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Juventus, la gloria eterna e il disastro europeo

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Il calcio è di chi lo paga

Non è questione di essere nostalgici. Il mondo della comunicazione, e così quello della televisione, sono in eterno divenire e ci si deve fare i conti, aggiornarsi e rimanere al passo. Non è questione nemmeno di essere attaccati a piccole gioie artistiche come Jack Trombey e il suo Pancho, Herb Alpert e il suo Taste of Honey. Non è solo un discorso di immagini sacre e di immaginario popolare, di radioline e di "Attenzione Ameri..", di pomeriggi sul divano ad aspettare che un gol prendesse forma. Quello che sta succedendo in Italia, con l'assegnazione dei diritti televisivi, è una questione di soldi e di rispetto.

I soldi, sono quelli della Lega. 1,1 miliardi in totale, divisi per tre diversi pacchetti in cui saranno divise le partite: tre il sabato, sei la domenica, una il lunedì sera. Il pezzo principale è quello che prevede 114 eventi, per un’offerta minima a stagione di 452 milioni di euro. Il pacchetto 6 prevede invece 152 eventi con prezzo minimo di 408 milioni e il pacchetto 7 riguarda 114 eventi a 240 milioni. Nessun operatore (fin qui gli interessati sono Mediapro, Sky, Perform, Mediaset, Tim e Italia Way) potrà acquistarli tutti. Ci saranno quindi due detentori dei diritti tv e, salvo accordi di ritrasmissione, i tifosi dovranno sottoscrivere due diversi abbonamenti per vedere le partite della propria squadra.

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Ma non finisce qui. Nel bando stipulato dalla Lega Calcio si legge che gli highlights e i gol delle partite di Serie A non saranno più trasmessi in televisione, in chiaro, prima delle ore 22.00 di domenica. Sul web, invece, sarà possibile vedere le immagini delle partite tre ore dopo la fine del match ma solo grazie ad un pacchetto apposito, Digital Plus, i cui diritti saranno presto banditi.

A queste condizioni probabilmente scompariranno programmi come 90 Minuto e il Sabato della DS. Una questione sulla quale la Rai ha già preso posizione: "Gli interessi economici dei club di calcio passano sopra a ogni interesse dei cittadini che hanno il diritto di godersi lo sport, anche sulla tv pubblica. Chiediamo alla Lega Calcio un urgente ripensamento".

Cattura

Il bando della Lega andrebbe così a cancellare la possibilità, per i milioni di tifosi italiani che non possono permettersi una pay tv, di vedere i gol della loro squadra. È il calcio moderno, bellezza. Si può fermare? No, ma qualcosa, comunque, si può fare. Chi può permettersi il doppio satellite, all'abbonamento per il divano preferisca quello per lo stadio. Chi non può permetterselo riprenda in mano la radiolina. Invece di vederla da casa, riempite la curva. E per le partite in trasferta, scendete al bar, tornate nei club. A chi vi vuole chiusi in casa, rispondete andando allo stadio. E le società stiano veramente dalla parte dei tifosi. Prezzi popolari per i settori popolari, cento euro in meno ad abbonamento ma mille abbonati in più. Solo così qualcosa potrà veramente cambiare.

Solo così il calcio tornerà alla gente, solo così il calcio sarà veramente di chi lo ama.

Il nuovo Governo calcistico

 

Giorni di giuramenti, di nomi, di veti, di ministri e di presidenti. E se dovessimo creare un governo della nazione con sli esponenti del calcio italiano? Noi l'abbiamo pensato così

  • PRESIDENTE DEL CONSIGLIO: ANTONIO CONTE

Ovviamente, neanche a dirlo. Se nella realtà c'è Giuseppe, noi ci affidiamo ad Antonio. Capacità di spremere le risorse, di risolevvare una squadra, di portare successi. Chi meglio di lui?

