttore tecnico della Ferrari dichiarò che con lui ai box quel giorno quel cartello con scritto “Slow” non sarebbe mai stato esposto e ci sarebbero state indicazioni diverse. Fatalmente per Villeneuve quello sarà il suo ultimo Gran Premio ma anche non vincendo un mondiale resterà nella leggenda e sarà per sempre un mito.

Siamo solo a Giugno ma il mercato è già entrato nel vivo. Complici il Mondiale di Russia ormai alle porte, e la fine della sessione del mercato estivo stabilita al 17 Agosto 2018, le squadre dalla più piccola alla più blasonata hanno già fatto i primi movimenti in entrata ed uscita.

E in quel di Torino, sponda bianconera, i telefoni di Beppe Marotta e Fabio Paratici sono sempre occupati e i due dirigenti sono impegnati in diversi summit. Settimane fa Paratici è stato avvistato a Milano in un incontro con Alvaro Morata che subito ha fatto sognare i tifosi bianconeri. Sempre in quei giorni Paratici era a Bergamo per assistere ad un’amichevole pre-mondiale della Colombia e visionare Arias, terzino destro del PSV del 1992.

Fin qua niente di nuovo, così come il presunto scambio Icardi-Higuain, per cui i dirigenti bianconeri hanno detto, riferito al “Pipita”, una frase al quanto enigmatica “Per Higuain vedremo dopo il Mondiale”. Frase indicativa perché Higuain che è stato pagato tanto (94 milioni di euro) e quest’anno è l’ultimo anno, considerata la sua età, in cui sarebbe possibile venderlo a buon mercato. E alla Juventus vista l’esperienza e la bravura dei suoi dirigenti di sicuro troveranno la soluzione migliore per rinforzare la rosa bianconera e non indebolirla.

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La proposta di scambio Higuain-Icardi, con un conguaglio di 60 milioni all’Inter, per molti tifosi sembra qualcosa di fattibile ma per chi conosce il mercato e le dinamiche questa indiscrezione porta solo acqua al mulino di Icardi, per la precisione di Wanda Nara sua moglie e procuratrice. Una strategia per far avere l’ennesimo rinnovo dorato all’argentino, perché è vero che nel calcio tutto è possibile ma Icardi non andrà mai e poi mai alla Juve.

Più realizzabile invece l’ipotesi di scambio Higuain-Morata se Sarri andrà al Chelsea, ma la Juventus per vincere la benedetta/maledetta Champions ha bisogno di un centrocampista con la C maiuscola e lo testimoniano le operazioni chiuse di Perin (12 milioni+3 di bonus), Caldara, Can (a parametro zero) che coadiuvate dall’acquisto di uno o due terzini (Cancelo una pista caldissima oltre il già citato Arias) saranno l’antipasto per il centrocampista top.

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A prescindere da cosa capiterà avanti in attacco e dall’effetto domino provocato dall’eventuale partenza di Higuain il sogno bianconero non è mister 100 milioni di euro Milinkovic Savic come si professa da tempo ma Paul Pogba. Paul ancora è nella mente e nel cuore dei tifosi bianconeri e se ci sarà la possibilità di riportarlo a Torino con 35-40 milioni di euro in meno di quanto venduto (110 milioni) formerà un centrocampo da urlo con Pjanic e Can. Anche perché il buon Khedira, che per quanto sia fragile è al tempo stesso una garanzia, ormai ha un’età avanzata e se resterà non sarà la prima scelta così come Matuidi, più da lavoro sporco che da qualità. E con Pogba si potrebbe avere l’alternativa tra i moduli del 4-2-3-1 e del 4-3-3 e se oltre al francese, con altri 30 milioni la Juventus riuscirebbe a pagare la clausola alla Roma e strapparle Lorenzo Pellegrini.

Tra un Milinkovic a 100 milioni e un Pellegrini+Pogba alla stessa cifra è superfluo sottolineare quale sia l’operazione più ghiotta. Vedremo cosa accadrà ma le ipotesi di formazione con calciatori già acquistati e quelli che potrebbero arrivare sarebbero ideali per competere anche in Europa e non per arrivare in finale. Stavolta non tanto per partecipare ma per vincerla.

