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Alexander Doni, l’arte della plasticità

Lo sport è un’attività complessa che porta gli atleti a dover mescolare capacità fisiche e psichiche in pochissime frazioni di tempo. Questo composto riesce a dar vita ad una serie di gesti piacevoli per l’occhio umano, in grado di intrattenerlo e di ispirarlo. Ci sono sportivi a cui questo lavoro riesce meglio: Rudolf Nureyev sosteneva che Cruijff avrebbe dovuto fare il ballerino. “Era intrigato dai suoi movimenti, dal suo virtuosismo, dal modo in cui riusciva a cambiare improvvisamente direzione lasciandosi tutti alle spalle e a fare tutto ciò mantenendo un controllo, un equilibrio e una grazia perfetti. Era stupefatto dalla rapidità mentale. Si vedeva che ragionava così velocemente da anticipare tutti”. Lo ha raccontato David Winner in Brilliant Orange: The Neurotic Genius of Dutch Football, sottolineando involontariamente, come ha fatto il Pelé Bianco a far comprendere al mondo intero che esiste una nuova forma di arte visiva: il calcio. In questo sport il ruolo del portiere è quello che più si avvicina alla plasticità artistica. A Roma, dal 2005, si è riscoperta grazie a Doniéber Alexander Marangon.

IL PORTIERE DALLA PARATA PLASTICA

Alexander Doni arriva a Roma nella sessione di calciomercato estiva che anticipa la stagione 2005/2006, pagando di tasca propria i 18.000€ della clausola rescissoria che lo legava alla Juventude. Con il suo esordio nel derby del 23 ottobre 2005, diventa il secondo portiere straniero della storia romanista dopo l’austriaco Konsel. Con l’intento di sostituire Gianluca Curci, Spalletti decide di dargli fiducia, permettendogli di mettere in mostra il suo stile di gioco particolare e affascinante. Da quella partita in poi, il pubblico della Serie A comincia a notare un approccio alla parata innovativo, non sempre fondato sulla neutralizzazione del tiro correndo meno rischi possibili, ma basato sul senso estetico, portando a termine quella che più comunemente viene definita parata plastica.

 
Parata in controtempo, plastica ed efficace.

Doni si approccia al ruolo del portiere seguendo i canoni di Cláudio Taffarel. Il suo punto di forza era quello che, soprattutto oggi, viene definito un difetto del portiere: l’assenza del passetto. “Ci sono tante scuole di pensiero diverse. In Brasile facciamo così, ma in Italia e a Liverpool ho imparato altri modi che ci sono per fare questo ruolo”. Effettuare un passo nella direzione del tiro permette al portiere di avere una maggiore possibilità di arrivare in tempo sul pallone. I portieri brasiliani hanno preso questa tecnica e l’hanno cancellata dalla loro memoria (o si sono sempre rifiutati di accettarla), opponendosi come se fosse uno stratagemma utile solo a semplificare il proprio mestiere. Doni, con la sua maglia numero 32, prende questa caratteristica verdeoro e la rende esteticamente soddisfacente. La maggior parte delle sue parate arrivano dopo un tuffo che lo tiene sospeso in aria per almeno un paio di secondi. Un omone di 91 kg e alto 194 cm che in modo fulmineo spicca il volo, sostituendo per quegli istanti la pressione terrestre con quella lunare. L’estensione del suo corpo longilineo gli permette di arrivare su quel pallone, senza effettuare quell’inutile passo che, invece, non gli permetterebbe di compiere quella parata tanto odiata da chi non vuole ancora capire che il calcio è anche spettacolo. Viene definita parata plastica non a caso, perché in aria il corpo di Doni assomiglia a una scultura che ha un solo compito da portare a termine: appagare gli occhi di chi lo guarda.

ARRIVARE PRIMA DELLO SWEEPER-KEEPER

Lo sweeper-keeper è il risultato finale dell’evoluzione del ruolo del portiere. Negli ultimi anni, i vari club in giro per l’Europa hanno cercato di acquistare un interprete del ruolo che avesse la particolarità di saper gestire il pallone con i piedi. Questa tendenza, accentuata dallo stile di gioco innovativo portato dal Bayern Monaco di Neuer, aiuta la maggior parte delle squadre ad uscire dalla pressione alta degli avversari con meno difficoltà. Alcune squadre sfruttano i loro numeri uno anche per impostare e verticalizzare la manovra della squadra. Alexander Doni non aveva questa tipologia di compiti, ma la sua tecnica con i piedi gli permetteva in alcune occasioni di risolvere situazioni complesse in modo efficace. Stereotipicamente è una capacità che viene attribuita a qualsiasi calciatore carioca, ma in realtà non è assolutamente da dare per scontato. Júlio Sérgio Bertagnoli o, addirittura, Artur Moraes, non erano in grado di gestire il pallone con le sue stesse abilità (questa fu probabilmente una delle motivazioni che spinse Montella a restituire la maglia da titolare a Doni).

