0

Dialogo di un dirigente Lega Calcio e di uno ...

Dirigente – O grande Dio del calcio, Eupalla, ...
0

Dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo?

Il 5 luglio 2017, quando Nicolò Zaniolo firmava ...
0

L'altra finale

Era l'estate del 2002 e mentre noi italiani ...
0
0

C’è ancora qualcuno che si stupisce?

Premessa doverosa: questo sarà un articolo ...
Alberto Petrosilli

Alberto Petrosilli

Vuoi collaborare con ilCatenaccio? https://www.ilcatenaccio.it/contattaci oppure manda un messaggio alla nostra pagina Facebook

C’è ancora qualcuno che si stupisce?

Premessa doverosa: questo sarà un articolo polemico. Ironico. Puntiglioso. Velenoso. Non siamo dell’umore adatto, ne tanto meno intendiamo uniformarci ai giudizi e alle etichette che quando vengono appiccicate sembrano impossibili da togliere via. Il bersaglio? Luciano Spalletti. E ci teniamo caldamente a precisare che le considerazioni taglienti che sgorgheranno da queste righe non sono frutto di un’antipatia personale quanto piuttosto da fatti che ci paiono oltremodo inattaccabili. Perchè Luciano Spalletti viene considerato un grande allenatore?

Leggendo così la domanda senza soffermarcisi sopra più di tanto, potrebbe sembrare a primo impatto una provocazione bella buona, uno sfottò da curvaiolo radicato. Non è assolutamente così. A 2 giorni dalla inaspettata eliminazione dell’Inter dalla Champions, con conseguente scivolamento nella più modesta Europa League, molti tra gli addetti ai lavori si interrogano meravigliati sui perché di cotanto risultato nefasto. Noi, con sorriso maligno e beffardo, conosciamo intimamente la risposta: Luciano Spalletti non è mai stato un grande allenatore. Non serve l’ennesimo fallimento tecnico della sua modesta carriera per accorgersi che il tecnico di Certaldo ha fallito miseramente tutte le prove del nove che nei suoi lunghi anni di militanza panchinara gli si sono presentate davanti.

Sfide che non sempre hanno riguardato il raggiungimento dei risultati sportivi prefissati, ma anche la gestione di campioni ingombranti per carisma e personalità (un nome a caso: Totti). Aizzare le folle nelle conferenze, affrontare con sguardo truce e con risentimento troppe volte immotivato i giornalisti nelle conferenze non fa acquistare automaticamente lo status di allenatore top. Scappato dalla tumultuosa Roma e sbarcato nella fredda Milano, Spalletti ha avuto il grande merito di portare con se il suo lessico aulico e stordente in una realtà, quella interista, fiaccata da anni di vacche magre, con 0 trofei vinti e inesistenti qualificazione all’Europa di Serie A. Affascinati dalla sua carica emotiva e aiutato in questo anche da un suicidio collettivo dei dirimpettai laziali nella corsa Champions della scorsa stagione, l’ex Roma è riuscito a mascherare difetti cronici di gestione interna ed esterna dello spogliatoio. Ancorato ad un rigido 4-2-3-1 e condizionante nelle scelte di mercato dei nerazzurri. Da dove arriva l’ostinazione per Nainggolan, pacco dono gentilmente offerto dallo spagnolo Monchi? A cosa serve interrogarsi sulla sportività del Barcellona se poi ci si dimentica di preparare la propria di partita, quella decisiva col Psv? E pensare che in una situazione simile Spalletti ci si era già ritrovato nella sua seconda esperienza romana, incredibilmente eliminato nel 2016 dal Porto che rifilò un secco 3-0 alla sua Roma dopo l’1-1 in Portogallo. L’esperienza non ti ha insegnato nulla, caro Luciano?

A cosa serve avere una rosa di 25 giocatori se poi si sceglie deliberatamente di far giocare sempre gli stessi 11?

A cosa è servito mettersi contro una città intera per beghe personali col Capitano della squadra che stavi allenando?

Domande che rimarranno inevase, inascoltate, inespresse. Ci piacerebbe un giorno poterle fare al diretto interessato. Oggi, umilmente, le proponiamo ai nostri lettori, lasciandoli, forse, con una certezza: Luciano Spalletti non è un grande allenatore. C’è ancora qualcuno che si stupisce?

Ne rimarrà soltanto uno

Vi ricordate, cari lettori, le strampalate ed ironiche conte che da bambini si facevano per decretare chi dovesse giocare con questa o quella squadra di vostri amici, fatte frettolosamente dieci minuti prima del calcio d’inizio?

Beh, se non le ricordate voi, sicuramente in queste due settimane di sosta per le Nazionali saranno tornate prepotentemente in mente a Ivan Gennaro Gattuso, tecnico milanista falcidiato da una miriade di infortuni, concentrati in tutte le zone del campo, specie tra difesa e mediana. Nel giorno dell’antivigilia di Lazio-Milan, posticipo delle 18 della tredicesima giornata di campionato, c’è molta curiosità fra gli addetti ai lavori su quale squadra il tecnico calabrese schiererà dal primo minuto. Volendo continuare a solcare ironicamente il tema, potremmo più semplicemente dire che a Milanello la formazione verrà decisa dopo la conta dei superstiti. Già, perché mai si era vista una simile ecatombe: Caldara fuori 3 mesi, Romagnoli e Musacchio 2; Bonaventura stagione finita e Biglia quasi. Chi rimane?

