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Don’t touch my Sarri

Dobbiamo raccontare una storia caratterizzata da una premessa fondamentale. Ci aiuta a descrivere tale antefatto, insolitamente, visto l’ambito sportivo che trattiamo, una famosa definizione contenuta in un’opera che è una pietra miliare della cultura italiana. La nostra introduzione consiste nel ricordare la filosofia del Sarrismo, neologismo inserito appositamente nella famosa Enciclopedia Treccani per illustrare “la concezione del gioco del calcio propugnata dall’allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva; per estensione, l’interpretazione della personalità di Sarri come espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo.”

Bene, ritorniamo ora con la mente a pochi giorni fa. Siamo in Azerbaigian e non è una data come le altre questo 29 maggio. Si è appena svolta la finale di Europa League, vinta 4 a 1 dal Chelsea contro l’Arsenal, dopo una gara dominata dai Blues soprattutto nel secondo tempo. C’è un signore che si aggira pensieroso ed emozionato sul campo dello stadio Olimpico di Baku, rigirandosi tra le mani una medaglia, consegnatagli a seguito della già avvenuta premiazione per sancire la conquista della seconda coppa europea più prestigiosa a livello continentale. Parliamo di Maurizio Sarri, proprio lui, il mister che è entrato nel cuore della gente, ricevendo a Napoli numerosi strali di amore e di odio che solo chi conta davvero può attirare, essendo invece principalmente poi, una volta sbarcato in UK, disprezzato dai tifosi londinesi e dai tabloid britannici, noti nel globo per mandare a quel paese chiunque abbia il sudato merito di stare semplicemente al mondo.


In un istante che ha commosso il web, il momento in cui Sarri dà forma
al motto social "date una medaglia a quest'uomo"

Questo Maestro dalla tuta mitica e caratterizzato dalla voglia di fumarsi un bel sigaro, prima di unirsi definitivamente ai festeggiamenti intensi dei suoi giocatori, solo un po’ particolari per l’assenza surreale di coriandoli all’atto dell’alzata del trofeo, è stato colto in un attimo di forte impatto emotivo, seppure della durata di qualche secondo. Ci concentriamo su un singolo istante appena precedente il delirio, l’isterismo e il suo sollevare la Coppa con un attaccamento morboso, conoscendo forse il piano dei propri calciatori di farne un uso improprio, versandoci dentro il contenuto di almeno un centinaio di bottiglie di champagne immortalate nello spogliatoio. 

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Il buon Maurizio è stato sorpreso in solitudine ad osservare quella medaglia e possiamo chiederci, curiosi, quali siano stati i suoi mille pensieri balenati in quel frame. Avrà forse ricordato i suoi esordi nello Stia nel 1990 in Seconda Categoria; probabilmente avrà avuto in mente il doppio salto fino in Promozione con la Faellese e le sue prime imprese maturate nel portare in Eccellenza il Cavriglia e l’Antella; sicuramente avrà masticato una dolce nostalgia anche per il Sansovino, squadra presa dopo aver lasciato il lavoro in banca nel 1999 e trascinata dall’Eccellenza in C2 in 3 anni fino al 2002-2003, azione leggendaria che gli ha consentito l’esordio l’anno seguente tra i professionisti alla guida della Sangiovannese. Certamente sarà stato memore anche della successiva promozione in C1 e, avendo cambiato di nuovo il club, questa volta della salvezza in B con il Pescara. Avrà riflettuto compiutamente sull’ignara inconsapevolezza dell’epoca circa il significato insito nel sostituire Antonio Conte all’Arezzo sempre nella serie cadetta e avrà avuto miserevolmente un tuffo al cuore circa la trafila posteriore di squadre che ha dovuto allenare, ripiombando stabilmente in quella che è conosciuta ormai come la Prima Divisione di Lega Pro, la cui organizzazione e i cui gironi hanno ispirato l’Inferno dantesco.

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Sarri alza al cielo la Coppa Italia di Serie D. Era il 2003 e allenava il Sansovino

Indiscutibilmente avrà pensato al magico triennio con l’Empoli dal gioco sfavillante che è valso l’ingresso trionfale in A prima e la salvezza l’anno dopo con 4 giornate di anticipo. Inevitabilmente infine avrà ripercorso le gioie e i dolori passati al Napoli, ancora un triennio volto a scandire un pezzo della sua vita. Parliamo però degli anni del Sarrismo vero consacrato a grandi livelli, del calcio spettacolare che hanno spinto a Sacchi a fare paragoni un po’ azzardati, delle corse a piazzamenti altissimi nella nostra serie A, delle gioie irrefrenabili, dei tentativi folli e oltre misura in Champions, delle amarezze nelle coppe e del campionato fantastico targato 2017-2018, perso in modo rocambolesco contro la Super Juve di Allegri.

