De Rossi è (di) tutti
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18 Giugno 2020
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Per leggere le ultime pagine di “Daniele De Rossi, o dell’amore reciproco”, il nuovo libro di Daniele Manusia uscito il 4 giugno per 66thand2nd, avevo deciso di mettere il sottofondo musicale giusto. Non potevano scivolare via così, come se nulla fosse, avevano bisogno dell’atmosfera adatta.

Non avevo dubbi: ho aperto YouTube e ho cercato Ennio Morricone. Al momento di schiacciare play, però, ho avuto un momento di esitazione: Gli intoccabili, C’era una volta in America, Giù la testa, avevano risuonato a un altro addio, quello di Totti. Sarebbe stata una mancanza di rispetto. A venirmi in aiuto sono stati direttamente il libro e i due Daniele, l’autore e il calciatore. Manusia infatti si dice sorpreso di aver scoperto, durante il giro di campo in cui De Rossi salutava i suoi tifosi, che una delle sue canzoni preferite era una delle canzoni preferite anche del giocatore della Roma. Si tratta di All my little words dei the Magnetic Fields, che adesso sto ascoltando a ripetizione da quando ho chiuso il libro, un brano che si regge sulla metafora della donna amata come una farfalla, che non si può trattenere ma che deve essere lasciata volare via: “And I could make you fly away / But I could never make you stay”. Ricordo bene che l’estate scorsa, la prima senza De Rossi nella mia squadra, ascoltavo a ripetizione Non potrei mai dei Fast Animals and Slow Kids, una storia d’amore finita, lei che ha un altro e l’innamorato che ripete: “Non potrei mai / Vederti sola con lui / Come può farmi stare? / Di certo non capirai…”.

De Rossi 2

 

Da romanista, prima ancora che da appassionato di calcio, mi sono sempre vantato di provare emozioni e sensazioni che voi altri, voi che non seguite il calcio o che semplicemente tifate per un’altra squadra, non potete provare e non potete neanche capire. “È qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro” dice Colin Firth nel monologo di Febbre a 90, film cult per tutti i malati di calcio. Un pensiero egoistico, forse superbo, sicuramente sbagliato.

Non si parla di tifo e di calcio, nel libro, si parla soprattutto d’amore e il fatto era chiaro sin dal titolo. Era chiaro anche dal saliscendi emotivo che ti dà la sua lettura (durante la quale ho riso, sorriso, pianto, scosso la testa, buttato via il libro, dato un cazzotto al materasso). Daniele Manusia ha il grande merito di spiegare e di far capire a tutti gli altri, cosa abbiamo provato noi privilegiati nel guardare De Rossi giocare per la Roma. 

Privilegiati di cosa? Potrebbero chiedere i più maligni. Cosa ha vinto De Rossi con la Roma? Cosa ha vinto lui, da atleta? Un Mondiale bellissimo, vero, qualche Coppa Italia, che diventa portaombrelli o Champions League a seconda delle stagioni, una Supercoppa Italiana. Il libro tutto questo lo mette in luce, sin dalle prime pagine: “De Rossi, che deve ancora compiere vent’anni e ha giocato solo una decina di partite da professionista, perde già una finale”. Daniele Manusia non ci gira attorno, non fa sconti alla carriera di De Rossi, ai secondi posti, agli scudetti sfumati, ai cartellini rossi, alle gomitate, ai pugni e alle Coppe in faccia, ai 7 a 1. E alcune delle pagine più belle del libro sono proprio quelle dedicate a queste sconfitte, a quei risultati umilianti contro Manchester United, Bayern Monaco e Fiorentina. Partite che ogni tifoso romanista, come dice l’autore del libro, può ricordare a memoria, quasi chiudendo gli occhi, riassaggiando gli “strani presentimenti”. Io di quelle partite, come di quelle più belle, ricordo tutto: il momento in cui spengo la radio, il messaggio di mio zio che prova a consolarmi, il giorno dopo a scuola in una classe di laziali, i viaggi di ritorno a casa in macchina, il divano su cui aspettavo, sicuro, il settimo gol viola. E sembrerà strano, ma non sono ricordi tristi, strazianti. Tra i temi che ho corretto quest’anno, nella scuola media di Roma dove insegno, ce n’era uno in cui si scriveva così: “Il tifoso della Roma è quello che sa rialzarsi, anche dopo i 7 a 1”. Avrei voluto abbracciare quel ragazzino, mettergli 10 e dirgli che è vero, che prima o poi vinceremo, che ci rialzeremo sempre.

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Le parole di quel tema sono simili a quelle che ha usato De Rossi dopo la più bella serata degli ultimi vent’anni di Roma, quella della rimonta contro il Barcellona: “Noi dobbiamo ringraziare di essere romanisti anche dopo i 7 a 1, anche dopo aver perso in casa contro il Napoli giocando male. Io ringrazio sempre di essere nato romanista”. Il privilegio, insomma, è questo. Il fatto che le parole del capitano di una squadra, della mia squadra, possano essere le stesse di un ragazzino che scrive un tema e parla della Roma. Il fatto che le emozioni che ha provato un calciatore della mia, della nostra squadra siano le stesse mie, nostre emozioni. Ansie, paure, gioie, felicità. Anche le rosicate. “Questa storia parla di reciprocità – scrive Daniele Manusia – di come un calciatore ha potuto rappresentare i propri tifosi fino a una totale immedesimazione. La storia di De Rossi è anche la storia di tutti i tifosi della Roma negli ultimi diciotto anni”.

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Provo per un attimo a lasciare da parte i sentimenti. Il libro, che è bello sin dalla copertina disegnata da Guido Scarabottolo, è inserito nella collana sportiva di 66thand2nd, Vite inattese, che in questi giorni ha visto l’uscita di un’altra piccola perla La squadra che sogna di Giuseppe Pastore, dedicata alla nazionale italiana di pallavolo allenata da Julio Velasco. In “Daniele De Rossi o dell’amore reciproco” non si parla solo di sentimenti forti, di sconfitte e di vittorie, di discese agli inferi e risalite. Si parla di calcio, e Daniele Manusia, da fondatore e direttore de L’Ultimo Uomo, può farlo con una minuzia tattica e una capacità descrittiva unica (il modo in cui racconta alcune azioni riesce a farle tornare a galla e a proiettarle sulla pagina). Si parla di Roma e di Ostia, con delle parti bellissime dedicate ai film di Claudio Caligari. Si parla del De Rossi uomo, di funerali e matrimoni, di barba e capelli, di tatuaggi e libri letti. E l’autore non lo fa con la presunzione di rivelare scoop eclatanti, di raccontare verità nascoste: “Non conosco personalmente Daniele De Rossi. Il mio rapporto con lui è simile a quello che può avere qualsiasi tifoso della Roma. Non ci ho mai parlato per davvero né, come si dice a Roma proprio per rimarcare l’estraneità, ci ho mai cenato insieme”.

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Il senso del libro, anzi il merito, è proprio aver rimarcato questa estraneità, questa diversità che diventa il suo opposto, una lontananza che diventa vicinanza. “Che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani / Che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo” canta l’inno della Roma. “Perché siamo differenti / Come due gocce d’acqua” scriveva invece Wislawa Szymborska. E non mi pento, neanche mi vergogno di aver inserito nello stesso articolo, con due frasi attaccate, un premio Nobel per la letteratura e Antonello Venditti. Perché parlano della stessa cosa. Perché la Roma e De Rossi, noi e De Rossi, siamo questa cosa qui.

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica. Prof di giorno, giornalista freelance di notte. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere, una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, e un Master in Editoria, Giornalismo e Management Culturale a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e poesia. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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