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Il trono di squadre

  L’inverno è finalmente arrivato! ...
Alberto Petrosilli

Alberto Petrosilli

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Siamo ancora troppo Acerbi

 

L’Italia è un paese bellissimo. Ricco di storia e cultura, di arte, di quella sacralità tipica della cultura prettamente italica. Pullulano turisti e visitatori nelle migliori città dello stivale, da Roma a Venezia, passando per Firenze, Milano e Torino. Stiamo descrivendo un perfetto paesaggio bucolico? Apparentemente sì. Apparentemente, appunto, perché in mezzo a cotanta vastità artistica, il BelPaese è impregnato di un urticante, fastidioso, pruriginoso “malessere”: il moralismo.

Chiamasi così quel tronfio modo di interpretare una qualsivoglia vicenda secondo il classico proverbio del calcio alla botte e uno al cerchio. Il perbenismo elevato all’ennesima potenza, quella codarda incapacità di prendere una decisione convinta, galleggiando nel limbo dell’ovvio e dello scontato. Malanno ben radicato nella tradizione italica, presente in tutti i campi e i settori della quotidianità, non sfugge ad esso neanche l’impresa sportiva per eccellenza: il calcio. Ebbene sì, miei cari lettori, anche lo sport nazional-popolare combatte da anni con forme di moralismo più o meno variegate che contaminano l’eterna bellezza della sfera a scacchi.

rino

Rino a sedare le scenate alla fine di Milan Lazio

Non sfugge a questo scenario, in questa settimana di lacrime e sangue, anche l’ormai famoso caso Kessiè Bakayoko Acerbi, con il duo rossonero messo letteralmente alla gogna mediatica per il gesto perpetrato alla fine di Milan-Lazio, quando i due centrocampisti hanno mostrato alla curva del Diavolo la maglia del bravissimo difensore biancoceleste. Ora, sicuro del fatto che tanti che si accingeranno a leggere questo scritto convivano da anni con tale morbo, è mia premura fare una doverosa premessa: Kessiè e Bakayoko hanno sbagliato. Discutibile e di poco gusto gettare al pubblico ludibrio la maglia di un avversario che scambiandola aveva avuto proprio l’intenzione di chiudere la vicenda social scatenatasi nei giorni precedenti.

Gesto da evitare, dunque. Partendo da questo presupposto però ci è impossibile non passare a commentare quello che è stato il contorno della vicenda e le conseguenze incredibili che la stessa ha avuto. Ma è possibile che un gesto seppur deprecabile smuova tutta l’opinione pubblica nazionale, spingendo ad intervenire anche il sottosegretario della Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, il quale, ci permettiamo di dire, avrebbe moltissime altre cose a cui pensare? È possibile che si richiedano pene esemplari quando gesti di questo tenore in passato sono stati vissuti e giudicati come un semplice sfottò?

Il calcio è denso di episodi simili, dalle quattro dita di Totti sbattute in faccia a Tudor in un famoso Roma-Juve, dai calzini che Rudiger vendeva a Stoccarda secondo la “lucida” analisi di Lulic, gli attributi di Ronaldo mostrati ai tifosi dell’Atletico. Vedendo la differenza emotiva e di pancia che tali vicende hanno provocato, viene da chiedersi se l’episodio sia stato così reclamizzato perché riguardante due ragazzi di colore. Oppure se lo sia stato per la gravissima malattia che Acerbi ha combattuto, vincendola. Dubbi che probabilmente rimarranno inevasi, ma che forse hanno un minimo fondo di verità.

Il coro intonato dalla Curva Nord della Lazio durante il recupero contro l'Udinese

Moralismo che troppo spesso in questo caso fa rima con razzismo: si sono preoccupati i vari Gravina, Malagò, Pecoraro, Tommasi di chiedersi se in questo preciso momento storico, dove il tema dell’immigrazione è chiaramente dominante, le loro sentenze dialettiche avessero potuto aizzare ancora di più forme di odio etnico? Il calcio che si mischia alla politica, il calcio utilizzato come mero contenitore di consensi per i proprio interessi personali. Stiamo forse esagerando? Magari sì, ma a sentire il coro della Curva Nord dell’altra sera durante Lazio-Udinese non pensiamo di essere andati molto lontano dal vero. “Poporopo, questa banana è per Bakayoko”: non proprio una dichiarazione di pace alla viglia della delicata semifinale di ritorno di Coppa Italia del prossimo 24 aprile. Già, una banana: l’unico frutto dell’amor, direbbe qualcuno. Simbolo di odio razziale, in questo caso. Come la mettiamo adesso, signor Pecoraro? Siamo vigili, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Non molto fiduciosi, questo ci sia concesso. Perchè la dialettica è importante, ma sono i fatti quelli che contano. E su quelli, purtroppo, siamo fermi. Immobili. Apparentemente, troppo Acerbi.

Dal Vangelo secondo Paolo

Il deferimento dell’Uefa? Non ci preoccupa, era un passo obbligato e siamo molto sereni. Elliott ha tantissimi mezzi e siamo pronti a tutto per il Milan”. Parole e musica di Paolo Maldini che alla vigilia della delicatissima sfida Champions con la Lazio a San Siro tranquillizza i tantissimi tifosi rossoneri preoccupati da una clamorosa esclusione dalle coppe europee per la prossima stagione.