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  • MINISTRO PER IL LAVORO: ZDENEK ZEMAN

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  • MINISTRO DELLA DIFESA: PAOLO MALDINI

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  • MINISTRO DEGLI INTERNI: GIANLUIGI BUFFON

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  • MINISTRO PER IL SUD: LORENZO INSIGNE

  • MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI: GIOVANNI TRAPATTONI

  • MINISTRO DELLA GIUSTIZIA: MARCO MATERAZZI

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  • MINISTRO DELL'ECONOMIA: MINO RAIOLA

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  • MINISTRO DELLE POLITICHE AGRICOLE: ALBERTO MALESANI

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  • MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE: GAETANO LETIZIA

  • MINISTRO DEI BENI CULTURALI E DEL TURISMO: CHRISTIAN VIERI

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  • MINISTRO PER LE POLITICHE EUROPEE: CARLO ANCELOTTI

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  • MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE: ANTONIO CASSANO

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  • MINISTRO DELLA SALUTE: GIORGIO CHIELLINI

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Ci vogliono nemmeno due ore di macchina da Livorno a Figline Valdarno. 130 km di strada che dividono il mare tirreno e l'entroterra fiorentino, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, i due allenatori che domenica sera si giocheranno un pezzo di sogno e di realtà, una fetta di scudetto.

Tra le colline toscane, il tecnico azzurro ci è finito dopo tre anni a Bagnoli, vicino Napoli, dove è nato. Figlio di un gruista di stanza nella città partenopea, ottimo ciclista, nipote di un partigiano che recuperava i piloti americani abbattuti in val d'Arno. Il resto della storia è fissato ormai nella retorica e nell'immaginario sportivo: la banca, la terza catgoria, i modi rudi.
Questo è Maurizio Sarri, la tuta, la sigaretta in bocca, lo sguardo torvo, cupo.

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L'altro invece, è la giacca e la cravatta, il volto pulito e sbarbato, il sorriso sornione, navigato. Massimiliano Allegri, cresciuto in una famglia di operai, il padre scaricatore di porto, la madre infermiera. Faccia da bischero, "ma posso spiegare" dice. Dalla fuga dall'altare a ventiquattro anni, ai nuovi matrimoni, ai flirt, ai divorzi. "Quando succede, succede. Ma ho la coscienza a posto".

L'altro invece è sposato da venticinque anni con Marina, lontano dai riflettori e dal gossip, "presenza discreta e cordiale". Con cui condivide tutto, tutto tranne le sigarette. Allegri non le ha mai fumate, neanche da ragazzo, giura.
Così diversi, così lontani. Lo stesso, simile soprannome. Se il tecnico bianconero è Acciuga, un'etichetta imposta da Rossano Giampaglia, l'altro è Secco, quando ancora giocava da terzino e falciava su e giù per la fascia.
Come ha scritto Mirko Di Natale su Przeglad Sportowy, se si dovesse pensare ad una metafora cinematografica Allegri sarebbe l'intramontabile commedia all'italiana, una sicurezza, un qualcosa di senza tempo, a volte anche autoironica e fuori dagli schemi. Sarri invece preferisce gli effetti speciali da film hollywoodiani, da fantascienza o forse gli spari da western.

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E quello di domenica sera sarà proprio uno scontro all'ultimo colpo di pistola, alla Sergio Leone, per due allenatori lontanissimi anche in campo, nella tattica, nelle idee.
E visto che siamo in tema di metafore, ne usiamo un'altra. Se fossimo in cucina, Allegri sarebbe la nonna pronta a creare un pranzo per venti persone con quello che trova in dispensa. Sarri sarebbe lo chef esigente sui prodotti, con le sue fisse sul bio e sul km 0, con i suoi negozi di fiducia, il fruttarolo all'angolo, il macellaio amico. Tra gli ingredienti più usati dall'allenatore juventino solo in tre superano i 3000 minuti stagionali. Uno per settore: Higuain, Chiellini, Pjanic. La spina dorsale della sua squadra. Quasi il triplo invece quelli del Napoli: Reina, Callejon, Koulibaly, Hysai, Mertens, Insigne, Allan e Albiol, con Hamsik a quota 2978.
Una rosa spremuta fino all'ultimo, fino alla partita decisiva per mantenere in vita un sogno. Perchè saranno pure diversi, lontani, forse all'opposto. Ma domenica sera saranno uguali. Sarri ed Allegri si giocano lo scudetto.

10, 100, 1000 Buffon

"Un arbitro così ha un bidone di spazzatura al posto del cuore".

