L’incoerenza di essere Buffon(i)
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17 Aprile 2018 Autore  

Istruzioni per l’uso: questo non è un articolo moralista. Chi sta per affrontare la lettura di questo scritto con tale stato d’animo, può anche fermarsi qui. Chi invece avrà la curiosità di leggere il mio punto di vista sul caso della settimana, si immerga a capofitto in queste poche ma forse utili righe.

Da Achille ad Ulisse, da Napoleone a Cassano, la storia e la leggenda sono piene di episodi in cui uomini, di sport o meno, hanno perso la testa. Chi per un motivo, chi per un altro, avviene in tutti noi, in un determinato momento della propria esistenza, quell’attimo, quella frazione di secondo in cui la vista si annebbia, il cervello si offusca: “l’emozione ostacola il ragionamento”, diceva Sir Arthur Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes. E la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante, se non trascende i limiti della decenza comune.

L’introduzione filosofico-emozionale serve per aprire la strada all’analisi di uno dei personaggi più controversi del mondo del calcio, quel Gianluigi Buffon che troppo spesso ha dimostrato fuori dal campo di non  essere lo stesso splendido campione che invece calca da 20 anni i campi della Serie A e dell’Europa. 

I fatti: succede che alla tua probabilissima ultima partita in Champion’s la tua squadra, ormai spacciata dopo la partita di andata, decida di farti un regalo e sfoggiare la migliore prestazione europea della sua storia in quel di Madrid. Succede che l’impresa riesce, fino al minuto 93. All’improvviso tra te e il tuo sogno si mette di mezzo un fischietto inglese, tale Michael Oliver, che commette il grave “torto” di applicare il regolamento e fischiare un rigore al Real all’ultimo sospiro del match. l’emozione ostacola il ragionamento: Buffon insegue l’arbitro, gli inveisce contro. Espulsione. Fine del sogno. Messo così, tutto questo sembrerebbe essere giustificato e giustificabile.

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Nessuno sapeva prima di averlo visto che Gianluigi Buffon stesse riservando il suo raccapricciante show per il dopo partita. Presentatosi baldanzoso alle telecamere e ai microfoni delle varie emittenti tv, Gigione nazionale proferisce queste precise parole: "Un arbitro che fischia un rigore del genere, in una partita di questo livello fra 2 grandissime squadre, dimostra di non avere la necessaria sensibilità che dovrebbe albergare in ogni essere umano. Se fischi un rigore del genere, al novantatreesimo di un Real-Juve, dimostri soltanto di avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore”. Finita qui, direte voi? Ma che! Prosegue, il Buffon: "Se non hai la necessaria capacità di arbitrare un quarto di finale di Coppa Campioni, fai spazio a qualcun altro e vai in tribuna o sul divano di casa con la tua famiglia a mangiare patatine, bere coca cola e mangiare i fruttini”.

Ora, premesso che nessuno ha fatto caso alla clamorosa pubblicità occulta che Buffon ha messo in atto (la Zuegg e i suoi fruttini ringraziano) e fuori da questa malcelata ironia, alcune domande attanagliano il mio frastornato e attonito animo: la sensibilità tirata in ballo dal campione del mondo 2006 è la stessa che pervadeva il suo cuore, in quella sera del 25 febbraio 2012, nella quale questo signore tolse dalla porta un palla di Muntari entrata di mezzo metro dicendo nel post gara che se se ne fosse accorto non avrebbe avvisato l’arbitro? Ed è sempre il sensibile Buffon quello che per difendere se stesso e Antonio Conte, due anni dopo disse, riguardo al calcio scommesse e all’eventuale combine di alcune partite che “è meglio avere 2 feriti che un morto”?.

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Mal comune, mezzo gaudio. Figli e figliastri. Proverbi secolari che dovrebbero far capire a Buffon e a tutti quelli che lo difendono che la sensibilità non può albergare nel cuore di una persona ad episodi alterni. E soprattutto a fargli capire che quando ci sono delle regole, delle norme, dei parametri da rispettare, ricorrere al luogo comune della sensibilità è squallido. Inutile. Controproducente. Il buffone Buffon. E’ così che vuoi infangare la tua carriera calcistica, caro Gigi?  Se dalle parti di Torino ti hanno insegnato che vincere è l’unica cosa che conta, sappi che saper perdere con dignità e stile, accettando il semplice utilizzo delle regole, ha lo stesso identico valore, se non superiore. Anche se hai perso il tuo sogno. Anche se sei Buffon(e).

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