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Juventus, la gloria eterna e il disastro europeo

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L'uomo del silenzio

Gli ingredienti della ricetta sono semplici: una finale di Coppa del Mondo da giocare in casa, prime pagine dei giornali che titolavano “O Brasil vencerà”, il presidente della Fifa Jules Rimet che aveva già preparato il discorso per i vincitori brasiliani. Dopodiché aggiungere lui, Alcides Ghiggia, all’epoca solo un 24enne sconosciuto ma dal destino incredibile. Oggi l’uomo del “maracanazo” compie 87 anni, ed è l’unico giocatore di quella pazza finale rimasto in vita.

La storia inizia ai mondiali di calcio del 1950. Mondiali strani, dai contorni quasi fiabeschi. Si tornava a giocare dopo dodici anni di pausa per il conflitto mondiale. L’Italia, detentrice del trofeo, era economicamente devastata e accettò di partecipare solo dopo che la FIFA promise di pagare le spese. Inoltre non prese l’aereo, ma viaggiò in nave, la paura per la strage di Superga era ancora troppo viva. Furono i primi campionati cui partecipò anche l’Inghilterra, finora sempre convinta di essere al di sopra di certi “giocherelli” da principianti. Accettò di partecipare ma venne eliminata dagli USA. L’India invece, che aveva una squadra di tutto rispetto, venne squalificata perché i calciatori indiani giocavano a piedi nudi.

Risultati immagini per ghiggia

Calcio d’altri tempi, quando al posto del 4-3-3 c’era il 2-3-5. Il Brasile arrivò a giocarsi il titolo contro l’Uruguay. Il 16 luglio 1950 al Maracanà c’erano 200.000 persone. Tutto era pronto per celebrare la grande vittoria dei beniamini nazionali. La squadra di casa passò in vantaggio con Friaça. La festa sugli spalti, iniziata dal primo minuto, aumenta d’intensità. Fuori dallo stadio è carnevale. Poi succede l’impensabile, gol di Schiaffino per il pareggio e gol vittoria di Ghiggia. In quell’istante nello stadio più grande del mondo cadde il silenzio. “Il silenzio più bello del mondo” scrisse Eduardo Galeano. Era il silenzio di una squadra, di uno stadio, di una nazione. Era il silenzio degli stessi giocatori dell’Uruguay, increduli. Tutto era surreale. Al momento del fischio finale decine di persone sugli spalti furono colte da infarto. L’inno uruguaiano non venne suonato, non era stato fornito lo spartito perché ritenuto inutile. Non ci fu nemmeno la premiazione, un imbarazzatissimo Jules Rimet diede la coppa al capitano della celeste, senza parole, senza discorso solenne. In silenzio. “La pagina più brutta della storia del Brasile” scrissero i giornali.

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Solo tre persone hanno fatto tacere il Maracana: Frank Sinatra, Papa Giovanni Paolo II e Alcides Ghiggia. Il calciatore uruguaiano vestì anche la maglia della nazionale italiana, oltre a quelle della Roma e del Milan. Sono passati quasi settant’anni da quella pazza finale, quando il destino decise di fare uno scherzo alla patria del calcio. Oggi, l’ala 24enne che fece piangere una nazione, il giovanotto esile, con due gambe lunghissime, baffi alla moda e capello all’indietro non c’è più. Noi vogliamo ricordare così il calciatore, l’uomo, l’artista. Perché tutti possono scrivere o cantare, pochi possono comporre il silenzio.  

