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Redazione

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La Juventus festeggia il 35esimo titolo. Come al solito arriva puntuale l’ennesimo scudetto juventino in questo momento della stagione calcistica. Un periodo pasquale che, ogni 12 mesi, di regola tra marzo e aprile, da ben 8 anni consegna, al posto della colomba, il tricolore nelle sole mani della squadra bianconera.

Una vera e propria epoca storica in cui sono si sono succeduti almeno 5 presidenti del Consiglio, 2 papi e 3 guerre. Nel frattempo la Juve ha dominato la nostra serie a e gli altri trofei nazionali, vincendo 8 scudetti di fila, 4 coppe Italia e 4 supercoppe italiane.  Un ciclo iniziato nel 2011-2012 e guidato a quel tempo dal genio di Antonio Conte, gran costruttore di sogni impossibili. All’epoca la rincorsa al Milan di Ibra, Nesta e Thiago Silva fu il frutto del sacrificio di un collettivo combattivo basato sulla sicurezza di Buffon tra i pali e sul nascente mito della BBC, ossia la triade formata da Barzagli, Bonucci e Chiellini. Ma non solo. La genialità di Pirlo, la forza di Vidal, la presenza di Marchisio, la spinta di Pepe, le reti di Vucinic e di Matri, assieme a uno dei gol non dati più famosi della storia del nostro calcio, resero possibile un’impresa difficilissima.

muntari

La Juve quella stagione l’aveva aperta l’8 settembre 2011, con l’inaugurazione dello Stadium, teatro leggendario di tanti successi futuri, e l’aveva proseguita stabilendo svariati record come quello di imbattibilità in campionato (38 partite, di cui 23 vittorie e 15 pareggi) e quello di maggior striscia di risultati utili consecutivi in competizioni ufficiali in una sola annata calcistica in Italia (42 gare). Da quella squadra originaria, formata da un nucleo di campioni veri e da tanti operai dediti ai loro compiti tattici, è nato un team che ha visto militare al proprio interno nel frattempo giocatori straordinari come Pogba, Tevez e Higuain, solo per citare i più iconici. Fino a questa stagione sono stati inanellati ulteriori primati che hanno definitivamente distrutto la competitività del calcio italiano: nella serie a 2013-2014 si è stabilito il record nel nostro Paese di ben 102 punti in un solo campionato; con Allegri successivamente in panca, i bianconeri hanno realizzato 100 punti in 33 gare nel solo 2016; tra le stagioni 2015-2016 e 2016-2017 abbiamo il record delle vittorie consecutive in casa in serie a, ossia 33. Quest’anno il mega acquisto di Cristiano Ronaldo, operazione complessiva da almeno 340 milioni in 4 anni tra ingaggio e cartellino, ha trascinato i bianconeri nel vincere un nuovo titolo italiano, oltre che una supercoppa, insieme a compagni veterani come Bonucci e Chiellini, quest’ultimo unico superstite della Juve di inizio ciclo assieme a Barzagli.

tevez

In questa stagione 2018-2019 costoro, affiancati da Mandzukic, castigatore delle avversarie negli scontri determinanti, dal giovanissimo ed esuberante Kean, dal solido Emre Can, dal decisivo Bernardeschi e dall’imprendibile Cancelo, nulla hanno potuto in Champions, dopo aver conquistato lo scudetto di fatto al termine del girone d’andata, chiuso con l’ennesimo punteggio record di 53 punti, mai realizzato prima in serie A. E qui c’è il primo grande riferimento al disastro di cui accennavamo nel titolo: farsi umiliare dai ragazzi imberbi dell’Ajax non rientra di certo nei piani di un club che ha una delle rose più forti del Continente europeo. E neanche nei piani di un mister come Allegri che vanta al suo attivo 2 finali di Champions. Ma di certo tale squadra, che in ambito domestico ha annientato ogni concorrenza, ha un problema enorme che la porta ad aver vinto negli ultimi 23 anni meno trofei in Europa del Bologna. Ma forse è proprio questo il tema: tale monopolio sul campo, e non solo, ha cancellato ogni tentativo delle nostre squadre di migliorarsi, di dare il meglio di loro e di provare a battere l’impossibile. Le squadre italiane coltivano il loro orticello, usano mille astuzie per racimolare i punti che le servono, stanno ferme, prigioniere di un tatticismo che sarebbe sembrato eccessivo pure ai tempi del Trap, sono inserite in un patetico gioco spezzettato, che si blocca appena si tende a sfiorare l’avversario.

A cosa serve loro sfidare la Juve allo Stadium? A niente. Ma ciò non serve neanche alla Juve per vincere la Champions.

 

di Federico Cavallari

È un Claudio Lotito show quello che va di scena a Campagnano di Roma, nell’ambito dell’iniziativa “Il Pallone Bucato – il Fallimento del calcio italiano”, organizzato dall’Associazione Fare, insieme a Pino Wilson e Riccardo Viola.

Un intervento di quasi un’ora, dove tra bilanci e gestione economica, il numero uno della Lazio si è lasciato andare agli aneddoti e ai ricordi, al racconto delle mosse fatte per risanare la squadra, alle scelte prese. Da Bielsa a Tare, dai fratelli Filippini a Inzaghi, passando per retroscena nascosti, le frecciate a Napoli e Roma, i 160 milioni rifiutati per un calciatore.

Abbiamo raccolto le sue parole in esclusiva.