Come è facile intuire, le preoccupazioni maggiori riguardano il reparto difensivo, dove balza agli occhi la sola presenza di un giocatore negli anni inviso da gran parte del tifo milanista: stiamo parlando di Cristian Zapata, centrale colombiano di 32 anni, al Milan dal 2012 e col contratto in scadenza il prossimo 30 giugno. Per chi scrive, un idolo. Centrale veloce, fisicamente prestante, forte nell’anticipo e dominante nei duelli aerei: visto così, sembrerebbe l’identikit del centrale difensivo perfetto. Purtroppo, come il più famoso Achille, anche il buon Cristian ha il suo tallone, il suo punto debole: la concentrazione, difetto che gli ha sempre impedito di fare quel clamoroso salto mentale che lo avrebbe consacrato come difensore di altissimo valore.

Oggi però, nella piena maturità dei suoi 32 anni e con la consapevolezza di poter concludere la sua avventura rossonera tra qualche mese, gli si chiede di guidare un reparto inedito (dovrebbe essere coadiuvato da Rodriguez e Abate in una sgangherata difesa a 3) nel più importante scontro diretto per la Champions, competizione dalla quale il Milan manca da quasi 5 anni e che proprio col colombiano e Mexès coppia centrale titolare ne ottenne l’ultima qualificazione. Alle previsioni nefaste che vedono la compagine rossonera uscire con una batosta inenarrabile dalla trasferta romana, Gattuso affida e ripone le sue speranze nel nativo di Padilla, il cui compito sarà principalmente quello di arginare Ciro Immobile, agnellino con la maglia azzurra ma spietato cacciatore con la casacca biancoceleste.  “Se sono concentrato non ce n’è per nessuno”.

Così si esprimeva il difensore nel febbraio 2016 alla viglia di un Napoli-Milan dove lo spauracchio principale era quel Gonzalo Higuain oggi suo compagno di squadra (e che sarà assente per l’espulsione rimediata in Milan-Juve). In quella gara, il centravanti argentino non vide letteralmente palla, sormontato fisicamente e tecnicamente da uno Zapata in versione deluxe. Quella partita terminò 1-1, risultato che oggi sarebbe oro per classifica e situazione complessiva di squadra. Riuscirà il buon Cristian a tenere accesa la spia della concentrazione e a relegare il centravanti italiano a semplice comparsa del big match dell’Olimpico? Fosforo e applicazione, caro Zap. Ai 90 minuti di domenica l’ardua sentenza.

Senso di incompiuto

Adda passà a’ nuttata. Deve passare la nottata. Celebre frase di Eduardo De Filippo utilizzata spessissimo per cercare di superare avvenimenti, fatti o serate più o meno dure e difficili della propria vita nelle successive 24 ore.

Filosofia che potrebbe e poteva tranquillamente essere affibbiata al post Inter-Milan, derby della Madonnina terminato 1-0 per i nerazzurri con goal al 92’ di Icardi. A noi ne sono servite 48. Troppa l’amarezza, la rabbia, la sensazione di non vissuto che ci ha investito ripensando a come commentare la gara. Dopo 2 giorni però, a mente fredda, siamo pronti e lucidi per declinare ciò che le sinapsi ci suggeriscono copiose.

Come detto, la partita l’hanno vinta i nerazzurri con una zampata del suo capitano argentino all’ultimo sospiro della gara. Una gara però dovrebbe essere giocata da due squadre, come è comunemente noto a tutti gli appassionati della sfera a scacchi. Il derby lo ha giocato solo l’Inter. Novantatre minuti in apnea e in balia delle vampate interiste, più tenaci, più sicuri e dannatamente più fisici. “Dobbiamo affrontare il derby senza paura”: perché, Rino? Perchè alle parole non sono seguiti fatti concreti che scacciassero quella terribile idiosincrasia degli ultimi anni a sentirsi veramente top, veramente Milan? Domande che rimarranno inevase, aggravando gli animi già attoniti di tutti gli sconsolati tifosi rossoneri.

Il grande minimo comune denominatore di queste ultime annate è l’atavica incapacità del Milan di fare quel definitivo salto di qualità dopo una serie di buonissime partite condite da altrettante indispensabili vittorie. Salto di qualità che va trovato nella benedetta continuità di risultati che marcano la differenza fra squadre di vertice e squadre che galleggiano mestamente a metà classifica. La posizione degli ignavi. Siamo ignavi, Rino?