 
Cristiano RonalDoni. 

 

La Roma, nella prima stagione di Di Francesco, si è abituata all’immagine dello sweeper-keeper grazie ad Alisson Becker, che partecipava costantemente alla manovra di gioco. La sua sicurezza nella gestione della palla lo portava molto spesso a compiere dribbling rischiosissimi, ma estremamente divertenti per il pubblico. Con Doni la situazione era differente: non faceva le stesse cose di Alisson, ma restituiva l’immagine di un portiere che sapeva giocare anche con i piedi, che aveva una padronanza del pallone probabilmente assente nelle gambe di qualche difensore. Il suo modo di giocare fu un assaggio di quello che è l’interpretazione moderna di un ruolo in cui si usano le mani in uno sport in cui si usano i piedi.

Doni ha rappresentato la fase di transizione che ha portato il ruolo del portiere da quello tradizionale a quello moderno e attuale, in cui in Brasile hanno cominciato a fare il passetto e ad essere meno plastici nell’esecuzione della parata. Alisson e Ederson sono due grandi portieri che stanno aiutando le rispettive squadre a fare bene sia in campionato che in Champions League, ma che hanno subito un’europeizzazione grazie ai loro preparatori atletici e alla mutazione del gioco. L’ex giallorosso, il numero 32, ha mantenuto il suo stile singolare e sudamericano che, nonostante dei periodi negativi (dovuti a infortuni e a una pessima forma fisica), lo hanno aiutato a lasciare un’immagine positiva di sé. Nella mente dei romanisti ci sono ancora quella serie di parate in Lione – Roma e quell’insieme di tuffi che gli hanno permesso di consolidarsi come il portiere della rinascita giallorossa.

 

 

 

Senza Sabatini siete Monchi

Io sono un etrusco residuale, Pallotta un bostoniano allegro”. Così sentenziò Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma, durante la conferenza stampa che ne segnava l’addio ai colori giallorossi, il 7 ottobre 2016.

Additando tale dichiarazione come una delle cause principali della rescissione del suo contratto. L’uomo sostituito dalle macchine, l’intuito sacrificato sull’altare delle mere statistiche e dei freddi dati analitici. In una sorta di Terminator 2.0, Walter Sabatini indossa i panni del leader della resistenza, proprio come fece John Connor nell’epica filmografia con Arnold Schwarzenegger. Da quel giorno, spartiacque decisivo nella storia recentissima della Roma, sono passati quasi 2 anni e l’uomo che oggi è di “ausilio” alle macchine (e non viceversa) è Ramon Rodriguez Verdejo, in arte e per gli amici, Monchi. Il direttore sportivo spagnolo, ex Siviglia, si presenta a Roma il 24 aprile 2017 con l’intento, non troppo celato in realtà, di smantellare tutto ciò che di Sabatiniana memoria è presente ancora a Roma: tutto.

Il Re Mida delle plusvalenze, soprannome affibbiatogli in Spagna e proprio per questo ingaggiato da Pallotta (che si sa perfettamente essere più interessato ai conti che alla conta dei trofei), viene visto e accolto dai tifosi giallorossi come una sorta di liberazione rispetto alla opinabile mala gestio firmata Walter Sabatini. “Con Monchi finalmente torneremo a vincere e non si vedranno più quegli strani inciuci coi procuratori”: una cantilena. Un mantra elevato all’ennesima potenza. Forse per quella strana e paradossale voglia di estero, di esaltazione ingiustificata dello straniero, della pochissima affezione al made in italy, Monchi si ritrova col vento in poppa a condurre la sua prima campagna acquisti estiva.

Nonostante il credito generoso riservatogli, Monchi non dimentica il suo scopo, il suo fine: smantellare per raggranellare. Partono Rudiger, Paredes e Salah. Arriva Di Francesco al posto di Spalletti. Dopo aver inseguito per 2 mesi e mezzo Mahrez, vira prepotentemente su Patrick Schick pagandolo 42 milioni di euro, l’acquisto più caro della storia della Roma.