Curioso il caso di Paolo: invocato a gran voce dal popolo milanista nell’ultimo decadente quinquennio Berlusconiano, oggi pizzicato per la scarsa esposizione mediatica nonostante il suo ruolo di direttore dell’area sport rossonera, col brasiliano Leonardo spesso pronto a tirare le fila di fronte a microfoni e taccuini. L’atteggiamento del figlio di Cesare però non ci stupisce. Maldini non parla, scolpisce. E quando il capitano di mille battaglie prende la parola si tace umilmente e si ascolta. Un caso forse che una proprietà forte come Elliott abbia speso proprio il suo dirigente mediaticamente più importante il giorno dopo quello che pare essere a tutti gli effetti un attacco frontale dell’UEFA? Ovviamente no. Il carisma di un uomo che del Milan ha respirato e incarnato l’essenza come rimedio taumaturgico ai tanti malanni e pensieri che tormentano i cuori dei supporter del Diavolo.

Lungi da noi sconfinare nel più elevato campo religioso, si tratta pur sempre di calcio, ma inquadrare la figura di Paolo Maldini come una sorta di Messia del mondo milanista non ci sembra poi così tanto azzardato. Leale sul terreno di gioco, ingombrante e colto quanto basta per sfidare senza paura gli esponenti della Curva Sud, ancora e scialuppa di salvataggio nel tragicomico passaggio dal cinese Li all’americano Singer. Mille sfaccettature che fanno di questo cinquantenne l’uomo ideale per ridare solidità ad un progetto, quello rossonero, sconquassato negli ultimi anni da vicende che non hanno minimamente intaccato il blasone ma ne hanno atterrito storia e prospettive future. Ce lo ricordiamo bene tutti quel 5 agosto di un anno fa: un comunicato sanciva il ritorno a casa dell’ex numero 3, ai margini del calcio da troppi anni. E ci ricordiamo bene ancora oggi il fremito di gioia che abbiamo provato nel poter accostare nuovamente la sua persona alla nostra storia.

Passato, presente e futuro. Icona dei successi andati, manifesto futurista di nuove conquiste. Oggi, col Milan quarto a sette giornate dalla fine di un campionato che potrebbe finalmente riportare il club nell’Europa che conta davvero, l’afflato mistico di Paolo Maldini aiuta a ricordare a tutti che il Milan c’è, battagliero e pronto a non lasciare nulla al caso. Un segnale forte, importante, clamorosamente esatto nella sua semplicità. Già, la semplicità. Elemento ormai disperso di un calcio che va a mille all’ora e che uomini come il direttore tecnico dei rossoneri aiutano a rinvigorire e a tenere sempre bene in mente. “Siamo pronti a tutto”. Preciso, lineare, conciso ma dannatamente efficace. Credibilità elevata all’ennesima potenza.

Non semplice vessillo da sventolare ed esibire, ma immagine sacra operativa e vogliosa di lasciare ancora una volta il segno nella storia. Quella del calcio. Quella del calcio milanista. “Noi siamo pronti a tutto”, versetti 1-10, Genesi. Dal Vangelo secondo Paolo.

 

Date a Rino quel che è di Totti

Ricostruire dalle fondamenta non è mai semplice. Farlo in una città in tumulto che ti ha eletto negli anni a divinità calcistica e non, risulta ancora più difficile e complicato. Questo il compito che spetterà dal primo luglio 2019 a Francesco Totti, ingombrante dirigente romano ed ex capitano mai dimenticato.

Al volgere di una stagione nefasta per i colori giallorossi, otto partite separano la Lupa Capitolina dall’ennesima rivoluzione annunciata. A guidarla, appunto, er Pupone, investito finalmente di responsabilità e di quei pieni poteri operativi che venivano invocati per lui fin dal giorno successivo al suo ritiro, in quella famosa domenica del 28 maggio 2017. In esclusiva oggi, tramite questo pezzo, noi de ilCatenaccio siamo pronti a svelarvi i piani della Roma che verrà, idee e pensieri che si intrecciano indissolubilmente alla figura di Ivan Gennaro Gattuso, bandiera rossonera e condottiero mal sopportato di una barca, quella milanista, che sta tentando faticosamente l’approdo in Champions a 5 anni di distanza dall’ultima proficua apparizione sulle migliori “coste” europee.

totti

Ammettetelo: non ci state capendo nulla? Andiamo con ordine.

Dopo l’allontanamento del Ds spagnolo Monchi susseguente alla disfatta col Porto, a Roma si è creato un vuoto di potere che Pallotta, ricalcando i passi della gestione immediatamente post Sabatini, ha tamponato con la promozione del fedele Massara. Fin qui niente di nuovo se non fosse che Francesco Totti, liberato dall’opprimente naftalina in cui era affossato da un anno e mezzo, ha preso la prima vera decisione importante nelle sue nuove vesti, richiamando a Roma quel Claudio Ranieri quasi scudettato nell’amara stagione 2009/2010. È inutile oggi soffermarsi sulla bontà o meno della scelta (per essere onesti, al momento il campo la sta smentendo clamorosamente), ma ciò che ci preme sottolineare invece è la nuova consapevolezza dirigenziale che il campione del mondo 2006 lega indissolubilmente a questa scelta: posso incidere anche in questo ruolo.

