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Alberto Petrosilli

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Marco Giampaolo, l'esteta silenzionso

Marco Giampaolo è il nuovo allenatore del Milan. La comunicazione ufficiale dell’ingaggio del tecnico pescarese, avvenuta mercoledì nel tardo pomeriggio, ha dato adito ai più disparati dibattiti sul tema. Rischio eccessivo o affascinante scommessa?

Le analisi e le considerazioni spaziano dalla complicata gestione emotiva del personaggio alla convincente idea di gioco mostrata nei suoi trascorsi a Cagliari prima e soprattutto nella Samp poi. La scelta di Maldini e Boban di affidare l’ennesimo tentativo di rinascita degli ultimi sette anni dimostra che la forza delle idee può sopperire a qualche carenza strutturale che al via della stagione la rosa rossonera inevitabilmente presenterà. La capacità di valorizzare il materiale a disposizione fanno di Marco Giampaolo l’interprete perfetto dell’attuale momento storico milanista.

La sua efficacia nel rivitalizzare giocatori inespressi, l’innata capacità di adattare e di plasmare la rosa a disposizione alle sue idee calcistiche fanno di questo controverso mister uno dei più preparati interpreti del panorama nazionale. Elogiato anche da Sarri nella sua prima apparizione torinese. l’ex Brescia è però ricordato dai più per lo spiacevole episodio che lo vide coinvolto quando allenava proprio le rondinelle: sei anni fa, stagione 2013/2014, il tecnico alla vigilia dell’inizio del campionato sparisce nel nulla azzerando tutti i possibili contatti. Si rifarà vivo una settimana dopo dalla sua casa al mare rassicurando tutti sulle sue condizioni di salute.

L’aneddoto, aldilà dell’ilarità che ovviamente suscita, ci è di aiuto per approfondire quello che come abbiamo anticipato in precedenza è proprio il cavallo di battaglia degli scettici: la scarsa capacità caratteriale di reggere alle pressioni, pressioni che sono moltiplicate di N volte in un piazza calda e calcio-centrica come quella rossonera. Al netto di tutto e per completare in maniera chiara il quadro, c’è da aggiungere che lo stesso allenatore poco tempo fa, tornando sull’episodio, ha spiegato che la fuga non fu dovuta a crolli psicologici ma bensì ad una sorta di ripicca nei confronti del presidente del Brescia che non aveva accettato le sue dimissioni, di fatto così non liberandolo. In qualunque modo la si voglia mettere tuttavia, il fatto getta e getterà sempre un’ombra di inquietudine che solo i risultati del campo, l’estetica unita alla redditività del risultato, potranno definitivamente scacciare.  

La sfida si presenta dunque ardua: riportare il Milan in quel solco di bellezza stilistica caratteristica della sua storia, ripercorrere le orme di Sacchi e Ancelotti, elevare il bello a condizione indispensabile per raggiungere le vittorie sono il mantra sposato indissolubilmente da Zvone e Paolo, coppia carismatica che ha vissuto gli anni d’oro di Silvio Berlusconi dove vincere era importante quanto convincere. Il percorso non sarà certamente breve tra morsa dell’UEFA e ovvio restyling della rosa, ma l’idea di tornare ad infarcire il centrocampo milanista di piedi buoni stuzzica moltissimo la nostra fantasia: cresciuti nel segno dell’epopea magica del trio Pirlo-Seedorf-Kakà, non possiamo che accogliere con fervente trepidazione la mission di tornare a palleggiare senza paura sui campi di tutta Italia. Spregiudicatezza desiderata, voluta, rimpianta e poi fortemente ricercata: l’uomo che leggeva Sepulveda è pronto. Al Milan il grande compito di assecondarlo.

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Nel segno di Zvone Boban

Attuale vice segretario della Fifa, ex fantasista del Milan e della Croazia degli anni ‘90, un recente passato da arguto e critico commentatore Sky. Di chi stiamo parlando? Ovviamente di Zvonimir Zvone Boban.

La chiamata alle armi di Paolo Maldini, neo direttore tecnico in pectore del primo vero Milan targato Elliott dopo la supplenza forzata del primo tumultuoso anno, non ha lasciato insensibile il grande fuoriclasse croato, stimolato dall’affascinante sfida di riportare il Diavolo dove è sempre stato, nell’elite del calcio mondiale. Piccato, Zvone. Realista. Dannatamente fatalista. E’ stato questo il tratto caratteristico delle sua lunga esperienza come opinionista televisivo nell’affrontare l’argomento Milan. Troppo dura per lui accettare il ridimensionamento sia tecnico che economico di quella squadra che aveva dominato per 20 anni l’intero panorama calcistico. Famose le sue discussione accese con l’allora AD Adriano Galliani sulla piega provinciale presa dal club, accorati i consigli volti a riportare tutti sulla retta via. Per Boban, lo Zorro più famoso del contesto pallonaro, il concetto di Milan è sempre stato connesso e correlato a quella di top. Di bello. Di super. Di inarrivabile, per certi versi.

