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Aprile è terminato da poco ed è stato, senza ombra di dubbio, il mese dell’Ajax. Per voler essere precisi, a prescindere da come andrà a finire il loro cammino in Champions League e in Eredivise, questa è la stagione dell’Ajax: 160 gol fatti tra coppe e campionato in cui Dušan Tadić, da solo, ha fatto 34 gol e 21 assist. Sono numeri che permetterebbero anche a un alieno di comprendere la straordinarietà di questa squadra nel contesto calcistico europeo. La rosa di Ten Hag ha una serie di giocatori che la rendono peculiare agli occhi di tutti e che in quest’ultimo periodo hanno dato sfogo alla loro creatività per farci innamorare un po’ di più di quei colori che dai tempi di Cruijff emozionano adulti e bambini. Prendendo solo le partite giocate ad aprile, i “Lancieri” (un modo di chiamarli tutto italiano, dovuto a una pubblicità di Carosello) hanno dimostrato di essere degni del loro vero soprannome “Figli degli dei”, perché hanno messo insieme una serie di azioni e giocate che potrebbero riempire interi video di YouTube con il titolo “Ajax 2018-19 Best Goals and Skills”. Tra queste, quattro sono quelle che meriterebbero di più un posto nella compilation. 

 

L’azione contro il Tottenham nella semifinale di andata

 

 

Poco dopo il gol del vantaggio, firmato Donny van de Beek, l’Ajax costruisce un’azione che mette in evidenza le caratteristiche migliori del marcatore e l’importanza del terzino nelle loro meccaniche di gioco. Infatti, Tagliafico riceve palla in posizione molto avanzata dall’altro lato del campo rispetto al pallone, che si trovava tra i piedi di Ziyech. Passa poi la palla a van de Beek, che con una finta la fa scorrere fino a Tadić e nel frattempo si inserisce in area di rigore mettendo Alderweireld fuori dai giochi. A quel punto il serbo gli restituisce la palla e lui, ingolosito dalla possibile doppietta, tira in porta evitando l’assist per Neres. Sarebbe stato un bellissimo gol, che avrebbe premiato la capacità di van de Beek di creare linee di passaggio e spazi che favoriscono il gioco di Ten Hag.

 

La risalita del campo contro la Juventus nei quarti di finale

 

 

Questa è quella che ha girato di più sui social network. Prima di far arrivare Ziyech alla conclusione, l’Ajax passa la palla 13 volte con 8 giocatori differenti in soli 23 secondi, riuscendo a risalire l’intero campo partendo da Onana. Frenkie de Jong fa la cosa più bella: con l’esterno del piede, spalle all’avversario, passa la palla a Schøne ed evita la pressione di Matuidi. Avanzando sempre sulla fascia destra, Ziyech prende l’iniziativa e sposta l’azione verso il centro del campo, portando la pericolosità della squadra verso la porta. L’apporto di Tadić e il tacco di Neres amplificano negli occhi dello spettatore quella sensazione di confusione orchestrata, di caos organizzato. In quel momento il compito dell’Ajax è compiuto. 

 

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L’uscita dalla pressione avversaria di Frenkie de Jong

 

 

L’Ajax è una delle migliori squadre d’Europa nell’uscita palla al piede dal pressing avversario. La chiave tattica che glielo permette ha un nome: Frenkie de Jong. La sua capacità di giocare spalle all’avversario, di abbassarsi sulla linea difensiva mentre i centrali si allargano e la freddezza con cui riesce a girarsi e a cercare la linea di passaggio ottimale, sono le armi in più che hanno affascinato il Barcellona di Valverde. In questa occasione, in Eredivise, compie un errore gravissimo, non riuscendo a confondere l’avversario con una finta di corpo. Capisce che non può scegliere nessun lato e cade a terra, dove però non cede il possesso del pallone mettendosi con il corpo tra questo e l’attaccante. Con un gesto atletico complicatissimo, ma soprattutto rischioso per la sua squadra, riesce ad alzarsi e a portare a termine il suo obiettivo: far risalire la squadra palla al piede. Ci riesce ed è proprio lui a condurre l’azione fino alla fine, sovrapponendosi a Tagliafico dopo una corsa a tutto campo. 

