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Giovanni Piperio

Giovanni Piperio

Gli Europei del 1968

 

Roma, 10 Giugno del 1968, Stadio Olimpico. Gli spalti sono strapieni e si sta per disputare la finale dell’europeo tra i padroni di casa dell’Italia e la temibile Jugoslavia. 

Il popolo italiano sogna il suo primo trionfo europeo dopo i due precedenti mondiali conquistati nel 1934 e nel 1938. Il 1968 non è un anno qualunque, è un anno di cambiamenti in cui la gente si ribella e scende in piazza per cambiare la propria condizione economica, gli studenti protestano (famosi i moti degli studenti dell’Università La Sapienza di Roma) con alcuni addetti ai lavori del mondo del calcio che diranno che il calcio è una fonte di distrazione dai moti di rivoluzione.

Per le strade risuona “Pugni chiusi” de I Ribelli e l’Italia non parte da favorita ma è spinta da un Olimpico tutto schierato a favore suo e riuscirà nell’impresa di trionfare dinnanzi al suo pubblico.

Un’impresa nel vero senso della parola visto che in semifinale l’Italia aveva rischiato l’eliminazione a causa del sorteggio con la monetina. All'epoca ancora non c’era il sistema dei calci di rigore e visto lo 0-0 dei tempi regolamentari e supplementari contro la temibile URSS, lo stadio San Paolo il 5 Giugno tremava al fatto di vedere i propri pupilli uscire nel modo più brutto possibile. Ma pochi sapevano che il buon Giacinto Facchetti, compagno e rivale di Dino Zoff nel gioco delle carte, era molto fortunato. Zoff infatti ancora prima di vedere l’esito della monetina aveva capito che l’Italia sarebbe passata in finale. E così fu.

Il San Paolo era in festa così come tutta Italia e tre giorni dopo ci sarebbe stata la Jugoslavia, una squadra fortissima ma allo stesso tempo non vincente. Eppure sono gli jugoslavi a passare in vantaggio, fino a quando Domenghini su punizione ristabilisce la parità all’80esimo minuto con conseguente ripetizione della partita. Due giorni dopo l’Olimpico è ancora più in fermento e al 12esimo minuto il giovane Gigi Riva sigla il gol dell’1 a 0 che apre le porte del trionfo, sancito definitivamente da Pietro Anastasi al 31esimo.

L’Italia trionfa e il pubblico sugli spalti per festeggiare brucia i giornali quasi ad imitare l’effetto torcia dei moderni telefoni. Un tocco di nostalgia di un'Italia che non c'è più.

Il ritorno del figliol prodigo.

Il ritorno del figliol prodigo.

“Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Queste parole della canzone “Amici Mai” di Antonello Venditti sembrano scritte appositamente per il ritorno di Leonardo Bonucci alla Juventus. Bonucci che con la Juventus aveva interrotto la sua storia d’amore un anno fa, anzi anche prima visti gli screzi interni con la punizione dell’ormai celebre sgabello di Oporto, della presunta lite nell’intervallo della finale di Champions League di Cardiff contro il Real Madrid e del rapporto incrinato con mister Max Allegri. La vita è strana e imprevedibile ma in un ritorno di Bonucci in maglia bianconera neanche il più folle scommettitore inglese avrebbe scommesso un euro anzi una sterlina. Se c’è stato questo ritorno alle origini è tutto dovuto all’effetto CR7, perché quel portoghese così forte in campo è capace di spostare gli equilibri ovunque e condizionare tutto ciò che lo circonda come testimoniano le migliaia e migliaia di magliette sue vendute e addirittura le quotazioni del fantacalcio cresciute vertiginosamente e che hanno fatto aumentare i prezzi dei vari Icardi, Immobile, Dybala. Sicuramente senza Ronaldo in bianconero non si sarebbe potuto concretizzare questo clamoroso ritorno di Bonucci perché innanzitutto l’umore della piazza sarebbe stato negativo con possibili veementi proteste da parte dei tifosi bianconeri, ma con l’acquisto del miglior giocatore del mondo anche un po’ di amaro diventa dolce; dolce perché non si parla di un giocatore di livello basso ma di un difensore capace di formare con Giorgio Chiellini una super difesa. Seppur molti tifosi di fede bianconera sono contrari sia per quanto accaduto un anno fa e sia per le modalità di ritorno del difensore ormai ex capitano milanista, visto che la Juventus ha dato in cambio Mattia Caldara giovane di belle speranze e futuro della nazionale c’è un perché che si riassume in due parole: Champions League. La Juventus che è stanca di vincere solo in Italia vuole tornare ad alzare la coppa dalle grandi orecchie che manca dal lontano 1996 e vista l’età di Ronaldo non può mica attendere che Caldara maturi e diventi un top, perché attualmente non lo è ma potrebbe diventarlo nel giro di 3-4 anni e anche a livello economico l’operazione ha una quadratura perché Caldara senza aver giocato una partita in bianconero viene venduto a 40 milioni (scambio alla pari con Bonucci valutato anch’egli 40) dopo che la Juventus lo aveva acquistato per 15 milioni e ovviamente con la recompra o se magari invece di Caldara veniva ceduto Daniele Rugani che ha dimostrato di non essere un top sarebbe stato molto meglio ma come si sa, nessuno regala nulla soprattutto nel mercato e quindi il sacrificio Caldara è mirato. Ma attenzione perché la Juventus è si una delle favorite a vincere la Champions ma non è obbligata a vincerla perché ci sono squadre come il Psg che spendono milioni su milioni con giocatori top ma che non la vincono poi e chi l’ha vinta e chi ne capisce di calcio sa che in Europa ci vuole bravura, mentalità ma una cosa fondamentale, il fattore C (CU..) perché un episodio a favore o sfavore può cambiare la stagione e persino la carriera di un giocatore o di una squadra e il delitto perfetto sarebbe un gol di Bonucci in finale Juventus-Psg contro l’amico Buffon con la Juventus campione d’Europa, in quel caso i tifosi bianconeri dimenticherebbero l’esultanza di Bonucci allo Stadium di qualche mese fa contro la curva bianconera ma realisticamente parlando già tra qualche mese probabilmente si ricomporrà la frattura. Bentornato a casa Bonny.

Atalantaland

Negli anni 90 il Foggia di Zeman era chiamato dai tifosi "Zemanlandia" visto il calcio offensivo e spumeggiante di quel Foggia sforna talenti come Giuseppe Signori, un bomber che ancora oggi nonostante abbia smesso da un pò di giocare è tra i migliori realizzatori della storia del campionato italiano.

Oggi Zemanlandia è solo un qualcosa di nostalgico per gli amanti del calcio offensivo ma invece c'è una realtà che ormai da anni è una certezza e che ogni anno non smette di sorprendere: è l'Atalanta.La società bergamasca puntualmente sforna e fa crescere i migliori talenti che frutteranno diverse importanti plusvalenze economiche. Il segreto dell'Atalanta è nelle sue strutture ben organizzate (cosa in Italia molto rara) e c'è un settore giovanile di livello, infatti la squadra primavera spesso è protagonista nel campionato di calcio dedicato alle squadre primavera ma il percorso inizia da piccoli.

I giovani campioni affrontano dure prove prima di entrare in squadra e solo i migliori vengono selezionati e una volta passato il provino possono vedere da vicino i loro idoli che ammiravano prima da casa e stare in contatto con loro. Infatti il centro sportivo di Zingonia offre grandi spazi e tanti campi di allenamento in cui i piccoli calciatori e quelli della prima squadra si allenano vicinissimi. I primi risultati degli investimenti sulla struttura di Zingonia e sul vivaio si vedono tra fine anni 90 e inizi anni 2000; si ricordano i gemelli Zenoni,Pazzini, Montolivo che hanno avuto l'onore di giocare anche in Nazionale e questo è motivo d'orgoglio per la società bergamasca. Oggi l'Atalanta come quell'Atalanta di fine anni 90 è di nuovo protagonista e non è più una sorpresa; guidata da Gasperini negli ultimi anni ha valorizzato giocatori come Caldara, Conti e Cristante che saranno i prossimi perni dell'Italia. Infatti Conti è stato acquistato dal Milan la scorsa stagione e dopo lo sfortunato infortunio al legamento crociato vuole tornare ad essere protagonista; Caldara invece è sbarcato da poche settimane a Torino sponda Juve e nonostante ci sono voci di mercato che lo vogliono vicino al Milan nell’affare Bonucci dovrebbe restare con i bianconeri con il recente placet di mister Max Allegri; Cristante invece è andato da poco a Roma sponda giallorossa e dimostrerà di poter sostituire il ninja Nainggolan che si è trasferito nell’Inter di Luciano Spalletti.

