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Alberto Petrosilli

Alberto Petrosilli

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Senso di incompiuto

Adda passà a’ nuttata. Deve passare la nottata. Celebre frase di Eduardo De Filippo utilizzata spessissimo per cercare di superare avvenimenti, fatti o serate più o meno dure e difficili della propria vita nelle successive 24 ore.

Filosofia che potrebbe e poteva tranquillamente essere affibbiata al post Inter-Milan, derby della Madonnina terminato 1-0 per i nerazzurri con goal al 92’ di Icardi. A noi ne sono servite 48. Troppa l’amarezza, la rabbia, la sensazione di non vissuto che ci ha investito ripensando a come commentare la gara. Dopo 2 giorni però, a mente fredda, siamo pronti e lucidi per declinare ciò che le sinapsi ci suggeriscono copiose.

Come detto, la partita l’hanno vinta i nerazzurri con una zampata del suo capitano argentino all’ultimo sospiro della gara. Una gara però dovrebbe essere giocata da due squadre, come è comunemente noto a tutti gli appassionati della sfera a scacchi. Il derby lo ha giocato solo l’Inter. Novantatre minuti in apnea e in balia delle vampate interiste, più tenaci, più sicuri e dannatamente più fisici. “Dobbiamo affrontare il derby senza paura”: perché, Rino? Perchè alle parole non sono seguiti fatti concreti che scacciassero quella terribile idiosincrasia degli ultimi anni a sentirsi veramente top, veramente Milan? Domande che rimarranno inevase, aggravando gli animi già attoniti di tutti gli sconsolati tifosi rossoneri.

Il grande minimo comune denominatore di queste ultime annate è l’atavica incapacità del Milan di fare quel definitivo salto di qualità dopo una serie di buonissime partite condite da altrettante indispensabili vittorie. Salto di qualità che va trovato nella benedetta continuità di risultati che marcano la differenza fra squadre di vertice e squadre che galleggiano mestamente a metà classifica. La posizione degli ignavi. Siamo ignavi, Rino?

La clamorosa differenza che è balzata agli occhi tra le due squadre è stata quella per cui il manipolo di uomini guidati dall’uomo di Certaldo, al secolo Luciano Spalletti, abbia compiuto quell’indispensabile scatto mentale che la porta oggi a considerarsi una grande squadra pur magari non essendolo pienamente. Andare oltre i propri limiti. Raggiungere l’obiettivo semplicemente perché la maglia che indossiamo merita fino all’ultima goccia di sudore. Retorica spicciola? Assolutamente sì. Certe volte converrebbe che tutti, dal primo dei calciatori all’ultimo dei magazzinieri (con tutto il rispetto per la categoria), si ricordassero che il calcio molto spesso si riduce a mera corsa, sudore e attaccamento ai valori per i quali si fa sport: orgoglio, coraggio, senso di appartenenza. A volte, ma direi anche molto spesso, ciò che conta in 90’ minuti di calcio non sono gli schemi, il giro palla dal basso, le verticalizzazioni o i cambi gioco provati in allenamento ma la cattiveria, la voglia di prevalere sull’avversario, il desiderio di aiutare un compagno in difficoltà o semplicemente quello di sacrificarsi per lo stemma della squadra che si rappresenta. Tutte queste componenti, nel derby di domenica sera, sono mancate al Milan e hanno invece inondato i cuori e colmato le anime degli interisti.

Più che per una chiara supremazia tecnica, l’Inter ha vinto il derby per una chiara supremazia morale. E’ questa la componente che più angoscia i supporter del Diavolo. I calciatori rossoneri hanno affrontato il derby come quegli impiegati che da 30 anni vanno in posta annoiati e timbrano il cartellino solo per dovere d’ufficio. Nessuno slancio emotivo, zero sussulti, istinti primordiali azzerati. Siamo qui solo perché ce lo impone il calendario. Ciò che più dovrebbe far riflettere Gattuso e i suoi uomini è il fatto di aver giocato il confronto cittadino come se fosse una seccatura, una gara da cui evadere piuttosto che da vivere pienamente. E da uno che viveva i derby con l’adrenalina a mille non ce lo aspettavamo proprio. Dove non arriva la tecnica, da sempre dovrebbe arrivare l’agonismo, la corsa, la grinta. Concetti passati di moda perché c’è chi ha voluto elevare il calcio ad ars aulico-ludica (siano maledetti Guardiola e il suo tiki-taka) dimenticandosi però che questo sport da sempre racchiude in se gli aspetti più puri dell’endoscheletro umano. Siamo uomini. Siate uomini. Per tornare ad essere calciatori da derby. E per non vivere di nuovo quel maledetto senso di incompiuto.

Tiri Mancini

Ci siamo stancati di non vincere”: si apre con questa constatazione amara l’intervista del commissario tecnico Roberto Mancini dopo il deludente 1-1 nell’amichevole tra Italia e Ucraina giocata al Ferraris di Genova.