 

Quando sono entrato in questo mondo, nel 2004, c’era una concezione del presidente come padrone: “Lotito caccia li sordi” mi dicevano. Io ho trovato un bilancio con 84 milioni di ricavi, 86 milioni di perdite e 550 milioni di debiti. Tutti consideravano risanare la Lazio una missione possibile. C’era una cattiva gestione, prima compravano le società con le fidejussioni in banca, i presidenti duravano 3-4 anni. La Lazio ha avuto tantissimi presidenti e se oggi esiste ancora è grazie gente che ha dato tutto. Io sono il proprietario, è vero, ma ho l’obbligo di preservare un patrimonio simbolico e affettivo che è di tutti, quindi economicamente devo salvaguardare questo patrimonio. Non posso fare la politica della cicala.

lotito conferenza

Claudio Lotito a Campagnano, insieme a Pino Wilson e Riccardo Viola 

 

La gestione di una squadra, nella visione di Lotito, deve essere quella di un padre di famiglia. “Una cosa che non esiste più” risponde Riccardo Viola, figlio del presidente romanista Dino, seduto allo stesso tavolo. Gestione ed identità, secondo il patron della Lazio, è il mix vincente:

Si deve creare senso di appartenenza, di lazialità. Io vedo che questa Lazio ha una storia di sofferenza che risale al 1900, agli ideali di chi l’ha fondata, ovvero il superamento di steccati culturali, economici, razziali. I colori sono quelli olimpici, lo sport è al di sopra di tutto.

Sono 15 anni che faccio il presidente e non ho mai preso un euro! Significa che ho interpretato il mio ruolo con un ideale olimpico. L’anno scorso la Lazio ha chiuso il bilancio con 38 milioni di utili, è una società fortissima, ha un patrimonio immobiliare di 200 milioni e un patrimonio di giocatori di 600 milioni, è proiettata verso grandi prospettive. Dopo la Juventus, l’Inter e il Milan, la Lazio è quella che ha vinto più di tutte, partendo da meno 550 milioni. Ci sono alcuni club, come il Napoli, che non ha nemmeno centro sportivo. Io invece ho investito a Formello diversi milioni di euro per ammodernarlo. Prima c’erano le panche di legno, ora i monitor interattivi con la faccia dei giocatori! Gli spogliatoi dei nostri giovanissimi sono meglio di quelli di San Siro!

 

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Non si può parlare di gestione e di crescita dei club, senza passare per forza di cose attraverso la questione degli stadi.

Avevamo fatto una legge perfetta, che includeva la legge di compensazione: se investo 100mln ne devo avere indietro 100. Ora è tutto più lento. Bisogna creare un sistema polifunzionale nel calcio. Il business non è legato all’evento sportivo ma all’indotto, si deve creare una struttura aperta h24, 365 giorni all’anno, con attività che possano creare risorse al club. Guarda il Real Madrid, hanno il cimitero, fanno i matrimoni…

Oggi la Lazio è struttura forte, ha 126 mln di patrimonio netto positivo. E ci sono alcune squadre (e dà un pizzico sulla guancia dell’on. Barbaro, tifoso romanista, ndr) che hanno 126 mln di patrimonio netto negativo. Io la squadra la lascerò mio figlio non perché voglio fare occupazione ma perché voglio dare continuità, perché la Lazio non ha mai avuto un padrone, una figura che si assumesse la responsabilità di decisioni e scelte. Manzini m’ha raccontato che li hanno buttati fuori dall’albergo del ritiro, alcuni presidenti non avevano i soldi per pagare le bollette. Questo perché manca la gestione.

Gestione che passa anche attraverso le decisioni prese dall’alto, negli uffici federali ad esempio. Dove Lotito ha sempre fatto la voce grossa.

Quando sono diventato consigliere di Lega ho iniziato alcune battaglie. Innanzitutto ho imposto che per iscriversi al campionato dovevi aver pagato gli stipendi, prima si pagavano con le cabriolet, gli assegni post-datati. Poi ho combattuto per l’Iva, che quando sono arrivato io non era dato sensibile per l’iscrizione al campionato. Galliani voleva approvare tutto senza l’Iva, io mi opposi. “Se non sei d’accordo mettiamo ai voti” disse. Va bene, ma facciamo con dichiarazione di voto, così voglio vedere se i miei colleghi hanno coraggio di dire che l’Iva non serve, che l’Irpef non serve e così via. E infatti abbiamo approvato la legge.

 galliani

Claudio Lotito e Adriano Galliani

Parlando di economia e di bilanci, si passa necessariamente nel terreno del calciomercato. Terra di scontro, a volte, per Lotito.

Oggi tutto è in mano ai procuratori. Chiedono 2-3 mln di percentuali. Ma che lavoro fa il procuratore? L’avvocato. Quanto ci mette un avvocato a fare 3 milioni? Quando sono arrivato alla Lazio, c’era Mendieta, costato 90 miliardi. Arriva il procuratore e voleva una percentuale. Allora ho dovuto fare di necessità virtù: quando compri una cosa prima la usi e vedi se funziona, se no la dai indietro. Così ho inventato il prestito con diritto di riscatto. Quando presi la Lazio comprai 9 giocatori in un giorno, tutti i prestito con diritto di riscatto, tra cui i gemelli Filippini, la gente rideva e diceva “ma che te sei portato i servitori?”. Coi fratelli Filippini abbiamo vinto il derby 3 a 1.

Si torna sull’attualità, con un aneddoto legato all’ultimo derby, vinto 3 a 0 dalla Lazio.

Stavo nella pancia dello stadio a vedere le trasmissioni. Sullo schermo ecco De Rossi che, in modo encomiabile, dice una cosa: “Questa non è più la Lazio dei Filippini, la Lazio è più forte di noi sia individualmente che collettivamente”. Sono uscito, ho incontrato De Rossi che stava uscendo dagli spogliatoi e gli ho detto: “Daniele ti devo fare i complimenti. Le tue parole sono indice di sportività”. “Presidè è la verità”. Il calcio è così, si è avversari sul campo, non si è nemici. Bisogna collaborare per migliorare questo sport, invece qui è homo homini lupus diceva Hobbes.

