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Raimondo Camponi

Raimondo Camponi

In realtà il mondo può essere più piccolo di quello che si possa pensare. Per gli amanti del basket americano NBA anche trenta metri per diciassette possono bastare. Se non siete della materia si fa sempre in tempo ad amare una schiacciata, un giocatore, una divisa o semplicemente una storia. Forse sarà l'aria di mistero che aleggia o la "pozza" atlantica che ci separa, ma questo sport vi piacerà! Parola del vostro Ray!

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Intervista al Campionato NBA

Dopo più di 120 giorni siamo di nuovo qui, mancano ormai pochi giorni   all'inizio della nuova stagione NBA  e per questo abbiamo deciso di intervistarla.

Buonasera cara vecchia NBA, come sta?

Ad essere cara ci tengo, visto anche come  pago i miei giocatori e come faccio pagare i biglietti ai tifosi...ma vecchia no, proprio no! Ho 73 anni ma me li porto meglio di tutti voi, guardate come mi sono rinnovata questa estate!

Effettivamente c'è stato un cambiamento a dir poco assurdo: almeno 10 all-stars hanno cambiato casacca a luglio, lei ormai è una NBA mobile...

Certamente! Cerchiamo di dare un prodotto nuovo, una sfida nuova, uno spettacolo da gustare dopo tanti anni di dominio dei Golden State Warriors con un solo canto del cigno dei Cleveland Cavs. Ma attenzione: sono molte le squadre che hanno cambiato veste quasi totalmente e chissà se non siano prorio i vecchi, loro sì, Warriors ad aver l'ultima parola. Dopo tutto hanno 4 all-star nella propria squadra e due dei migliori tiratori da tre nella storia.

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A proposito di Warriors, loro sono gli unici ad aver cambiato casa, anche se di qualche chilometro...

E che casa! Da più di un miliardo e mezzo di dollari, c'è da sperare che chi vada al nuovo Chase Center riesca a trovare  la via dello stadio. Che ne so, fra un ristorante  e cento negozi. A parte gli scherzi la nuova Arena di San Francisco è fantastica. Altro che quei criticoni da bar che la paragonavano a una grande tavoletta del water ai piedi  del Golden Gate. Un difetto grande c'è: Stephen Curry dovrà interrompere il suo rituale prepartita: la nuova angolazione del corridoio per gli spogliatoi non gli consentirà di tirare  a canestro da quel punto, prassi che era diventata più che simbolica nel vecchio stadio di Oakland. Ma lui e Curtis, per i più ignorantoni è il guardiano dello stadio che prima del rituale gli passa la palla, si inventeranno qualcosa. D'altronde il nostro lavoro è fare spettacolo.

Cambiamo totalmente  argomento. Domanda da un milione di dollari: Los Angeles Lakers o Los Angeles Clippers?

Mio Dio, non vi hanno stufato tutte le chiacchere che ci investono dai primi di luglio? Relaaax, potrete gustarvi LeBron James, Anthony Davis, Rondo contro due dei miei migliori difensori e attacanti nella stessa partita : Kawhi Leonard e Paul George. A Los Angeles  poi, allo Staples Center. È come il Clasico della Liga elevato alla ennesima potenza. Tra l'altro non potrò rispondere alla vostra domanda fino a che Memphis non libererà Andre Iguodala che proprio a Los Angeles vorrebbe andare. Tiri importanti, palla che scotta, difesa pazzesca su LeBron o Leonard alla Finals: Iguodala  è una trave che sposta gli equilibri, altro che ago della bilancia.

Una bilancia che si è spostata è sicuramente quella che riguarda i diritti tv  e i rapporti con la Cina. Cosa è successo e cosa succederà?

Basta un tweet a difesa di Honk Kong di un General Manager di un team a rovinare i rapporti fra due superpotenze mondiali? Ovviamente no, è stato un logico pretesto per tagliare contratti di sponsorizzazione, canali NBA in Cina e rispondere alla  guerra economica  di Trump. Si poteva fare di meglio.

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Effettivamente spesso vi siete intromessi in vicende che non vi riguardavano direttamente.

Esatto! Ci riguardavano  indirettamente  e quindi ci riguardavano. Noi sosteniamo e sempre lo faremo un concetto diverso di sport. Quelli che palleggiano sul parquet non sono solo giocatori. "Just shut up and dribble" dice qualcuno. Noi rispondiamo con "More than a player". Il basket, così come gli altri sport non ha nessun valore senza un significato che vada appunto oltre lo stesso sport. Godiamo per una vittoria, sfottiamo i tifosi ma se poi la realtà non cambia a poco serve uno sport.  E i giocatori hanno l'opportunità di salire su un palcoscenico e gridare al mondo ciò che altri direbbero, ma che non possono perché magari costretti  a imballare pacchi o passare  prodotti sulla cassa del supermercato. Per questo spesso vedete e continuerete a vedere nostri giocatori nelle nostre periferie dove i nostri nonni abitavano e dove forse un giorno abiteranno i  nostri nipoti.
   

D'altronde aiutate chi vive nelle periferie nei luoghi dimenticati d'America anche perché molte leggende del gioco provengono proprio da lì...

In parte è così. Difatti a Rucker Park, noto campetto di strada di New York, giocava doctor J da piccolo, Derrick Rose proviene da uno dei quartieri con più uccisioni d'America...la lista è troppo lunga, si potrebbe allungare all'infinito. La NBA deve essere anche un regalo per loro.