Ennesimo passo falso di un’avventura che stenta a decollare. Sei partite al comando della disastrata Italia post Ventura, una sola vittoria (sofferto 2-1 sull’Arabia Saudita a fine maggio scorso), poi sconfitte alternate a mesti pareggi. La conclusione ineluttabile potrebbe, o dovrebbe, essere solo una: se è vero che abbiamo tanti problemi, è pur vero che Mancini non ne ha risolto nemmeno uno. Tuttavia, non volendo addossare tutte le colpe a chi come il “Mancio” si è appena insediato e non volendo perseguire la corrente dei critici a prescindere, dei depositari di verità assolute senza contradditorio (specie molto evoluta sui social), analizziamo più a fondo quelli che secondo noi sono i problemi che attanagliano la squinternata Italia calcistica. Prima riflessione, semplice e forse anche un po' banale: il calcio è lo specchio del paese. 

Non produciamo più ricchezze, viviamo adagiati sul limbo della mediocrità, accontentandoci di ciò che passa il convento. Ma questo è un articolo sportivo, direte voi: avete ragione. Tralasciando quindi aspetti di più alto impegno intellettivo, la seconda riflessione che emerge dalle pallide prestazione offerte dall’Italia è certamente quella della poca cura dei vivai. Ai ragazzi, più o meno giovani, oggi non si chiede più semplicemente di divertirsi, ma già in tenera età si pretende da loro il raggiungimento del risultato. Da ciò deriva quindi uno scarso sviluppo del talento, oberato e prosciugato dalla rigida freddezza di numeri e schemi. Schiavi della vittoria. Azzerare il talento, ridurlo a mero orpello accessorio rende oggi la cantera italiana priva di quella genialità necessaria allo sviluppo di una più solida consapevolezza nei propri mezzi, Alla rinuncia all’imponderabile.

Prendete Insigne: profeta a Napoli, spaurita comparsa con addosso la casacca azzurra. Personalità sotto lo zero, direbbero i più. Incapacità di esaltarsi al di fuori di uno schema ripetitivo, diciamo noi. E se è indubbiamente vero che oggi non viviamo nella stessa epopea d’oro dei Totti e dei Del Piero, è altrettanto certo che mettere fretta a chi deve ricostruire dalle macerie non sia propriamente una splendida idea. Roberto Mancini si trova oggi nella scomoda posizione di chi deve riscattare il fallimento altrui mescolando il tutto con il lancio dei futuri campioncini azzurri. Leggendola così, sembrerebbe una strada senza uscita. In realtà, il tempo per riemergere dall’abisso in cui sembriamo piombati c’è. La strada è quella del coraggio e Mancini è l’uomo giusto da cui ripartire: ricordate chi lanciò in serie A il diciassettenne Balotelli? Proprio lui, Roberto. Ci aspettiamo dal CT che abbia oggi la stessa faccia tosta di allora. In barba ai risultati, l’Italia e i suoi calciatori devono tornare a vivere l’esperienza in Nazionale con la leggerezza di quei bambini che al parco rincorrono una palla e sognano.

Forse è una visione un po' utopistica, ma potrebbe essere la soluzione al grigiore odierno. Scordandosi della bellezza di un gesto tecnico, della giocata di un campione, voler dogmatizzare il calcio a semplice elucubrazione mentale, ci consegnerà nuovi Ventura e nuovi fallimenti annunciati. Non è tanto chi siede in panchina il problema (pur ribadendo la fiducia per l’attuale tecnico), quanto lo spirito con il quale ci si rapporta con quel manipolo di uomini che l’Italia chiamò. E chiama ogni volta. Approcciarsi con l’aria di chi la sa lunga è deleterio. Cercare la via del talento, far brillare gli occhi per lo stop impossibile di un calciatore, la strada da seguire. Per evitare altri venti di (s)Ventura. E nuovi tiri Mancini.

In Ibra we trust

 

In luglio, appena ci siamo insediati alla guida del Milan, ci abbiamo fatto più di un pensierino. Ibra è un guerriero e il suo legame con Milano e il Milan è incredibile. Oggi impossibile, ma mai dire mai”. Parole e musica di Leonardo Nascimento De Araujo, direttore tecnico dell’area sport del Diavolo. Sobbalzano i cuori del tifo milanista. Ibra, gigante svedese da Malmoe, ancora tu: ma non dovevamo vederci più? Filo spezzato, interrotto in quella calda estate del 2012. Il Milan che smantella, l’addio dei senatori, la cessione pesante di Thiago Silva. E la sua. La partenza di Zlatan, più che quella del forte difensore centrale brasiliano, fa perdere al Milan lo status di grande squadra. Uno status parzialmente riacquistato con l’arrivo del Pipita Higuain durante lo scorso mercato estivo, ma ancora non del tutto risanato. Una ferita ancora aperta, lama conficcata nel petto e dolore lancinante. Dove sei, Zlatan? Colui che tutto può. Eccitazione calcistica allo stato puro.