Ma a tenere banco sono anche le polemiche arbitrali, con la Var al centro della questione.

Abbiamo inventato la goal technology e poi, insieme a Carlo Tavecchio, contro tutti, abbiamo impostato il sistema Var. Che va ancora migliorata, va gestita come situazione terza, ovvero deve avere una gestione svincolata a quella del campo. Se io oggi arbitro e domani vado a fare il Var, significa fare il controllore e il controllato, c’è sempre situazione che non funziona. Con una persona terza, come il giudice, funzionerà meglio.

Lotito e Tare

"Io ho investito anche nelle persone". Così Lotito su Igli Tare

 

La gestione di una squadra, però, passa anche sulle scelte e sugli investimenti. Anche quelli sulle persone. Come il caso di Igli Tare.

Dicevano che era venuto col gommone, lo prendevano in giro. Invece ho fatto una grande scelta. Avevamo preso impegno di prolungargli il contratto. Viene all’incontro con il procuratore e gli dico: “Guarda, io non ti rinnovo”. “Ma come lei aveva detto così, aveva dato la parola… lei non è corretto, non è serio” dice lui. “Senti - gli ho detto - ho pensato di farti fare il direttore sportivo”. “Ma come non ho neanche il patentino”. “Non ti preoccupare, quello lo prendi. Pensaci, ti do mezzora”. Mezz’ora dopo, torna e mi dice di sì. La prima telefonata che ricevo è quella di Delio Rossi che mi chiede se avessi scelto il direttore, gli dico di sì e lui mi fa: “Mica avrà scelto Tare”. “E invece proprio Tare ho scelto”. “A lei lo fa apposta, perché sa che lui è contro di me”. Allora sbottai: “Come si permette a parlarmi così, moderi i toni: lei è un dipendente, faccia il dipendente e comunque tra due mesi mi ringrazierà”. Dopo un po’ di tempo andiamo a Siena e perdiamo (2-0, terza sconfitta consecutiva ndr). Delio Rossi dice a Tare: “Dica al presidente che mi esonerasse io non controllo più la squadra”. Tare viene, mi racconta tutto e mi fa: “presidente io lo difenderei”. “Hai ragione lo difendiamo”. Quel anno abbiamo vinto la Coppa Italia.

 Bielsa

El loco Bielsa

Investimento come quello su Simone Inzaghi, dove il fantasma di Bielsa è “tutto un film”.

Quando mi sono insediato chiamavo i giocatori per rinegoziare i contratti. Si presenta Simone Inzaghi con Tullio Tinti e gli propongo 5.3 milioni per 5 anni. Il procuratore è soddisfatto, dice per noi va bene. “Avete capito bene - gli faccio - 5.3 milioni in 5 anni”. “All’anno dice lui”. “No in totale”. “A ma lei è matto presidè!”. Allora, non lo dimenticherò mai, Inzaghi mi fa: “posso parlare da solo con lei presidente?”. E gli dico: “Che vuoi fare dopo?”, “L’allenatore”, “Ti faccio fare l’allenatore”.  Quel periodo era veramente drammatico, dormivo un’ora a notte, ma ho fatto cose che rimarranno nella storia dell’Italia e del fisco italiano. Insomma Inzaghi va a Genova, alla Sampdoria, passa un momento difficile dal punto di vista familiare, e quando non giocava più Walter Sabatini, un altro inventato da me, mi dice “licenziamolo”. Io gli dico di no, poi è andato a Bergamo. L’ho chiamato e gli ho detto: “Simò la carriera tua me pare che è finita, ti offro di fare l’allenatore degli Allievi Regionali”. Vince il campionato Allievi Nazionali, poi Bollini va con Reja a Bergamo e allora prendo Simone e lo metto alla Primavera, dove fa bene. Poi sarebbe andato alla Salernitana, ma siccome la piazza borbottava, ho lanciato la storia di Bielsa.

Bielsa l’ho cacciato io. Quando stavo in Francia Tare mi chiamava e mi diceva che aveva comprato dei giocatori che voleva l’allenatore e dopo 3 minuti non andavano più bene. Torno a Formello, con Tare chiamiamo l’allenatore e inizia una situazione di un certo tipo. Tare gli parlava, lui rispondeva come se fosse uno scienziato, a un certo punto mi sono sentito mortificato per Igli, ho preso il telefono, gliel’ho strappato dalle mani, ho detto: “Senta mister, lei se ne deve andare affanculo”. Tare era pallido.

Lotito e inzaghi

Lotito e un'altra sua creatura: Simone Inzaghi.

 

La chiosa finale è ancora sui fatturati, con uno sguardo al mercato.

Il Milan ha 130 milioni di perdite, l’Inter 70, la Juventus 20, il Napoli 7. La Lazio sta a +38mln. E non ho venduto giocatori. Anzi, ho rifiutato 160 milioni per un calciatore, te deve regge la pompa eh…

 

a cura di 

Gianluca Di Mario

Lamberto Rinaldi

Un Regno con due troni e troppi Re

Bagarre dal sapore infuocato in zona Champions. Lasciando in sospeso il ruolo della Lazio, alle prese sì con una gara in meno da recuperare con l’Udinese, ma con il ritardo forse decisivo in classifica frutto della sconfitta col Milan, almeno altre 4 squadre si trovano a lottare per i 2 posti rimasti disponibili per avere accesso alla prossima edizione della massima competizione continentale. Con tutto ciò che ne consegue.