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Alfred Nakache si guarda intorno e cerca di scaldare Paule, sua moglie, che tiene in braccio la piccola Annie, due anni. Prime luci di un'alba pesante. Nakache sa di non aver mai fatto nulla di male a nessuno, ma è ebreo. Anche Paule è ebrea. Alfred è nato nel 1915 a Costantina, in Algeria. Da bambino aveva terrore dell'acqua. L'ha vinto buttandosi in una piscina. È diventato un campione di nuoto. S'è trasferito alla piscina del Racing Club di Parigi, se n'è andato perché dalla tribuna riceveva insulti. Parigi è occupata dai tedeschi, Alfred si sposta nella zona libera, a Tolosa. Nuota e insegna nuoto, Paule è la capitana della squadra di basket. Si sono sposati nell'ottobre del 1937. Alle Olimpiadi del ‘36, in casa di Hitler, Alfred ci è andato, perché pensava, e anche adesso che il treno sta per partire si sforza di pensare, che lo sport non ha nulla a che vedere con la politica.
Si piazza quarto nella staffetta 4x200, con Taris, Cavalero e Talli, proprio davanti al quartetto tedesco. Che anno magico, il ‘41: record francese, poi europeo (era del tedesco Balke), poi mondiale, a Marsiglia. Il cerchio si stringe. Lo aveva già capito nel ‘42, quando i giornali collaborazionisti insistevano a scrivere che un ebreo non poteva gareggiare per la Francia. E uno dei più accaniti contro Alfred era Jacques Cartonnet, ex nuotatore, stesse specialità, un idolo per il giovane Alfred, forse meno potente di lui ma più elegante nella bracciata, un cane che latrava, diventato giornalista sportivo, ma poteva anche mordere. Era stato lui a denunciarli direttamente alla Gestapo? Chissà. Un dubbio l'aveva.

Sul marciapiede della stazione di Bobigny, Alfred ripensa ai campionati di Francia del ‘43. Dovevano svolgersi a Parigi, dove Nakache non poteva metter piede. Il suo club protesta e i campionati sono spostati a Tolosa, con una condizione: che Nakache non partecipi. E lui non partecipa. Ma nemmeno, per solidarietà, tutti quelli, 28, del Toec di Tolosa. E pure altri 12, anche di Lione. Amici, fratelli, a rischio. Il presidente del Toec viene esautorato e sostituito da uno più gradito e vicino ai tedeschi.

I tedeschi sono entrati in Tolosa l'11 novembre del ‘42. Nell'estate del ‘43 un centinaio di ebrei viene arrestato e deportato. Dall'ottobre del 1940 Nakache non è più cittadino francese. È stato abolito il decreto Crémieux, che dal 1870 concedeva la cittadinanza francese agli ebrei d'Algeria e accendeva il risentimento dei musulmani, che si sentivano cittadini di seconda classe. Dai primi del ‘900 nelle edicole si trovano il settimanale della Lega antisemita, L'antijuif algérien, e poi Le Nouvel antijuif e Le petit antijuif algérien. Nakache aveva voluto che Annie nascesse a Costantina, dove aveva respirato un antisemitismo ancora più forte di quello che lo discriminava in Francia. Pericoloso tornarci, pericoloso restare a Tolosa. C'è una via di fuga verso la Spagna. Ci prova, ma rinuncia e torna indietro quando i pianti della bambina possono portare alla scoperta del gruppo. Questo, almeno, dirà un suo fratello, tanti anni dopo. Da Alfred Nakache, non una parola sull'episodio.

Lui e Paule sono arrestati il 20 dicembre 1943. Il loro appartamento saccheggiato, medaglie e coppe rubate. Hanno affidato Annie a una coppia di amici, ma la bambina viene rintracciata e riunita ai genitori nel carcere di Saint-Michel a Tolosa, poi nel campo di Drancy, infine ad Auschwitz. Il treno numero 66 parte lentamente dalla stazione di Bobigny il 20 gennaio 1944. Il viaggio dura 29 ore. All'arrivo, un soldato indica a Nakache la fila di sinistra, a Paule con Annie quella di destra. Nella confusione l'ultima immagine che gli resta di loro è quella di Paule che sale su un camion con Annie in braccio. Quello che non sanno è che la fila di destra andrà direttamente alle camere a gas, l'altra a lavorare, finché ci riesce.

Ad Auschwitz Nakache viene assegnato all'infermeria. L'hanno riconosciuto, sanno chi è, vogliono divertirsi. Come per i pugili organizzano incontri di boxe, per il nuotatore c'è la piscina. Non è una piscina olimpica, non è neanche una piscina, anche se così viene chiamata. È una grande vasca che funge da riserva d'acqua, in caso d'incendio. E lì, nell'acqua sporca, deve tuffarsi Nakache, più volte al giorno, per recuperare gli oggetti lanciati dai soldati. Pugnali, sassi, monete. L'acqua è gelida, e col caldo puzzerà, ma a Nakache non importa, vuole restare vivo e sapere di Paule e Annie. Parla solo francese, è vicino ad altri internati come il pugile Victor Perez, gli accade di conversare con un italiano che si chiama Primo Levi.