Nonostante questi giovani forti e di prospettiva che hanno lasciato Bergamo la giostra Atalantaland non si ferma qui e già ieri sera durante l’andata del preliminare di Europa Leaugue contro il Sarajevo hanno giocato dal primo minuto sia Mancini giovane difensore che Barrow, attaccante classe 1998 e sicuramente durante la stagione mister Gasperini oltre ai due sopracitati farà giocare ed esplodere qualche altro giovane diamante.

Se..BASTA!

Siamo al giro 53 del Gran Premio di Germania valido per l’undicesima prova del mondiale 2018 e tutto quello che sembrava già scritto viene stravolto e capovolto.

Sebastian Vettel, pilota Ferrari colui che doveva essere l’erede della leggenda Micheal Schumacher tedesco come lui (ma solo quello ha in comune con Schumacher) era in testa e ha la splendida idea di sbagliare e commettere un errore da dilettante che neanche un ragazzo senza patente avrebbe commesso. Complice la pioggia ma la pioggia era per tutti i piloti in pista non solo per il tedesco va dritto e schiantandosi al muro senza conseguenze fisiche schianta tutti i sogni dei tifosi ferraristi che sono ormai stanchi di perdere l’ennesimo mondiale ogni anno da ormai 11 anni quasi. Se lo scorso anno la Ferrari aveva dimostrato di poter combattere con la Mercedes giocandosi il mondiale ma poi perso sia per errori di Vettel che per inferiorità della vettura di Maranello quest’anno questa Ferrari può solo perdere il Mondiale e con la batosta di oggi ci è riuscita.

Le colpe non vanno addossate ai vertici di Maranello o ai meccanici che si impegnano duramente ogni giorno e che vanno elogiati, ma ad una sola persona: SEBASTIAN VETTEL. Lui che prende milioni su milioni di euro non è in grado di guidare una Ferrari alla vittoria mondiale, non è in grado di far innamorare i tifosi italiani, anzi dopo oggi diminuiranno i tifosi Ferrari finchè ci sarà lui a guidarla perché anche piloti come Schumacher hanno commesso errori ma mai come quello di oggi. Si dice che sbagliare è umano ed è una sacrosanta verità perché non siamo robot ma Vettel non è la prima volta che sbaglia in questa stagione così come aveva fatto nella precedente e oggi ha avuto la capacità di far vincere un Hamilton che partiva dalla 14esima posizione e che distava dal tedesco di più di 10 secondi quando ha commesso l’errore clamoroso e scandaloso. Scandaloso perché con gli avversari distanti di diversi secondi bastava rallentare leggermente e non sarebbe accaduto.

Al diavolo i team radio in italiano dopo le pole position e le vittorie che sono ridicolissimi e le lacrime da coccodrillo, ciò che conta sono i mondiali vinti e Schumacher che non faceva i team radio ridicoli in italiano faceva innamorare i giovani tifosi e quelli più grandi per la sua esuberanza in PISTA. Premesso che piloti come Schumacher non ce ne saranno mai, soprattutto quelli delle nuove generazioni ma a Maranello è ora che si punti su un pilota degno di guidare non una vettura normale ma la regina delle vetture che ha fatto la storia della Formula 1 e la brutta copia mal riuscita di Schumacher non è in grado e lo ha dimostrato e anzi se avesse un minimo di coerenza e amore per la scuderia e i tifosi di Maranello si decurterebbe lo stipendio di questa stagione visto il danno causato da lui al mondo Ferrari e quello gli farebbe un minimo d’onore.