La clamorosa differenza che è balzata agli occhi tra le due squadre è stata quella per cui il manipolo di uomini guidati dall’uomo di Certaldo, al secolo Luciano Spalletti, abbia compiuto quell’indispensabile scatto mentale che la porta oggi a considerarsi una grande squadra pur magari non essendolo pienamente. Andare oltre i propri limiti. Raggiungere l’obiettivo semplicemente perché la maglia che indossiamo merita fino all’ultima goccia di sudore. Retorica spicciola? Assolutamente sì. Certe volte converrebbe che tutti, dal primo dei calciatori all’ultimo dei magazzinieri (con tutto il rispetto per la categoria), si ricordassero che il calcio molto spesso si riduce a mera corsa, sudore e attaccamento ai valori per i quali si fa sport: orgoglio, coraggio, senso di appartenenza. A volte, ma direi anche molto spesso, ciò che conta in 90’ minuti di calcio non sono gli schemi, il giro palla dal basso, le verticalizzazioni o i cambi gioco provati in allenamento ma la cattiveria, la voglia di prevalere sull’avversario, il desiderio di aiutare un compagno in difficoltà o semplicemente quello di sacrificarsi per lo stemma della squadra che si rappresenta. Tutte queste componenti, nel derby di domenica sera, sono mancate al Milan e hanno invece inondato i cuori e colmato le anime degli interisti.

Più che per una chiara supremazia tecnica, l’Inter ha vinto il derby per una chiara supremazia morale. E’ questa la componente che più angoscia i supporter del Diavolo. I calciatori rossoneri hanno affrontato il derby come quegli impiegati che da 30 anni vanno in posta annoiati e timbrano il cartellino solo per dovere d’ufficio. Nessuno slancio emotivo, zero sussulti, istinti primordiali azzerati. Siamo qui solo perché ce lo impone il calendario. Ciò che più dovrebbe far riflettere Gattuso e i suoi uomini è il fatto di aver giocato il confronto cittadino come se fosse una seccatura, una gara da cui evadere piuttosto che da vivere pienamente. E da uno che viveva i derby con l’adrenalina a mille non ce lo aspettavamo proprio. Dove non arriva la tecnica, da sempre dovrebbe arrivare l’agonismo, la corsa, la grinta. Concetti passati di moda perché c’è chi ha voluto elevare il calcio ad ars aulico-ludica (siano maledetti Guardiola e il suo tiki-taka) dimenticandosi però che questo sport da sempre racchiude in se gli aspetti più puri dell’endoscheletro umano. Siamo uomini. Siate uomini. Per tornare ad essere calciatori da derby. E per non vivere di nuovo quel maledetto senso di incompiuto.

Tiri Mancini

Ci siamo stancati di non vincere”: si apre con questa constatazione amara l’intervista del commissario tecnico Roberto Mancini dopo il deludente 1-1 nell’amichevole tra Italia e Ucraina giocata al Ferraris di Genova.

Ennesimo passo falso di un’avventura che stenta a decollare. Sei partite al comando della disastrata Italia post Ventura, una sola vittoria (sofferto 2-1 sull’Arabia Saudita a fine maggio scorso), poi sconfitte alternate a mesti pareggi. La conclusione ineluttabile potrebbe, o dovrebbe, essere solo una: se è vero che abbiamo tanti problemi, è pur vero che Mancini non ne ha risolto nemmeno uno. Tuttavia, non volendo addossare tutte le colpe a chi come il “Mancio” si è appena insediato e non volendo perseguire la corrente dei critici a prescindere, dei depositari di verità assolute senza contradditorio (specie molto evoluta sui social), analizziamo più a fondo quelli che secondo noi sono i problemi che attanagliano la squinternata Italia calcistica. Prima riflessione, semplice e forse anche un po' banale: il calcio è lo specchio del paese. 

Non produciamo più ricchezze, viviamo adagiati sul limbo della mediocrità, accontentandoci di ciò che passa il convento. Ma questo è un articolo sportivo, direte voi: avete ragione. Tralasciando quindi aspetti di più alto impegno intellettivo, la seconda riflessione che emerge dalle pallide prestazione offerte dall’Italia è certamente quella della poca cura dei vivai. Ai ragazzi, più o meno giovani, oggi non si chiede più semplicemente di divertirsi, ma già in tenera età si pretende da loro il raggiungimento del risultato. Da ciò deriva quindi uno scarso sviluppo del talento, oberato e prosciugato dalla rigida freddezza di numeri e schemi. Schiavi della vittoria. Azzerare il talento, ridurlo a mero orpello accessorio rende oggi la cantera italiana priva di quella genialità necessaria allo sviluppo di una più solida consapevolezza nei propri mezzi, Alla rinuncia all’imponderabile.

Prendete Insigne: profeta a Napoli, spaurita comparsa con addosso la casacca azzurra. Personalità sotto lo zero, direbbero i più. Incapacità di esaltarsi al di fuori di uno schema ripetitivo, diciamo noi. E se è indubbiamente vero che oggi non viviamo nella stessa epopea d’oro dei Totti e dei Del Piero, è altrettanto certo che mettere fretta a chi deve ricostruire dalle macerie non sia propriamente una splendida idea. Roberto Mancini si trova oggi nella scomoda posizione di chi deve riscattare il fallimento altrui mescolando il tutto con il lancio dei futuri campioncini azzurri. Leggendola così, sembrerebbe una strada senza uscita. In realtà, il tempo per riemergere dall’abisso in cui sembriamo piombati c’è. La strada è quella del coraggio e Mancini è l’uomo giusto da cui ripartire: ricordate chi lanciò in serie A il diciassettenne Balotelli? Proprio lui, Roberto. Ci aspettiamo dal CT che abbia oggi la stessa faccia tosta di allora. In barba ai risultati, l’Italia e i suoi calciatori devono tornare a vivere l’esperienza in Nazionale con la leggerezza di quei bambini che al parco rincorrono una palla e sognano.