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Da una parte Maurizio Sarri alza in cielo l'Europa League, dall'altra Massimiliano Allegri spiega il "circo" perdente del collega

Sarri avrà quindi pensato molto a tutto questo. O forse no. Di certo avrà considerato i visi dei suoi ragazzi al Chelsea con cui ha vissuto momenti da film, a tratti horror, a tratti kolossal dall’epico epilogo, passando dal disastroso 6 a 0 subito dal City di Guardiola nella Premier a un terzo posto di grande caratura in un campionato così difficile, che ha sancito l’ingresso in Champions League della squadra londinese. E soprattutto arrivando a vincere un’Europa League, nonostante la precedente bruciatura della nuova sconfitta maturata con i Citizens in finale di English Cup.

Ma si può ritenere, per concludere, che alla fine Sarri abbia cessato di avere queste eventuali rimembranze flash per dar vita a una sonora risata dedicata al Profeta della Vittoria, Max Allegri, quello che sosteneva in tutte le TV che nel calcio conta solo vincere, anche con un gioco pessimo, prendendo in giro il Sarrismo bollato come un circo. Mi dispiace Max, perché in Europa ha vinto solo uno dei due e costui non sei tu, pur allenando corazzate ininterrottamente dal 2012. Sarri invece è ancora lì a Baku. A ridere incessantemente dal 29 maggio.  

 

Federico Cavallari

 

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Arroganza Charrua

 

Adani-Allegri parte seconda. Dopo la lite intercorsa tra i due al termine di Inter-Juve, con Allegri stanco dell’ennesima ramanzina fatta dal noto opinionista, venerdì sera, dopo un equilibrato derby della Mole, è arrivata la seconda puntata di quella che si preannuncia una vera e propria battaglia ideologica su come si dovrebbe interpretare e analizzare il calcio.

Da che parte stiamo? Il titolo dovrebbe essere quantomeno indicativo: Allegri ha perfettamente ragione. Se come ci ricorda la compagnia telefonica che fa da main sponsor al campionato di Serie A (leggasi Tim) il calcio è di chi lo vive, ci pare francamente assurdo ergersi a profeta incontestabile dello stesso stando comodi su uno sgabello di Sky, in studio, rassicurato dal tepore e la difesa dei tuoi compagni di lavoro.


Adani vs Allegri, parte 2 

Ci sembra allo stesso modo assurdo trasformare il gioco del calcio in una sorta di trattazione filosofica che al confronto la Fenomenologia dello spirito di Kant risulta essere un semplice romanzo per adolescenti. Ci battiamo da anni per far capire che il calcio è uno sport semplice e abbiamo trovato in Massimiliano Allegri il perfetto esponente di questa linea di pensiero. Un gioco stupido per persone intelligenti. Purtroppo queste ultime, oggi, scarseggiano. I teorici del niente. Dispensatori di luoghi comuni a getto continuo, lesti nel voler ingabbiare giocatori e allenatori all’interno di fantomatici schemi e sistemi di gioco.

 

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Domandiamo, umilmente e al contempo con fare provocatorio: ma se nel calcio vincono gli schemi, perché gli allenatori non usano tutti quello vincente? Che cosa vuol dire schema nell’immaginario collettivo? La verità, o perlomeno il nostro pensiero, ci porta invece ad affermare con convinzione che sono i calciatori a fare il sistema di gioco, sono gli interpreti a determinare qualità e prestazione del collettivo. Troppo facile e riduttivo parlare di moduli, molto più intelligente valutare i contesti, le fasi della stagione, apprezzare semplicemente i gesti tecnici dei giocatori.

