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Magica Roma

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Il cuore e le spalle

Il morso della tarantola è secco. Unico. E non contagia. Chi ne ha il sangue impregnato va libero e guarda solamente avanti. Libero da compiti meno gratificanti, ma con la priorità di creare, Lorenzo Insigne è il tarantolato di Carlo Ancelotti, che in lui ha visto il grimaldello per rompere i forzieri delle corazzate europee, più simili a banche che a club calcistici. Il capitano in pectore di questo nuovo Napoli che torna alla ricerca del sacro Graal con l’umiltà del Parsifal ultimo rimasto tra i sognatori è lui. Napoletano, legato alla causa della sua realtà fin da sempre, ha smesso di fare troppi ed inutili giri sulla fascia per cercare più prepotentemente la porta, mettendoci sempre la sua classe innata. Anni fa sembrava fosse sempre sul punto di esplodere ma la mancanza di continuità e la monotonia di gioco gli sbarravano il passo. La rivoluzione sarriana prima e l’intuizione di Ancelotti poi hanno dato sfogo a chi adesso rappresenta la squadra azzurra dentro e fuori dal campo. I bambini di ogni angolo del mondo esclamano il suo nome quando sentono parlare di Napoli. Lo sostengono il cuore del tifoso e le spalle del campione che resiste alle cariche avversarie.

Non si tratta solo di gol. I dati e le statistiche spiegano, parlano, ma non rendono del tutto l’idea dell’impatto del singolo sulla squadra. Nel suo nuovo ruolo da rifinitore - centravanti Insigne riesce ad esprimere il suo meglio, e quando si annoia si rifugia di nuovo largo a sinistra, ma solo per un attimo. Giusto il tempo di creare e tornare al centro, per dare aria alla squadra ed aprire gli esterni, che seguono in sintonia i suoi traccianti. Perché è lui il nuovo regista del Napoli, sebbene non giochi in mezzo al campo. Attorno a lui scorrono la maggior parte dei palloni, come degli affluenti verso il grande fiume. Ed è a lui che il San Paolo chiede un altro guizzo stasera. L’urlo in gola di Parigi brama vendetta. Rivincita. Dal colpo da maestro a pallonetto del Parco dei Principi Lorenzo è sembrato in parte ovattato, non al 100%. Come se avesse voluto rodare il motore prima di farlo esplodere per la corsa più importante. Quella di una notte di Champions dove avrà il sostegno ma anche la pressione di sessantamila spettatori. Il tarantolato, che deve sudare costantemente per non soccombere al veleno, dovrà sudare il triplo per via della forza dell’avversario.

Magica Roma

 

Domenica 12 settembre 1965, Roma SPAL all'Olimpico. Losi, Da Silva e Francesconi in campo, Pugliese sulla panchina. Risultato: 0-2 per i ferraresi, reti di Muzio e Massei. Dopo quasi ventimila giorni, dopo tre fallimenti biancocelesti e una risalita dagli inferi, ecco la magia. Roma SPAL di nuovo 0-2, reti di Petagna e Bonifazi. La squadra emiliana non vinceva in trasferta con due gol di scarto da cinquantatre anni, sempre la Roma davanti.

E inutile dire che per Kevin Bonifazi, difensore reatino classe 1996, quella contro i giallorossi era anche la prima rete in assoluto in Serie A. Stessa magia riuscita neppure un mese prima a Bologna, contro una squadra fino a quel momento a secco di gol, contro un centravanti, Federico Santander, che ancora non aveva mai segnato in Italia. Come Emiliano Rigoni, 0 minuti in Serie A prima della doppietta con la maglia dell'Atalanta all'Olimpico.

Nel mezzo di questi incantesimi e sortilegi, c'è la vittoria nel derby, 3-1 contro una Lazio lanciatissima, in piena striscia di vittorie consecutive. Come se non bastasse, dopo la stregoneria della SPAL, ecco la vittoria per 3-0 contro il CSKA Mosca, in Champions League. La settima vittoria consecutiva, tra le mura amiche, in Europa, contro una squadra che nel turno prima aveva mandato a casa a mani vuote niente di meno che il Real Madrid.