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E di regali ce ne saranno anche  a Natale?

Che domande: vedrete il derby di Los Angeles, i campioni degli Warriors contro Westbrook e Harden, i nuovi Celtics contro i campioni in carica...non sarà un Natale per i deboli di cuore e fra quelle squadre c'è la vincente  del prossimo titolo. Larry Bird, poi, ci ha abituati bene: 45 punti e 13 rimbalzi  nel Natale '85. Si girò verso la panchina avversaria e gridò: "Merry fucking Christmas".

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Allora cara  e non vecchia NBA, sta facendo dell'ironia dalla prima domanda. Visto che è così sicura di sé...favoriti per la vittoria finale?

Non solo sono ironica, ma prendo più in giro di quanto possiate credere. Vedrete vedrete. Oggi il mare è calmo ma dal 23 ottobre ci sarà soltanto tempesta  e ogni notte vi sembrerà che i pronostici siano destinati a cambiare.

Si tenga anche i suoi segreti... Buon campionato allora.

Nono buon campionato a voi, ci sarà da gustarsela!

Drazen e Divac: storia di due amici separati dal potere

È quasi così che è cominciata. A un tratto, quartieri che sembravano normali, famiglie che  vivevano  a pochi metri di distanza fra una casa ed un'altra si sono frantumate dinanzi a tragedie inverosimili, spesso dimenticate nel presente perché mai studiate nel passato.

È anche passato poco tempo dopotutto, da quando la Jugoslavia si è pian piano sgretolata, annientata dalla forza furente e indomita di popoli senza guida. La mancanza di una guida e la presenza di una spaccatura troppo profonda per essere sanata. È possibile vederne testimonianza quando persone al di fuori del normale, superiori per così dire alla realtà comune, risentono di tutto questo.

Il primo incontro fra il talentuoso Vlade Divac e Drazen Petrovic risale alla seconda metà degli anni '80, quando la Jugoslavia non aveva ancora nessun presentimento di cosa sarebbe avvenuto di lì a poco. Il primo, un omone dalla difesa ruvida e prepotente, ma con mano elegante, il secondo, un semi-sconosciuto che però impiegherà poco tempo per farsi incoronare come il "Mozart del basket".

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Ma poco c'entra il basket in questa storia, o meglio: avrebbe potuto giocare sicuramente un ruolo più rilevante e rassicurante. Divac e Petrovic non erano divisi soltanto da qualche centimetro ma lo erano soprattutto per origini e credo: essere un serbo ortodosso è cosa ben diversa dall'essere cattolico e croato. Così diversi ma così amici: infatti il destino, inizialmente, li metterà dalla stessa parte...

Ebbero l'opportunità di salpare insieme per andare al di là della pozza, quando la NBA diede ad entrambi una seria opportunità sportiva ed economica. Rappresentavano l'Europa  che avanzava oltreoceano, quella che  più volte aveva messo in discussione il Team USA. I due compagni  e amici infatti non avevano solo battuto la nazionale americana a Buenos Aires, ma ora l'America volevano conquistarla.

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Quando il conflitto nella terra natia iniziò a inasprirsi anche il rapporto di queste due leggende conobbe un rapido declino e deterioramento. Le telefonate che prima Divac faceva  a Petrovic per dirgli di farsi coraggio, perché  prima o poi avrebbe trovato più spazio sul campo, cominciarono a non esser più corrisposte per poi non trovare più definitivamente una risposta. Il rifiuto della bandiera croata da parte di Divac non aiutò decisamente l'ultima fase del rapporto.

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Come se non bastasse Drazen iniziò a diventare veramente forte, cosa grata per amore del gioco. Ma tutto questo fu anche un trampolino di lancio per polarizzare ancor di più l'attenzione su di un conflitto sempre più sanguinolento. Bene per il resto del mondo che iniziò anche grazie ai due cestisti a dare il giusto peso a quegli avvenimenti, male per la Jugoslavia tutta che iniziò  a spaccarsi violentemente, non facendo più caso ai morti che aumentavano di casa in casa.

Drazen Petrovic e Vlade Divac non faranno più pace e mai più parleranno con tono fraterno. Troppo rancore? Purtroppo no perché come molte le Leggende, anche Drazen se n'è  andato via presto, in quel maledetto incidente stradale del 7 giugno '93. Divac fu uno dei primi a telefonare alla madre straziante dell'amico. Entrambi erano consapevoli che le ideologie legittime avevano macchiato un rapporto genuino,non senza frontiere.

Dare più voce ad un oggetto inanimato, come una palla a spicchi, non avrebbe significato mettere da parte quelle ideologie ma forse un punto di unione che magari avrebbe  dato, benchè solo a pochi, il giusto esempio.

Nel 1989 l'Europa festeggiava la caduta del muro di Berlino. Qualche anno dopo non tutti si accorgeranno che quella era soltanto una candelina accesa nella pioggia che bagnerà quasi 250 mila tombe.

L'amara New York di 'Melo

Il preludio della pioggia, delle nuvole e delle tenebre è forse cominciato un pomeriggio di due anni fa.  Questo non solo perché ormai l'autunno stava avanzando. Fu un gesto schizofrenico, una risata sardonica quella di Carmelo Anthony.

