ESCLUSIVA | Sergio Porrini: "Quella finale Ajax Juventus e la paura di Litmanen. Voglio andare con il popolo dell'Atalanta in Champions League"
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10 Aprile 2019 Autore  

L'ultima Champions League vinta dai bianconeri è lontana, ormai, più di venti anni. Era il 1996 e allo Stadio Olimpico di Roma andò in scena la finale Ajax Juventus. La squadra di Marcello Lippi tornava sul tetto d'Europa dopo undici anni. Per prepararci alla sfida di stasera abbiamo parlato con chi quella finale l'ha vissuta. "Fu il coronamento di un percorso lungo, iniziato almeno due anni prima" ci racconta in questa intervista esclusiva Sergio Porrini, classe 68, difensore. Più di 100 presenze con la maglia dell'Atalanta, una bacheca piena di ogni cosa riempita nei 4 anni a Torino. Erano gli anni di un giovane Del Piero, di Vialli, Conte, Deschamps. "Ma fare i paragoni non serve, questa Juventus ha la stessa fame".

 

Che partita fu quell’Ajax Juventus di 23 anni fa?

Fu il coronamento della stagione precedente, di due anni bellissimi, vissuti con la consapevolezza che bisognava cercare di creare qualcosa di importante. La Juventus infatti veniva da due anni, sia in Italia che in Europa in cui aveva fatto fatica e bisognava ottenere qualcosa. Ricordo la consapevolezza e la voglia, allenamento dopo allenamento, giorno dopo giorno, di diventare una grande squadra. Quella vittoria a Roma contro l’Ajax fu il coronamento di una crescita continua, iniziata l’anno prima con la vittoria della Coppa Italia e dello Scudetto. Le grandi vittorie si creano prima: il giorno della finale ti consacra, ma quello che ottieni mette radici lontano.

Tra voi difensori bianconeri quale era l’attaccante dei Lancieri più temuto di quella finale?

In quel momento il finlandese Jari Litmanen era senza dubbio il più pericoloso, era in un momento in cui se toccava palla faceva gol. E infatti lo fece. Erano molto bravi anche gli esterni di quel 4-3-3, l’olandese Kiki Musampa e il nigeriano Finidi George, che potevano far male in attacco ma allo stesso tempo concedere molto dietro. E infatti le occasioni furono tante, vincemmo ai rigori ma nei 120 minuti meritavamo di vincere.

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E ai rigori fu decisivo Angelo Peruzzi, che vinse anche la personale sfida con Edgar Van der Sar, presente e futuro della porta juventina. Chi era il più bravo?

Ho avuto la fortuna di allenarmi e di giocare insieme a Peruzzi e posso dire che, in quel momento, era in assoluto tra i 3 migliori del mondo. Nonostante magari una corporatura particolare, lo chiamavamo “cinghialone”, e una statura con cui oggi forse probabilmente avrebbe fatto fatica a emergere. Oggi infatti è cambiata la filosofia del portiere, le squadre cercano giocatori di una certa statura, dal 1.90 in su. Per questo va dato ancora più merito a Peruzzi e alla sua forza esplosiva.

Era più forte la Juventus di ieri, di Conte, Ferrara e Del Piero o quella di oggi, di Pjanic, Bonucci e Cristiano Ronaldo?

È impossibile paragonare le Juventus di diversi periodi storici. In quel periodo mi ricordo infatti che si faceva il paragone con la Juve di Platini, oggi si fa il paragone con quella del 1996. È impossibile farlo perché cambiano i metodi e i modi di allenarsi, i mezzi a disposizione dei giocatori, così il raffronto diventa difficile. La cosa sicura è che tutte e due le Juventus hanno la stessa fame e la stessa voglia di vincere tutto quello che c’è da vincere. Cosa che contraddistingue i bianconeri sin dalla nascita.

Domani che partita dobbiamo aspettarci?

Non dobbiamo aspettarci una partita semplice, perché l’Ajax è una squadra molto forte tecnicamente, vivace, frizzante, che gioca in velocità. Ma visto cosa ha fatto la Juve contro l’Atletico Madrid sono sicuro che possa passare il turno.

Usiamo una frase fatta ma vera: lei con i bianconeri ha vinto tutto, ma quale partita le è rimasta nel cuore?

Forse i quarti di finale con il Real Madrid, sempre del 1996, quando con i gol di Del Piero e Padovano ribaltammo l’1-0 dell’andata. Fu il crocevia della vittoria finale. Da giocatore però dico la finale dello stesso anno contro il River, giocata a Tokyo e vinta con un gol di Del Piero. Ho avuto la fortuna di giocarla e di salire sul gradino più alto del mondo.

Il gol di Porrini che apre le danze nella finale di Supercoppa Europea finita 6 a 1 contro il PSG

Non solo Juventus però, ma anche oltre 100 presenze con la maglia dell’Atalanta e tre anni da protagonista in un settore giovanile che è tra i migliori d’Italia. Qual è il segreto?

Il segreto è quello di crederci, che non è una cosa così scontata. Abbiamo visto quante squadre professionistiche di Serie A non credano e non investano per niente nel settore. A Bergamo invece usano parte dei ricavi della prima squadra per il progetto giovanile, dando ai ragazzi i mezzi e il tempo giusto per emergere. Questo, insieme ad una rete di scouting diffusa in tutto il mondo, permette di sfornare anno dopo anno giovani interessanti, piccoli campioni, che solo dopo una lunga trafila riescono ad arrivare in prima squadra. È un processo lungo, lento e non tutti ci credono.

Riuscirà l’Atalanta di Gasperini a centrare la Champions League?

Da atalantino me lo auguro, perché quei 4 anni da giocatore e i 3 da allenatore nelle giovanili hanno fatto diventare una parte del mio cuore nerazzurro. Me lo auguro anche perché, al momento, è la squadra che in Italia esprime il miglior calcio. Spero possa arrivare nell’Europa dei grandi perché so quanto lavoro c’è dietro, quanti investimenti. E soprattutto lo spero perché mi immagino il popolo atalantino assistere alle gare di Champions. Dovesse succedere io vorrei essere uno di quelli, perché l’entusiasmo di Bergamo non si vive da nessuna parte.

L’Atalanta di Porrini e Ganz strapazza 3 a 1 la Roma di Boskov

 

Dal settore giovanile di Zingonia è emerso, tra i tanti, anche Mancini, su cui pare fortissima la Roma.

Mi rivedo molto in lui, nel suo stile di gioco, nel suo saper ricoprire diversi ruoli della difesa. Nonostante la giovane età è già un giocatore di grande responsabilità e di sicuro affidamento. Io dico che il futuro dipenderà dall’Europa: dovesse arrivare la Champions gli consiglierei di rimanere a Bergamo, crescere un altro anno con calma e poi valutare.

E Mancini, insieme a Chiesa, Zaniolo e Kean è uno dei volti nuovi del nuovo ciclo azzurro.

Sì, quelli nominati sono sicuramente tra i migliori giovani del momento. Ma visto anche il recente passato aspetterai a parlare e a considerarli già fenomeni, come si sta facendo con Kean. Sono sicuramente giocatori importanti ma per consacrarsi non basta un anno. È un buon inizio, ma aspettiamo un attimo.

 

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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