Polemiche arbitrali, veleni, magliette alzate per schernire gli avversari, alcuni allenatori che sembrano aggiustare una stagione sotto un diluvio e altri che si rifugiano in silenzio stampa. Parliamo di Inter, Milan, Roma e Atalanta che combatteranno tra loro, fermo restando quanto accennato sulla Lazio, per vincere una battaglia decisiva: conquistare uno strano Regno dai 4 troni, di cui 2 già occupati da ottobre. E accanto a ogni trono si trova il suo forziere. Per un club entrare in Champions comporterebbe già solo per l’ingresso una pioggia di denaro spropositato.

Secondo un articolo pubblicato su investireoggi.it nel giugno dello scorso anno, si è stimato che Juve, Roma, Inter e Napoli abbiano incassato per accedere alla competizione continentale riferita alla stagione 2018-2019 dapprima un dividendo fisso di 15,5 milioni, poi una somma che oscillerebbe tra gli 11 e i 29 milioni in base al ranking di tali squadre, infine cifre calcolate sul market pool fisso e variabile consistenti nel complesso ad almeno altri 10 milioni. Anche i soldi da assegnare per l’ingresso nella prossima edizione non saranno granché diversi. Il che fa capire la ruvidezza dello scontro per le prime posizioni.

Sabato la gara tra Milan e Lazio, finita 1 a 0, gol di Kessie su rigore, è il sintomo di tensioni alle stelle che serpeggiano in queste ultime partite in cui il gioco conta assai poco rispetto ai singoli episodi. Cross da distanza siderale di Laxalt verso Piatek e Musacchio, che non ci arrivano con quest’ultimo buttato giù in area da Durmisi. Rigore contestato a favore del Milan. Iniziano i primi guai in campo, dopo che, precedentemente, era stato anche fischiato un rigore per i rossoneri da Rocchi per poi essere annullato dallo stesso alla Var. Un contrasto tra Milinkovic e Rodriguez fa gridare allo scandalo la Lazio, ma l’arbitro non concede il rigore. Da lì la rissa finale con Inzaghi allontanato e con terrificante contorno a fine partita fornito dalla maglietta di Acerbi alzata da Kessie e Bakayoko in segno di spregio dell’avversario. Un inquietante nuovo rituale che sancisce il crollo definitivo dell’ultimo brandello di sportività rimasto nel Paese, cioè lo scambio della maglia.

Fa riflettere invece la vittoria catenacciara della Roma, che nel diluvio dell’Olimpico si impone sull’Udinese 1 a 0 con gol di Dzeko. Viene un dubbio: ma non è che, con un mister così attento agli equilibri difensivi fin da inizio stagione, i giallorossi, evitando di prendere 3 gol a gara, avrebbero potuto occupare un tranquillo terzo posto solitario in classifica con distacchi importanti sulle altre?

 

di Federico Cavallari

Il calcio volta pagina. Almeno per quanto riguarda il Pallone d’Oro. Cristiano Ronaldo sconfitto, Lionel Messi pure. E intanto, France Football, apre al calcio femminile: Ada Hegerberg dell’Olympique Lione è la prima calciatrice sul tetto del mondo.

Elia Gorini, giornalista di San Marino RTV e giurato per il Pallone d’Oro, ha parlato di tutto questo ieri sera ai microfoni della trasmissione Super Santos – Active Webradio. Ecco le sue parole.

 

È finita un’era calcistica con la vittoria di Luka Modric?

Direi proprio di sì dopo 10 anni di duopolio completo si arriva ad un cambiamento epocale, poi bisognerà capire se è soltanto un anno che farà da spartiacque per una nuova decade di successi targati Messi e Ronaldo ma quello di quest'anno è stato un anno importante.

Te Elia per chi hai votato?

Ho votato per Antoine Griezmann davanti a Cristiano Ronaldo e Luka Modric. Ogni giurato deve esprimere 4 preferenze, il quarto era Kylian Mbappè e il quinto, sempre per me, Mohammed Salah.

Molti hanno parlato della “sconfitta” di Cristiano Ronaldo come di una sconfitta politica, visto il differente peso che a livello europeo hanno Juventus e Real. Secondo te, fosse rimasto in Spagna, il portoghese avrebbe continuato a vincere?

Questa è una curiosità di molti, io sinceramente non lo credo. Alla fine Modric ha vinto anche il premio Best player della Uefa e della Fifa, quindi c'è una sorta di coerenza anche nei premi precedentemente assegnati. Ricordo che il premio della Fifa è assegnato dai giornalisti, dai CT e dai capitani delle Nazionali, mentre il premio di France Football è legato solamente ai giornalisti. Non mi stupisce la vittoria di Modric. Io non l'ho votato per primo sinceramente perchè ritengo che nell'anno del Mondiale vada considerato il peso di questa competizione, anche perchè France Football fornisce dei criteri da seguire: criteri individuali, di squadra, il fairplay e la carriera del giocatore. Griezmann ha vinto la Coppa del Mondo, ha segnato in Finale, oltretutto ha vinto con l'Atletico Madrid anche l'Europa League, secondo me poteva veramente essere l'anno di Griezmann, tra l'altro anche Paolo Condò ha votato Griezmann.

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Ci sono stati dei voti a sorpresa?

Si, i voti funzionano molto per componente geografica. C'è la fazione latina che tifa più per Messi, in Africa ha ottenuto molti voti Cristiano Ronaldo, le isole del Pacifico hanno votato di più per Modric. Spulciando tra i voti ho visto anche la Repubblica Centrafricana che ha votato Benzema, che nonostante abbia raccolto diversi voti non è riuscito ad entrare tra i primi cinque.

Oltre a Modric però è stato assegnato anche il primo Pallone d’Oro femminile, dove ha vinto la norvegese Ada Hegerberg. Che cosa ci puoi dire di questa calciatrice?

