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Nicolita, zingaro bomber

Ripulire il paese dagli sporchi zingari” è uno dei comandamenti dei Pirati di Ghencea, gruppo ultras della Steaua Bucarest. E per loro, gli zingari, sono soprattutto quelli del Rapid Bucarest, l’altra squadra della città.

Li odiano. Al pari di ebrei, negri e ungheresi. Perché il Rapid è la squadra delle comunità sinti e rom, molto diffuse in tutta la Romania. Quelle che rubano, che portano criminalità, che sporcano.

È il 2005. È appena iniziato il derby quando dalle tribune dello stadio Valentin Stanescu iniziano a piovere gli insulti. “Zingari, vi pisciamo in testa”, cantano i tifosi della Steaua. Vincere, per loro, non è solo un modo per portarsi a casa la qualificazione in Coppa Uefa. È un passo in avanti nella pulizia della città. Una battaglia nella “guerra etnica”. Le stesse parole usate, pochi giorni fa, dai tifosi della Lazio alla vigilia del derby contro la Roma.

Al 5’ segna subito uno zingaro. Ma non del Rapid. Perché Banel Nicolita, ala destra classe 1985, gioca nella Steaua, è di origine rom, ed ha appena portato in vantaggio gli ospiti. Lui esulta, i suoi tifosi esultano. Gli stessi che stanno ancora cantando “morte agli zingari”.

Per Nicolita fare un gol è un mestiere. “Mi piaceva giocare a pallone, ma spesso mi ritrovavo a calciare per strada, a piedi nudi e con la pancia vuota”. Nasce in un piccolo villaggio nel sud-est, a Faurei. La madre lavora tre giorni alla settimana come donna delle pulizie. Con quei soldi cresce sei figli. La carriera di Nicolita è diversa da quella delle grandi stelle europee: a 14 anni il primo paio di scarpini, regalo dell’allenatore. A 16 anni il primo stipendio: venti euro al mese. A 19 l’esordio nella Serie A romena, con il Timisoara. Allo Steaua c’è rimasto dal 2005 al 2011. 200 presenze e 30 reti. Poi l’esperienza in Francia, al Saint-Etienne e al Nantes. Poi di nuovo in Romania, dove oggi gioca nel Constanta.

Silenzioso, riservato. Quando gli chiedono di parlare delle sue origini non risponde. Però ricorda quasi con divertimento quando per avere un po’ di forze, prima delle partite, andava a rubare una mela dal negozio vicino casa.

È diventato ambasciatore Fifa contro il razzismo. Una carica più simbolica che reale. Ma a volte anche i simboli servono a qualcosa.

Come quel giorno in cui la fascia da capitano della Steaua andò sul suo braccio. Uno zingaro capitano. Anche gli ultras non trovarono più le parole.

Marcos Cafù della Favela

Un vecchio proverbio brasiliano dice che “puoi togliere un uomo dalla favelas, ma non puoi togliere la favelas da quell’uomo”.

Quella di Jardim Irene è una delle favelas più grandi di Sao Paolo, la più popolosa delle città brasiliane, 11 milioni di abitanti. Cinque vie, una scuola e un campo di calcio. Quasi mille baracche, perché chiamarle case sarebbe uno sfregio. Mattoni appoggiati a lamine di eternit, pezzi di ferro sottratti alla spazzatura, niente acqua potabile e elettricità.

La stessa scuola, fino a qualche anno fa, era fatta di tubi di acciaio. Adesso ha il lusso di essere in cemento e avere delle finestre. La favela di Jardim Irene esiste dagli anni 70, gli abitanti della capitale la chiamano Rua da bosta, via della merda, perché le fogne, quando esistono, scorrono a cielo aperto.

Secondo alcuni esistono solo tre modi di uscire da un posto simile: con una pallottola in corpo, con una pistola in tasca o con un pallone al piede. Marcos Evangelista, detto Cafù, ha scelto l’ultima via.

Primo di cinque fratelli, tutti col nome in M, Mara, Margareth, Marcelo, Mauricio e Mauro. Il giorno, oltre a badare a loro, Marcos corre per le strade di Jardim Irene. Potrebbe entrare in qualche banda, diventare una sentinella o una formica, a portare droga in giro per la città. Ma Marcos preferisce correre dietro a un pallone, come fanno gli altri bambini. Perché il calcio in Brasile non è solo gioia e sogni, è anche un modo per dimenticare, per scappare dalla vita di tutti i giorni, per fuggire i problemi. Così Avenida Central diventa un’area di rigore, rua Quatro è un campo da calcio. Il Maracanà è lontano 500 km, ma se lo chiamano lo stadio dei sogni allora si avvicina all’improvviso.

