Hakim Ziyech, il talento dell'Ajax che disse no a Van Basten
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16 Aprile 2019 Autore  

Dopo quello di Londra e Parigi, l’aeroporto di Amsterdam-Schipol è il terzo per numero di passeggeri in Europa e ogni anno ci transitano all’incirca 3 milioni di persone. Dati che forse non tengono conto di quante volte ci sono passati Diego Ramon Monchi e Walter Sabatini. È il 2016, il motivo dei viaggi ha un nome e un cognome: Hakim Ziyech.

La partita di Ziyech contro il Real Madrid

La maglia che porta addosso il fantasista marocchino è ancora quella del Twente e la sua prima stagione sarà un successo clamoroso: 15 gol in 31 presenze, record di assist (15) in Eredivisie. Monchi, che lavora per il Siviglia, e Sabatini, ancora il capo del mercato di Trigoria, restano folgorati. Iniziano a studiarlo, a corteggiarlo, a sondare il terreno. L’etrusco crepuscolare ds giallorosso arriverà ad offrire 9 milioni, senza successo. Forse si stava già mangiando le mani oppure stava maltrattando nella tasca qualche pacchetto di sigarette: il nome di Ziyech era finito per la prima volta sulla sua scrivania quando ancora era dell’Heerenveen, un intermediario lo aveva offerto a 2 milioni di euro, ma era troppo presto. Non se ne fece niente.

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Ziyech con la maglia del Marocco

Nei biancoblu, che in Olanda chiamano Trots van het Noorden, “Orgoglio del nord”, Ziyech ci era arrivato a 14 anni, dopo aver solcato i campi di Dronten, cittadina di 40.000 abitanti sull’isola di Flevopolder. È nato qui nel 1993, da una coppia di immigrati marocchini: “Sono cresciuto con la consapevolezza che, come marocchino nei Paesi Bassi, sei sempre un passo indietro, devi lavorare di più per ottenere il rispetto. Se un olandese fa qualcosa di sbagliato, non tutti i cittadini olandesi saranno criticati. Ma se lo fa un marocchino, allora sì”. Ziyech inizia a dribblare pregiudizi e offese come dribbla gli avversari in mezzo al campo. Ha un fisico esile, movenze rapide: il passo lungo che finisce con una sterzata improvvisa, in genere usando l’esterno del piede sinistro.

Un passo veloce, la sterzata rapida, un tocco sopraffino.

Sulla panchina dell’Heerenveen siede un certo Marco Van Basten e anche lui resta estasiato da quel passo ancora bambino. Dopo ogni seduta si ferma al campo dello Sportstad per dargli suggerimenti sui calci piazzati, su come battere le punizioni, sulla postura da tenere, sul modo in cui colpire il pallone. Ziyech, sotto quella pioggia di consigli, cresce in fretta e il Cigno di Utrecht lo porta con i grandi per farlo esordire, a 19 anni, contro il Rapid Bucarest in Europa League. Sarà sempre Van Basten a segnarlo a Remy Reyniers e Wim van Zwam, responsabili dell’under19 dei Paesi Bassi. Ma è il 2015, il Marocco era stato escluso dalla Coppa d’Africa e il tecnico Zaki Badou voleva gente nuova per far ripartire un ciclo. Così chiama Ziyech per le amichevoli di ottobre contro Costa d’Avorio e Guinea. Van Basten, che intanto è diventato assistente del CT Danny Blind alla nazionale maggiore, lo scopre, tempesta Hakim di telefonate insieme a Guus Hiddink, gli chiede un incontro: “Ma quanto devi essere stupido per scegliere il Marocco se sei in lizza per l’Olanda?“.

Ma non c’è niente da fare, Ziyech ha deciso: il “dumb boy”, “il ragazzo stupido” come lo ribattezzano negli uffici federali, sceglie le sue radici, sceglie l’Africa: “Quando sono ad Amsterdam mi dicono che sono marocchino, quando sono in Marocco mi dicono che sono olandese”.

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Ziyech con Van Basten ai tempi dell’Heerenveen

Con l’arrivo sulla panchina dei Leoni d’Atlante di Hervé Renard la sostanza non cambia. Il tecnico francese decide di puntare su una squadra giovane, dove il gioiello è proprio il classe 1993 che, nel frattempo, è finito all’Ajax per 11 milioni di euro. E mentre l’Olanda che lo aveva corteggiato resta a casa, il Marocco di Ziyech a fare i Mondiali in Russia ci va eccome. Non andrà oltre la fase a gironi, senza riuscire a vincere contro Iran, Portogallo e Spagna, ma la stella dei Lancieri non smette di brillare.

La sua metamorfosi tattica è ormai conclusa: Renard lo usa come esterno sinistro del tridente con Boutaib e Amrabat, dopo aver giocato da trequartista alle spalle di Castaignos ai tempi del 4-2-1-3 dell’Heerenveen. Con il Twente di René Hake aveva fatto il suo apprendistato offensivo, segnando 17 reti in 33 presenze, ora è abile arruolato esterno sinistro di Erik ten Hag, con la licenza di scambiarsi di fascia con David Neres, dietro a Tadic. Nomi che sono un brivido lungo la schiena per i tifosi juventini e che stasera, nel ritorno di Juventus Ajax di Champions League, proveranno a sfaldare la retroguardia di Allegri. Lo faranno a colpi di classe, di dribbling e di velocità.

Le armi che ha nella tasca Hakim Ziyech, che non smette di lanciare segnali all’Italia: “La Roma non è un capitolo chiuso, mi sento sempre con Kluivert”. Mentre spetta a Benatia rincarare la dose: “Mi ha raccontato che con la Roma era tutto fatto, poi non si è fatto più niente. Non so perché e, forse non lo sa nemmeno lui”. Sull’esterno marocchino, che quando dribbla fonde le movenze arabe e il passo tecno olandese, ci sono anche Bayern Monaco, Inter, Liverpool. Alla Roma aveva fatto innamorare anche Monchi, che lo voleva portare già a Siviglia. Alla fine però scelse Pastore. Ma forse è meglio non ricordarlo.

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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