Da qui, e da questo momento comincia l’esplicazione del piano futuro romanista, l’idea di Pallotta, dopo un confronto con lo stesso Totti, di affidargli la gestione futura della Roma, declassando così Baldini a mero consigliere esterno piuttosto che saccente deus ex machina romanista. Con o senza la qualificazione alle coppe europee, il piano è solare: ricostruire una squadra di giocatori giovani (soprattutto) e meno giovani (pochi ma buoni) che possa aprire le porte ad un futuro stavolta condito da qualche successo.

A chi affidare questo manipolo di ragazzotti? Nessun dubbio: Gennaro Gattuso. È lui l’uomo identificato come quello della rinascita romanista, avanti oggi a Sarri nelle preferenze del Capitano. Un gladiatore all’ombra del Colosseo, banalità vera o presunta, il nativo di Corigliano Calabro si appresta a guidare la sua truppa, come una sorta di Massimo Decimo Meridio 2.0. Le richieste? Belotti per Dzeko, bosniaco sempre più triste e a secco da quasi un anno all’Olimpico in campionato, e Tonali, regista classe 2000 del Brescia per dare freschezza e vivacità ad un reparto di centrocampo reso acerbo dall’inconsistenza di Nzonzi e Cristante e al contempo annacquato dai malanni fisici di De Rossi.

Già, proprio lui. Filtra negli ambienti vicini al giocatore la voglia di ritirarsi a fine anno, un ginocchio malandato e la volontà di non mettere a repentaglio la sua incolumità fisica post carriera. L’idea di Totti? Intuitiva, Daniele vice Gattuso, un po' come in quel mondiale 2006. L’immagine ci riporta alla memoria una delle formazioni “politiche” più importanti della storia romana: il Triumvirato. Totti-Gattuso-De Rossi come Cesare-Crasso-Pompeo? Alla storia e ai posteri, come sempre del resto, l’ardua sentenza.

Luci a San Siro

Luci a San Siro

Roberto Vecchioni è uno dei più grandi cantautori della musica italiana. San Siro è uno dei migliori stadi d’Europa. Pensieri sconnessi o frasi buttate a caso, fate voi, il legame indissolubile che lega il vincitore di Sanremo 2009 allo stadio che più da vicino ha illuminato le grandi imprese nazionali e internazionali di Milan e Inter è proprio quell’album del 1980 che dà il titolo al nostro pezzo. Luci a San Siro.

Quelle stesse luci che proprio in questi giorni vengono minacciate da bellicosi propositi di demolizione in nome e in ragione di logiche economiche per loro natura avulse da qualsivoglia sentimento di gratitudine e affetto. Attaccamento indefesso alla storia o spietata analisi finanziaria? È questo il dilemma che sconvolge nelle ultime ore i sentimenti dei tantissimi tifosi rossonerazzurri. I contorni della vicenda appaiono abbastanza chiari: l’Inter di Suning e il Milan di Elliott, in collaborazione col comune di Milano guidato dal sindaco Sala, stanno prendendo definitivamente in considerazione la possibilità di costruire un nuovo stadio, questa volta di proprietà, nella zona dei parcheggi dell’attuale Giuseppe Meazza.

Quale la fine di quest’ultimo? Volontà di renderlo una sorta di monumento calcistico nazional-popolare o implacabile demolizione? Le tre parti in causa, a tal proposito, paiono aver deciso per la seconda opzione: troppo cari i costi di riammodernamento, troppo complicato spostare per 3 anni (i tempi stimati per i lavori del nuovo impianto) le partite in casa delle due milanesi. Visto da quest’ottica, il discorso sembra non avere smagliature o crepe nelle quali inserirsi per tentare di controbattere. Troppo importante la costruzione di una propria struttura per tornare a quella competitività da anni bramata e invocata, troppo importante allinearsi ai più grandi top club europei, troppo importante colmare l’inesorabile gap con i rivali juventini.

Tutto dannatamente giusto. E anche la nostra capacità cognitiva, tramutata in pensieri, parole, opere ed omissioni da queste umili mani, si allinea alla glaciale logica spicciola dei contabili di via Aldo Rossi. Eppure… Eppure nel nostro cuore, quando il sangue defluisce dal cervello e ci rende tutti più leggeri e meno convenzionali, una vocina insistente si ribella, lotta, sbraita, inveisce. Giù le mani dal Tempio. E non possiamo quindi far finta di nulla, non possiamo non comprendere quella grande fetta di tifosi che imperterrita chiede ad entrambe le società di trovare una soluzione diversa. Riemergono vividi e indimenticabili i ricordi di sfide memorabili, la partita perfetta del 2007, Milan-Manchester, preludio alla settima sinfonia in Champions suggellata dalla rivincita col Liverpool ad Atene.

Non facciamo fatica a credere che le stesse indelebili emozioni passino nella mente e nel cuore degli interisti, ripensando a quel 3-1 al Barcellona del 2010, preludio alla stagione del triplete di Mourinho e al ritorno sul tetto d’Europa dopo 45 anni in quel di Madrid. I palloni d’oro che hanno calcato quel campo, le giocate, e perché no, anche le feroci contestazioni. Tutto all’interno di quelle mura, di quei fili d’erba misti al sintetico trasudano calcio e profumano di eterno. Se il progetto andrà in porto, la stagione 2023-2024 sarà la prima col nuovo stadio e, forse, senza più San Siro.