Scandalo Giallo

Durante la tappa con arrivo all’Alpe d’Huez valida per il Tour de France 2018 e famosa per le imprese di grandi campioni del passato come il compianto Marco Pantani ci sono stati davvero i botti ma non tanto per i distacchi o per la vittoria di Thomas del team Sky (il Real Madrid del ciclismo per organico) ma per ciò che è accaduto a pochi chilometri dall’arrivo. Vincenzo Nibali, il portabandiera italiano a questo Tour, uno dei ciclisti più forti e vincenti per inseguire Froome, britannico della Sky cade e rovinosamente.

Non si capisce chi è stato a causare la caduta e con quali modalità ma Nibali a fine tappa ha espresso la sua opinione a riguardo “La strada è diventata più stretta e non c’erano più barriere. C’erano due moto della polizia -ha confermato il siciliano-. Quando Froome ha accelerato io l’ho seguito, mi sentivo bene. Poi all’improvviso ha rallentato e io mi sono ritrovato a terra”. Ascoltando le parole del messinese la colpa sarebbe delle moto della polizia anche se però all’indomani di questa durissima tappa un video amatoriale girato da un tifoso dimostrerebbe che in realtà non è la moto della polizia adibita per la sicurezza dei ciclisti a causare la caduta del campione ma un tifoso.

Di questa caduta se ne parlerà tanto per molto tempo non tanto per come è avvenuta ma per le regole sulla sicurezza dei ciclisti soprattutto visto che Nibali dopo la tappa che ha concluso a pochi secondi dai big che correttamente lo hanno aspettato senza infierire ha fatto le visite di controllo che hanno evidenziato la frattura di una vertebra con conseguente ritiro del ciclista. Non perché Nibali è italiano e forse è l’unico a poter contrastare lo strapotere Froome ma l’organizzazione del Tour ha evidenziato gravi carenze a livello organizzativo innanzitutto perché i tifosi devono stare dietro le transenne e non al di fuori o comunque se non ci sono transenne devono rispettare una distanza tale da non creare pericolo al ciclista e poi anche le stesse moto della polizia o delle varie televisioni che seguono l’evento cosi come le ammiraglie devono dar la possibilità di respirare ai corridori e concentrarsi a finire la tappa. Sarà che con le tecnologie moderne ci sono possibilità maggiori di vedere le gare ma 30-40 anni fa ciò che è successo ieri non sarebbe avvenuto e questo fa scendere una lacrima d’orgoglio a chi ha vissuto il ciclismo dei vari Merckx, Gimondi per non andare troppo indietro nel tempo.

Poteva capitare a chiunque quello che è successo a Nibali, ma una corsa così importante non si può falsare per una disorganizzazione così evidente e si spera che gli organizzatori del Tour de France prendano spunto dall’efficiente organizzazione del Giro d’italia per le prossime edizioni.

 

Mbappé come Pelé?

 

"Può essere il nuovo Pelé. Ho provato a portarlo all'Arsenal - ha svelato l'allenatore dei Gunners - ma 180 milioni era un prezzo troppo altro per noi". Queste parole di circa un anno fa su Mbappè non sono state pronunciate da una persona qualunque ma da Arsene Wenger. L’ormai ex allenatore dell’Arsenal ha avuto il privilegio di allenare diversi campioni e lanciare tanti giovani tra i quali un giovanissimo Thierry Henry acquistato dalla Juventus e divenuto una leggenda dell’Arsenal.

Wenger, che in Mbappè aveva rivisto le gesta di uno dei giocatori più forti di sempre, Pelè O’Rey, non ha azzardato il paragone perché quel ragazzino che contro la Croazia nella finale del mondiale potrebbe vincere l’ambito trofeo a soli 19 anni sta davvero emulando le gesta del brasiliano e ci sono importanti analogie a riguardo.