Forse è una visione un po' utopistica, ma potrebbe essere la soluzione al grigiore odierno. Scordandosi della bellezza di un gesto tecnico, della giocata di un campione, voler dogmatizzare il calcio a semplice elucubrazione mentale, ci consegnerà nuovi Ventura e nuovi fallimenti annunciati. Non è tanto chi siede in panchina il problema (pur ribadendo la fiducia per l’attuale tecnico), quanto lo spirito con il quale ci si rapporta con quel manipolo di uomini che l’Italia chiamò. E chiama ogni volta. Approcciarsi con l’aria di chi la sa lunga è deleterio. Cercare la via del talento, far brillare gli occhi per lo stop impossibile di un calciatore, la strada da seguire. Per evitare altri venti di (s)Ventura. E nuovi tiri Mancini.

In Ibra we trust

 

In luglio, appena ci siamo insediati alla guida del Milan, ci abbiamo fatto più di un pensierino. Ibra è un guerriero e il suo legame con Milano e il Milan è incredibile. Oggi impossibile, ma mai dire mai”. Parole e musica di Leonardo Nascimento De Araujo, direttore tecnico dell’area sport del Diavolo. Sobbalzano i cuori del tifo milanista. Ibra, gigante svedese da Malmoe, ancora tu: ma non dovevamo vederci più? Filo spezzato, interrotto in quella calda estate del 2012. Il Milan che smantella, l’addio dei senatori, la cessione pesante di Thiago Silva. E la sua. La partenza di Zlatan, più che quella del forte difensore centrale brasiliano, fa perdere al Milan lo status di grande squadra. Uno status parzialmente riacquistato con l’arrivo del Pipita Higuain durante lo scorso mercato estivo, ma ancora non del tutto risanato. Una ferita ancora aperta, lama conficcata nel petto e dolore lancinante. Dove sei, Zlatan? Colui che tutto può. Eccitazione calcistica allo stato puro.

La prefazione erotico-romantica ci serve per introdurre gli aspetti più strettamente mercatari della vicenda. Perchè Zlatan Ibrahimovic, anni 37 appena compiuti, nel bel mezzo della sua campagna di novello Colombo (ma questa è un’altra storia già raccontata) decide o quantomeno sta prendendo in considerazione l’idea di tornare in Italia, nella Milano rossonera? L’ego smisurato dello svedese partorisce una banale quanto inequivocabile risposta: per noia. Troppo sicuro di se per giocare in un campionato poco competitivo e stimolante come quello americano. MLS utile però per testare il suo fisico e in particolare il suo ginocchio, gravemente infortunato, come tutti ricorderanno, nell’aprile 2017. Ibra c’è. I 20 goal in 25 presenze e i numerosi assist forniti ai compagni (mediocri rispetto a lui, sia chiaro) danno al campione trentasettenne le sensazioni che cercava. Sono ancora dominante. Sono ancora io che decido come indirizzare le partite. Sta tutto nella malinconia americana la molla che spinge Ibra a provarci ancora.

E quale posto migliore se non nella squadra che sta piano piano e con fatica cercando di tornare ai fasti di un tempo? Il Milan, dunque. Riannodare il filo troppo rapidamente spezzato da fredde questioni di bilancio. Tornare ad essere l’epicentro del mondo rossonero. Adrenalina clamorosa per chi vive e si alimenta di sfide quotidiane. Leonardo e Maldini tutto questo lo sanno e strizzano l’occhio ripetutamente al campione svedese e soprattutto al suo agente Mino Raiola: Ibra come strumento di pace. Ambasciator non porta pena, direbbero i più fini cultori dell’arte dei proverbi. Ma quali sono i contorni economici di questa intrigante quanto clamorosa operazione? Non preoccupa e non è un problema l’ingaggio, oggi attestatosi sugli 1.2 milioni annui, quanto la durata del contratto. Ibra vorrebbe un contratto di un anno e mezzo (scadenza giugno 2020), il Milan ne propone uno di mesi 6. La soluzione del rebus è a portata di mano e molto limpida: contratto di sei mesi con opzione di rinnovo per la stagione successiva.

Una sorta di assicurazione per il Milan, che da gennaio a giugno testerebbe continuativamente la rinnovata forgia fisica del calciatore, incentivo straordinario per lo svedese per dimostrare sul campo che quel rinnovo annuale se lo merita eccome. Dal punto di vista tecnico, non vediamo sinceramente nessun contro ma una gamma sconfinata di pro: leadership in campo e nello spogliatoio (Reina insegna), contributo ancora determinante in campo, dall’inizio o subentrando dalla panchina, per dare man forte a Higuain e per agevolare la crescita caratteriale e tecnica di Patrick Cutrone. Insomma, tutte le strade in questo caso non portano a Roma, ma a Zlatan. Dio Onnipotente ed Eterno. Aspettando gennaio, sia fatta la Sua volontà.

In Zlatan noi crediamo.

Amen

Io sono un etrusco residuale, Pallotta un bostoniano allegro”. Così sentenziò Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma, durante la conferenza stampa che ne segnava l’addio ai colori giallorossi, il 7 ottobre 2016.

