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Daniele Furii

Daniele Furii

Nato l’ultimo giorno d’estate del 1995, anno in cui i tifosi italiani di calcio scoprivano Francesco Totti e Javier Zanetti. Laureato in Scienze della Comunicazione. Appassionato di tantissime cose, forse troppe. Tra queste c’è lo sport, di cui ogni tanto scrive.
 

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Tornare a parlare di calcio

Tempo fa - non ricordo neanche bene quando - c’era una città in cui ogni abitante viveva la sua quotidianità con la convinzione di essere un membro appartenente a un qualcosa di molto grande, a una sorta di dinastia lunga circa 92 anni. In quel luogo si diventava parte integrante della famiglia grazie a uno sport - una cosa che, tutto sommato, non ti dice nulla sulle persone che hai a fianco - che faceva da collante, diventando la chiave principale per la costruzione di ogni sorta di legame.

Si trattava di una città che, come spesso accade alle comunità unite da qualcosa, aveva un punto di ritrovo settimanale, dove si concretizzava la coesione. Ogni singolo minuto in quella struttura permetteva a ogni cittadino di alimentare la propria appartenenza a quella strana fede, materializzandosi in lunghi abbracci con degli sconosciuti, conditi da urla di pura gioia, quando l’oggetto di interesse, una sfera solitamente a scacchi bianchi e neri, finiva dentro una rete. Non a caso quel posto ha un nome che, se messo al contrario, si legge “amor”.

Oggi però il calcio - lo sport che univa quelle persone - non fa più parte della quotidianità di questo grande cerchio sociale. In questa fase storica si parla di liti, tradimenti o fazioni anche durante le partite e, infatti, allo stadio - quel luogo di ritrovo settimanale -  prima di abbracciarsi ci si chiede: “ma lui da che parte sta? La penserà come me?”. Quella città adesso convive con un malessere costante e a tratti nauseante, ma non tutti se ne sono ancora resi contro.

Non parlano più di calcio, ma solo di chi ha ragione o torto. E si, sicuramente c’è chi ha sbagliato di più e chi si dovrebbe assumere le proprie responsabilità, perché alcune circostanze prendono forma solo quando vengono effettuate delle decisioni non ponderate, ma il punto non è questo. Di quanto cambierebbe la situazione sapendo, con estrema precisione, chi ha torto e perché? Nulla, probabilmente. L’innamorato sta dimenticando cosa ama. Chi si abbraccia senza domande sta lentamente sparendo, formulando costantemente tanti pensieri dubbiosi sul prossimo. In questo periodo i messaggi sono sempre stati più contraddittori all’interno della città e il tutto è culminato con l’allontanamento, nato da decisione personale, del leader di quella comunità che per tutti impersonificava la fede di appartenenza.

Andandosene ha lasciato un grande vuoto, soprattutto di sensazioni. Ma forse, guardandolo sotto un altro punto di vista, lo si potrebbe intendere come un volontario sacrificio per far tornare quella città a vivere nuovamente per l’unico concetto che alimenta la passione: il calcio. Il 17 giugno 2019 potrebbe essere stato il giorno in cui Roma - la città che al contrario si legge “amor” - ha messo il punto finale su una discussione tossica. Ci credo? Non molto, ma il 17 giugno per la storia di Roma ha significato due cose: toccare il fondo (1951) e toccare la vetta (2001). Magari, per il bene della sua comunità, tra qualche anno lo ricorderemo anche come il giorno in cui è tornata a parlare di calcio.

 

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Il Mondiale di calcio femminile 2019 sta facendo divertire tante persone, a cominciare da quella fetta di tifosi che per la prima volta si è avvicinata a questo sport. Tutte le squadre di ogni girone sono scese in campo almeno una volta, mettendo in mostra le loro identità tattiche e le migliori calciatrici a disposizione. Tra queste c’è stata anche la nostra Italia, che ha vinto contro l’Australia grazie a una buona prova collettiva della squadra. In 90 minuti le calciatrici della CT Bertolini non hanno solamente corso, sofferto, combattuto e vinto. In questa stagione, il calcio femminile italiano ha raggiunto livelli di apprezzamento storici, ma la percezione del paese era ancora lontana da quella che si sta raggiungendo in queste calde giornate di giugno. Il gol di Bonansea al 95’ ha contribuito al compimento di una narrazione romanzesca, quella che culmina con la vittoria in rimonta all’ultimo minuto della squadra sfavorita. Un percorso perfetto che, forse, potrebbe rappresentare metaforicamente il cammino del calcio femminile italiano. 

 

 

Australia - Italia ha messo in mostra molte qualità delle azzurre, a cominciare dalla vincitrice del premo “migliore in campo” Barbara Bonansea. La sua partita ha evidenziato quanto sia brava nei movimenti a palla lontana: nel primo tempo le viene annullato un gol per un fuorigioco millimetrico che avviene dopo una corsa orizzontale per allinearsi all’ultimo difensore dell’Australia, utile poi scattare in verticale verso il gol. La sua prima rete arriva sfruttando un’imprecisione della difesa avversaria e grazie al suo posizionamento ottimale (in quella situazione anche il cinismo che le ha permesso di andare sull’esterno per poi calciare in porta ha giocato un ruolo fondamentale).

Infine, il gol del 2-1 arriva liberandosi, in un’area di rigore densa di donne fisicamente più grandi di tutte le calciatrici dell’Italia, per quello che il New York Times ha definito uno “stunning header”. Un’altra grande protagonista della partita è stata Laura Giuliani che ha rassicurato la linea difensiva dell’Italia con delle grandi parate - tra cui lo sfortunato calcio di rigore - e delle uscite alte in mezzo all’area di rigore. Manuela Giugliano, invece, ha deliziato gli spettatori con il suo delicato tocco del pallone e con la sua intelligenza tattica. Entrambi i gol annullati delle azzurre arrivano da due suoi lampi di luce: prima una verticalizzazione a premiare il bellissimo movimento di Bonansea, poi a memoria cerca con un lancio di prima l’inserimento in area di rigore di Sabatino. 

 
La partita dell'Italia femminile contro l'Australia 

La partita contro la Giamaica potrebbe scrivere un’altra pagina di questo piccolo romanzo, dove le azzurre scenderanno in campo per cercare di agguantare una qualificazione importantissima. Le loro avversarie hanno trovato molte difficolta contro il Brasile, che è stato trascinato da un’incontrollabile Cristiane, una di quelle calciatrici complete sotto ogni aspetto offensivo. Nel primo gol ha dimostrato di avere una grande forza nelle gambe, che le ha permesso di elevarsi e di colpire il pallone con un colpo di testa e con una torsione del corpo nella direzione del secondo palo.