Quando si parla del calcio sembra che dobbiamo inviare i missili sulla luna”, dice Max. E noi lo assecondiamo. Come in tutte le attività lavorative della vita, anche nel pallone esistono le categorie, quelle linee sottili che marcano la differenza fra buon giocatore e campione, tra allenatore discreto e top manager. Ma il calcio, per sua natura, è dei calciatori, degli atleti che vanno in campo, delle loro performance settimanali. Il nostro profilo di allenatore ideale? Quello che mette i calciatori nelle posizioni migliori e dà alla squadra una buona organizzazione difensiva. Non abbiamo mai creduto agli allenatori taumaturgici, pensiamo da sempre che l’allenatore intelligente è quello che non inventa nulla ma collocando i componenti della propria rosa nelle posizioni più consone alle loro caratteristiche riesce a tirare fuori il massimo del proprio potenziale. Non ci siamo mai discostati da questa forma mentis. Pontificare dall’alto del nulla come se stessimo parlando della quintessenza del cosmo ci pare quantomeno azzardato.

Ricordarsi che la semplicità è tutto quello a cui dovremmo ricondurre questo fantastico sport sarebbe un eccezionale passo avanti. Ma si sa, le cose semplici sono le più difficili. Per questo, forse, ci facciamo ammaliare dai presunti santoni della conoscenza. Non capendo però che nessuno di loro sa di non sapere. Filosofia? No, semplicità. Del resto il calcio è veramente tutto qua.

 

Juventus, la gloria eterna e il disastro europeo

La Juventus festeggia il 35esimo titolo. Come al solito arriva puntuale l’ennesimo scudetto juventino in questo momento della stagione calcistica. Un periodo pasquale che, ogni 12 mesi, di regola tra marzo e aprile, da ben 8 anni consegna, al posto della colomba, il tricolore nelle sole mani della squadra bianconera.

Una vera e propria epoca storica in cui sono si sono succeduti almeno 5 presidenti del Consiglio, 2 papi e 3 guerre. Nel frattempo la Juve ha dominato la nostra serie a e gli altri trofei nazionali, vincendo 8 scudetti di fila, 4 coppe Italia e 4 supercoppe italiane.  Un ciclo iniziato nel 2011-2012 e guidato a quel tempo dal genio di Antonio Conte, gran costruttore di sogni impossibili. All’epoca la rincorsa al Milan di Ibra, Nesta e Thiago Silva fu il frutto del sacrificio di un collettivo combattivo basato sulla sicurezza di Buffon tra i pali e sul nascente mito della BBC, ossia la triade formata da Barzagli, Bonucci e Chiellini. Ma non solo. La genialità di Pirlo, la forza di Vidal, la presenza di Marchisio, la spinta di Pepe, le reti di Vucinic e di Matri, assieme a uno dei gol non dati più famosi della storia del nostro calcio, resero possibile un’impresa difficilissima.

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La Juve quella stagione l’aveva aperta l’8 settembre 2011, con l’inaugurazione dello Stadium, teatro leggendario di tanti successi futuri, e l’aveva proseguita stabilendo svariati record come quello di imbattibilità in campionato (38 partite, di cui 23 vittorie e 15 pareggi) e quello di maggior striscia di risultati utili consecutivi in competizioni ufficiali in una sola annata calcistica in Italia (42 gare). Da quella squadra originaria, formata da un nucleo di campioni veri e da tanti operai dediti ai loro compiti tattici, è nato un team che ha visto militare al proprio interno nel frattempo giocatori straordinari come Pogba, Tevez e Higuain, solo per citare i più iconici. Fino a questa stagione sono stati inanellati ulteriori primati che hanno definitivamente distrutto la competitività del calcio italiano: nella serie a 2013-2014 si è stabilito il record nel nostro Paese di ben 102 punti in un solo campionato; con Allegri successivamente in panca, i bianconeri hanno realizzato 100 punti in 33 gare nel solo 2016; tra le stagioni 2015-2016 e 2016-2017 abbiamo il record delle vittorie consecutive in casa in serie a, ossia 33. Quest’anno il mega acquisto di Cristiano Ronaldo, operazione complessiva da almeno 340 milioni in 4 anni tra ingaggio e cartellino, ha trascinato i bianconeri nel vincere un nuovo titolo italiano, oltre che una supercoppa, insieme a compagni veterani come Bonucci e Chiellini, quest’ultimo unico superstite della Juve di inizio ciclo assieme a Barzagli.

