0

Società Polisportiva Ars et Labor

Stavolta non c'entrano licei, sale di Hotel o ...
0

Le parole di Sara Gama al Presidente della ...

Ieri al Quirinale erano ospiti calciatori e ...
0

El Equipo Fantasma

La Paz, la capitale amministrativa della Bolivia ...
0

Tiri Mancini

Ci siamo stancati di non vincere”: si apre con ...

Sono stati i giorni di Cristiano Ronaldo alla Juventus: 100 milioni il prezzo del cartellino, 30 milioni l’anno, per quattro anni, il suo stipendio. Un circolo virtuoso, e vizioso, pronto a scatenarsi fatto di pubblicità, magliette, diritti di immagine, traffico social. Il calciatore più forte, e più seguito, del mondo arriva in Italia.

Per molti è l’affare del secolo, più di Maradona al Napoli, più di Neymar al Paris Saint-Germain. Ma forse non come Alfredo Di Stefano al Real Madrid, una storia che intreccia politica e calcio, dittatura e libertà, soldi e passione.

Bisogna fare un passo indietro di oltre settanta anni e volare nella Spagna sconvolta dalla Guerra Civile. Madrid e Barcellona sono allora i centri nevralgici del conflitto: il potere centrale e la resistenza, la nazione contro le spinte separatiste. È il 26 gennaio del 1939 quando le forze nazionaliste entrano nella città catalana. Tra i primi soldati a varcare la soglia cittadina ce n’è uno che risponde al nome di Santiago Bernabeu. Arruolato nelle truppe franchiste, membro della Confederazione nazionale delle destre autonome, ex calciatore del Real Madrid, dalle giovanili alla prima squadra, per cui è stato capitano, allenatore e presto sarà anche presidente.

La contrapposizione tra Madrid e Barcellona è politica e culturale e non può quindi che entrare in gioco anche il mondo del calcio. Fino agli anni 50 però i blancos non sono ancora quella squadra vincente e fenomenale che conosciamo: hanno vinto solo due campionati, non hanno i più grandi calciatori del tempo e per un periodo gli viene anche sottratto l’aggettivo “Real” dalla denominazione. Serve fare qualcosa. Per questo quando in occasione della Bodas de Oro, un torneo amichevole per celebrare i 50 anni del club, a Madrid arrivano i Millionarios de Bogotà tutti restano a bocca aperta.

Di Stefano con gli scudetti spagnoli

Tra le fila dei colombiani gioca il calciatore più forte del tempo. Si chiama Alfredo Di Stefano, lo chiamano la Saeta Rubia, la freccia bionda, è argentino e sia Santiago Bernabeu, diventato presidente del Real, che Josè Samitier, segretario generale del Barcellona, decidono di comprarlo.

La mia ferma volontà quella di giocare con il Barcellona” dirà il calciatore, finito al centro di un triangolo senza uscita. Di Stefano vuole il Barcellona ma anche il Real Madrid vuole Di Stefano. Il regime di Franco, però, ha scelto la squadra della capitale come emblema della sua forza e della sua unità. Il calciatore più forte del mondo non può finire al Barcellona, nella Catalogna separatista. Neanche quando i blaugrana riescono ad aggirare l’autarchia acquistando Di Stefano con i soldi raccolti dagli esuli catalani in Argentina: 4.000.000 di pesetas.

Di Stefano scippato dal Real Madrid franchista al Barcellona separatista

Serve trovare una soluzione. Scende in campo Franco e la vicenda Di Stefano arriva fino in Consiglio dei Ministri. Si trova il cavillo, grazie ai rapporti con la Fifa: il Barcellona aveva comprato il calciatore dai Millionarios quando il vero proprietario del cartellino era il River Plate. Vengono stracciate le carte dell’affare, Di Stefano è un calciatore del Real Madrid. L’argentino guiderà i blancos alla vittoria di otto scudetti e cinque Champions League. Aveva cambiato il corso degli eventi e della storia del calcio. Di Stefano è stato l’affare, o il furto, del secolo.

La buca di Maspero, volume secondo

“Il fine giustifica i mezzi”. Diceva Niccolò Machiavelli, neanche troppo velato tifoso fiorentino a cavallo tra Quattro e Cinquecento.

Da tifoso viola mai avrebbe pensato che il suo motto, tra l’altro un po’ più complesso di questo ma vabbè, sarebbe stato usato e subito dagli odiati rivali bianconeri.

Usato, di recente. Proprio contro il Real Madrid di Cristiano Ronaldo. Proprio nella notte della rimonta andata a sbattere all’ultimo secondo contro un calcio di rigore. Allora, prima che il portoghese si incaricasse della battuta del tiro della vita, Stephan Licthsteiner, terzino della Juventus, va sul dischetto e tenta il tutto per tutto. Col tacco scava una buca, come si fa ancora oggi nei peggiori campi di provincia.

Ma, soprattutto, come aveva fatto un certo Maspero, proprio contro la Juve, qualche anno fa.