Datemi un pertugio, un buco, una tana e uno spiraglio di luce. Devo riordinare le idee e osservare meditando”. Parole e musica ancora di Walter Sabatini, che deve quindi assistere inerme alla prima rivoluzione dell’era Monchi. I risultati però danno ragione allo spagnolo: terzo posto in campionato e seconda storica semifinale di Champions. Monchi l’inattaccabile. Monchi l’ottavo nano: Gongolo. Ma Walter sa che la ruota gira e i conti torneranno. Estate 2018. Storia recente. Parte chiunque, prima Nainggolan, poi Alisson e. a mercato chiuso, Kevin Strootman, lavatrice olandese strappata al Psv dal buon Walter per 18 milioni di euro nell’estate 2013. Arrivano Cristante, Coric, Kluivert e l’esperto Nzonzi. Pellegrini viene elevato al ruolo di titolare dopo aver trascorso la stagione precedente a fare la spola tra panchina (molta) e campo (poco). La rivoluzione è terminata. Gli unici superstiti dell’era Sabatini sono Manolas e Dzeko, anch’essi però ad un passo dalla cessione nelle sessioni di mercato precedenti (emblematica a tal proposito la situazione del bosniaco, ceduto al Chelsea a gennaio 2017 e rimasto a Roma solo per volere della moglie Amra). Walter, che nel frattempo ha svolto il lavoro di coordinatore sportivo per Suning all’Inter e al Jiangsu ed oggi occupa il ruolo di direttore sportivo della Sampdoria, “ammira” tormentato e fremente le rovine della sua Roma. Ritrova l’appoggio dei tifosi, per i quali ormai Monchi è diventato il “Cassiere di Siviglia”. E se è indiscutibilmente vero che il percorso di Sabatini a Roma si è concluso con zero trofei, è altresì certo che le squadre da lui create hanno sempre ottenuto risultati che la storia della Roma ha vissuto solo per brevi parentesi. Oggi che la squadra vive l’ennesima pre-rivoluzione (Di Franesco in bilico), ci si chiede se forse non era poi così male il buon Walter, con i suoi eccessi, con le sue mille sigarette, col suo lessico aulico e affascinante e, soprattutto, col suo occhio. L’animo umano, le milioni di increspature che lo modellano, la sensibilità che lo pervade, non potrà mai essere sostituita da una macchina. Walter Sabatini è l’ultimo romantico, appartenente ad un modo di fare calcio vecchio ma mai fuori moda, vissuto sul fremito, sull’attimo fugace della giocata di questo o quel calciatore. Carpe Diem. Mi piace pensare, da scrittore disinteressato alle vicende romane, almeno dal punto di vista del tifo, che in futuro ci sarà spazio per un ritorno di Sabatini a Roma e alla Roma. Per chiudere un cerchio. O semplicemente per riprendere un percorso mai dimenticato. Nel frattempo…

Saluti da Rulettemberg!

Enrico Ricky Albertosi, campione d'Europa nel 68 e vicecampione del Mondo nel 70 con la maglia azzurra, ha parlato ai microfoni di atuttocalcio.it dei Mondiali di Russia 2018, soffermandosi in particolar modo sui portieri.

Tra rigori parati e grandi papere sembra proprio la loro competizione anche se, per Albertosi, sono tutti, o quasi, "scarsi, veramente molto scarsi. Finora non mi ha impressionato nessuno, nemmeno Neuer, che comunque rientrava da un lungo infortunio. Che poi, se ci pensi bene, i portieri non sono nemmeno granché impegnati. Grandi parate non ne ho viste. Quindi subiscono quel gol ogni due-tre tiri, che magari si poteva evitare, e fanno la figura dei fessi. Almeno fino adesso è stato così…". Nessuno ha brillato agli occhi dell'ex numero 1 di Milan, Fiorentina e Cagliari, nemmeno Alisson: "Alisson sta giocando benissimo, questo è indubbio, infatti lo vogliono un po’ tutti, Real Madrid, Chelsea, Liverpool. Ma sta venendo fuori ora, perché gioca nel nostro calcio. Il Brasile non ha una grande scuola di portieri, non ha tradizione, può succedere che vengano fuori quelle annate perfette, in cui esce il portiere straordinario. Guarda Dida, favoloso, eccezionale, poi è scomparso. Ci sono stagioni straordinarie, in cui tutto va bene, ma se non hai qualità finisci con un attimo".

Albertosi si è lasciato poi andare ad alcune considerazioni sull'interpretazione del ruolo: "Io onestamente giocavo nel modo in cui giocano oggi già negli anni 70. Ero arrivato al Milan nel ’74, tre anni dopo ecco che arriva Nils Liedholm. È l’allenatore che ho amato più di tutti, uomo prima che tecnico. Voleva che giocassi fuori dai pali, bello avanti. A volte prendevo qualche gol stupido, proprio per questo, i tifosi fischiavano e i giornali mi attaccavano. Ma erano più le volte che salvavo situazioni complicate. Ho anticipato i tempi giocando in quella maniera. Poi quando hanno messo la regola che il portiere non poteva toccare la palla con le mani, su retropassaggio, era costretto a giocare fuori, ma io lo facevo già da anni".

