L'attesa di Patrik Schick non è essa stessa Patrik Schick
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31 Agosto 2019 Autore  

La storia di Patrik Schick alla Roma è tutta racchiusa in una manciata di secondi. Una sliding door natalizia, del dicembre 2017. Prendete Juventus-Roma, con tutto quello che si porta dietro. Prendete l'attaccante scartato da loro in estate e venuto da te per un sacco di soldi, talmente tanti da renderlo l’acquisto più costoso della tua storia. Prendete i minuti e fateli scorrere fino al 90esimo passato. Prendete il difensore loro, che qualche anno fa era tuo, e che fino a quel momento sta decidendo il match. Ora fate fare a quel difensore, Mehdi Benatia, una cazzata. Un controllo sbagliato che manda solo davanti al portiere, anche lui tuo qualche anno fa, il tuo attaccante scartato da loro.

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Patrik Schick con Monchi

Trattieni il fiato, non te ne sei reso nemmeno conto. Ma se non respiri è perché lo sai, lo sai che il ragazzo non segnerà. Lo sai che quel pallone non sarebbe mai entrato, lo sapevi benissimo e lo avresti potuto spiegare con un sacco di motivazioni razionali, psicologiche e tecnico tattiche: la postura, la freddezza, la cattiveria, il movimento della palla. Te lo sai e basta.

Però stai lì, trattieni il fiato. E in una frazione di secondo, il tempo che il difensore loro fa la classica ‘quaglia’ che in quello stadio, mille volte su mille, nessuno farà mai, te pensi ad un miliardo di cose. E se invece quel pallone entrasse? E se invece quel ragazzo segnasse? E se qualcosa stesse veramente cambiando? Stai lì e ci speri. Trattieni il fiato.

Non so cosa deve scattare nella testa del tifoso quando si innamora di un calciatore. Non delle bandiere, dei capitani, di Totti e di De Rossi. Ma di quelli sconosciuti, scarsi, maltrattati dalla storia e dal fato. Uno dei primi ricordi che ho della mia vita calcistica è quello di un Rosso&Giallo d’annata, sfogliato di nascosto e scovato in qualche cassetto nella camera di mio zio, datato 1998. Mi innamorai di tale Alessandro Frau, attaccante classe 1997 che con la maglia della Roma collezionò solo 7 presenze. Così, senza ragione, senza motivo. Era diventato il mio giocatore preferito.

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Marco Delvecchio e Alessandro Frau

In mezzo, fino ad oggi, ci sono degli amori assurdi e infelici chiamati Ivan Tomic e Gianni Guigou, Francisco Govinho Lima e Samuel Kuffour, un po’ di felicità raccolta con John Arne Riise per poi tornare nel baratro insieme a Mattia Destro. In loro riponevo, senza spiegazione alcuna, senza traccia di logica e di razionalità, speranze e sogni. Quando più avanti ho iniziato a capire qualcosa, sempre poco, di pallone, puntualmente mi convincevo che il prossimo sarebbe stato l’anno giusto, il loro anno, la loro stagione. Persino oggi, che mi ero ripromesso di essere nuovamente lucido e distaccato, ho eletto a mio beniamino Mert Cetin.

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Con Patrick Schick è stata la stessa cosa dal momento in cui è arrivato. Stavolta però non era lo sconosciuto, la scommessa: era un giocatore che aveva fatto vedere alla Sampdoria cose clamorose. Era, sommando i 42 milioni della formula trovata da Monchi (5 per il prestito oneroso, 9 per l’obbligo di riscatto, 8 per i bonus e altri 20 cash dopo due anni), l’acquisto più oneroso della storia del mio club. Era lo sgarbo fatto a Napoli, Inter e Juventus. Da quel momento ho iniziato ad aspettarlo. E ho capito che l’attesa è un sentimento nobile, è il massimo grado dell’innamoramento. Lo sanno bene i tifosi della Roma, che cantano “in Curva Sud noi staremo ad aspettar / un tricolore giallorosso per gli ultrà”. Aspettare, nonostante tutto.

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Patrik Schick con la maglia della Sampdoria

A dire la verità c’era un’altra persona, in quella squadra, che aspettava qualcosa. Era Eusebio Di Francesco, in attesa eterna di un esterno destro di piede sinistro, un erede di quello che era stato Domenico Berardi nel suo Sassuolo, se non direttamente lui. Il primo anno il prescelto sembrava essere Riyad Mahrez, il gioiello algerino protagonista nel Leicester di Claudio Ranieri. Anche qui, la sua attesa, si era fatta assurda e stressante: lo avevano visto cambiare le sterline in euro, lo avevano sentito informarsi di una villa vicino Trigoria, lo avevano notato allenarsi in maniera strana, distaccata. L’attesa, anche stavolta, si concluse senza lieto fine. Lo sarebbe stato anche l’anno successivo: l’esterno prescelto era Malcolm, l’affare saltò all’ultimo minuto e Monchi, al suo posto, prese un centrocampista, Steven Nzonzi. Quando si pensa a Di Francesco e alla sua squadra, si dovrebbe partire soprattutto da questo.

Schick non era il giocatore che serviva alla Roma, non era un esterno ma è lì che veniva fatto giocare. L’attesa, infinita, di un gol, durò fino a dicembre, nel match perso contro il Torino in Coppa Italia, per il campionato addirittura fino ad aprile, contro la Spal. In mezzo c’è la straordinaria rimonta contro il Barcellona, dove il ceco giocò titolare. Lo vedi, mi dicevo, è forte, va solo aspettato, la prossima sarà la sua stagione. Invece no, 32 presenze e solo 5 reti, con un sussulto ogni volta che andava in nazionale e timbrava il cartellino. Facce lunghe, infortuni vari, mental coach. Anche questa estate mi sono illuso, per un assist in amichevole addirittura. Lo vedi, eccolo, è la sua.

E invece no, Patrik Schick sta per lasciare la Roma, per lui la Germania. L’attesa anche stavolta non ha portato a nulla.

Ma riallacciamo il nastro del racconto. Torniamo a Torino, al minuto 95. Il numero 14 giallorosso è solo davanti a Szczesny. Trattengo il fiato e aspetto, quasi mi reggo a chi ho intorno per non sbarellare, per non sbattere. Ma l’unica cosa che sbatte è il pallone addosso al portiere polacco. La Roma perde, la Juve vince e allunga a +5. Patrick Schick poteva cambiare la vita sua e quella nostra, poteva farci sperare nello Scudetto e segnare 30 gol. Non è successo. Lo sapevo, lo sapevamo, ero preparato. Lo sono da una vita. Ma ogni volta ci vado a sbattere.


Tutta la storia di Patrik Schick con la maglia della Roma

A me piacciono troppe cose – scriveva Jack Kerouac - e mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito”. In attesa della prossima caduta, in attesa della prossima risalita, in attesa del nuovo nome a cui aggrapparsi per sognare e diventare bambini. O solamente per diventare scemi. Visto che dopo la maglia di Borini adesso sogno quella di Cetin. 

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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