La prima analogia è che Mbappè è stato l’unico oltre Pelè a siglare una doppietta al mondiale da under 20 e che doppietta visto che l’ha realizzata contro l’Argentina di Leo Messi. L’altra analogia che fa venire la pelle d’oca agli amanti del calcio e ai più romantici legati al passato è che il giovane francese soprannominato scherzosamente dai suoi compagni di squadra del Paris Saint Germain “Donatello”, per la sua somiglianza alla tartaruga ninja, è che oltre al record della doppietta come Pelè ha capovolto una situazione negativa per la sua nazionale. Nel caso di O’Rey il Brasile durante la finale mondiale contro la Svezia era in svantaggio e grazie alle prodezze del giovanissimo Pelè riuscì a ribaltare la sfida e a vincere la prima coppa del mondo (per Pelè oltre quel successo ce ne saranno altri 2, nell’edizione dei mondiali del 1962 e dei mondiali del 1970).

Se la Francia vincerà la finale i paragoni tra Mbappè e Pelè aumenteranno a dismisura e Mbappè, che ha ampi margini di miglioramento a livello tecnico e fisico, potrebbe già entrare prepotentemente nella storia. E perché no vincere anche il pallone d’oro a fine stagione visto che per votare da quest’anno si è ritornati al sistema utilizzato nel passato e voteranno i giornalisti di France Football.

Un Re a Los Angeles

"Adesso Los Angeles ha un dio e un re". Questa frase pronunciata dal sempre modesto Zlatan Ibrahimovic si riferisce all’arrivo del “Re” Lebron James che ha scatenato i tifosi dei Los Angeles Lakers, una delle squadre storiche e più titolate dell’Nba con ben 16 anelli conquistati, uno in meno dei rivali di sempre, i Boston Celtics.

L’entusiasmo per l’arrivo del Re è stato tale che già le maglie con il numero 23 sono andate a ruba e sono attualmente esaurite. Se si può fare un paragone calcistico, anzi di calciomercato, è come se Cristiano Ronaldo passasse dal Real Madrid alla Juventus.

Era dal 13 Aprile 2016 che la squadra più titolata di Los Angeles non viveva questo entusiasmo. Quel giorno coincise con il ritiro della leggenda Kobe Bryant (tanto per cambiare realizzò tantissimi punti quel giorno, 60 contro gli Utah Jazz) che si è espresso in modo favorevole all’arrivo di Lebron: "Benvenuto in famiglia, King James".

Colmare il vuoto lasciato da Briant, con conseguente ritiro della numero 24, poteva essere possibile solo con un arrivo importante. A ribadire l’importanza dell’acquisizione di Lebron anche un’altra leggenda dei Lakers come Kareem Abdul-Jabbar si è detto molto entusiasta: "Sono sicuro che la Lakernation è felice: l'acquisizione di LeBron James significa che i Lakers sono solo meno lontani dall'essere dei veri contendenti". Le parole di Abdul-Jabbar sono indicative perché con il Re i Lakers sicuramente torneranno ad essere protagonisti e lo testimonia l’abbassamento delle quotazioni delle scommesse sui probabili vincitori.

Ci sono però i mostri dei Golden State Warriors campioni in carica che stanno ampliando sempre di più il loro roster e oltre a Curry e Durant hanno preso da poco Cousins, un centro che insieme a quei due alieni può fare lo scacco matto al Re. In tal senso visto che sia i Lakers che Golden State fanno parte della stessa Conference ci sarà probabilmente una finale anticipata e chi riuscirà a spuntarla avrà buone possibilità di vincere l’anello. E sarebbe nostalgico e al tempo stesso romantico un possibile incrocio tra i Lakers e i Boston Celtics come ai tempi di Rondo e di Briant e se il Re riuscisse a vincere l’anello anche a Los Angeles dopo aver fatto il miracolo a Cleveland nel 2015-16 o nei due anni di Miami con gli Heat (2011-12 e 2012-13) entrerebbe ancora di più nella storia del basket. Altro che Cristiano Ronaldo.

