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C’è ancora qualcuno che si stupisce?

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10, 100, 1000 Buffon

"Un arbitro così ha un bidone di spazzatura al posto del cuore".

Questa la dichiarazione di Gigi Buffon, rilasciata nel post partita di Real Madrid-Juventus finita 1-3 e destinata a far discutere per molto tempo.

Conseguenza di quel maledetto rigore fischiato a pochi secondi dalla fine della partita, quando ormai i supplementari erano scontati e i bianconeri erano lanciatissimi verso l’impresa.

Una partita che ancora non si è conclusa visto che negli ultimi giorni si discute ancora della dichiarazione di Buffon. Si parla più delle parole che della partita. "Buffon? Al suo posto avrei fatto di peggio" dice Walter Zenga, attuale mister del Crotone ed ex bandiera Inter. “Buffon doveva spaccare la faccia all’arbitro” dice invece Stefano Tacconi, bandiera bianconera. E a questi due grandi ex campioni si deve aggiungere la dichiarazione di Adriano GallianiL’arbitro di Real-Juve è un stato un co…La Juve meritava di vincere contro il Real. Quel rigore era dubbio, e poi è stato assurdo espellere Buffon: significa non capire la psicologia nel calcio”.

Dichiarazioni forti, ancora al limite, ma che vanno oltre gli schieramenti e i colori. I trascorsi di Zenga e Galliani, acerrimi rivali dei bianconeri in casa nostra, e le loro parole devono far riflettere su un paio di cose.

Innanzitutto che la dichiarazione di Gigi ha fatto più scalpore dell’incompetenza dell’arbitro Michael Oliver, dell’episodio dubbio e della sua gestione tecnica. La seconda è che Buffon è una figura genuina, spontanea, vera. Che dice quello che pensa, senza fare i soliti discorsi e le classiche frasi fatte.

“Oggi la squadra ha fatto il suo lavoro ed è arrivata la vittoria”, “Ho segnato ma quello che conta è la vittoria per la squadra”, “Il risultato è casuale, la prestazione no”. Tanto per citare qualche frase detta e ridetta da migliaia di tesserati. Frasi noiose, scontate, studiate a tavolino.

Per una volta basta con il politically correct. Viva la genuinità, viva il pensiero vero e non filtrato. Basta con gli esperti di comunicazione, i social media manager da intervista, le dichiarazioni da 0-0. Voi cosa avreste detto?

Mettetevi nei panni di Buffon. E come diceva Alberto proprio su queste pagine “la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante”. La rabbia offusca, accieca ma a volte rappresenta. In un calcio di plastica, di bidoni al posto del cuore e computer al posto del cervello, viva il tifoso in campo, viva l’assenza di calcoli e di buonismo, viva il pensiero. Viva Buffon.

Simone Farina, l'eroe normale

L’etichetta di eroe a Simone Farina non è mai piaciuta. Forse perché dietro ad essa vede la sua fortuna e allo stesso tempo la sua disgrazia. E da quando si è trasformato da semplice terzino di Serie C a esempio di virtù sportiva, la sua vita è cambiata radicalmente.

Cresciuto nelle giovanili della Roma, Farina oscilla tra squadre di terza divisione fino ad arrivare in Serie B con il Gubbio. Con la maglia rossoblu supera le 100 presenze, è un giocatore discreto ma sicuro del suo posto, lo stipendio non è da top player ma porta a casa circa 250.000 € l’anno.

Tutto scorre tranquillo fino a quando riceve una chiamata inaspettata. È Alessandro Zamperini, con cui Farina aveva giocato nelle giovanili della Roma. Ha una proposta interessante: gli offre 200.000 € euro per truccare la gara Cesena-Gubbio di Coppa Italia.

Tutto quello che guadagna in un anno intascato in 90 minuti, il tempo di una partita.

Farina però non ha dubbi, a questo gioco non ci sta. Rifiuta l’offerta, chiama la polizia e denuncia tutto. Dalle sue testimonianze nascerà l’inchiesta sul calcioscommesse del 2011, chiamata Operazione Last Bet, dove tra i tanti nomi degli indagati finiranno anche Cristiano Doni e Giuseppe Signori.

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Simone si trasforma in eroe. Prandelli, allora commissario tecnico della nazionale, lo convoca in azzurro. Il presidente della Fifa, Blatter, lo invita alla cerimonia di premiazione del Pallone d’Oro. Ma spenti i riflettori della celebrazione mediatica, l’eroe rimane solo. Non ci sono squadre ad offrigli un posto in squadra, il Gubbio non gli rinnova il contratto.