Questa la dichiarazione di Gigi Buffon, rilasciata nel post partita di Real Madrid-Juventus finita 1-3 e destinata a far discutere per molto tempo.

Conseguenza di quel maledetto rigore fischiato a pochi secondi dalla fine della partita, quando ormai i supplementari erano scontati e i bianconeri erano lanciatissimi verso l’impresa.

Una partita che ancora non si è conclusa visto che negli ultimi giorni si discute ancora della dichiarazione di Buffon. Si parla più delle parole che della partita. "Buffon? Al suo posto avrei fatto di peggio" dice Walter Zenga, attuale mister del Crotone ed ex bandiera Inter. “Buffon doveva spaccare la faccia all’arbitro” dice invece Stefano Tacconi, bandiera bianconera. E a questi due grandi ex campioni si deve aggiungere la dichiarazione di Adriano GallianiL’arbitro di Real-Juve è un stato un co…La Juve meritava di vincere contro il Real. Quel rigore era dubbio, e poi è stato assurdo espellere Buffon: significa non capire la psicologia nel calcio”.

Dichiarazioni forti, ancora al limite, ma che vanno oltre gli schieramenti e i colori. I trascorsi di Zenga e Galliani, acerrimi rivali dei bianconeri in casa nostra, e le loro parole devono far riflettere su un paio di cose.

Innanzitutto che la dichiarazione di Gigi ha fatto più scalpore dell’incompetenza dell’arbitro Michael Oliver, dell’episodio dubbio e della sua gestione tecnica. La seconda è che Buffon è una figura genuina, spontanea, vera. Che dice quello che pensa, senza fare i soliti discorsi e le classiche frasi fatte.

“Oggi la squadra ha fatto il suo lavoro ed è arrivata la vittoria”, “Ho segnato ma quello che conta è la vittoria per la squadra”, “Il risultato è casuale, la prestazione no”. Tanto per citare qualche frase detta e ridetta da migliaia di tesserati. Frasi noiose, scontate, studiate a tavolino.

Per una volta basta con il politically correct. Viva la genuinità, viva il pensiero vero e non filtrato. Basta con gli esperti di comunicazione, i social media manager da intervista, le dichiarazioni da 0-0. Voi cosa avreste detto?

Mettetevi nei panni di Buffon. E come diceva Alberto proprio su queste pagine “la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante”. La rabbia offusca, accieca ma a volte rappresenta. In un calcio di plastica, di bidoni al posto del cuore e computer al posto del cervello, viva il tifoso in campo, viva l’assenza di calcoli e di buonismo, viva il pensiero. Viva Buffon.

Simone Farina, l'eroe normale

L’etichetta di eroe a Simone Farina non è mai piaciuta. Forse perché dietro ad essa vede la sua fortuna e allo stesso tempo la sua disgrazia. E da quando si è trasformato da semplice terzino di Serie C a esempio di virtù sportiva, la sua vita è cambiata radicalmente.

Cresciuto nelle giovanili della Roma, Farina oscilla tra squadre di terza divisione fino ad arrivare in Serie B con il Gubbio. Con la maglia rossoblu supera le 100 presenze, è un giocatore discreto ma sicuro del suo posto, lo stipendio non è da top player ma porta a casa circa 250.000 € l’anno.

Tutto scorre tranquillo fino a quando riceve una chiamata inaspettata. È Alessandro Zamperini, con cui Farina aveva giocato nelle giovanili della Roma. Ha una proposta interessante: gli offre 200.000 € euro per truccare la gara Cesena-Gubbio di Coppa Italia.

Tutto quello che guadagna in un anno intascato in 90 minuti, il tempo di una partita.

Farina però non ha dubbi, a questo gioco non ci sta. Rifiuta l’offerta, chiama la polizia e denuncia tutto. Dalle sue testimonianze nascerà l’inchiesta sul calcioscommesse del 2011, chiamata Operazione Last Bet, dove tra i tanti nomi degli indagati finiranno anche Cristiano Doni e Giuseppe Signori.