È inseguendo il pallone che Marcos diventa Cafù. Colpa del padre, tifosissimo della Fluminense e della sua ala destra: Cafuringa. Così il destino sembra segnato. Ma i provini vanno tutti male, Cafù viene scartato e mandato a casa. Ci penserà il Sao Paolo, a 18 anni, a tesserarlo. È solo l’inizio della storia del terzino più forte della storia. Arriva in Italia, prima a Roma e poi al Milan. Vince di tutto: Coppa Campioni, Scudetto e Mondiali.

Ma non si può togliere la favela da un uomo. Non si può togliere Jardim Irene dalle vene di Cafù. La scuola in acciaio ora è un centro che accoglie i ragazzi della strada. Per studiare, imparare un mestiere e, soprattutto, giocare a calcio. La via migliore per uscire dalla favelas.

La farfalla Donsah volata dal Ghana

Un proverbio africano dice che “la farfalla non conta gli anni, ma gli istanti: per questo il suo breve tempo le basta”. Il tempo di Donsah, calciatore del Bologna di appena 21 anni, non può che essere ugualmente breve, rapido, veloce. Ma gli anni, quelli si, lui li ha contati. E li ha masticati uno ad uno fino ad oggi. Li ha assaporati, dolci o amari che siano stati.

8 anni senza vedere suo padre non possono essere una passeggiata. Originario del Ghana, unico maschio di quattro figli, il futuro di Donsah Godfred, nome che significa “in pace con Dio”, è scritto: lavorare nelle piantagioni di cacao. “Viste le difficoltà di vita mio papà decise, in accordo con mia mamma, di lasciare il Ghana – racconta il calciatore a Che Tempo Che Fa - e di venire in Italia per dare un futuro migliore alla mia famiglia. Dopo 31 giorni a piedi nel deserto e persi alcuni compagni di viaggio si è imbarcato ed è arrivato in Sicilia”. Perché la farfalla vola e Donsah vola, corre, spinge sul campo di calcio. Suo padre invece non può volare per arrivare in Italia. Le sue ali sono un gommone da venti posti condiviso con altre cinquanta persone.

La porta dell’Europa è sempre la stessa, Lampedusa. “Papà è sbarcato sano e salvo, ma ha raccontato che uno degli altri passeggeri è stato buttato in acqua e lasciato morire”. Le tappe anche sono quelle tipiche, dal mare ai campi di arance e pomodori, schiena piegata sotto il sole e pochi soldi da spedire a casa. “La fatica del lavoro in Italia era niente rispetto alle ingiustizie e al dolore che c’erano e ci sono in Ghana”.

Quando suo padre partì Donsah non era a casa, ma al solito posto: “ero fuori a giocare a calcio, come sempre. A volte saltavo la scuola per rimanere fuori col pallone. In Italia ho iniziato a Palermo e in seguito ho giocato a Como, ma è stato col Verona che ho avuto la possibilità di esordire in Serie A. Per quel debutto devo ringraziare il mio allenatore di allora, mister Andrea Mandorlini”.

Donsah oggi ha un contratto fino al 2020 con il Bologna, a 550.000 € a stagione. Ma è destinato a spiccare il volo veramente presto. In estate lo volevano Juventus e Roma, adesso l’Inter ha chiesto informazioni sul ragazzo, che per fisico e personalità ricorda Michael Essien, suo connazionale stella del Chelsea, del Real Madrid e del Milan.

Come la farfalla del proverbio sicuramente Godfred non conta gli anni del suo contratto. Come non ha contato i minuti quella sera che rivide il padre dopo 8 anni. “Mi ha abbracciato e mi ha detto – Sei già diventato un uomo. Siamo stati tutta la notte a parlare, non abbiamo nemmeno dormito”.

La triste danza di Garrincha

“Ti serve un lavoro? Vieni a pulire i bagni da noi”. Questa la risposta di Oliver Straube ad Andreas Brehme. Entrambi ex calciatori, il primo con una carriera tra Norimberga e Amburgo, il secondo campione d’Italia, di Germania e del mondo. Oliver è ora titolare di un’azienda di pulizie. Andreas è senza lavoro, senza casa e con 200 mila euro di debiti.

Era stato direttamente Beckenbauer a lanciare un appello per salvare Brehme, storico terzino dell’Inter di Trapattoni: “Aiutiamo un simbolo del nostro calcio” disse. Non rispose nessuno, poi negli ultimi giorni arriva la proposta di Straube: “Potrai lavare lavandini e sanitari, così capirai cosa significa lavorare davvero”.