La Roma bella de notte, Regina di coppe, grande con le grandi e altri mille, banalissimi, titoli. Roma magica, cenerentola e principessa senza soluzione di continuità, zucca e carrozza, protagonista e controfigura. Come Edin Dzeko, che sbaglia tutto quello che c'è da sbagliare contro la SPAL e che diventa il capocannoniere della Champions League con la doppietta contro i russi.

Cosa c’è che non va tra di noi, Roma? Perché non possiamo avere una storia tranquilla, normale come tutte le altre coppie? Guarda che belli questa Juve e questo Ronaldo, alla terza vittoria di fila in Europa, in testa alla classifica da imbattuti. Guarda quanto sono fichi l'Inter e Spalletti, la garra charrua, i palloni toccati da Icardi e i gol al novantesimo. Non possiamo essere come gli altri? Vincere quando si deve vincere, perdere quando si può anche perdere, pareggiare ogni tanto. Te la immagini una stagione normale? Senza Giuseppe Cozzolino a segnare (1 gol in Serie A, con la maglia del Lecce), senza Vlada Avramov a fare i fenomeni, senza retrocesse che vengono a fare le padrone di casa. Un anno tranquillo, senza sbalzi d'umore. With no alarms and no surprises. A forza di stare con te e provare a capirti siamo diventati allenatori e direttori sportivi, psicologi e osteopati, tatuatori e aruspici, storici e fisioterapisti. A correre dietro ai dolori di Pastore, ai sorrisi di Schick, alle parole di Di Francesco.

La squadra più bipolare del mondo. Ecco cosa sei. Capace di perdere 2-0 in casa contro la Fiorentina e dopo tre giorni farne 3 al Barcellona di Messi. Capace di fare figure barbine in giro per l'Italia per poi estrarre dal cilindro la prestazione della vita. Il marzo scorso, prima di Napoli Roma 2-4, i giallorossi le avevano prese in casa da Milan, Sampdoria e Atalanta, rischiando di perdere contro il Sassuolo e venendo raggiunti dall'Inter al 86esimo con Vecino. Poi la magia: rimonta, doppietta di Dzeko e nuovo ciclo di vittorie.

Alterna, discontinua, instabile, irregolare, mutevole, variabile, magica Roma. Trascinati, rapiti dalle montagne russe di sensazioni. Di grandi ottimismi e tristi depressioni, di tabelle per lo scudetto e scontri salvezza, di vittorie schiaccianti e sconfitte inimmaginabili.

Domenica sera, contro il Napoli, tra la normalità e la sorpresa allora è meglio non scegliere. Tanto lo sai, sarebbe inutile. Fai te.

Parigi di notte

Le vibrazioni nevrotiche estive dei tifosi napoletani che palpitavano per il ritorno di Edinson Cavani sotto il Vesuvio hanno avuto l’effetto contrario. Un boomerang irriverente e maligno ha prodotto il ritorno meno sperato dell’attaccante uruguayano: quello da rivale. Prima, però, il primatista di gol in azzurro per media realizzativa sfiderà il suo vecchio (e forse eterno) amore lontano dal luogo dell’esplosione della passione. Come nel più teatrale e tetro racconto ambientato nella romantica e al contempo sinistra capitale francese, il rendez vous tra l’attaccante uruguaiano e il Napoli avverrà proprio alle falde della Tour Eiffel. In una città di sogni e incubi, le speranze degli azzurri di andare oltre un durissimo girone di Champions faranno da contrappeso alle voglie di una realtà prepotente che cerca il trionfo in Europa da troppo tempo senza mai aver avuto un premio. E come punta dell’attacco locale ci sarà colui che ha fatto gridare di gioia i napoletani ben 104 volte in tre stagioni. I ritorni concentrici del calcio, beffardo e ammaliante che sghignazza forte quando le notti europee si avvicinano.

