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I 100 passi del tunnel del Marakana

"Ricordo i poliziotti che nel tunnel ci ...
Alberto Petrosilli

Alberto Petrosilli

Novelli Ulisse

Per noi sarebbe come il ritorno a Itaca”. Prologo di un saggio critico-letterario sull’Odissea? Non vogliamo elevarci a tanto, ne abbiamo la presunzione di farlo. Più semplicemente, quella riportata è una dichiarazione di Adriano Galliani riguardante la possibilità, poi diventata trattativa concreta, di acquistare insieme al compagno di una vita, Silvio Berlusconi, il Monza calcio. A questo punto, a prologo avvenuto, diventa doveroso rispondere al quesito: perché Monza come Itaca?

La risposta è semplice ed è scritta a caratteri cubitali nella storia. Adriano Galliani nasce e sviluppa il suo ruolo di dirigente calcistico proprio al Monza, ricoprendo anche la carica di vice presidente, dal 1984 al 1986, oltre ad aver esalato il primo respiro proprio in un ospedale di Monza. Silvio Berlusconi ha sviluppato gran parte della sua carriera imprenditoriale in questa città.  luogo in cui ha trascorso anche larga parte della sua giovinezza. Proprio come Ulisse dopo un peregrinare lunghissimo tornò, naufrago indomabile,  nella sua Itaca, Silvio e Adriano si apprestano a tornare a casa, dove tutto è iniziato, dopo aver fatto del Milan la squadra più importante d’Italia (mi assumo a pieno titolo la responsabilità di tale affermazione) e una delle primissime in Europa.  E proprio il prestigio che deriva da questa epopea rossonera fa affermare ancora e sempre ad Adriano Galliani: “Dal sentore che si ha, il nostro arrivo avrà sulla serie C lo stesso impatto che ha avuto l’arrivo di Cristiano Ronaldo in Italia”. Come dargli torto?

Passando poi ad aspetti più puramente economici, le basi della trattativa prevedono l’acquisto di Silvio Berlusconi del 70% della società in cambio di 1.8 milioni di euro con l’attuale presidente, Felice Colombo, che terrebbe una minoranza del club pari al 30%. Anche in questo caso, corsi e ricorsi storici: il papà dell’attuale presidente del Monza, Felice Colombo, fu proprietario e presidente del Milan dal 1977 al 1980, vincendo una Coppa Italia e soprattutto lo scudetto della stella nel 1978-79. Strada mai parallele che si intersecano per l’ennesima volta, quelle fra i Colombo, Galliani e Berlusconi.

Testimoni che passano, mani che si stringono, affetto, stima e passione. Già, la passione. Mi ero ripromesso di non affrontare il tema dal punto di vista squisitamente “socio-politico” (d’altronde se due uomini rispettivamente di 82 e 74 anni vogliono passare l’ultima fase della vita divertendosi con una squadra di calcio saranno pure affari loro), ma non posso esimermi, nella ridda di ipotesi strampalate e controverse che girano tra i giornali, le radio e ancor di più tra i social, nel dire la mia: perché Silvio Berlusconi e Adriano Galliani comprano il Monza? Per passione. Proprio quella passione che negli ultimi anni sta scemando dietro a campionati spezzatino e commissari sub judice, plusvalenze fittizie e pene ridicole, e che dovrebbe invece essere il motore che sta dietro al mondo del pallone. Lo sento già l’eco. Ingenuo. Sei un ingenuo. Sarò anche ingenuo, ma sono assolutamente convinto che l’obiettivo primario sia solo uno, quello di dare per la prima volta, ad una città storica come Monza, il palcoscenico della Serie A. Missione impossibile? Forse. Sicuramente ardua. Probabilmente un po' meno per chi ha affrontato la propria vita al motto di “Chi crede, vince”.

Monza ci crede e io con lei.

Ci abbiamo creduto e ce l’abbiamo fatta. Abbiamo vinto”.

Ad Maiora!

Nemici mai

...Per chi si ama come noi. Potrebbe, o avrebbe potuto, essere questo il sottofondo musicale perfetto dell’abbraccio tra Ancelotti e Gattuso nel pre-partita di Napoli-Milan, anticipo serale della seconda giornata di campionato.