È l’altra faccia del calcio. Quella che quando si spengono i riflettori rivela paure e debolezze, solitudini e fragilità.

Come quella di Garrincha, l’uomo dal dribbling più ubriacante della storia del calcio. Campione del mondo nel ‘58 e nel ‘62, per molti è lui il miglior calciatore brasiliano dopo Pelè. Juventus, Milan e Inter cercarono di acquistarlo insieme, per fargli disputare una stagione a testa, ma non ci riuscirono. Anche lui rimase vittima, come molti, della bella vita che il calcio sembra offrirti. Dopo la vittoria verdeoro nei mondiali in Cile, Garrincha incassa una grande somma di denaro. Si compra un’auto lussuosa e conosce Elza Soares, bellissima cantante brasiliana. Per lei perde la testa, lascia le sue figlie e la moglie e scappa con lei in Italia.

Elza canta nei locali della capitale. Garrincha si ubriaca fuori, mentre l’aspetta. Nel frattempo si guadagna da vivere come rappresentate di una ditta di caffè e passa le sue serate in compagnia dell’alcool.

Dino Da Costa, ex attaccante della Roma che all’epoca iniziava ad allenare, viene a sapere che “il Chaplin del calcio” era in Italia. I due si conoscono perché avevano giocato insieme nel Botafogo. Lo vuole portare nella sua squadra, il Sacrofano, una cittadina di settemila abitanti a nord di Roma, che gioca in Prima Categoria. Gli propone un ingaggio di cento mila lire a partita.

Garrincha accetta e inizia a giocare per loro. La forma non è più quella di una volta ma guida alla vittoria il Sacrofano in un quadrangolare in Campania con due gol direttamente da calcio d’angolo. Il campo di Mignano Monte Lungo non aveva nemmeno le tribune. Chissà se mentre entrava in campo Garrincha ripensava alle sue partite al Maracanà, capace di contenere trenta volte gli abitanti di quel paese campano. Tornerà in Brasile tre anni dopo. Abbandonato anche da Elza, stufa delle sue botte da ubriaco. Senza un soldo e senza una casa. Morirà nel gennaio del 1983, dopo due giorni passati a bere e con un fegato ormai a pezzi.

Il soprannome glielo aveva dato sua sorella, perché da piccolo cacciava dei piccoli passeri chiamati appunto Garrincha. E lui era uno di quegli uccelli. Veloce e fragile proprio come loro.

Tra stazione Termini e Trigoria ci sono appena 20 km. Ma tra il Camerun e l’Italia ce ne sono addirittura 4000. E Joseph Bouasse Perfection, nuovo centrocampista della Roma primavera, li ha percorsi tutti.

È partito da Yaoundè, sua città natale, appena un anno fa. In tasca aveva un contratto, falso, con una squadra. Era stato un agente, o forse un trafficante, a convincerlo a partire. “Vieni in Italia, giocherai in Serie A e poi arriverai in Premier League”. Ma quando Joseph arriva a Roma viene parcheggiato a stazione Termini, il procuratore sparisce e con lui il contratto.

Ci penserà la Liberi Nantes, la squadra di Pietralata in cui giocano rifugiati politici e richiedenti asilo, ad accoglierlo. “Quando ha toccato il pallone per la prima volta ho subito pensato: abbiamo vinto il campionato!” racconta l’allenatore Salvatore Lisciandrello. “In terza categoria, era trenta spanne sopra gli altri. Anche un orbo lo avrebbe notato. Lui era ancora scosso dalle sue vicessitudini personali, ma voleva giocare”.

Joseph si allena, scende in campo e in amichevole viene notato dalla Roma. Questa volta il contratto esiste veramente, e a settembre, quando diventa maggiorenne, Perfection diventa un giocatore giallorosso.

Centrocampista per la precisione, ma anche esterno di difesa se dovesse servire. Il tesseramento ufficiale è però un odissea. Si aspettano i documenti, le pratiche burocratiche. Ma quando tutto è pronto Perfection scende in campo, prima contro il Crotone e poi con il Novara. “L’ho sentito telefonicamente proprio ieri sera – continua l’allenatore - mi ha chiamato per comunicarmi la notizia. Era felicissimo e io sono felice per lui. E’ un ragazzo splendido, sia come calciatore che sotto il profilo umano”.

Dalle parti di Trigoria lo definiscono “una ruspa”.  E Luciano Spalletti, che lo ha chiamato per allenarsi con i grandi, più volte gli ha chiesto interventi più morbidi. Fisico imponente, faccia da bambino e nessuna paura di entrare sul pallone. D’altronde uno che percorre 4000 km e attraversa il deserto potrebbe avere timore su un campo da calcio?