Nakache è il prigioniero numero 172763. I tedeschi credono di umiliarlo, ma è lui che li umilia, chiedendo tuffi supplementari, «per allenarsi meglio». È lui che non cede, non si lamenta, sorride spesso. Quando bisogna lasciare Auschwitz perché avanza l'Armata rossa, Nakache è tra i 1.368 che partono a piedi verso Gleiwitz e Buchenwald. Ci arrivano in 47. È stata chiamata la Marcia della morte. Morte di stenti, di fame, di raffiche. Come Perez.

A Buchenwald Nakache passa circa tre mesi. E ci resta per qualche settimana anche dopo la liberazione, un po' perché in infermeria c'è bisogno di lui, un po' perché spera di avere notizie sulla famiglia. Non ne ha. Quando torna in Francia pesa 40 chili, era più di 80, e soffre per un ascesso all'orecchio. La sua casa è quella di Alex Jany, amico fraterno e compagno di staffetta. Scopre che, credendolo morto, gli è già stata intitolata, un anno prima, la piscina di Tolosa. Ogni mattina, per settimane, va alla Gare Matabiau nella speranza di rivedere Paule e Annie, fino a che non si convince che sono morte.

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Jany e gli altri amici di Tolosa gli sono molto vicini, gli fanno riprendere un po' alla volta il peso perduto, lo spingono ad allenarsi. E Nakache, dopo tutto quello che ha passato, è ancora capace di un record mondiale della 3x100 mista, nell'agosto del ‘46 con Jany e Vallerey, vince titoli nazionali, è selezionato per le Olimpiadi del 1948, da cui la Germania è esclusa. Gareggia nei 200 farfalla arrivando alle semifinali e nella pallanuoto (sesto posto, vinse l'Italia di Cesare Rubini).

Per tutti, Nakache è "il nuotatore di Auschwitz", la dignità e la resistenza contro la ferocia. In una bella favola avrebbe vinto una medaglia, ma la vita è un'altra cosa. Lui l'ha rimessa insieme, smette di gareggiare, fa il massaggiatore per i calciatori del Tolosa, nel ‘50 sposa Marie, una ragazza di Sète, e va a vivere lì, in una casetta in riva al mare. Per cinque anni insegna nuoto a Réunion e non perde l'abitudine, tornato in Francia, di una nuotata tutti i giorni. Un attacco di cuore lo uccide mentre sta nuotando nel golfo di Cerbère, il 4 agosto 1983.

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Di lui i compagni di grandi tavolate hanno detto che camminava come Charlie Chaplin e aveva la risata di Henri Salvador. È sepolto a Sète nel cimitero di Py, che non è quello cantato da Valery ma l'altro, dov'è sepolto anche Georges Brassens. Sulla tomba aveva disposto che fossero incisi anche i nomi di Paule e Annie. Molte piscine gli sono intitolate. A Montpellier, a Nancy, a Belleville.

Quanto a Cartonnet, condannato a morte nel ‘45 in contumacia non per l'attività giornalistica ma per collaborazionismo e omicidio plurimo, fu arrestato a Roma nel ‘46, ma riuscì a fuggire dall'aereo militare coi motori già accesi che doveva riportarlo in Francia. Attraversò di corsa la pista con le manette ai polsi e saltò su un mezzo pubblico. Non aveva documenti né denaro, qualcuno lo avrà aiutato. Arrestato di nuovo a Foligno a fine ‘47 e collocato nel campo di Fraschette riuscì a scappare anche da lì. Poi, mistero. Pare che sia morto nel ‘67, in Italia, nascosto in un monastero.

 

Gianni Mura, Il Venerdì, 23 dicembre 2016

Nel saggi pubblicato sul New York Times il 20 agosto 2006 dal titolo "Roger Federer come esperienza religiosa" David Foster Wallace si sofferma sulla questione della bellezza. La bellezza cinetica, che non ha niente a che vedere col sesso e le norme culturali, ma piuttosto con la possibilità di un essere umano di riconciliarsi con il fatto di avere un corpo. Quando si parla di sport maschili, si preferisce fare riferimento a una simbologia di guerra: uniformi, fervore tribale, eliminazione e avanzamento. "Per ragioni che non sono totalmente chiare” scrive infatti Wallace “molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore”. Ma se ci si riferisce a Federer la potenza-aggressività-velocità, cioè quanto è utile nel combattimento (e quindi nell’incontro), non è che lo scheletro del suo tennis.