 

Sono ormai diversi giorni che circolano voci su un eventuale trattativa tra Cristiano Ronaldo e la Juventus. In questa fase del mercato ci sono tante voci su diversi giocatori, come ha dimostrato lo scambio, utopico, Icardi-Higuain, di cui si parlava intensamente un mese fa e che ora sembra essere una pista raffreddata.

Invece il nome del giocatore più forte al mondo, colui capace di spostare gli equilibri non a parole come alcuni ma con i fatti. Lo dimostrano le 5 Champions League vinte (quattro con il Real Madrid una con il Manchester United) così come sono 5 i suoi Palloni D’oro per non parlare di tutti gli altri tituli vinti dal campione di Madeira. Per cui forse un solo articolo non basterebbe.

C’è da dire che la trattativa se ci sarà e si svilupperà non sarà semplice visto che Ronaldo è un alieno e tra costo del cartellino e ingaggio si parla di cifre elevate per potersi assicurare il bomber portoghese. Nei giorni passati circolava la notizia (poi prontamente smentita dal Real Madrid) dell’abbassamento della clausola da 1 MILIARDO di euro a 120 milioni di euro. Un prezzo assolutamente abbordabile per le casse bianconere, basti pensare ai 94 milioni spesi per Gonzalo Higuain.

Il nodo su cui la trattativa si baserà è l’ingaggio perché la Juventus riuscirebbe ad arrivare a soddisfare le esigenze del portoghese solo con un dispendioso sacrificio economico. In tal senso è più probabile l’ipotesi Paris Saint Germain vista la disponibilità economica del suo presidente. E infatti le destinazioni dell’asso portoghese saranno o lo United, per una questione di cuore visti i suoi trascorsi all’Old Trafford e visto che lo United ha soldi da investire, o il Paris Saint Germain per i motivi sopra citati.

Oppure l’ipotesi Juventus svantaggiosa a livello economico ma con tante motivazioni che potrebbe offrire a Ronaldo. Per la Juventus c’è un fattore importante, il fattore JM. Jorge Mendes procuratore del portoghese con l’affare Cancelo ha ripreso i rapporti con i dirigenti bianconeri e potrebbe essere lui l’arma in più del duo Marotta-Paratici visto il suo carisma e il suo rapporto con i suoi assistiti. E se il fenomeno di Madeira arriverà a Torino, beh la Champions non sarà più un semplice sogno accarezzato e sfiorato negli ultimi anni ma una solida realtà.

Anvedi come balla Nando

Anvedi come balla Nando, anvedi come balla Nando, è proprio la fine der mondo”. Era il 2004 e Teo Mammuccari lanciava questa canzone che è adatta a descrivere uno spagnolo, Fernando Alonso, classe 1981, che di mestiere non fa il ballerino ma il pilota e a ballare è l’auto che guida.

Nando” che è uno dei migliori piloti del circus e non sembra proprio avere 37 anni. Lo ha dimostrato qualche giorno fa vincendo la 24 ore di Le Mans su Toyota, che sommata ai due titoli mondiali in Formula 1 del 2005 e 2006 con la Renault lo fa entrare di diritto nel novero dei più vincenti di sempre. Sicuramente non il più vincente visto che la leggenda Micheal Schumacher è inarrivabile con i suoi 7 titoli iridati vinti (2 con la Benetton, 5 con la Ferrari) così come i suoi attuali rivali Sebastian Vettel (4 titoli iridati) e Lewis Hamilton (anche lui 4 titoli).

Proprio Hamilton è legato a doppio filo con Alonso perché senza Hamilton in Formula 1 sicuramente i titoli vinti non sarebbero due ma molti di più. Indimenticabile ciò che accadde nel 2007 con una Mclaren superiore alla Ferrari che grazie anche alla famosa Spy Story e con i due galli del pollaio (il giovanissimo Hamilton e Alonso) che si ostacolarono a vicenda, favorirono la vittoria finale del ferrarista Kimi Raikkonen con i due a lanciarsi accuse e a mangiarsi le unghie per il titolo perso.