L’accettazione dell’incarico da parte sua segna in maniera intangibile la serietà della proprietà americana, minata forse un po' troppo dai toccanti e per certi versi inattesi addii di Gattuso e, soprattutto, Leonardo. Il brasiliano, abbandonando la guida della nave rossonera, aveva fatto calare una pericolosa cappa di scetticismo su tutta la tifoseria e tra gli addetti ai lavori. A rischiarare il clima e a risollevare gli entusiasmi generali, chiarendo definitivamente le intenzioni serissime dei Singer, sono arrivati prima il si di Paolo Maldini e poi, ci permettiamo di sottolinearlo senza la minima intenzione di sminuire l’eterno capitano milanista, quello del croato tutto stile, classe, e competenza.

L’ufficialità è ormai solo una formalità, l’arrivo chiuso mercoledì del centrocampista Krunic, eclettica mezz’ala dell’Empoli, porta indissolubilmente la sua firma. E qui emerge prepotentemente il secondo tratto peculiare del Profeta dell’Erzegovina: quello di scovare prima degli altri il talento altrui. Una capacità che si sposa meravigliosamente con la linea giovane presentata da Gazidis qualche settimana fa alla Gazzetta dello Sport. Ricercare il talento, valorizzarlo, consolidarlo. Una missione che Boban ha trasformato nel must di un’intera carriera, migliorarsi per raggiungere vette difficilmente preventivabili. Quali? Quelle che l’hanno portato direttamente al secondo gradino più importante del podio Uefa: collaboratore strettissimo di Gianni Infantino, frequentatore assiduo delle stanze dei bottoni più importanti del massimo organo calcistico mondiale. Zorro multiuso. Limpido come il sole, accaparrarsi uno dei più influenti manager per semplificare l’annosa trattativa Milan-Uefa sull’intricata questione del FFP. Il carisma, lo charme, il fascino e la competenza di Zorro per andare a chiudere definitivamente la vicenda e permettere finalmente al Diavolo di ripartire, In che modo? Scontato: nel segno di Zvone Zorro Boban.

Interrogativo Icardi

Quanto è difficile essere Mauro Icardi. Personaggio controverso, argentino atipico, bomber di razza con scarsa propensione al gioco di squadra. Leader designato più che naturale, malinconico ex capitano dell’Internazionale FC. Ma, soprattutto, procuratrice ingombrante. Piccoli problemi di cuore, oseremmo dire.

È proprio attorno alla sua figura e a quella di Wanda Nara, avvenente moglie e procuratrice dell’ex Sampdoria, che verte oggi il nostro approfondimento. Inutile tornare a rivangare i fatti della stagione appena terminata, un lungo esilio dall’isola interista culminato poi con un rientro forzato ma degradante sotto l’aspetto della considerazione generale, ma molto importante capire come sbrogliare l’intricata matassa che la gestione Spalletti (impeccabile da questo punto di vista) ha lasciato. Sul fronte nerazzurro spira forte il vento della rivoluzione: approdato il condottiero salentino Conte si sta dando il via, per il momento solo mediaticamente, al nuovo corso tutto regole e morigeratezza targato Antonio&Beppe. Per carità, nulla da eccepire in merito, ma come logica conseguenza di ciò viene quasi naturale pensare che Icardi e Wanda mal si sposino con questa nuova impronta “militare”. Juventinizzare l’Inter, questo lo scopo del duo, quella rigidità molto spesso cameratesca tante volte criticata dal buon Antonio Cassano in questi lunghi anni.


Mauro Icardi, 11 gol in 29 presenze nell'ultimo campionato

Precisazione doverosa: dal nostro punto di vista nulla abbiamo da criticare rispetto alla professionalità di Mauro Icardi, puntualità agli allenamenti, mai una parola fuori posto, atteggiamento impeccabile se parametrato alla delicata questione “fascia di capitano”. Aggiunta altrettanto necessaria: il pesante fardello della moglie-procuratrice complica e rovina terribilmente il quadretto del perfetto calciatore che abbiamo appena disegnato. È proprio l’incapacità di separare i due lati della vicenda, quello prettamente sportivo da quello meramente familiare, a creare quella cappa di incertezza difficile da diradare.

La volontà di Mauro Icardi di rimanere in nerazzurro, vera o presunta che sia, trova il muro invalicabile eretto dall’ex CT della nazionale, convinto che sia meglio allontanarlo dal progetto tecnico interista. Dal nostro umile scranno ci permettiamo di dare un consiglio a tutti i protagonisti della vicenda: è proprio necessario, cara Wanda, ricamare così tanto sulla questione, andando allo scontro frontale con la società? È veramente così difficile, caro Mauro, dimostrare la tua voglia di Inter, professata magnificamente sui social, con un gesto forte e clamoroso come quello di separarsi, dal punto di vista lavorativo, dalla tua compagna? Ed era infine così difficile, caro Beppe, gestire la vicenda con più tatto e più malleabilità dal punto di vista societario? Suggerimenti posti come domande retoriche, vacui ammonimenti che restano sospesi continuando ad alimentare di dubbi, ansie e incertezze le più profonde sinapsi dei tifosi del biscione. A meno che..