Additando tale dichiarazione come una delle cause principali della rescissione del suo contratto. L’uomo sostituito dalle macchine, l’intuito sacrificato sull’altare delle mere statistiche e dei freddi dati analitici. In una sorta di Terminator 2.0, Walter Sabatini indossa i panni del leader della resistenza, proprio come fece John Connor nell’epica filmografia con Arnold Schwarzenegger. Da quel giorno, spartiacque decisivo nella storia recentissima della Roma, sono passati quasi 2 anni e l’uomo che oggi è di “ausilio” alle macchine (e non viceversa) è Ramon Rodriguez Verdejo, in arte e per gli amici, Monchi. Il direttore sportivo spagnolo, ex Siviglia, si presenta a Roma il 24 aprile 2017 con l’intento, non troppo celato in realtà, di smantellare tutto ciò che di Sabatiniana memoria è presente ancora a Roma: tutto.

Il Re Mida delle plusvalenze, soprannome affibbiatogli in Spagna e proprio per questo ingaggiato da Pallotta (che si sa perfettamente essere più interessato ai conti che alla conta dei trofei), viene visto e accolto dai tifosi giallorossi come una sorta di liberazione rispetto alla opinabile mala gestio firmata Walter Sabatini. “Con Monchi finalmente torneremo a vincere e non si vedranno più quegli strani inciuci coi procuratori”: una cantilena. Un mantra elevato all’ennesima potenza. Forse per quella strana e paradossale voglia di estero, di esaltazione ingiustificata dello straniero, della pochissima affezione al made in italy, Monchi si ritrova col vento in poppa a condurre la sua prima campagna acquisti estiva.

Nonostante il credito generoso riservatogli, Monchi non dimentica il suo scopo, il suo fine: smantellare per raggranellare. Partono Rudiger, Paredes e Salah. Arriva Di Francesco al posto di Spalletti. Dopo aver inseguito per 2 mesi e mezzo Mahrez, vira prepotentemente su Patrick Schick pagandolo 42 milioni di euro, l’acquisto più caro della storia della Roma.

Datemi un pertugio, un buco, una tana e uno spiraglio di luce. Devo riordinare le idee e osservare meditando”. Parole e musica ancora di Walter Sabatini, che deve quindi assistere inerme alla prima rivoluzione dell’era Monchi. I risultati però danno ragione allo spagnolo: terzo posto in campionato e seconda storica semifinale di Champions. Monchi l’inattaccabile. Monchi l’ottavo nano: Gongolo. Ma Walter sa che la ruota gira e i conti torneranno. Estate 2018. Storia recente. Parte chiunque, prima Nainggolan, poi Alisson e. a mercato chiuso, Kevin Strootman, lavatrice olandese strappata al Psv dal buon Walter per 18 milioni di euro nell’estate 2013. Arrivano Cristante, Coric, Kluivert e l’esperto Nzonzi. Pellegrini viene elevato al ruolo di titolare dopo aver trascorso la stagione precedente a fare la spola tra panchina (molta) e campo (poco). La rivoluzione è terminata. Gli unici superstiti dell’era Sabatini sono Manolas e Dzeko, anch’essi però ad un passo dalla cessione nelle sessioni di mercato precedenti (emblematica a tal proposito la situazione del bosniaco, ceduto al Chelsea a gennaio 2017 e rimasto a Roma solo per volere della moglie Amra). Walter, che nel frattempo ha svolto il lavoro di coordinatore sportivo per Suning all’Inter e al Jiangsu ed oggi occupa il ruolo di direttore sportivo della Sampdoria, “ammira” tormentato e fremente le rovine della sua Roma. Ritrova l’appoggio dei tifosi, per i quali ormai Monchi è diventato il “Cassiere di Siviglia”. E se è indiscutibilmente vero che il percorso di Sabatini a Roma si è concluso con zero trofei, è altresì certo che le squadre da lui create hanno sempre ottenuto risultati che la storia della Roma ha vissuto solo per brevi parentesi. Oggi che la squadra vive l’ennesima pre-rivoluzione (Di Franesco in bilico), ci si chiede se forse non era poi così male il buon Walter, con i suoi eccessi, con le sue mille sigarette, col suo lessico aulico e affascinante e, soprattutto, col suo occhio. L’animo umano, le milioni di increspature che lo modellano, la sensibilità che lo pervade, non potrà mai essere sostituita da una macchina. Walter Sabatini è l’ultimo romantico, appartenente ad un modo di fare calcio vecchio ma mai fuori moda, vissuto sul fremito, sull’attimo fugace della giocata di questo o quel calciatore. Carpe Diem. Mi piace pensare, da scrittore disinteressato alle vicende romane, almeno dal punto di vista del tifo, che in futuro ci sarà spazio per un ritorno di Sabatini a Roma e alla Roma. Per chiudere un cerchio. O semplicemente per riprendere un percorso mai dimenticato. Nel frattempo…

Saluti da Rulettemberg!

Novelli Ulisse

Per noi sarebbe come il ritorno a Itaca”. Prologo di un saggio critico-letterario sull’Odissea? Non vogliamo elevarci a tanto, ne abbiamo la presunzione di farlo. Più semplicemente, quella riportata è una dichiarazione di Adriano Galliani riguardante la possibilità, poi diventata trattativa concreta, di acquistare insieme al compagno di una vita, Silvio Berlusconi, il Monza calcio. A questo punto, a prologo avvenuto, diventa doveroso rispondere al quesito: perché Monza come Itaca?