Al nuovo giocatore degli Oklahoma City Thunder, OKC, venne chiesto se mai avrebbe accettato un ruolo marginale, in panchina. "A me? Ma proprio a me?" rispose 'Melo meravigliato, un po'  come fa De Niro in Taxi Driver. Il talento d'altronde non è mai mancato al ragazzo ma di orgoglio forse ce n'è stato sempre abbastanza. Fin troppo per quelli che qualche anno prima erano i suoi "tifosi", quelli di NYC, di Manhattan, che si mettevano  comodi al Madison Square Garden.

Rapporto di odi et amo con i newyorkesi, quei tifosi, o presunti tali, che dopo aver pagato il biglietto qualche centinaia di dollari prendevano posizione e, per prostesta, si godevano la partita da un saccheto di carta sulla testa, con tre buchi  sopra bocca e occhi. A un milionario, a un giocatore privilegiato queste cose dovrebbero scivolare via. Ma per 'Melo non sono state mai parole o fatti vuoti, privi di significato.

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'Melo è stato più di tutti un sognatore, ostinato tanto a vincere a New York quanto  a non cambiare mai il suo gioco, sontuoso ma oramai storico, passato. Avesse fatto esattamente il contrario, cioè via da NY e cambio di stile, forse staremmo parlando di un vincente. Sarebbe forse anche bastato un piccolo cambiamento nel  gioco e New York si sarebbe catapultata alla fine degli anni 60.

Ma Carmelo  non è stato mai un attore, diciamo anche che preferiva Rucker Park a Broadway e per questo oltre a non aver mai vinto nulla si trova ora odiato, disprezzato da tutti e per di più disoccupato. Carmelo Anthony non è come Willis Reed che nel 1970 entra con uno strappo muscolare in campo, uscendo dal tunnel, e manda in delirio il MSG, cambiando l'inerzia della finale e permettendo ai Knicks dell'epoca di vincere il titolo.

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I presupposti per vincere ci sono stati, forse. Ma di certo i Knicks di 'Melo non hanno avuto vita facile  solo a causa di LeBron, che gli ha ripetutamente ostruito il cammino. L'ambiente di New York, pretestuoso e presuntuoso. Fin troppo una fede, i Knicks, anche per 'Melo.  Una fede che offusca, che ti rende non lucido, emotivamente coinvolto.

Così il sognatore 'Melo ha trovato prima miele, poi fiele nei tifosi. Solo colpa loro? Non proprio. Un bagno di umiltà e un pizzico di arguzia avrebbero fatto capire a Anthony che il Gioco stava cambiando. Ma  non è stato. E così, come in tutti i luoghi volubili, a New York Carmelo è stato prima osannato, poi odiato. Perché quando entri in una città come quella o sei impeto o sarai destinato a caricarti tutti e tutto sulle spalle, piogge di insulti e di critiche comprese.

Riflessioni Mondiali

No. Con riflessioni mondiali non si sta cercando di volare alto. In realtà  riflessioni di questo tipo, diverse o simili che siano, si stanno facendo un po’ in giro, per tutto il mondo. Partite dalla Cina, sono ormai sulla bocca di tutti, americani e italiani in primis.

Noi italiani, infatti, ci avevamo sperato in qualche impresa e sorpresa, ai Mondiali di basket 2019. In Cina appunto. Speranze che non si sono neanche infrante ai quarti visto che la nostra nazionale di basket ha dovuto appendere le scarpe al chiodo e fare le valigie appena conclusasi la seconda fase a gironi. Inutile girarci intorno: chi ha sperato ha sperato fin troppo. In questi anni molti hanno speso parole virtuose per  la nostra nazionale, a detta di qualcuno la più forte di tutti i nostri tempi. Ma c’è una bella differenza fra l’avere in squadra 3 giocatori NBA e essere una squadra. La NBA ormai, perlomeno quando si affronta il tema olimpiade-mondiale conta ben poco. Sicuramente l'Italbasket di questi anni ha disposto di un talento mai visto prima ma è forse stata più forte di quella del 1999, anno in cui in Francia vincemmo l’europeo, e del 2004, argento alle olimpiadi?

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La risposta è come la prima parola di questo articolo: no. Come per Team USA non basta fare un “mappazzone” di talentuosi giocatori sperando che questi ultimi rispettino le prestazioni ottenute in contesti ben diversi. Non si può pretendere, ad esempio, che il campione NBA 2014 Marco Belinelli diventi improvvisamente il regista-playmaker di una squadra quando lui in carriera non lo è mai stato. Così come non si può pretendere che Gallinari, Beli e Gentile tirino la carretta per 30 minuti per poi criticarli quando mancano di lucidità negli istanti finali della gara.

Non ci sono troppe colpe da spargere in giro, ma c’è un problema di fondo, un problema fisiologico, strutturale e di organizzazione di sistema: la nostra è una nazionale in cui mancavano giocatori all’altezza dell’occasione in alcuni ruoli. Manca l’altezza, mancano i playmaker, manca l’atletismo. E queste mancanze a dire il vero sono più che sacrosante. Guardate ad esempio la nostra nazionale di calcio: l’ultimo grande talento che abbiamo avuto si chiama Mario Balotelli e nonostante gli investimenti che in quasi tutta la penisola vengono effettuati si fa fatica a rimpiazzare i Totti, del Piero, Pirlo, Inzaghi, Gilardino di cui un giorno, casualmente?, disponevamo. Se gli investimenti e l’interesse del basket sono di gran lunga minori rispetto al calcio in Italia, allora il risultato non può essere che questo. Fallimentare, a seconda delle aspettative, ma anche logico.