Il gol di Icardi nel derby contro il Milan

L’ultimo grande dubbio, l’interrogativo principe che potrebbe completamente sparigliare l’intera faccenda è quello per cui i protagonisti abbiano volutamente creato il caos mediatico e interno per portare alla fine una storia d’amore ormai definitivamente incrinata. Le minacce di Wanda Nara di parcheggiare il giocatore ad Appiano Gentile fino alla naturale scadenza del contratto (giugno 2021) cozzano con la giovane età e le ambizioni dell’argentino, puledro pronto al galoppo ma costretto ad un più mite e deprimente trotto.

D’altro canto, l’inflessibilità della società mal si sposa con la flessibilità necessaria in un mercato dove la diplomazia e il cesello la fanno ormai da padrone. Più probabile credere che all’incertezza da show televisivo faccia da contraltare un fine lavoro di mediazione dietro le quinte che porterà inevitabilmente alla separazione estiva. Roma? Napoli? Juve? Pista estera? Solo i prossimi infuocati mesi estivi ci daranno il verdetto. Con l’augurio di risolvere una volta per tutte i piccoli, ma tremendi, problemi di cuore.

 

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Conte partirò

L’FC Internazionale comunica che a partire dalla data odierna Luciano Spalletti non è più l’allenatore della prima squadra”. Con queste parole stilate mediante canonico comunicato l’Inter di Marotta annuncia la fine dell’era del toscano e da il là a quella di Antonio Conte, juventino nel midollo, professionista esemplare dalla spiccata voglia di rivalsa proprio verso quell’ambiente bianconero con cui stridono ancora in lontananza vecchie ruggini.

Il nativo di Lecce, dopo essere stato in bilico fra santi e falsi dei o per meglio dire fra Roma, Inter e quotate piste estere, ha optato definitivamente per i nerazzurri, convinto da un contratto di 12 milioni totali e dalle promesse di un forte piano di investimento estivo. Se la scelta dell’allenatore salentino potrebbe per certi versi anche essere compresa, dunque, è opportuno soffermarsi sulle dinamiche che hanno portato alla decisione da parte del board interista di affidare l’ennesima rivoluzione tecnica proprio ad un personaggio ed un allenatore come Conte.


L'irrefrenabile corsa di Antonio Conte

Il salto da Spalletti - classico allenatore da piazzamento - all’ex ct della nazionale italiana - vincente per storia e tradizione - è netto. Che sia partito definitivamente l’attacco al monopolio juventino di questi 8 lunghi anni? La risposta potrebbe essere certamente positiva se non fosse che la situazione economica dei nerazzurri mal si concilia con l’allestimento di una squadra super competitiva attraverso ingenti investimenti.

Stretta nella morsa del FPF e oberata da debiti che sfiorano i 900 milioni, facciamo davvero fatica a credere come si possa costruire una rosa pari ai desiderata di Antonio Conte. Dal punto di vista mediatico la mossa è francamente ineccepibile. Grande impatto, presenza, stile, carisma, personalità e caratteristiche che permettono all’Inter di occupare con pieno merito le prime pagine dei quotidiani e le home page dei principali siti internet. Dietro la cortina di fumo dei riflettori però si ammassano mille interrogativi molto difficili da dirimere. È veramente il parametro 0 Godin o il chilometrato Dzeko il prototipo di rinforzo proposto (e accettato) da Antonio Conte?

Ci sorprenderemmo non poco se partissimo dal presupposto che l’allenatore divenne famoso per la famosa frase dei 10 euro nel portafoglio e i ristoranti da 100 euro, metafora economico-culinaria per spiegare l’allora evidente impossibilità della Juve di rivaleggiare con i migliori top team europei. E proprio perché ci pare francamente assurdo poter insistere su questo scenario, proviamo a porre invece l’accento sull’altro lato della medaglia: l’aspetto economico. Il vanesio Antonio, l’immarcescibile condottiero senza macchia, potrebbe essere stato solamente “corrotto” e convinto dal vile denaro? Una risoluzione positiva di questo quesito sbroglierebbe di gran lunga la matassa e ci permetterebbe di comprendere come l’inseguimento ad una squadra pronta per vincere da subito sia stato immolato sull’altare del mero aspetto economico.


Antonio Conte può fare anche il vigile urbano

Scelta legittima, sia chiaro. Inattaccabile e inappuntabile dal punto di vista del benessere sociale, proprio e dei suoi familiari. Criticabilissimo però se ricolleghiamo la scelta alle parole pronunciate 20 giorni fa dallo stesso Conte, le cui apparizioni televisive e non hanno quasi collimato con quelle dei leader politici in piena bagarre per le europee. Dimenticare il passato, vivere il presente, crearsi il futuro. Potrebbe essere questo il mantra del popolo interista un momento prima di imbarcarsi sul vascello guidato dall’ex Juve. Per capire strategie e programmi e per avere risposte ci attende una traversata lunga 3 mesi, fino al gong del fatidico 2 settembre. Su navi per mari che non ho mai veduto e vissuto Con-te. Adesso si li vivrò. Conte.