La prefazione erotico-romantica ci serve per introdurre gli aspetti più strettamente mercatari della vicenda. Perchè Zlatan Ibrahimovic, anni 37 appena compiuti, nel bel mezzo della sua campagna di novello Colombo (ma questa è un’altra storia già raccontata) decide o quantomeno sta prendendo in considerazione l’idea di tornare in Italia, nella Milano rossonera? L’ego smisurato dello svedese partorisce una banale quanto inequivocabile risposta: per noia. Troppo sicuro di se per giocare in un campionato poco competitivo e stimolante come quello americano. MLS utile però per testare il suo fisico e in particolare il suo ginocchio, gravemente infortunato, come tutti ricorderanno, nell’aprile 2017. Ibra c’è. I 20 goal in 25 presenze e i numerosi assist forniti ai compagni (mediocri rispetto a lui, sia chiaro) danno al campione trentasettenne le sensazioni che cercava. Sono ancora dominante. Sono ancora io che decido come indirizzare le partite. Sta tutto nella malinconia americana la molla che spinge Ibra a provarci ancora.

E quale posto migliore se non nella squadra che sta piano piano e con fatica cercando di tornare ai fasti di un tempo? Il Milan, dunque. Riannodare il filo troppo rapidamente spezzato da fredde questioni di bilancio. Tornare ad essere l’epicentro del mondo rossonero. Adrenalina clamorosa per chi vive e si alimenta di sfide quotidiane. Leonardo e Maldini tutto questo lo sanno e strizzano l’occhio ripetutamente al campione svedese e soprattutto al suo agente Mino Raiola: Ibra come strumento di pace. Ambasciator non porta pena, direbbero i più fini cultori dell’arte dei proverbi. Ma quali sono i contorni economici di questa intrigante quanto clamorosa operazione? Non preoccupa e non è un problema l’ingaggio, oggi attestatosi sugli 1.2 milioni annui, quanto la durata del contratto. Ibra vorrebbe un contratto di un anno e mezzo (scadenza giugno 2020), il Milan ne propone uno di mesi 6. La soluzione del rebus è a portata di mano e molto limpida: contratto di sei mesi con opzione di rinnovo per la stagione successiva.

Una sorta di assicurazione per il Milan, che da gennaio a giugno testerebbe continuativamente la rinnovata forgia fisica del calciatore, incentivo straordinario per lo svedese per dimostrare sul campo che quel rinnovo annuale se lo merita eccome. Dal punto di vista tecnico, non vediamo sinceramente nessun contro ma una gamma sconfinata di pro: leadership in campo e nello spogliatoio (Reina insegna), contributo ancora determinante in campo, dall’inizio o subentrando dalla panchina, per dare man forte a Higuain e per agevolare la crescita caratteriale e tecnica di Patrick Cutrone. Insomma, tutte le strade in questo caso non portano a Roma, ma a Zlatan. Dio Onnipotente ed Eterno. Aspettando gennaio, sia fatta la Sua volontà.

In Zlatan noi crediamo.

Amen

Io sono un etrusco residuale, Pallotta un bostoniano allegro”. Così sentenziò Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma, durante la conferenza stampa che ne segnava l’addio ai colori giallorossi, il 7 ottobre 2016.

Additando tale dichiarazione come una delle cause principali della rescissione del suo contratto. L’uomo sostituito dalle macchine, l’intuito sacrificato sull’altare delle mere statistiche e dei freddi dati analitici. In una sorta di Terminator 2.0, Walter Sabatini indossa i panni del leader della resistenza, proprio come fece John Connor nell’epica filmografia con Arnold Schwarzenegger. Da quel giorno, spartiacque decisivo nella storia recentissima della Roma, sono passati quasi 2 anni e l’uomo che oggi è di “ausilio” alle macchine (e non viceversa) è Ramon Rodriguez Verdejo, in arte e per gli amici, Monchi. Il direttore sportivo spagnolo, ex Siviglia, si presenta a Roma il 24 aprile 2017 con l’intento, non troppo celato in realtà, di smantellare tutto ciò che di Sabatiniana memoria è presente ancora a Roma: tutto.

Il Re Mida delle plusvalenze, soprannome affibbiatogli in Spagna e proprio per questo ingaggiato da Pallotta (che si sa perfettamente essere più interessato ai conti che alla conta dei trofei), viene visto e accolto dai tifosi giallorossi come una sorta di liberazione rispetto alla opinabile mala gestio firmata Walter Sabatini. “Con Monchi finalmente torneremo a vincere e non si vedranno più quegli strani inciuci coi procuratori”: una cantilena. Un mantra elevato all’ennesima potenza. Forse per quella strana e paradossale voglia di estero, di esaltazione ingiustificata dello straniero, della pochissima affezione al made in italy, Monchi si ritrova col vento in poppa a condurre la sua prima campagna acquisti estiva.

Nonostante il credito generoso riservatogli, Monchi non dimentica il suo scopo, il suo fine: smantellare per raggranellare. Partono Rudiger, Paredes e Salah. Arriva Di Francesco al posto di Spalletti. Dopo aver inseguito per 2 mesi e mezzo Mahrez, vira prepotentemente su Patrick Schick pagandolo 42 milioni di euro, l’acquisto più caro della storia della Roma.