Si è stata un'edizione storica perchè France Football ha aperto anche al calcio in rosa. Giustamente, aggiungo io. Noi di San Marino RTV, come tv di Stato, siamo molto impegnati perchè da 6 anni realizziamo un programma interamente dedicato al calcio femminile. Il premio ad Ada Hegerberg è strameritato, parliamo di una calciatrice che ha vinto con l'Olympique Lione le ultime tre edizioni della Champions League femminile, è stata capocannoniere della scorsa edizione. Io l'ho vista giocare anche dal vivo quando la squadra francese ha vinto la Coppa Campioni nella finale giocata in Italia, al Mapei Stadium di Reggio Emilia, dove la Hegerberg mise la sua firma. Credetemi, è veramente molto forte.

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Juventus, Milan, Roma, sempre più società stanno creando la squadra femminile. Com'è lo stato di salute del movimento femminile e come sta andando la Serie A?

Il Milan di Carolina Morace sta facendo molto bene ma credo che, alla lunga, dovrebbe venire fuori anche la Fiorentina, che ha speso molte energie per la Champions finora. Il Milan partiva da una base importante, ha acquisito il titolo del Brescia femminile, che l'anno scorso ha perso lo spareggio vittoria contro la Juventus di Sara Gama. C'è quindi una basa di giocatrici molto forti, uno zoccolo duro importante, il tecnico Carolina Morace ovviamente non la scopro io, è un ex giocatrice e un tecnico molto preparato. Il Milan può fare molto bene, a Sabatino e Zacinti ha aggiunto Raffaella Manieri, che ha vinto con il Bayern Monaco anche un paio di scudetti e lo scorso anno giocava a Ravenna. C'è una bella base. Milan, Juventus e Fiorentina si giocheranno lo scudetto ma una menzione particolare la merita il Florentia, società neopromossa che è partita da lontano e in 4 anni è arrivata in Serie A e sta facendo un supercampionato.

C’è ancora un vuoto normativo nel mondo sportivo al femminile, secondo te cosa si dovrebbe fare?

Il problema è tutto di compensi: il calciatore uomo fa il professionista, la calciatrice donna non se lo può permettere, perchè gli stipendi non sono equiparati. Ovviamente non si può ambire subito a stipendi milionari, ma almeno creare una base per permettere alle calciatrici di potersi dedicare a tempo pieno al proprio sport. Anche perchè non c'è differenza tra l'impegno maschile e femminile: la Juventus, campione d'Italia in carica, si allena due volte al giorno. Oggi però non si può parlare di professione. C'è differenza tra maschile e femminile e non riguarda solo il calcio, ma tutto lo sport.

Qualcosa però si sta muovendo, Sky ad esempio ha acquistato i diritti televisivi per le loro partite. La visibilità è senza dubbio positiva.

Noi l'abbiamo fatto per 6 anni e siamo contenti che ora anche Sky abbia intrapreso questa strada. Noi, come San Marino RTV, abbiamo fatto da apripista e più reti si occupano di calcio femminile meglio è.

Cosa ti senti di dire a chi non si è mai avvicinato al calcio femminile?

Per guardare il calcio femminile bisogna avere molta umiltà, nel senso che è evidente che l'approccio al calcio maschile sia diverso rispetto a quello femminile. Io faccio sempre un esempio: i 100 metri corsi dagli uomini alle Olimpiadi sono diversi dai 100 metri femminili, questo perchè c'è una struttura fisica diversa. Il calcio femminile ha un vantaggio rispetto a quello maschile: le prime hanno più voglia di apprendere rispetto ai secondi, questa è una cosa che ho imparato in questi anni che lo seguivo da vicino. C'è una grande attenzione al gesto atletico, si vedono gol di grande levatura. E soprattutto ci sono tanti allenatori uomini che, partiti dal calcio maschile, una volta arrivati a quello femminile non sono più tornati indietro.

Mbappè s'è preso pure la copertina del Time

Kylian Mbappé siede allo stadio, cercando di trovare le parole per descrivere la sua vita. Le sue strabilianti abilità calcistiche lo hanno portato sul tetto del mondo nel giro di pochi mesi. Guadagna più denaro di quanto avrebbe mai potuto immaginare. Nike sta disegnando le sneakers più costose in suo nome. LeBron James vuole vederlo quando sarà in città in settimana. La gente lo supplica per gli autografi.

Poi c'è il fatto che ha ancora 19 anni, e questo rende tutto molto più complicato.

"La mia vita è stata completamente sconvolta", dice, seduto in un arioso salotto rivestito di pannelli di legno in cima allo stadio Parc des Princes della squadra di calcio Paris Saint-Germain, o PSG, per il quale Mbappé è attaccante. "Sono felice e vivo la vita che ho sempre sognato." Eppure, dice, "Penso che mi sarei perso qualcosa, non ho avuto i momenti delle cosiddette persone normali durante l'adolescenza, come uscire con gli amici, godermi i bei momenti".

Fino a poco tempo fa, Mbappé era seguito da migliaia di tifosi europei di calcio. Ma fuori da quel regno, era poco conosciuto fino al 2018, quando le sue abilità lo hanno catapultato alla fama mondiale. Il suo account Instagram ora ha quasi 20 milioni di follower, il doppio del numero, per esempio, di quello di Serena Williams.

La maggiore celebrità di Mbappé è iniziata a settembre dello scorso anno, quando i proprietari del PSG hanno accettato di sborsare ben 180 milioni di euro in cinque anni al club AS Monaco per portare Mbappé nella sua città natale di Parigi. Ingaggio mensile di € 1,5 milioni. Questo l'ha reso l'adolescente più costoso nella storia del calcio.