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Simone si trasforma in eroe. Prandelli, allora commissario tecnico della nazionale, lo convoca in azzurro. Il presidente della Fifa, Blatter, lo invita alla cerimonia di premiazione del Pallone d’Oro. Ma spenti i riflettori della celebrazione mediatica, l’eroe rimane solo. Non ci sono squadre ad offrigli un posto in squadra, il Gubbio non gli rinnova il contratto.

Così Farina decide di smettere di giocare a pallone. Ed è qui che la sua vita si trasforma. Perché mentre viene scansato da mezza Italia, in Inghilterra qualcuno legge la sua storia. È la dirigenza dell’Aston Villa, tra le più antiche squadre inglesi, che decide di offrirgli un lavoro. Head of Integrity, ovvero Responsabile della Moralità. Un ruolo strano e bellissimo. Farina dal 2012 insegna ai bambini inglesi quali sono i veri valori del calcio. “Sono felice di poter trasmettere la mia esperienza perchè questo è uno sport che ispira molti. Un anno fa non pensavo che la mia vita potesse prendere questa direzione – racconta - ma sono felicissimo di poter dare il mio contributo all'Aston Villa. Volevo andare avanti nella mia vita e adesso sento di avere di nuovo uno scopo grazie al supporto e all'opportunità che questa società mi ha concesso”.

Dall’Inghilterra è tornato presto in Italia dove Andrea Abodi, presidente della Serie B, gli ha offerto un ruolo come consigliere del Settore Giovanile e Scolastico. Perché è bene imparare sin da subito quali valori e quale obiettivi seguire. E soprattutto quali eroi voler diventare.

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Ognuno di noi ha avuto quell'amico che, nella settimana del derby (se non prima), inizia a mettere le mani avanti. "Siete più forti", "Vincete facile", "Siete troppo più in forma". Ciascuno di noi ha avuto, nella storia della propria squadra, quell'allenatore che parla della stracittadina come della "partita più importante dell'anno", o quel calciatore che sogna "un gol nel derby".

Le settimane che accompagnano al derby sono un coacervo di tattiche lessicali, di strategie comunicative. In termini meno aulici di mani avanti, pressappochismo e giri di parole.

Abbiamo provato a raccogliere i cinque grandi nuclei tematici dei derby di Roma: le cinque narrazioni, retoriche e topoi letterari che sono rifugio di ogni tifoso, allenatore, calciatore.

1. "Il derby è una storia a se"
Eusebio Di Francesco, presentandosi in conferenza stampa, ha risposto così a chi gli domandava su chi arrivasse meglio alla partita di questa sera: "Le situazioni del passato si annullano tutte in questa partita. Non conta nulla, il derby è una storia a sé".
Il suo collega laziale, Simone Inzaghi, non ha voluto essere da meno: "Ora si azzera tutto, mancano 7 gare: dovremo cercare d’interpretare la prima sfida di queste nel migliore dei modi."
Ma non è una cosa solo recente. Nel 2009, Sergio Floccari diceva: "Il derby azzera sempre tutto, sia per noi che per loro. Partiamo alla pari". Così come Luciano Spalletti, precisamente due anni fa: "Il derby annulla tutto quello che c'è intorno. Si parte entrambi da zero, il resto non conta. Quella è la partita che può azzerare tutte le difficoltà".

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2. "La squadra che sta peggio è favorita"
Che il derby sia una "storia a sè" e che "annulli tutte le differenze" è logica concausa di uno dei più grandi luoghi comuni della stracittadina. Chi sta peggio vince, ovvero chi ha più fame, che non sempre coincide con chi ha più bisogno.
"Sembra una frase fatta - ha detto Bernardo Corradi, vice commissario della Lega Serie A qualche giorno fa - ma sarà una partita a sè e solitamente la vince chi è messo peggio a livello di condizione". Disse la stessa cosa Ottavio Bianchi, intervistato da La Repubblica, prima del 26 maggio: "Di solito vince chi sta peggio, ma dato che è una finale, partita senza pronostico".