4-3-3

Perin

Alex Sandro Caldara Chiellini Cancelo

Pogba Pjanic Can

Dybala Morata Douglas Costa

4-2-3-1

Perin

Alex Sandro Caldara Chiellini Cancelo

Pjanic Pogba

Douglas Costa Dybala Mandzukic

Morata

Il calcio è di chi lo paga

Non è questione di essere nostalgici. Il mondo della comunicazione, e così quello della televisione, sono in eterno divenire e ci si deve fare i conti, aggiornarsi e rimanere al passo. Non è questione nemmeno di essere attaccati a piccole gioie artistiche come Jack Trombey e il suo Pancho, Herb Alpert e il suo Taste of Honey. Non è solo un discorso di immagini sacre e di immaginario popolare, di radioline e di "Attenzione Ameri..", di pomeriggi sul divano ad aspettare che un gol prendesse forma. Quello che sta succedendo in Italia, con l'assegnazione dei diritti televisivi, è una questione di soldi e di rispetto.

I soldi, sono quelli della Lega. 1,1 miliardi in totale, divisi per tre diversi pacchetti in cui saranno divise le partite: tre il sabato, sei la domenica, una il lunedì sera. Il pezzo principale è quello che prevede 114 eventi, per un’offerta minima a stagione di 452 milioni di euro. Il pacchetto 6 prevede invece 152 eventi con prezzo minimo di 408 milioni e il pacchetto 7 riguarda 114 eventi a 240 milioni. Nessun operatore (fin qui gli interessati sono Mediapro, Sky, Perform, Mediaset, Tim e Italia Way) potrà acquistarli tutti. Ci saranno quindi due detentori dei diritti tv e, salvo accordi di ritrasmissione, i tifosi dovranno sottoscrivere due diversi abbonamenti per vedere le partite della propria squadra.

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Ma non finisce qui. Nel bando stipulato dalla Lega Calcio si legge che gli highlights e i gol delle partite di Serie A non saranno più trasmessi in televisione, in chiaro, prima delle ore 22.00 di domenica. Sul web, invece, sarà possibile vedere le immagini delle partite tre ore dopo la fine del match ma solo grazie ad un pacchetto apposito, Digital Plus, i cui diritti saranno presto banditi.

A queste condizioni probabilmente scompariranno programmi come 90 Minuto e il Sabato della DS. Una questione sulla quale la Rai ha già preso posizione: "Gli interessi economici dei club di calcio passano sopra a ogni interesse dei cittadini che hanno il diritto di godersi lo sport, anche sulla tv pubblica. Chiediamo alla Lega Calcio un urgente ripensamento".

Cattura

Il bando della Lega andrebbe così a cancellare la possibilità, per i milioni di tifosi italiani che non possono permettersi una pay tv, di vedere i gol della loro squadra. È il calcio moderno, bellezza. Si può fermare? No, ma qualcosa, comunque, si può fare. Chi può permettersi il doppio satellite, all'abbonamento per il divano preferisca quello per lo stadio. Chi non può permetterselo riprenda in mano la radiolina. Invece di vederla da casa, riempite la curva. E per le partite in trasferta, scendete al bar, tornate nei club. A chi vi vuole chiusi in casa, rispondete andando allo stadio. E le società stiano veramente dalla parte dei tifosi. Prezzi popolari per i settori popolari, cento euro in meno ad abbonamento ma mille abbonati in più. Solo così qualcosa potrà veramente cambiare.

Solo così il calcio tornerà alla gente, solo così il calcio sarà veramente di chi lo ama.

Il nuovo Governo calcistico

 

Giorni di giuramenti, di nomi, di veti, di ministri e di presidenti. E se dovessimo creare un governo della nazione con sli esponenti del calcio italiano? Noi l'abbiamo pensato così

  • PRESIDENTE DEL CONSIGLIO: ANTONIO CONTE

Ovviamente, neanche a dirlo. Se nella realtà c'è Giuseppe, noi ci affidiamo ad Antonio. Capacità di spremere le risorse, di risolevvare una squadra, di portare successi. Chi meglio di lui?