Datemi un pertugio, un buco, una tana e uno spiraglio di luce. Devo riordinare le idee e osservare meditando”. Parole e musica ancora di Walter Sabatini, che deve quindi assistere inerme alla prima rivoluzione dell’era Monchi. I risultati però danno ragione allo spagnolo: terzo posto in campionato e seconda storica semifinale di Champions. Monchi l’inattaccabile. Monchi l’ottavo nano: Gongolo. Ma Walter sa che la ruota gira e i conti torneranno. Estate 2018. Storia recente. Parte chiunque, prima Nainggolan, poi Alisson e. a mercato chiuso, Kevin Strootman, lavatrice olandese strappata al Psv dal buon Walter per 18 milioni di euro nell’estate 2013. Arrivano Cristante, Coric, Kluivert e l’esperto Nzonzi. Pellegrini viene elevato al ruolo di titolare dopo aver trascorso la stagione precedente a fare la spola tra panchina (molta) e campo (poco). La rivoluzione è terminata. Gli unici superstiti dell’era Sabatini sono Manolas e Dzeko, anch’essi però ad un passo dalla cessione nelle sessioni di mercato precedenti (emblematica a tal proposito la situazione del bosniaco, ceduto al Chelsea a gennaio 2017 e rimasto a Roma solo per volere della moglie Amra). Walter, che nel frattempo ha svolto il lavoro di coordinatore sportivo per Suning all’Inter e al Jiangsu ed oggi occupa il ruolo di direttore sportivo della Sampdoria, “ammira” tormentato e fremente le rovine della sua Roma. Ritrova l’appoggio dei tifosi, per i quali ormai Monchi è diventato il “Cassiere di Siviglia”. E se è indiscutibilmente vero che il percorso di Sabatini a Roma si è concluso con zero trofei, è altresì certo che le squadre da lui create hanno sempre ottenuto risultati che la storia della Roma ha vissuto solo per brevi parentesi. Oggi che la squadra vive l’ennesima pre-rivoluzione (Di Franesco in bilico), ci si chiede se forse non era poi così male il buon Walter, con i suoi eccessi, con le sue mille sigarette, col suo lessico aulico e affascinante e, soprattutto, col suo occhio. L’animo umano, le milioni di increspature che lo modellano, la sensibilità che lo pervade, non potrà mai essere sostituita da una macchina. Walter Sabatini è l’ultimo romantico, appartenente ad un modo di fare calcio vecchio ma mai fuori moda, vissuto sul fremito, sull’attimo fugace della giocata di questo o quel calciatore. Carpe Diem. Mi piace pensare, da scrittore disinteressato alle vicende romane, almeno dal punto di vista del tifo, che in futuro ci sarà spazio per un ritorno di Sabatini a Roma e alla Roma. Per chiudere un cerchio. O semplicemente per riprendere un percorso mai dimenticato. Nel frattempo…

Saluti da Rulettemberg!

Novelli Ulisse

Per noi sarebbe come il ritorno a Itaca”. Prologo di un saggio critico-letterario sull’Odissea? Non vogliamo elevarci a tanto, ne abbiamo la presunzione di farlo. Più semplicemente, quella riportata è una dichiarazione di Adriano Galliani riguardante la possibilità, poi diventata trattativa concreta, di acquistare insieme al compagno di una vita, Silvio Berlusconi, il Monza calcio. A questo punto, a prologo avvenuto, diventa doveroso rispondere al quesito: perché Monza come Itaca?

La risposta è semplice ed è scritta a caratteri cubitali nella storia. Adriano Galliani nasce e sviluppa il suo ruolo di dirigente calcistico proprio al Monza, ricoprendo anche la carica di vice presidente, dal 1984 al 1986, oltre ad aver esalato il primo respiro proprio in un ospedale di Monza. Silvio Berlusconi ha sviluppato gran parte della sua carriera imprenditoriale in questa città.  luogo in cui ha trascorso anche larga parte della sua giovinezza. Proprio come Ulisse dopo un peregrinare lunghissimo tornò, naufrago indomabile,  nella sua Itaca, Silvio e Adriano si apprestano a tornare a casa, dove tutto è iniziato, dopo aver fatto del Milan la squadra più importante d’Italia (mi assumo a pieno titolo la responsabilità di tale affermazione) e una delle primissime in Europa.  E proprio il prestigio che deriva da questa epopea rossonera fa affermare ancora e sempre ad Adriano Galliani: “Dal sentore che si ha, il nostro arrivo avrà sulla serie C lo stesso impatto che ha avuto l’arrivo di Cristiano Ronaldo in Italia”. Come dargli torto?

Passando poi ad aspetti più puramente economici, le basi della trattativa prevedono l’acquisto di Silvio Berlusconi del 70% della società in cambio di 1.8 milioni di euro con l’attuale presidente, Felice Colombo, che terrebbe una minoranza del club pari al 30%. Anche in questo caso, corsi e ricorsi storici: il papà dell’attuale presidente del Monza, Felice Colombo, fu proprietario e presidente del Milan dal 1977 al 1980, vincendo una Coppa Italia e soprattutto lo scudetto della stella nel 1978-79. Strada mai parallele che si intersecano per l’ennesima volta, quelle fra i Colombo, Galliani e Berlusconi.