Col senno di poi, questa somma sembra ora un affare. Mbappé ha segnato 13 gol nell'ultima stagione della Ligue 1 francese, vincendo il campionato per il PSG. Questo gli è valso un posto nella squadra nazionale francese diretta alla Coppa del Mondo FIFA in Russia. E' lì che Mbappé è diventata una superstar globale.

Alla Coppa del Mondo, la parola Mbappé è diventata sinonimo di Fenomeno. In finale, sembrava volare prima di sparare la palla in rete e poi cadere in ginocchio, con un sorriso che gli solcava il volto. Nella partita del 15 luglio, contro la Croazia, Mbappé ha segnato uno dei quattro gol della Francia, aggiudicandosi il più premio più ambito per il suo paese e diventando il primo adolescente a segnare in una Coppa del Mondo in 60 anni. "Benvenuto nel club", ha tweettato Pelé su Mbappé.

Alla cerimonia di premiazione, il presidente francese Emmanuel Macron stava silenziosamente abbracciando Mbappé, sull'orlo delle lacrime. Più di 1 milione di persone si sono riversate nelle strade di Parigi, bloccando la vasta Avenue de Champs-Élysées. Mbappé dice di essere stato a malapena colto da ciò che era accaduto fino a quando il team ha attraversato folle urlanti a Parigi in un autobus scoperto il giorno successivo. "Ci siamo resi conto che siamo partiti per segnare la storia", dice.

Kylian Mbappé è la specie di giocatore del calcio che sarà. "Mbappé ha questa velocità esplosiva" dice Richard Fitzpatrick, un autore di calcio a Barcellona che ha seguito la carriera di Mbappé per anni "Ma vorrei raccomandare cautela, è troppo presto per dire il suo futuro."

Per molti in Francia, Mbappé incarna più di un semplice calciatore straordinario. E' una favola vivente di chi va dalle stalle alle stelle, la sua storia inizia nei sobborghi immigrati di Parigi o nelle banlieues, i cui massicci blocchi di grattacieli risuonano nel centro scintillante della città. Infatti, otto dei giocatori francesi della Coppa del Mondo erano, come Mbappé, di famiglie di immigrati, tra cui le stelle Paul Pogba, N'Golo Kanté e Blaise Matuidi. "Sì, l'Africa ha vinto la Coppa del Mondo!". Ha presentato il Daily Show Trevor Noah, che è sudafricano, dopo la vittoria della Francia. L'osservazione attirò la rabbia dalla Francia. "Sono cittadini francesi", ha respinto l'ambasciatore francese negli Stati Uniti Gérard Araud “sono orgogliosi del loro paese".

 

Da Time

http://time.com/collection-post/5414056/kylian-mbappe-next-generation-leaders/

Il Chelsea vuole mandare i suoi sostenitori razzisti a fare dei viaggi nel campo di concentramento nazista di Auschwitz invece di imporre il divieto di vedere le partite.

Il proprietario del club, Roman Abramovich, ebreo, è in prima linea nell'iniziativa, progettata per affrontare l'antisemitismo tra i fan. E il Chelsea chiede di essere supportato in questo anche dagli altri club della Premier League.

"Se vuoi cambiare il loro comportamento", ha detto al Sun il presidente del Chelsea, Bruce Buck, “questa politica dà loro la possibilità di realizzare ciò che hanno fatto”.

"In passato li prendevamo dalla folla e li mettevamo al bando, per un massimo di tre anni, ora diciamo: "Hai fatto qualcosa di sbagliato, hai l'opzione, possiamo bannarti e passare il tempo con i nostri funzionari della diversità ".

Il Chelsea ha criticato pubblicamente alcuni dei suoi fan per i cori antisemiti contro i rivali Tottenham nel settembre 2017.

Buck ha aggiunto: "È difficile agire su un gruppo di 50 o 100 persone che stanno cantando, è quasi impossibile gestirle, ma se abbiamo individui che possiamo identificare, possiamo farlo".

Mercoledì scorso il Chelsea ha presentato in anteprima un nuovo film alle Camere del Parlamento volto a sensibilizzare sulle conseguenze dell'antisemitismo, alternando immagini di canti offensivi e post sui social media insieme a immagini dell'Olocausto. Buck ha dichiarato al sito web del club: "Stiamo solo cercando di attaccare l'antisemitismo in questo mondo, speriamo di dare un contributo concreto per la società".

 

Dal The Guardian

https://www.theguardian.com/football/2018/oct/11/chelsea-to-send-racist-fans-auschwitz-instead-banning-orders-antisemitism?CMP=fb_gu

Filotto italiano in Champions League, in questo secondo turno di fase a gironi. Con le vittorie di Inter e Napoli di mercoledì sera contro PSV Eindhoven e Liverpool, aggiunte ai successi di Juventus e Roma su Young Boys e Viktoria Plzen, si raggiunge un poker tricolore che mancava addirittura da 13 anni. 

Era il 2005, precisamente novembre, quando Juventus, Milan, Udinese e Inter riuscirono a strappare 3 punti rispettivamente a Bruges, Fenerbahce, Panathinaikos e.... Armedia Petrzalka, squadra slovacca nel frattempo fallita e attualmente risalita in Serie B locale, dopo una trafila dalla quinta serie. 

Ecco i tabellini e le formazioni di quelle partite. Per una serata all'insegna della nostalgia e dell'amarcord

 

JUVENTUS BRUGES 1-0

Cattura

 

Panathinaikos - Udinese 1-2

asd

Fenerbahce - Milan 0-4

fener

Inter - Artmedia Petrzalka 4-0

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La mattina del Derby

La mattina del derby sarà sempre uno stato d'animo, un'emozione a parte.

