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Il trono di squadre

  L’inverno è finalmente arrivato! ...
Daniele Furii

Daniele Furii

Nato l’ultimo giorno d’estate del 1995, anno in cui i tifosi italiani di calcio scoprivano Francesco Totti e Javier Zanetti. Laureato in Scienze della Comunicazione. Appassionato di tantissime cose, forse troppe. Tra queste c’è lo sport, di cui ogni tanto scrive.
 

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Aldo Malfetta, il calciatore che scoprì l’eccidio delle Fosse Ardeatine

 

Essere bambini durante la Seconda guerra mondiale non è stato semplice, specialmente nelle sue fasi conclusive romane. In quel periodo, la quotidianità era caratterizzata dalla fame, dal coprifuoco e dalle sirene che avvertivano l’arrivo di un bombardamento. Nonostante quei giorni fossero terribili, soprattutto inimmaginabili oggi, una speranza con un nome che riportava a una figura di sicurezza e familiarità c’era: gli “Alleati”. I più piccoli trascorrevano i pomeriggi a cercare qualcosa da mangiare, ma soprattutto, provavano a divertirsi con quello che la strada gli metteva a disposizione. Il calcio, già all’epoca, era uno dei passatempi più praticati: migliaia di ragazzini per i quartieri di Roma calciavano lattine o delle palle fatte con carta ed elastici tentando di imitare Amedeo Amedei e Silvio Piola.

Aldo Malfetta, nato il 23 aprile 1929, era uno di loro, ma sapeva giocare meglio dei suoi amici. Talmente meglio che nel 1944, all’età di 15 anni, la Lazio di Dino Canestri decise di integrarlo in rosa, facendolo entrare nel giro della prima squadra di lì a poco. Quell’anno il campionato era suddiviso in gironi e quello romano era stato vinto dai biancocelesti, ma l’arrivo degli americani che portarono alla Liberazione di Roma non gli permise di tentare la cavalcata fino alla vittoria finale. Vinse lo Spezia, ma Malfetta, giovanissimo, aveva già avuto le sue prime esperienze in un calcio fatto di scarpini e palloni di cuoio.

aldo malfetta

Malfetta in azione con la maglia del Latina nell'amichevole contro la Lazio ne 49, fonte Laziowiki

Le stagioni successive lo videro protagonista nel ruolo di mediano con la Lazio Juniores, dove divenne campione nel 1948. Passa la stagione successiva in prestito al Latina e poi, nel 1950, finisce alla Reggina grazie a una pressione di Fulvio Bernardini, che lo volle con sé per cercare la salvezza dei calabresi in Serie C prima di vincere lo scudetto con la Fiorentina e il Bologna. In Calabria, Malfetta gioca bene e spesso, partecipando anche alla vittoria per 4-1 contro quella squadra che il Calcio Illustrato chiamava semplicemente Barcellona (si trattava in realtà del Barcellona Igea Virtus). Nella stagione 1951/52 torna a Roma per svolgere il servizio militare e per giocare il campionato italiano con la maglia della Lazio.

Reggina Barcellona

Ritaglio di giornale di una cronaca che ha circa 70 anni. Rivedendola oggi, penseremmo subito al Barcellona di Messi.

Il 24 marzo del 1944, Aldo Malfetta giocava con alcuni suoi amici delle Case Rapide, chiamate così “perché er fascismo l’ha fatte costrui’ in quattro e quattr’otto”. Era uno di quelli che veniva chiamato Shangai, come Mussolini soprannominava tutti quelli dall’altro lato della Cristoforo Colombo, tutti quelli di Tormarancia. Quella mattina erano stati chiusi gli ingressi di Via Ardeatina e Aldo aveva visto passare più di un furgone tedesco. Sentì per tutta la giornata degli spari, ma non sapeva che cosa Herbert Kappler stesse ordinando di fare ai suoi soldati.

La loro curiosità li spinse ad indagare e, una volta appurato che la zona non fosse più sotto la guardia dei tedeschi, decisero di arrampicarsi e di controllare cosa nascondesse quel luogo dove si era udita anche un’esplosione. Con dei copertoni incendiati si fecero luce e, una volta entrati nella fossa, videro con i loro occhi una scena raccapricciante, la sconfitta del genere umano, la creazione finale dell’assenza di empatia. Mario Pennacchia, giornalista e scrittore, in Anche i ragazzi hanno fatto la storia, edito da Garzanti Scuola, riporta alcune parole usate da Aldo per raccontare quelle immagini ai suoi amici: “Ve ricordate quando da piccoletti ce raccontavano le favole con gli orchi che se magnavano li regazzini? Beh, quello che avemo trovato m’ha fatto pensa’ alla caverna dell’orco. Subito nun ce semo resi conto, o forse nun ce volevamo crede, ma c’erano ‘na decina de corpi ammucchiati uno sopra l’altro, con la faccia rivolta pe’ tera e le mani legate dietro alla schiena. Semo scappati morti de paura”.