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Lo ha dimostrato anche Team USA che non basta fare una accozzaglia di talenti: lo ha dimostrato nel 2004 quando sono fortunosamente arrivati al bronzo e lo ha dimostrato 15 anni dopo, quando invece di Carmelo Anthony, LeBron e Wade ci sono stati Kemba Walker e Donovan Mitchell,che sono “ahiloro” ben altra cosa.

A meno che  non si abbiano 5 campioni in campo non si può più giocare la Hero-ball, quella per cui passi la palla al campione e s’abbracciamo. Ci vuole ben altro come quell’amalgama, quel gel che unisca i compagni e l’analisi di un progetto tattico a lungo termine. Tutte cose di cui ci siamo spesso dimenticati e di cui invece Francia, Australia, Argentina e  Spagna ne stanno facendo uso come la loro arma più spietata. A loro quattro la contesa del mondiale in Cina.

 
 
 

Il corpo della NBA

The Raging Bull. The Bronx Bull. Pronti per ammirare il grande Jake LaMotta. E uno scroscio di applausi accompagnò la salita sul ring di Robert De Niro. Era il 1980 quando Al Capone, Il Cacciatore, Noodles o Jake LaMotta interpretò la vita vera dell’autentico pugile, dominatore di tutti i Ring di New York. Dal più malfamato del Bronx fino a Las Vegas. Non puoi interpretare il personaggio finchè non diventi il personaggio.

Fu per questo motivo, infatti, che molte primavere fa De Niro iniziò un processo di trasformazione e menomazione del proprio corpo per impersonare il ruolo richiesto dall’amico Scorsese. Aumentò il suo peso di circa 40 kg, o meno per chi non vuole essere romantico. Come fai ad essere un pugile se non lo sei? Un lavoro che De Niro aveva già contemplato e sperimentato qualche anno prima, quando decise di diventare un tassista piuttosto atipico.

Vuol dire rischiare tutto. Mettere sul piatto tutto. All in, o quasi. Sapere di poter e dover pagare delle conseguenze in futuro pur di fare bene il proprio lavoro oggi. E’ questa la determinazione. Una determinazione che può appartenere a chiunque, certamente ai più ma che designa il tratto distintivo dei campioni dai quacquaraquà. O semplicemente chi si accontenta del proprio operato, grande, giusto o sbagliato che sia.

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Un concetto di determinazione che accomuna specialmente le Leggende del basket americano. Omoni che vogliono essere eroi, “cristoni” che sanno che un giorno i loro muscoli diventeranno grasso. E non per pigrizia vediamo i fenomeni degli anni ottanta che più che ad un principe somigliano ad un ranocchio, per i colli rigonfi. Muscoli che si procacciano nel più breve tempo possibile rischiando infortuni, fratture da stress.

La cultura sportiva americana supera di ben lunga la nostra, quella europea e del resto del mondo. Anche perché gli americani non hanno un’epica, un Omero, un Dante. O meglio: ce l’hanno, ma più che passato epico e glorioso da raccontare si è trasformato in un genocidio, quello degli Indiani d’America. Per questo gli eroi dello sport sanno che potrebbero ricoprire quel ruolo. Ed anche per questo atleti, come LeBron James, spendono milioni e milioni di dollari l’anno in palestre e cura del proprio corpo. Altri atleti invece questa determinazione fisica ce l’hanno ad intermittenza, ma non bisogna fargliene una colpa.

Nella stagione NBA del 2002 Shaquille O’ Neal, uno dei giocatori più fisici e dominanti della storia, durante una delle prime partite della stagione si sollevò la maglietta e mostro agli avversari la tartaruga. Era il momento dell’inno a bandiera innalzata quando lo fece e più che un inno quel momento divenne un requiem per tutte le altre franchigie. Shaq era dominante, ma soprattutto per il peso e la stazza. Occupava due metri quadri e rischiava di rompere il parquet, oltre che i canestri, per i 130 kg che si portava appresso. Vederlo con la tartaruga fu pazzesco dopo che per anni, ogni estate, il suo collega Kobe inveiva contro di lui e il suo peso imbarazzante.

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Ma non di solo muscoli vive il campione NBA e non di soli muscoli è costituita la determinazione. Lo stesso Kobe, ad esempio, dopo essersi infortunato all’avambraccio destro, iniziò a tirare col braccio sinistro con esiti tecnici e mentali più che positivi. E fu sempre lo stesso Kobe a tirare un paio di tiri liberi dopo essersi spappolato quel tendine d’Achille che lo cambierà per sempre.

I contratti milionari che i giocatori firmano non li rendono prima di tutto dipendenti del padrone che li paga. Quei contratti diventano immediatamente obblighi stipulati con se stessi. Ovviamente è un concetto che se avesse copiosa estensione renderebbe tutti delle Leggende, e a quel punto non saremmo in grado di distinguerle. Una Leggenda su tutte? Michael Jordan.

In pochi lo hanno visto giocare. Anzi forse nessuno. Anzi forse nessuno a parte il figlio o il nipote di 5 anni quando ci giocavano contro. MJ non ha mai giocato. Ha sempre mattato. Chi lo ha conosciuto veramente afferma che MJ prendesse sul serio anche la partitella giocata a Tokio per motivi promozionali. Quello sì che era uno sguardo da vero Toro, rosso infuocato. E non a caso giocava, si fa per dire, per i Chicago Bulls.

