Fuoricampo, intervista al Collettivo Melkanaa: "Il calcio come luogo fisico e simbolico"
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14 Novembre 2018 Autore  

Ancora una volta, il calcio è solo un pretesto. Si tratta di un modo come gli altri per raccontare paure e sogni, solitudini e incontri. Lo sanno bene i ragazzi del Collettivo Melkanaa, autori del documentario "Fuoricampo". Nata durante la prima edizione del Master in Cinema del Reale dell’Università degli Studi Roma Tre e nelle sale dallo scorso 18 ottobre grazie a Distribuzione Indipendente, la pellicola racconta la storia della Liberi Nantes Football Club, squadra romana composta interamente da rifugiati e richiedenti asilo che milita in Terza Categoria senza poter concorrere al titolo: la maggior parte dei calciatori infatti non ha i documenti necessari per il tesseramento.

Tre storie, Chijioke, Abdoulaye e Mohamed. Attaccante, centrocampista e portiere. Perse tra un passato difficile, un futuro fatto di utopie, un presente di tempi morti, di identità privata, di solitudine.

Abbiamo chiesto ai ragazzi del Collettivo Melkanaa di raccontarci com'è nato questo documentario. Ne è venuta fuori un'intervista sull'accoglienza, sul calcio, sul cinema. Sugli uomini.

 

Chiariamo innanzitutto cos'è il cinema del reale? E' giusto parlare di Fuoricampo come di un documentario?

Sotto l’etichetta di “cinema del reale” si nasconde un mondo molto vasto e altrettanto vario. Non si tratta, come si pensa normalmente, di un genere che prescinde dalla presenza e dallo sguardo del regista o che vive di totale imparzialità. Ciò che manca rispetto al cinema di finzione è sicuramente la messa in scena che normalmente si riscontra in quest’ultimo. Nel cinema del reale si lavora, invece, con personaggi che decidono volontariamente di mettere uno squarcio della loro vita al servizio della macchina da presa (la cui presenza e influenza sul soggetto inquadrato, seppur minima, non può essere negata) per un determinato periodo di tempo, e con storie che non sono né inventate né romanzate, ma il più possibile vere. La base è, appunto, la relazione che si costruisce con il personaggio. Alla luce di questo, Fuoricampo è a tutti gli effetti un documentario e ricade sotto la definizione di “cinema del reale”, purché non si ignori che questo film non si pone come oggettivo e imparziale: sarebbe impossibile, dal momento che noi registi abbiamo compiuto delle scelte precise e che la nostra posizione emerge da ciascuna di queste scelte.

Fuoricampo si divide in tre sequenze, Attacco-Centrocampo-Difesa, e tre storie diverse. Come avete scelto i tre ragazzi protagonisti?

I protagonisti non sono davvero stati scelti, almeno non nel senso comune del termine. Piuttosto si potrebbe dire che essi stessi si sono proposti, dopo una lunga fase di relazione, a noi registi. Inizialmente, infatti, ci siamo presentati a tutta la squadra, lasciando che la relazione tra noi e i giocatori si costruisse naturalmente giorno dopo giorno. Inevitabilmente con alcuni siamo riusciti a instaurare qualcosa di più profondo, che ci ha permesso poi di ricorrere - con il consenso dichiarato dei tre protagonisti - alla macchina da presa, sapendo di poter contare su un rapporto ormai saldo di fiducia reciproca. Il rapporto si è venuto a creare anche con altri ragazzi, ma abbiamo alla fine scelto i tre personaggi che vediamo nel film perché ciascuno di loro rappresenta un momento diverso e specifico del percorso di integrazione in Italia. Altri ancora, invece, hanno deciso di non prendere affatto parte al film per varie ragioni, pur avendo instaurato con noi un legame forte.

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I protagonisti mettono a nudo le loro paure, i loro sogni, le loro ansie, le loro felicità. Quanto è stato difficile raggiungere questo rapporto di tranquillità e di fiducia, sia dal punto di vista tecnico-cinematografico che da quello umano?

La costruzione del rapporto tra noi registi e i protagonisti è stata la fase principale e più delicata del nostro lavoro, nonché la più intensa: qui abbiamo gettato le basi di quello che sarebbe poi diventato un documentario a tutti gli effetti. In primo luogo, abbiamo cercato di costruire un dialogo con i ragazzi e di acquisire una certa fiducia e confidenza reciproca, prima ancora di ricorrere alla macchina da presa. Questa fase ha richiesto più tempo con alcuni, meno con altri, a seconda ovviamente del carattere personale. Una volta ottenuto questo dal punto di vita umano, è stato facile metterlo in pratica dal punto di vista più puramente tecnico, perché da lì in poi abbiamo lavorato attraverso un pedinamento quotidiano, mentre i ragazzi erano lasciati liberi di vivere normalmente la loro vita. La macchina da presa era ovviamente presente, ma il suo peso era mitigato dal fatto di aver concordato in anticipo con i personaggi lo sviluppo delle singole storie, rispettando il criterio di verità, ma anche la loro volontà di mettersi in scena.