Il movimento da giocatore di football di Hakim Ziyech

 

 

Hakim Ziyech ci ha abituato a delle invenzioni pazzesche palla al piede. In questo caso, però, ha messo in mostra tutto ciò che dovrebbe fare un attaccante centrale quando la palla arriva dall’esterno del campo, esagerando anche un po’. L’Ajax arriva in porta con tanti giocatori differenti e questo ha indotto ogni componente della rosa, soprattutto quelli offensivi, a imparare a gestire ogni zona del campo con le qualità giuste nel momento giusto. In questo caso Ziyech entra dentro l’area di rigore del Vitesse e fa un movimento da MVP di NFL, ruotando attorno al difensore avversario che inevitabilmente manca l’appoggio e cade a terra. Indovina tutte le tempistiche, calcola il momento in cui il pallone sarebbe arrivato nella sua zona e mette in porta un fantastico gol. 

Giocatori divertenti da vedere | Numero 1

1. Agnese Bonfantini

di Daniele Furii

Arriva alla Roma dall’Inter nell’estate del 2018, nasce nel luglio 1999 e indossa la maglia numero 22. No, non parlo di Nicolò Zaniolo, ma di Agnese Bonfantini, una calciatrice divertente da guardare che nella sua prima stagione in Serie A, con l’esordiente AS Roma Femminile, ha confermato di avere le qualità che l’avevano messa in luce nell’annata precedente con la maglia nerazzurra. In campionato, Betty Bavagnoli l’ha schierata da attaccante esterno, dove è riuscita ad aiutare la squadra nella manovra offensiva e nel recupero palla.

 

Bonfantini scende nella propria metà campo, ruba palla e salta l’avversario con una rouleta.

Bonfantini è divertente da guardare perché sa mettersi a disposizione delle proprie compagne di squadra e lo fa sempre con quella qualità nel controllo palla che la contraddistingue in mezzo al campo. Sa sacrificarsi e il suo apporto nelle transizioni difensive è evidente anche per via delle sue doti fisiche. Si tratta di una giocatrice con un’inventiva singolare, che esce fuori nelle circostanze più inaspettate. Nel dribbling ci mette eleganza e dinamismo, quelle caratteristiche che danno una marcia in più alla manovra giallorossa. In più nelle gambe e nella testa ha sempre in mente come finalizzare a rete. Nei suoi gol si può notare come sia capace di percepire con un leggero anticipo dove arriverà il pallone e, una volta tra i suoi piedi, come capitalizzarlo nel migliore dei modi: un destro secco all’angolino basso, un piattone al volo oppure un incredibile gol di tacco.

 

Agnese segna di tacco come Aaron Ramsey.

Il 2019 di Agnese Bonfantini è stato un anno incredibile, come del resto lo è stato per tutto il calcio femminile italiano. Potrebbe diventare ancora più bello se dovesse arrivare la chiamata in Nazionale dalla CT Bertolini per i Mondiali di calcio femminile che si svolgeranno in Francia. La sua creatività, unita alla mai banale lucidità sotto porta, potrebbero portare imprevedibilità e pericolosità alle azzurre. Con la sua fascetta in testa, utilizzata come il suo idolo Alex Morgan, potrebbe diventare la Baby Horse del calcio italiano.

 

2. Gervinho

di Lamberto Rinaldi

Agosto 2018, temperatura effettiva 25°, temperatura percepita 40°. Anche di sera, anche di notte, anche dentro una casa con due ventilatori e un condizionatore. Sono le tre di notte e l’asta di fantacalcio ancora non finisce. Fa caldo, anche perché rimango con 10 crediti e 4 postazioni da chiudere in attacco.

Ho solo una regola per costruire la mia rosa: non prendere mai un giocatore della Roma. Sono troppo coinvolto sentimentalmente, non riuscirei a gestire una doppia sconfitta e non voglio bruciare nessuno. Sempre per l’eccessiva carica di significato di cui rivesto tutti i calciatori giallorossi, mi ritrovo ad offrire cifre assurde per gli ex. Così per anni mi sono ritrovato in squadra i Pizarro, i Mexes, i Toni, ma mai i Romagnoli, i Pjanic e i Benatia. Così quest’anno mi ritrovo con Uçan e Viviani in rosa, Okaka acquistato a Gennaio, e quasi 70 crediti spesi in estate Kouassi Gervais Yao detto Gervinho.