La risposta è semplice ed è scritta a caratteri cubitali nella storia. Adriano Galliani nasce e sviluppa il suo ruolo di dirigente calcistico proprio al Monza, ricoprendo anche la carica di vice presidente, dal 1984 al 1986, oltre ad aver esalato il primo respiro proprio in un ospedale di Monza. Silvio Berlusconi ha sviluppato gran parte della sua carriera imprenditoriale in questa città.  luogo in cui ha trascorso anche larga parte della sua giovinezza. Proprio come Ulisse dopo un peregrinare lunghissimo tornò, naufrago indomabile,  nella sua Itaca, Silvio e Adriano si apprestano a tornare a casa, dove tutto è iniziato, dopo aver fatto del Milan la squadra più importante d’Italia (mi assumo a pieno titolo la responsabilità di tale affermazione) e una delle primissime in Europa.  E proprio il prestigio che deriva da questa epopea rossonera fa affermare ancora e sempre ad Adriano Galliani: “Dal sentore che si ha, il nostro arrivo avrà sulla serie C lo stesso impatto che ha avuto l’arrivo di Cristiano Ronaldo in Italia”. Come dargli torto?

Passando poi ad aspetti più puramente economici, le basi della trattativa prevedono l’acquisto di Silvio Berlusconi del 70% della società in cambio di 1.8 milioni di euro con l’attuale presidente, Felice Colombo, che terrebbe una minoranza del club pari al 30%. Anche in questo caso, corsi e ricorsi storici: il papà dell’attuale presidente del Monza, Felice Colombo, fu proprietario e presidente del Milan dal 1977 al 1980, vincendo una Coppa Italia e soprattutto lo scudetto della stella nel 1978-79. Strada mai parallele che si intersecano per l’ennesima volta, quelle fra i Colombo, Galliani e Berlusconi.

Testimoni che passano, mani che si stringono, affetto, stima e passione. Già, la passione. Mi ero ripromesso di non affrontare il tema dal punto di vista squisitamente “socio-politico” (d’altronde se due uomini rispettivamente di 82 e 74 anni vogliono passare l’ultima fase della vita divertendosi con una squadra di calcio saranno pure affari loro), ma non posso esimermi, nella ridda di ipotesi strampalate e controverse che girano tra i giornali, le radio e ancor di più tra i social, nel dire la mia: perché Silvio Berlusconi e Adriano Galliani comprano il Monza? Per passione. Proprio quella passione che negli ultimi anni sta scemando dietro a campionati spezzatino e commissari sub judice, plusvalenze fittizie e pene ridicole, e che dovrebbe invece essere il motore che sta dietro al mondo del pallone. Lo sento già l’eco. Ingenuo. Sei un ingenuo. Sarò anche ingenuo, ma sono assolutamente convinto che l’obiettivo primario sia solo uno, quello di dare per la prima volta, ad una città storica come Monza, il palcoscenico della Serie A. Missione impossibile? Forse. Sicuramente ardua. Probabilmente un po' meno per chi ha affrontato la propria vita al motto di “Chi crede, vince”.

Monza ci crede e io con lei.

Ci abbiamo creduto e ce l’abbiamo fatta. Abbiamo vinto”.

Ad Maiora!

Nemici mai

...Per chi si ama come noi. Potrebbe, o avrebbe potuto, essere questo il sottofondo musicale perfetto dell’abbraccio tra Ancelotti e Gattuso nel pre-partita di Napoli-Milan, anticipo serale della seconda giornata di campionato.

Banalità: il maestro e l’allievo. Bennato docet: il gatto e la volpe. Forse stiamo scadendo nel sentimentale e se si parla di calcio troppo spesso questo non va bene, ma per un milanista, in quell’abbraccio lungo un minuto si è tornati per un momento a respirare il clima del Milan che fu. 10 anni di storia condensati in 60 secondi. La clessidra che scandisce ogni millesimo di secondo, ogni istante, della nostra vita pallonara si ferma e ci ricorda chi siamo stati. Chi dovremmo tornare ad essere. Flashback.

Milan-Manchester 3-0, 2 maggio 2007, la partita perfetta. Al novantesimo, Rino Gattuso strapazza letteralmente il volto paffuto di Carletto, sorpreso ma felice. Nessuno avrebbe potuto pensare che 12 anni dopo i due si sarebbero affrontati in un big match di Serie A. Eppure, in quel minuto precedente l’inizio delle ostilità Rino Gattuso è tornato ad essere il guerriero indomabile di Carlo. L’alfa e l’omega. “Il Milan di Ancelotti va al ritmo del cuore e della corsa di Gennaro Ivan Gattuso”. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase in quegli anni d’oro? In quell’abbraccio c’è tutto.

C’è l’aspirazione di voler diventare come lui. C’è la deferenza per l’allenatore che più ha esaltato le tue caratteristiche. “Io ho corso per te, Carlo”. Brillavano, gli occhi di Gennaro. E siamo sicuri che il cuore pulsava. Forte, intenso. “Le volte nelle quali in questi anni sono stato giù, vedevo qualcosa che non mi quadrava, l’ho chiamato per un consiglio, per una rassicurazione”. Parole pronunciate dall’allenatore rossonero nella conferenza di vigilia. Te lo ricordi, Carlo, che siamo amici?