 

Bill Russell: icona del gioco e della storia

Quando negli anni ’50 William Felton Russell, più conosciuto come Bill Russell, imbracciava il pallone da basket non si dirigeva di certo nel campetto dell’isolato ma dietro casa. Era lì che si fissava al muro un tabellone e un canestro anche se probabilmente ci sarebbe stato più spazio e comodità davanti al garage. Le case di un americano medio hanno infatti un piccolo problema: il garage si affaccia sulla strada, dove passano e ti vedono tutti. E se sono gli anni ’50 e sei nero non puoi giocare a basket così spudoratamente, davanti a tutti.

D’altronde cosa avrebbe potuto pretendere Bill Russell dalle persone che vivevano a Monroe, in Louisiana. Nulla, poiché Bill non pretese nulla dalla Lousiana. Quella che sarà la leggenda più vincente del basket aveva già un altro progetto in mente: cambiare gli Stati Uniti d’America, non un singolo Stato. Non si trattava di essere arroganti, sfacciati o eccessivamente intraprendenti ma di voler cambiare il mondo, soprattutto se sei testimone oculare dell’omicidio di tuo padre, nero anche lui, colpevole di una colpa che non c’era, quella di voler far rispettare la fila in una stazione di benzina, dopo che numerosi bianchi ti erano passati davanti approfittandosene dello sguardo del divertito proprietario.

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Era stata la mamma a suggerirgli di appendere il canestro dietro, e non davanti casa. Certo, grazie a quello la muscolatura ringrazia visto che saltare sull’erba è tutt’altra cosa che saltare e palleggiare su un riquadro di cemento. Ma se la palestra è oggi una grande invenzione, giocare ovunque si voglia è stata a lungo un’agonia trasformata in una grande conquista.

Bill Russell ha usato il suo talento non solo per cambiare il basket ma come strumento di voce, pronto a finire sulle prime pagine dei giornali come Mohamed Alì e Martin Luther King. Il primo, Bill, ha sicuramente avuto meno fortuna nella cultura del mondo Europeo, ma negli USA Alì e Russell sono esattamente sullo stesso gradino del podio. Rappresentano un concetto non suffragato da  molti: more than an atlhete. Russell come Alì non è stato un “semplice” giocatore ma politico, leader, attivista sociale. E in tutto questo il talento, lo strapotere che ha messo sul campo è stato solo un mezzo per arrivare sul podio con la medaglia al collo e gridare ciò che pensava.

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Vincere 11 campionati in 13 anni nella NBA con la maglia dei Celtics fra il 1956 e il 1969, essere uno dei migliori rimbalzisti di sempre, essere l’inventore della stoppata, essere stato uno dei primi afroamericani ad aver calcato il campo da basket, essere stato il primo allenatore nero della storia della NBA sono stati solo espedienti che hanno regalato a noi tifosi un gioco migliore e a tutti noi una società più vivibile.

Bill Russell ha detto a tutti che il basket non era uno sport per soli bianchi ma che anzi lui lo dominava e lo dirigeva. E lo ha fatto per 15 anni consecutivi. Si sarebbe potuto fermare lì, ad essere osannato come uno dei più grandi della Storia del Gioco, e invece è stato uno dei più grandi della Storia moderna e della cultura pop americana. Bill Russell è stato sì un leader ma definirlo così dà una accezione negativa a tutto quello che c’è stato intorno. Potrebbe essere definito come una miccia. Lui, insieme ad altri come Alì, Rosa Parks, Kareem Abdul Jabbar, è stato la miccia di un fuoco che è divampato grazie a tutti quelli che lo hanno seguito e sostenuto, e che lo sosterranno. Perché il fuoco ancora arde visto che di paglia da bruciare ancora ce n’è. E se oggi possiamo giocare tutti al campetto sotto casa di qualcuno il merito sarà.

La fine di una dinastia?

L’ultimo giorno di giugno in una afosa e grigia giornata di Shangai dietro due lenti arancioni volgeva lo sguardo del due volte campione NBA e MVP Stephen Curry. Vacuo, vuoto, di ghiaccio. Uno sguardo che si tiene quando si ha il presentimento che qualcosa stia per andare storto. Anche se il significato di “storto” o sbagliato  è tutto da definire. In mezzo ad un turbinio di emozioni contrastanti, malinconia e solitudine, felicità e nostalgia, Steph sale al bordo del Jet privato. Direzione New York City.

Un volo di quindici ore preso in tutta fretta da uno dei tiratori da tre più forte della storia per provare a convincere Kevin Durant a restare con lui, per un altro giro alle Finals, per provare a sconfiggere tutti quelli che fino a quel momento li avevano odiati. Vedersi passare il cucchiaio pieno sotto il mento, proprio all’ultimo. E’ questo ciò che è successo a Stephen Curry. E’ proprio nel momento in cui Curry stava per ammirare la statua della libertà che è venuto a conoscenza della brutale notizia: Kevin Durant ha trovato un accordo quadriennale con i Brooklyn Nets e raggiungerà nella Grande Mela Kyrie Irving. Il gioco ha le sue regole e talvolta ti porta  nella città in cui gli amici diventano improvvisamente  nemici, quelli che ti spodesteranno dal trono e prenderanno il tuo posto.