Il gioco delle brasiliane ha reso passivo quello delle giamaicane che sono arrivate poche volte in porta e, quasi sempre, lo hanno fatto con dei tiri da fuori area. Schneider, il loro portiere, si è dimostrata all’altezza di un Mondiale di calcio, parando un rigore al Brasile e compiendo più di un intervento decisivo che ha evitato un parziale troppo pesante. La partita è alla portata di questa Italia, che contro l’Australia ha dimostrato di saper leggere bene le situazioni di gioco e di saper anche soffrire nelle transizioni difensive (nel secondo tempo è stato decisivo l’ingresso di Bartoli a coprire la fascia sinistra). Le difficoltà maggiori delle azzurre sono arrivate attaccando una linea difensiva avversaria ben strutturata, attenta a rimanere sempre allineata e a far andare in fuorigioco le attaccanti (8 volte in 90 minuti). Kennedy e Polkinghorne hanno creato molti più pericoli in entrambe le fasi di gioco rispetto a tutte le altre compagne di squadra, ma sono state limitate bene nel secondo tempo da Linari e Gama (63% di contrasti aerei riusciti), che ha trovato il riscatto personale dopo l’errore che ha portato alla trasformazione del rigore di Kerr. La squadra di Bertolini ha dimostrato di essere una squadra molto attenta, che è riuscita a ribaltare il risultato mantenendo la calma e continuando a sfruttare le incertezze di un’Australia che si è sgretolata piano piano. Questo stesso atteggiamento, unito alle qualità delle singole giocatrici, potrebbe portare quei tre punti che significherebbero qualificazione.

L’edizione 2018/19 della UEFA Champions League è terminata da poco. La finale disputata al Wanda Metropolitano di Madrid, tra Tottenham e Liverpool, ha fatto discutere per via della sua scarsa spettacolarità. C’era chi si aspettava 90 minuti a ritmi completamente folli, con delle continue incursioni a velocità incalcolabili di Salah e Manè, ma c’era anche chi sospettava di poter assistere a una partita equilibrata sotto ogni aspetto tattico ed emotivo. Nonostante le varie polemiche, che fanno oramai parte della quotidianità della narrazione calcistica, questa finale ha spostato gli equilibri per l’assegnazione di un altro importantissimo trofeo: il Pallone d’Oro. Ogni anno, l’ultima partita della competizione più importante d’Europa riesce a consolidarsi come uno dei tasselli fondamentali per il miglior giocatore dell’anno, come l’evento che dà il permesso a chiunque di poter cominciare a ipotizzare chi potrebbe essere il vincitore del trofeo assegnato da France Football. Sulle basi dei risultati raggiunti nelle stagioni appena terminate e con un’analisi delle statistiche dei singoli atleti, si potrebbe presupporre che i seguenti giocatori possano essere i maggiori indicati per la vittoria finale del premio. 

 

 

  1. Virgil van Dijk 

 

 

Il numero 4 del Liverpool è sicuramente il giocatore che oggi si avvicina di più alla vittoria del Pallone d’Oro. Protagonista assoluto di una stagione che ha visto i Reds arrivare secondi in Premier League con 97 punti e solo 22 gol subiti, detentore del disumano record di “non dribblato” in tutte le 64 partite disputate tra il 2018 e il 2019, (Serge Gnabry, marcato da lui in nazionale, è riuscito a calciare in porta senza però saltarlo in dribbling) e idolo assoluto della sua tifoseria. Virgil van Dijk ha chiuso la sua stagione alzando quella Champions League che lo scorso anno aveva visto sfumare davanti ai suoi occhi, giocando meglio e risultando impeccabile contro la rosa di Pochettino. La sua solidità in fase difensiva, unita a un ordinato controllo del pallone e a un ottima visibilità di gioco, lo rendono il difensore indispensabile per una qualsiasi squadra allenata da Klopp. Il Liverpool si è ritrovato spesso a ripartire in velocità grazie a un suo duello aereo vinto (5 di media a partita) che porta a termine contemporaneamente con violenza ed eleganza.

La naturalezza con cui trova e serve il compagno in movimento ha convinto il suo allenatore ad affidargli gran parte della costruzione della manovra offensiva, portandolo a toccare una media di 80.7 palloni a partita. Per capire la straordinarietà di questa statistica basterebbe pensare che il Messi di Valverde ne tocca in media 20 di meno. A tutto ciò aggiunge quella fame agonistica e quelle spiccate doti da leader che lo aiutano a costruirsi una facciata da giocatore forte, conscio delle sue abilità e degli obiettivi raggiungibili: “Il migliore resta Messi, ma se dovesse arrivare il Pallone d’oro me lo prenderò”. 

 

 

  1. Lionel Messi

 

Il suo nome in una lista del genere non può mai mancare. Si tratta del giocatore di cui si continuano a coniare termini e concetti per descriverlo, nonostante di lui si sia scritto e raccontato di tutto. Il suo calcio lo rende unico e, stagione dopo stagione, costringe chiunque abbia mai pensato all’arrivo di un suo possibile calo di rendimento a doversi ricredere. Il Barcellona ha di nuovo subito una rimonta drammatica che ha sotterrato la gioia di un campionato vinto ma, nonostante ciò, la luce della Pulga ha continuato a brillare. Il suo talento è malleabile e si riesce ad adattare a ogni richiesta del suo tecnico ed esplode quando, anarchicamente, decide di prendere quell’iniziativa personale in grado di capovolgere una partita intera. Raccontare Messi, anche se in una singola stagione, è sempre difficile.

A volte, basterebbe osservare una serie di sue statistiche per comprendere quell’aura di misticità che lo circonda in mezzo al campo. In questa edizione della Champions League ha mantenuto una media di 5 tiri a partita, con 12 gol realizzati (i numeri più alti di tutta la competizione). In tutte le partite ha segnato con una media dell’1.1 di gol e ha creato 3 occasioni a partita, completando 18 assist. La sua imprevedibilità si può leggere attraverso i 4.4 dribbling riusciti a partita sui 7.2 tentati. Con l’aiuto della Copa América potrebbe riportare in Argentina un trofeo che manca dal 1993, quello che per lui diventerebbe il primo, agoniatissimo, titolo in Albiceleste. Una vittoria che potrebbe garantirgli il Pallone d’Oro, forse quello con il significato più romantico di tutta la sua carriera. 