 

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Caos calmo

 

Novanta minuti alla fine delle ostilità. Novanta minuti per la gloria o per la polvere. Una partita. Una sola, singola, maledetta partita. Prima dell’ennesima rivoluzione?

E’ precisamente questo lo scenario che aleggia sulle teste dei dirigenti dell’AC Milan e su quella del suo allenatore, Gennaro Gattuso. La trasferta di Ferrara in casa della Spal di domenica sera alle 20.30 segna l’ultima tappa di un campionato e di una stagione complicata, quella dell’ennesimo passaggio di proprietà e di una continua frizione fra Leonardo e lo stesso mister calabrese. A differenza degli ultimi 5 anni però, nonostante questo quadro non proprio idilliaco, i rossoneri sono ancora in piena corsa per il ritorno in Champions e proprio per questo tutte le discussioni sul futuro sono rimandate a lunedì 27 maggio.

Come è tradizione però, in questo periodo dell’anno le voci si rincorrono e non possiamo certo far finta di evitarle o credere che non esistano. La posizione che sembra più in bilico è quella di Leonardo Nascimento De Araujo, dirigente brasiliano poliglotta e affetto da una spiccata dose di maniavantismo. E’ nostra premura affermare, per amore della verità e della coerenza, che la figura dell’ex Inter ci ha sempre tremendamente affascinato. Carismatico, poliedrico, incisivo. Brillante. Tutte caratteristiche che ci avevano fatto vedere di buon occhio il suo terzo ritorno a Milano sponda rossonera. E proprio per questo ancora oggi ne caldeggiamo e ne caldeggeremmo la permanenza.

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Cosa è andato storto, verrebbe dunque da chiedersi. In quella che sembra l’ultima settimana da direttore sportivo del Diavolo, è chiaro ed evidente che un peso rilevante nella pressochè certa decisione di Paul Singer di allontanarlo dalla sua carica abbiano pesato indissolubilmente gli ormai annosi contrasti con Rino Gattuso e soprattutto una politica economica e di mercato, quella imposta da Ivan Gazidis, che mal si abbina con l’idea di calcio del brasiliano. Ma andiamo con ordine: narrano fonti accreditate che giovedì 15 marzo, alla vigilia del derby di ritorno, Leonardo si fece pizzicare da Gattuso intento a spiegare ad alcuni calciatori della rosa rossonera, tra i quali Paquetà, alcuni movimenti da eseguire poi nel rettangolo di gioco. Esautorando, di fatto, l’allenatore. Tra gli strali di Rino e l’abile ma duro lavoro di ricucitura da parte di Maldini, la stagione del Milan ha preso da quel momento quella disastrosa china che l’ha portato a perdere un terzo e poi un quarto posto consolidato ormai da 2 mesi e obbligando la truppa milanista a sperare solo nelle disavventure altrui per riconquistarlo.

Una mossa questa, ci permettiamo di dire, abbastanza dilettantesca. Ego non al servizio della causa comune ma solo al servizio di sé stesso. Forse il peggior difetto di Leo, ragionare sempre per l’io e mai per il noi. Difetto che si ripercuote poi nel secondo aspetto che sta spingendo Elliott a prendere una strada diversa: quello della strategia economica e tecnica del Milan. Ivan Gazidis, amministratore delegato profumatamente pagato, detta la linea finanziaria da seguire e all’interno di questa devono inserirsi i colpi e le strategie di mercato rossonere. Ebbene, il terzo no, dopo quelli per Ibra e Fabregas, al prossimo acquisto dell’esterno brasiliano Everton hanno incancrenito definitivamente i rapporti tra i 2, con Leonardo ingabbiato in una morsa che, secondo lui, gli impedisce di lavorare al meglio. Prove di dismissione, dunque. Nella settimana decisiva per la Champions spira ancora forte il vento della rivoluzione. Il quarto posto come panacea di tutti i mali? Chi vivrà vedrà. La resa dei conti è vicina.

L’estate 2019 si preannuncia rovente per quanto riguarda il toto-allenatore. Se dal punto di vista climatico questo pazzo maggio sembra tutto tranne che prossimo ad accogliere il tipico caldo estivo, la stessa cosa non si può dire per i tantissimi mister che con la valigia in mano sono pronti ad imbarcarsi in una nuova e affascinante avventura.

È di 24 ore fa la notizia della separazione consensuale tra la Juve e Massimiliano Allegri, a conclusione di un ciclo di 5 anni che ha portato in dote 11 trofei: nel dettaglio, 5 scudetti, 4 Coppe Italia e 2 Supercoppe Italiane. Altrettante le finali di Champions giocate. E perse. E sta proprio qui il punto di non ritorno. Quella terribile e incessante ossessione di Agnelli, Paratici e -soprattutto- Nedved di alzare finalmente la coppa dalle grandi orecchie. Troppo logoro e consumato ormai il rapporto, poche le motivazioni per continuare a dare impulsi ad un gruppo che vince continuativamente da otto anni.