Banalità: il maestro e l’allievo. Bennato docet: il gatto e la volpe. Forse stiamo scadendo nel sentimentale e se si parla di calcio troppo spesso questo non va bene, ma per un milanista, in quell’abbraccio lungo un minuto si è tornati per un momento a respirare il clima del Milan che fu. 10 anni di storia condensati in 60 secondi. La clessidra che scandisce ogni millesimo di secondo, ogni istante, della nostra vita pallonara si ferma e ci ricorda chi siamo stati. Chi dovremmo tornare ad essere. Flashback.

Milan-Manchester 3-0, 2 maggio 2007, la partita perfetta. Al novantesimo, Rino Gattuso strapazza letteralmente il volto paffuto di Carletto, sorpreso ma felice. Nessuno avrebbe potuto pensare che 12 anni dopo i due si sarebbero affrontati in un big match di Serie A. Eppure, in quel minuto precedente l’inizio delle ostilità Rino Gattuso è tornato ad essere il guerriero indomabile di Carlo. L’alfa e l’omega. “Il Milan di Ancelotti va al ritmo del cuore e della corsa di Gennaro Ivan Gattuso”. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase in quegli anni d’oro? In quell’abbraccio c’è tutto.

C’è l’aspirazione di voler diventare come lui. C’è la deferenza per l’allenatore che più ha esaltato le tue caratteristiche. “Io ho corso per te, Carlo”. Brillavano, gli occhi di Gennaro. E siamo sicuri che il cuore pulsava. Forte, intenso. “Le volte nelle quali in questi anni sono stato giù, vedevo qualcosa che non mi quadrava, l’ho chiamato per un consiglio, per una rassicurazione”. Parole pronunciate dall’allenatore rossonero nella conferenza di vigilia. Te lo ricordi, Carlo, che siamo amici?

Trasfigurazione in campo di quello che non è solo un rapporto fraterno fra due persone fatte della stessa identica, purissima, pasta: una missione. Sudo per te. Lotto per te. Mi rompo un menisco ma continuo a giocare per altri 88 minuti. Per te. Prima di quella semifinale sopra ricordata, la panchina di Carletto, nel turno precedente, i quarti col Bayern, era a serio a rischio. Mancavano pochi bulloni da allentare per farla saltare definitivamente. “Dammi elmetto e trapano, da qui non te ne vai”. Rino Black & Decker. Il Milan espugna Monaco di Baviera, Gattuso corre per 3. Rino uno e trino. Sacralità e blasfemia. Il Diavolo e l’acqua santa. Pane e salame. Caviale e champagne. Anima e corpo. Solo per te, Carletto.

Alla fine di tutto ciò, mille emozioni in due corpi che riunendosi riallineano la storia, ci sarebbe stata anche una partita di calcio. L’ha vinta il Napoli per 3-2, con la doppietta di Zielinski e il suggello finale di Mertens che hanno ribaltato a mezz’ora dalla fine il doppio vantaggio milanista siglato dall’accoppiata Bonaventura-Calabria. Ma questa è una storia marginale rispetto al resto. Al fischio finale, gli occhi di Rino incrociano quelli di Carlo: “Oggi hai vinto, amico mio, al diavolo le mozzarelle di bufala che mi hai promesso. Ma stanotte, Carletto, solo io saprò a chi pensi tu”.

Ricordati di me.

Che tesoro sei.

Triplice fischio.

Come fossi Vasco Rossi

Noi siamo ancora qua...Eee già! No, non è l’inizio dell’inciso di una famosissima canzone di Vasco, nè una svolta filosofico-musicale del mio modo di intendere il calcio o la vita.

Molto più semplicemente, è l’epiteto perfetto per chi, come noi, ha vissuto l’estate da milanisti.

Sballottati da una parte all’altra dell’universo pallonaro, scherniti dai risolini aspri e pungenti dei tifosi delle altre squadre, giudicati e affettati dalla mannaia della Uefa, oggi possiamo dire di essere sopravvissuti.

Siamo in piedi. Siamo saldi e solidi. Siamo americani, infine. Ma cosa è successo nella galassia milanista per arrivare alla “pace dei sensi” odierna? Smentendo me stesso, la proprietà cinese si è dimostrata farlocca e fumosa, col misterioso Li che alla fine della fiera è passato per un prestanome qualsiasi perdendo (?) quasi un miliardo di euro fra spese per l’acquisto del club e soldi immessi nel mercato estivo 2017.