Così Farina decide di smettere di giocare a pallone. Ed è qui che la sua vita si trasforma. Perché mentre viene scansato da mezza Italia, in Inghilterra qualcuno legge la sua storia. È la dirigenza dell’Aston Villa, tra le più antiche squadre inglesi, che decide di offrirgli un lavoro. Head of Integrity, ovvero Responsabile della Moralità. Un ruolo strano e bellissimo. Farina dal 2012 insegna ai bambini inglesi quali sono i veri valori del calcio. “Sono felice di poter trasmettere la mia esperienza perchè questo è uno sport che ispira molti. Un anno fa non pensavo che la mia vita potesse prendere questa direzione – racconta - ma sono felicissimo di poter dare il mio contributo all'Aston Villa. Volevo andare avanti nella mia vita e adesso sento di avere di nuovo uno scopo grazie al supporto e all'opportunità che questa società mi ha concesso”.

Dall’Inghilterra è tornato presto in Italia dove Andrea Abodi, presidente della Serie B, gli ha offerto un ruolo come consigliere del Settore Giovanile e Scolastico. Perché è bene imparare sin da subito quali valori e quale obiettivi seguire. E soprattutto quali eroi voler diventare.

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Ognuno di noi ha avuto quell'amico che, nella settimana del derby (se non prima), inizia a mettere le mani avanti. "Siete più forti", "Vincete facile", "Siete troppo più in forma". Ciascuno di noi ha avuto, nella storia della propria squadra, quell'allenatore che parla della stracittadina come della "partita più importante dell'anno", o quel calciatore che sogna "un gol nel derby".

Le settimane che accompagnano al derby sono un coacervo di tattiche lessicali, di strategie comunicative. In termini meno aulici di mani avanti, pressappochismo e giri di parole.

Abbiamo provato a raccogliere i cinque grandi nuclei tematici dei derby di Roma: le cinque narrazioni, retoriche e topoi letterari che sono rifugio di ogni tifoso, allenatore, calciatore.

1. "Il derby è una storia a se"
Eusebio Di Francesco, presentandosi in conferenza stampa, ha risposto così a chi gli domandava su chi arrivasse meglio alla partita di questa sera: "Le situazioni del passato si annullano tutte in questa partita. Non conta nulla, il derby è una storia a sé".
Il suo collega laziale, Simone Inzaghi, non ha voluto essere da meno: "Ora si azzera tutto, mancano 7 gare: dovremo cercare d’interpretare la prima sfida di queste nel migliore dei modi."
Ma non è una cosa solo recente. Nel 2009, Sergio Floccari diceva: "Il derby azzera sempre tutto, sia per noi che per loro. Partiamo alla pari". Così come Luciano Spalletti, precisamente due anni fa: "Il derby annulla tutto quello che c'è intorno. Si parte entrambi da zero, il resto non conta. Quella è la partita che può azzerare tutte le difficoltà".

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2. "La squadra che sta peggio è favorita"
Che il derby sia una "storia a sè" e che "annulli tutte le differenze" è logica concausa di uno dei più grandi luoghi comuni della stracittadina. Chi sta peggio vince, ovvero chi ha più fame, che non sempre coincide con chi ha più bisogno.
"Sembra una frase fatta - ha detto Bernardo Corradi, vice commissario della Lega Serie A qualche giorno fa - ma sarà una partita a sè e solitamente la vince chi è messo peggio a livello di condizione". Disse la stessa cosa Ottavio Bianchi, intervistato da La Repubblica, prima del 26 maggio: "Di solito vince chi sta peggio, ma dato che è una finale, partita senza pronostico".

3. "Vale più di 3 punti"
Lotta scudetto, corsa Champions, accesso all'Europa, sfida salvezza. Il derby, si sa, vale più di tre punti. Lo ha ricordato Di Francesco: "Dovremo giocare con entusiasmo, con la consapevolezza di quello che abbiamo fatto, rimettendo in campo la stessa determinazione, cattiveria agonistica e desiderio di vincere visti col Barcellona perché il derby per me vale più di tre punti". Parole attestate, nel marzo 2017, anche da Ruben Sosa: "Il derby vale più di una stagione".
Sarà per la carica mentale, la supremazia cittadina o quella social?

4. "Meglio perderlo che pareggiarlo"
Il punto più alto delle mani avanti si raggiunge però con la frase, da brividi: "No ma lo sai, io il derby preferirei perderlo che pareggiarlo". In genere, a dirlo, sono i sostenitori della squadra meno quotata, pronti a poter dire, in caso di ko: "Eh ma te l'avevo detto, meritavamo il pareggio ma alla fine meglio aver perso, i derby pareggiati sono brutti".
Ma perchè i derby in parità sono brutti? Perchè manca lo sfottò post gara, non c'è nessuno che supera l'avversario, si resta in un limbo di incertezza fino alla prossima sfida. Sarà d'accordo Di Francesco? Con un pareggio la sua Roma metterebbe in cassaforte gli scontri diretti.

