Agostino Di Bartolomei, il Garrone della Roma
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30 Maggio 2020 Autore  

Il 30 maggio 1994 Agostino Di Bartolomei si sparava un colpo al cuore. Non alla testa, al cuore. Erano passati dieci anni esatti dalla finale persa dalla sua Roma contro il Liverpool. Fu un caso? Fu una coincidenza? Non lo sappiamo. Non lo sanno i tifosi della Roma, gli appassionati di calcio, i suoi amici. Non lo sa il figlio Luca, che oggi scrive: "‪Viviamo fra dolori anonimi ed indivisi contro cui sbattiamo più o meno cinicamente ogni giorno mentre dovremmo prenderci più cura gli uni delle ferite degli altri.‬ ‪La vita è un cross sporco, sbagliare non è una colpa". 

Per ricordarlo scegliamo le parole di Gianni Mura, in questo articolo pubblicato su La Repubblica il giorno dopo la sua morte. 

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BRAVO E SILENZIOSO, IL GARRONE DELLA ROMA 

ADDIO, capitano. Arriva la notizia e si cerca di capire ed è stupido ma inevitabile avere questa reazione. Forse non c' è niente da capire, come in quella canzone che ti piaceva tanto, a te che non hai mai avuto paura di tirare un calcio di rigore, neanche quella sera col Liverpool. Ti ripenso a fronte bassa e ti chiedo scusa se il mio mestiere è parlare. Meriteresti, capitano, il silenzio che si riserva a chi ha deciso di aprire, da solo, l' ultima porta. E quando ha deciso la spalanca e va di là. Quasi tutti si sparano alla testa, non al cuore, e mi sto chiedendo se non fosse questo il tuo messaggio. Perché è difficile capire, immaginarti sul terrazzo fiorito, il bel paesaggio intorno, con una pistola in mano.

Perché doveva essere immensa la voglia di aprire la porta, e meditata a lungo (sei sempre stato un tipo riflessivo e lontanissimo dai cosiddetti gesti inconsulti) e preferirei non saperne l' origine, per rispetto alla tua storia, alla tua vita, al tuo cuore. I ricordi dei compagni ti disegnano bene. Bruno Conti, uno dei più vicini a te, pur così diverso, ha detto che eri bravissimo a prenderti in spalla i problemi dello spogliatoio e a difenderli davanti al presidente. In effetti, questa era l' immagine tua: bravo ma lento in campo, una specie di capoclasse fuori. Garrone. Mi veniva spontaneo il confronto, anche perché parlavi volentieri dei problemi dei ragazzini, della scuola, della violenza. Facevi proposte, anche: sette-otto anni fa, quella di rendere obbligatorio dalle elementari l' insegnamento della storia dello sport. Dello sport, non solo del calcio, perché capissero qualche valore in più, perché avessero la mentalità giusta. A te le sceneggiate non erano mai piaciute nemmeno in campo. Coltivavi la serietà con attenzione, non diventasse musoneria. Ma niente caciare, niente pacche sulle spalle. E adesso, a pensarci, credo non ti piacesse nemmeno essere chiamato Ago oppure Diba (Di Bartolomei troppo lungo per i titoli, Agostino fuori moda in un calcio di Christian e Gianluca). Agostino Di Bartolomei lo scrivo adesso per esteso e c' è quasi il profumo del pane d' una volta.

Agostino cresciuto sui campetti di Tor Marancia e capitano della Roma scudetto, Agostino che leggeva, cercava sempre di migliorarsi, andava a teatro, e lamentava, lui bravo ma lento, la velocità dei giudizi, la frenesia, la videodipendenza, e rivendicava il diritto alla ponderatezza, alla calma non fredda ma civile, lui adesso s' è sparato al cuore e l' ha ritrovato sul terrazzo il figlio che tornava da scuola, lui aveva già deciso di tirarsi fuori dal mondo, a nemmeno quarant' anni. E' tutto vero e amaro, non è un brutto scherzo, capitano. E quando mai ne hai fatti di scherzi? Impossibile solo immaginarti partecipare a un gavettone, e anche da giovane avevi l' aria da anziano, con una faccia sempre identica, mai modificata con baffi o basette, i capelli neri brillanti con riga sulla sinistra e un colorito scuro, quasi mediorientale.

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Solo tu, negli anni del grande odio, potevi permetterti di dire di aver sempre ammirato lo stile-Juve. Che poi per te era soprattutto continuità di gestione, la stessa di Inter e Milan con Moratti e Rizzoli (quando parlavamo di queste cose, Berlusconi non era ancora entrato nel calcio). Il ciclo della Roma dipendeva da Viola, dicevi, e aggiungevi che per tutto il sud, da Napoli a Bari a Palermo, l' efficienza delle squadre del nord non doveva essere un bersaglio di sfottò ma un obiettivo. Si parlava a casa tua, oltre la Laurentina, che (me l' aspettavo) non sembrava la casa di un calciatore. Molti libri, molti dischi, molti quadri, ricordo quelli dei due figli, firmati da Guttuso. Nemmeno una maglia, una coppa, una fotografia in divisa da calciatore. Dicevi, già allora, che la velocità del gioco era un mito imperfetto, e bisognava tornare a insegnare la tecnica. Avevi seguito Liedholm al Milan, ci eravamo visti qualche volta in ristoranti del Varesotto, si sceglieva una volta per uno e devo dire che ne capivi (me l' aspettavo, tornava nel quadro). E poi avevi aperto una scuola di calcio e ultimamente avevi voglia di rientrare (cosa più difficile, per chi è serio) e probabilmente sotto questo profilo non ti ha giovato l' isolamento a San Marco di Castellabate (un nome più lungo del tuo). Ma lì stava la tua famiglia e lì stavi tu.

Da uomo, da marito, da padre responsabile, con un innato senso del dovere, della dignità, della lealtà. Così ti vedevo e continuerò a vederti, Agostino Di Bartolomei, oltre il buio che hai scelto. Capitani non si nasce. Si diventa e si muore. E adesso silenzio, davvero.

 

da La Repubblica, 31 maggio 1994. 

Redazione

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