E proprio per la lacunosità di tale proprietà, l’UEFA aveva deciso di escludere il Milan dall’Europa League 2017-2018. Mercato fermo, tifosi atterriti. Sally è già stata punita, direbbe Vasco. E’ proprio a questo punto però, nel momento più basso della storia milanista dai tempi di Giusy Farina, che in soccorso dei rossoneri giunge Paul Singer, proprietario del fondo Elliot, gestore di asset per 34 miliardi di euro. Rinascita. Purificazione.

Che cosa potremmo fare io e te? Deve essere stata questa la conversazione telefonica intercorsa tra Maldini e Leonardo, oggi direttore sportivo e tecnico dell’Ac Milan, al momento di intraprendere il lavoro di riassetto della società. Come nelle favole, Elliot ha avuto l’intuizione, la forza e la capacità di riportare il Capitano a casa, dopo nove lunghi anni di esilio.

Riammissione all’Europa League, per la quale grande merito va all’avvocato Frank Tuil, arcigno e coriaceo difensore degli interessi di Paul Singer, e mercato intelligente e logico. “Guardate che Singer venderà tutti, non rafforzerà la squadra e cederà il prima possibile”: la frase emblema del pensiero dei tifosi altrui, E invece no. Via Bonucci (a proposito, a mai più), dentro Caldara e il pipita Higuain. Soffia forte il vento della rivoluzione. Per tutti gli altri, tutto questo un senso non ce l’ha. Per noi milanisti si. Dopo 5 e lunghi tormentati anni, sentiamo vibrare nell’aria il rewind del Milan che fu. Proprietà solidissima, le persone giuste al posto giusto e Rino Gattuso anima e guida di questo manipolo di splendidi ragazzi. Un nuovo capitano, Romagnoli. Il nostro Capitano, Paolo. La redenzione del Giuda interista, Leonardo de Araujo. E poi, un presidente rossonero, che male non fa: Paolo Scaroni. Cosa chiedere di più?

Come sempre poi, alla fine parlerà il campo. Ma avere alle spalle cotanta qualità individuale e spessore umano aiuta a sentirsi meno soli. Meno nudi nella tempesta. l’Alba chiara del milanismo.

La pacchia è finita.

P.S.; Dissertazione filosofico-mercatara: dov’è Modric?

Colpa di Alfredo. O di Piero.

I dolori del giovane Gigio

Distrutto, sconvolto, addolorato, in lacrime.

No, non stiamo tratteggiando l’immagine di un personaggio di un poeta decadentista, riassumiamo con sconcertato sgomento lo stato d’animo di Gianluigi Donnarumma, in arte Gigio, portiere rossonero di 19 anni, al triplice fischio di Juventus-Milan, finale di Coppa Italia 2017-2018 conclusasi con la roboante vittoria dei bianconeri per 4-0.

Roboante nel punteggio, non certo nella dinamica di una partita ben giocata dalla compagine milanista per 60 minuti, il cui piano partita è crollato per le topiche colossali del suo giovane estremo difensore.

Lavarsene le mani come un novello Ponzio Pilato sarebbe alquanto ingiusto e ingeneroso ma affrontare l’argomento con calma e lucidità risulta esercizio arduo. Un’impresa titanica. A mente fredda la domanda che più semplicemente sgorga dal lavoro delle nostre sinapsi è la seguente: è giusto buttare la croce addosso a Donnarumma? Gigio-Barabba o Gigio-Gesù? Contro tendenza rispetto alle opinioni attuali, la nostra risposta è  no, ma con riserva. Gigio al confine tra martire e ladrone. La nostra metafora apostolico-evangelica ci porta ad introdurre la figura di Giuda, quel Mino Raiola indispensabile chiave di volta per capire il nostro punto di vista.