Un pacato Allegri

Si cambia dunque, buonuscita e tanti saluti. La domanda a questo punto sorge spontanea: chi a Vinovo? Premettendo che non abbiamo la presunzione di affermare di avere la verità in tasca, se dovessimo scommettere un euro avremmo pochi dubbi nel metterlo su Pochettino, attuale finalista di Champions col suo Tottenham. I motivi sono facilmente intuibili. Allenatore elegante, aziendalista, europeo. Proprio tutte quelle caratteristiche che fanno gola ai vertici Fiat e proprio l’uomo identificato come perfetto a dare ai bianconeri un respiro più internazionale.

L’alternativa porta il nome e il cognome di Antonio Conte, promesso sposo nerazzurro. Promesso, appunto. Tremendamente legato al famoso detto popolare della sora Camilla, Conte sembra assomigliare sempre più a quello che tutti lo vogliono ma nessuno se lo piglia. Più precisamente, la strategia del tecnico leccese è ormai chiara, aspettare la migliore occasione prendendo tempo con qualsiasi squadra che lo cerchi. E in Italia cosa c’è di meglio della Juve? In attesa d sciogliere questa intricata matassa, osservano interessate al valzer delle panchine anche Milan e Roma, entrambe sconquassate al proprio interno da lotte intestine che ne minano serenità e competitività futura.

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L’addio di De Rossi ha definitivamente lacerato il già sottile laccio che teneva uniti tifosi e proprietà, con un Totti praticamente esautorato e un Baldini sempre più occulto deus ex machina delle sorti giallo-rosse. Il progetto giovani che si scorge all’orizzonte (insieme al numero 16 dovrebbero lasciare anche Manolas e Dzeko) sembra tagliato su misura per Giampiero Gasperini, condottiero indefesso dell’Atalanta dei miracoli e desideroso di una nuova occasione dopo il fallimentare trimestre interista. Fonti autorevoli parlano di un accordo già sottoscritto col nuovo Ds romanista Petrachi, un triennale a 2.5 milioni all’anno. Ridimensionamento o meno, siamo dell’idea che Gasperini abbia tutte le carte in regola per infiammare nuovamente la glaciale piazza romana di questo periodo.

Sponda rossonera, la situazione non è di certo più tranquilla: tensioni esasperate tra Leonardo e Gattuso hanno lastricato di ostacoli il percorso quarto posto e le stesse tensioni tra il brasiliano e Gazidis sembrano propendere per un licenziamento in tronco del direttore sportivo a fine anno, Ennesima rivoluzione societaria dunque: i nomi per la sua successione sono quelli di Tare e Campos. E Gattuso? L’ottimo rapporto instaurato con l’ex Arsenal potrebbe portarlo ad una clamorosa conferma in caso di insperata qualificazione europea, ma la linea Elliott sarebbe quella di dare finalmente via al proprio corso affidando le questioni di campo ad un allenatore scelto da loro e non ereditato dalla passata gestione sportiva.


Sarri probabilmente lascerà il Chelsea a fine stagione

Il nome, già fatto di recente su queste pagine, è sempre quello di Maurizio Sarri, in odore di esonero dal Chelsea dopo la finale di EL del 29 maggio e forte di un pre-accordo col Diavolo sulla base di un contratto di 3 anni a 4 milioni a stagione, bonus inclusi. Che sia di nuovo l’avvento del Sarrismo? Probabile, anche se all’orizzonte si staglia minacciosa la sagoma di un livornese sorridente, amante dell’ippica e ironico quanto basta. Perplessità? Ragazzi, è molto semplice: state...Allegri.

Arroganza Charrua

 

Adani-Allegri parte seconda. Dopo la lite intercorsa tra i due al termine di Inter-Juve, con Allegri stanco dell’ennesima ramanzina fatta dal noto opinionista, venerdì sera, dopo un equilibrato derby della Mole, è arrivata la seconda puntata di quella che si preannuncia una vera e propria battaglia ideologica su come si dovrebbe interpretare e analizzare il calcio.

Da che parte stiamo? Il titolo dovrebbe essere quantomeno indicativo: Allegri ha perfettamente ragione. Se come ci ricorda la compagnia telefonica che fa da main sponsor al campionato di Serie A (leggasi Tim) il calcio è di chi lo vive, ci pare francamente assurdo ergersi a profeta incontestabile dello stesso stando comodi su uno sgabello di Sky, in studio, rassicurato dal tepore e la difesa dei tuoi compagni di lavoro.