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5. "Sogno un gol nel derby"
Infine i calciatori. Il gol nel derby è il massimo che si possa chiedere, pare, alla propria carriera. Si cerca, si sogna, ci si resta a attaccati e si scompare con lui. Chiedete a Cesar e ad Iturbe, a Mutarelli e a Yanga Mbiwa. "Sogno un gol alla Roma sotto la nord alla penultima giornata" diceva Cataldi, allora in forza alla Lazio. "Sogno un gol nel derby, è la cosa più importante per i laziali" dichiarò sicuro Djordjevic, dando poi effettivamente seguito alle sue parole, proprio come Diego Perotti, nell'aprile 2016: "Sogno di vincere con un mio gol".

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“Il fine giustifica i mezzi”. Diceva Niccolò Machiavelli, neanche troppo velato tifoso fiorentino a cavallo tra Quattro e Cinquecento.

Da tifoso viola mai avrebbe pensato che il suo motto, tra l’altro un po’ più complesso di questo ma vabbè, sarebbe stato usato e subito dagli odiati rivali bianconeri.

Usato, di recente. Proprio contro il Real Madrid di Cristiano Ronaldo. Proprio nella notte della rimonta andata a sbattere all’ultimo secondo contro un calcio di rigore. Allora, prima che il portoghese si incaricasse della battuta del tiro della vita, Stephan Licthsteiner, terzino della Juventus, va sul dischetto e tenta il tutto per tutto. Col tacco scava una buca, come si fa ancora oggi nei peggiori campi di provincia.

Ma, soprattutto, come aveva fatto un certo Maspero, proprio contro la Juve, qualche anno fa.

Era il 14 ottobre 2001 e si giocava un derby sentitissimo. La Juventus era favorita sulla carta, in campo c’erano Del Piero, Nedved, Trezeguet, Buffon. Dopo soli 25 minuti il risultato è già sul 3 a 0 per i bianconeri. La partita sembra già chiusa e i giocatori bianconeri irridono i granata con torelli in campo accompagnati dagli “olé” dei propri tifosi sugli spalti.

Si rientra negli spogliatoi e l’aria tra gli juventini sembra quella di un’amichevole estiva. Si scherza, si ride, ci si prende in giro. Questo rilassamento sarà la “fine” della Juventus quel giorno.

Infatti i granata rientrano in campo carichi e memori di una rimonta compiuta già in un derby nel 1983, quando recuperarono due reti di svantaggio, iniziano a rimontare. Siamo sul 3-2. A quel punto la Juventus, impaurita ma consapevole della forza dei suoi campioni, inizia ad attaccare e sfiora il gol.

Ma il peggio deve ancora venire e un giocatore del Torino entrato nel secondo tempo, Riccardo Maspero, sarà il giustiziere dei bianconeri. Prima trova il gol del pari inaspettato, poi succede l’impensabile.

Sono gli ultimi minuti e la Juventus attacca sempre di più, quando c’è un contatto in area granata e l’arbitro fischia un rigore dubbio a favore dei bianconeri. Si scatena il finimondo con i giocatori del Torino che protestano intorno all’arbitro e quelli della Juve che si stringono intorno a Marcelo Salas, uno che di rigori ne ha sempre battuti e realizzati.

Passano i secondi ma nessuno si accorge che del tutto indisturbato proprio Maspero, in modo furbesco, scava con le scarpe una buca sul dischetto del rigore. L’arbitro intanto conferma il rigore e Salas si prepara per la rincorsa.

E come accade nelle più belle, o più brutte, favole del calcio, Salas calciando va proprio sulla buca scavata da Maspero e spedisce il pallone in curva.

Quello di Cristiano Ronaldo, invece, è finito nel sacco. Come scava Maspero, non scava più nessuno.

 

Il sorteggio di Nyon ha definito quali saranno le due semifinali di UEFA Champions League. La Roma, dopo il passaggio del turno ai danni del Barcellona, affronterà il Liverpool.

 

Flash Back Marquez

Domenica sera, durante il gran premio di Argentina, seconda prova del mondiale di motociclismo, è andato in scena l’ennesimo caso mediatico che ha fatto tornare indietro di due anni e mezzo milioni di tifosi del motor sport.