Si parta dal principio: Gianluigi Donnarumma è un ragazzone di 19 anni che dall’età di 16 fa il portiere professionista in Serie A difendendo da titolare la porta del Milan. All’inizio tutto bello, la tifoseria milanista lo adotta come fosse un figlio da proteggere da qualsiasi intemperie di quel “brutto” mondo chiamato calcio. Un piccolo Gesù tra milioni di Re Magi. Quello che fin da subito stona in questo quadro idilliaco è l’incombente presenza del suo procuratore, più che un premuroso Giuseppe, una sorta di Giuda all’ennesima potenza. “Uno di voi mi tradirà”: nessuno avrebbe potuto pensare, dopo milioni di anni, che il traditore fosse un italo-olandese che parla 7 lingue di cui nessuna perfettamente corretta.

Lo scenario della consumazione del tradimento è il 2017, Anno Domini, nella quale il famoso procuratore olandese fa firmare, dopo un’estenuante tira e molla nella quale il buon Gigio si trova alternativamente nel ruolo di traditore e tradito (badate bene: la tattica è proprio quella), un rinnovo quadriennale a sei milioni di euro all’anno con annesso acquisto del fratello Antonio, che si redimerà più avanti (ma questa è una storia già raccontata). D’improvviso, al giovane Gigio viene revocata l’adozione di tutto il popolo rossonero: “prendi 6 milioni, sei destinato all’orfanotrofio del calcio”. D’improvviso, il fanciullo di Castellammare non viene più visto come un diciottenne imberbe che incarna i sogni di tutti, ma come l’avido profittatore al quale viene imputato ogni spiffero di vento in casa milanista. E siamo a oggi. Le nostre sinapsi hanno partorito un’altra semplice, forse banale, domanda: ma ne vale la pena, caro Gigio? Incassare 30 denari ed essere inviso al popolo che ti aveva innalzato a icona del nuovo corso rossonero? Piangi, caro Gigio. Lacrime amare. Un popolo sanguinante che ti ama oggi ti crocifigge come l’ultimo dei Gesù. Era questo che desideravi?

Il tempo per redimersi c’è. Abbandona il traditore olandese e riscattati moralmente. Perchè, ricordalo caro Gigio, sono i martiri che passano alla storia. Anche se hanno rinunciato a 30 denari.

Cospiratori Fantastici e Dove Trovarli

Massimiliano Mirabelli sulla graticola. Massimiliano Mirabelli all’ultima spiaggia. Massimiliano Mirabelli con le valige in mano.

Manco fossimo sul set di un’estate al mare intenti a girare la scena del barbecue, appare paradossale come l’unica stagione calcistica a dover essere giudicata prima della fine sia quella del Milan e del suo direttore sportivo calabrese. Certamente pesano sul giudizio i numerosi quattrini di cui il buon Max ha potuto usufruire nel corso dell’estate 2017, certamente pesa la scelta discutibile di rinnovare il contratto ad un allenatore (Montella) non pienamente voluto dal nuovo management milanista e quindi esonerato pochi mesi dopo, ma ci sembra, al netto di tutto ciò, alquanto ingeneroso trarre bilanci a quattro giornate dalla fine del campionato e con una finale di Coppa Italia da giocare, il prossimo 9 maggio all’Olimpico di Roma contro la Juventus.

Ma da cosa derivano e da dove provengono questi spifferi sulla presunta dismissione del Ds rossonero? La risposta è molto semplice, chiara, limpida: dai nostalgici e da chi ancora non si è rassegnato al fatto che il closing sia avvenuto e che il Milan sia oggi cinese. Gente che ha perso il posto, magari. Corrosi dall’invidia verso chi ha raccontato semplicemente la verità atta a sbugiadarli, questi avvelenatori di pozzi di professione non tifano il Milan, ma solo chi lo gestisce e chi lo gestiva (Galliani e Berlusconi).

Ora, pur riconoscendo un’infinita gratitudine e un profondo ed eterno rispetto per coloro che per 31 anni hanno reso il Milan uno dei club più vincenti al mondo con 29 trofei portati a casa e 8 finali di Champion’s League giocate, è giusto anche raccontare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, da quale situazione Fassone e soprattutto Mirabelli siano dovuti partire: un completo disastro economico e tecnico.  Alla fine della stagione 2016-2017 un Milan composto perlopiù da prestiti, parametri zero e cavalli di ritorno (Suso e Paletta), termina la stagione al sesto posto con conseguente qualificazione ai preliminari di Europa League dopo 3 anni di assenza dall’Europa e consolandosi con la inaspettata vittoria della Supercoppa Italiana, a 4 stagioni dall’ultimo trofeo vinto.