La carne, quello che fa di lui il più rande di tutti i tempi, è appunto la bellezza. Intesa in maniera classica: la grazia del movimento, la leggerezza, la plasticità del gesto… ma soprattutto l’abilità di far sembrare tutto semplice, spin di rovescio, o uno slice lento addormentato da un back spin, non fossero che la normale conseguenza di colpire una palla con una racchetta per mandarla di là dalla rete entro un perimetro di righe. Qualcosa che chiunque può riuscire a fare se solo decide di farlo. Sono passato dodici anni da allora. David Foster Wallace è morto, si è ucciso impiccandosi nel suo salotto il 12 settembre del 2008 cedendo alla depressione che lo ha perseguitato per tutta la vita. Federer vince ancora quasi tutto quello che c’è. E se allora era considerato il più grande tennista di tutti i tempi, come possiamo definirlo adesso, che ha 36 anni e sconfigge tennisti che ne hanno, dieci, quindi di meno? Si è detto tutto di lui, del suo carattere plasmato con pazienza, del fisico eccezionale, dell’impermanenza dei suoi allenatori (tra questi anche Stefan Edberg, che Carmelo Bene definì l’ultimo grande poeta del novecento), del mal di schiena e il prodigioso recupero.

Si è detto della sua vita privata giudiziosa, dei gemelli e della moglie perfetta, ma nessuna di queste cose, ovviamente, spiega niente. Ieri, alla fine dell’incontro, Federer ha pianto. Durante la premiazione dell’Australian Open, conquistato per la sesta volta (la seconda consecutiva) ottenendo il ventesimo titolo in un circuito Slam, mentre il pubblico in piedi non smetteva di applaudire, sul volto di Federer hanno cominciato a scorrere le lacrime. Stringeva la coppa tre le sue lunghissime braccia e piangeva, tranquillo. Ha un volto buffo, Federer. Per niente elegante, a differenza di tutto il resto, gommoso e infantile. Quanto è disumana la sua bravura, quanto sono irreali la sua longevità e l’invulnerabilità, tanto quel suo volto è semplice, identico a mille altri, umano. Non è aristocratico, Federer, non è intangibile e altero. Né lo immagini mai alle prese con qualcosa di complesso. Però ha in dono che è prerogativa delle divinità: gioca a tennis come se il tennis l’avesse inventato lui. Come se tutti gli altri lo avessero imparato, e lui lo sapesse già. Da prima di cominciare a giocare, come le note che canticchiano i musicisti prima ancora di scriverle sul pentagramma, di conoscere il solfeggio. E tutto quello che fa, le palle rocambolesche, i “momenti Federer” – quelli in cui lo spettatore strabuzza gli occhi chiedendosi come diavolo ha fatto – non sono altro che variazioni inventate al momento per non annoiarsi. La bellezza dunque, l’amore il divertimento, la sua totale consustanzialità con il tennis. Federer non si usura perché non combatte, non è rabbioso come tutti i giocatori.

La sua non è una guerra. Lui gioca a tennis, da sempre, come fosse un’unica lunghissima partita, la stessa. Fin quando un giorno, semplicemente, non si allontanerà dal campo. Magari a metà di un incontro asciando per l’ennesima volta il suo avversario sconcertato e incredulo.

Elena Stancanelli, la Repubblica, 29 gennaio 2018

Nicolita, zingaro bomber

Ripulire il paese dagli sporchi zingari” è uno dei comandamenti dei Pirati di Ghencea, gruppo ultras della Steaua Bucarest. E per loro, gli zingari, sono soprattutto quelli del Rapid Bucarest, l’altra squadra della città.

Li odiano. Al pari di ebrei, negri e ungheresi. Perché il Rapid è la squadra delle comunità sinti e rom, molto diffuse in tutta la Romania. Quelle che rubano, che portano criminalità, che sporcano.

È il 2005. È appena iniziato il derby quando dalle tribune dello stadio Valentin Stanescu iniziano a piovere gli insulti. “Zingari, vi pisciamo in testa”, cantano i tifosi della Steaua. Vincere, per loro, non è solo un modo per portarsi a casa la qualificazione in Coppa Uefa. È un passo in avanti nella pulizia della città. Una battaglia nella “guerra etnica”. Le stesse parole usate, pochi giorni fa, dai tifosi della Lazio alla vigilia del derby contro la Roma.