L’azzardo era forte perché la crisi mistica (“Dio mi ha detto di andare in Cina”) e il calo fisico (solo 4 gol in 29 presenze) faceva temere il peggio. Ma l’ivoriano con la maglia del Parma ha fatto faville, tornando a raggiungere la doppia cifra in campionato dopo 8 anni. Era al Lilla, 15 gol in 25 giornate di Ligue 1, con la Roma arrivò a 12 in 37 ma di mezzo ci fu anche la Coppa Italia e gol simili.

Il gol di Gervinho alla Juventus nella Coppa Italia 2013-14

Proprio questa rete nasconde la magia e l’inconsapevole bellezza del modo di giocare di Gervinho. Sembra infatti un colpo di arti marziali, una mossa di judo, che guarda caso, come il calcio, è uno sport di gamba. Scriveva Vladimir Dimitrijevic: “Se osserviamo con attenzione il judo ci accorgiamo che in realtà è football senza pallone. Se il judoka, anziché su un avversario, indirizzasse i suoi colpi su un pallone, gli imprimerebbe un movimento particolare, una traiettoria che è poi quella del tiro a effetto”. La gamba di Gervinho, come quella di Jackie Chan, è una minaccia, un pericolo per l’avversario. Ma l’ex Arsenal non la usa come un’arma, come un fucile o una pistola, perché Gervinho non è un cacciatore umano, è un predatore animale. Agisce per istinto di sopravvivenza e, come la gazzella del famoso racconto, sa che deve correre più forte dei difensori per fare gol.

Il coast to coast di Gervinho nel 2 a 0 del Parma sul Cagliari

Agli ultimi mondiali giocati, quelli del Brasile, la Fifa registrò la velocità di picco in 32.2km/h. Oggi quella frequenza è diventata la sua età e Gervinho corre meno forte e corre anche meno: 9.3 km in media a partita (3 in meno del suo compagno di squadra Antonio Barillà) ed è 260esimo nella classifica dello spazio percorso. Corre meno ma corre meglio. E lo dimostra la lucidità con cui arriva sotto porta.

Il gol contro la Juventus, a tempo scaduto

47 tiri totali, 10 gol, quasi il 30% di tutte le reti stagionali del Parma. Ma non sono i numeri a divertirci, quanto lo stile di gioco di Gervinho. Quella finta, il rientrare sul destro, la rapidità degli scatti, i cambi di direzione improvvisa, la totale assenza di qualsiasi razionalità nelle giocate, il caos dei dribbling, i piedi che si muovono sull’erba come se fossero sui carboni ardenti. Gervinho quando gioca fa caciara. E quando prende palla, che sia a centrocampo, al limite dell’area o nella propria trequarti, fa alzare tutti in piedi.

 

3. Donny van Beek

di Francesco Di Rosa

Mattatore della Juventus in Champions League e decisivo nell'andata della semifinale Tottenham Ajax finita per 0 a 1, Donny van de Beek non è il giocatore più “sponsorizzato” dai media tra i tanti talentosi che formano la rosa bianco rossa. Classe 1997, nato a Nijkerkerveen, è un giocatore atipico.

Il carisma di un leader

Gioca trequartista ma non ha l’agilità caratteristica del ruolo, e neanche la tecnica sopraffina richiesta solitamente. È alto 1.84 e pesa 76kg, il suo gioco è molto fisico e infatti la sua carriera inizia in mediana, viene spostato qualche metro in avanti grazie all’intuizione di Erik ten Hag, e rende divinamente bene in quel ruolo. Interpreta il ruolo come un Perrotta e un Nainggolan, per questo è il profilo di giocatore che può piacere ad un tecnico come Spalletti. Negli ultimi due anni è riuscito ad essere anche molto prolifico con 13 gol nella stagione 2017-18, accompagnati da 6 assist, e 11 gol nella stagione in corso di svolgimento, conditi da 9 assist.