 

 

  1. Mohamed Salah 

 

Salah è senza ombra di dubbio il giocatore simbolo delle ultime due stagioni del Liverpool. Il suo percorso sportivo si potrà raccontare attraverso la fase “pre Klopp” e “post Klopp”. Il tecnico tedesco ha preso l’egiziano, dando ordine e organizzazione al caos delle sue accelerazioni. In Premier League, inoltre, si è trasformato in un giocatore incredibilmente lucido sotto porta e, automaticamente, fatale per i suoi avversari (3.8 tiri a partita con 27 gol realizzati). In questa stagione, nonostante ci siano dei numeri differenti, ha confermato l’incredibile rendimento dello scorso anno, vincendo la classifica capocannonieri del campionato inglese e, naturalmente, segnando un gol pesantissimo nella finale di Madrid.

Il suo 2019 potrebbe prendere una piega ancora migliore in base ai risultati dell’Egitto nella Coppa delle Nazioni Africane, che si terrà proprio nel suo paese natale. Le sue improvvise accelerazioni e la sua velocità nel lungo periodo potrebbero aiutare la sua squadra a superare il girone composto anche dalla RD del Congo, lo Zimbabwe l’Uganda. Un suo percorso nella competizione da protagonista aumenterebbe esponenzialmente le sue chance di vincere il Pallone d’Oro. 

 

 

  1. Eden Hazard

 

 

Hazard ha concluso nel migliore dei modi quella che, con molta probabilità, sarà la sua ultima stagione con la maglia del Chelsea. Il percorso affrontato con Sarri, soprattutto in Europa League, ha confermato il suo rendimento dei Mondiali 2018. La sua presenza in campo sposta gli equilibri della partita, grazie alla sua unicità nel controllo e nella difesa del pallone. Il suo baricentro basso gli permette di restare ancorato a terra e contemporaneamente di girarsi e muoversi sul posto con una straordinaria fluidità, dando l’impressione di poter giocare con il sistema gravitazionale a suo piacimento.

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Con una doppietta, un assist e 5 occasioni da gol create, Hazard ha vinto il premio come miglior giocatore nella finale di Baku contro l’Arsenal, ribadendo quanto sia importante la sua presenza in campo nelle partite di un certo spessore e trascinando letteralmente il Chelsea a capitalizzare al meglio ogni transizione offensiva. I suoi numeri sono impressionanti: 18 gol e 19 assist in stagione, 4.8 dribbling riusciti su 6.9 tentati (percentuale di riuscita altissima). Numeri da Real Madrid, quella squadra che potrebbe risollevare per cercare di agguantare il Pallone d’Oro. 

 

 

  1. Alisson Becker

 

 

Altro giocatore e protagonista del Liverpool. Alisson, in questo momento, è probabilmente il miglior portiere al mondo. La sua sicurezza tra i pali, nelle uscite e nella gestione del pallone ha reso la difesa dei Reds una fortezza insuperabile, riuscendo a creare immediatamente quella contrapposizione tra la sua squadra e quella di Karius. Si, perché lui la Champions League l’ha alzata da protagonista in positivo e l’ha protetta tra le sue mani per tutta la festa dopo la partita. Il suo rendimento contro il Tottenham gli è valsa la nomina come migliore in campo secondo i dati di WhoScored, che hanno evidenziato le sue importanti parate e la sua efficacia nel palleggio: è stato il terzo giocatore del Liverpool per palloni toccati, completando anche 27 passaggi.

Questi numeri, che sono incredibili per un semplice portiere ma non per uno sweeper-keeper, sono il segno evidente di come la rosa di Klopp funzioni come un complicatissimo ingranaggio che prende in pieno tutti gli undici giocatori in campo. La sua stagione è stata sempre positiva, sopratutto in Champions League, ma la Copa América segnerà un momento fondamentale per il suo possibile, seppur più difficile rispetto ad altri, assalto alla vittoria di un Pallone d’Oro che non passa tra le mani di un numero 1 dal 1963, quando a vincerlo fu Lev Yashin.

 

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Sunderland 'Til I Die ci ha illusi

 

 

La narrazione all’interno del calcio permette di viverlo con più empatia ed emozione. Da anni, i libri hanno abituato i lettori ad apprezzare diverse sfaccettature di alcune squadre o di specifiche partite, proprio grazie alle informazioni raccolte dagli scrittori all’interno delle loro pagine. Con l’avvento della transmedialità, il consumatore si è abituato a trovare contenuti di questo genere, legati allo sport, con molta più semplicità e su più piattaforme. Netflix propone al pubblico un vasto catalogo di documentari o serie tv legate a questo contesto e, tra questi, uno ha riscosso un particolare successo: “Sunderland ‘til I Die”. Questa produzione, affidata direttamente al famosissimo distributore, pochi giorni fa ha deluso per vie laterali tutti i suoi fan. 

 

 

 Giovane tifoso oramai abituato a ogni tipo di sofferenza.

 

Per chi non la dovesse conoscere, “Sunderland ‘Til I Die” è una docu-serie distribuita da Netflix il 14 dicembre 2018. Dopo dieci stagioni di fila in Premier League, la massima serie calcistica inglese, il Sunderland si ritrova a dover fronteggiare una retrocessione avvenuta dopo un’annata piuttosto disastrosa. Nel corso degli 8 episodi disponibili sarà possibile vedere dall’interno tutte le mosse attuate dalla società per fronteggiare la nuova stagione, che come obiettivo principale ha quello di tornare tra le grandi squadre del Regno Unito. Il nuovo campionato non inizia nel migliore dei modi e i problemi finanziari affliggono la squadra, portando la propria tifoseria a vivere poche gioie, seppur intense, e una serie infinita di dolorose delusioni.

“Sunderland ‘Til I Die” ha un punto di forza che altri prodotti focalizzati sul calcio non sono riusciti a trasmettere: far comprendere allo spettatore a quale punto possa arrivare l’amore da parte di una città intera per la propria squadra. Una passione che spesso può condizionare la vita dei cittadini, caratterizzandola con molteplici malumori o con una positività degna di nota. La produzione apre una finestra su una città in cui stadio e chiesa raccolgono la stessa comunità: fede calcistica e religiosa si intrecciano nello stesso luogo, amplificando la spiritualità attribuita allo sport. 