Adani vs Allegri, parte 2 

Ci sembra allo stesso modo assurdo trasformare il gioco del calcio in una sorta di trattazione filosofica che al confronto la Fenomenologia dello spirito di Kant risulta essere un semplice romanzo per adolescenti. Ci battiamo da anni per far capire che il calcio è uno sport semplice e abbiamo trovato in Massimiliano Allegri il perfetto esponente di questa linea di pensiero. Un gioco stupido per persone intelligenti. Purtroppo queste ultime, oggi, scarseggiano. I teorici del niente. Dispensatori di luoghi comuni a getto continuo, lesti nel voler ingabbiare giocatori e allenatori all’interno di fantomatici schemi e sistemi di gioco.

 

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Domandiamo, umilmente e al contempo con fare provocatorio: ma se nel calcio vincono gli schemi, perché gli allenatori non usano tutti quello vincente? Che cosa vuol dire schema nell’immaginario collettivo? La verità, o perlomeno il nostro pensiero, ci porta invece ad affermare con convinzione che sono i calciatori a fare il sistema di gioco, sono gli interpreti a determinare qualità e prestazione del collettivo. Troppo facile e riduttivo parlare di moduli, molto più intelligente valutare i contesti, le fasi della stagione, apprezzare semplicemente i gesti tecnici dei giocatori.

Quando si parla del calcio sembra che dobbiamo inviare i missili sulla luna”, dice Max. E noi lo assecondiamo. Come in tutte le attività lavorative della vita, anche nel pallone esistono le categorie, quelle linee sottili che marcano la differenza fra buon giocatore e campione, tra allenatore discreto e top manager. Ma il calcio, per sua natura, è dei calciatori, degli atleti che vanno in campo, delle loro performance settimanali. Il nostro profilo di allenatore ideale? Quello che mette i calciatori nelle posizioni migliori e dà alla squadra una buona organizzazione difensiva. Non abbiamo mai creduto agli allenatori taumaturgici, pensiamo da sempre che l’allenatore intelligente è quello che non inventa nulla ma collocando i componenti della propria rosa nelle posizioni più consone alle loro caratteristiche riesce a tirare fuori il massimo del proprio potenziale. Non ci siamo mai discostati da questa forma mentis. Pontificare dall’alto del nulla come se stessimo parlando della quintessenza del cosmo ci pare quantomeno azzardato.

Ricordarsi che la semplicità è tutto quello a cui dovremmo ricondurre questo fantastico sport sarebbe un eccezionale passo avanti. Ma si sa, le cose semplici sono le più difficili. Per questo, forse, ci facciamo ammaliare dai presunti santoni della conoscenza. Non capendo però che nessuno di loro sa di non sapere. Filosofia? No, semplicità. Del resto il calcio è veramente tutto qua.

 

Il Diavolo veste Sarri

Intendiamoci subito, cari lettori: questo non sarà uno di quei classici articoli di informazione sportiva, asettici nelle loro fredde informazioni, glaciali nelle analisi più dettagliate, avulsi da qualsiasi considerazione personale. No, non sarà tutto questo.

Assomiglierà molto di più ad una lettera a cuore aperto a quello che con tutta probabilità sarà il nuovo allenatore dell’AC Milan di Milano: Maurizio Sarri. Siamo felici di questa notizia? Vibriamo al pensiero del toscano con le natiche ben piantate sulla panchina di San Siro? Ebbene, no. Noi lo sappiamo, caro Maurizio, che l’aria di Londra ti sta stretta, che il rapporto con Abramovich stenta a decollare per quell’incompatibilità di caratteri figlia di origini di vita troppo distanti una dall’altra, conosciamo bene quel tuo ammaliante, ripetitivo, ossessivo modo di giocare con le sovrapposizioni dei terzini, i tagli degli esterni, il tiki-taka di Guardiolana memoria, l’idiosincrasia spiccata al turnover. Ti abbiamo ben presente, una maschera di insoddisfazione tra il fumo del tuo amato sigaro, il taccuino da novello Mourinho, i modi burberi e soprattutto quell’inseparabile tuta, manco fosse l’armatura di uno degli Avengers.

sarri galliani

Galliani fa i complimenti a Maurizio Sarri, sulla panchina del Napoli

Ti abbiamo ammirato, in principio, invocato in quella torrida estate del 2015, quando alla fine dell’ecatombe Inzaghi e in bilico tra i mille tentennamenti di Ancelotti ci sembravi l’unica ancora di salvezza di una nave ormai alla deriva. Fummo molto vicini a quei tempi, Galliani ti strappò un accordo e un sorriso (!), prima che Berlusconi stracciasse tutto per mere ideologie politiche. Diverse ai tempi, così diverse che ti spinsero fra le braccia dell’eccentrico patron De Laurentiis e della calorosissima piazza napoletana.

Forse è lì che la nostra cotta per te cominciò a vacillare, ad attenuarsi, a rivendicare quella pia illusione che ancora una volta ci era stata strappata via. I tuoi anni all’ombra del Vesuvio sono filati via tutto sommato lisci, iniziali incomprensioni tattiche culminate con la splendida cavalcata quasi scudettata della stagione 2017-2018. Tutto molto bello. Tutto, forse, troppo bello.