Era il 14 ottobre 2001 e si giocava un derby sentitissimo. La Juventus era favorita sulla carta, in campo c’erano Del Piero, Nedved, Trezeguet, Buffon. Dopo soli 25 minuti il risultato è già sul 3 a 0 per i bianconeri. La partita sembra già chiusa e i giocatori bianconeri irridono i granata con torelli in campo accompagnati dagli “olé” dei propri tifosi sugli spalti.

Si rientra negli spogliatoi e l’aria tra gli juventini sembra quella di un’amichevole estiva. Si scherza, si ride, ci si prende in giro. Questo rilassamento sarà la “fine” della Juventus quel giorno.

Infatti i granata rientrano in campo carichi e memori di una rimonta compiuta già in un derby nel 1983, quando recuperarono due reti di svantaggio, iniziano a rimontare. Siamo sul 3-2. A quel punto la Juventus, impaurita ma consapevole della forza dei suoi campioni, inizia ad attaccare e sfiora il gol.

Ma il peggio deve ancora venire e un giocatore del Torino entrato nel secondo tempo, Riccardo Maspero, sarà il giustiziere dei bianconeri. Prima trova il gol del pari inaspettato, poi succede l’impensabile.

Sono gli ultimi minuti e la Juventus attacca sempre di più, quando c’è un contatto in area granata e l’arbitro fischia un rigore dubbio a favore dei bianconeri. Si scatena il finimondo con i giocatori del Torino che protestano intorno all’arbitro e quelli della Juve che si stringono intorno a Marcelo Salas, uno che di rigori ne ha sempre battuti e realizzati.

Passano i secondi ma nessuno si accorge che del tutto indisturbato proprio Maspero, in modo furbesco, scava con le scarpe una buca sul dischetto del rigore. L’arbitro intanto conferma il rigore e Salas si prepara per la rincorsa.

E come accade nelle più belle, o più brutte, favole del calcio, Salas calciando va proprio sulla buca scavata da Maspero e spedisce il pallone in curva.

Quello di Cristiano Ronaldo, invece, è finito nel sacco. Come scava Maspero, non scava più nessuno.

 

La storia di Giuliano Taccola, eroe dimenticato

Era la dodicesima partita del campionato 68/69. La Roma volava a Cagliari e Taccola aveva già segnato sette reti. Pochi giorni dopo ci sarebbe stata una partita fondamentale per la Coppa Italia, contro il Brescia. L’attaccante della Roma quella partita non la giocherà mai.

La storia di Giuliano Taccola inizia ad Uliveto Terme, nella provincia di Pisa, dove nasce nel giugno del 43. La sua era una famiglia povera, il padre era un venditore ambulante. A 15 anni il giovane scappa di casa e va in Liguria, dove giocherà per il Genoa.

Con la maglia del grifone e soprattutto con quella del Savona, Taccola fa grandi cose e viene acquistato dalla Roma. Nella capitale, l’attaccante toscano trova Helenio Herrera, “Il mago” che aveva vinto tutto con l’Inter. Tra i due è amore a prima vista. Taccola è forte, veloce, abile a smarcarsi e con un gran tiro. Con Capello forma una coppia capace di riaccendere la passione dei tifosi. Nel corso della stagione 68/69 il rendimento dell’attaccante romanista inizia però a calare per i frequenti attacchi influenzali. I medici gli diagnosticano un problema cardiaco ma Herrera non sentiva scuse: “Il giovedì voleva che tutti i giocatori annullassero le cure e scendessero in campo per preparare la partita della domenica” diceva il medico della Roma nel marzo del 1969.

Taccola si infortuna al malleolo e viene poi sottoposto ad una operazione chirurgica per curare una forte tonsillite. Il tempo di recupero è di due mesi. Ma ancora una volta Herrera si impone e vuole che il giocatore segua la squadra fino a Cagliari. La mattina tutti i giocatori effettuano la rifinitura. Compreso Taccola, sebbene impossibilitato a scendere in campo.

La Roma pareggia la partita contro il Cagliari ma negli spogliatoi avviene la tragedia: Taccola sviene per un malore e subisce un arresto cardiaco. Arriverà morto all’ospedale di Cagliari.

Ma ancora una volta Herrera tira dritto: “La vita va avanti, Giuliano è morto ma noi abbiamo una partita importante per la Coppa Italia, torniamo a Roma e andiamo in ritiro”. I giocatori però non ci stanno e si dirigono all’ospedale per stringersi attorno a Taccola e alla sua famiglia. “A Roma vedono Herrera come un mago, ma io penso che prima di tutto bisogna essere uomini” dirà il Presidente della Roma, Marchini.

Era il 16 marzo del 1969, Taccola moriva in un modo silenzioso e misterioso. Una storia dimenticata, finita nel cassetto dei brutti ricordi, ma che ogni tanto merita di essere rivissuta. Come quando si toglie la polvere da un libro che non si legge da tanto tempo. Ecco, nella libreria della storia romanista c’è il volume che parla di Giuliano Taccola, eroe dimenticato.