Lazio 1951

Formazione titolare della Lazio nella stagione 1951-1952.

 

Aldo è stato un ragazzo che ha avuto la fortuna di conoscere quel calcio che tanti altri bambini sognavano di vivere. Quel calcio fatto da persone come Bernardini e Losi. Una fortuna che però ha portato nel suo cuore insieme a delle immagini sconvolgenti, che nessun quindicenne nella Roma di oggi immaginerebbe di vivere. Quel calcio e quella passione per i biancocelesti lo ha spinto a rimanere, nonostante tutto, legato al mondo dello sport anche dopo il ritiro, avvenuto per motivi economici. E sì, perché quel calcio non offriva quello che offre oggi, almeno in termini economici. Perché sotto il piano emotivo offriva e continua a offrire qualcosa di magico, che spinge i bambini di oggi, come lui lo era allora, a ispirarsi ai loro campioni preferiti sognando di calcare i migliori terreni di tutta Italia.

Israel Adesanya, il fighter del momento

 

La UFC sta vivendo una fase prolifica della sua storia, dove nelle varie categorie di peso sono stati incoronati tantissimi nuovi campioni. Il livello medio del potenziale dei fighter sta crescendo esponenzialmente e gli eventi principali contengono delle card interessanti sotto il piano qualitativo e mediatico. In questo contesto, però, c’è un atleta che più di tutti si sta imponendo sui suoi avversari, affrontandoli e sconfiggendoli come fosse il protagonista di un videogame picchiaduro a scorrimento. Un ragazzo nato a Lagos, Nigeria, nel 1989 e che oggi sta rendendo le MMA uno sport sempre più affascinante. Il suo nome è Israel Adesanya ed è il fighter del momento.

 

mma

 L’emozione di chi, da imbattuto, ha scalato tutti i piani dell’UFC nel giro di un anno. 

 

Adesanya si approccia agli sport da contatto durante l’adolescenza, quando per la prima volta si iscrive ad una palestra dove può praticare il taekwondo. Qui inizia a prendere dimestichezza con l’utilizzo delle leve inferiori, che gli permettono di arrivare a colpire ad altezze difficilmente raggiungibili. Dopo la rottura del braccio durante un allenamento, la madre decide di farlo smettere, ma oramai è troppo tardi: l’amore con gli sport da combattimento è già sbocciato. A 13 anni si trasferisce a Rotorua, in Nuova Zelanda e a 18 anni, ispirato dal film Ong-Bak, decide di iniziare a praticare la muay thai, boxe e poi la kickboxing, gli sport che lo faranno entrare nel mondo del professionismo. Prima di avvicinarsi alle arti marziali miste, infatti, sale sul ring 68 volte, vantando un record di 6-0 nel pugilato e di 57-5 nella kickboxe.

Questa grande quantità di incontri disputati lo porta ad essere un fighter esperto nonostante i soli 29 anni. Un’esperienza che lo sta aiutando tutt’ora in UFC, dove tra le sue vittime si sono inseriti anche il leggendario Anderson Silva e l’italiano Marvin Vettori. In UFC ha trovato un equilibrio mischiando tutte le discipline praticate fino all’11 febbraio 2018, giorno del suo esordio, dove contro Rob Wilkinson ha trovato la sua prima vittoria per KO tecnico nella più grande promotion al mondo, portando il suo record nelle MMA a 12-0. 

 


L’attitudine da kickboxer e da thai boxer si è vista anche nell’ultimo incontro con Kelvin Gastelum.

 