Chissà se in questo arco di tempo il buon Roberto verrà nuovamente ispirato, come in quella stagione dell’80, quando Luci a San Siro salì alla ribalta delle classifiche musicali. Oppure se, citazione opportuna, Luciano Ligabue, urlando contro il cielo stellato di Milano, ricorderà a tutti che certe luci non puoi spegnerle. Dilemmi a cui avremo presto una risposta. Nel frattempo godiamoci ancora per un po' uno stadio leggendario che sembra volerci dire, in un commovente canto del cigno, che l’età è solo un numero. Chiamatemi ancora amore. Perchè, alla fine, non siamo poi così Vecchioni.

C’è ancora qualcuno che si stupisce?

Premessa doverosa: questo sarà un articolo polemico. Ironico. Puntiglioso. Velenoso. Non siamo dell’umore adatto, ne tanto meno intendiamo uniformarci ai giudizi e alle etichette che quando vengono appiccicate sembrano impossibili da togliere via. Il bersaglio? Luciano Spalletti. E ci teniamo caldamente a precisare che le considerazioni taglienti che sgorgheranno da queste righe non sono frutto di un’antipatia personale quanto piuttosto da fatti che ci paiono oltremodo inattaccabili. Perchè Luciano Spalletti viene considerato un grande allenatore?

Leggendo così la domanda senza soffermarcisi sopra più di tanto, potrebbe sembrare a primo impatto una provocazione bella buona, uno sfottò da curvaiolo radicato. Non è assolutamente così. A 2 giorni dalla inaspettata eliminazione dell’Inter dalla Champions, con conseguente scivolamento nella più modesta Europa League, molti tra gli addetti ai lavori si interrogano meravigliati sui perché di cotanto risultato nefasto. Noi, con sorriso maligno e beffardo, conosciamo intimamente la risposta: Luciano Spalletti non è mai stato un grande allenatore. Non serve l’ennesimo fallimento tecnico della sua modesta carriera per accorgersi che il tecnico di Certaldo ha fallito miseramente tutte le prove del nove che nei suoi lunghi anni di militanza panchinara gli si sono presentate davanti.

Sfide che non sempre hanno riguardato il raggiungimento dei risultati sportivi prefissati, ma anche la gestione di campioni ingombranti per carisma e personalità (un nome a caso: Totti). Aizzare le folle nelle conferenze, affrontare con sguardo truce e con risentimento troppe volte immotivato i giornalisti nelle conferenze non fa acquistare automaticamente lo status di allenatore top. Scappato dalla tumultuosa Roma e sbarcato nella fredda Milano, Spalletti ha avuto il grande merito di portare con se il suo lessico aulico e stordente in una realtà, quella interista, fiaccata da anni di vacche magre, con 0 trofei vinti e inesistenti qualificazione all’Europa di Serie A. Affascinati dalla sua carica emotiva e aiutato in questo anche da un suicidio collettivo dei dirimpettai laziali nella corsa Champions della scorsa stagione, l’ex Roma è riuscito a mascherare difetti cronici di gestione interna ed esterna dello spogliatoio. Ancorato ad un rigido 4-2-3-1 e condizionante nelle scelte di mercato dei nerazzurri. Da dove arriva l’ostinazione per Nainggolan, pacco dono gentilmente offerto dallo spagnolo Monchi? A cosa serve interrogarsi sulla sportività del Barcellona se poi ci si dimentica di preparare la propria di partita, quella decisiva col Psv? E pensare che in una situazione simile Spalletti ci si era già ritrovato nella sua seconda esperienza romana, incredibilmente eliminato nel 2016 dal Porto che rifilò un secco 3-0 alla sua Roma dopo l’1-1 in Portogallo. L’esperienza non ti ha insegnato nulla, caro Luciano?

A cosa serve avere una rosa di 25 giocatori se poi si sceglie deliberatamente di far giocare sempre gli stessi 11?

A cosa è servito mettersi contro una città intera per beghe personali col Capitano della squadra che stavi allenando?

Domande che rimarranno inevase, inascoltate, inespresse. Ci piacerebbe un giorno poterle fare al diretto interessato. Oggi, umilmente, le proponiamo ai nostri lettori, lasciandoli, forse, con una certezza: Luciano Spalletti non è un grande allenatore. C’è ancora qualcuno che si stupisce?

Ne rimarrà soltanto uno

Vi ricordate, cari lettori, le strampalate ed ironiche conte che da bambini si facevano per decretare chi dovesse giocare con questa o quella squadra di vostri amici, fatte frettolosamente dieci minuti prima del calcio d’inizio?