 

Il momento in cui il Sunderland è tornato in Championship 

 

Tutta la docu-serie si pone un obiettivo fondamentale: far affezionare lo spettatore mostrando tutte le fragilità di una squadra e di una tifoseria follemente innamorata. Ci riesce, ma la delude nel momento in cui il Sunderland perde per 2-1 nella finale dei play-off contro il Charlton, mancando la promozione in Championship. La rosa dello scorso anno è cambiata, ma ha mantenuto alcuni di quei giocatori che hanno fatto sognare il pubblico a casa, come Honeyman o l’instancabile Aiden McGeady. In più, l’acquisto di Will Grigg in questa stagione (quello del coro “Will Grigg’s on fire” per intenderci), come se fosse una mossa di marketing, ha ingrandito quella fetta di persone che hanno scelto il Sunderland come seconda squadra da tifare. Partick Bauer, con un clamoroso errore, regala una speranza estemporanea ai Black Cats, che però tramonta con la rimonta degli avversari completata al ‘94 dopo una partita condotta in modo più aggressivo e propositivo. Lo spettatore si trasferisce dal divano allo Stadium of Light. La delusione dei tifosi del Sunderland, che nonostante la drammatica stagione 2017/2018, avevano rinnovato l’abbonamento con un sorriso incomprensibile, è diventata anche quella dei suoi fan arrivati da Netflix, che per la prima volta hanno compreso e provato in diretta l’illusione e lo psico-dramma che ha coinvolto il club nelle ultime tre stagioni. 

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De Rossi e la resilienza romanista

 
 
 

Dire addio è difficilissimo. Da questo gesto, infatti, sono nate le più grandi opere letterarie e cinematografiche, che attraggono lettori e pubblico perché pone chi deve salutare in una situazione di forte contrasto emotivo. L’essere umano, però, ha una grande dote psicologica, che gli permette di trasformare un contesto di malessere in un punto di forza: la resilienza. A Roma, di persone con questa caratteristica ce ne sono molte e sono quelle che hanno superato, seppur con qualche disagio ancora visibile, il 28 maggio 2017, un giorno che, prima di esso, ha sempre messo paura ai tifosi giallorossi. Quel Roma - Genoa ha segnato profondamente la storia della Roma e dei romanisti, che non dimenticheranno facilmente le lacrime versate e gli istanti vissuti dopo il fischio finale. Un saluto amaro e talmente ingombrante che, per diversi anni, ha nascosto il pensiero di un addio altrettanto spaventoso, che in questa stagione aveva sfiorato solo lateralmente la maggior parte di quei tifosi che ora verranno di nuovo messi a dura prova. 

 

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L’addio al calcio giocato di Francesco Totti ha letteralmente lacerato l’animo di tutti gli appassionati del calcio. Le sue lacrime hanno fatto il giro del mondo, dando vita a quel tipo di immagini che fanno avvicinare allo sport anche chi non riesce a concepire come sia possibile ammalarsi di undici sconosciuti che inseguono un pallone dentro a un campo. Il discorso che riguarda Daniele De Rossi è invece differente, perché permette a chiunque tifi la Roma di immedesimarsi nel calciatore che dopo 18 anni lascia la sua squadra del cuore. Ogni tifoso che sarà presente sugli spalti dello Stadio Olimpico, il 26 maggio 2019, potrà comprendere cosa significa dover abbandonare i propri amici, perché lui, da capitano o “capitan futuro”, ha sempre rappresentato in tutto ognuno di loro. L’affetto per quei colori lo hanno messo in condizioni che nessun altro giocatore ha mai vissuto. Il suo stile in campo lo puoi avere solo se vuoi vincere per amore, non per la gloria. La sua grinta con cui contrasta l’avversario la puoi avere solo se moriresti per quei colori, non per facciata. Questo atto di fede ha permesso a tutte quelle persone che si preparano a questo nuovo e inevitabile addio di potersi vantare per molteplici motivazioni, che non riguardano tanto il calcio giocato, di cui è stato senz’altro protagonista assoluto, ma che si focalizzano sulla persona che effettivamente è De Rossi. Il 21 marzo 2006 Repubblica titolavaDe Rossi, un gol al calcio sleale” e raccontava di un Roma - Messina in cui segnò e non esultò. La sua lealtà nei confronti della Roma ha forgiato il suo onore, ammise di aver toccato il pallone con la mano e poi, con un’espressione simile a chi ha capito di essere un uomo prima che un calciatore, si rivolse verso l’arbitro dicendogli “si l’ho toccata di mano, però mo nun m’ammoni’”. Gli avversari vanno ringraziati e trattati sempre con rispetto, anche quando si sbaglia. Le scorrettezze, che naturalmente ci sono state, sono figlie di un affetto a volte troppo insano, che non ti permette di vedere e distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. A mente fredda, però, la lucidità delle sue parole hanno sempre cancellato tutto. Nel bene e nel male, con la maglia numero 4 o numero 16, la Roma, i romanisti e Daniele hanno sempre gioito e sofferto insieme. Per questo i suoi tifosi si sentono rappresentati da lui. Per la fede, per il fuoco, per l’intelligenza emotiva. Si è trattata di una scelta semplice e democratica: De Rossi ha scelto la Roma e i romanisti hanno scelto De Rossi. 

 

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Friedrich Nietzsche ha insegnato che ciò che non uccide, fortifica. Dopo il fischio finale di Roma - Parma terminerà una stagione che ha sottoposto il romanismo a una delle stagioni più folli e sconfortanti sotto il piano tattico e dei risultati raggiunti. La notizia dell’addio di De Rossi, arrivata improvvisamente e con una freddezza alla pari delle prime giornate di maggio, ha contraddistinto un appuntamento che segnerà il rafforzamento o la fine della resilienza romanista. Qualsiasi ipotetica futura delusione, senza Francesco e Daniele, potrebbe assumere un peso maggiore o minore a seconda della caratterizzazione del tifoso. Questa dicotomia, però, verrà a formarsi fuori dallo stadio, probabilmente dopo mesi o addirittura anni. Al termine della partita, nell’imminente, i romanisti saluteranno De Rossi come Elliot fece con E.T. nell’omonimo famosissimo film di Steven Spielberg del 1982. Il capitano della Roma partirà per un posto oggi ancora sconosciuto, dove però porterà con se il romanismo e quel cuore grande che si è formato in questi lunghi 18 anni di Roma.  

 

Raccontare e descrivere la passione che si prova per la propria squadra del cuore non è semplice.