3. "Vale più di 3 punti"
Lotta scudetto, corsa Champions, accesso all'Europa, sfida salvezza. Il derby, si sa, vale più di tre punti. Lo ha ricordato Di Francesco: "Dovremo giocare con entusiasmo, con la consapevolezza di quello che abbiamo fatto, rimettendo in campo la stessa determinazione, cattiveria agonistica e desiderio di vincere visti col Barcellona perché il derby per me vale più di tre punti". Parole attestate, nel marzo 2017, anche da Ruben Sosa: "Il derby vale più di una stagione".
Sarà per la carica mentale, la supremazia cittadina o quella social?

4. "Meglio perderlo che pareggiarlo"
Il punto più alto delle mani avanti si raggiunge però con la frase, da brividi: "No ma lo sai, io il derby preferirei perderlo che pareggiarlo". In genere, a dirlo, sono i sostenitori della squadra meno quotata, pronti a poter dire, in caso di ko: "Eh ma te l'avevo detto, meritavamo il pareggio ma alla fine meglio aver perso, i derby pareggiati sono brutti".
Ma perchè i derby in parità sono brutti? Perchè manca lo sfottò post gara, non c'è nessuno che supera l'avversario, si resta in un limbo di incertezza fino alla prossima sfida. Sarà d'accordo Di Francesco? Con un pareggio la sua Roma metterebbe in cassaforte gli scontri diretti.

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5. "Sogno un gol nel derby"
Infine i calciatori. Il gol nel derby è il massimo che si possa chiedere, pare, alla propria carriera. Si cerca, si sogna, ci si resta a attaccati e si scompare con lui. Chiedete a Cesar e ad Iturbe, a Mutarelli e a Yanga Mbiwa. "Sogno un gol alla Roma sotto la nord alla penultima giornata" diceva Cataldi, allora in forza alla Lazio. "Sogno un gol nel derby, è la cosa più importante per i laziali" dichiarò sicuro Djordjevic, dando poi effettivamente seguito alle sue parole, proprio come Diego Perotti, nell'aprile 2016: "Sogno di vincere con un mio gol".

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“Il fine giustifica i mezzi”. Diceva Niccolò Machiavelli, neanche troppo velato tifoso fiorentino a cavallo tra Quattro e Cinquecento.

Da tifoso viola mai avrebbe pensato che il suo motto, tra l’altro un po’ più complesso di questo ma vabbè, sarebbe stato usato e subito dagli odiati rivali bianconeri.

Usato, di recente. Proprio contro il Real Madrid di Cristiano Ronaldo. Proprio nella notte della rimonta andata a sbattere all’ultimo secondo contro un calcio di rigore. Allora, prima che il portoghese si incaricasse della battuta del tiro della vita, Stephan Licthsteiner, terzino della Juventus, va sul dischetto e tenta il tutto per tutto. Col tacco scava una buca, come si fa ancora oggi nei peggiori campi di provincia.

Ma, soprattutto, come aveva fatto un certo Maspero, proprio contro la Juve, qualche anno fa.

Era il 14 ottobre 2001 e si giocava un derby sentitissimo. La Juventus era favorita sulla carta, in campo c’erano Del Piero, Nedved, Trezeguet, Buffon. Dopo soli 25 minuti il risultato è già sul 3 a 0 per i bianconeri. La partita sembra già chiusa e i giocatori bianconeri irridono i granata con torelli in campo accompagnati dagli “olé” dei propri tifosi sugli spalti.

Si rientra negli spogliatoi e l’aria tra gli juventini sembra quella di un’amichevole estiva. Si scherza, si ride, ci si prende in giro. Questo rilassamento sarà la “fine” della Juventus quel giorno.

Infatti i granata rientrano in campo carichi e memori di una rimonta compiuta già in un derby nel 1983, quando recuperarono due reti di svantaggio, iniziano a rimontare. Siamo sul 3-2. A quel punto la Juventus, impaurita ma consapevole della forza dei suoi campioni, inizia ad attaccare e sfiora il gol.

Ma il peggio deve ancora venire e un giocatore del Torino entrato nel secondo tempo, Riccardo Maspero, sarà il giustiziere dei bianconeri. Prima trova il gol del pari inaspettato, poi succede l’impensabile.