Il primo freddo dell’anno e una minima di 5 gradi accoglieranno gli azzurri e il loro seguito nella Ville Lumière, dove chiunque vi è stato almeno una volta nella vita ed ha vissuto un sogno. Il compito di Carlo Ancelotti, che qui ha trascorso un’anno intero, sarà quello di far sognare ma non troppo i suoi uomini, che dovranno tenere i piedi per terra per contrarrestare la forza d’urto di un esercito di calciatori che, sebbene ancora non abbiano raggiunto la maturità assoluta a livello europeo, spaventano solo a leggerne i nomi. Arrivato a Napoli per gestire situazioni simili a questa, il tecnico emiliano tornerà in uno stadio dove cinque anni e mezzo fa riuscì a portare il PSG ai quarti di finale della Champions per la prima volta, venendo sconfitto dal Barcellona senza perdere nessuno dei due confronti diretti. La rivincita con i parigini non è mai arrivata, dato che Carletto scelse di sposare il progetto Real Madrid. Ma il ritorno al Parco dei Principi, che solo dal nome si oppone al rustico e trasandato San Paolo, rappresenta non solo un ritorno ma ha anche i connotati della sfida impossibile da lanciare all’avversario più potente.

Parigi di notte è l’ebbrezza di una sfida al potere, dal basso verso l’alto. Parigi di notte per il Napoli è lo stimolo del pugile smilzo che prova a fare lo scherzo al peso massimo. Parigi di notte è il viatico per sognare. E per far diventare azzurro un cielo che si annuncia troppo scuro.

I 100 passi del tunnel del Marakana

"Ricordo i poliziotti che nel tunnel ci guardavano male e muovevano i manganelli in modo intimidatorio. Poi non fecero nulla di male, ma la sensazione mi restò dentro. Durante i festeggiamenti fui pure morso da un cane lupo. C’è qualcosa di diverso in quello stadio, un calore particolare che noti già nel riscaldamento. Ai miei compagni dissi che il Marakana ti fa diventare squadra e credo sia proprio così."

Alessandro Costacurta, sceso in campo al Marakana nel ritorno di Ottavi di finale della Coppa Campioni 1988-1989

Ci vogliono tre minuti per percorrere i cento passi del tunnel del Marakana, nome con cui è noto in tutto il mondo il Rajko Mitic Stadium di Belgrado. Costruito nel 1961, intitolato alla Zvezdine zvezde, la "Stella della Stella Rossa", one man club da 262 gol in 572 presenze, dal 1945 al 1958. Non è l'inferno ma poco ci manca. Il tunnel è largo appena un paio di metri e alto poco più di due e un tempo era contornato dai graffiti in cirillico, che riproducevano offese, insulti e intimidazioni.

"E’ impressionante, chi ama il calcio non può non vibrare. Tutto lo stadio è eccezionale, lì mi sentivo imbattibile. Ha un’acustica incredibile, in campionato vincemmo tutte le partite casalinghe. E spesso nel tunnel ho visto i militari in assetto da guerra.”

Walter Zenga, allenatore della Stella Rossa e campione di Serbia nel 2005-2006

Risultati immagini per marakana tunnel

La Uefa ha obbligato la Stella Rossa ad un restyling, ma poco cambia. I giocatori del Napoli cammineranno in un tunnel fatto di colori bianchi e rossi, poi il passaggio sempre più stretto, gli scalini prima della Curva degli Eroi, quella comandata da Ivan Bogdanov.

Ma dopo il tunnel ci sarà la partita. E lì il Napoli si affida soprattutto al suo allenatore Carlo Ancelotti. Vittorioso proprio qui sia nel 1988 che nel 2006. "Se valesse il criterio del non c'è due senza tre staremmo a posto" ha detto in conferenza.

Nemici mai

...Per chi si ama come noi. Potrebbe, o avrebbe potuto, essere questo il sottofondo musicale perfetto dell’abbraccio tra Ancelotti e Gattuso nel pre-partita di Napoli-Milan, anticipo serale della seconda giornata di campionato.

Banalità: il maestro e l’allievo. Bennato docet: il gatto e la volpe. Forse stiamo scadendo nel sentimentale e se si parla di calcio troppo spesso questo non va bene, ma per un milanista, in quell’abbraccio lungo un minuto si è tornati per un momento a respirare il clima del Milan che fu. 10 anni di storia condensati in 60 secondi. La clessidra che scandisce ogni millesimo di secondo, ogni istante, della nostra vita pallonara si ferma e ci ricorda chi siamo stati. Chi dovremmo tornare ad essere. Flashback.

