Cartoline (romantiche) da Roma-Atalanta
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28 Agosto 2018 Autore  

 

A volte la prospettiva da cui guardi qualcosa stravolge tutto. Basta cambiare lenti, angolazione, sguardo. Se il primo tempo di Roma-Atalanta sembra la scenografia di un film horror, basta spostare lo sguardo sull'unico spettacolo, autentico e commovente, di ieri sera. Mentre Pastore segna di tacco, mentre quegli indemoniati degli attaccanti orobici infilzano la Roma e fanno lievitare il parziale, incrocio lo sguardo del bambino seduto tre file più in basso, ai Distinti Sud. Si gira intorno, guarda il papà vicino lui, poi torna a guardare alla sua sinistra. Non al campo, non alla partita. I suoi occhi sono solo per quella magnifica confusione di bandiere e mani, stendardi e cori, applausi e magliette. La Curva Sud lo aveva detto: vinciamola noi questa partita. E in qualche modo è andata così, perchè non si è mai schiavi del risultato, come recita il bandierone oro e porpora che sventola in basso. Anche sotto di due gol, in casa, dopo essere passati in vantaggio. Anche dopo aver visto sfilare l'ennesimo veterano, l'ennesimo top player, l'ennesima plusvalenza. In difesa si balla, in Curva si canta. In campo si arretra, in Curva si spinge. E gli occhi del bambino sono tutti per loro, 'sti cavoli della partita, di Manolas che si fa fregare, di Olsen che non esce neanche stavolta. Si dice che la prima volta che si piange per amore, si piange per il calcio. Forse anche la prima volta che si guarda con occhi innamorati qualcosa, qualcosa che hai scoperto da solo, solo tua e allo stesso tempo di milioni di persone. E quegli occhi non si possono spiegare, come quelli dopo aver salito l'ultimo scalino allo Stadio. Come si fa ad essere schiavi del risultato?

La Curva l'avevo detto: portate le sciarpe, le bandiere, coloriamo il settore. Ho visto sfilare improbabili accoppiate di magliette giallorosse, un Chivu che dava la mano ad una El Shaarawy, un Perrotta camminare dietro un Mexes, cinque Kluivert uno dietro all'altro. (Io la maglietta di Borini la tengo al sicuro, ossia dentro all'armadio). Quando i ragazzi dei gruppi chiedono qualcosa bisogna rispondere presenti. Manca più di un'ora al fischio di inizio e l'Olimpico inizia a riempirsi. Dall'altra parte della vetrata, paralleli al mio posto, arrivano due fratelli. Il più grande avrà una trentina d'anni, t-shirt con la faccia di Agostino disegnata sopra, il più piccolo venti, è un ragazzo con sindrome down, addosso maglia di Montella, stagione 2004-2005, quella verde con la scritta Mazda. Si sistemano, mangiano un panino, poi iniziano a preparare la bandiera. Allungano il bastone, srotolano il tessuto: rosso pompeiano e un lupetto anni 80, in nero, al centro. Il fratello dà due sventolate precise, ma è ancora troppo presto, così lascia la bandiera in mano all'altro e si allontana un attimo. Il tempo passa, le squadre scendono in campo per il riscaldamento, la Curva si inizia a riempire. Le bandiere iniziano ad alzarsi al cielo e il ragazzo più giovane prova a fare la sua parte. Ci riesce meglio di quanto avrei fatto io, ma la bandiera è enorme, pesa un sacco, si piega e si arrotola. Una, due, tre volte. Niente da fare. Poi il signore seduto dietro lo chiama e si fa passare il bastone, è il doppio di lui, la mano è sicura: il lupetto ora sventola armonioso. Gli dà qualche suggerimento, ma per me è come un film muto dietro la vetrata. I due si ritrovano a sventolare insieme. "Dimmi cos'è, che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo". Sta per partire l'inno, il fratello maggiore torna con due birre, il più piccolo prova ancora a sventolare, ma ancora con scarsi risultati. Ora sventolano insieme e scoppiano a ridere. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.

Proprio sotto di me c'è invece Elena, sessant'anni, abbonata da quaranta. Curva, un periodo di Tevere e poi il ritorno a casa. In curva, dietro la pezza Romanismo, vedo una ragazza alzare uno striscione. Vedo fidanzate, sorelle, mogli, figlie, madri sparse un po' ovunque, in trincea e in piccionaia, a strillare come e più degli altri. Eppure non è una gita romantica, non è Villa Borghese. Sarà che da noi "quando che incomincia la partita, ogni tifosetta se fa ardita, strilla forza Roma a tutto spiano con la bandieretta in mano, perchè c'ha il core romano". Nei quattro posti liberi accanto ad Elena, intanto, arriva una famiglia intera. Mamma e papà sulla quarantina, due figlie femmine di tredici e diciasette anni. In braccio alla mamma c'è l'ultimo arrivato. "Finalmente je l'ho fatta a fa un maschio, stamo sempre in minoranza eh, però guarda quant’è bello". 7 mesi, prima partita allo Stadio, il primo gol della sua storia porta la firma di Javier Pastore. Invece lui può portare un nome solo. Francesco. Preparate Francè e sii orgoglioso de prova emozioni davanti a undici leoni, magari un po' cojoni. Ma è raro. Come te. 

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e nel mirino una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio. Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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