Testimoni che passano, mani che si stringono, affetto, stima e passione. Già, la passione. Mi ero ripromesso di non affrontare il tema dal punto di vista squisitamente “socio-politico” (d’altronde se due uomini rispettivamente di 82 e 74 anni vogliono passare l’ultima fase della vita divertendosi con una squadra di calcio saranno pure affari loro), ma non posso esimermi, nella ridda di ipotesi strampalate e controverse che girano tra i giornali, le radio e ancor di più tra i social, nel dire la mia: perché Silvio Berlusconi e Adriano Galliani comprano il Monza? Per passione. Proprio quella passione che negli ultimi anni sta scemando dietro a campionati spezzatino e commissari sub judice, plusvalenze fittizie e pene ridicole, e che dovrebbe invece essere il motore che sta dietro al mondo del pallone. Lo sento già l’eco. Ingenuo. Sei un ingenuo. Sarò anche ingenuo, ma sono assolutamente convinto che l’obiettivo primario sia solo uno, quello di dare per la prima volta, ad una città storica come Monza, il palcoscenico della Serie A. Missione impossibile? Forse. Sicuramente ardua. Probabilmente un po' meno per chi ha affrontato la propria vita al motto di “Chi crede, vince”.

Monza ci crede e io con lei.

Ci abbiamo creduto e ce l’abbiamo fatta. Abbiamo vinto”.

Ad Maiora!

Nemici mai

...Per chi si ama come noi. Potrebbe, o avrebbe potuto, essere questo il sottofondo musicale perfetto dell’abbraccio tra Ancelotti e Gattuso nel pre-partita di Napoli-Milan, anticipo serale della seconda giornata di campionato.

Banalità: il maestro e l’allievo. Bennato docet: il gatto e la volpe. Forse stiamo scadendo nel sentimentale e se si parla di calcio troppo spesso questo non va bene, ma per un milanista, in quell’abbraccio lungo un minuto si è tornati per un momento a respirare il clima del Milan che fu. 10 anni di storia condensati in 60 secondi. La clessidra che scandisce ogni millesimo di secondo, ogni istante, della nostra vita pallonara si ferma e ci ricorda chi siamo stati. Chi dovremmo tornare ad essere. Flashback.

Milan-Manchester 3-0, 2 maggio 2007, la partita perfetta. Al novantesimo, Rino Gattuso strapazza letteralmente il volto paffuto di Carletto, sorpreso ma felice. Nessuno avrebbe potuto pensare che 12 anni dopo i due si sarebbero affrontati in un big match di Serie A. Eppure, in quel minuto precedente l’inizio delle ostilità Rino Gattuso è tornato ad essere il guerriero indomabile di Carlo. L’alfa e l’omega. “Il Milan di Ancelotti va al ritmo del cuore e della corsa di Gennaro Ivan Gattuso”. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase in quegli anni d’oro? In quell’abbraccio c’è tutto.

C’è l’aspirazione di voler diventare come lui. C’è la deferenza per l’allenatore che più ha esaltato le tue caratteristiche. “Io ho corso per te, Carlo”. Brillavano, gli occhi di Gennaro. E siamo sicuri che il cuore pulsava. Forte, intenso. “Le volte nelle quali in questi anni sono stato giù, vedevo qualcosa che non mi quadrava, l’ho chiamato per un consiglio, per una rassicurazione”. Parole pronunciate dall’allenatore rossonero nella conferenza di vigilia. Te lo ricordi, Carlo, che siamo amici?

Trasfigurazione in campo di quello che non è solo un rapporto fraterno fra due persone fatte della stessa identica, purissima, pasta: una missione. Sudo per te. Lotto per te. Mi rompo un menisco ma continuo a giocare per altri 88 minuti. Per te. Prima di quella semifinale sopra ricordata, la panchina di Carletto, nel turno precedente, i quarti col Bayern, era a serio a rischio. Mancavano pochi bulloni da allentare per farla saltare definitivamente. “Dammi elmetto e trapano, da qui non te ne vai”. Rino Black & Decker. Il Milan espugna Monaco di Baviera, Gattuso corre per 3. Rino uno e trino. Sacralità e blasfemia. Il Diavolo e l’acqua santa. Pane e salame. Caviale e champagne. Anima e corpo. Solo per te, Carletto.

Alla fine di tutto ciò, mille emozioni in due corpi che riunendosi riallineano la storia, ci sarebbe stata anche una partita di calcio. L’ha vinta il Napoli per 3-2, con la doppietta di Zielinski e il suggello finale di Mertens che hanno ribaltato a mezz’ora dalla fine il doppio vantaggio milanista siglato dall’accoppiata Bonaventura-Calabria. Ma questa è una storia marginale rispetto al resto. Al fischio finale, gli occhi di Rino incrociano quelli di Carlo: “Oggi hai vinto, amico mio, al diavolo le mozzarelle di bufala che mi hai promesso. Ma stanotte, Carletto, solo io saprò a chi pensi tu”.

Ricordati di me.

Che tesoro sei.

Triplice fischio.

Come fossi Vasco Rossi

Noi siamo ancora qua...Eee già! No, non è l’inizio dell’inciso di una famosissima canzone di Vasco, nè una svolta filosofico-musicale del mio modo di intendere il calcio o la vita.

Molto più semplicemente, è l’epiteto perfetto per chi, come noi, ha vissuto l’estate da milanisti.