Beh, se non le ricordate voi, sicuramente in queste due settimane di sosta per le Nazionali saranno tornate prepotentemente in mente a Ivan Gennaro Gattuso, tecnico milanista falcidiato da una miriade di infortuni, concentrati in tutte le zone del campo, specie tra difesa e mediana. Nel giorno dell’antivigilia di Lazio-Milan, posticipo delle 18 della tredicesima giornata di campionato, c’è molta curiosità fra gli addetti ai lavori su quale squadra il tecnico calabrese schiererà dal primo minuto. Volendo continuare a solcare ironicamente il tema, potremmo più semplicemente dire che a Milanello la formazione verrà decisa dopo la conta dei superstiti. Già, perché mai si era vista una simile ecatombe: Caldara fuori 3 mesi, Romagnoli e Musacchio 2; Bonaventura stagione finita e Biglia quasi. Chi rimane?

Come è facile intuire, le preoccupazioni maggiori riguardano il reparto difensivo, dove balza agli occhi la sola presenza di un giocatore negli anni inviso da gran parte del tifo milanista: stiamo parlando di Cristian Zapata, centrale colombiano di 32 anni, al Milan dal 2012 e col contratto in scadenza il prossimo 30 giugno. Per chi scrive, un idolo. Centrale veloce, fisicamente prestante, forte nell’anticipo e dominante nei duelli aerei: visto così, sembrerebbe l’identikit del centrale difensivo perfetto. Purtroppo, come il più famoso Achille, anche il buon Cristian ha il suo tallone, il suo punto debole: la concentrazione, difetto che gli ha sempre impedito di fare quel clamoroso salto mentale che lo avrebbe consacrato come difensore di altissimo valore.

Oggi però, nella piena maturità dei suoi 32 anni e con la consapevolezza di poter concludere la sua avventura rossonera tra qualche mese, gli si chiede di guidare un reparto inedito (dovrebbe essere coadiuvato da Rodriguez e Abate in una sgangherata difesa a 3) nel più importante scontro diretto per la Champions, competizione dalla quale il Milan manca da quasi 5 anni e che proprio col colombiano e Mexès coppia centrale titolare ne ottenne l’ultima qualificazione. Alle previsioni nefaste che vedono la compagine rossonera uscire con una batosta inenarrabile dalla trasferta romana, Gattuso affida e ripone le sue speranze nel nativo di Padilla, il cui compito sarà principalmente quello di arginare Ciro Immobile, agnellino con la maglia azzurra ma spietato cacciatore con la casacca biancoceleste.  “Se sono concentrato non ce n’è per nessuno”.

Così si esprimeva il difensore nel febbraio 2016 alla viglia di un Napoli-Milan dove lo spauracchio principale era quel Gonzalo Higuain oggi suo compagno di squadra (e che sarà assente per l’espulsione rimediata in Milan-Juve). In quella gara, il centravanti argentino non vide letteralmente palla, sormontato fisicamente e tecnicamente da uno Zapata in versione deluxe. Quella partita terminò 1-1, risultato che oggi sarebbe oro per classifica e situazione complessiva di squadra. Riuscirà il buon Cristian a tenere accesa la spia della concentrazione e a relegare il centravanti italiano a semplice comparsa del big match dell’Olimpico? Fosforo e applicazione, caro Zap. Ai 90 minuti di domenica l’ardua sentenza.

Senso di incompiuto

Adda passà a’ nuttata. Deve passare la nottata. Celebre frase di Eduardo De Filippo utilizzata spessissimo per cercare di superare avvenimenti, fatti o serate più o meno dure e difficili della propria vita nelle successive 24 ore.

Filosofia che potrebbe e poteva tranquillamente essere affibbiata al post Inter-Milan, derby della Madonnina terminato 1-0 per i nerazzurri con goal al 92’ di Icardi. A noi ne sono servite 48. Troppa l’amarezza, la rabbia, la sensazione di non vissuto che ci ha investito ripensando a come commentare la gara. Dopo 2 giorni però, a mente fredda, siamo pronti e lucidi per declinare ciò che le sinapsi ci suggeriscono copiose.

Come detto, la partita l’hanno vinta i nerazzurri con una zampata del suo capitano argentino all’ultimo sospiro della gara. Una gara però dovrebbe essere giocata da due squadre, come è comunemente noto a tutti gli appassionati della sfera a scacchi. Il derby lo ha giocato solo l’Inter. Novantatre minuti in apnea e in balia delle vampate interiste, più tenaci, più sicuri e dannatamente più fisici. “Dobbiamo affrontare il derby senza paura”: perché, Rino? Perchè alle parole non sono seguiti fatti concreti che scacciassero quella terribile idiosincrasia degli ultimi anni a sentirsi veramente top, veramente Milan? Domande che rimarranno inevase, aggravando gli animi già attoniti di tutti gli sconsolati tifosi rossoneri.

Il grande minimo comune denominatore di queste ultime annate è l’atavica incapacità del Milan di fare quel definitivo salto di qualità dopo una serie di buonissime partite condite da altrettante indispensabili vittorie. Salto di qualità che va trovato nella benedetta continuità di risultati che marcano la differenza fra squadre di vertice e squadre che galleggiano mestamente a metà classifica. La posizione degli ignavi. Siamo ignavi, Rino?