Non ci convinceva, caro Maurizio, quella litania cantilenante sui fatturati che ci propinavi ad ogni maledetta conferenza stampa, quell’usura nell’utilizzo diabolico di pochissimi componenti della rosa, quella maniacalità tattica che da pregio ai nostri occhi era ed è diventata un urticante e pruriginoso difetto. Ti abbiamo collocato, per tutta queste serie di ragioni, nel limbo dei tanti allenatori del “vorrei ma non posso”, il bel calcio a discapito dei risultati, la rigidità calcistica fatta dogma.

Non ci piaci più. burbero Maurizio. Ed è per questo che siamo sobbalzati quando in questi ultimi giorni abbiamo appurato che potresti essere il condottiero scelto da Maldini e Leonardo per avviare definitivamente il progetto targato Elliott. Se avremo mai l’opportunità di confrontarci, ti diremmo schiettamente che avremmo preferito o preferiremmo altro, che ci inquieta quella tua incapacità di essere versatile mista forse ad una lievissima ignoranza paesana. Potremmo annusarci, lanciarci frecciatine, ma non andremmo mai pienamente d’accordo.

Eppure sei il prescelto. Eppure sappiamo che possiedi tutte le carte in regola per farcela tornare quella stra-maledetta cotta del 2015. Eppure una vocina ci sussurra che forse potresti essere quello giusto, anche più di quell’Antonio Conte che tanti, forse troppi, bramano. Non ci piaci, caro Maurizio. Ed è magari per questo che ci intrighi. Come un bel vestito di Prada. Anche se te, lo sappiamo, sei più comodo in tuta.

Alberto Petrosilli

Siamo ancora troppo Acerbi

 

L’Italia è un paese bellissimo. Ricco di storia e cultura, di arte, di quella sacralità tipica della cultura prettamente italica. Pullulano turisti e visitatori nelle migliori città dello stivale, da Roma a Venezia, passando per Firenze, Milano e Torino. Stiamo descrivendo un perfetto paesaggio bucolico? Apparentemente sì. Apparentemente, appunto, perché in mezzo a cotanta vastità artistica, il BelPaese è impregnato di un urticante, fastidioso, pruriginoso “malessere”: il moralismo.

Chiamasi così quel tronfio modo di interpretare una qualsivoglia vicenda secondo il classico proverbio del calcio alla botte e uno al cerchio. Il perbenismo elevato all’ennesima potenza, quella codarda incapacità di prendere una decisione convinta, galleggiando nel limbo dell’ovvio e dello scontato. Malanno ben radicato nella tradizione italica, presente in tutti i campi e i settori della quotidianità, non sfugge ad esso neanche l’impresa sportiva per eccellenza: il calcio. Ebbene sì, miei cari lettori, anche lo sport nazional-popolare combatte da anni con forme di moralismo più o meno variegate che contaminano l’eterna bellezza della sfera a scacchi.

rino

Rino a sedare le scenate alla fine di Milan Lazio

Non sfugge a questo scenario, in questa settimana di lacrime e sangue, anche l’ormai famoso caso Kessiè Bakayoko Acerbi, con il duo rossonero messo letteralmente alla gogna mediatica per il gesto perpetrato alla fine di Milan-Lazio, quando i due centrocampisti hanno mostrato alla curva del Diavolo la maglia del bravissimo difensore biancoceleste. Ora, sicuro del fatto che tanti che si accingeranno a leggere questo scritto convivano da anni con tale morbo, è mia premura fare una doverosa premessa: Kessiè e Bakayoko hanno sbagliato. Discutibile e di poco gusto gettare al pubblico ludibrio la maglia di un avversario che scambiandola aveva avuto proprio l’intenzione di chiudere la vicenda social scatenatasi nei giorni precedenti.

Gesto da evitare, dunque. Partendo da questo presupposto però ci è impossibile non passare a commentare quello che è stato il contorno della vicenda e le conseguenze incredibili che la stessa ha avuto. Ma è possibile che un gesto seppur deprecabile smuova tutta l’opinione pubblica nazionale, spingendo ad intervenire anche il sottosegretario della Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, il quale, ci permettiamo di dire, avrebbe moltissime altre cose a cui pensare? È possibile che si richiedano pene esemplari quando gesti di questo tenore in passato sono stati vissuti e giudicati come un semplice sfottò?

Il calcio è denso di episodi simili, dalle quattro dita di Totti sbattute in faccia a Tudor in un famoso Roma-Juve, dai calzini che Rudiger vendeva a Stoccarda secondo la “lucida” analisi di Lulic, gli attributi di Ronaldo mostrati ai tifosi dell’Atletico. Vedendo la differenza emotiva e di pancia che tali vicende hanno provocato, viene da chiedersi se l’episodio sia stato così reclamizzato perché riguardante due ragazzi di colore. Oppure se lo sia stato per la gravissima malattia che Acerbi ha combattuto, vincendola. Dubbi che probabilmente rimarranno inevasi, ma che forse hanno un minimo fondo di verità.