Era il 2015, eravamo a Sepang con lo scontro Marquez-Rossi.  Sembrava tutto superato o, perlomeno, apparentemente. Ma come una ferita mai cicatrizzata del tutto si riapre al minimo contatto con un corpo estraneo, ecco che basta una gara bella e folle, causa meteo, e un contatto non pulito per far riuscire il sangue. Marquez, che già in partenza era stato graziato dalla direzione gara per una partenza alquanto discutibile (gli si era spenta la moto poco prima del via ma è stato aiutato dagli steward a bordo pista) aveva rimontato e dominato.

Perché Marc è un talento puro, c’è da ammetterlo e da ribadirlo. Ma è un talento ancora troppo acerbo, ancora non maturo. Non lo è innanzitutto perché gli manca quell’esperienza fondamentale e quella conoscenza che gli avrebbe permesso di gestire una gara, partita con grande vantaggio, senza rischi e senza contatti. Ma Marquez è così: senza sorpassi al limite non è lui.

Già penalizzato con il passaggio in pit-lane per un sorpasso duro e scorretto, Marquez ci ricasca e lo fa da ingenuo, perché Valentino Rossi, che era davanti lui, non aveva il passo come il suo e sarebbe stato un bersaglio facile da aggirare. La veemenza del sorpasso lo manda addosso al campione di Tavullia facendogli perdere l’equilibrio e facendolo cadere. A fine gara sarà penalizzato di 30 secondi con conseguente uscita dalla zona punti, ma le polemiche non si sono attenuate anzi.

Dopo che il clan di Valentino ha letteralmente rifiutato le sue scuse non facendolo entrare nel box, proprio il numero 46 ha rilasciato dure e sacrosante dichiarazioni ribadendo la sconsideratezza che Marquez mostra da tempo indeterminato in pista quando guida: “Non deve più guardare in faccia, non è la prima volta che fa cose del genere”.

Come si fa a dare torto a queste parole? Non esente da colpe nemmeno la direzione gara, su cui Rossi ha puntato il dito perché troppo permissiva nei confronti di Marquez. Torniamo di nuovo indietro, precisamente al 2011, quando piloti spagnoli e direzione aggrediscono e puniscono il giovane Simoncelli, troppo azzardati i suoi sorpassi, troppo al limite le sue mosse.

Un richiamo che finora non è mai avvenuto nei confronti di Marquez, fino a quando, come tutte le cose, qualcuno non si farà male sul serio.

Le notti di Zibì

Se c’è un giocatore che incarna meglio la sfida tra Juventus e Roma, questo è Zbigniew Boniek. Primo giocatore polacco del nostro campionato, sei stagioni in Italia, tre a Torino e tre a Roma. E una serie infinite di duelli tra bianconeri e giallorossi. Ecco le parole del “bello di notte”, in esclusiva per ilCatenaccio.es, sulla sfida di domenica.

Martedì contro il Manchester City, domenica contro la Juventus. Per molti è questa la settimana cruciale della stagione romanista, lei che ne pensa?

Non sono d’accordo. Le vittorie valgono comunque tre punti. Può succedere che in una settimana perdi una partita e poi vinci per quattro mesi di fila. Certo, settimane come questa possono servire a livello psicologico. Perché se fai una buona prestazione a Manchester, come è successo, esci con più convinzione nei tuoi mezzi e capisci di potertela giocare con chiunque. Ma alla fine non esistono partite più decisive di altre, tutte sono fondamentali e tutte valgono tre punti.

Una gara quella di Manchester dove ha ben figurato Skorupski, al suo esordio in Champions League.

Lukasz ha dato sicurezza alla squadra. Ha grande talento, è bravo anche a giocare con i piedi. È un giocatore con tanta personalità, lo abbiamo visto perché non si è fatto intimorire da avversario e pubblico. Poi c’è da dire che i Citizens non lo hanno mai impensierito, meglio così. Certo per crescere deve giocare di più, prendere più feeling con il campo. Ma ora c’è De Sanctis e va benissimo così, quando ce ne sarà bisogno Skorupski risponderà presente.

Juventus-Roma non sarà decisiva ma sicuramente è sfida tra le favorite al titolo. Lei che partita si aspetta?

Negli ultimi anni i giallorossi quando sono andati a Torino hanno sempre subito il gioco degli avversari. Ovviamente è una Roma diversa rispetto agli ultimi anni. Lo ha dimostrato la partita di Manchester, dove sei andato in trasferta a giocartela a viso aperto. La chiave della partita sarà il centrocampo. Ci sono grandi interpreti in entrambe le squadre, giocatori capaci di far girare il pallone, di mettere in moto la manovra. La Juventus forse dopo la partita di Madrid arriva con qualche punto interrogativo in più. Staremo a vedere.

Contro non ci sarà più Antonio Conte, ma Massimiliano Allegri. Cosa pensa del tecnico toscano?