Dopo il suo ingresso in UFC, l’Adesanya artista marziale misto si è evoluto anche come personaggio. Infatti, sotto contratto con Dana White, non solo ha portato il suo stile di combattimento ad un livello qualitativo ancora più alto, ma ha anche cominciato a contraddistinguersi con una personalità ben marcata. Quella stessa attitudine che lo rendeva estremamente peculiare durante la sua fase da kickboxer in Cina, dove è sempre riuscito a imporre il suo modo di combattere, è riemersa all’ennesima potenza. Stylebender (un soprannome che si ispira al film The Last Airbender), applica le MMA con uno stile difficilmente imitabile: nell’ottagono è uno striker rapidissimo, che sa colpire con dei jab imprevedibili e che sa calciare con grande efficacia (il question mark kick è uno dei suoi colpi simbolici). La sua velocità, però, non toglie spazio alla forza dei suoi colpi che sono in grado di mandare a terra anche dei fighter più grossi di lui. Adesanya, a questa grande abilità nella lotta in piedi, unisce un’ironia pungente, in grado di irritare e di deconcentrare il suo avversario. La sua immensa passione per i fumetti e gli anime lo trasforma in un personaggio immaginario con i guantini, assumendone le loro personalità irriverenti e, a volte, completamente esagerate. Israel appare come un fighter costantemente rilassato, che dà l’impressione di avere sempre chiara in testa la sua prossima mossa. Le sue lunghe leve lo fanno sembrare un “molleggiato”, un Adriano Celentano trapper che nei colpi sa essere contemporaneamente bizzarro e violento. I suoi combattimenti sono conditi da moltissimi gesti eclatanti che spesso si inseriscono anche nelle conferenze pre-match. Osservare Adesanya nell’ottagono permette allo spettatore di comprendere qualcosa in più di questo sport e di farsi un’abbuffata di cultura pop: un modo alternativo per conoscere Naruto Deadpool, ascoltando contemporaneamente un disco di Travis Scott.  


 Adesanya posseduto da Rock Lee contro Anderson Silva.

 

Israel Adesanya è il fighter del momento perché ha appena vinto il titolo ad interim contro Kelvin Gastelum. Nell’ultimo incontro, disputato a UFC 236, ha rischiato di perdere il controllo della situazione nei primi minuti, quando si è dovuto difendere da una serie di colpi dell’avversario che lo hanno sorpreso. Qualche minuto dopo, soprattutto dal secondo round in poi, il suo potenziale è emerso, permettendogli di sopraffare il messicano. Con 109 colpi significativi messi a segno (di cui 70 alla testa) e 8 takedown difesi, ha raggiunto il record di 17-0 vincendo per decisione unanime. La sua imbattibilità verrà messa alla prova contro altri fighter di altissimo livello. Il titolo dei pesi medi appartiene a Whittaker, che dovrà essere affrontato per l’unificazione. Ma un match che ancor di più esploderebbe a livello mediatico potrebbe essere quello tra Stylebender e Jonny Bones Jones. “Ho già sconfitto un GOAT, potrei sconfiggerne un altro”. La sicurezza dei due fighter, che offrono una fase in piedi da veri fuoriclasse, potrebbe portare ad uno scontro memorabile. Due striker alti 193 cm ma incredibilmente agili e con uno stile esteticamente affascinante. Un combattimento da film, dove la leggenda si scontra con la futura leggenda. Un Borg vs McEnroe delle MMA. 

Il calcio aveva già visto un buco nero

Il 10 aprile 2019, per la prima volta nella storia, è stata acquisita l’immagine di un buco nero grazie ai radiotelescopi dell’Event Horizon Telescope. Questo corpo celeste, appartenente alla galassia Messier 87, si trova a 53 milioni e mezzo di anni luce dalla Terra e ha una massa di 6 miliardi e mezzo di quella del Sole. Questa sensazionale foto ha fatto nascere milioni di meme in cui viene paragonata all’occhio di Sauron o a un taralluccio, ma ha anche fatto risuonare nella testa di tutti l’oramai abusatissima frase di Neil Armstrong: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un gigantesco balzo per l’umanità”. La scienza avrà perso da un anno Stephen Hawking, ma ha appena fatto una scoperta che conferma la Teoria della Relatività Generale di Albert Einstein, ideata nel 1915. uestoQuQ

buco

 Il post Instagram che annuncia per la prima volta una foto scattata ad un buco nero. In rosso è visibile la materia che sta per essere risucchiata al suo interno.

Un buco nero è una regione dello spaziotempo con un campo gravitazionale così intenso che nulla al suo interno può sfuggire verso l’esterno, nemmeno la luce.

Questo concetto legato all’attrazione gravitazionale non è nuovo agli occhi di chi segue il calcio. In campo, durante una partita, è possibile assistere a questo fenomeno astrofisico anche per più di una volta durante i 90 minuti di gioco. Il calcio, parafrasando, è un grande universo in cui all’interno convivono più calciatori, ossia i buchi neri. Tra questi, ce ne è uno che ha una forza di gravità più alta degli altri e che gioca nella galassia de La Liga: Lionel Messi. La Pulga ha la capacità di applicare nello sport una legge della fisica che riesce a facilitare la manovra di gioco del Barcellona o dell’Argentina. Durante la transizione offensiva è in grado di attrarre a sé l’attenzione della squadra avversaria e, come un buco nero, di risucchiarli nella sua trappola. Non è un caso il fatto che esistano centinaia di foto in cui si può osservare una marcatura effettuata da più giocatori contemporaneamente su Messi. Ma più attenzioni focalizzate su di lui, significa meno concentrazione riservata agli altri avversari. Infatti, la gravità nel calcio non porta il difensore a voler compiere un contrasto sul portatore di palla, ma lo induce semplicemente a preoccuparsi di lui, obbligandolo a seguirlo con lo sguardo.