Il coro intonato dalla Curva Nord della Lazio durante il recupero contro l'Udinese

Moralismo che troppo spesso in questo caso fa rima con razzismo: si sono preoccupati i vari Gravina, Malagò, Pecoraro, Tommasi di chiedersi se in questo preciso momento storico, dove il tema dell’immigrazione è chiaramente dominante, le loro sentenze dialettiche avessero potuto aizzare ancora di più forme di odio etnico? Il calcio che si mischia alla politica, il calcio utilizzato come mero contenitore di consensi per i proprio interessi personali. Stiamo forse esagerando? Magari sì, ma a sentire il coro della Curva Nord dell’altra sera durante Lazio-Udinese non pensiamo di essere andati molto lontano dal vero. “Poporopo, questa banana è per Bakayoko”: non proprio una dichiarazione di pace alla viglia della delicata semifinale di ritorno di Coppa Italia del prossimo 24 aprile. Già, una banana: l’unico frutto dell’amor, direbbe qualcuno. Simbolo di odio razziale, in questo caso. Come la mettiamo adesso, signor Pecoraro? Siamo vigili, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Non molto fiduciosi, questo ci sia concesso. Perchè la dialettica è importante, ma sono i fatti quelli che contano. E su quelli, purtroppo, siamo fermi. Immobili. Apparentemente, troppo Acerbi.

Dal Vangelo secondo Paolo

Il deferimento dell’Uefa? Non ci preoccupa, era un passo obbligato e siamo molto sereni. Elliott ha tantissimi mezzi e siamo pronti a tutto per il Milan”. Parole e musica di Paolo Maldini che alla vigilia della delicatissima sfida Champions con la Lazio a San Siro tranquillizza i tantissimi tifosi rossoneri preoccupati da una clamorosa esclusione dalle coppe europee per la prossima stagione.

Curioso il caso di Paolo: invocato a gran voce dal popolo milanista nell’ultimo decadente quinquennio Berlusconiano, oggi pizzicato per la scarsa esposizione mediatica nonostante il suo ruolo di direttore dell’area sport rossonera, col brasiliano Leonardo spesso pronto a tirare le fila di fronte a microfoni e taccuini. L’atteggiamento del figlio di Cesare però non ci stupisce. Maldini non parla, scolpisce. E quando il capitano di mille battaglie prende la parola si tace umilmente e si ascolta. Un caso forse che una proprietà forte come Elliott abbia speso proprio il suo dirigente mediaticamente più importante il giorno dopo quello che pare essere a tutti gli effetti un attacco frontale dell’UEFA? Ovviamente no. Il carisma di un uomo che del Milan ha respirato e incarnato l’essenza come rimedio taumaturgico ai tanti malanni e pensieri che tormentano i cuori dei supporter del Diavolo.

Lungi da noi sconfinare nel più elevato campo religioso, si tratta pur sempre di calcio, ma inquadrare la figura di Paolo Maldini come una sorta di Messia del mondo milanista non ci sembra poi così tanto azzardato. Leale sul terreno di gioco, ingombrante e colto quanto basta per sfidare senza paura gli esponenti della Curva Sud, ancora e scialuppa di salvataggio nel tragicomico passaggio dal cinese Li all’americano Singer. Mille sfaccettature che fanno di questo cinquantenne l’uomo ideale per ridare solidità ad un progetto, quello rossonero, sconquassato negli ultimi anni da vicende che non hanno minimamente intaccato il blasone ma ne hanno atterrito storia e prospettive future. Ce lo ricordiamo bene tutti quel 5 agosto di un anno fa: un comunicato sanciva il ritorno a casa dell’ex numero 3, ai margini del calcio da troppi anni. E ci ricordiamo bene ancora oggi il fremito di gioia che abbiamo provato nel poter accostare nuovamente la sua persona alla nostra storia.

Passato, presente e futuro. Icona dei successi andati, manifesto futurista di nuove conquiste. Oggi, col Milan quarto a sette giornate dalla fine di un campionato che potrebbe finalmente riportare il club nell’Europa che conta davvero, l’afflato mistico di Paolo Maldini aiuta a ricordare a tutti che il Milan c’è, battagliero e pronto a non lasciare nulla al caso. Un segnale forte, importante, clamorosamente esatto nella sua semplicità. Già, la semplicità. Elemento ormai disperso di un calcio che va a mille all’ora e che uomini come il direttore tecnico dei rossoneri aiutano a rinvigorire e a tenere sempre bene in mente. “Siamo pronti a tutto”. Preciso, lineare, conciso ma dannatamente efficace. Credibilità elevata all’ennesima potenza.

Non semplice vessillo da sventolare ed esibire, ma immagine sacra operativa e vogliosa di lasciare ancora una volta il segno nella storia. Quella del calcio. Quella del calcio milanista. “Noi siamo pronti a tutto”, versetti 1-10, Genesi. Dal Vangelo secondo Paolo.

 

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