Magari un'emozione da poco, come quella della canzone. Ma intanto è mia, è intima e allo stesso tempo collettiva. È qualcosa che ti porti dentro e ogni volta è uguale. è qualcosa che non sai descrivere se non ci sei dentro come dice Colin Firth in Febbre a 90.

Mi sveglio con ancora in bocca il sapore dell'amaro montenegro della sera prima. Mi sveglio tardi, ovviamente. E ovviamente non ho né le forze né la concentrazione giusta per prepararmi una colazione che si possa anche solo lontanamente definire tale. Infilo la felpa e neanche mi levo la maglia, di Totti, che mi fa da pigiama. Che fuori ci siano 40 gradi all'ombra o i pinguini a -30 io dormo in mutande e con la maglietta di Totti. Non quella da gioco, non sono così blasfemo, ma una grigia, che forse vendevano col Corriere dello Sport o qualcosa di simile, con nome e numero. Basta così poco per dormire comodi.

Scendo silenzioso al bar di sotto, Carletto mi vede e già posa sul bancone il caffè. Oggi non mi stuzzica, non mi prende in giro che mi sono svegliato tardi, sa che è un giorno particolare. Mentre col tovagliolo alzo la vetrina dei cornetti gli faccio: "Oggi è tosta tosta eh Carlè..", "Si, pe loro". Lo zucchero a velo che stava appoggiato sulla pasta a sfoglia al primo morso mi cade tutto addosso mentre con la mano sfoglio il giornale.

La grande chance”, “Derby de paura”. Manolas recupera, Florenzi forse alto, De Rossi ci sarà. E ci sarò pure io, e questo, per me, è quello che conta. La Nord entra in ritardo per protesta, la Sud ha annunciato la coreografia. Mentre mi ripasso in mente le formazioni il cellulare inizia a vibrare. È Luca, che conoscendolo sarà sveglio dalle 7, la notte prima del derby è sempre un po’ complicata. Scrive che mi passa a prendere a mezzogiorno, così facciamo tutto con calma e raggiungiamo gli altri.

Quando il derby si gioca alle 3 è meglio, è un sollievo fisico ed emotivo. Non devi tirare a campare fino alla sera, a galleggiare nell’ansia, a prepararti alla sfida. Fosse per me non si dovrebbero proprio giocare i derby: tre punti a loro, tre punti a noi, uno alla volta, come il turnismo in Spagna, una par condicio calcistica. La mattina del derby scorre così. Tra mani avanti, frasi fatte e pippe mentali. Tra “vincete voi”, grattatio pallorum e formazioni al fantacalcio incastrate apposta. “Ao io metto Milinkovic, così se segna non me la pionderculo troppo”.

Intanto al bar entra Franco, pensionato di ormai 75 anni, un passato al ministero ma soprattutto sulle panchine di mezza terza categoria. Il Messaggero sotto braccio, busta col pane nell'altra. "A Carlo damme il giallorosso". Il barista prepara sul bancone due bicchieri, butta uno pezzetto di arancia in entrambi e poi versa in uno il crodino e nell'altro il campari. Poi sistema una scodella di patatine che, a sentire come (non) scrocchiano, saranno state dei tempi di Annoni, Cappioli e Piacentini. Tutte le domeniche Franco tiene il suo show al bar, dopo le partite: si mette al tavolino centrale, si accavalla le gambe, fine fine, con l’aiuto delle mani, quel tanto che basta per mettere in risalto il calzino che avvolge lo stinco, poi inizia. “Me dovrebbero pagà pe’ parlà de calcio co’ voi, ma che ne sapete dei tempi miei…”. Un appuntamento altro che la Domenica Sportiva. E quando c'è una partita più importante, a Carletto chiede l'aperitivo giallorosso. 

È un rito, e se gli dici che è una scaramanzia si incazza. La superstizione porta sfiga. Mi guarda e fa: "Ma che vai in Curva?" "Si mister, perchè?" "Daje no strillo da parte mia!".

Quello che sta succedendo nei campionati minori del calcio italiano è l'emblema dello stato di salute di questo sport nella nostra penisola. Ripescaggi e retrocessioni fatte a tavolino, calenadri inesistenti, partite spostate, società e tifoserie storiche scomparse, cancellate. Vi proponiamo due scritti sull'argomento, il primo è un comunicato ultras, i Granata del Pontedera.

 

Ci prendono in giro con campionati disegnati a lapis e cancellati. Ci truffano con accordi schifosi con le televisioni, col solo obiettivo di farci spendere sempre di più per vivere la nostra passione. E poi alla prima occasione ci accusano di essere il male del calcio. Ora sta venendo fuori tutto. Ora il calcio italiano sta dimostrando ciò che è. Un insieme di persone che non sanno cosa sia l’odore del campo, l’emozione di una curva, il suono di migliaia di mani che battono insieme. Viva chi tifa, chi si innamora di un colore, chi sacrifica tempo e soldi per sostenere una maglia, una squadra, una città, un ideale. Non ci piegheremo mai alla logica del business, dello spettacolo e dei soldi. Fieramente contro corrente. Ostinatamente romantici. La nostra passione non si compra, non si vieta, non si diffida e non si rinvia. Perché noi siamo Ultras. Ultima parte sana di un calcio malato.