Infine, nella sua intervista per atuttocalcio.it, Albertosi parla del futuro della nazionale italiana: "Beh, se le nazionali sono queste che abbiamo visto, penso che l’Italia, una volta che Mancini ha amalgamato la squadra, possa competere con tutti. Guarda la Svezia cosa ha fatto nel girone, se c’eravamo noi non lo passavamo? Ma certo che si e chissà dove saremmo arrivati. Io finora non ho visto un gran gioco, tranne qualche eccezione. Per gli Europei c’è da lavorare, ma possiamo essere ottimisti. Potenzialmente Donnarumma è l’erede di Buffon. Deve continuare a lavorare, ma attenzione a Perin, che sta insediando il posto. Ora è alla Juve, dove davanti ha Szczesny, ma lì può crescere tanto. Si giocheranno loro due il posto.

C'è vita oltre le plusvalenze

Non c’è stato neanche il tempo di rimpiangere il campionato o guardare con malinconia l'inizio dei Mondiali in Russia. Il calciomercato della Roma è iniziato come mai prima d'ora. Tre acquisti, praticamente quattro, nella prima metà di giugno. Una partenza sprint che porta, questa volta in maniera forte e decisa, la firma di Ramon Monchi.

Trattative intavolate in inverno, concretizzate in primavera e ufficializzate quando ancora non è estate. Tutti i reparti sono stati toccati: Marcano in difesa, Coric e Cristante a centrocampo, quasi fatta per Kluivert jr in attacco. Al netto delle prossime, sicure, uscite. C'è sicuramente uno Skorupski da sostituire, Meret e Sportiello i nomi caldi ma occhio alle piste estere, e poi chissà.

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Perchè la questione, per molti, di questo avvio intenso del calciomercato giallorosso è proprio quella relativa alle cessioni. La minaccia dell'eterna rivoluzione, la spada di Damocle di bilanci e fair play finanziario. I nomi caldi, inutile dirlo, sono quelli di Alisson, Strootman, Pellegrini e Nainggolan.

Si è soffermato su questo aspetto, in settimana, Fabrizio Bocca, sul suo Bloooog! su Repubblica, parlando non solo delle cessioni, per ora solo supposte, della Roma, ma soprattutto sulla sua logica di comprare giovani, a poco, per rivenderli, a tanto. "Il calciomercato - scrive Bocca - da sogno o strumento strettamente tecnico si è trasformato in fonte di finanziamento diretto o indiretto. Fino a formare un substrato indispensabile per i club, ma anche fortemente instabile e aleatorio". La Roma americana è il classico esempio della filosofia della plusvalenza. Walter Sabatini è stato il mago di tutto questo, con un biglietto da visita che "non è: ho vinto tot scudetto, ma ho fatto guadagnare alla società tot milioni". Sacrificati sull'altare del bilancio non ci sono solo i nomi di Salah, Benatia, Pjanic, Marquinhos, Lamela e altri, ci sono, scrive sempre Bocca, titoli e vittorie. Gli acquisti di Coric, Cristante e probabilmente Kluivert jr, acquistano quindi spessore solo in ottica di futura cessione, tralasciando l'apporto che possono dare subito alla squadra.

Fortunatamente per la Roma, però, il biglietto da visita di Monchi non è solo quello dei milioni. La sua è una storia di vittorie, di trofei nazionali ed europei, di progettazioni tecniche durature.

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La linea guida di Monchi è portare forze fresche ad una squadra che troppe volte, in quest'ultima stagione, è sembrata essere priva di luce. Le vittorie con Barcellona e Shaktar, la semifinale di Champions League e il terzo posto raggiunto in campionato non devono far dimenticare quei mesi bui, tra l'inverno e l'autunno, in cui niente girava come doveva. Partite spente, pareggi inutili, prestazioni assenti. Le problematiche evidenziate erano un centrocampo che non creava e un attacco che non segnava. I giocatori finiti sulla graticola furono proprio gli spenti Strootman e Nainggolan, i troppo altalenanti Perotti ed El Shaarawy, gli inadatti Bruno Peres e Defrel. Tutti giocatori pronti, oggi, a salutare. Al loro posto diamanti grezzi e talenti giovani di cui abbiamo già imparato tutto un nuovo lessico: mettere a bilancio, ammortizzare, creare un utile, frazionare l’onere e spalmare l’ingaggio. Giocatori funzionali, le cui caratteristiche si sposano con le prerogative tattiche di Di Francesco. Tutti novelli Under che magari non vedranno nella Roma solo una tappa della loro carriera, ma per conquistarsi il futuro dovranno prima lottare per il presente.

Intanto Alisson, dall'ultima amichevole del Brasile prima dei mondiali, lancia qualche segnale: "Spero si risolva tutto prima dell'inizio del torneo, ho lasciato tutto nelle mani del mio procuratore, che sta lavorando in accordo e con il massimo rispetto per la società". La valutazione che fa la Roma è di 80-90 milioni. Anche perchè, visti gli ultimi ricavi, a Trigoria non c'è esigenza di vendere. L'unica esigenza è quella di rafforzare la squadra.

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