Sballottati da una parte all’altra dell’universo pallonaro, scherniti dai risolini aspri e pungenti dei tifosi delle altre squadre, giudicati e affettati dalla mannaia della Uefa, oggi possiamo dire di essere sopravvissuti.

Siamo in piedi. Siamo saldi e solidi. Siamo americani, infine. Ma cosa è successo nella galassia milanista per arrivare alla “pace dei sensi” odierna? Smentendo me stesso, la proprietà cinese si è dimostrata farlocca e fumosa, col misterioso Li che alla fine della fiera è passato per un prestanome qualsiasi perdendo (?) quasi un miliardo di euro fra spese per l’acquisto del club e soldi immessi nel mercato estivo 2017.

E proprio per la lacunosità di tale proprietà, l’UEFA aveva deciso di escludere il Milan dall’Europa League 2017-2018. Mercato fermo, tifosi atterriti. Sally è già stata punita, direbbe Vasco. E’ proprio a questo punto però, nel momento più basso della storia milanista dai tempi di Giusy Farina, che in soccorso dei rossoneri giunge Paul Singer, proprietario del fondo Elliot, gestore di asset per 34 miliardi di euro. Rinascita. Purificazione.

Che cosa potremmo fare io e te? Deve essere stata questa la conversazione telefonica intercorsa tra Maldini e Leonardo, oggi direttore sportivo e tecnico dell’Ac Milan, al momento di intraprendere il lavoro di riassetto della società. Come nelle favole, Elliot ha avuto l’intuizione, la forza e la capacità di riportare il Capitano a casa, dopo nove lunghi anni di esilio.

Riammissione all’Europa League, per la quale grande merito va all’avvocato Frank Tuil, arcigno e coriaceo difensore degli interessi di Paul Singer, e mercato intelligente e logico. “Guardate che Singer venderà tutti, non rafforzerà la squadra e cederà il prima possibile”: la frase emblema del pensiero dei tifosi altrui, E invece no. Via Bonucci (a proposito, a mai più), dentro Caldara e il pipita Higuain. Soffia forte il vento della rivoluzione. Per tutti gli altri, tutto questo un senso non ce l’ha. Per noi milanisti si. Dopo 5 e lunghi tormentati anni, sentiamo vibrare nell’aria il rewind del Milan che fu. Proprietà solidissima, le persone giuste al posto giusto e Rino Gattuso anima e guida di questo manipolo di splendidi ragazzi. Un nuovo capitano, Romagnoli. Il nostro Capitano, Paolo. La redenzione del Giuda interista, Leonardo de Araujo. E poi, un presidente rossonero, che male non fa: Paolo Scaroni. Cosa chiedere di più?

Come sempre poi, alla fine parlerà il campo. Ma avere alle spalle cotanta qualità individuale e spessore umano aiuta a sentirsi meno soli. Meno nudi nella tempesta. l’Alba chiara del milanismo.

La pacchia è finita.

P.S.; Dissertazione filosofico-mercatara: dov’è Modric?

Colpa di Alfredo. O di Piero.

I dolori del giovane Gigio

Distrutto, sconvolto, addolorato, in lacrime.

No, non stiamo tratteggiando l’immagine di un personaggio di un poeta decadentista, riassumiamo con sconcertato sgomento lo stato d’animo di Gianluigi Donnarumma, in arte Gigio, portiere rossonero di 19 anni, al triplice fischio di Juventus-Milan, finale di Coppa Italia 2017-2018 conclusasi con la roboante vittoria dei bianconeri per 4-0.

Roboante nel punteggio, non certo nella dinamica di una partita ben giocata dalla compagine milanista per 60 minuti, il cui piano partita è crollato per le topiche colossali del suo giovane estremo difensore.

Lavarsene le mani come un novello Ponzio Pilato sarebbe alquanto ingiusto e ingeneroso ma affrontare l’argomento con calma e lucidità risulta esercizio arduo. Un’impresa titanica. A mente fredda la domanda che più semplicemente sgorga dal lavoro delle nostre sinapsi è la seguente: è giusto buttare la croce addosso a Donnarumma? Gigio-Barabba o Gigio-Gesù? Contro tendenza rispetto alle opinioni attuali, la nostra risposta è  no, ma con riserva. Gigio al confine tra martire e ladrone. La nostra metafora apostolico-evangelica ci porta ad introdurre la figura di Giuda, quel Mino Raiola indispensabile chiave di volta per capire il nostro punto di vista.

Si parta dal principio: Gianluigi Donnarumma è un ragazzone di 19 anni che dall’età di 16 fa il portiere professionista in Serie A difendendo da titolare la porta del Milan. All’inizio tutto bello, la tifoseria milanista lo adotta come fosse un figlio da proteggere da qualsiasi intemperie di quel “brutto” mondo chiamato calcio. Un piccolo Gesù tra milioni di Re Magi. Quello che fin da subito stona in questo quadro idilliaco è l’incombente presenza del suo procuratore, più che un premuroso Giuseppe, una sorta di Giuda all’ennesima potenza. “Uno di voi mi tradirà”: nessuno avrebbe potuto pensare, dopo milioni di anni, che il traditore fosse un italo-olandese che parla 7 lingue di cui nessuna perfettamente corretta.