Trasfigurazione in campo di quello che non è solo un rapporto fraterno fra due persone fatte della stessa identica, purissima, pasta: una missione. Sudo per te. Lotto per te. Mi rompo un menisco ma continuo a giocare per altri 88 minuti. Per te. Prima di quella semifinale sopra ricordata, la panchina di Carletto, nel turno precedente, i quarti col Bayern, era a serio a rischio. Mancavano pochi bulloni da allentare per farla saltare definitivamente. “Dammi elmetto e trapano, da qui non te ne vai”. Rino Black & Decker. Il Milan espugna Monaco di Baviera, Gattuso corre per 3. Rino uno e trino. Sacralità e blasfemia. Il Diavolo e l’acqua santa. Pane e salame. Caviale e champagne. Anima e corpo. Solo per te, Carletto.

Alla fine di tutto ciò, mille emozioni in due corpi che riunendosi riallineano la storia, ci sarebbe stata anche una partita di calcio. L’ha vinta il Napoli per 3-2, con la doppietta di Zielinski e il suggello finale di Mertens che hanno ribaltato a mezz’ora dalla fine il doppio vantaggio milanista siglato dall’accoppiata Bonaventura-Calabria. Ma questa è una storia marginale rispetto al resto. Al fischio finale, gli occhi di Rino incrociano quelli di Carlo: “Oggi hai vinto, amico mio, al diavolo le mozzarelle di bufala che mi hai promesso. Ma stanotte, Carletto, solo io saprò a chi pensi tu”.

Ricordati di me.

Che tesoro sei.

Triplice fischio.

Come fossi Vasco Rossi

Noi siamo ancora qua...Eee già! No, non è l’inizio dell’inciso di una famosissima canzone di Vasco, nè una svolta filosofico-musicale del mio modo di intendere il calcio o la vita.

Molto più semplicemente, è l’epiteto perfetto per chi, come noi, ha vissuto l’estate da milanisti.

Sballottati da una parte all’altra dell’universo pallonaro, scherniti dai risolini aspri e pungenti dei tifosi delle altre squadre, giudicati e affettati dalla mannaia della Uefa, oggi possiamo dire di essere sopravvissuti.

Siamo in piedi. Siamo saldi e solidi. Siamo americani, infine. Ma cosa è successo nella galassia milanista per arrivare alla “pace dei sensi” odierna? Smentendo me stesso, la proprietà cinese si è dimostrata farlocca e fumosa, col misterioso Li che alla fine della fiera è passato per un prestanome qualsiasi perdendo (?) quasi un miliardo di euro fra spese per l’acquisto del club e soldi immessi nel mercato estivo 2017.

E proprio per la lacunosità di tale proprietà, l’UEFA aveva deciso di escludere il Milan dall’Europa League 2017-2018. Mercato fermo, tifosi atterriti. Sally è già stata punita, direbbe Vasco. E’ proprio a questo punto però, nel momento più basso della storia milanista dai tempi di Giusy Farina, che in soccorso dei rossoneri giunge Paul Singer, proprietario del fondo Elliot, gestore di asset per 34 miliardi di euro. Rinascita. Purificazione.

Che cosa potremmo fare io e te? Deve essere stata questa la conversazione telefonica intercorsa tra Maldini e Leonardo, oggi direttore sportivo e tecnico dell’Ac Milan, al momento di intraprendere il lavoro di riassetto della società. Come nelle favole, Elliot ha avuto l’intuizione, la forza e la capacità di riportare il Capitano a casa, dopo nove lunghi anni di esilio.

Riammissione all’Europa League, per la quale grande merito va all’avvocato Frank Tuil, arcigno e coriaceo difensore degli interessi di Paul Singer, e mercato intelligente e logico. “Guardate che Singer venderà tutti, non rafforzerà la squadra e cederà il prima possibile”: la frase emblema del pensiero dei tifosi altrui, E invece no. Via Bonucci (a proposito, a mai più), dentro Caldara e il pipita Higuain. Soffia forte il vento della rivoluzione. Per tutti gli altri, tutto questo un senso non ce l’ha. Per noi milanisti si. Dopo 5 e lunghi tormentati anni, sentiamo vibrare nell’aria il rewind del Milan che fu. Proprietà solidissima, le persone giuste al posto giusto e Rino Gattuso anima e guida di questo manipolo di splendidi ragazzi. Un nuovo capitano, Romagnoli. Il nostro Capitano, Paolo. La redenzione del Giuda interista, Leonardo de Araujo. E poi, un presidente rossonero, che male non fa: Paolo Scaroni. Cosa chiedere di più?

Come sempre poi, alla fine parlerà il campo. Ma avere alle spalle cotanta qualità individuale e spessore umano aiuta a sentirsi meno soli. Meno nudi nella tempesta. l’Alba chiara del milanismo.

La pacchia è finita.

P.S.; Dissertazione filosofico-mercatara: dov’è Modric?

Colpa di Alfredo. O di Piero.

I dolori del giovane Gigio

Distrutto, sconvolto, addolorato, in lacrime.