 

Tutto l’Osasuna è attratto da Messi. Ivan Marquèz compreso, che dimentica la marcatura su Suárez.

 

Ogni giocatore ha la sua forza di gravità e questa può essere più o meno intensa. Può cambiare a seconda dei momenti della partita o a seconda dell’aurea che c’è attorno al portatore della palla. Nel caso di Messi è facile comprenderne la potenza, soprattutto perché è in grado di maneggiarla e di utilizzarla a suo piacere.

Un’altra caratteristica che lo facilità nello sfruttamento della gravità è la pausa: un rallentamento o, in alcuni casi, uno stop della corsa palla al piede durante una transizione offensiva. In questo modo ha la possibilità di rallentare e di osservare i suoi compagni di squadra che possono inserirsi tra le linee avversarie. Il campo magnetico è una caratteristica che si può trovare generalmente tra i piedi dei fantasisti, in questo modo diventano il fulcro del gioco della propria squadra, dettandone i ritmi e i tempi. Questo concetto tattico aiuta a comprendere come il calcio possa essere un esperimento continuo che porta a vari fallimenti e ad altrettanti successi. Una costante ricerca in grado di portare agli occhi dei più curiosi delle piacevoli scoperte, come un buco nero.

Alexander Doni, l’arte della plasticità

Lo sport è un’attività complessa che porta gli atleti a dover mescolare capacità fisiche e psichiche in pochissime frazioni di tempo. Questo composto riesce a dar vita ad una serie di gesti piacevoli per l’occhio umano, in grado di intrattenerlo e di ispirarlo. Ci sono sportivi a cui questo lavoro riesce meglio: Rudolf Nureyev sosteneva che Cruijff avrebbe dovuto fare il ballerino. “Era intrigato dai suoi movimenti, dal suo virtuosismo, dal modo in cui riusciva a cambiare improvvisamente direzione lasciandosi tutti alle spalle e a fare tutto ciò mantenendo un controllo, un equilibrio e una grazia perfetti. Era stupefatto dalla rapidità mentale. Si vedeva che ragionava così velocemente da anticipare tutti”. Lo ha raccontato David Winner in Brilliant Orange: The Neurotic Genius of Dutch Football, sottolineando involontariamente, come ha fatto il Pelé Bianco a far comprendere al mondo intero che esiste una nuova forma di arte visiva: il calcio. In questo sport il ruolo del portiere è quello che più si avvicina alla plasticità artistica. A Roma, dal 2005, si è riscoperta grazie a Doniéber Alexander Marangon.

IL PORTIERE DALLA PARATA PLASTICA

Alexander Doni arriva a Roma nella sessione di calciomercato estiva che anticipa la stagione 2005/2006, pagando di tasca propria i 18.000€ della clausola rescissoria che lo legava alla Juventude. Con il suo esordio nel derby del 23 ottobre 2005, diventa il secondo portiere straniero della storia romanista dopo l’austriaco Konsel. Con l’intento di sostituire Gianluca Curci, Spalletti decide di dargli fiducia, permettendogli di mettere in mostra il suo stile di gioco particolare e affascinante. Da quella partita in poi, il pubblico della Serie A comincia a notare un approccio alla parata innovativo, non sempre fondato sulla neutralizzazione del tiro correndo meno rischi possibili, ma basato sul senso estetico, portando a termine quella che più comunemente viene definita parata plastica.

 
Parata in controtempo, plastica ed efficace.

