Cuori resilienti
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11 Aprile 2018 Autore  
 
Il coro più bello della Curva Sud è "Che sarà sarà". Una promessa di esserci, nonostante tutto, in qualsiasi occasione. Un atto di fede e un pegno d'amore. "Che sarà sarà" cantava il settore ospiti del Camp Nou, appena una settimana fa. La Roma aveva perso 4-1 contro il Barcellona, con tanto di due autogol, per non farsi mancare niente. Cantavano a squarcia gola, come chissà quante altre volte avevano fatto e chissà quante altre volte ancora faranno. Il coro che si canta dopo una partita persa, non il canto della sconfitta.
 
"Che sarà sarà, ovunque ti seguirem, ovunque ti sosterrem". Ed ecco che, una settimana dopo, lo Stadio Olimpico è pieno. Settantamila cuori che non si spostano, che non si scalfiscono, che non tremano. O che se lo fanno è solo per un attimo. Cuori resilienti. Che resistono alle imbarcate, ai 26 maggio, ai Roma-Lecce, ai Roma-Liverpool. Che aspettano la domenica per sorridere e puntualmente rimangono bruciati. Cuori che 11 anni fa, si risvegliavano con sette gol inglesi sul groppone. La notte di Manchester, undici anni fa esatti. Cuori che riscoprono che la magia esiste, che i miracoli esistono. Che i sogni a volte si avverano. Questa notte è ancora nostra.
 
Provate a mettere da parte, ancora una volta, le tattiche e i numeri. Poco importa del 3-4-1-2 di Di Francesco, dei palloni toccati da Messi, delle azioni create da Dzeko. Prendete le favole. Prendete De Rossi e Manolas, autori delle due autoreti che fino a ieri condannavano la Roma all'eliminazione, e fategli segnare i due gol decisivi. Prendete Edin, che a rigore conquistato prende il pallone e lo dà al suo capitano. Insieme ad un bacio. Prendete il pallone di Kostas e la sua traiettoria beffarda. Quel pallone usciva, guardate la traiettoria. Sarebbe uscito, ma qualcuno l'ha soffiato al suo posto: dentro al sacco. L'hanno soffiato Agostino, Franco, Dino e altre centinaia di stelle. Ognuno di noi ha qualcuno, nel cuore, che ha spinto quel pallone in rete. Prendete la poesia. Le lacrime di Kostas, lo sguardo di Daniele, le mani tra i capelli di Cengiz, le urla di Federico. Tutti col nome, tutti come noi in questa notte magica, questa notte di lacrime e urla, di testa e di cuore, di sangue e sudore. Quanta retorica. Notte di sogni, di coppe e di campioni.
 
Forse è questo, però, il guaio. A me piacciono troppe cose e mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all'altra finché non precipito. Sogno troppo, forse. Ma cos'è che spinge settantamila persone a vedere una partita in cui dovresti rimontare tre gol alla squadra più forte del mondo? Come fai a sperare che il calciatore più forte del pianeta non segni neanche una rete? Come pensi che la stessa squadra che pareggia con il Bologna e perde con la Fiorentina possa vincere col Barcellona?
 
Dimmi cos'è. Non lo sai, stai lì ed aspetti. Perchè l'altro atto d'amore, immenso e meraviglioso, che puoi fare verso una persona è aspettare. Aspettare e sognare.
 
Aspetti una partita, un messaggio, una chiamata, una rimonta. Aspetti e ti costruisci la tua impresa, quasi la vedi, davanti a te. Come quando aspetti il gol all'ultimo arrembaggio di una partita qualsiasi. Stai lì, lo sai che non segnerai, lo sai che non vincerai. Ma stai lì ed aspetti. Come ieri. E mentre aspetti lo sai. Lo sai che il gol loro arriverà. Lo aspetti. Lo sai che l'incanto svanisce a mezzanotte. Lo sai che i sogni durano il tempo di una nottata. Ma stasera no. Stasera non cadrà nessuna stella e nessuno resterà scottato. Stasera si sogna. Davanti ad un televisore, dietro una radio, allo stadio. Ad occhi aperti o dormendo, per chi ha il lusso di dormire dopo questi novanta minuti. E mentre aspetti, succede che l'arbitro fischia. Succede che il lieto fine, stavolta, c'è davvero. La Roma ha vinto 3-0 contro il Barcellona.
 
"Que sera, sera" cantava Doris Day per il film di Alfred Hitchcock, L'uomo che sapeva troppo, del 1956. Io, dopo la partita di ieri, non so più niente e non riesco ancora a capire in pieno cosa è successo. Mi basta sognare, ancora per un po'. Mentre il cielo sopra Roma è rosso e giuro di vedere anche un po' di giallo. E non c'è smog e non ci sono nuvole. E' soltanto amore.
 
Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e nel mirino una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio. Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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