Sono due allenatori molto diversi. Conte spronava di più la squadra, era un tecnico più carico e aveva un modo diverso di allenare. Poi ovvio, ognuno ha la sua strategia. Entrambi però hanno lo stesso problema: quello dell’Europa. Perché esiste una Juve straripante in Italia ma che non riesce a vincere fuori dai confini. L’anno scorso non si è riusciti a superare un girone con Galatasaray e Copenaghen e non si è arrivati in fondo nemmeno in Europa League. Affermarsi in patria è sicuramente importante ma bisogna far bene anche fuori. Ecco, Allegri è chiamato a invertire questo trend.

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Diamo uno sguardo al passato, quando Juve-Roma era un derby. La sfida è tornata ai livelli di allora?

In un certo senso si. Perché ad inizio anni 80 c’erano solo Roma e Juventus e anche oggi, da qualche campionato, ci sono solo Roma e Juventus. Per come si sente il duello forse siamo tornati alle sensazioni di quell’epoca. Ad essere cambiato è però il calcio. Noi giocavamo sempre gli stessi undici, c’erano poche riserve, la squadra era solo quella titolare, si ragionava partita per partita. Era tutto un altro calcio…

Qual è il ricordo più bello che ha di queste sfide?

Tutte le partite erano intense, combattute, sia da una parte che dall’altra. Mi ricordo quando ero alla Juventus rimasi a bocca aperta per un gol di Pruzzo. Era il dicembre del ’83, giocavamo a Torino e la Roma segna con Bruno Conti, noi ribaltiamo con Platini e Penzo. Sembrava fatta ma poi Roberto si è inventato questa rovesciata spalle alla porta, un gol magnifico. Altro ricordo indelebile, questa volta con la maglia della Roma, quando travolgemmo la Juve per 3 a 0 all’Olimpico, nel ’86. Erano gare particolari, che sentivamo molto. Erano sfide che ti davano una carica eccezionale.

Ma torniamo alla partita di domenica, qual è il pronostico di Boniek?

La Juventus nella sua tana è molto difficile da battere. Si sente al sicuro, ha i tifosi dalla sua parte. Io penso che se la Roma mette in campo la stessa prestazione di Manchester ci sarà grande equilibrio tra le due squadre. Dico 1 a 1.

L'uomo del silenzio

Gli ingredienti della ricetta sono semplici: una finale di Coppa del Mondo da giocare in casa, prime pagine dei giornali che titolavano “O Brasil vencerà”, il presidente della Fifa Jules Rimet che aveva già preparato il discorso per i vincitori brasiliani. Dopodiché aggiungere lui, Alcides Ghiggia, all’epoca solo un 24enne sconosciuto ma dal destino incredibile. Oggi l’uomo del “maracanazo” compie 87 anni, ed è l’unico giocatore di quella pazza finale rimasto in vita.

La storia inizia ai mondiali di calcio del 1950. Mondiali strani, dai contorni quasi fiabeschi. Si tornava a giocare dopo dodici anni di pausa per il conflitto mondiale. L’Italia, detentrice del trofeo, era economicamente devastata e accettò di partecipare solo dopo che la FIFA promise di pagare le spese. Inoltre non prese l’aereo, ma viaggiò in nave, la paura per la strage di Superga era ancora troppo viva. Furono i primi campionati cui partecipò anche l’Inghilterra, finora sempre convinta di essere al di sopra di certi “giocherelli” da principianti. Accettò di partecipare ma venne eliminata dagli USA. L’India invece, che aveva una squadra di tutto rispetto, venne squalificata perché i calciatori indiani giocavano a piedi nudi.

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Calcio d’altri tempi, quando al posto del 4-3-3 c’era il 2-3-5. Il Brasile arrivò a giocarsi il titolo contro l’Uruguay. Il 16 luglio 1950 al Maracanà c’erano 200.000 persone. Tutto era pronto per celebrare la grande vittoria dei beniamini nazionali. La squadra di casa passò in vantaggio con Friaça. La festa sugli spalti, iniziata dal primo minuto, aumenta d’intensità. Fuori dallo stadio è carnevale. Poi succede l’impensabile, gol di Schiaffino per il pareggio e gol vittoria di Ghiggia. In quell’istante nello stadio più grande del mondo cadde il silenzio. “Il silenzio più bello del mondo” scrisse Eduardo Galeano. Era il silenzio di una squadra, di uno stadio, di una nazione. Era il silenzio degli stessi giocatori dell’Uruguay, increduli. Tutto era surreale. Al momento del fischio finale decine di persone sugli spalti furono colte da infarto. L’inno uruguaiano non venne suonato, non era stato fornito lo spartito perché ritenuto inutile. Non ci fu nemmeno la premiazione, un imbarazzatissimo Jules Rimet diede la coppa al capitano della celeste, senza parole, senza discorso solenne. In silenzio. “La pagina più brutta della storia del Brasile” scrissero i giornali.