Doni si approccia al ruolo del portiere seguendo i canoni di Cláudio Taffarel. Il suo punto di forza era quello che, soprattutto oggi, viene definito un difetto del portiere: l’assenza del passetto. “Ci sono tante scuole di pensiero diverse. In Brasile facciamo così, ma in Italia e a Liverpool ho imparato altri modi che ci sono per fare questo ruolo”. Effettuare un passo nella direzione del tiro permette al portiere di avere una maggiore possibilità di arrivare in tempo sul pallone. I portieri brasiliani hanno preso questa tecnica e l’hanno cancellata dalla loro memoria (o si sono sempre rifiutati di accettarla), opponendosi come se fosse uno stratagemma utile solo a semplificare il proprio mestiere. Doni, con la sua maglia numero 32, prende questa caratteristica verdeoro e la rende esteticamente soddisfacente. La maggior parte delle sue parate arrivano dopo un tuffo che lo tiene sospeso in aria per almeno un paio di secondi. Un omone di 91 kg e alto 194 cm che in modo fulmineo spicca il volo, sostituendo per quegli istanti la pressione terrestre con quella lunare. L’estensione del suo corpo longilineo gli permette di arrivare su quel pallone, senza effettuare quell’inutile passo che, invece, non gli permetterebbe di compiere quella parata tanto odiata da chi non vuole ancora capire che il calcio è anche spettacolo. Viene definita parata plastica non a caso, perché in aria il corpo di Doni assomiglia a una scultura che ha un solo compito da portare a termine: appagare gli occhi di chi lo guarda.

ARRIVARE PRIMA DELLO SWEEPER-KEEPER

Lo sweeper-keeper è il risultato finale dell’evoluzione del ruolo del portiere. Negli ultimi anni, i vari club in giro per l’Europa hanno cercato di acquistare un interprete del ruolo che avesse la particolarità di saper gestire il pallone con i piedi. Questa tendenza, accentuata dallo stile di gioco innovativo portato dal Bayern Monaco di Neuer, aiuta la maggior parte delle squadre ad uscire dalla pressione alta degli avversari con meno difficoltà. Alcune squadre sfruttano i loro numeri uno anche per impostare e verticalizzare la manovra della squadra. Alexander Doni non aveva questa tipologia di compiti, ma la sua tecnica con i piedi gli permetteva in alcune occasioni di risolvere situazioni complesse in modo efficace. Stereotipicamente è una capacità che viene attribuita a qualsiasi calciatore carioca, ma in realtà non è assolutamente da dare per scontato. Júlio Sérgio Bertagnoli o, addirittura, Artur Moraes, non erano in grado di gestire il pallone con le sue stesse abilità (questa fu probabilmente una delle motivazioni che spinse Montella a restituire la maglia da titolare a Doni).

 
Cristiano RonalDoni. 

 

La Roma, nella prima stagione di Di Francesco, si è abituata all’immagine dello sweeper-keeper grazie ad Alisson Becker, che partecipava costantemente alla manovra di gioco. La sua sicurezza nella gestione della palla lo portava molto spesso a compiere dribbling rischiosissimi, ma estremamente divertenti per il pubblico. Con Doni la situazione era differente: non faceva le stesse cose di Alisson, ma restituiva l’immagine di un portiere che sapeva giocare anche con i piedi, che aveva una padronanza del pallone probabilmente assente nelle gambe di qualche difensore. Il suo modo di giocare fu un assaggio di quello che è l’interpretazione moderna di un ruolo in cui si usano le mani in uno sport in cui si usano i piedi.

Doni ha rappresentato la fase di transizione che ha portato il ruolo del portiere da quello tradizionale a quello moderno e attuale, in cui in Brasile hanno cominciato a fare il passetto e ad essere meno plastici nell’esecuzione della parata. Alisson e Ederson sono due grandi portieri che stanno aiutando le rispettive squadre a fare bene sia in campionato che in Champions League, ma che hanno subito un’europeizzazione grazie ai loro preparatori atletici e alla mutazione del gioco. L’ex giallorosso, il numero 32, ha mantenuto il suo stile singolare e sudamericano che, nonostante dei periodi negativi (dovuti a infortuni e a una pessima forma fisica), lo hanno aiutato a lasciare un’immagine positiva di sé. Nella mente dei romanisti ci sono ancora quella serie di parate in Lione – Roma e quell’insieme di tuffi che gli hanno permesso di consolidarsi come il portiere della rinascita giallorossa.

 

 

 

Cosa sta succedendo a Tony Ferguson

La vita di Tony Ferguson sta attraversando una fase complicata, instabile e, per chi gli sta accanto, inquietante. Una serie di paranoie, infatti, avrebbero portato il fighter a compiere delle azioni incomprensibili agli occhi della famiglia, come la distruzione delle mura di casa con l’intento di scoprire la spia che ci si nascondeva dietro. Il fatto, venuto alla luce dopo la richiesta di un ordine restrittivo nei suoi confronti da parte della moglie, è stato riportato da MMA Junkie, allertando la UFC che sta cercando di dare supporto all’atleta.