Sono gli ultimi minuti e la Juventus attacca sempre di più, quando c’è un contatto in area granata e l’arbitro fischia un rigore dubbio a favore dei bianconeri. Si scatena il finimondo con i giocatori del Torino che protestano intorno all’arbitro e quelli della Juve che si stringono intorno a Marcelo Salas, uno che di rigori ne ha sempre battuti e realizzati.

Passano i secondi ma nessuno si accorge che del tutto indisturbato proprio Maspero, in modo furbesco, scava con le scarpe una buca sul dischetto del rigore. L’arbitro intanto conferma il rigore e Salas si prepara per la rincorsa.

E come accade nelle più belle, o più brutte, favole del calcio, Salas calciando va proprio sulla buca scavata da Maspero e spedisce il pallone in curva.

Quello di Cristiano Ronaldo, invece, è finito nel sacco. Come scava Maspero, non scava più nessuno.

 

Il sorteggio di Nyon ha definito quali saranno le due semifinali di UEFA Champions League. La Roma, dopo il passaggio del turno ai danni del Barcellona, affronterà il Liverpool.

 

Flash Back Marquez

Domenica sera, durante il gran premio di Argentina, seconda prova del mondiale di motociclismo, è andato in scena l’ennesimo caso mediatico che ha fatto tornare indietro di due anni e mezzo milioni di tifosi del motor sport.

Era il 2015, eravamo a Sepang con lo scontro Marquez-Rossi.  Sembrava tutto superato o, perlomeno, apparentemente. Ma come una ferita mai cicatrizzata del tutto si riapre al minimo contatto con un corpo estraneo, ecco che basta una gara bella e folle, causa meteo, e un contatto non pulito per far riuscire il sangue. Marquez, che già in partenza era stato graziato dalla direzione gara per una partenza alquanto discutibile (gli si era spenta la moto poco prima del via ma è stato aiutato dagli steward a bordo pista) aveva rimontato e dominato.

Perché Marc è un talento puro, c’è da ammetterlo e da ribadirlo. Ma è un talento ancora troppo acerbo, ancora non maturo. Non lo è innanzitutto perché gli manca quell’esperienza fondamentale e quella conoscenza che gli avrebbe permesso di gestire una gara, partita con grande vantaggio, senza rischi e senza contatti. Ma Marquez è così: senza sorpassi al limite non è lui.

Già penalizzato con il passaggio in pit-lane per un sorpasso duro e scorretto, Marquez ci ricasca e lo fa da ingenuo, perché Valentino Rossi, che era davanti lui, non aveva il passo come il suo e sarebbe stato un bersaglio facile da aggirare. La veemenza del sorpasso lo manda addosso al campione di Tavullia facendogli perdere l’equilibrio e facendolo cadere. A fine gara sarà penalizzato di 30 secondi con conseguente uscita dalla zona punti, ma le polemiche non si sono attenuate anzi.

Dopo che il clan di Valentino ha letteralmente rifiutato le sue scuse non facendolo entrare nel box, proprio il numero 46 ha rilasciato dure e sacrosante dichiarazioni ribadendo la sconsideratezza che Marquez mostra da tempo indeterminato in pista quando guida: “Non deve più guardare in faccia, non è la prima volta che fa cose del genere”.

Come si fa a dare torto a queste parole? Non esente da colpe nemmeno la direzione gara, su cui Rossi ha puntato il dito perché troppo permissiva nei confronti di Marquez. Torniamo di nuovo indietro, precisamente al 2011, quando piloti spagnoli e direzione aggrediscono e puniscono il giovane Simoncelli, troppo azzardati i suoi sorpassi, troppo al limite le sue mosse.

Un richiamo che finora non è mai avvenuto nei confronti di Marquez, fino a quando, come tutte le cose, qualcuno non si farà male sul serio.

Le notti di Zibì

Se c’è un giocatore che incarna meglio la sfida tra Juventus e Roma, questo è Zbigniew Boniek. Primo giocatore polacco del nostro campionato, sei stagioni in Italia, tre a Torino e tre a Roma. E una serie infinite di duelli tra bianconeri e giallorossi. Ecco le parole del “bello di notte”, in esclusiva per ilCatenaccio.es, sulla sfida di domenica.

Martedì contro il Manchester City, domenica contro la Juventus. Per molti è questa la settimana cruciale della stagione romanista, lei che ne pensa?