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In una manciata di minuti i Golden State Warriors, sempre in Finale negli ultimi 5 anni, vincenti per tre volte, sono passati dalla gloria alla vendetta della ghigliottina. Metafora della vita che lo sport ci insegna. Parabole discendenti e ascendenti ovunque. Durant li ha lasciati, autore di canestri decisivi, due volte MVP delle Finals, talvolta schivo, spesso freddo con i media. Ma può davvero finire così una dinastia, un  nucleo di giocatori paragonato ai Bulls dei ’90? Può una dinastia reggersi solamente su di un giocatore che invece a quella dinastia si è aggiunto successivamente alla sua nascita?

Probabilmente no o probabilmente sì. Perché il nucleo autentico di quei Warriors rimane ma questi guerrieri, soprattutto  a causa dell’infortunio al crociato del ginocchio sinistro di Klay Thompson e dell’addio di Iguodala, non sono destinati a vincere nei prossimi anni a meno che non vi siano colpi di scena epocali.

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Ciò di cui possiamo essere certi è  che siamo stati tutti testimoni di una delle squadre più forti di sempre. Una squadra guidata dalla mentalità vincente di Steve Kerr, giocatore proprio di quei Bulls di Jordan il quale rifilò due bei cazzotti sul naso di Kerr. Una squadra nata grazie al flusso del genio Kerr e alla sregolatezza di Curry e dalla precisione della meccanica di tiro di Klay Thompson. Una squadra in cui tutti i pezzi si completavano: c’era Iguodala, giocatore di cui pochi parlan, che ha sempre fatto quel lavoro dietro le quinte che spesso non si nota ma che è fondamentale per il risultato finale. C’era e ci sarà Green, l’uomo che sputa il sangue per difendere la propria squadra, a costo di prendere a male parole gli arbitri e farsi espellere.

Sarà difficile trovare un’altra dinastia come questa e quando ce ne accorgeremo, rimpiangeremo di averla odiata.

Darko Milicic: pazzia e dissoluzione

Nel  2014 una clamorosa inversione di marcia. Dopo tutto, dopo cambi di maglia, dopo troppi rumors e scandali legati al suo nome aveva deciso che il basket non sarebbe stato più il suo pane quotidiano di cui cibarsi, ma solo una parentesi fondamentale della sua vita, ormai chiusa con tanto di punto a capo. E infatti in quello stesso anno, Darko Milicic non si dà all’ippica bensì al Kickboxing. Viene avvistato incredibilmente a Novi Sad, in Serbia. Lui è dentro a lottare e a scalciare contro il suo avversario. Litri di vodka e alcolici riscaldano i cuori e gli stomaci dei Jugoslavi che fra poche ore ritorneranno nelle proprie abitazioni sopportando le ostiche temperature sotto lo zero.

Ma chi se ne importa delle temperature, direbbe Darko Milicic. E in effetti dopo tre anni di latitanza l’omone di 213 centimetri per i 113 kili che furono, Darko, viene avvistato in pieno inverno nello stadio della Stella Rossa di Belgrado. E’ in piedi, anzi aggrappato fra una ringhiera e l’altra. In maglietta a maniche corte, anche se sarebbe stato capace di rimanere a torso nudo, incita e aizza gli ultras della Stella Rossa contro la squadra londinese di Arsene Wenger, l’Arsenal, in una sfida di Europa League.

Non sembra di certo una storia che abbia qualcosa di eclatante da raccontare, da esprimere. D’altronde chiunque può amare, allo stesso tempo, il Kickboxing e il calcio. Peccato che l’allora Darko Milicic era un milionario stipendiato da varie franchigie della NBA perché, ebbene sì, una decina di anni prima, Darko, era considerato come uno dei migliori prospetti nel panorama cestistico internazionale.

Fisicità, tecnica, passo veloce e mani dolci: un diamante grezzo da lavorare. Non molto spesso si vedono qualità tencico-fisiche di quella portata in un unico corpo. E spesso giocatori così vengono dai paesi della ex Jugoslavia. Lì la mentalità cestistica è un po’ diversa da quella occidentale e americana: sei alto? Schiacci? Giochi bene? Niente di tutto questo ha importanza: oggi, come ieri e domani, i giocatori di una qualsiasi squadra usciranno dalla palestra solo dopo aver segnato, e non tirato, almeno un centinaio di canestri. Non è una visione dittatoriale del gioco, è un modus operandi ormai consolidatosi anche nei vari stereotipi. Loro preferiscono la durezza mentale e l’intelligenza tattica piuttosto che quella fisica degli Americani. Ma non tutti sono in grado di reggere la pressione e non tutti i diamanti, mentre vengono sgrezzati, rimangono intatti.

E così Darko dopo anni di pressione ha sbarcato il lunario, ha fatto un salto lungo quanto tutto l’oceano atlantico ed è arrivato a Detroit, città dei motori rombanti. Aveva 20 anni quando fu scelto al draft del 2003 con la seconda scelta assoluta, dietro solo a LeBron James e davanti a Carmelo Anthony, Wade e Chris Bosh, nomi che, per chi segue il basket, rappresentano una sorta di santuario nel cuore dei tifosi.

Ero convinto di essere stato mandato da Dio”. Forse in questa semplice frase, affermata con amarezza, si sintetizza la pazzia, il delirio di onnipotenza, ma anche la rassegnazione e l’errata convinzione di uno che in NBA poteva far meglio. Darko è stato un ragazzo competitivo, fin troppo. Voleva così tanto vincere, tutto e subito, al punto tale da farlo mollare se l’ambiente circostante non fosse stato idoneo per quegli obiettivi. Voler vincere al punto di mollare. Cercare di voler cambiare tutto consapevoli del fatto che nulla potrà cambiare.