Ultras
Granata
Pontedera

 

L'altro pezzo è un articolo, un viaggio semiserio, di Alessandro Bellesio per La Stampa. Il protagonista è un tifoso della Pro Vercelli:

 

La giornata tipo del tifoso della Pro Vercelli, in questo settembre da nuvoletta perenne che incombe sulla testa, quanto sarebbe piaciuta a Paolo Villaggio per le avventure del suo ragionier Ugo Fantozzi. Oggi la sciarpa con ricamato il vecchio «Forsa Pro» - quella che le ha viste tutte, dallo scudettino del ’94 alla promozione in B dopo 64 anni - sa di naftalina, arrotolata nell’armadio. Lui non se l’è sentita di scomodarla per le 537 amichevoli estive al termine delle quali, secondo un compagno di trasferte, verrà assegnata ai leoni e ai loro fedelissimi seguaci una specie di Coppa Cobram. La sciarpa è per le occasioni speciali. Per il campionato. Che tra l’altro nessuno ricorda, ormai, come sia fatto.

Sarà perchè chi comanda questo mondo del pallone ha un po’ confuso le idee al sostenitore medio di via Massaua: saranno 19 oppure 22 squadre in serie B, e forse in serie C ci si affiderà al caso. Prima che arrivi ottobre - giurano giornalisti, blogger, avvocati e malati di Facebook e Twitter - arriverà la decisione finale. Una sorta di tavola dei comandamenti incisa sulla pietra. E sarà così nei secoli dei secoli. Sempre che qualcuno non faccia ricorso. Perchè il tifoso attende la parola del Tar e del Collegio di Garanzia del Coni come fosse il Verbo. Il nome di certi uffici, poi, evoca il famoso «Dirett. lup. mann.» e qualcuno immagina già le poltrone in pelle umana.

Quando sembrava un’estate come tante, con le zanzare a infestare la casa (forse per colpa di mister Grassadonia che aveva condannato il club dei 7 scudetti alla retrocessione, nonostante i 20 punti portati in dote), il tifoso medio aveva iniziato a scervellarsi su come seguire la Pro in C. Bisogna prepararsi a seguire le partite dallo schermo del computer: il sito si chiama Eleven Sports, e lui ha acquistato in anticipo almeno qualche trasferta. Costano più o meno quattro euro l’una. E naturalmente, l’immancabile tessera in curva al Piola. Poi qualcuno ha iniziato a pronunciare la parola «ripescaggio». Serie B. E lui non ha resistito, anche perchè giorno dopo giorno la speranza si faceva più concreta: ha subito comprato l’abbonamento tv a DAZN, forse invaghitosi contemporaneamente della nostalgia degli stadi mondiali e dell’avvenenza di Diletta Leotta. Ma via via il cielo si è rabbuiato. La nuvoletta ha fatto il suo dovere. Niente più B, e allora è arrivato il giorno della compilazione dei calendari di C.

Con le pive nel sacco (e dopo aver tentato di farsi rimborsare da DAZN), il tifoso medio ha iniziato a programmare il suo autunno in Lega Pro: mercoledì 19 settembre c’è il debutto in casa con il Piacenza e allora niente cena a casa dei suoceri; domenica 23 il primo viaggio ad Arezzo e altro disastro familiare per una maratona da Ikea che non si farà. Altra nuvoletta: la Pro, con quattro squadre, non giocherà fino a quando Tar e Collegio la finiranno di rincorrersi e ricorrersi. E ripristinate cena dai suoceri e drammatica gita al mobilificio. Oggi lui è in bilico tra B e C, nell’ansia. Dorme di rado. La fame di Pro non si consuma e allora colleziona amichevoli a Biella al costo di 8 euro (domani sera), sogna di rivedere certi campioni in maglia bianca (Vives, che sabato avrebbe dovuto giocare con i leoni ad Alice Castello). Mai stagione è stata più tormentata, caro tifoso medio. Mai è stata più combattuta, incerta, vergognosamente sottratta alla gente dello stadio. In una parola: non è mai stata così fantozziana.

Ode a Gilardino

L'esordio a Piacenza, il Verona, i 23 al primo anno da titolare al Parma, una rete in girata con la Roma, il poker all'Udinese, l'Europeo U21 vinto da protagonista, altri 23 l'anno dopo a Parma più uno nello spareggio di Bologna, il poker al Livorno, l'arrivo al Milan, i 17 al primo anno senza rigori, il violino che suona anche al Mondiale con gli USA, il goal al Manchester United, le critiche.

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La rinascita in riva all'Arno, il goal al debutto contro la Juve in mezza girata, uno al volo col Genoa di sinistro all'ultimo secondo, una doppietta al Franchi con la Roma, quella di Lione in Champions, il goal a Lisbona con lo Sporting di esterno al volo, il 2-1 all'ultimo minuto ad Anfield col Liverpool, Vargas to Gilardino come Stockton to Malone, un goal da rapace a Marassi col Genoa, l'eurogoal di sinistro col Cesena, quello al volo col Bari, la tripletta in Nazionale contro Cipro proprio al Tardini, la prima avventura al Genoa.

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L'anno di Bologna, la doppietta a Roma per una rimonta da cardiopalma, l'eurogoal di sinistro contro il Palermo, un goal al volo a San Siro con l'Inter, la rete a Pescara davanti ai miei occhi nel giorno in cui prese in un colpo solo il trio Mancini-Inzaghi-Riva nella classifica all-time dei marcatori di A, il ritorno al Genoa e la salvezza con 15 centri stagionali quando tutti lo davano per finito.


La fugace apparizione in Cina, il ritorno nell'amata Firenze, Palermo e una salvezza all'ultimo respiro, Empoli e Pescara tappe disgraziate, quel saluto dietro una vetrata a Poggio degli Ulivi, Spezia in B a suonare ancora dolce musica, il goal al volo di destro in quel di Cittadella come ultimo gioiello.

La corsa si è fermata a quota 188 in A, ben 19 in Nazionale e più di 250 in carriera.
Come scrisse il maestro Califano anni or sono, "ecco la musica è finita"...
Grazie "centravanti di mestiere", grazie eterno Bomber!

 

di Francesco Tusi

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