tevez

In questa stagione 2018-2019 costoro, affiancati da Mandzukic, castigatore delle avversarie negli scontri determinanti, dal giovanissimo ed esuberante Kean, dal solido Emre Can, dal decisivo Bernardeschi e dall’imprendibile Cancelo, nulla hanno potuto in Champions, dopo aver conquistato lo scudetto di fatto al termine del girone d’andata, chiuso con l’ennesimo punteggio record di 53 punti, mai realizzato prima in serie A. E qui c’è il primo grande riferimento al disastro di cui accennavamo nel titolo: farsi umiliare dai ragazzi imberbi dell’Ajax non rientra di certo nei piani di un club che ha una delle rose più forti del Continente europeo. E neanche nei piani di un mister come Allegri che vanta al suo attivo 2 finali di Champions. Ma di certo tale squadra, che in ambito domestico ha annientato ogni concorrenza, ha un problema enorme che la porta ad aver vinto negli ultimi 23 anni meno trofei in Europa del Bologna. Ma forse è proprio questo il tema: tale monopolio sul campo, e non solo, ha cancellato ogni tentativo delle nostre squadre di migliorarsi, di dare il meglio di loro e di provare a battere l’impossibile. Le squadre italiane coltivano il loro orticello, usano mille astuzie per racimolare i punti che le servono, stanno ferme, prigioniere di un tatticismo che sarebbe sembrato eccessivo pure ai tempi del Trap, sono inserite in un patetico gioco spezzettato, che si blocca appena si tende a sfiorare l’avversario.

A cosa serve loro sfidare la Juve allo Stadium? A niente. Ma ciò non serve neanche alla Juve per vincere la Champions.

 

di Federico Cavallari

Ci vogliono nemmeno due ore di macchina da Livorno a Figline Valdarno. 130 km di strada che dividono il mare tirreno e l'entroterra fiorentino, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, i due allenatori che domenica sera si giocheranno un pezzo di sogno e di realtà, una fetta di scudetto.

Tra le colline toscane, il tecnico azzurro ci è finito dopo tre anni a Bagnoli, vicino Napoli, dove è nato. Figlio di un gruista di stanza nella città partenopea, ottimo ciclista, nipote di un partigiano che recuperava i piloti americani abbattuti in val d'Arno. Il resto della storia è fissato ormai nella retorica e nell'immaginario sportivo: la banca, la terza catgoria, i modi rudi.
Questo è Maurizio Sarri, la tuta, la sigaretta in bocca, lo sguardo torvo, cupo.

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L'altro invece, è la giacca e la cravatta, il volto pulito e sbarbato, il sorriso sornione, navigato. Massimiliano Allegri, cresciuto in una famglia di operai, il padre scaricatore di porto, la madre infermiera. Faccia da bischero, "ma posso spiegare" dice. Dalla fuga dall'altare a ventiquattro anni, ai nuovi matrimoni, ai flirt, ai divorzi. "Quando succede, succede. Ma ho la coscienza a posto".

L'altro invece è sposato da venticinque anni con Marina, lontano dai riflettori e dal gossip, "presenza discreta e cordiale". Con cui condivide tutto, tutto tranne le sigarette. Allegri non le ha mai fumate, neanche da ragazzo, giura.
Così diversi, così lontani. Lo stesso, simile soprannome. Se il tecnico bianconero è Acciuga, un'etichetta imposta da Rossano Giampaglia, l'altro è Secco, quando ancora giocava da terzino e falciava su e giù per la fascia.
Come ha scritto Mirko Di Natale su Przeglad Sportowy, se si dovesse pensare ad una metafora cinematografica Allegri sarebbe l'intramontabile commedia all'italiana, una sicurezza, un qualcosa di senza tempo, a volte anche autoironica e fuori dagli schemi. Sarri invece preferisce gli effetti speciali da film hollywoodiani, da fantascienza o forse gli spari da western.

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E quello di domenica sera sarà proprio uno scontro all'ultimo colpo di pistola, alla Sergio Leone, per due allenatori lontanissimi anche in campo, nella tattica, nelle idee.
E visto che siamo in tema di metafore, ne usiamo un'altra. Se fossimo in cucina, Allegri sarebbe la nonna pronta a creare un pranzo per venti persone con quello che trova in dispensa. Sarri sarebbe lo chef esigente sui prodotti, con le sue fisse sul bio e sul km 0, con i suoi negozi di fiducia, il fruttarolo all'angolo, il macellaio amico. Tra gli ingredienti più usati dall'allenatore juventino solo in tre superano i 3000 minuti stagionali. Uno per settore: Higuain, Chiellini, Pjanic. La spina dorsale della sua squadra. Quasi il triplo invece quelli del Napoli: Reina, Callejon, Koulibaly, Hysai, Mertens, Insigne, Allan e Albiol, con Hamsik a quota 2978.
Una rosa spremuta fino all'ultimo, fino alla partita decisiva per mantenere in vita un sogno. Perchè saranno pure diversi, lontani, forse all'opposto. Ma domenica sera saranno uguali. Sarri ed Allegri si giocano lo scudetto.