La clamorosa differenza che è balzata agli occhi tra le due squadre è stata quella per cui il manipolo di uomini guidati dall’uomo di Certaldo, al secolo Luciano Spalletti, abbia compiuto quell’indispensabile scatto mentale che la porta oggi a considerarsi una grande squadra pur magari non essendolo pienamente. Andare oltre i propri limiti. Raggiungere l’obiettivo semplicemente perché la maglia che indossiamo merita fino all’ultima goccia di sudore. Retorica spicciola? Assolutamente sì. Certe volte converrebbe che tutti, dal primo dei calciatori all’ultimo dei magazzinieri (con tutto il rispetto per la categoria), si ricordassero che il calcio molto spesso si riduce a mera corsa, sudore e attaccamento ai valori per i quali si fa sport: orgoglio, coraggio, senso di appartenenza. A volte, ma direi anche molto spesso, ciò che conta in 90’ minuti di calcio non sono gli schemi, il giro palla dal basso, le verticalizzazioni o i cambi gioco provati in allenamento ma la cattiveria, la voglia di prevalere sull’avversario, il desiderio di aiutare un compagno in difficoltà o semplicemente quello di sacrificarsi per lo stemma della squadra che si rappresenta. Tutte queste componenti, nel derby di domenica sera, sono mancate al Milan e hanno invece inondato i cuori e colmato le anime degli interisti.

Più che per una chiara supremazia tecnica, l’Inter ha vinto il derby per una chiara supremazia morale. E’ questa la componente che più angoscia i supporter del Diavolo. I calciatori rossoneri hanno affrontato il derby come quegli impiegati che da 30 anni vanno in posta annoiati e timbrano il cartellino solo per dovere d’ufficio. Nessuno slancio emotivo, zero sussulti, istinti primordiali azzerati. Siamo qui solo perché ce lo impone il calendario. Ciò che più dovrebbe far riflettere Gattuso e i suoi uomini è il fatto di aver giocato il confronto cittadino come se fosse una seccatura, una gara da cui evadere piuttosto che da vivere pienamente. E da uno che viveva i derby con l’adrenalina a mille non ce lo aspettavamo proprio. Dove non arriva la tecnica, da sempre dovrebbe arrivare l’agonismo, la corsa, la grinta. Concetti passati di moda perché c’è chi ha voluto elevare il calcio ad ars aulico-ludica (siano maledetti Guardiola e il suo tiki-taka) dimenticandosi però che questo sport da sempre racchiude in se gli aspetti più puri dell’endoscheletro umano. Siamo uomini. Siate uomini. Per tornare ad essere calciatori da derby. E per non vivere di nuovo quel maledetto senso di incompiuto.

Tiri Mancini

Ci siamo stancati di non vincere”: si apre con questa constatazione amara l’intervista del commissario tecnico Roberto Mancini dopo il deludente 1-1 nell’amichevole tra Italia e Ucraina giocata al Ferraris di Genova.

Ennesimo passo falso di un’avventura che stenta a decollare. Sei partite al comando della disastrata Italia post Ventura, una sola vittoria (sofferto 2-1 sull’Arabia Saudita a fine maggio scorso), poi sconfitte alternate a mesti pareggi. La conclusione ineluttabile potrebbe, o dovrebbe, essere solo una: se è vero che abbiamo tanti problemi, è pur vero che Mancini non ne ha risolto nemmeno uno. Tuttavia, non volendo addossare tutte le colpe a chi come il “Mancio” si è appena insediato e non volendo perseguire la corrente dei critici a prescindere, dei depositari di verità assolute senza contradditorio (specie molto evoluta sui social), analizziamo più a fondo quelli che secondo noi sono i problemi che attanagliano la squinternata Italia calcistica. Prima riflessione, semplice e forse anche un po' banale: il calcio è lo specchio del paese. 

Non produciamo più ricchezze, viviamo adagiati sul limbo della mediocrità, accontentandoci di ciò che passa il convento. Ma questo è un articolo sportivo, direte voi: avete ragione. Tralasciando quindi aspetti di più alto impegno intellettivo, la seconda riflessione che emerge dalle pallide prestazione offerte dall’Italia è certamente quella della poca cura dei vivai. Ai ragazzi, più o meno giovani, oggi non si chiede più semplicemente di divertirsi, ma già in tenera età si pretende da loro il raggiungimento del risultato. Da ciò deriva quindi uno scarso sviluppo del talento, oberato e prosciugato dalla rigida freddezza di numeri e schemi. Schiavi della vittoria. Azzerare il talento, ridurlo a mero orpello accessorio rende oggi la cantera italiana priva di quella genialità necessaria allo sviluppo di una più solida consapevolezza nei propri mezzi, Alla rinuncia all’imponderabile.

Prendete Insigne: profeta a Napoli, spaurita comparsa con addosso la casacca azzurra. Personalità sotto lo zero, direbbero i più. Incapacità di esaltarsi al di fuori di uno schema ripetitivo, diciamo noi. E se è indubbiamente vero che oggi non viviamo nella stessa epopea d’oro dei Totti e dei Del Piero, è altrettanto certo che mettere fretta a chi deve ricostruire dalle macerie non sia propriamente una splendida idea. Roberto Mancini si trova oggi nella scomoda posizione di chi deve riscattare il fallimento altrui mescolando il tutto con il lancio dei futuri campioncini azzurri. Leggendola così, sembrerebbe una strada senza uscita. In realtà, il tempo per riemergere dall’abisso in cui sembriamo piombati c’è. La strada è quella del coraggio e Mancini è l’uomo giusto da cui ripartire: ricordate chi lanciò in serie A il diciassettenne Balotelli? Proprio lui, Roberto. Ci aspettiamo dal CT che abbia oggi la stessa faccia tosta di allora. In barba ai risultati, l’Italia e i suoi calciatori devono tornare a vivere l’esperienza in Nazionale con la leggerezza di quei bambini che al parco rincorrono una palla e sognano.