Dopo quella stagione Alonso ritornò dal suo Briatore in una Renault che non era più quella degli anni d’oro e dopo questo periodo negativo durato due anni nel 2010 arriva la grande chiamata da Maranello da casa Ferrari. Alonso non ci pensa un attimo e firma ma la sua esperienza con il cavallino rampante sarà una delusione con due mondiali (quello del 2010 e del 2012) persi per pochissimi punti e a fine 2014 le strade tra il pilota spagnolo e la Ferrari si dividono con un altro ritorno al passato per Fernando firmando con la Mclaren. In questi anni sono celebri di più le famose comunicazioni radio tra Alonso e il suo team durante la gara che i risultati e con la Mclaren che di Mclaren ha ormai solo il nome e non può garantire quella competitività che Fernando chiede e prima di chiudere la carriera meriterebbe una nuova possibilità in un top team, magari in Mercedes con quell’Hamilton che arrivò in punta di piedi a contendergli il trono della velocità.

Questo è fantamercato ma guardando la realtà dei fatti dopo questo successo alla 24 Ore di Le Mans Alonso proverà a vincere la 500 Miglia di Indianapolis che gli consentirebbe di essere il secondo dopo Graham Hill a vincere la tripla corona (Mondiale F1, 500 Miglia e 24 Ore di Le Mans) che lo farebbe diventare ancora più indelebile nella storia dell’automobilismo. Good Luck Nando.

Così non VA(LE): dategli una moto!

Da poco si è concluso il Gran Premio della Catalogna, valido per la sesta prova stagionale del campionato del mondo di motociclismo, e nella MotoGp Jorge Lorenzo su Ducati riconferma la bella prestazione ottenuta sul tracciato del Mugello in Italia e scattando dalla pole position vince agilmente davanti un Marc Marquez più ragioniere del solito che però consolida la sua leadership in classifica generale e davanti il sempre solito irriducibile Valentino Rossi.

Proprio lui, il più “vecchio” che di vecchio non ha nulla, ha fatto un miracolo. Non tanto per il 3 posto ottenuto (3 podio di fila) ma per il potenziale della sua Yamaha che da moto dominatrice negli ultimi anni è diventata meno competente con carenze di sviluppo ed elettronica a rilento rispetto ai rivali storici dell’Honda o agli italiani della Ducati che invece hanno avuto grandi migliorie nello sviluppo e sono lì costantemente a cercare di interrompere il dominio di Marquez.

Il dominio di Marquez e della Honda rispetto alla concorrenza è così evidente che il vincitore di oggi, Jorge Lorenzo, nei giorni passati ha firmato proprio con la Honda e per la stagione 2019 si prevedono botti e possibili scontri visto che Lorenzo non è un pilota che guarda in faccia nessuno e che non è mai sottostato ne a ordini di scuderia e neanche a fare il “secondo”.

Ritornando al presente oggi la Yamaha aveva problemi con le gomme e c’era la paura concreta che si potessero degradare. Già ieri Rossi si era lamentato a proposito: “Le ultime due gare sono state pesantemente condizionate dalla scelta della Michelin delle gomme davanti. Anche qui a Barcellona come al Mugello le gomme che abbiamo davanti non sono giuste. Io glielo avevo già detto ai test che dovevamo portare un’altra gomma”.

Fortunatamente il distacco accumulato sugli altri rivali per il podio è riuscito a gestirlo e a mantenerlo. Significative e al tempo stesso un po’ scaramantiche sono state le dichiarazioni post-gara del “Dottore”: "Non c'è una dead line per aspettare le novità attese, diciamo che vorremmo farcela a essere più competitivi e vincere prima della fine dell'anno”. A queste dichiarazioni seguiranno domani i test della Yamaha con le speranze di Valentino e di tutti i suoi milioni di tifosi che la casa di Iwata come fatto già in passato risolva i problemi di cui Rossi si lamenta ormai da tempo e se dopo questi test le modifiche giuste saranno apportate i 27 punti che oggi separano il centauro di Tavullia da Marquez potranno essere ridotti e quel decimo mondiale tanto atteso magari può essere finalmente vinto.

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