Ripartire
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05 Giugno 2020 Autore  

Tornare a parlare di calcio dopo due mesi e mezzo di tregenda collettiva, umana e sociale, imprigionati tra le forche caudine di un nemico invisibile e subdolo, sembra quasi irreale e pleonastico.

Eppure, eccoci qui. Tra sette giorni si riparte, prima con la Coppa Italia, poi col campionato, infine con le coppe europee, sulle modalità di prosecuzione delle quali regna ancora oggi l’incertezza più assoluta. Come incerto sarà lo stato d’animo di milioni di tifosi nel riapprocciarsi a quello che fino all’11 marzo era centro indiscutibile della nostra passione, il calcio, ed oggi forse visto da molti come orpello fastidioso all’interno di una vicenda che tocca il bene più importante, la vita, rispetto al quale tutto assume contorni più sfocati e lontani. Eppure, siamo ancora qui. The show must go on. Anglicismo forse troppo crudo e pratico, quasi glaciale. Ma lo show deve continuare.

E continuerà, ripartendo, nelle calde serate estive di giugno e luglio, dentro le quali prima della pandemia avremmo tifato l’Italia di Mancini e ci ritroveremo invece a vedere quello che resta di una stagione disgraziata, sconquassata anch’essa da qualcosa che mai avremmo immaginato di vivere. Parlare oggi di valori, di lunghezze delle rose, di calendario rattrappito e quindi per forza di cose congestionato all’inverosimile risulterebbe completamente inutile. Sta per ripartire un “nuovo” campionato dentro un campionato vecchio, che ci aveva lasciato col testa a testa Lazio-Juve per il titolo, i mugugni di Conte, le inquietudini della Roma di Fonseca e del Napoli di Gattuso, la truppa dei giovani virgulti milanisti aggrappati al totem Ibrahimovic. Ma oggi tutto questo non conta più. Non sapremo come andrà a finire, se il caldo inciderà, se le partite assumeranno i contorni di semplici amichevoli estive, se tutto questo avrà ripercussioni profonde sulla prossima stagione.

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Sappiamo però che si ripartirà dentro stadi vuoti e col forte sospetto che si è deciso di ripartire per interessi materiali più stringenti e salvifici rispetto a considerazioni morali che avrebbero dovuto consigliare una sospensione definitiva della stagione. Come dopo una grande guerra, siamo dell’idea che si sarebbe dovuto ripartire a settembre con gli animi forse più leggeri e con la consapevolezza ormai maturata di essere sopravvissuti. Eppure, si riparte. Si riparte per finire ciò che era stato drammaticamente interrotto, si riparte per tornare a dare una parvenza di normalità ad una esistenza ormai segnata dall’utilizzo delle mascherine e dalla fobia verso il prossimo. Distanziamento sociale. Non solo fisico ma anche emozionale. Come in molti altri casi, il calcio viene visto come mezzo per veicolare un senso di rinascita e di speranza, attraverso quello che è considerato lo sport nazionale per eccellenza.

Ci sembrerà strano non poterci abbracciare per un goal, ascoltare il rumore sordo della palla, guardare le isolate esultanze dopo una rete in ottemperanza al rigido protocollo sanitario. Eppure, si riparte. Tra mille dubbi e stranezze, durante notti che sogniamo siano magiche come quelle di Italia 90. Inseguendo un goal o un sogno. O più semplicemente, per ripartire. Per ricominciare. Per tornare a fare quello per cui siamo stati creati. Vivere.

Alberto Petrosilli

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