C’è chi lo fa vivendo lo stadio ogni domenica e chi, come Nick Hornby, lo fa scrivendo un libro che sottolinea le sfumature più complesse e tragicomiche dell’essere tifoso. Con Febbre a 90’ si può comprendere quanto possa essere folle l’amore per il calcio e come questo potrebbe condizionare la vita di molte persone, a volte aiutandole, altre volte lasciandole cadere in un baratro senza fondo.

Essere tifoso dell’Arsenal ha provocato molti scossoni alla vita di Hornby, che forse oggi, in attesa della finale di Europa League di stasera, sta vivendo delle sensazioni che potrebbero allungare di qualche pagina il suo libro. In questa ultima fase della stagione 2018/2019 i Gunners hanno evitato in tutti i modi il quarto posto, mancando la qualificazione in Champions League e non riuscendo a superare il Tottenham che non ha mai vinto nelle ultime quattro giornate di campionato. Il gioco che Unai Emery ha portato ad Highbury non ha sempre brillato, ma è servito per raggiungere una finale di una coppa europea che potrebbe finalmente riportare a festeggiare una tifoseria isolata, che ha sempre avuto tutti contro e che è stata spesso vittima del suo stesso calcio controproducente.

 

“Qualsiasi tifoso dell'Arsenal, dal più giovane al più vecchio, sa che nessuno ci vuole, e quest'antipatia la respiriamo quotidianamente intorno a noi”

 

 L’Europa League dell’Arsenal ha messo in mostra il loro potenziale nelle verticalizzazioni. 

 

L’Arsenal di Emery ha fatto passi in avanti rispetto alle ultime stagioni di Wenger, soprattutto nelle transizioni offensive, dove nelle sue verticalizzazioni, specialmente per vie esterne, ha causato vari problemi alle difese avversarie.

Tra i giocatori che hanno sorpreso di più ci sono i due centrocampisti Matteo Guendouzi e Lucas Torreira, ma i numeri fanno automaticamente comprendere che ci si dovrebbe soffermare un po’ di più sulla stagione di Aubameyang e Lacazette. Il gabonese ha segnato 22 gol in Premier League, vincendo la Scarpa d’oro nella sua prima stagione inglese insieme a Salah e Manè. Il suo apporto nella manovra offensiva è essenziale negli ultimi metri, dove è riuscito ad andare in gol in molteplici modi differenti. Il suo punto di forza, oltre a un grande fiuto per il gol, sta nella prestanza fisica unita all’incredibile velocità (durante gli anni trascorsi a Dortmund riuscì a coprire 30 metri di distanza in 3,7 secondi: 8 decimi in meno rispetto a Usain Bolt).

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Il francese è stato meno prolifico, ma il suo sostegno è stato essenziale in moltissime circostanze. La stagione di Alexandre Lacazette è stato un crescendo e si è materializzata con la doppia cifra sia per gli assist che per i gol (19 gol e 11 assist). L’Europa League dell’Arsenal è stato un continuo di alti e bassi: ottima la fase a gironi, ma estremamente pericolosi i sedicesimi e gli ottavi di finale. Contro il Napoli ai quarti di finale e nelle semifinali con il Valencia, invece, ha ritrovato quella quadratura che l’ha portato a poter disputare il derby nella finale di Baku. La partita contro il Chelsea li metterà di fronte a una squadra che, come loro, si è ricostruita con un nuovo allenatore in questa stagione. Due squadre con una nuova identità di gioco e con qualche difetto che a volte le rende vulnerabili. Una finale che potrebbe non regalare lo stesso spettacolo di quella della Champions League, tutta inglese anche lei, ma che, in qualche modo, aiuterà sicuramente a crescere i due club sotto alcuni aspetti. Una finale totalmente irrazionale, come l’Arsenal durante la vita di Nick Hornby.

 

“E per quanto riguarda quelli dell'Arsenal... (i tifosi ndr.) È impossibile pensare di non essere stati influenzati dal fatto di amare ciò che il resto del mondo considera fondamentalmente indegno di amore"

 

 

 Una delle migliori coppie d’attacco del 2019. 

 

Naturalmente, ogni impresa dell’Arsenal è riconducibile a Febbre a 90’, ma questa finale lo fa con più convinzione. Nel suo libro Hornby descrive la costante insofferenza che lo ha accompagnato nel corso della sua vita, quando ha dovuto affrontare (come se fosse un giocatore o un allenatore) gli 0-0 delle piovose domeniche inglesi. I Gunners di questa stagione non hanno certo brillato con costanza, ma potrebbero, in modo inaspettato, portare a casa un trofeo di grande prestigio. La delusione che li accompagnerebbe in caso di sconfitta potrebbe essere, quindi, estremamente difficile da sopportare, perché l’amarezza va espulsa nel tempo come una tossina, soprattutto quando le vittorie importanti non arrivano da tanti anni.

Hornby ha sempre associato un periodo positivo della sua vita a un momento in cui l’Arsenal gioca bene, ma questo è accaduto anche al contrario. Si tratta di un tifoso ammalato, come ce ne sono molti, ma che ha utilizzato questa malattia per sconfiggerne un’altra ben più grave: la depressione. Un 2-1 in rimonta a White Hart Lane nel 1986 la spazzò via e, da quel giorno in poi, quella bestia che ti può trascinare lentamente in un baratro senza uscita non si presentò più. Una vittoria della propria squadra del cuore può stravolgere la vita di un tifoso. Sembra follia (e probabilmente lo è), ma accade molto più spesso di quanto si possa immaginare.

Una vittoria dell’Arsenal nella finale di Europa League di stasera contro il Chelsea potrebbe riportare colore a una tifoseria che negli anni si è ingrigita e che sta dimenticando come si festeggiano i successi più importanti. Questa coppa potrebbe regalare una delle gioie più belle che un uomo inglese di Higbury possa provare, perché la miglior felicità è quella che si presenta in modo inaspettato, non quella che con certezza arriverà.

 

“Siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non è che manchino di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste”

 

Aprile è terminato da poco ed è stato, senza ombra di dubbio, il mese dell’Ajax. Per voler essere precisi, a prescindere da come andrà a finire il loro cammino in Champions League e in Eredivise, questa è la stagione dell’Ajax: 160 gol fatti tra coppe e campionato in cui Dušan Tadić, da solo, ha fatto 34 gol e 21 assist. Sono numeri che permetterebbero anche a un alieno di comprendere la straordinarietà di questa squadra nel contesto calcistico europeo. La rosa di Ten Hag ha una serie di giocatori che la rendono peculiare agli occhi di tutti e che in quest’ultimo periodo hanno dato sfogo alla loro creatività per farci innamorare un po’ di più di quei colori che dai tempi di Cruijff emozionano adulti e bambini. Prendendo solo le partite giocate ad aprile, i “Lancieri” (un modo di chiamarli tutto italiano, dovuto a una pubblicità di Carosello) hanno dimostrato di essere degni del loro vero soprannome “Figli degli dei”, perché hanno messo insieme una serie di azioni e giocate che potrebbero riempire interi video di YouTube con il titolo “Ajax 2018-19 Best Goals and Skills”. Tra queste, quattro sono quelle che meriterebbero di più un posto nella compilation. 