Eppure, a onor del vero, quel potenziale prospetto vinse tutto e subito con i Detroit Pistons del 2004. Ma cosa significa vincere se non si gioca, se si ha un ruolo marginale nella squadra? Cosa significa vincere se giochi così male fino a costringere tutti ad additare la dirigenza dei Pistons come una di quelle che ha fatto una fra le scelte peggiori della storia del basket, scegliendo lui, Darko Milicic.

Darko, per il suo bene, ha invertito la rotta, ha cambiato vita. Ha scelto  con stoica pazienza di ritornare alle proprie origini, le campagne della Serbia, senza pensare al conflitto che anni prima c’era stato, fra la Serbia e la Croazia. E come la Jugoslavia anche Darko si è dissolto e così anche uno dei più incredibili “What If” della storia del gioco.

Un canestro che salva la vita

Lo sguardo volge verso un paesaggio più sublime e lontano, dove però il cuore, i sentimenti e gli affetti non possono giungere né persistere. Le temperature nel Montana sono d’inverno ostili all’uomo, ostili alla vita e alle speranze. Anche un bisonte guarda impaurito la valle gelida che si estende dinanzi a lui fino a che una parete di montagne innevate si erge, in maniera secca e fredda. E titubante procede verso un destino che ancora non conosce. Nel Montana non è affatto facile vivere. Anzi, il termine più appropriato sarebbe sopravvivere. E non è stato facile neanche vivere per tutti gli Indiani d’America le cui terre sono state brutalmente espropriate da antichi imprenditori dai lunghi baffi che arrivarono dall’est e dal mondo occidentale.

rayLa terra del Montana

Inizia nel Montana, nella riserva Indiana, la Flatehead Reservation, la storia di alcuni piccoli eroi e di piccole eroine che hanno provato a salvare qualche vita, fra le tante che autonomamente hanno deciso di lasciare un mondo per loro invivibile. Continua nel Montana la storia di alcune famiglie che ogni mattina, fra metri di neve, si alzano e si dirigono apatici verso i loro pick up trascinandosi dietro corde, zappe e motoseghe per raccogliere tonnellate di legno. Ritornano a casa verso l’ora di pranzo, quando già è quasi buio  e si rintanano nei bar fra un assenzio e una striscia di cocaina. E’ facile capire quindi per quale motivo nella Flatehead Reservation ci siano stati, tre anni fa, un centinaio di persone che hanno deciso di stroncare la propria vita. E’ anche per questo motivo che il Montana detiene un macabro record americano, quello dei suicidi annuali.

Fra quei lavoratori ce n’è uno un po’ più speciale, tale Zanen Pitts. “Ho due figli. La mattina mi alzo, porto il fieno alle mie mucche, curo la mia fattoria. Poi me ne vado dritto nella foresta, si prende un po’ di legna e la si porta a casa”. Poi la svolta: “Verso le cinque ci riuniamo in palestra e iniziamo l’allenamento”. Zanen Pitts è il coach degli Arlee Warriors and Scarlets, squadra giovanile di basket maschile e femminile della riserva Indiana. Zanen Pitts è il sole che non tramonta dopo l’ora di pranzo che strappa i ragazzi dalle case e li conduce verso i riflettori della palestra, dove un parquet e due canestri sono tutto il necessario. “Play with a goal, gioca con un obiettivo” dice coach Zanon, che non è fare canestro ma dimenticarsi il freddo e la storia che c’è là fuori.

E’ l’ottimismo di chi non si ferma,non  titubante come un lento bisonte, che porta la squadra dei ragazzi degli Arlee Warriors a vincere due campionati statali consecutivi, nel 2018 e nel 2019 e a portare questa storia sulle prime pagine dei quotidiani.

08mag warriors20 cover articleLargeGli Arlee Warriors

Ci sono sei di quei ragazzi su una panchina: “Chi di voi conosceva qualcuno o aveva parenti che hanno avuto il coraggio di togliersi la vita?” chiede coach Zanen. Tutti e sei alzano la mano, impassibili, abituati a una pratica piuttosto ricorrente nella Flatehead Reservation. E’ lì che Coach Zanen ha capito che il basket e un canestro possono salvare la vita. La vita non solo dei familiari dei ragazzi che giocano e vincono per gli Arlee Warriors ma anche quella di ogni singolo cittadino della riserva indiana del Montana.

Da qualche mese a questa parte, girando per le strade arginate dalla neve della Flatehead Reservation, è possibile osservare una serie di cartelloni che raffigurano i piccoli ragazzi vincenti dei due campionati. Non è solo (auto)adulazione perché su quei cartelloni ci sono frasi toccanti e un paio di numeri di telefono: quello del coach e quello del presidente della squadra: “Quando rifletti sulla vita chiamaci e passa a trovarci”.