Colpi assurdi quelli di van de Beek

Quello che impressiona maggiormente, però, è la personalità che ha mostrato il giovane centrocampista. Nel doppio confronto di Champions League non si è fatto intimorire dai fuoriclasse della Juventus e ha sfoderato due prestazioni mostruose, con annesso il gol che ha cambiato l’inerzia della sfida di Torino. Non spicca come i suoi compagni perché non esegue giocate di fino e più che allo spettacolo è un giocatore che pensa alle cose pratiche ma non per questo lo possiamo considerare un giocatore scarso tecnicamente, anzi. Essendo cresciuto nella prestigiosa Academy dell’Ajax, sa trattare anche molto bene il pallone. Nell’entusiasmo generale che si sta creando intorno ai ragazzi terribili della squadra olandese, il fatto che non si faccia troppo spesso il nome di van de Beek lo rende anche un’ottima occasione in ottica di mercato riuscendo a strapparlo ad un prezzo tutto sommato onesto. Quello che vi consiglio, se vi capita di vedere una partita dei lancieri, è di buttare più di un occhio su quel ragazzo biondo che gioca sulla trequarti.

 

4. Joaquin Correa

di Gianluca Di Mario

A Joaquin Correa è toccato un ruolo difficilissimo: sostituire Felipe Anderson nel cuore dei tifosi laziali. E per adesso non si può ancora dire che ci sia riuscito a pieno ma di certo la Lazio non ha perso molto nel cambio. Non avrà la continuità dei grandi campioni ma quando è in giornata e ha la palla tra i piedi riuscire a togliergliela è impresa quasi impossibile.

El tucu Correa

La cosa più bella da vedere di Correa è la sua capacità di partire improvvisamente da fermo in un dribbling estenuante, non si accontenta finché non ha superato tutti gli ostacoli, come ha fatto con il Milan in campionato, dopo pochi minuti dall’inizio, partendo da centrocampo, ha accelerato all’improvviso, ha saltato come birilli tutti i giocatori avversari e poi assist al bacio per Immobile che non lo ha sfruttato a dovere. Una cosa che lo differenzia da altri giocatori di questo tipo però, è che il suo dribbling non è mai fine a sé stesso, non è una mera dimostrazione di bravura tecnica, ma ha sempre un fine che sia il tiro da posizione sicura o un assist al compagno.

È così che ha segnato il suo primo gol con la maglia biancoceleste in Serie A, contro l’Udinese: prende la palla in area, salta uno, salta in secondo, palla a giro e portiere battuto. La vera pecca è che ne fa ancora troppo poche di giocate così, sono lampi di talento che accendono la partita e a volte la risolvono, come il gol da fuori area in girata fatto all’ultimo minuto ancora una volta contro il Milan ma nella partita d’andata.

Le giocate di Correa nella semifinale vinta con il Milan

E proprio contro i rossoneri, è arrivata l’ennesima rete decisiva dell’argentino: un contropiede fenomenale orchestrato da Immobile, la palla che arriva a Correa che con un guizzo brucia il portiere della squadra di Gattuso. Sesto gol in stagione, con altrettanti assist, in 40 presenze per una Lazio lanciata verso l'ennesima finale di Coppa Italia. Un bottino ancora magro, ma al tempo stesso decisivo. Giocate veloci, rapide. E una volta che quei lampi diventeranno fulmini non c’è ne sarà per nessuno.

 

 

5. Stephan El Shaarawy

di Federico Cavallari

Coloro che mi conoscono bene sono abituati ai miei momenti di stranezza. Fate attenzione perché sarete testimoni anche voi di uno di questi attimi travolgenti. Dirò una frase forte. El Shaarawy dovrebbe essere il calciatore più apprezzato da ognuno di noi. E questo non dal punto di vista meramente calcistico, ma dal punto di vista culturale e anti-antropolocentrico.

Tale giocatore sa di essere il simbolo di un qualcosa di più grande, ma allo stesso tempo rappresenta la quotidianità propria di ciascuna persona. Facendo un discorso empatico, in fondo chi è che non cammina nello stesso modo spento, affranto, scuro in volto per buona parte della sua vita in attesa di qualche scintilla di grandezza come il nostro El Shaarawy si aggira per i campi di calcio in maniera anonima, aspettando la sua occasione? Il Faraone, normalmente dedito ai suoi compiti di ordinaria amministrazione, nascosto nell’ombra, pensieroso, attende. Ed ecco che la partita della svolta arriva ciclicamente in modo alternato, ma ad intervalli piuttosto regolari. La gara in cui nessuno si pente del suo acquisto. El Shaarawy incarna la vera anima della Roma, cioè la propria follia. Non te lo aspetti e il Faraone ti regala la doppietta della vita come nel celebre Roma-Chelsea 3 a 0 dello scorso anno.