E’ in questo clima di precarietà tecnica che Mirabelli comincia, colpo dopo colpo, a ribaltare la rosa della squadra rossonera: alla fine gli acquisti saranno 11, un’intera squadra titolare. La stagione comincia tra molti bassi e pochi, l’infortunio di Conti, l’esonero di Montella del 26 novembre dopo uno scialbo 0-0 in casa col Torino e dopo aver perso tutti gli scontri diretti del girone d’andata. Primi muguni. “Inadatto, Mirabelli, è poi è pure interista”. Arriva Gattuso. “E’ solo un parafulmine”, dicono gli iper-critici. Dal pareggio beffa di Benevento con goal del portiere Brignoli alla clamorosa sconfitta sempre con le streghe a San Siro, è passato un intero girone ed il Milan è settimo in classifica, in finale di Coppa Italia ed è stato eliminato dall’Arsenal negli ottavi di Europa League. Solo numeri, direte voi. Numeri drammatici, direbbe chi dal carro è sceso da tempo ed è pronto a risalirci se il 9 maggio quella coppa verrà alzata da Bonucci e compagni. Perchè il mondo del calcio va così: quando vinci sei un bel ragazzo, quando perdi sei una testa di c...o. In mezzo però c’è stata la costruzione di una rosa giovanissima che può costituire una base buonissima per il futuro, il rinnovo di Donnarumma, riacquistato patrimonialmente alla causa del Milan dopo esserne stato lontanissimo, i rinnovi a Suso e ai giovani Cutrone e Calabria. Tutte cose dimenticate da chi rimpiange il posto gratis a San Siro e oggi deve barcamenarsi per trovare un appiglio dal quale gettare fango a palate. A te che leggerai questo articolo, rivelerò una cosa: anche io ero tra gli scettici. Anche io ho rimpianto i vecchi tempi. Anche io ho avuto nostalgia. Poi ho capito: solo gli scemi non cambiano idea.

Vero. Ruiu?

L’incoerenza di essere Buffon(i)

Istruzioni per l’uso: questo non è un articolo moralista. Chi sta per affrontare la lettura di questo scritto con tale stato d’animo, può anche fermarsi qui. Chi invece avrà la curiosità di leggere il mio punto di vista sul caso della settimana, si immerga a capofitto in queste poche ma forse utili righe.

Da Achille ad Ulisse, da Napoleone a Cassano, la storia e la leggenda sono piene di episodi in cui uomini, di sport o meno, hanno perso la testa. Chi per un motivo, chi per un altro, avviene in tutti noi, in un determinato momento della propria esistenza, quell’attimo, quella frazione di secondo in cui la vista si annebbia, il cervello si offusca: “l’emozione ostacola il ragionamento”, diceva Sir Arthur Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes. E la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante, se non trascende i limiti della decenza comune.

L’introduzione filosofico-emozionale serve per aprire la strada all’analisi di uno dei personaggi più controversi del mondo del calcio, quel Gianluigi Buffon che troppo spesso ha dimostrato fuori dal campo di non  essere lo stesso splendido campione che invece calca da 20 anni i campi della Serie A e dell’Europa. 

I fatti: succede che alla tua probabilissima ultima partita in Champion’s la tua squadra, ormai spacciata dopo la partita di andata, decida di farti un regalo e sfoggiare la migliore prestazione europea della sua storia in quel di Madrid. Succede che l’impresa riesce, fino al minuto 93. All’improvviso tra te e il tuo sogno si mette di mezzo un fischietto inglese, tale Michael Oliver, che commette il grave “torto” di applicare il regolamento e fischiare un rigore al Real all’ultimo sospiro del match. l’emozione ostacola il ragionamento: Buffon insegue l’arbitro, gli inveisce contro. Espulsione. Fine del sogno. Messo così, tutto questo sembrerebbe essere giustificato e giustificabile.