Il sogno di questi ragazzi è quello di diventare un giorno "famosi come Totti, il re di Roma, rispettati da tutti", giocare per il Milan, il Napoli, avere successo, soldi e fama, tanto da poter dire "io lo conoscevo". Si può parlare di colonialismo culturale per questo modello "occidentale" di vita che si innesta sui protagonisti?

Di certo la produzione di valori e modelli di comportamento ha un ruolo determinante nelle pratiche di governo delle popolazioni, ma oggi appare complicato dire se sia una forma di colonialismo culturale imposto dall'occidente oppure piuttosto un’adesione attiva a modelli e stili di vita ormai globali. In fondo i protagonisti del nostro documentario non sono nient'altro che giovani ventenni cresciuti in una società globalizzata e tardocapitalista come quella attuale, in cui fama e successo risultano valori predominanti. La ricerca del successo (poco cambia se nel calcio, nella musica o nell'alta finanza) è probabilmente l'unica strada ritenuta come legittima per affermare e vedere riconosciuta la propria esistenza. È però vero che quello di diventare un calciatore affermato, in realtà, non è il sogno di tutti i protagonisti (nel nostro film infatti solo uno di loro ambisce a questo), né tantomeno rimane l’unico: per gli altri due ragazzi, invece, il calcio è più che altro una passione da coltivare mentre ricercano una vita semplice ma stabile. Al sogno calcistico si aggiungono ben altre aspettative. Per tornare al possibile rapporto tra colonialismo culturale e calcio, non era di certo l'intenzione di Fuoricampo raccontare questo aspetto, ma sarebbe comunque interessante capire come il calcio riesca a veicolare valori e modelli altri rispetto a quelli prettamente sportivi. Ma allora potrebbero essere prese in considerazione - tra le tante cose - le pratiche di scouting delle società calcistiche europee in Africa o ancora si potrebbe vedere cosa hanno significato e prodotto i Mondiali di calcio giocati in quel continente quasi dieci anni fa. Questi però potrebbero essere spunti per un altro documentario.

Il calcio però non è solo soldi e successo. Qual è l'immagine di questo sport che avete voluto mettere in risalto?

L’immagine del calcio legata a denaro e successo è venuta a coincidere incidentalmente solo con la storia di uno dei protagonisti, ma non era ciò che volevamo mostrare a priori. Il calcio nel nostro film è più che altro il luogo - fisico e simbolico - dove le vite dei vari protagonisti, solitamente traiettorie singole e solitarie, possono incrociarsi e condividere insieme principalmente un momento di unione e gioco di squadra, mettendo da parte per un momento i problemi quotidiani e immaginando per se stessi un’opportunità di rivalsa. Il calcio è anche una metafora della loro vita: costantemente in lotta per un qualsiasi tipo di affermazione e conquista personale, ma spesso bloccati appena prima del traguardo dalla lunga burocrazia, dalla mancata padronanza della lingua italiana, da un sistema di accoglienza miope.

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Ricorre in questi giorni l'anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, grande appassionato di calcio e ovviamente anche tra i più grandi esponenti del cinema della realtà. C'è anche lui tra i vostri modelli?

Abbiamo volutamente evitato di rifarci a dei modelli cinematografici specifici, per evitare di legarci troppo rigidamente allo stile di un regista in particolare. Inevitabilmente, però, il nostro percorso didattico e personale ci ha portato a toccare e ad approfondire il lavoro di molti artisti, tra cui ovviamente anche Pasolini, dai quali abbiamo preso in prestito molti strumenti, che ci sono stati utili in tutte le fasi del lavoro: dalla costruzione della relazione tra regista e personaggio, alla scrittura del soggetto, fino alle riprese vere e proprie.

Fuori dai corridoi asettici dei centri di accoglienza, fuori dalle file infinite delle questure, fuori dalla burocrazia labirintica, Fuoricampo fa vedere anche un mosaico di accoglienza esterno ai canali ufficiali. L'allenatore della Giardinetti, il signore che aiuta nel trasloco Abdoulaye, l'amico di Mohamed. Che percezione avete avuto di questa integrazione? Pensate sia cambiato qualcosa dall'estate 2016, quando avete girato, ad oggi?

La nostra percezione di questa integrazione parallela è che essa è vitale a garantire un’accoglienza efficace. Anzi, riteniamo che essa sia ancora più risolutiva ed importante rispetto al sistema di accoglienza istituzionale, il quale al contrario presenta numerose lacune e malfunzionamenti. Come abbiamo mostrato nel film, ci siamo imbattuti in questo numerose volte, quando, di fronte ad una impasse burocratica subentrava l’aiuto del singolo a dare un nuovo impulso alla risoluzione del problema. In questo scenario, l’attività di realtà come l’Acrobax, l’Atletico San Lorenzo e ovviamente la Liberi Nantes, come pure - al di fuori del film - il Baobab e altre ancora, sono state e sono fondamentali. Allo stato attuale delle cose, infatti, questa divergenza appare ancora maggiore rispetto al 2016 ed è ancora più importante incentivare sistemi di accoglienza collaterali rispetto al modello istituzionale.

 

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Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e nel mirino una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio. Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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