Al 5’ segna subito uno zingaro. Ma non del Rapid. Perché Banel Nicolita, ala destra classe 1985, gioca nella Steaua, è di origine rom, ed ha appena portato in vantaggio gli ospiti. Lui esulta, i suoi tifosi esultano. Gli stessi che stanno ancora cantando “morte agli zingari”.

Per Nicolita fare un gol è un mestiere. “Mi piaceva giocare a pallone, ma spesso mi ritrovavo a calciare per strada, a piedi nudi e con la pancia vuota”. Nasce in un piccolo villaggio nel sud-est, a Faurei. La madre lavora tre giorni alla settimana come donna delle pulizie. Con quei soldi cresce sei figli. La carriera di Nicolita è diversa da quella delle grandi stelle europee: a 14 anni il primo paio di scarpini, regalo dell’allenatore. A 16 anni il primo stipendio: venti euro al mese. A 19 l’esordio nella Serie A romena, con il Timisoara. Allo Steaua c’è rimasto dal 2005 al 2011. 200 presenze e 30 reti. Poi l’esperienza in Francia, al Saint-Etienne e al Nantes. Poi di nuovo in Romania, dove oggi gioca nel Constanta.

Silenzioso, riservato. Quando gli chiedono di parlare delle sue origini non risponde. Però ricorda quasi con divertimento quando per avere un po’ di forze, prima delle partite, andava a rubare una mela dal negozio vicino casa.

È diventato ambasciatore Fifa contro il razzismo. Una carica più simbolica che reale. Ma a volte anche i simboli servono a qualcosa.

Come quel giorno in cui la fascia da capitano della Steaua andò sul suo braccio. Uno zingaro capitano. Anche gli ultras non trovarono più le parole.

Marcos Cafù della Favela

Un vecchio proverbio brasiliano dice che “puoi togliere un uomo dalla favelas, ma non puoi togliere la favelas da quell’uomo”.

Quella di Jardim Irene è una delle favelas più grandi di Sao Paolo, la più popolosa delle città brasiliane, 11 milioni di abitanti. Cinque vie, una scuola e un campo di calcio. Quasi mille baracche, perché chiamarle case sarebbe uno sfregio. Mattoni appoggiati a lamine di eternit, pezzi di ferro sottratti alla spazzatura, niente acqua potabile e elettricità.

La stessa scuola, fino a qualche anno fa, era fatta di tubi di acciaio. Adesso ha il lusso di essere in cemento e avere delle finestre. La favela di Jardim Irene esiste dagli anni 70, gli abitanti della capitale la chiamano Rua da bosta, via della merda, perché le fogne, quando esistono, scorrono a cielo aperto.

Secondo alcuni esistono solo tre modi di uscire da un posto simile: con una pallottola in corpo, con una pistola in tasca o con un pallone al piede. Marcos Evangelista, detto Cafù, ha scelto l’ultima via.

Primo di cinque fratelli, tutti col nome in M, Mara, Margareth, Marcelo, Mauricio e Mauro. Il giorno, oltre a badare a loro, Marcos corre per le strade di Jardim Irene. Potrebbe entrare in qualche banda, diventare una sentinella o una formica, a portare droga in giro per la città. Ma Marcos preferisce correre dietro a un pallone, come fanno gli altri bambini. Perché il calcio in Brasile non è solo gioia e sogni, è anche un modo per dimenticare, per scappare dalla vita di tutti i giorni, per fuggire i problemi. Così Avenida Central diventa un’area di rigore, rua Quatro è un campo da calcio. Il Maracanà è lontano 500 km, ma se lo chiamano lo stadio dei sogni allora si avvicina all’improvviso.

È inseguendo il pallone che Marcos diventa Cafù. Colpa del padre, tifosissimo della Fluminense e della sua ala destra: Cafuringa. Così il destino sembra segnato. Ma i provini vanno tutti male, Cafù viene scartato e mandato a casa. Ci penserà il Sao Paolo, a 18 anni, a tesserarlo. È solo l’inizio della storia del terzino più forte della storia. Arriva in Italia, prima a Roma e poi al Milan. Vince di tutto: Coppa Campioni, Scudetto e Mondiali.

Ma non si può togliere la favela da un uomo. Non si può togliere Jardim Irene dalle vene di Cafù. La scuola in acciaio ora è un centro che accoglie i ragazzi della strada. Per studiare, imparare un mestiere e, soprattutto, giocare a calcio. La via migliore per uscire dalla favelas.