La rete di El Shaarawy contro il Chelsea lo scorso anno

Rifletti sui misteri imperscrutabili dell’universo, guardando la tua squadra del cuore, e ti ritrovi improvvisamente gioielli di fattura pregiata come il suo ultimo capolavoro contro l’Inter, che gli ha consentito di centrare la doppia cifra in campionato dopo molto tempo. Nel mezzo sono passati 3 anni e mezzo, 104 presenze con la maglia della Roma, conditi da 33 gol. Reti spesso di grande caratura estetica e segnature numericamente accettabili per un esterno d’attacco. Quest’anno è il miglior cannoniere della Roma in serie A. Parliamo di un giocatore che se è in giornata di grazia lo si comprende già dai primi minuti di un match. Il Faraone esce dalla routine dell’uomo qualunque e si prende la scena a suon di gol e di vincenti uno contro uno in cui umilia l’avversario, sfoderando la sua tecnica eccellente.

dzeko

Dzeko ed El Shaarawy, pace fatta dopo Ferrara

La velocità non è il suo forte, ma nel corso della partita diventa comunque inafferrabile come una saponetta vista la capacità di spezzare il gioco. L’eleganza nel tenere palla e la maestria nelle giocate gli consentono di trasmettere fiducia alla squadra e di partecipare molto alle manovre collettive. Da non sottovalutare le numerose occasioni che si crea spesso individualmente quando il resto della Roma si rifugia in letarghi profondi. In solitudine nel momento del bisogno lui c’è. Non molla. Si carica la moltitudine sulle spalle e le decisioni sul da farsi le sa prendere. Proprio come un vero Faraone. 

 

6. Josep Ilicic

di Alberto Petrosilli

Il giocatore di cui vi voglio parlare viene comunemente e scherzosamente chiamato “nonna”. “Come stai oggi, nonna?” Sembrerà uno scherzo ma non lo è. Josip Ilicic, trequartista tuttofare della splendida Atalanta di Giampiero Gasperini, è conosciuto da tutti gli addetti ai lavori come un simpaticissimo brontolone, stancamente falcidiato dalle sue continue noie muscolari. Eppure..


C'è anche il marchio di fabbrica di Ilicic in questa Atalanta formato Champions

Nonostante il ritratto iniziale sia quello di un giocatore avviato alla pensione calcistica, lo sloveno è invece nel pieno della sua maturità sportiva. Ennesimo colpo dell’epopea Zamparini a Palermo, adolescenza calcistica alla Fiorentina, esplosione definitiva in terra bergamasca, il buon Josip riesce in ogni sua giocata a rapirmi clamorosamente gli occhi.

Classe infinita abbinata a quella sregolatezza tipica dei geni, incarna perfettamente la figura del perfetto trequartista moderno, piedi educati abbinati ad una straripante forza atletica. Mancino terribile, ha fatto la fortuna di tutti gli attaccanti con cui ha avuto l’onore e l’onere di fare coppia, da ultimo quel Duvan Zapata che grazie all’assistenza del classe ‘88 sta vivendo la sua migliore stagione della carriera.


Ilicic potrebbe fare concorrenza alla Swiffer: leva ragnatele e polvere (dagli incroci) meglio di chiunque altro

Nasce esterno ma ben presto accentra prepotentemente il suo gioco per sfruttare la fantastica balistica di cui è dotato, balistica con la quale ha tolto e continua a togliere ragnatele da quasi tutti gli incroci delle porte del campionato di Serie A. Un calciatore con solo pregi, direte voi. Chiaramente impossibile, continuerete con aria sostenuta. Ovviamente no, vi rispondo io. Josip Ilicic fa rima con indolenza, quella noia calcistica che spesso lo porta ad estraniarsi stancamente dal gioco. Acciaccato e sofferente, ma pregiato. Chi vi ricorda? Belli de nonna...

Una splendida banda di sfrontati

L’estate scorsa, durante un barbecue, un amico olandese vedeva in streaming il secondo turno preliminare di Champions League nel quale era impegnato l’Ajax contro lo Sturm Graz. Mentre sfilava il coltello tra una salsiccia e un’altra, Cris mi avvertiva sulle potenzialità dei lancieri, squadra di cui sapevo poco, memoria storica a parte. Approdare alla fase finale della Champions era il minimo per una società storica del calcio mondiale, pensai tra me e me. Nove mesi dopo, quell’accozzaglia di giovani guidata da un tecnico ignoto della quale mi ero colpevolmente preso beffa senza conoscerla è tra le prime quattro squadre d’Europa. Morsa dalla tarantola del gioco armonioso, la truppa biancorossa si è esibita in uno spettacolo pirotecnico in uno degli stadi più inespugnabili d’Europa. Giocando a un pallone che ha preso ormai i connotati di un calcio virtuoso, magari non totale come cinquant’anni fa, ma totalitario nell’imposizione del proprio gioco.