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Nessuno sapeva prima di averlo visto che Gianluigi Buffon stesse riservando il suo raccapricciante show per il dopo partita. Presentatosi baldanzoso alle telecamere e ai microfoni delle varie emittenti tv, Gigione nazionale proferisce queste precise parole: "Un arbitro che fischia un rigore del genere, in una partita di questo livello fra 2 grandissime squadre, dimostra di non avere la necessaria sensibilità che dovrebbe albergare in ogni essere umano. Se fischi un rigore del genere, al novantatreesimo di un Real-Juve, dimostri soltanto di avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore”. Finita qui, direte voi? Ma che! Prosegue, il Buffon: "Se non hai la necessaria capacità di arbitrare un quarto di finale di Coppa Campioni, fai spazio a qualcun altro e vai in tribuna o sul divano di casa con la tua famiglia a mangiare patatine, bere coca cola e mangiare i fruttini”.

Ora, premesso che nessuno ha fatto caso alla clamorosa pubblicità occulta che Buffon ha messo in atto (la Zuegg e i suoi fruttini ringraziano) e fuori da questa malcelata ironia, alcune domande attanagliano il mio frastornato e attonito animo: la sensibilità tirata in ballo dal campione del mondo 2006 è la stessa che pervadeva il suo cuore, in quella sera del 25 febbraio 2012, nella quale questo signore tolse dalla porta un palla di Muntari entrata di mezzo metro dicendo nel post gara che se se ne fosse accorto non avrebbe avvisato l’arbitro? Ed è sempre il sensibile Buffon quello che per difendere se stesso e Antonio Conte, due anni dopo disse, riguardo al calcio scommesse e all’eventuale combine di alcune partite che “è meglio avere 2 feriti che un morto”?.

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Mal comune, mezzo gaudio. Figli e figliastri. Proverbi secolari che dovrebbero far capire a Buffon e a tutti quelli che lo difendono che la sensibilità non può albergare nel cuore di una persona ad episodi alterni. E soprattutto a fargli capire che quando ci sono delle regole, delle norme, dei parametri da rispettare, ricorrere al luogo comune della sensibilità è squallido. Inutile. Controproducente. Il buffone Buffon. E’ così che vuoi infangare la tua carriera calcistica, caro Gigi?  Se dalle parti di Torino ti hanno insegnato che vincere è l’unica cosa che conta, sappi che saper perdere con dignità e stile, accettando il semplice utilizzo delle regole, ha lo stesso identico valore, se non superiore. Anche se hai perso il tuo sogno. Anche se sei Buffon(e).

Don’t worry, be Allegri

Massimiliano Allegri è il miglior allenatore d’Europa. Il più bravo, il più scaltro, forse forse anche il più simpatico.

L’incipit parrebbe essere fuori luogo. “Ma come, lodi ad Allegri nel giorno della più cocente eliminazione europea della storia juventina”? Ebbene si. E’ proprio il doppio confronto con i bianchi di Spagna che incorona Max nel gotha del calcio mondiale. Se nello sport la banalità più gettonata è quella secondo cui ciò che conta maggiormente è il risultato finale, la rivoluzione culturale che “Acciughina” ha installato e sviluppato nelle teste di tutte le persone che compongono il mondo bianconero è qualcosa che va oltre la mera conta dei trofei e dei titoli personali.

Il primo anno che sono arrivato qui, c’era il terrore addirittura di non passare il girone”. Questo l’Allegri pensiero immediatamente dopo la sconfitta di Cardiff, sempre contro il Real, il 3 giugno dello scorso anno. Una frase, un inciso estrapolato fra i sorrisi (amari) e le lacrime (salate) dalla delusione cocente.

Ma forse anche una dichiarazione d’intenti che va doverosamente approfondita. Prologo: Max Allegri sbarca alla Juve nel luglio 2014, piomba all’improvviso in una Vinovo sconquassata dall’addio di Antonio Conte e soprattutto dalle sue dichiarazioni; “Si pretende di fare strada in Europa, ma con 10 euro non si mangia nei ristoranti da 100”. Terrore, paura, panico al solo pensiero di doverla affrontare, quella Coppa dalle grandi orecchie tanto ambita. E qui arriva il primo sussulto, il primo fremito d’eccitazione. “C’è chi da per morto questo gruppo, io penso che si possa arrivare in finale”.