Forse è una visione un po' utopistica, ma potrebbe essere la soluzione al grigiore odierno. Scordandosi della bellezza di un gesto tecnico, della giocata di un campione, voler dogmatizzare il calcio a semplice elucubrazione mentale, ci consegnerà nuovi Ventura e nuovi fallimenti annunciati. Non è tanto chi siede in panchina il problema (pur ribadendo la fiducia per l’attuale tecnico), quanto lo spirito con il quale ci si rapporta con quel manipolo di uomini che l’Italia chiamò. E chiama ogni volta. Approcciarsi con l’aria di chi la sa lunga è deleterio. Cercare la via del talento, far brillare gli occhi per lo stop impossibile di un calciatore, la strada da seguire. Per evitare altri venti di (s)Ventura. E nuovi tiri Mancini.

In Ibra we trust

 

In luglio, appena ci siamo insediati alla guida del Milan, ci abbiamo fatto più di un pensierino. Ibra è un guerriero e il suo legame con Milano e il Milan è incredibile. Oggi impossibile, ma mai dire mai”. Parole e musica di Leonardo Nascimento De Araujo, direttore tecnico dell’area sport del Diavolo. Sobbalzano i cuori del tifo milanista. Ibra, gigante svedese da Malmoe, ancora tu: ma non dovevamo vederci più? Filo spezzato, interrotto in quella calda estate del 2012. Il Milan che smantella, l’addio dei senatori, la cessione pesante di Thiago Silva. E la sua. La partenza di Zlatan, più che quella del forte difensore centrale brasiliano, fa perdere al Milan lo status di grande squadra. Uno status parzialmente riacquistato con l’arrivo del Pipita Higuain durante lo scorso mercato estivo, ma ancora non del tutto risanato. Una ferita ancora aperta, lama conficcata nel petto e dolore lancinante. Dove sei, Zlatan? Colui che tutto può. Eccitazione calcistica allo stato puro.

La prefazione erotico-romantica ci serve per introdurre gli aspetti più strettamente mercatari della vicenda. Perchè Zlatan Ibrahimovic, anni 37 appena compiuti, nel bel mezzo della sua campagna di novello Colombo (ma questa è un’altra storia già raccontata) decide o quantomeno sta prendendo in considerazione l’idea di tornare in Italia, nella Milano rossonera? L’ego smisurato dello svedese partorisce una banale quanto inequivocabile risposta: per noia. Troppo sicuro di se per giocare in un campionato poco competitivo e stimolante come quello americano. MLS utile però per testare il suo fisico e in particolare il suo ginocchio, gravemente infortunato, come tutti ricorderanno, nell’aprile 2017. Ibra c’è. I 20 goal in 25 presenze e i numerosi assist forniti ai compagni (mediocri rispetto a lui, sia chiaro) danno al campione trentasettenne le sensazioni che cercava. Sono ancora dominante. Sono ancora io che decido come indirizzare le partite. Sta tutto nella malinconia americana la molla che spinge Ibra a provarci ancora.

E quale posto migliore se non nella squadra che sta piano piano e con fatica cercando di tornare ai fasti di un tempo? Il Milan, dunque. Riannodare il filo troppo rapidamente spezzato da fredde questioni di bilancio. Tornare ad essere l’epicentro del mondo rossonero. Adrenalina clamorosa per chi vive e si alimenta di sfide quotidiane. Leonardo e Maldini tutto questo lo sanno e strizzano l’occhio ripetutamente al campione svedese e soprattutto al suo agente Mino Raiola: Ibra come strumento di pace. Ambasciator non porta pena, direbbero i più fini cultori dell’arte dei proverbi. Ma quali sono i contorni economici di questa intrigante quanto clamorosa operazione? Non preoccupa e non è un problema l’ingaggio, oggi attestatosi sugli 1.2 milioni annui, quanto la durata del contratto. Ibra vorrebbe un contratto di un anno e mezzo (scadenza giugno 2020), il Milan ne propone uno di mesi 6. La soluzione del rebus è a portata di mano e molto limpida: contratto di sei mesi con opzione di rinnovo per la stagione successiva.

Una sorta di assicurazione per il Milan, che da gennaio a giugno testerebbe continuativamente la rinnovata forgia fisica del calciatore, incentivo straordinario per lo svedese per dimostrare sul campo che quel rinnovo annuale se lo merita eccome. Dal punto di vista tecnico, non vediamo sinceramente nessun contro ma una gamma sconfinata di pro: leadership in campo e nello spogliatoio (Reina insegna), contributo ancora determinante in campo, dall’inizio o subentrando dalla panchina, per dare man forte a Higuain e per agevolare la crescita caratteriale e tecnica di Patrick Cutrone. Insomma, tutte le strade in questo caso non portano a Roma, ma a Zlatan. Dio Onnipotente ed Eterno. Aspettando gennaio, sia fatta la Sua volontà.