Lo scenario della consumazione del tradimento è il 2017, Anno Domini, nella quale il famoso procuratore olandese fa firmare, dopo un’estenuante tira e molla nella quale il buon Gigio si trova alternativamente nel ruolo di traditore e tradito (badate bene: la tattica è proprio quella), un rinnovo quadriennale a sei milioni di euro all’anno con annesso acquisto del fratello Antonio, che si redimerà più avanti (ma questa è una storia già raccontata). D’improvviso, al giovane Gigio viene revocata l’adozione di tutto il popolo rossonero: “prendi 6 milioni, sei destinato all’orfanotrofio del calcio”. D’improvviso, il fanciullo di Castellammare non viene più visto come un diciottenne imberbe che incarna i sogni di tutti, ma come l’avido profittatore al quale viene imputato ogni spiffero di vento in casa milanista. E siamo a oggi. Le nostre sinapsi hanno partorito un’altra semplice, forse banale, domanda: ma ne vale la pena, caro Gigio? Incassare 30 denari ed essere inviso al popolo che ti aveva innalzato a icona del nuovo corso rossonero? Piangi, caro Gigio. Lacrime amare. Un popolo sanguinante che ti ama oggi ti crocifigge come l’ultimo dei Gesù. Era questo che desideravi?

Il tempo per redimersi c’è. Abbandona il traditore olandese e riscattati moralmente. Perchè, ricordalo caro Gigio, sono i martiri che passano alla storia. Anche se hanno rinunciato a 30 denari.

Cospiratori Fantastici e Dove Trovarli

Massimiliano Mirabelli sulla graticola. Massimiliano Mirabelli all’ultima spiaggia. Massimiliano Mirabelli con le valige in mano.

Manco fossimo sul set di un’estate al mare intenti a girare la scena del barbecue, appare paradossale come l’unica stagione calcistica a dover essere giudicata prima della fine sia quella del Milan e del suo direttore sportivo calabrese. Certamente pesano sul giudizio i numerosi quattrini di cui il buon Max ha potuto usufruire nel corso dell’estate 2017, certamente pesa la scelta discutibile di rinnovare il contratto ad un allenatore (Montella) non pienamente voluto dal nuovo management milanista e quindi esonerato pochi mesi dopo, ma ci sembra, al netto di tutto ciò, alquanto ingeneroso trarre bilanci a quattro giornate dalla fine del campionato e con una finale di Coppa Italia da giocare, il prossimo 9 maggio all’Olimpico di Roma contro la Juventus.

Ma da cosa derivano e da dove provengono questi spifferi sulla presunta dismissione del Ds rossonero? La risposta è molto semplice, chiara, limpida: dai nostalgici e da chi ancora non si è rassegnato al fatto che il closing sia avvenuto e che il Milan sia oggi cinese. Gente che ha perso il posto, magari. Corrosi dall’invidia verso chi ha raccontato semplicemente la verità atta a sbugiadarli, questi avvelenatori di pozzi di professione non tifano il Milan, ma solo chi lo gestisce e chi lo gestiva (Galliani e Berlusconi).

Ora, pur riconoscendo un’infinita gratitudine e un profondo ed eterno rispetto per coloro che per 31 anni hanno reso il Milan uno dei club più vincenti al mondo con 29 trofei portati a casa e 8 finali di Champion’s League giocate, è giusto anche raccontare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, da quale situazione Fassone e soprattutto Mirabelli siano dovuti partire: un completo disastro economico e tecnico.  Alla fine della stagione 2016-2017 un Milan composto perlopiù da prestiti, parametri zero e cavalli di ritorno (Suso e Paletta), termina la stagione al sesto posto con conseguente qualificazione ai preliminari di Europa League dopo 3 anni di assenza dall’Europa e consolandosi con la inaspettata vittoria della Supercoppa Italiana, a 4 stagioni dall’ultimo trofeo vinto.

E’ in questo clima di precarietà tecnica che Mirabelli comincia, colpo dopo colpo, a ribaltare la rosa della squadra rossonera: alla fine gli acquisti saranno 11, un’intera squadra titolare. La stagione comincia tra molti bassi e pochi, l’infortunio di Conti, l’esonero di Montella del 26 novembre dopo uno scialbo 0-0 in casa col Torino e dopo aver perso tutti gli scontri diretti del girone d’andata. Primi muguni. “Inadatto, Mirabelli, è poi è pure interista”. Arriva Gattuso. “E’ solo un parafulmine”, dicono gli iper-critici. Dal pareggio beffa di Benevento con goal del portiere Brignoli alla clamorosa sconfitta sempre con le streghe a San Siro, è passato un intero girone ed il Milan è settimo in classifica, in finale di Coppa Italia ed è stato eliminato dall’Arsenal negli ottavi di Europa League. Solo numeri, direte voi. Numeri drammatici, direbbe chi dal carro è sceso da tempo ed è pronto a risalirci se il 9 maggio quella coppa verrà alzata da Bonucci e compagni. Perchè il mondo del calcio va così: quando vinci sei un bel ragazzo, quando perdi sei una testa di c...o. In mezzo però c’è stata la costruzione di una rosa giovanissima che può costituire una base buonissima per il futuro, il rinnovo di Donnarumma, riacquistato patrimonialmente alla causa del Milan dopo esserne stato lontanissimo, i rinnovi a Suso e ai giovani Cutrone e Calabria. Tutte cose dimenticate da chi rimpiange il posto gratis a San Siro e oggi deve barcamenarsi per trovare un appiglio dal quale gettare fango a palate. A te che leggerai questo articolo, rivelerò una cosa: anche io ero tra gli scettici. Anche io ho rimpianto i vecchi tempi. Anche io ho avuto nostalgia. Poi ho capito: solo gli scemi non cambiano idea.