I FATTI DOPO UFC 229

I problemi psicologici del Cucuy sembrerebbero essere iniziati poco dopo UFC 229, dove ha combattuto e vinto il suo ultimo match per KO tecnico dovuto allo stop medico di Anthony Pettis. Quella serata, ricordata per l’incontro tra Conor McGregor e Khabib Nurmagomedov (rissa compresa), potrebbe aver segnato l’inizio di una serie di problematiche che stanno rendendo un inferno la vita di Ferguson. La prima volta che Cristina Ferguson ha chiamato la polizia preoccupata per i comportamenti del marito è stato il 16 febbraio 2019, quando Tony, senza apparente motivo, ha iniziato a lanciarle contro dell’acquasanta. La preoccupazione di sua moglie è aumentata a tal punto da decidere di portare il figlio dai propri genitori, allontanandolo da Ferguson che ha continuato ad assumere progressivamente atteggiamenti sempre più paranoici. Al sospetto di avere un microchip all’interno della gamba e di avere un uomo che lo controllasse dentro casa, si è aggiunto un gesto che ha causato l’ordine restrittivo: il sequestro del figlio dopo aver sostituito le serrature dell’abitazione.


Il video pubblicato da Tony Ferguson il giorno dopo l’ordine restrittivo che ha preoccupato i suoi fan.

In precedenza, Dana White aveva già anticipato la questione delicata che riguarda Tony Ferguson, scrivendo così in un tweet: “Tony sta affrontando molti problemi personali. In questo momento non può combattere”. La polizia, nei suoi rapporti, dichiara di aver condotto delle indagini per verificare la stabilità mentale dell’atleta, proponendogli dei controlli specifici da uno specialista. Questa serie di eventi avrebbe allertato i suoi fan, inducendoli a sospettare che il fighter possa aver contratto l’encefalopatia traumatica cronica (CTE).

L’INVISIBILE CTE

L’encefalopatia traumatica cronica, conosciuta anche come sindrome da demenza pugilistica, è una sindrome causata dall’accumularsi nel tempo di ripetute commozioni cerebrali. La CTE fu scoperta dal neuropatologo Bennet Omalu, che si oppose alla NFL per il modo in cui tutelava i suoi atleti. Tra i possibili sintomi ci sono gli scatti d’ira, i deliri e le alterazioni della personalità: tutti atteggiamenti riscontrabili negli ultimi mesi di Tony Ferguson. La peculiarità che caratterizza questa sindrome è che può essere accertata solo dopo la morte del paziente. Tra i casi più eclatanti nel mondo dello sport ci fu quello dell’omicidio-suicidio di Chris Benoit. I risultati delle analisi effettuate sul cadavere del wrestler riportarono una serie di danni consistenti ai tessuti cerebrali, come quelli che avvengono a chi è affetto dalla CTE. Quindi, i continui colpi in testa ricevuti da Ferguson potrebbero aver compromesso definitivamente la sua carriera, trascinandolo in uno stato psico-fisico estremamente fragile. Proprio il match contro Pettis potrebbe averlo messo in serio pericolo, soprattutto quando nel secondo round ha rischiato concretamente di finire KO. Inoltre, le MMA sono uno sport che orientano gli atleti verso patologie psichiatriche o disturbi dell’umore, soprattutto se praticate ad alto livello. Bill Cole, psicologo dello sport, in The Hurt Business dice: “Da me arrivano persone che piangono, che crollano, pensando che la loro vita sia finita perché hanno perso un incontro importante. Ho temuto che alcuni commettessero il suicidio. Sono più inclini alla depressione. Molti atleti sono perfezionisti, al punto di diventare spietati con sé stessi, di vedere solo ciò che è sbagliato, non ciò che è giusto”.


Il supporto per Tony Ferguson non è arrivato solamente dai suoi fan.

Nel frattempo, l’UFC si sta mobilitando per cercare di aiutare il fighter a superare questo brutto momento, anche perché la categoria dei pesi leggeri si trova in una situazione in cui i primi tre atleti del ranking (Tony Ferguson compreso) sono fermi; una situazione in cui gli incastri tra i tre fighter sembravano irrealizzabili fino ad UFC 229.