Non contenti dell’impresa di Madrid, dove hanno banchettato al tavolo di un Re decaduto e depauperato del suo miglior cavaliere, i giovani olandesi hanno riproposto un’esibizione piena di sfacciataggine, creatività, divertimento e concretezza. Non sono il bello vuoto. Non sono il riflesso sfocato nello specchio. Sono l’azzardo vincente e pulcro dell’unica proletaria seduta a un tavolo di aristocratici che non vuole alzarsi e continua a puntare i piedi. La giovane età dei suo componenti, però, non basta. Perché per uscire palla al piede in ogni situazione, cercare sempre il triangolo o riuscire ad imbeccare il compagno meglio piazzato serve la voglia di farlo. Quella mentalità che in pochi hanno in Europa, e che nessuno ha mai avuto allo Stadium, dove i ragazzi di ten Hag sono scesi in campo come se fossero stati nel parco dove si divertivano da adolescenti, senza però mai far prevalere l’egoismo sul collettivo. Con la paura giusta. Necessaria per diventare prodezza.

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La banda degli sfrontati è capitanata e impersonificata da Matthias De Ligt, con la fascia al braccio a soli 19 anni. Leader, goleador e primo pistone del gioco fluido dei lancieri, è stato lui ad affossare la Juve con un colpo di testa senza guardare ma sapendo dove arrivava il pallone. Svettando tra Rugani e Alex Sandro, il verginello con meno anni in campo ha firmato con le unghie una qualificazione storica. Non c’è da appellarsi alla poca competitività di un calcio italiano dove la Juve ha indebolito gli avversari in maniera sistematica. L’Ajax degli sbarbati ha dato una lezione di calcio all’Europa intera. In barba, in tutti i sensi, ai colpi di mercato da oltre cento milioni e ai palloni d’oro sfoggiati come medagliette sulla divisa da guerra. In campo il blasone non conta. Serve sbatterla dentro, meglio ancora se con la sfrontatezza dei ragazzini che prima ancora di lavorare si divertono. E vincono. Sorridendo. Come il mio amico che per Whatsapp mi scrive: "Te l'avevo detto".

Dopo quello di Londra e Parigi, l’aeroporto di Amsterdam-Schipol è il terzo per numero di passeggeri in Europa e ogni anno ci transitano all’incirca 3 milioni di persone. Dati che forse non tengono conto di quante volte ci sono passati Diego Ramon Monchi e Walter Sabatini. È il 2016, il motivo dei viaggi ha un nome e un cognome: Hakim Ziyech.

La partita di Ziyech contro il Real Madrid

La maglia che porta addosso il fantasista marocchino è ancora quella del Twente e la sua prima stagione sarà un successo clamoroso: 15 gol in 31 presenze, record di assist (15) in Eredivisie. Monchi, che lavora per il Siviglia, e Sabatini, ancora il capo del mercato di Trigoria, restano folgorati. Iniziano a studiarlo, a corteggiarlo, a sondare il terreno. L’etrusco crepuscolare ds giallorosso arriverà ad offrire 9 milioni, senza successo. Forse si stava già mangiando le mani oppure stava maltrattando nella tasca qualche pacchetto di sigarette: il nome di Ziyech era finito per la prima volta sulla sua scrivania quando ancora era dell’Heerenveen, un intermediario lo aveva offerto a 2 milioni di euro, ma era troppo presto. Non se ne fece niente.