Non sono d’accordo. Le vittorie valgono comunque tre punti. Può succedere che in una settimana perdi una partita e poi vinci per quattro mesi di fila. Certo, settimane come questa possono servire a livello psicologico. Perché se fai una buona prestazione a Manchester, come è successo, esci con più convinzione nei tuoi mezzi e capisci di potertela giocare con chiunque. Ma alla fine non esistono partite più decisive di altre, tutte sono fondamentali e tutte valgono tre punti.

Una gara quella di Manchester dove ha ben figurato Skorupski, al suo esordio in Champions League.

Lukasz ha dato sicurezza alla squadra. Ha grande talento, è bravo anche a giocare con i piedi. È un giocatore con tanta personalità, lo abbiamo visto perché non si è fatto intimorire da avversario e pubblico. Poi c’è da dire che i Citizens non lo hanno mai impensierito, meglio così. Certo per crescere deve giocare di più, prendere più feeling con il campo. Ma ora c’è De Sanctis e va benissimo così, quando ce ne sarà bisogno Skorupski risponderà presente.

Juventus-Roma non sarà decisiva ma sicuramente è sfida tra le favorite al titolo. Lei che partita si aspetta?

Negli ultimi anni i giallorossi quando sono andati a Torino hanno sempre subito il gioco degli avversari. Ovviamente è una Roma diversa rispetto agli ultimi anni. Lo ha dimostrato la partita di Manchester, dove sei andato in trasferta a giocartela a viso aperto. La chiave della partita sarà il centrocampo. Ci sono grandi interpreti in entrambe le squadre, giocatori capaci di far girare il pallone, di mettere in moto la manovra. La Juventus forse dopo la partita di Madrid arriva con qualche punto interrogativo in più. Staremo a vedere.

Contro non ci sarà più Antonio Conte, ma Massimiliano Allegri. Cosa pensa del tecnico toscano?

Sono due allenatori molto diversi. Conte spronava di più la squadra, era un tecnico più carico e aveva un modo diverso di allenare. Poi ovvio, ognuno ha la sua strategia. Entrambi però hanno lo stesso problema: quello dell’Europa. Perché esiste una Juve straripante in Italia ma che non riesce a vincere fuori dai confini. L’anno scorso non si è riusciti a superare un girone con Galatasaray e Copenaghen e non si è arrivati in fondo nemmeno in Europa League. Affermarsi in patria è sicuramente importante ma bisogna far bene anche fuori. Ecco, Allegri è chiamato a invertire questo trend.

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Diamo uno sguardo al passato, quando Juve-Roma era un derby. La sfida è tornata ai livelli di allora?

In un certo senso si. Perché ad inizio anni 80 c’erano solo Roma e Juventus e anche oggi, da qualche campionato, ci sono solo Roma e Juventus. Per come si sente il duello forse siamo tornati alle sensazioni di quell’epoca. Ad essere cambiato è però il calcio. Noi giocavamo sempre gli stessi undici, c’erano poche riserve, la squadra era solo quella titolare, si ragionava partita per partita. Era tutto un altro calcio…

Qual è il ricordo più bello che ha di queste sfide?

Tutte le partite erano intense, combattute, sia da una parte che dall’altra. Mi ricordo quando ero alla Juventus rimasi a bocca aperta per un gol di Pruzzo. Era il dicembre del ’83, giocavamo a Torino e la Roma segna con Bruno Conti, noi ribaltiamo con Platini e Penzo. Sembrava fatta ma poi Roberto si è inventato questa rovesciata spalle alla porta, un gol magnifico. Altro ricordo indelebile, questa volta con la maglia della Roma, quando travolgemmo la Juve per 3 a 0 all’Olimpico, nel ’86. Erano gare particolari, che sentivamo molto. Erano sfide che ti davano una carica eccezionale.

Ma torniamo alla partita di domenica, qual è il pronostico di Boniek?

La Juventus nella sua tana è molto difficile da battere. Si sente al sicuro, ha i tifosi dalla sua parte. Io penso che se la Roma mette in campo la stessa prestazione di Manchester ci sarà grande equilibrio tra le due squadre. Dico 1 a 1.

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