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Solo tre persone hanno fatto tacere il Maracana: Frank Sinatra, Papa Giovanni Paolo II e Alcides Ghiggia. Il calciatore uruguaiano vestì anche la maglia della nazionale italiana, oltre a quelle della Roma e del Milan. Sono passati quasi settant’anni da quella pazza finale, quando il destino decise di fare uno scherzo alla patria del calcio. Oggi, l’ala 24enne che fece piangere una nazione, il giovanotto esile, con due gambe lunghissime, baffi alla moda e capello all’indietro non c’è più. Noi vogliamo ricordare così il calciatore, l’uomo, l’artista. Perché tutti possono scrivere o cantare, pochi possono comporre il silenzio.  

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Alfred Nakache si guarda intorno e cerca di scaldare Paule, sua moglie, che tiene in braccio la piccola Annie, due anni. Prime luci di un'alba pesante. Nakache sa di non aver mai fatto nulla di male a nessuno, ma è ebreo. Anche Paule è ebrea. Alfred è nato nel 1915 a Costantina, in Algeria. Da bambino aveva terrore dell'acqua. L'ha vinto buttandosi in una piscina. È diventato un campione di nuoto. S'è trasferito alla piscina del Racing Club di Parigi, se n'è andato perché dalla tribuna riceveva insulti. Parigi è occupata dai tedeschi, Alfred si sposta nella zona libera, a Tolosa. Nuota e insegna nuoto, Paule è la capitana della squadra di basket. Si sono sposati nell'ottobre del 1937. Alle Olimpiadi del ‘36, in casa di Hitler, Alfred ci è andato, perché pensava, e anche adesso che il treno sta per partire si sforza di pensare, che lo sport non ha nulla a che vedere con la politica.
Si piazza quarto nella staffetta 4x200, con Taris, Cavalero e Talli, proprio davanti al quartetto tedesco. Che anno magico, il ‘41: record francese, poi europeo (era del tedesco Balke), poi mondiale, a Marsiglia. Il cerchio si stringe. Lo aveva già capito nel ‘42, quando i giornali collaborazionisti insistevano a scrivere che un ebreo non poteva gareggiare per la Francia. E uno dei più accaniti contro Alfred era Jacques Cartonnet, ex nuotatore, stesse specialità, un idolo per il giovane Alfred, forse meno potente di lui ma più elegante nella bracciata, un cane che latrava, diventato giornalista sportivo, ma poteva anche mordere. Era stato lui a denunciarli direttamente alla Gestapo? Chissà. Un dubbio l'aveva.

Sul marciapiede della stazione di Bobigny, Alfred ripensa ai campionati di Francia del ‘43. Dovevano svolgersi a Parigi, dove Nakache non poteva metter piede. Il suo club protesta e i campionati sono spostati a Tolosa, con una condizione: che Nakache non partecipi. E lui non partecipa. Ma nemmeno, per solidarietà, tutti quelli, 28, del Toec di Tolosa. E pure altri 12, anche di Lione. Amici, fratelli, a rischio. Il presidente del Toec viene esautorato e sostituito da uno più gradito e vicino ai tedeschi.

I tedeschi sono entrati in Tolosa l'11 novembre del ‘42. Nell'estate del ‘43 un centinaio di ebrei viene arrestato e deportato. Dall'ottobre del 1940 Nakache non è più cittadino francese. È stato abolito il decreto Crémieux, che dal 1870 concedeva la cittadinanza francese agli ebrei d'Algeria e accendeva il risentimento dei musulmani, che si sentivano cittadini di seconda classe. Dai primi del ‘900 nelle edicole si trovano il settimanale della Lega antisemita, L'antijuif algérien, e poi Le Nouvel antijuif e Le petit antijuif algérien. Nakache aveva voluto che Annie nascesse a Costantina, dove aveva respirato un antisemitismo ancora più forte di quello che lo discriminava in Francia. Pericoloso tornarci, pericoloso restare a Tolosa. C'è una via di fuga verso la Spagna. Ci prova, ma rinuncia e torna indietro quando i pianti della bambina possono portare alla scoperta del gruppo. Questo, almeno, dirà un suo fratello, tanti anni dopo. Da Alfred Nakache, non una parola sull'episodio.