Don’t worry, be Allegri

Massimiliano Allegri è il miglior allenatore d’Europa. Il più bravo, il più scaltro, forse forse anche il più simpatico.

L’incipit parrebbe essere fuori luogo. “Ma come, lodi ad Allegri nel giorno della più cocente eliminazione europea della storia juventina”? Ebbene si. E’ proprio il doppio confronto con i bianchi di Spagna che incorona Max nel gotha del calcio mondiale. Se nello sport la banalità più gettonata è quella secondo cui ciò che conta maggiormente è il risultato finale, la rivoluzione culturale che “Acciughina” ha installato e sviluppato nelle teste di tutte le persone che compongono il mondo bianconero è qualcosa che va oltre la mera conta dei trofei e dei titoli personali.

Il primo anno che sono arrivato qui, c’era il terrore addirittura di non passare il girone”. Questo l’Allegri pensiero immediatamente dopo la sconfitta di Cardiff, sempre contro il Real, il 3 giugno dello scorso anno. Una frase, un inciso estrapolato fra i sorrisi (amari) e le lacrime (salate) dalla delusione cocente.

Ma forse anche una dichiarazione d’intenti che va doverosamente approfondita. Prologo: Max Allegri sbarca alla Juve nel luglio 2014, piomba all’improvviso in una Vinovo sconquassata dall’addio di Antonio Conte e soprattutto dalle sue dichiarazioni; “Si pretende di fare strada in Europa, ma con 10 euro non si mangia nei ristoranti da 100”. Terrore, paura, panico al solo pensiero di doverla affrontare, quella Coppa dalle grandi orecchie tanto ambita. E qui arriva il primo sussulto, il primo fremito d’eccitazione. “C’è chi da per morto questo gruppo, io penso che si possa arrivare in finale”.

Il resto è storia nota, nei giocatori juventini scatta quel necessario clic mentale che li porta a giocare 2 finali negli ultimi 3 anni, fino al contestatissimo quarto di finale di ieri sera. Davanti ancora il Real, ancora la cornice del Bernabeu che 3 anni prima aveva visto festeggiare Max e la sua truppa per l’approdo alla finale di Berlino. “Siamo leoni feriti, ma non siamo ancora morti”. L’ironia, la calma. Che spesso è la virtù dei forti. In un calcio che va ormai a mille allora, ciò che colpisce di questo uomo, di questo esile livornese, di questo guascone prestato al mondo del calcio, non è tanto la gestione del gruppo o le vittorie in serie, ma la straordinaria capacità di ricordare a tutti quello che il calcio effettivamente è: un gioco. Il gioco più bello del mondo. Scevro da pressioni di alcun genere, Massimiliano Allegri approccia al calcio come un bimbo quando scopre per la prima volta il gusto dolce di una caramella o quando incespica provando a muovere i primi passi: con gioia. Con esaltazione. Quell’esaltazione contagiosa che lo ha portato, lui e suoi ragazzi, a banchettare allegramente al tavolo delle grandi d’Europa con un portafoglio sguarnito dei contanti necessari ma pieno di semplicità e pacatezza. Il calcio è una cosa semplice. Un mantra, un atto di fede, un concetto spiattellato in faccia ai teorici del calcio totale e a quelli fissati con gli schemi da imparare a memoria. “Non mi parlate di schemi, quello è basket”.

Chiaro, semplice, limpido. Oggi Max Allegri è fuori dalla Champion’s. “Ho detto a Sergio Ramos che più che claro quel rigore era un po' grigio”. Sarcasmo elevato all’ennesima potenza, anche quando ci sarebbe da piangere. Oggi Max Allegri sa che l’1-3 preso all’ultimo respiro e la conseguente eliminazione fanno male. Malissimo. Ma oggi Max Allegri si alzerà, guarderà i suoi ragazzi e dirà che c’è da battere la Sampdoria, con calma, senza fretta, divertendosi. Perchè quella coppa la inseguirà l’anno prossimo. Perchè il calcio è un gioco e Massimiliano Allegri da Livorno è il miglior allenatore d’Europa.