COSA POTREBBE ACCADERE ALLA CATEGORIA LIGHTWEIGHT

Al momento le priorità di Tony Ferguson non sono le arti marziali miste, ma la sua figura all’interno degli equilibri della UFC è fondamentale. Nurmagomedov, una volta scontata la squalifica, potrebbe finalmente tornare a difendere il titolo Lightweight e il primo possibile sfidante potrebbe essere proprio El Cucuy. Le possibilità che un incontro simile possa avvenire aumentano dopo l’improvviso ritiro di Conor McGregor dalle arti marziali miste. Nonostante le parole di inizio anno di Ali Abdelaziz (manager di Khabib), che negavano ogni possibilità di vedere un incontro tra i due fighter, il match più atteso del 2019 resta comunque quello tra Nurmagomedov e Ferguson. L’incontro tra i due è stato rimandato più volte in passato e si tratterebbe di un match che potrebbe regalare tanti spunti, che si potrebbe confermare come uno dei più combattuti degli ultimi anni. La differenza nel modo di applicare le MMA tra McGregor e Khabib era abissale: il primo spietato nello striking, il secondo incontrollabile nella lotta a terra. Tony Ferguson si posiziona in mezzo ai due, probabilmente perché è quello che sa mixare meglio tutte le arti marziali. Il suo stile è creativo, imprevedibile e soprattutto non paragonabile ad altri fighter. Si tratta di un atleta in grado di condurre con grande efficienza sia le fasi di grappling che quelle di striking, unendo abilmente una serie di discipline molto differenti tra di loro.

Al minuto 4.18 Tony Ferguson riesce a chiudere con un’incredibile triangle choke il match che gli conferisce il titolo ad interim. Contro Kevin Lee ha messo a segno 54 colpi significativi, subendone 55 (di cui 41 in testa).

Le brutte vicende di questi primi mesi del 2019 di Ferguson probabilmente non stanno facendo del male solo a lui e alla sua famiglia, ma, seppur in forma differente, anche a tutti gli appassionati di MMA che vorrebbero rivederlo al più presto all’interno dell’ottagono. Al momento è difficile prevedere che cosa potrebbe accadere nella vita del Cucuy e di conseguenza alla categoria Ligthweight, considerando anche le recenti vicende giudiziarie che hanno coinvolto McGregor. Manca poco al termine della squalifica di Nurmagomedov, un momento delicato che potrebbe aprire un’infinita serie di scenari possibili. In quella fase saranno determinanti le condizioni psicologiche di Tony Ferguson e le decisioni di UFC con Dana White, fondamentali per il recupero di un incredibile fighter.

Nell’estate del 2018, come se fosse una favola, Mahrez arriva finalmente in un top club dopo essere passato per leghe minori e il miracoloso Leicester. Il suo stile di gioco, oggi al servizio di Guardiola, si è forgiato come una spada durante l'adolescenza e il lungo periodo in Inghilterra. Oggi, Riyad è un calciatore maturo e diverso sotto molti aspetti, non solo calcistici, dai suoi futuri compagni. Un fisico esile e un carattere per nulla esorbitante creano un grande contrasto con la maggior parte della rosa dei campioni in carica della Premier League. Il suo passato lo rappresenta anche in questa fase della sua carriera.

 

GRACILE NON VUOL DIRE INADEGUATO

 

Il primo impatto visivo che solitamente si ha di Mahrez riguarda la sua fisicità. In un calcio che sempre di più mette in primo piano giocatori che della propria stazza ne fanno un punto di forza, vedere un'ala di 62 kg fare la differenza è insolito (soprattutto se si pensa al fatto che Messi pesa 10 kg in più di lui). La Premier League è caratterizzata da centrocampisti come Matic, Pogba o Dier, ma la vera forza di Riyad sta nelle giocate palla al piede, dove riesce a colmare questo gap fisico. “L'allenatore mi diceva che negli ultimi 30 metri dovevo uccidere, dovevo essere un killer e infatti, grazie al suo infinito reparto di inventiva, finisce spesso per commettere un “genocidio”.


Triplice omicidio.

 

Il suo stile nel dribbling nasce a Sarcelles, nord periferia di Parigi. Qui passa molto tempo a giocare a calcio con i suoi coetanei nei campetti che però hanno un terreno composto di solo asfalto. Il suo unico modo per migliorarsi quindi è riuscire a perfezionare il controllo del pallone con delle scarpe da ginnastica, tentare delle finte per saltare l'avversario e andare in gol. La palla non può mai uscire e il muro può essere utilizzato come compagno di squadra: un mondo completamente differente dal calcio dei professionisti. “I miei amici facevano da cavie, io li dribblavo e loro mi entravano in tackle sulle caviglie”, come se fosse un allenamento in preparazione del proprio futuro. Il calcio in strada è un fenomeno culturalmente riconosciuto in Francia, dove infatti continuano ad uscire talenti su talenti che visto il loro modo di toccare la palla sembra che ci vivano in costante contatto, come se fossero i protagonisti de il Capitan Tsubasa. Brahimi e Ousmane Dembelè vengono da lì e come lui hanno messo la tecnica in primo piano schivando tutte le criticità riguardanti il proprio fisico. Questo legame con la strada se lo porta ancora dietro: “A volte mi vedi in campo e sembra che io stia giocando per strada”. Dà l'impressione che sul terreno di gioco si muova con l'attitudine di un rapper, tenendo le mani a mezzo busto quando punta l'uomo ed evitando gli avversari andando a ritmo della musica di Jul e Rohff (i suoi artisti preferiti). In realtà è tutt'altro che un personaggio simile, ma quando mette gli scarpini si trasforma in un giocatore raffinato e fatale per gli avversari, un ragazzo che mette da parte il lato più riservato del suo carattere per il bene della squadra.