Lui e Paule sono arrestati il 20 dicembre 1943. Il loro appartamento saccheggiato, medaglie e coppe rubate. Hanno affidato Annie a una coppia di amici, ma la bambina viene rintracciata e riunita ai genitori nel carcere di Saint-Michel a Tolosa, poi nel campo di Drancy, infine ad Auschwitz. Il treno numero 66 parte lentamente dalla stazione di Bobigny il 20 gennaio 1944. Il viaggio dura 29 ore. All'arrivo, un soldato indica a Nakache la fila di sinistra, a Paule con Annie quella di destra. Nella confusione l'ultima immagine che gli resta di loro è quella di Paule che sale su un camion con Annie in braccio. Quello che non sanno è che la fila di destra andrà direttamente alle camere a gas, l'altra a lavorare, finché ci riesce.

Ad Auschwitz Nakache viene assegnato all'infermeria. L'hanno riconosciuto, sanno chi è, vogliono divertirsi. Come per i pugili organizzano incontri di boxe, per il nuotatore c'è la piscina. Non è una piscina olimpica, non è neanche una piscina, anche se così viene chiamata. È una grande vasca che funge da riserva d'acqua, in caso d'incendio. E lì, nell'acqua sporca, deve tuffarsi Nakache, più volte al giorno, per recuperare gli oggetti lanciati dai soldati. Pugnali, sassi, monete. L'acqua è gelida, e col caldo puzzerà, ma a Nakache non importa, vuole restare vivo e sapere di Paule e Annie. Parla solo francese, è vicino ad altri internati come il pugile Victor Perez, gli accade di conversare con un italiano che si chiama Primo Levi.

Nakache è il prigioniero numero 172763. I tedeschi credono di umiliarlo, ma è lui che li umilia, chiedendo tuffi supplementari, «per allenarsi meglio». È lui che non cede, non si lamenta, sorride spesso. Quando bisogna lasciare Auschwitz perché avanza l'Armata rossa, Nakache è tra i 1.368 che partono a piedi verso Gleiwitz e Buchenwald. Ci arrivano in 47. È stata chiamata la Marcia della morte. Morte di stenti, di fame, di raffiche. Come Perez.

A Buchenwald Nakache passa circa tre mesi. E ci resta per qualche settimana anche dopo la liberazione, un po' perché in infermeria c'è bisogno di lui, un po' perché spera di avere notizie sulla famiglia. Non ne ha. Quando torna in Francia pesa 40 chili, era più di 80, e soffre per un ascesso all'orecchio. La sua casa è quella di Alex Jany, amico fraterno e compagno di staffetta. Scopre che, credendolo morto, gli è già stata intitolata, un anno prima, la piscina di Tolosa. Ogni mattina, per settimane, va alla Gare Matabiau nella speranza di rivedere Paule e Annie, fino a che non si convince che sono morte.

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Jany e gli altri amici di Tolosa gli sono molto vicini, gli fanno riprendere un po' alla volta il peso perduto, lo spingono ad allenarsi. E Nakache, dopo tutto quello che ha passato, è ancora capace di un record mondiale della 3x100 mista, nell'agosto del ‘46 con Jany e Vallerey, vince titoli nazionali, è selezionato per le Olimpiadi del 1948, da cui la Germania è esclusa. Gareggia nei 200 farfalla arrivando alle semifinali e nella pallanuoto (sesto posto, vinse l'Italia di Cesare Rubini).

Per tutti, Nakache è "il nuotatore di Auschwitz", la dignità e la resistenza contro la ferocia. In una bella favola avrebbe vinto una medaglia, ma la vita è un'altra cosa. Lui l'ha rimessa insieme, smette di gareggiare, fa il massaggiatore per i calciatori del Tolosa, nel ‘50 sposa Marie, una ragazza di Sète, e va a vivere lì, in una casetta in riva al mare. Per cinque anni insegna nuoto a Réunion e non perde l'abitudine, tornato in Francia, di una nuotata tutti i giorni. Un attacco di cuore lo uccide mentre sta nuotando nel golfo di Cerbère, il 4 agosto 1983.

nakache

Di lui i compagni di grandi tavolate hanno detto che camminava come Charlie Chaplin e aveva la risata di Henri Salvador. È sepolto a Sète nel cimitero di Py, che non è quello cantato da Valery ma l'altro, dov'è sepolto anche Georges Brassens. Sulla tomba aveva disposto che fossero incisi anche i nomi di Paule e Annie. Molte piscine gli sono intitolate. A Montpellier, a Nancy, a Belleville.