La farfalla Donsah volata dal Ghana

Un proverbio africano dice che “la farfalla non conta gli anni, ma gli istanti: per questo il suo breve tempo le basta”. Il tempo di Donsah, calciatore del Bologna di appena 21 anni, non può che essere ugualmente breve, rapido, veloce. Ma gli anni, quelli si, lui li ha contati. E li ha masticati uno ad uno fino ad oggi. Li ha assaporati, dolci o amari che siano stati.

8 anni senza vedere suo padre non possono essere una passeggiata. Originario del Ghana, unico maschio di quattro figli, il futuro di Donsah Godfred, nome che significa “in pace con Dio”, è scritto: lavorare nelle piantagioni di cacao. “Viste le difficoltà di vita mio papà decise, in accordo con mia mamma, di lasciare il Ghana – racconta il calciatore a Che Tempo Che Fa - e di venire in Italia per dare un futuro migliore alla mia famiglia. Dopo 31 giorni a piedi nel deserto e persi alcuni compagni di viaggio si è imbarcato ed è arrivato in Sicilia”. Perché la farfalla vola e Donsah vola, corre, spinge sul campo di calcio. Suo padre invece non può volare per arrivare in Italia. Le sue ali sono un gommone da venti posti condiviso con altre cinquanta persone.

La porta dell’Europa è sempre la stessa, Lampedusa. “Papà è sbarcato sano e salvo, ma ha raccontato che uno degli altri passeggeri è stato buttato in acqua e lasciato morire”. Le tappe anche sono quelle tipiche, dal mare ai campi di arance e pomodori, schiena piegata sotto il sole e pochi soldi da spedire a casa. “La fatica del lavoro in Italia era niente rispetto alle ingiustizie e al dolore che c’erano e ci sono in Ghana”.

Quando suo padre partì Donsah non era a casa, ma al solito posto: “ero fuori a giocare a calcio, come sempre. A volte saltavo la scuola per rimanere fuori col pallone. In Italia ho iniziato a Palermo e in seguito ho giocato a Como, ma è stato col Verona che ho avuto la possibilità di esordire in Serie A. Per quel debutto devo ringraziare il mio allenatore di allora, mister Andrea Mandorlini”.

Donsah oggi ha un contratto fino al 2020 con il Bologna, a 550.000 € a stagione. Ma è destinato a spiccare il volo veramente presto. In estate lo volevano Juventus e Roma, adesso l’Inter ha chiesto informazioni sul ragazzo, che per fisico e personalità ricorda Michael Essien, suo connazionale stella del Chelsea, del Real Madrid e del Milan.

Come la farfalla del proverbio sicuramente Godfred non conta gli anni del suo contratto. Come non ha contato i minuti quella sera che rivide il padre dopo 8 anni. “Mi ha abbracciato e mi ha detto – Sei già diventato un uomo. Siamo stati tutta la notte a parlare, non abbiamo nemmeno dormito”.

La triste danza di Garrincha

“Ti serve un lavoro? Vieni a pulire i bagni da noi”. Questa la risposta di Oliver Straube ad Andreas Brehme. Entrambi ex calciatori, il primo con una carriera tra Norimberga e Amburgo, il secondo campione d’Italia, di Germania e del mondo. Oliver è ora titolare di un’azienda di pulizie. Andreas è senza lavoro, senza casa e con 200 mila euro di debiti.

Era stato direttamente Beckenbauer a lanciare un appello per salvare Brehme, storico terzino dell’Inter di Trapattoni: “Aiutiamo un simbolo del nostro calcio” disse. Non rispose nessuno, poi negli ultimi giorni arriva la proposta di Straube: “Potrai lavare lavandini e sanitari, così capirai cosa significa lavorare davvero”.

È l’altra faccia del calcio. Quella che quando si spengono i riflettori rivela paure e debolezze, solitudini e fragilità.

Come quella di Garrincha, l’uomo dal dribbling più ubriacante della storia del calcio. Campione del mondo nel ‘58 e nel ‘62, per molti è lui il miglior calciatore brasiliano dopo Pelè. Juventus, Milan e Inter cercarono di acquistarlo insieme, per fargli disputare una stagione a testa, ma non ci riuscirono. Anche lui rimase vittima, come molti, della bella vita che il calcio sembra offrirti. Dopo la vittoria verdeoro nei mondiali in Cile, Garrincha incassa una grande somma di denaro. Si compra un’auto lussuosa e conosce Elza Soares, bellissima cantante brasiliana. Per lei perde la testa, lascia le sue figlie e la moglie e scappa con lei in Italia.