Riyad a diciassette anni era un ragazzo ancora più esile di oggi, aveva il viso da bambino e un taglio di capelli molto più sobrio.

 

PIU' FATTI, MENO PAROLE

 

A 19 anni lascia i campetti e inizia un percorso nel calcio professionista che in cinque anni lo porta dall'AAS Sarcelles al Quimper, per poi arrivare al Le Havre, una squadra normanna che tutt'ora milita in Ligue 2. Questa è stata la sua ultima squadra francese, quella che lo ha venduto poi al Leicester City dove Ranieri lo ha messo al centro del progetto, facendolo lavorare molto sui suoi limiti. Con le Foxes, Riyad comincia ad essere un giocatore più difficile da marcare, più imprevedibile nei duelli solitari e molto più attivo nelle fasi di non possesso. “Mi ha dato il coraggio di cui avevo bisogno, la fiducia di cui avevo bisogno. Avere qualcuno che ti parla così per me è stato molto importante”. Nel 4-4-2 di Ranieri riesce ad esprimere il suo miglior calcio arrivando anche alla storica vittoria del campionato, che ancora oggi viene ricordata annualmente. Quella stagione gli porta il premio come miglior calciatore dell'anno in Premier League, una base solida per poter iniziare a fare i paragoni con i maggiori campioni di questo sport. Eppure, Mahrez non ha mai dimostrato di sentirsi un giocatore arrivato o superiore a tanti altri: “Non posso essere paragonato a Messi, lui è completamente ad un altro livello. Forse sono un'ispirazione per qualche giovane, ma non mi piace molto parlare di me stesso”, confermando così di essere un ragazzo con i piedi per terra e scegliendo di non abbandonare il Leicester City la stagione dopo. Il suo modo di porsi fuori dal campo è effettivamente quasi l'opposto del suo stile di gioco. Riyad non è una persona eccentrica (e lo dimostra anche lo scarso utilizzo che ha dei social network), ma un ragazzo cauto che non lascia mai dichiarazioni da trash talker. Quando vieni dalla strada e cresci in un quartiere in cui violenza, droga e alto tasso di disoccupazione sono le caratteristiche più rinomate, le persone pensano che tu possa essere il classico bad boy. Niente di più sbagliato. La perdita di una figura di riferimento come il padre, a soli 15 anni, gli ha fatto capire che avrebbe dovuto cominciare a sudare per andare avanti nella vita: voleva diventare un calciatore professionista per onorarlo e per renderlo fiero di lui.

 

IL DELICATO PRESENTE

 

Questa storia, a partire dalla sessione estiva del calciomercato 2018, lo ha portato al Manchester City,

rendendolo il calciatore algerino più pagato della storia. Mahrez si sposerebbe bene con i Citizens perché è un giocatore capace di creare disordini negli ultimi metri di campo, dove il City sa essere incontrollabile.

L’imprevedibilità della squadra è dovuta però anche allo stato di forma in costante crescita di Sanè e Sterling, due giocatori fondamentali nel calcio di posizione di Pep Guardiola. Questo quadro sta progressivamente abbassando il suo minutaggio, trascinandolo in una circostanza in cui l’allenatore non riesce a trovargli un contesto ideale da costruirgli attorno: “Non gioca, è colpa mia. Meriterebbe di più, ma non riesco a trovargli uno spazio”. L’opportunità di compiere il salto di qualità, quello che nelle ultime stagioni ha volutamente evitato più volte, sta portando la sua carriera in una fase molto delicata. Mahrez, a differenza di altri, è un giocatore che dà l’impressione di aver bisogno di giocare, di testare le sue abilità quotidianamente e di assorbire fiducia dall’esterno per rendere meglio in campo. Proprio per questo, il futuro potrebbe portarlo lontano dal presente, in un luogo in cui l’apparente fragilità che lo ha trascinato ad una maturazione come persona e calciatore dovrebbe di nuovo caratterizzare il calciatore che si è fatto tanto amare a Leicester.

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