Il resto è storia nota, nei giocatori juventini scatta quel necessario clic mentale che li porta a giocare 2 finali negli ultimi 3 anni, fino al contestatissimo quarto di finale di ieri sera. Davanti ancora il Real, ancora la cornice del Bernabeu che 3 anni prima aveva visto festeggiare Max e la sua truppa per l’approdo alla finale di Berlino. “Siamo leoni feriti, ma non siamo ancora morti”. L’ironia, la calma. Che spesso è la virtù dei forti. In un calcio che va ormai a mille allora, ciò che colpisce di questo uomo, di questo esile livornese, di questo guascone prestato al mondo del calcio, non è tanto la gestione del gruppo o le vittorie in serie, ma la straordinaria capacità di ricordare a tutti quello che il calcio effettivamente è: un gioco. Il gioco più bello del mondo. Scevro da pressioni di alcun genere, Massimiliano Allegri approccia al calcio come un bimbo quando scopre per la prima volta il gusto dolce di una caramella o quando incespica provando a muovere i primi passi: con gioia. Con esaltazione. Quell’esaltazione contagiosa che lo ha portato, lui e suoi ragazzi, a banchettare allegramente al tavolo delle grandi d’Europa con un portafoglio sguarnito dei contanti necessari ma pieno di semplicità e pacatezza. Il calcio è una cosa semplice. Un mantra, un atto di fede, un concetto spiattellato in faccia ai teorici del calcio totale e a quelli fissati con gli schemi da imparare a memoria. “Non mi parlate di schemi, quello è basket”.

Chiaro, semplice, limpido. Oggi Max Allegri è fuori dalla Champion’s. “Ho detto a Sergio Ramos che più che claro quel rigore era un po' grigio”. Sarcasmo elevato all’ennesima potenza, anche quando ci sarebbe da piangere. Oggi Max Allegri sa che l’1-3 preso all’ultimo respiro e la conseguente eliminazione fanno male. Malissimo. Ma oggi Max Allegri si alzerà, guarderà i suoi ragazzi e dirà che c’è da battere la Sampdoria, con calma, senza fretta, divertendosi. Perchè quella coppa la inseguirà l’anno prossimo. Perchè il calcio è un gioco e Massimiliano Allegri da Livorno è il miglior allenatore d’Europa.

Bella la rovesciata di Cristiano Ronaldo, notevole. Ora provi a farla da 40 metri”. Firmato, Zlatan Ibrahimovic. Mentre l’intero mondo pallonaro celebra con lodi sperticate la prodezza del portoghese contro la Juventus, una rovesciata a due metri e mezzo di altezza che affossa (forse) definitivamente i sogni di gloria europei degli juventini, c’è chi dall’altra parte del globo cataloga quel gesto atletico e tecnico a mero espediente stilistico: utile e anche bello, per carità, ma non originale.

Basterebbe questo per caratterizzare in pieno l’ego e la personalità del genio di Malmoe, lui che il 14 novembre del 2012 distrusse letteralmente l’Inghilterra in amichevole, nella prima partita alla Friends Arena di Stoccolma, segnando il secondo goal della sua personale doppietta con una rovesciata, appunto, fatta a 40 metri dalla porta.

Da quel giorno sono passati 6 lunghi anni, e oggi, all’alba dei 37 anni, Zlatan Ibrahimovic ha deciso di trasferirsi ai LA Galaxy, nella Major League Soccer. “Non vi preoccupate della mia età, sono come Benjamin Button: nato vecchio, morirò giovane”. Con queste parole l’Onnipotente Ibra si è presentato all’estasiata e folta stampa americana. Ego, dicevamo. E se Cristoforo Colombo la scoprì nel 1492, Zlatan è pronto a colonizzarla, l’America. Il debutto è stato come era prevedibile aspettarselo: Ibra entra al minuto 71 del derby di Los Angeles, con i Galaxy sotto 1-3. Risultato finale, 4-3. Ibra sigla il 3-3 con una bomba dai 30 metri a scavalcare il portiere avversario e suggella la vittoria finale con un imperioso stacco di testa a sovrastare il malcapitato difensore preposto alla sua marcatura. “Volevano un po' di Zlatan, gliel’ho dato”, le dichiarazioni dello svedese a fine partita. Sfrontatezza, azzeccato sinonimo. Ripercorrere le tappe della sua immensa carriera sarebbe quasi pleonastico. Ha giocato ovunque, ha vinto ovunque.