Com'è cambiata la linea difensiva della Juventus

Non suonano spesso i campanelli d'allarme dalle parti di Vinovo. Ma quando succede vengono spenti in fretta. Chiedere a Massimiliano Allegri, tecnico artigiano, capace di plasmare e modellare le sue squadre e il suo materiale calcistico.

Chiedere, soprattutto, alla linea difensiva della Juventus, finita sul banco degli imputati ad inizio stagione, etichettata come finita, orfana del perno fondamentale Leonardo Bonucci, con innesti non adeguati. Difesa bollita, squadra arrivata alla frutta, con Inter e Napoli praticamente ad un passo dallo scudetto. Allegri non si è scomposto e ha risposto sul campo. Prima quello d'allenamento, poi quello della partita.

C'è un prima e un dopo nella stagione della Juventus. Ed ormai consolidato come la cesura sia la partita contro la Sampdoria, persa per 3-2. 14 gol subiti in 13 partite disputate fin a quel punto. Poi, la svolta. Appena 1 nelle restanti sei del girone d'andata, in un filotto di partite dove capitarono gli scontri diretti con Inter, Napoli e Roma. Cosa è cambiato allora? Le chiavi di lettura sono due e coincidono con il ritorno ad ottimi livelli di due giocatori ora fondamentali: Mehdi Benatia e Blaise Matuidi. 

***


Un paio di numeri, in maniera prelimare, sul rientro e l'evoluzione della Juventus con Benatia. Con l'ex Roma e Udinese in campo appena 3 gol subiti in 9 incontri di campionato (3 in 3 di Champions, ma pesa il 3-0 contro il Barcellona), vale a dire 7 clean sheet. Il miglioramento è però esponenziale dopo la 13esima giornata: Allegri ha usato ancora l'arma della panchina per recuperare mentalmente e atleticamente un giocatore non ancora pronto. Innanzitutto dal punto di vista fisico: basta una contusione alla caviglia per mandarlo ai box cinque partite. Smaltiti i fastidi e assimilati i dettami tattici, Benatia si è preso la difesa a suon di prestazioni. E di gol, suo vecchio vizio, uno dei quali decisivo proprio contro i giallorossi. Primo per intercettazioni a partita (2.8) secondo per rinvii dalla difesa con 4.8 a gara in 810'. Primo è Chiellini, con 5.1 ma in 1260'. 

***


Ma non sono le individualità la vera forza della fase difensiva juventina. È il collettivo, il movimento totale. L'ultimo tassello che mancava, nel centrocampo di Allegri, era un calciatore con le caratteristiche di Matuidi. Agile, tecnico, da legna e da corsa. Fondamentale per gli equilibri in fase di non possesso con la Juventus che si trasforma in 4-4-2 o in 4-5-1: vedere per credere le chiusure del francese su De Silvestri nel derby di Coppa Italia. Era lui il primo ad aprirsi, ad occupare tutto il campo e non dare sbocchi alla manovra granata. 

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A proposito di movimenti e di spazi. Prendendo come riferimento i tre big match contro Inter, Napoli e Roma possiamo vedere come Allegri abbia saputo plasmare i suoi uomini e i suoi movimenti sulle caratteeristiche dell'avversario. Contro Perisic e Candreva, così come contro Perotti ed El Shaarawy, c'era da chiudere le corsie laterali: la ricetta è un 4-3-3 con Cuadrado e Mandzukic in attacco, pronti a raddoppiare sulle fasce, con Khedira da un lato e Matuidi dall'altro a occupare la parte interna dello spazio di gioco. Nelle due partite sono cambiati i due esterni bassi: a sinistra Asamoah contro l'Inter, Alex Sandro contro la Roma, a destra De Sciglio contro i nerazzurri, Barzagli contro gli uomini di Di Francesco. Un falso terzino insomma, bloccato, capace di aspettare Perotti e non lasciarsi superare. Una difesa che ricorda quella a "3 e mezzo" di Spalletti a Roma lo scorso anno, con Rudiger e Juan Jesus centrali mascherati da laterali. 
Contro il Napoli cambia ancora: serve densità in mezzo al campo. Via Cuadrado e Mandzukic, dentro Dybala e Douglas Costa, abili (soprattutto il secondo) ad accentrarsi e a rientrare. 

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La trasformazione è servita allora. E la difesa ritrovata. Intanto, in panchina, c'è chi prende appunti. è Rugani. 1190 minuti per lui finora. Il futuro porta il suo nome, insieme a quello di Caldara. Ma questa è un'altra storia

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