No, non stiamo tratteggiando l’immagine di un personaggio di un poeta decadentista, riassumiamo con sconcertato sgomento lo stato d’animo di Gianluigi Donnarumma, in arte Gigio, portiere rossonero di 19 anni, al triplice fischio di Juventus-Milan, finale di Coppa Italia 2017-2018 conclusasi con la roboante vittoria dei bianconeri per 4-0.

Roboante nel punteggio, non certo nella dinamica di una partita ben giocata dalla compagine milanista per 60 minuti, il cui piano partita è crollato per le topiche colossali del suo giovane estremo difensore.

Lavarsene le mani come un novello Ponzio Pilato sarebbe alquanto ingiusto e ingeneroso ma affrontare l’argomento con calma e lucidità risulta esercizio arduo. Un’impresa titanica. A mente fredda la domanda che più semplicemente sgorga dal lavoro delle nostre sinapsi è la seguente: è giusto buttare la croce addosso a Donnarumma? Gigio-Barabba o Gigio-Gesù? Contro tendenza rispetto alle opinioni attuali, la nostra risposta è  no, ma con riserva. Gigio al confine tra martire e ladrone. La nostra metafora apostolico-evangelica ci porta ad introdurre la figura di Giuda, quel Mino Raiola indispensabile chiave di volta per capire il nostro punto di vista.

Si parta dal principio: Gianluigi Donnarumma è un ragazzone di 19 anni che dall’età di 16 fa il portiere professionista in Serie A difendendo da titolare la porta del Milan. All’inizio tutto bello, la tifoseria milanista lo adotta come fosse un figlio da proteggere da qualsiasi intemperie di quel “brutto” mondo chiamato calcio. Un piccolo Gesù tra milioni di Re Magi. Quello che fin da subito stona in questo quadro idilliaco è l’incombente presenza del suo procuratore, più che un premuroso Giuseppe, una sorta di Giuda all’ennesima potenza. “Uno di voi mi tradirà”: nessuno avrebbe potuto pensare, dopo milioni di anni, che il traditore fosse un italo-olandese che parla 7 lingue di cui nessuna perfettamente corretta.

Lo scenario della consumazione del tradimento è il 2017, Anno Domini, nella quale il famoso procuratore olandese fa firmare, dopo un’estenuante tira e molla nella quale il buon Gigio si trova alternativamente nel ruolo di traditore e tradito (badate bene: la tattica è proprio quella), un rinnovo quadriennale a sei milioni di euro all’anno con annesso acquisto del fratello Antonio, che si redimerà più avanti (ma questa è una storia già raccontata). D’improvviso, al giovane Gigio viene revocata l’adozione di tutto il popolo rossonero: “prendi 6 milioni, sei destinato all’orfanotrofio del calcio”. D’improvviso, il fanciullo di Castellammare non viene più visto come un diciottenne imberbe che incarna i sogni di tutti, ma come l’avido profittatore al quale viene imputato ogni spiffero di vento in casa milanista. E siamo a oggi. Le nostre sinapsi hanno partorito un’altra semplice, forse banale, domanda: ma ne vale la pena, caro Gigio? Incassare 30 denari ed essere inviso al popolo che ti aveva innalzato a icona del nuovo corso rossonero? Piangi, caro Gigio. Lacrime amare. Un popolo sanguinante che ti ama oggi ti crocifigge come l’ultimo dei Gesù. Era questo che desideravi?

Il tempo per redimersi c’è. Abbandona il traditore olandese e riscattati moralmente. Perchè, ricordalo caro Gigio, sono i martiri che passano alla storia. Anche se hanno rinunciato a 30 denari.

Pagina 1 di 2

Internazionale

Altri sport

  • Se..BASTA!

    Siamo al giro 53 del Gran Premio di Germania valido per l’undicesima prova del mondiale 2018 e tutto quello che sembrava già scritto viene stravolto e capovolto. Sebastian Vettel, pilota…

    in Altri sport Read 960 times
  • Scandalo Giallo

    Durante la tappa con arrivo all’Alpe d’Huez valida per il Tour de France 2018 e famosa per le imprese di grandi campioni del passato come il compianto Marco Pantani ci…

    in Altri sport Read 1018 times

Interviste

Amarcord

  • El Equipo Fantasma

    La Paz, la capitale amministrativa della Bolivia si trova a più di 3500 m d'altitudine, è la capitale più alta del mondo, fare sport ad un'altitudine così elevata non è facile per chi non ci è abituato, l'aria rarefatta riduce le capacità respiratorie e il pallone prendendo più velocità, assume…

    in Amarcord Read 302 times
  • Un Raggio di Luna sul derby

    La punizione con cui Kolarov ha squarciato barriera e derby, sabato scorso, è un raggio di luce sparato con una frattura al piede. È un raggio di sole al 71esimo, sessant’anni dopo un Raggio di Luna. Così chiamavano Arne Selmosson, l’unico, fino a sabato, a segnare un gol, con entrambe…

    in Amarcord Read 358 times

Chi siamo

Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo | Approfondimenti, statistiche, interviste, amarcord su tutto il calcio, italiano ed estero, e tutto lo sport! Ripartiamo in contropiede, dopo esserci chiusi e aver difeso, pronti ad andare in rete insieme a voi! Seguiteci per restare sempre aggiornati sul mondo dello sport!