Vero. Ruiu?

L’incoerenza di essere Buffon(i)

Istruzioni per l’uso: questo non è un articolo moralista. Chi sta per affrontare la lettura di questo scritto con tale stato d’animo, può anche fermarsi qui. Chi invece avrà la curiosità di leggere il mio punto di vista sul caso della settimana, si immerga a capofitto in queste poche ma forse utili righe.

Da Achille ad Ulisse, da Napoleone a Cassano, la storia e la leggenda sono piene di episodi in cui uomini, di sport o meno, hanno perso la testa. Chi per un motivo, chi per un altro, avviene in tutti noi, in un determinato momento della propria esistenza, quell’attimo, quella frazione di secondo in cui la vista si annebbia, il cervello si offusca: “l’emozione ostacola il ragionamento”, diceva Sir Arthur Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes. E la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante, se non trascende i limiti della decenza comune.

L’introduzione filosofico-emozionale serve per aprire la strada all’analisi di uno dei personaggi più controversi del mondo del calcio, quel Gianluigi Buffon che troppo spesso ha dimostrato fuori dal campo di non  essere lo stesso splendido campione che invece calca da 20 anni i campi della Serie A e dell’Europa. 

I fatti: succede che alla tua probabilissima ultima partita in Champion’s la tua squadra, ormai spacciata dopo la partita di andata, decida di farti un regalo e sfoggiare la migliore prestazione europea della sua storia in quel di Madrid. Succede che l’impresa riesce, fino al minuto 93. All’improvviso tra te e il tuo sogno si mette di mezzo un fischietto inglese, tale Michael Oliver, che commette il grave “torto” di applicare il regolamento e fischiare un rigore al Real all’ultimo sospiro del match. l’emozione ostacola il ragionamento: Buffon insegue l’arbitro, gli inveisce contro. Espulsione. Fine del sogno. Messo così, tutto questo sembrerebbe essere giustificato e giustificabile.

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Nessuno sapeva prima di averlo visto che Gianluigi Buffon stesse riservando il suo raccapricciante show per il dopo partita. Presentatosi baldanzoso alle telecamere e ai microfoni delle varie emittenti tv, Gigione nazionale proferisce queste precise parole: "Un arbitro che fischia un rigore del genere, in una partita di questo livello fra 2 grandissime squadre, dimostra di non avere la necessaria sensibilità che dovrebbe albergare in ogni essere umano. Se fischi un rigore del genere, al novantatreesimo di un Real-Juve, dimostri soltanto di avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore”. Finita qui, direte voi? Ma che! Prosegue, il Buffon: "Se non hai la necessaria capacità di arbitrare un quarto di finale di Coppa Campioni, fai spazio a qualcun altro e vai in tribuna o sul divano di casa con la tua famiglia a mangiare patatine, bere coca cola e mangiare i fruttini”.

Ora, premesso che nessuno ha fatto caso alla clamorosa pubblicità occulta che Buffon ha messo in atto (la Zuegg e i suoi fruttini ringraziano) e fuori da questa malcelata ironia, alcune domande attanagliano il mio frastornato e attonito animo: la sensibilità tirata in ballo dal campione del mondo 2006 è la stessa che pervadeva il suo cuore, in quella sera del 25 febbraio 2012, nella quale questo signore tolse dalla porta un palla di Muntari entrata di mezzo metro dicendo nel post gara che se se ne fosse accorto non avrebbe avvisato l’arbitro? Ed è sempre il sensibile Buffon quello che per difendere se stesso e Antonio Conte, due anni dopo disse, riguardo al calcio scommesse e all’eventuale combine di alcune partite che “è meglio avere 2 feriti che un morto”?.

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Mal comune, mezzo gaudio. Figli e figliastri. Proverbi secolari che dovrebbero far capire a Buffon e a tutti quelli che lo difendono che la sensibilità non può albergare nel cuore di una persona ad episodi alterni. E soprattutto a fargli capire che quando ci sono delle regole, delle norme, dei parametri da rispettare, ricorrere al luogo comune della sensibilità è squallido. Inutile. Controproducente. Il buffone Buffon. E’ così che vuoi infangare la tua carriera calcistica, caro Gigi?  Se dalle parti di Torino ti hanno insegnato che vincere è l’unica cosa che conta, sappi che saper perdere con dignità e stile, accettando il semplice utilizzo delle regole, ha lo stesso identico valore, se non superiore. Anche se hai perso il tuo sogno. Anche se sei Buffon(e).

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