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  • MINISTRO PER IL LAVORO: ZDENEK ZEMAN

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  • MINISTRO DELLA DIFESA: PAOLO MALDINI

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  • MINISTRO DEGLI INTERNI: GIANLUIGI BUFFON

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  • MINISTRO PER IL SUD: LORENZO INSIGNE

  • MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI: GIOVANNI TRAPATTONI

  • MINISTRO DELLA GIUSTIZIA: MARCO MATERAZZI

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  • MINISTRO DELL'ECONOMIA: MINO RAIOLA

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  • MINISTRO DELLE POLITICHE AGRICOLE: ALBERTO MALESANI

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  • MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE: GAETANO LETIZIA

  • MINISTRO DEI BENI CULTURALI E DEL TURISMO: CHRISTIAN VIERI

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  • MINISTRO PER LE POLITICHE EUROPEE: CARLO ANCELOTTI

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  • MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE: ANTONIO CASSANO

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  • MINISTRO DELLA SALUTE: GIORGIO CHIELLINI

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Ci vogliono nemmeno due ore di macchina da Livorno a Figline Valdarno. 130 km di strada che dividono il mare tirreno e l'entroterra fiorentino, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, i due allenatori che domenica sera si giocheranno un pezzo di sogno e di realtà, una fetta di scudetto.

Tra le colline toscane, il tecnico azzurro ci è finito dopo tre anni a Bagnoli, vicino Napoli, dove è nato. Figlio di un gruista di stanza nella città partenopea, ottimo ciclista, nipote di un partigiano che recuperava i piloti americani abbattuti in val d'Arno. Il resto della storia è fissato ormai nella retorica e nell'immaginario sportivo: la banca, la terza catgoria, i modi rudi.
Questo è Maurizio Sarri, la tuta, la sigaretta in bocca, lo sguardo torvo, cupo.

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L'altro invece, è la giacca e la cravatta, il volto pulito e sbarbato, il sorriso sornione, navigato. Massimiliano Allegri, cresciuto in una famglia di operai, il padre scaricatore di porto, la madre infermiera. Faccia da bischero, "ma posso spiegare" dice. Dalla fuga dall'altare a ventiquattro anni, ai nuovi matrimoni, ai flirt, ai divorzi. "Quando succede, succede. Ma ho la coscienza a posto".

L'altro invece è sposato da venticinque anni con Marina, lontano dai riflettori e dal gossip, "presenza discreta e cordiale". Con cui condivide tutto, tutto tranne le sigarette. Allegri non le ha mai fumate, neanche da ragazzo, giura.
Così diversi, così lontani. Lo stesso, simile soprannome. Se il tecnico bianconero è Acciuga, un'etichetta imposta da Rossano Giampaglia, l'altro è Secco, quando ancora giocava da terzino e falciava su e giù per la fascia.
Come ha scritto Mirko Di Natale su Przeglad Sportowy, se si dovesse pensare ad una metafora cinematografica Allegri sarebbe l'intramontabile commedia all'italiana, una sicurezza, un qualcosa di senza tempo, a volte anche autoironica e fuori dagli schemi. Sarri invece preferisce gli effetti speciali da film hollywoodiani, da fantascienza o forse gli spari da western.

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E quello di domenica sera sarà proprio uno scontro all'ultimo colpo di pistola, alla Sergio Leone, per due allenatori lontanissimi anche in campo, nella tattica, nelle idee.
E visto che siamo in tema di metafore, ne usiamo un'altra. Se fossimo in cucina, Allegri sarebbe la nonna pronta a creare un pranzo per venti persone con quello che trova in dispensa. Sarri sarebbe lo chef esigente sui prodotti, con le sue fisse sul bio e sul km 0, con i suoi negozi di fiducia, il fruttarolo all'angolo, il macellaio amico. Tra gli ingredienti più usati dall'allenatore juventino solo in tre superano i 3000 minuti stagionali. Uno per settore: Higuain, Chiellini, Pjanic. La spina dorsale della sua squadra. Quasi il triplo invece quelli del Napoli: Reina, Callejon, Koulibaly, Hysai, Mertens, Insigne, Allan e Albiol, con Hamsik a quota 2978.
Una rosa spremuta fino all'ultimo, fino alla partita decisiva per mantenere in vita un sogno. Perchè saranno pure diversi, lontani, forse all'opposto. Ma domenica sera saranno uguali. Sarri ed Allegri si giocano lo scudetto.

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