Nel continente americano Ibra si porta in dote 33 trofei. Trentatre. Dica trentatre, direbbe un medico. Accatastati uno sull’altro, spicca l’assenza della Champion’s, competizione per lui maledetta ma che non scalfisce di una virgola e non sposta di un centimetro la prepotenza e l’incisività che Ibra ha avuto nelle squadre in cui ha militato. “Non la vivo come un’ossessione, se arriverà saranno 34, altrimenti pace”. Ibra misericordioso, perfetta metafora religiosa. Eppure, oggi che l’Europa è un ricordo vivissimo ma lontano, Ibra, novello Napoleone, ha ancora una missione da compiere: la campagna di Russia. “Ho dato l’addio alla Svezia, ma se vorrò, andrò ai mondiali”. Commissario tecnico di se stesso, Ibra l’Eterno, per chiudere alla grande una fantastica carriera. Prima della fine però, si parta dal preludio. Narra la leggenda che Dio il settimo giorno si riposò e demandò il resto allo svedese. Ibra l’Onnipotente, per nulla intimorito, prese un pallone, rese grazie a se stesso, lo gonfiò e disse: “Benvenuti nel regno di Zlatan”.

L'importanza di chiamarsi Patrick

E’ il minuto 104 di Milan-Inter, derby della Madonnina e quarto di finale di Coppa Italia in gara secca. Chi vince va in semifinale. Chi passa tiene accesa la speranza, l’Inter di rivincere qualcosa a distanza di quasi 7 anni, il Milan di raddrizzare una stagione sciagurata nata sotto ben altre aspettative. I primi 90 minuti, tesissimi, sembrano aver già designato l’eroe della sfida: Antonio Donnarumma, terzo portiere più pagato al mondo e odiato dalla frangia più calda del tifo rossonero per le note vicende estive. Ma questa è un’altra storia. Antonio Donnarumma, dicevamo: titolare per caso a causa degli infortuni del fratello Gigio e del secondo portiere Storari, miracolato dal VAR che gli cancella una mezza papera sul goal di Perisic e salvifico sul portoghese Joao Mario al quarto d’ora della ripresa. Nei pensieri dei tanti tifosi milanisti, allo stadio o davanti alla tv, si prefigura lo scenario più logico conseguente all’andamento della sfida: altre parate nei supplementari, rigori, il “parassita” Donnarumma ne para un paio, vittoria, Osanna, peana e redenzione sportiva. Amen, fine.

E invece no, questo riscatto morale non s’ha da fare. Perchè mentre il prode Antonio intraprendeva il sentiero della redenzione collezionando miracoli, al 70° della ripresa Gennaro Gattuso aveva mandato in campo, al posto dell’infortunato e fin lì deludente Kalinic, Patrick Cutrone, giovane di belle speranze che da 3 mesi infiammava la curva sud del Diavolo. Emerso anche lui quasi per caso dallo sfarzo di una campagna acquisti da 200 e passa milioni e con la semplicità di essere stato pagato “solo” 1500 euro (Bianchessi dixit), aveva attirato le simpatie dei supporters rossoneri. Vuoi per la fame, vuoi per la grinta, vuoi per la giovane età. O vuoi semplicemente perché una tifoseria demoralizzata si aggrappa all’unico barlume di speranza. E a nemmeno 20 anni, cosa chiedere di più?

Ma la vita, e il calcio che troppo spesso ne è dannatamente metafora, a volte ti offre la possibilità di svoltare, di non accontentarti del tuo piccolo, anche se prolifico, orticello. E al minuto 104 del derby l’occasione per Patrick ha i piedi delicati dello spagnolo Suso, inesauribile mancino dalla classe cristallina. L’occasione è quella palla in profondità a scavalcare Skriniar, e Cutrone è lì, pronto all’appuntamento: taglio alle spalle di Ranocchia, attacco alla palla e alla porta, interno destro, goal.

Patrick è Storia. Patrick è un Simbolo, Patrick, un predestinato.

Perchè nella vita è importante chiamarsi Ernesto o provare a riscattarsi come Antonio, ma a volte ha più importanza chiamarsi Patrick. Soprattutto in un derby. Soprattutto al minuto 104.

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