Com'è cambiata la linea difensiva della Juventus

Non suonano spesso i campanelli d'allarme dalle parti di Vinovo. Ma quando succede vengono spenti in fretta. Chiedere a Massimiliano Allegri, tecnico artigiano, capace di plasmare e modellare le sue squadre e il suo materiale calcistico.

Chiedere, soprattutto, alla linea difensiva della Juventus, finita sul banco degli imputati ad inizio stagione, etichettata come finita, orfana del perno fondamentale Leonardo Bonucci, con innesti non adeguati. Difesa bollita, squadra arrivata alla frutta, con Inter e Napoli praticamente ad un passo dallo scudetto. Allegri non si è scomposto e ha risposto sul campo. Prima quello d'allenamento, poi quello della partita.

C'è un prima e un dopo nella stagione della Juventus. Ed ormai consolidato come la cesura sia la partita contro la Sampdoria, persa per 3-2. 14 gol subiti in 13 partite disputate fin a quel punto. Poi, la svolta. Appena 1 nelle restanti sei del girone d'andata, in un filotto di partite dove capitarono gli scontri diretti con Inter, Napoli e Roma. Cosa è cambiato allora? Le chiavi di lettura sono due e coincidono con il ritorno ad ottimi livelli di due giocatori ora fondamentali: Mehdi Benatia e Blaise Matuidi. 

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Un paio di numeri, in maniera prelimare, sul rientro e l'evoluzione della Juventus con Benatia. Con l'ex Roma e Udinese in campo appena 3 gol subiti in 9 incontri di campionato (3 in 3 di Champions, ma pesa il 3-0 contro il Barcellona), vale a dire 7 clean sheet. Il miglioramento è però esponenziale dopo la 13esima giornata: Allegri ha usato ancora l'arma della panchina per recuperare mentalmente e atleticamente un giocatore non ancora pronto. Innanzitutto dal punto di vista fisico: basta una contusione alla caviglia per mandarlo ai box cinque partite. Smaltiti i fastidi e assimilati i dettami tattici, Benatia si è preso la difesa a suon di prestazioni. E di gol, suo vecchio vizio, uno dei quali decisivo proprio contro i giallorossi. Primo per intercettazioni a partita (2.8) secondo per rinvii dalla difesa con 4.8 a gara in 810'. Primo è Chiellini, con 5.1 ma in 1260'. 

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Ma non sono le individualità la vera forza della fase difensiva juventina. È il collettivo, il movimento totale. L'ultimo tassello che mancava, nel centrocampo di Allegri, era un calciatore con le caratteristiche di Matuidi. Agile, tecnico, da legna e da corsa. Fondamentale per gli equilibri in fase di non possesso con la Juventus che si trasforma in 4-4-2 o in 4-5-1: vedere per credere le chiusure del francese su De Silvestri nel derby di Coppa Italia. Era lui il primo ad aprirsi, ad occupare tutto il campo e non dare sbocchi alla manovra granata. 

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A proposito di movimenti e di spazi. Prendendo come riferimento i tre big match contro Inter, Napoli e Roma possiamo vedere come Allegri abbia saputo plasmare i suoi uomini e i suoi movimenti sulle caratteeristiche dell'avversario. Contro Perisic e Candreva, così come contro Perotti ed El Shaarawy, c'era da chiudere le corsie laterali: la ricetta è un 4-3-3 con Cuadrado e Mandzukic in attacco, pronti a raddoppiare sulle fasce, con Khedira da un lato e Matuidi dall'altro a occupare la parte interna dello spazio di gioco. Nelle due partite sono cambiati i due esterni bassi: a sinistra Asamoah contro l'Inter, Alex Sandro contro la Roma, a destra De Sciglio contro i nerazzurri, Barzagli contro gli uomini di Di Francesco. Un falso terzino insomma, bloccato, capace di aspettare Perotti e non lasciarsi superare. Una difesa che ricorda quella a "3 e mezzo" di Spalletti a Roma lo scorso anno, con Rudiger e Juan Jesus centrali mascherati da laterali. 
Contro il Napoli cambia ancora: serve densità in mezzo al campo. Via Cuadrado e Mandzukic, dentro Dybala e Douglas Costa, abili (soprattutto il secondo) ad accentrarsi e a rientrare. 

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La trasformazione è servita allora. E la difesa ritrovata. Intanto, in panchina, c'è chi prende appunti. è Rugani. 1190 minuti per lui finora. Il futuro porta il suo nome, insieme a quello di Caldara. Ma questa è un'altra storia

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