Elza canta nei locali della capitale. Garrincha si ubriaca fuori, mentre l’aspetta. Nel frattempo si guadagna da vivere come rappresentate di una ditta di caffè e passa le sue serate in compagnia dell’alcool.

Dino Da Costa, ex attaccante della Roma che all’epoca iniziava ad allenare, viene a sapere che “il Chaplin del calcio” era in Italia. I due si conoscono perché avevano giocato insieme nel Botafogo. Lo vuole portare nella sua squadra, il Sacrofano, una cittadina di settemila abitanti a nord di Roma, che gioca in Prima Categoria. Gli propone un ingaggio di cento mila lire a partita.

Garrincha accetta e inizia a giocare per loro. La forma non è più quella di una volta ma guida alla vittoria il Sacrofano in un quadrangolare in Campania con due gol direttamente da calcio d’angolo. Il campo di Mignano Monte Lungo non aveva nemmeno le tribune. Chissà se mentre entrava in campo Garrincha ripensava alle sue partite al Maracanà, capace di contenere trenta volte gli abitanti di quel paese campano. Tornerà in Brasile tre anni dopo. Abbandonato anche da Elza, stufa delle sue botte da ubriaco. Senza un soldo e senza una casa. Morirà nel gennaio del 1983, dopo due giorni passati a bere e con un fegato ormai a pezzi.

Il soprannome glielo aveva dato sua sorella, perché da piccolo cacciava dei piccoli passeri chiamati appunto Garrincha. E lui era uno di quegli uccelli. Veloce e fragile proprio come loro.

Tra stazione Termini e Trigoria ci sono appena 20 km. Ma tra il Camerun e l’Italia ce ne sono addirittura 4000. E Joseph Bouasse Perfection, nuovo centrocampista della Roma primavera, li ha percorsi tutti.

È partito da Yaoundè, sua città natale, appena un anno fa. In tasca aveva un contratto, falso, con una squadra. Era stato un agente, o forse un trafficante, a convincerlo a partire. “Vieni in Italia, giocherai in Serie A e poi arriverai in Premier League”. Ma quando Joseph arriva a Roma viene parcheggiato a stazione Termini, il procuratore sparisce e con lui il contratto.

Ci penserà la Liberi Nantes, la squadra di Pietralata in cui giocano rifugiati politici e richiedenti asilo, ad accoglierlo. “Quando ha toccato il pallone per la prima volta ho subito pensato: abbiamo vinto il campionato!” racconta l’allenatore Salvatore Lisciandrello. “In terza categoria, era trenta spanne sopra gli altri. Anche un orbo lo avrebbe notato. Lui era ancora scosso dalle sue vicessitudini personali, ma voleva giocare”.

Joseph si allena, scende in campo e in amichevole viene notato dalla Roma. Questa volta il contratto esiste veramente, e a settembre, quando diventa maggiorenne, Perfection diventa un giocatore giallorosso.

Centrocampista per la precisione, ma anche esterno di difesa se dovesse servire. Il tesseramento ufficiale è però un odissea. Si aspettano i documenti, le pratiche burocratiche. Ma quando tutto è pronto Perfection scende in campo, prima contro il Crotone e poi con il Novara. “L’ho sentito telefonicamente proprio ieri sera – continua l’allenatore - mi ha chiamato per comunicarmi la notizia. Era felicissimo e io sono felice per lui. E’ un ragazzo splendido, sia come calciatore che sotto il profilo umano”.

Dalle parti di Trigoria lo definiscono “una ruspa”.  E Luciano Spalletti, che lo ha chiamato per allenarsi con i grandi, più volte gli ha chiesto interventi più morbidi. Fisico imponente, faccia da bambino e nessuna paura di entrare sul pallone. D’altronde uno che percorre 4000 km e attraversa il deserto potrebbe avere timore su un campo da calcio?

Com'è cambiata la linea difensiva della Juventus

Non suonano spesso i campanelli d'allarme dalle parti di Vinovo. Ma quando succede vengono spenti in fretta. Chiedere a Massimiliano Allegri, tecnico artigiano, capace di plasmare e modellare le sue squadre e il suo materiale calcistico.