 

L’azione contro il Tottenham nella semifinale di andata

 

 

Poco dopo il gol del vantaggio, firmato Donny van de Beek, l’Ajax costruisce un’azione che mette in evidenza le caratteristiche migliori del marcatore e l’importanza del terzino nelle loro meccaniche di gioco. Infatti, Tagliafico riceve palla in posizione molto avanzata dall’altro lato del campo rispetto al pallone, che si trovava tra i piedi di Ziyech. Passa poi la palla a van de Beek, che con una finta la fa scorrere fino a Tadić e nel frattempo si inserisce in area di rigore mettendo Alderweireld fuori dai giochi. A quel punto il serbo gli restituisce la palla e lui, ingolosito dalla possibile doppietta, tira in porta evitando l’assist per Neres. Sarebbe stato un bellissimo gol, che avrebbe premiato la capacità di van de Beek di creare linee di passaggio e spazi che favoriscono il gioco di Ten Hag.

 

La risalita del campo contro la Juventus nei quarti di finale

 

 

Questa è quella che ha girato di più sui social network. Prima di far arrivare Ziyech alla conclusione, l’Ajax passa la palla 13 volte con 8 giocatori differenti in soli 23 secondi, riuscendo a risalire l’intero campo partendo da Onana. Frenkie de Jong fa la cosa più bella: con l’esterno del piede, spalle all’avversario, passa la palla a Schøne ed evita la pressione di Matuidi. Avanzando sempre sulla fascia destra, Ziyech prende l’iniziativa e sposta l’azione verso il centro del campo, portando la pericolosità della squadra verso la porta. L’apporto di Tadić e il tacco di Neres amplificano negli occhi dello spettatore quella sensazione di confusione orchestrata, di caos organizzato. In quel momento il compito dell’Ajax è compiuto. 

 

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L’uscita dalla pressione avversaria di Frenkie de Jong

 

 

L’Ajax è una delle migliori squadre d’Europa nell’uscita palla al piede dal pressing avversario. La chiave tattica che glielo permette ha un nome: Frenkie de Jong. La sua capacità di giocare spalle all’avversario, di abbassarsi sulla linea difensiva mentre i centrali si allargano e la freddezza con cui riesce a girarsi e a cercare la linea di passaggio ottimale, sono le armi in più che hanno affascinato il Barcellona di Valverde. In questa occasione, in Eredivise, compie un errore gravissimo, non riuscendo a confondere l’avversario con una finta di corpo. Capisce che non può scegliere nessun lato e cade a terra, dove però non cede il possesso del pallone mettendosi con il corpo tra questo e l’attaccante. Con un gesto atletico complicatissimo, ma soprattutto rischioso per la sua squadra, riesce ad alzarsi e a portare a termine il suo obiettivo: far risalire la squadra palla al piede. Ci riesce ed è proprio lui a condurre l’azione fino alla fine, sovrapponendosi a Tagliafico dopo una corsa a tutto campo. 

Il movimento da giocatore di football di Hakim Ziyech

 

 

Hakim Ziyech ci ha abituato a delle invenzioni pazzesche palla al piede. In questo caso, però, ha messo in mostra tutto ciò che dovrebbe fare un attaccante centrale quando la palla arriva dall’esterno del campo, esagerando anche un po’. L’Ajax arriva in porta con tanti giocatori differenti e questo ha indotto ogni componente della rosa, soprattutto quelli offensivi, a imparare a gestire ogni zona del campo con le qualità giuste nel momento giusto. In questo caso Ziyech entra dentro l’area di rigore del Vitesse e fa un movimento da MVP di NFL, ruotando attorno al difensore avversario che inevitabilmente manca l’appoggio e cade a terra. Indovina tutte le tempistiche, calcola il momento in cui il pallone sarebbe arrivato nella sua zona e mette in porta un fantastico gol. 

Aldo Malfetta, il calciatore che scoprì l’eccidio delle Fosse Ardeatine

 

Essere bambini durante la Seconda guerra mondiale non è stato semplice, specialmente nelle sue fasi conclusive romane. In quel periodo, la quotidianità era caratterizzata dalla fame, dal coprifuoco e dalle sirene che avvertivano l’arrivo di un bombardamento. Nonostante quei giorni fossero terribili, soprattutto inimmaginabili oggi, una speranza con un nome che riportava a una figura di sicurezza e familiarità c’era: gli “Alleati”. I più piccoli trascorrevano i pomeriggi a cercare qualcosa da mangiare, ma soprattutto, provavano a divertirsi con quello che la strada gli metteva a disposizione. Il calcio, già all’epoca, era uno dei passatempi più praticati: migliaia di ragazzini per i quartieri di Roma calciavano lattine o delle palle fatte con carta ed elastici tentando di imitare Amedeo Amedei e Silvio Piola.

Aldo Malfetta, nato il 23 aprile 1929, era uno di loro, ma sapeva giocare meglio dei suoi amici. Talmente meglio che nel 1944, all’età di 15 anni, la Lazio di Dino Canestri decise di integrarlo in rosa, facendolo entrare nel giro della prima squadra di lì a poco. Quell’anno il campionato era suddiviso in gironi e quello romano era stato vinto dai biancocelesti, ma l’arrivo degli americani che portarono alla Liberazione di Roma non gli permise di tentare la cavalcata fino alla vittoria finale. Vinse lo Spezia, ma Malfetta, giovanissimo, aveva già avuto le sue prime esperienze in un calcio fatto di scarpini e palloni di cuoio.

aldo malfetta

Malfetta in azione con la maglia del Latina nell'amichevole contro la Lazio ne 49, fonte Laziowiki

Le stagioni successive lo videro protagonista nel ruolo di mediano con la Lazio Juniores, dove divenne campione nel 1948. Passa la stagione successiva in prestito al Latina e poi, nel 1950, finisce alla Reggina grazie a una pressione di Fulvio Bernardini, che lo volle con sé per cercare la salvezza dei calabresi in Serie C prima di vincere lo scudetto con la Fiorentina e il Bologna. In Calabria, Malfetta gioca bene e spesso, partecipando anche alla vittoria per 4-1 contro quella squadra che il Calcio Illustrato chiamava semplicemente Barcellona (si trattava in realtà del Barcellona Igea Virtus). Nella stagione 1951/52 torna a Roma per svolgere il servizio militare e per giocare il campionato italiano con la maglia della Lazio.