Quanto a Cartonnet, condannato a morte nel ‘45 in contumacia non per l'attività giornalistica ma per collaborazionismo e omicidio plurimo, fu arrestato a Roma nel ‘46, ma riuscì a fuggire dall'aereo militare coi motori già accesi che doveva riportarlo in Francia. Attraversò di corsa la pista con le manette ai polsi e saltò su un mezzo pubblico. Non aveva documenti né denaro, qualcuno lo avrà aiutato. Arrestato di nuovo a Foligno a fine ‘47 e collocato nel campo di Fraschette riuscì a scappare anche da lì. Poi, mistero. Pare che sia morto nel ‘67, in Italia, nascosto in un monastero.

 

Gianni Mura, Il Venerdì, 23 dicembre 2016

Nel saggi pubblicato sul New York Times il 20 agosto 2006 dal titolo "Roger Federer come esperienza religiosa" David Foster Wallace si sofferma sulla questione della bellezza. La bellezza cinetica, che non ha niente a che vedere col sesso e le norme culturali, ma piuttosto con la possibilità di un essere umano di riconciliarsi con il fatto di avere un corpo. Quando si parla di sport maschili, si preferisce fare riferimento a una simbologia di guerra: uniformi, fervore tribale, eliminazione e avanzamento. "Per ragioni che non sono totalmente chiare” scrive infatti Wallace “molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore”. Ma se ci si riferisce a Federer la potenza-aggressività-velocità, cioè quanto è utile nel combattimento (e quindi nell’incontro), non è che lo scheletro del suo tennis.

La carne, quello che fa di lui il più rande di tutti i tempi, è appunto la bellezza. Intesa in maniera classica: la grazia del movimento, la leggerezza, la plasticità del gesto… ma soprattutto l’abilità di far sembrare tutto semplice, spin di rovescio, o uno slice lento addormentato da un back spin, non fossero che la normale conseguenza di colpire una palla con una racchetta per mandarla di là dalla rete entro un perimetro di righe. Qualcosa che chiunque può riuscire a fare se solo decide di farlo. Sono passato dodici anni da allora. David Foster Wallace è morto, si è ucciso impiccandosi nel suo salotto il 12 settembre del 2008 cedendo alla depressione che lo ha perseguitato per tutta la vita. Federer vince ancora quasi tutto quello che c’è. E se allora era considerato il più grande tennista di tutti i tempi, come possiamo definirlo adesso, che ha 36 anni e sconfigge tennisti che ne hanno, dieci, quindi di meno? Si è detto tutto di lui, del suo carattere plasmato con pazienza, del fisico eccezionale, dell’impermanenza dei suoi allenatori (tra questi anche Stefan Edberg, che Carmelo Bene definì l’ultimo grande poeta del novecento), del mal di schiena e il prodigioso recupero.

Si è detto della sua vita privata giudiziosa, dei gemelli e della moglie perfetta, ma nessuna di queste cose, ovviamente, spiega niente. Ieri, alla fine dell’incontro, Federer ha pianto. Durante la premiazione dell’Australian Open, conquistato per la sesta volta (la seconda consecutiva) ottenendo il ventesimo titolo in un circuito Slam, mentre il pubblico in piedi non smetteva di applaudire, sul volto di Federer hanno cominciato a scorrere le lacrime. Stringeva la coppa tre le sue lunghissime braccia e piangeva, tranquillo. Ha un volto buffo, Federer. Per niente elegante, a differenza di tutto il resto, gommoso e infantile. Quanto è disumana la sua bravura, quanto sono irreali la sua longevità e l’invulnerabilità, tanto quel suo volto è semplice, identico a mille altri, umano. Non è aristocratico, Federer, non è intangibile e altero. Né lo immagini mai alle prese con qualcosa di complesso. Però ha in dono che è prerogativa delle divinità: gioca a tennis come se il tennis l’avesse inventato lui. Come se tutti gli altri lo avessero imparato, e lui lo sapesse già. Da prima di cominciare a giocare, come le note che canticchiano i musicisti prima ancora di scriverle sul pentagramma, di conoscere il solfeggio. E tutto quello che fa, le palle rocambolesche, i “momenti Federer” – quelli in cui lo spettatore strabuzza gli occhi chiedendosi come diavolo ha fatto – non sono altro che variazioni inventate al momento per non annoiarsi. La bellezza dunque, l’amore il divertimento, la sua totale consustanzialità con il tennis. Federer non si usura perché non combatte, non è rabbioso come tutti i giocatori.

La sua non è una guerra. Lui gioca a tennis, da sempre, come fosse un’unica lunghissima partita, la stessa. Fin quando un giorno, semplicemente, non si allontanerà dal campo. Magari a metà di un incontro asciando per l’ennesima volta il suo avversario sconcertato e incredulo.

Elena Stancanelli, la Repubblica, 29 gennaio 2018

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