La triste danza di Garrincha

“Ti serve un lavoro? Vieni a pulire i bagni da noi”. Questa la risposta di Oliver Straube ad Andreas Brehme. Entrambi ex calciatori, il primo con una carriera tra Norimberga e Amburgo, il secondo campione d’Italia, di Germania e del mondo. Oliver è ora titolare di un’azienda di pulizie. Andreas è senza lavoro, senza casa e con 200 mila euro di debiti.

Era stato direttamente Beckenbauer a lanciare un appello per salvare Brehme, storico terzino dell’Inter di Trapattoni: “Aiutiamo un simbolo del nostro calcio” disse. Non rispose nessuno, poi negli ultimi giorni arriva la proposta di Straube: “Potrai lavare lavandini e sanitari, così capirai cosa significa lavorare davvero”.

È l’altra faccia del calcio. Quella che quando si spengono i riflettori rivela paure e debolezze, solitudini e fragilità.

Come quella di Garrincha, l’uomo dal dribbling più ubriacante della storia del calcio. Campione del mondo nel ‘58 e nel ‘62, per molti è lui il miglior calciatore brasiliano dopo Pelè. Juventus, Milan e Inter cercarono di acquistarlo insieme, per fargli disputare una stagione a testa, ma non ci riuscirono. Anche lui rimase vittima, come molti, della bella vita che il calcio sembra offrirti. Dopo la vittoria verdeoro nei mondiali in Cile, Garrincha incassa una grande somma di denaro. Si compra un’auto lussuosa e conosce Elza Soares, bellissima cantante brasiliana. Per lei perde la testa, lascia le sue figlie e la moglie e scappa con lei in Italia.

Elza canta nei locali della capitale. Garrincha si ubriaca fuori, mentre l’aspetta. Nel frattempo si guadagna da vivere come rappresentate di una ditta di caffè e passa le sue serate in compagnia dell’alcool.

Dino Da Costa, ex attaccante della Roma che all’epoca iniziava ad allenare, viene a sapere che “il Chaplin del calcio” era in Italia. I due si conoscono perché avevano giocato insieme nel Botafogo. Lo vuole portare nella sua squadra, il Sacrofano, una cittadina di settemila abitanti a nord di Roma, che gioca in Prima Categoria. Gli propone un ingaggio di cento mila lire a partita.

Garrincha accetta e inizia a giocare per loro. La forma non è più quella di una volta ma guida alla vittoria il Sacrofano in un quadrangolare in Campania con due gol direttamente da calcio d’angolo. Il campo di Mignano Monte Lungo non aveva nemmeno le tribune. Chissà se mentre entrava in campo Garrincha ripensava alle sue partite al Maracanà, capace di contenere trenta volte gli abitanti di quel paese campano. Tornerà in Brasile tre anni dopo. Abbandonato anche da Elza, stufa delle sue botte da ubriaco. Senza un soldo e senza una casa. Morirà nel gennaio del 1983, dopo due giorni passati a bere e con un fegato ormai a pezzi.

Il soprannome glielo aveva dato sua sorella, perché da piccolo cacciava dei piccoli passeri chiamati appunto Garrincha. E lui era uno di quegli uccelli. Veloce e fragile proprio come loro.

Internazionale

Altri sport

  • Se..BASTA!

    Siamo al giro 53 del Gran Premio di Germania valido per l’undicesima prova del mondiale 2018 e tutto quello che sembrava già scritto viene stravolto e capovolto. Sebastian Vettel, pilota…

    in Altri sport Read 789 times
  • Scandalo Giallo

    Durante la tappa con arrivo all’Alpe d’Huez valida per il Tour de France 2018 e famosa per le imprese di grandi campioni del passato come il compianto Marco Pantani ci…

    in Altri sport Read 870 times

Interviste

Amarcord

  • El Equipo Fantasma

    La Paz, la capitale amministrativa della Bolivia si trova a più di 3500 m d'altitudine, è la capitale più alta del mondo, fare sport ad un'altitudine così elevata non è facile per chi non ci è abituato, l'aria rarefatta riduce le capacità respiratorie e il pallone prendendo più velocità, assume…

    in Amarcord Read 107 times
  • Un Raggio di Luna sul derby

    La punizione con cui Kolarov ha squarciato barriera e derby, sabato scorso, è un raggio di luce sparato con una frattura al piede. È un raggio di sole al 71esimo, sessant’anni dopo un Raggio di Luna. Così chiamavano Arne Selmosson, l’unico, fino a sabato, a segnare un gol, con entrambe…

    in Amarcord Read 177 times

Chi siamo

Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo | Approfondimenti, statistiche, interviste, amarcord su tutto il calcio, italiano ed estero, e tutto lo sport! Ripartiamo in contropiede, dopo esserci chiusi e aver difeso, pronti ad andare in rete insieme a voi! Seguiteci per restare sempre aggiornati sul mondo dello sport!