Reggina Barcellona

Ritaglio di giornale di una cronaca che ha circa 70 anni. Rivedendola oggi, penseremmo subito al Barcellona di Messi.

Il 24 marzo del 1944, Aldo Malfetta giocava con alcuni suoi amici delle Case Rapide, chiamate così “perché er fascismo l’ha fatte costrui’ in quattro e quattr’otto”. Era uno di quelli che veniva chiamato Shangai, come Mussolini soprannominava tutti quelli dall’altro lato della Cristoforo Colombo, tutti quelli di Tormarancia. Quella mattina erano stati chiusi gli ingressi di Via Ardeatina e Aldo aveva visto passare più di un furgone tedesco. Sentì per tutta la giornata degli spari, ma non sapeva che cosa Herbert Kappler stesse ordinando di fare ai suoi soldati.

La loro curiosità li spinse ad indagare e, una volta appurato che la zona non fosse più sotto la guardia dei tedeschi, decisero di arrampicarsi e di controllare cosa nascondesse quel luogo dove si era udita anche un’esplosione. Con dei copertoni incendiati si fecero luce e, una volta entrati nella fossa, videro con i loro occhi una scena raccapricciante, la sconfitta del genere umano, la creazione finale dell’assenza di empatia. Mario Pennacchia, giornalista e scrittore, in Anche i ragazzi hanno fatto la storia, edito da Garzanti Scuola, riporta alcune parole usate da Aldo per raccontare quelle immagini ai suoi amici: “Ve ricordate quando da piccoletti ce raccontavano le favole con gli orchi che se magnavano li regazzini? Beh, quello che avemo trovato m’ha fatto pensa’ alla caverna dell’orco. Subito nun ce semo resi conto, o forse nun ce volevamo crede, ma c’erano ‘na decina de corpi ammucchiati uno sopra l’altro, con la faccia rivolta pe’ tera e le mani legate dietro alla schiena. Semo scappati morti de paura”.

Lazio 1951

Formazione titolare della Lazio nella stagione 1951-1952.

 

Aldo è stato un ragazzo che ha avuto la fortuna di conoscere quel calcio che tanti altri bambini sognavano di vivere. Quel calcio fatto da persone come Bernardini e Losi. Una fortuna che però ha portato nel suo cuore insieme a delle immagini sconvolgenti, che nessun quindicenne nella Roma di oggi immaginerebbe di vivere. Quel calcio e quella passione per i biancocelesti lo ha spinto a rimanere, nonostante tutto, legato al mondo dello sport anche dopo il ritiro, avvenuto per motivi economici. E sì, perché quel calcio non offriva quello che offre oggi, almeno in termini economici. Perché sotto il piano emotivo offriva e continua a offrire qualcosa di magico, che spinge i bambini di oggi, come lui lo era allora, a ispirarsi ai loro campioni preferiti sognando di calcare i migliori terreni di tutta Italia.

Israel Adesanya, il fighter del momento

 

La UFC sta vivendo una fase prolifica della sua storia, dove nelle varie categorie di peso sono stati incoronati tantissimi nuovi campioni. Il livello medio del potenziale dei fighter sta crescendo esponenzialmente e gli eventi principali contengono delle card interessanti sotto il piano qualitativo e mediatico. In questo contesto, però, c’è un atleta che più di tutti si sta imponendo sui suoi avversari, affrontandoli e sconfiggendoli come fosse il protagonista di un videogame picchiaduro a scorrimento. Un ragazzo nato a Lagos, Nigeria, nel 1989 e che oggi sta rendendo le MMA uno sport sempre più affascinante. Il suo nome è Israel Adesanya ed è il fighter del momento.

 

mma

 L’emozione di chi, da imbattuto, ha scalato tutti i piani dell’UFC nel giro di un anno. 

 

Adesanya si approccia agli sport da contatto durante l’adolescenza, quando per la prima volta si iscrive ad una palestra dove può praticare il taekwondo. Qui inizia a prendere dimestichezza con l’utilizzo delle leve inferiori, che gli permettono di arrivare a colpire ad altezze difficilmente raggiungibili. Dopo la rottura del braccio durante un allenamento, la madre decide di farlo smettere, ma oramai è troppo tardi: l’amore con gli sport da combattimento è già sbocciato. A 13 anni si trasferisce a Rotorua, in Nuova Zelanda e a 18 anni, ispirato dal film Ong-Bak, decide di iniziare a praticare la muay thai, boxe e poi la kickboxing, gli sport che lo faranno entrare nel mondo del professionismo. Prima di avvicinarsi alle arti marziali miste, infatti, sale sul ring 68 volte, vantando un record di 6-0 nel pugilato e di 57-5 nella kickboxe.

Questa grande quantità di incontri disputati lo porta ad essere un fighter esperto nonostante i soli 29 anni. Un’esperienza che lo sta aiutando tutt’ora in UFC, dove tra le sue vittime si sono inseriti anche il leggendario Anderson Silva e l’italiano Marvin Vettori. In UFC ha trovato un equilibrio mischiando tutte le discipline praticate fino all’11 febbraio 2018, giorno del suo esordio, dove contro Rob Wilkinson ha trovato la sua prima vittoria per KO tecnico nella più grande promotion al mondo, portando il suo record nelle MMA a 12-0. 

 


L’attitudine da kickboxer e da thai boxer si è vista anche nell’ultimo incontro con Kelvin Gastelum.