Chiedere, soprattutto, alla linea difensiva della Juventus, finita sul banco degli imputati ad inizio stagione, etichettata come finita, orfana del perno fondamentale Leonardo Bonucci, con innesti non adeguati. Difesa bollita, squadra arrivata alla frutta, con Inter e Napoli praticamente ad un passo dallo scudetto. Allegri non si è scomposto e ha risposto sul campo. Prima quello d'allenamento, poi quello della partita.

C'è un prima e un dopo nella stagione della Juventus. Ed ormai consolidato come la cesura sia la partita contro la Sampdoria, persa per 3-2. 14 gol subiti in 13 partite disputate fin a quel punto. Poi, la svolta. Appena 1 nelle restanti sei del girone d'andata, in un filotto di partite dove capitarono gli scontri diretti con Inter, Napoli e Roma. Cosa è cambiato allora? Le chiavi di lettura sono due e coincidono con il ritorno ad ottimi livelli di due giocatori ora fondamentali: Mehdi Benatia e Blaise Matuidi. 

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Un paio di numeri, in maniera prelimare, sul rientro e l'evoluzione della Juventus con Benatia. Con l'ex Roma e Udinese in campo appena 3 gol subiti in 9 incontri di campionato (3 in 3 di Champions, ma pesa il 3-0 contro il Barcellona), vale a dire 7 clean sheet. Il miglioramento è però esponenziale dopo la 13esima giornata: Allegri ha usato ancora l'arma della panchina per recuperare mentalmente e atleticamente un giocatore non ancora pronto. Innanzitutto dal punto di vista fisico: basta una contusione alla caviglia per mandarlo ai box cinque partite. Smaltiti i fastidi e assimilati i dettami tattici, Benatia si è preso la difesa a suon di prestazioni. E di gol, suo vecchio vizio, uno dei quali decisivo proprio contro i giallorossi. Primo per intercettazioni a partita (2.8) secondo per rinvii dalla difesa con 4.8 a gara in 810'. Primo è Chiellini, con 5.1 ma in 1260'. 

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Ma non sono le individualità la vera forza della fase difensiva juventina. È il collettivo, il movimento totale. L'ultimo tassello che mancava, nel centrocampo di Allegri, era un calciatore con le caratteristiche di Matuidi. Agile, tecnico, da legna e da corsa. Fondamentale per gli equilibri in fase di non possesso con la Juventus che si trasforma in 4-4-2 o in 4-5-1: vedere per credere le chiusure del francese su De Silvestri nel derby di Coppa Italia. Era lui il primo ad aprirsi, ad occupare tutto il campo e non dare sbocchi alla manovra granata. 

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A proposito di movimenti e di spazi. Prendendo come riferimento i tre big match contro Inter, Napoli e Roma possiamo vedere come Allegri abbia saputo plasmare i suoi uomini e i suoi movimenti sulle caratteeristiche dell'avversario. Contro Perisic e Candreva, così come contro Perotti ed El Shaarawy, c'era da chiudere le corsie laterali: la ricetta è un 4-3-3 con Cuadrado e Mandzukic in attacco, pronti a raddoppiare sulle fasce, con Khedira da un lato e Matuidi dall'altro a occupare la parte interna dello spazio di gioco. Nelle due partite sono cambiati i due esterni bassi: a sinistra Asamoah contro l'Inter, Alex Sandro contro la Roma, a destra De Sciglio contro i nerazzurri, Barzagli contro gli uomini di Di Francesco. Un falso terzino insomma, bloccato, capace di aspettare Perotti e non lasciarsi superare. Una difesa che ricorda quella a "3 e mezzo" di Spalletti a Roma lo scorso anno, con Rudiger e Juan Jesus centrali mascherati da laterali. 
Contro il Napoli cambia ancora: serve densità in mezzo al campo. Via Cuadrado e Mandzukic, dentro Dybala e Douglas Costa, abili (soprattutto il secondo) ad accentrarsi e a rientrare. 

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La trasformazione è servita allora. E la difesa ritrovata. Intanto, in panchina, c'è chi prende appunti. è Rugani. 1190 minuti per lui finora. Il futuro porta il suo nome, insieme a quello di Caldara. Ma questa è un'altra storia

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