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Ziyech con la maglia del Marocco

Nei biancoblu, che in Olanda chiamano Trots van het Noorden, “Orgoglio del nord”, Ziyech ci era arrivato a 14 anni, dopo aver solcato i campi di Dronten, cittadina di 40.000 abitanti sull’isola di Flevopolder. È nato qui nel 1993, da una coppia di immigrati marocchini: “Sono cresciuto con la consapevolezza che, come marocchino nei Paesi Bassi, sei sempre un passo indietro, devi lavorare di più per ottenere il rispetto. Se un olandese fa qualcosa di sbagliato, non tutti i cittadini olandesi saranno criticati. Ma se lo fa un marocchino, allora sì”. Ziyech inizia a dribblare pregiudizi e offese come dribbla gli avversari in mezzo al campo. Ha un fisico esile, movenze rapide: il passo lungo che finisce con una sterzata improvvisa, in genere usando l’esterno del piede sinistro.

Un passo veloce, la sterzata rapida, un tocco sopraffino.

Sulla panchina dell’Heerenveen siede un certo Marco Van Basten e anche lui resta estasiato da quel passo ancora bambino. Dopo ogni seduta si ferma al campo dello Sportstad per dargli suggerimenti sui calci piazzati, su come battere le punizioni, sulla postura da tenere, sul modo in cui colpire il pallone. Ziyech, sotto quella pioggia di consigli, cresce in fretta e il Cigno di Utrecht lo porta con i grandi per farlo esordire, a 19 anni, contro il Rapid Bucarest in Europa League. Sarà sempre Van Basten a segnarlo a Remy Reyniers e Wim van Zwam, responsabili dell’under19 dei Paesi Bassi. Ma è il 2015, il Marocco era stato escluso dalla Coppa d’Africa e il tecnico Zaki Badou voleva gente nuova per far ripartire un ciclo. Così chiama Ziyech per le amichevoli di ottobre contro Costa d’Avorio e Guinea. Van Basten, che intanto è diventato assistente del CT Danny Blind alla nazionale maggiore, lo scopre, tempesta Hakim di telefonate insieme a Guus Hiddink, gli chiede un incontro: “Ma quanto devi essere stupido per scegliere il Marocco se sei in lizza per l’Olanda?“.

Ma non c’è niente da fare, Ziyech ha deciso: il “dumb boy”, “il ragazzo stupido” come lo ribattezzano negli uffici federali, sceglie le sue radici, sceglie l’Africa: “Quando sono ad Amsterdam mi dicono che sono marocchino, quando sono in Marocco mi dicono che sono olandese”.

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Ziyech con Van Basten ai tempi dell’Heerenveen

Con l’arrivo sulla panchina dei Leoni d’Atlante di Hervé Renard la sostanza non cambia. Il tecnico francese decide di puntare su una squadra giovane, dove il gioiello è proprio il classe 1993 che, nel frattempo, è finito all’Ajax per 11 milioni di euro. E mentre l’Olanda che lo aveva corteggiato resta a casa, il Marocco di Ziyech a fare i Mondiali in Russia ci va eccome. Non andrà oltre la fase a gironi, senza riuscire a vincere contro Iran, Portogallo e Spagna, ma la stella dei Lancieri non smette di brillare.

La sua metamorfosi tattica è ormai conclusa: Renard lo usa come esterno sinistro del tridente con Boutaib e Amrabat, dopo aver giocato da trequartista alle spalle di Castaignos ai tempi del 4-2-1-3 dell’Heerenveen. Con il Twente di René Hake aveva fatto il suo apprendistato offensivo, segnando 17 reti in 33 presenze, ora è abile arruolato esterno sinistro di Erik ten Hag, con la licenza di scambiarsi di fascia con David Neres, dietro a Tadic. Nomi che sono un brivido lungo la schiena per i tifosi juventini e che stasera, nel ritorno di Juventus Ajax di Champions League, proveranno a sfaldare la retroguardia di Allegri. Lo faranno a colpi di classe, di dribbling e di velocità.

Le armi che ha nella tasca Hakim Ziyech, che non smette di lanciare segnali all’Italia: “La Roma non è un capitolo chiuso, mi sento sempre con Kluivert”. Mentre spetta a Benatia rincarare la dose: “Mi ha raccontato che con la Roma era tutto fatto, poi non si è fatto più niente. Non so perché e, forse non lo sa nemmeno lui”. Sull’esterno marocchino, che quando dribbla fonde le movenze arabe e il passo tecno olandese, ci sono anche Bayern Monaco, Inter, Liverpool. Alla Roma aveva fatto innamorare anche Monchi, che lo voleva portare già a Siviglia. Alla fine però scelse Pastore. Ma forse è meglio non ricordarlo.

 

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