In Zlatan noi crediamo.

Amen

Io sono un etrusco residuale, Pallotta un bostoniano allegro”. Così sentenziò Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma, durante la conferenza stampa che ne segnava l’addio ai colori giallorossi, il 7 ottobre 2016.

Additando tale dichiarazione come una delle cause principali della rescissione del suo contratto. L’uomo sostituito dalle macchine, l’intuito sacrificato sull’altare delle mere statistiche e dei freddi dati analitici. In una sorta di Terminator 2.0, Walter Sabatini indossa i panni del leader della resistenza, proprio come fece John Connor nell’epica filmografia con Arnold Schwarzenegger. Da quel giorno, spartiacque decisivo nella storia recentissima della Roma, sono passati quasi 2 anni e l’uomo che oggi è di “ausilio” alle macchine (e non viceversa) è Ramon Rodriguez Verdejo, in arte e per gli amici, Monchi. Il direttore sportivo spagnolo, ex Siviglia, si presenta a Roma il 24 aprile 2017 con l’intento, non troppo celato in realtà, di smantellare tutto ciò che di Sabatiniana memoria è presente ancora a Roma: tutto.

Il Re Mida delle plusvalenze, soprannome affibbiatogli in Spagna e proprio per questo ingaggiato da Pallotta (che si sa perfettamente essere più interessato ai conti che alla conta dei trofei), viene visto e accolto dai tifosi giallorossi come una sorta di liberazione rispetto alla opinabile mala gestio firmata Walter Sabatini. “Con Monchi finalmente torneremo a vincere e non si vedranno più quegli strani inciuci coi procuratori”: una cantilena. Un mantra elevato all’ennesima potenza. Forse per quella strana e paradossale voglia di estero, di esaltazione ingiustificata dello straniero, della pochissima affezione al made in italy, Monchi si ritrova col vento in poppa a condurre la sua prima campagna acquisti estiva.

Nonostante il credito generoso riservatogli, Monchi non dimentica il suo scopo, il suo fine: smantellare per raggranellare. Partono Rudiger, Paredes e Salah. Arriva Di Francesco al posto di Spalletti. Dopo aver inseguito per 2 mesi e mezzo Mahrez, vira prepotentemente su Patrick Schick pagandolo 42 milioni di euro, l’acquisto più caro della storia della Roma.

Datemi un pertugio, un buco, una tana e uno spiraglio di luce. Devo riordinare le idee e osservare meditando”. Parole e musica ancora di Walter Sabatini, che deve quindi assistere inerme alla prima rivoluzione dell’era Monchi. I risultati però danno ragione allo spagnolo: terzo posto in campionato e seconda storica semifinale di Champions. Monchi l’inattaccabile. Monchi l’ottavo nano: Gongolo. Ma Walter sa che la ruota gira e i conti torneranno. Estate 2018. Storia recente. Parte chiunque, prima Nainggolan, poi Alisson e. a mercato chiuso, Kevin Strootman, lavatrice olandese strappata al Psv dal buon Walter per 18 milioni di euro nell’estate 2013. Arrivano Cristante, Coric, Kluivert e l’esperto Nzonzi. Pellegrini viene elevato al ruolo di titolare dopo aver trascorso la stagione precedente a fare la spola tra panchina (molta) e campo (poco). La rivoluzione è terminata. Gli unici superstiti dell’era Sabatini sono Manolas e Dzeko, anch’essi però ad un passo dalla cessione nelle sessioni di mercato precedenti (emblematica a tal proposito la situazione del bosniaco, ceduto al Chelsea a gennaio 2017 e rimasto a Roma solo per volere della moglie Amra). Walter, che nel frattempo ha svolto il lavoro di coordinatore sportivo per Suning all’Inter e al Jiangsu ed oggi occupa il ruolo di direttore sportivo della Sampdoria, “ammira” tormentato e fremente le rovine della sua Roma. Ritrova l’appoggio dei tifosi, per i quali ormai Monchi è diventato il “Cassiere di Siviglia”. E se è indiscutibilmente vero che il percorso di Sabatini a Roma si è concluso con zero trofei, è altresì certo che le squadre da lui create hanno sempre ottenuto risultati che la storia della Roma ha vissuto solo per brevi parentesi. Oggi che la squadra vive l’ennesima pre-rivoluzione (Di Franesco in bilico), ci si chiede se forse non era poi così male il buon Walter, con i suoi eccessi, con le sue mille sigarette, col suo lessico aulico e affascinante e, soprattutto, col suo occhio. L’animo umano, le milioni di increspature che lo modellano, la sensibilità che lo pervade, non potrà mai essere sostituita da una macchina. Walter Sabatini è l’ultimo romantico, appartenente ad un modo di fare calcio vecchio ma mai fuori moda, vissuto sul fremito, sull’attimo fugace della giocata di questo o quel calciatore. Carpe Diem. Mi piace pensare, da scrittore disinteressato alle vicende romane, almeno dal punto di vista del tifo, che in futuro ci sarà spazio per un ritorno di Sabatini a Roma e alla Roma. Per chiudere un cerchio. O semplicemente per riprendere un percorso mai dimenticato. Nel frattempo…

Saluti da Rulettemberg!

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