 

Dopo il suo ingresso in UFC, l’Adesanya artista marziale misto si è evoluto anche come personaggio. Infatti, sotto contratto con Dana White, non solo ha portato il suo stile di combattimento ad un livello qualitativo ancora più alto, ma ha anche cominciato a contraddistinguersi con una personalità ben marcata. Quella stessa attitudine che lo rendeva estremamente peculiare durante la sua fase da kickboxer in Cina, dove è sempre riuscito a imporre il suo modo di combattere, è riemersa all’ennesima potenza. Stylebender (un soprannome che si ispira al film The Last Airbender), applica le MMA con uno stile difficilmente imitabile: nell’ottagono è uno striker rapidissimo, che sa colpire con dei jab imprevedibili e che sa calciare con grande efficacia (il question mark kick è uno dei suoi colpi simbolici). La sua velocità, però, non toglie spazio alla forza dei suoi colpi che sono in grado di mandare a terra anche dei fighter più grossi di lui. Adesanya, a questa grande abilità nella lotta in piedi, unisce un’ironia pungente, in grado di irritare e di deconcentrare il suo avversario. La sua immensa passione per i fumetti e gli anime lo trasforma in un personaggio immaginario con i guantini, assumendone le loro personalità irriverenti e, a volte, completamente esagerate. Israel appare come un fighter costantemente rilassato, che dà l’impressione di avere sempre chiara in testa la sua prossima mossa. Le sue lunghe leve lo fanno sembrare un “molleggiato”, un Adriano Celentano trapper che nei colpi sa essere contemporaneamente bizzarro e violento. I suoi combattimenti sono conditi da moltissimi gesti eclatanti che spesso si inseriscono anche nelle conferenze pre-match. Osservare Adesanya nell’ottagono permette allo spettatore di comprendere qualcosa in più di questo sport e di farsi un’abbuffata di cultura pop: un modo alternativo per conoscere Naruto Deadpool, ascoltando contemporaneamente un disco di Travis Scott.  


 Adesanya posseduto da Rock Lee contro Anderson Silva.

  

Israel Adesanya è il fighter del momento perché ha appena vinto il titolo ad interim contro Kelvin Gastelum. Nell’ultimo incontro, disputato a UFC 236, ha rischiato di perdere il controllo della situazione nei primi minuti, quando si è dovuto difendere da una serie di colpi dell’avversario che lo hanno sorpreso. Qualche minuto dopo, soprattutto dal secondo round in poi, il suo potenziale è emerso, permettendogli di sopraffare il messicano. Con 109 colpi significativi messi a segno (di cui 70 alla testa) e 8 takedown difesi, ha raggiunto il record di 17-0 vincendo per decisione unanime. La sua imbattibilità verrà messa alla prova contro altri fighter di altissimo livello. Il titolo dei pesi medi appartiene a Whittaker, che dovrà essere affrontato per l’unificazione. Ma un match che ancor di più esploderebbe a livello mediatico potrebbe essere quello tra Stylebender e Jonny Bones Jones. “Ho già sconfitto un GOAT, potrei sconfiggerne un altro”. La sicurezza dei due fighter, che offrono una fase in piedi da veri fuoriclasse, potrebbe portare ad uno scontro memorabile. Due striker alti 193 cm ma incredibilmente agili e con uno stile esteticamente affascinante. Un combattimento da film, dove la leggenda si scontra con la futura leggenda. Un Borg vs McEnroe delle MMA. 

Il calcio aveva già visto un buco nero

Il 10 aprile 2019, per la prima volta nella storia, è stata acquisita l’immagine di un buco nero grazie ai radiotelescopi dell’Event Horizon Telescope. Questo corpo celeste, appartenente alla galassia Messier 87, si trova a 53 milioni e mezzo di anni luce dalla Terra e ha una massa di 6 miliardi e mezzo di quella del Sole. Questa sensazionale foto ha fatto nascere milioni di meme in cui viene paragonata all’occhio di Sauron o a un taralluccio, ma ha anche fatto risuonare nella testa di tutti l’oramai abusatissima frase di Neil Armstrong: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un gigantesco balzo per l’umanità”. La scienza avrà perso da un anno Stephen Hawking, ma ha appena fatto una scoperta che conferma la Teoria della Relatività Generale di Albert Einstein, ideata nel 1915. uestoQuQ

buco

 Il post Instagram che annuncia per la prima volta una foto scattata ad un buco nero. In rosso è visibile la materia che sta per essere risucchiata al suo interno.

Un buco nero è una regione dello spaziotempo con un campo gravitazionale così intenso che nulla al suo interno può sfuggire verso l’esterno, nemmeno la luce.

Questo concetto legato all’attrazione gravitazionale non è nuovo agli occhi di chi segue il calcio. In campo, durante una partita, è possibile assistere a questo fenomeno astrofisico anche per più di una volta durante i 90 minuti di gioco. Il calcio, parafrasando, è un grande universo in cui all’interno convivono più calciatori, ossia i buchi neri. Tra questi, ce ne è uno che ha una forza di gravità più alta degli altri e che gioca nella galassia de La Liga: Lionel Messi. La Pulga ha la capacità di applicare nello sport una legge della fisica che riesce a facilitare la manovra di gioco del Barcellona o dell’Argentina. Durante la transizione offensiva è in grado di attrarre a sé l’attenzione della squadra avversaria e, come un buco nero, di risucchiarli nella sua trappola. Non è un caso il fatto che esistano centinaia di foto in cui si può osservare una marcatura effettuata da più giocatori contemporaneamente su Messi. Ma più attenzioni focalizzate su di lui, significa meno concentrazione riservata agli altri avversari. Infatti, la gravità nel calcio non porta il difensore a voler compiere un contrasto sul portatore di palla, ma lo induce semplicemente a preoccuparsi di lui, obbligandolo a seguirlo con lo sguardo.

 

Tutto l’Osasuna è attratto da Messi. Ivan Marquèz compreso, che dimentica la marcatura su Suárez.

 

Ogni giocatore ha la sua forza di gravità e questa può essere più o meno intensa. Può cambiare a seconda dei momenti della partita o a seconda dell’aurea che c’è attorno al portatore della palla. Nel caso di Messi è facile comprenderne la potenza, soprattutto perché è in grado di maneggiarla e di utilizzarla a suo piacere.

Un’altra caratteristica che lo facilità nello sfruttamento della gravità è la pausa: un rallentamento o, in alcuni casi, uno stop della corsa palla al piede durante una transizione offensiva. In questo modo ha la possibilità di rallentare e di osservare i suoi compagni di squadra che possono inserirsi tra le linee avversarie. Il campo magnetico è una caratteristica che si può trovare generalmente tra i piedi dei fantasisti, in questo modo diventano il fulcro del gioco della propria squadra, dettandone i ritmi e i tempi. Questo concetto tattico aiuta a comprendere come il calcio possa essere un esperimento continuo che porta a vari fallimenti e ad altrettanti successi. Una costante ricerca in grado di portare agli occhi dei più curiosi delle piacevoli scoperte, come un buco nero.

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