E’ questo il senso della campagna pubblicitaria di una squadra di sedicenni che, guidati da Zanen Pitts, si sono caricati sulle spalle un’intera cittadina con l’intento di diminuire quelle morti innaturali. “Mi chiamano come se fossi uno psicologo, ma sono solo un allenatore” dice coach Zanen. Capisci in quel momento l’importanza di un canestro. Un’importanza e una responsabilità che un canestro, una porta fatta con le felpe buttate sulla polvere, una palla, non dovrebbe avere ma che purtroppo ha perché quando c’è bisogno, c’è sofferenza ci si deve aggrappare a tutto. E’ anche questa la conseguenza della libertà americana: “Andate e provvedete”. E nella moltitudine, nel caos, non tutti galoppano con lo stesso passo. "Ma cosa fanno gli Warriors, i guerrieri? Lottano uno per l'altro." Amen.

Non hanno vinto solo i Toronto Raptors

Ad  Oakland, in California, nella contea di Alameda, è ubicato il palazzetto più antico della NBA: la Oracle Arena. Chissà se un qualsiasi John o Joe, venuto a lavorare dall’Oklahoma, mettendo l’ultimo mattoncino nel 1966 abbia mai pensato a tutti i gloriosi momenti che si sarebbero vissuti là dentro. Evidentemente no perché di anni se ne sono dovuti aspettare: nove per il primo titolo e altri quaranta per quelli che saranno il secondo, il terzo e il quarto per i Golden State Warriors. E proprio questi “guerrieri”, stanotte, hanno dovuto deporre le armi in favore della prima squadra non americana, bensì canadese, a vincere nella storia della NBA il così tanto agognato titolo: i Toronto Raptors. Anche in questo caso qualsiasi John o Joe non avrebbe mai pensato a nulla del genere.

 

Sono  tutti in piedi ad ammirare una delle ultime giocate che si terrà in quella Arena. Toronto sta vincendo di un punto e ha una gara di vantaggio. Palla a Golden State che “batte” una  rimessa a dir poco rischiosa, al limite della stessa palla persa che i Raptors hanno registrato nell’azione precedente. Draymond Green salva miracolosamente sulla linea laterale, scarica su Wardell Stephen Curry che aveva sfruttato bene il blocco cieco di DeMarcus Cousins. Curry tira da tre!

 

Quel tiro da tre esce, viene sputato dal ferro come fiamme sfavillanti dalle fauci di un drago. Quella manciata di pochi secondi rimasti va scemandosi. E proprio lui, Wardell Stephen Curry, in arte Steph, uno dei tiratori più irrazionali della Storia di questo gioco non centra il bersaglio che avrebbe definitivamente consacrato la sua carriera e avrebbe tirato una netta linea della sua eredità lasciata al gioco.

 

Il rimbalzo lo prende Kawhi Leonard! Il rimbalzo lo prende Kawhi Leonard! Da spacciati a vincenti in pochi successivi istanti! Tutto il Canada esplode. Il tanto agognato titolo, il Larry O’ Brien Trophy, quest’anno non sarà più adagiato sul suolo americano. Per le strade canadesi il popolo è in festa, coriandoli e fuochi d’artifici vengono lanciati sulla folla che aveva ammirato i propri eroi dai maxischermi, spargi in giro per la città, qua e là.

 

“Vedo una magnifica città e uno splendido popolo sollevarsi da questo abisso. Vedo le vite per le quali sacrifico la mia, pacifiche, utili, prospere e felici. Vedo che nell'intimo del loro cuore essi hanno per me un santuario e l'hanno i loro discendenti, generazione dopo generazione. Quel che faccio è certo il meglio, di gran lunga, di quanto abbia mai fatto e quel che mi attende è di gran lunga il riposo più dolce che abbia mai conosciuto”.

 

Non hanno vinto solo i Toronto Raptors, hanno vinto gli ideali e le idee di coloro che hanno creduto nel potere africano di Pascal Siakam, che ora in un universo parallelo è chiuso in un qualche monastero dopo aver concluso il suo percorso da seminarista, e di “Air Congo”, Serge Ibaka. Ha vinto la dirigenza che ha scelto la strada razionale piuttosto che quella del cuore, scambiando il miglior amico di un signor giocatore, Kyle Lowry, per avere in cambio un leader di Jordaniana e LeBroniana fattura: Kawhi “Kawow” Leonard. Ma un leader non solo risolve i problemi, indica la strada ed è in questo frangente che il tanto vituperato Lowry si è superato, andando a smentire le critiche copiose ricevute in tutti questi anni.

 

Ora piove fuori l’Oracle Arena, il luccichio dei cofani delle macchine riflette un sole californiano moralmente sempre più sbiadito. A testa bassa escono i tifosi, consci del fatto che hanno però tutto il diritto di alzarla quella testa e di dire che i ragazzi che sempre sosterranno hanno scritto la Storia in questi anni. Certo è che rimane un “What if” grosso quanto tutto il Canada. E se Kevin Durant fosse stato sano? E se in questa ultima gara Klay non si fosse rotto il crociato del ginocchio sinistro?

 

Tante domande che non hanno bisogno di risposte. Gli infortuni fanno parte del gioco ma soprattutto c’è da dire che i Golden State Warriors hanno saputo afferrare il concetto di “stay in the moment”, eludendo la mancanza, in momenti chiave, di due armi offensive a dir poco letali. Chi ha visto le partite sa. Sa che Toronto non ha vinto per altrui sfortuna ma per propri meriti. Chi conosce il gioco sa. Sa che Golden State il prossimo anno rialzerà la testa, recupererà gli infortunati e continuerà a far paura a molti Stati americani più il Canada. Cala il sipario, il ritorno sarà più che dolce. La vendetta più che spietata.

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