Milan-Manchester 3-0, 2 maggio 2007, la partita perfetta. Al novantesimo, Rino Gattuso strapazza letteralmente il volto paffuto di Carletto, sorpreso ma felice. Nessuno avrebbe potuto pensare che 12 anni dopo i due si sarebbero affrontati in un big match di Serie A. Eppure, in quel minuto precedente l’inizio delle ostilità Rino Gattuso è tornato ad essere il guerriero indomabile di Carlo. L’alfa e l’omega. “Il Milan di Ancelotti va al ritmo del cuore e della corsa di Gennaro Ivan Gattuso”. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase in quegli anni d’oro? In quell’abbraccio c’è tutto.

C’è l’aspirazione di voler diventare come lui. C’è la deferenza per l’allenatore che più ha esaltato le tue caratteristiche. “Io ho corso per te, Carlo”. Brillavano, gli occhi di Gennaro. E siamo sicuri che il cuore pulsava. Forte, intenso. “Le volte nelle quali in questi anni sono stato giù, vedevo qualcosa che non mi quadrava, l’ho chiamato per un consiglio, per una rassicurazione”. Parole pronunciate dall’allenatore rossonero nella conferenza di vigilia. Te lo ricordi, Carlo, che siamo amici?

Trasfigurazione in campo di quello che non è solo un rapporto fraterno fra due persone fatte della stessa identica, purissima, pasta: una missione. Sudo per te. Lotto per te. Mi rompo un menisco ma continuo a giocare per altri 88 minuti. Per te. Prima di quella semifinale sopra ricordata, la panchina di Carletto, nel turno precedente, i quarti col Bayern, era a serio a rischio. Mancavano pochi bulloni da allentare per farla saltare definitivamente. “Dammi elmetto e trapano, da qui non te ne vai”. Rino Black & Decker. Il Milan espugna Monaco di Baviera, Gattuso corre per 3. Rino uno e trino. Sacralità e blasfemia. Il Diavolo e l’acqua santa. Pane e salame. Caviale e champagne. Anima e corpo. Solo per te, Carletto.

Alla fine di tutto ciò, mille emozioni in due corpi che riunendosi riallineano la storia, ci sarebbe stata anche una partita di calcio. L’ha vinta il Napoli per 3-2, con la doppietta di Zielinski e il suggello finale di Mertens che hanno ribaltato a mezz’ora dalla fine il doppio vantaggio milanista siglato dall’accoppiata Bonaventura-Calabria. Ma questa è una storia marginale rispetto al resto. Al fischio finale, gli occhi di Rino incrociano quelli di Carlo: “Oggi hai vinto, amico mio, al diavolo le mozzarelle di bufala che mi hai promesso. Ma stanotte, Carletto, solo io saprò a chi pensi tu”.

Ricordati di me.

Che tesoro sei.

Triplice fischio.

Pessimismo cosmico

Se il simbolo del Napoli è un ciuccio, ci sarà un motivo. In realtà agli albori della storia azzurra, si trattò di un declassamento del cavallino sul primo scudo della SSC Napoli, in seguito a una serie di stagioni poco fortunate. Il peccato originale del vittimismo e dell’autolesionismo vive, dunque, in ogni tifoso della società partenopea, un popolo da sempre orfano di Re e ancora troppo nostalgico dei pochi anni in cui Diego Maradona prese il potere surclassando San Gennaro e Masaniello.

L’estate nella quale l’addio di Sarri, Reina e Jorginho, in contemporanea all’arrivo di Ancelotti, ha smosso le tettoniche presenti alle falde del Vesuvio, è quella tipica scossa di assestamento necessaria per raggiungere un nuovo equilibrio. Via il virtuosismo e lo specchiarsi nel bel gioco e benvenuti alla mentalità vincente e alla concretezza. O almeno così dovrebbe essere dopo la decisione di puntare su uno degli allenatori più titolati della storia. Eppure, a molti non va bene niente. L’Apocalisse (rigorosamente in maiuscolo) sembra essere approdata al San Paolo per stravolgere tutto. Fino ad ora è vero che i soliti cerotti applicati dal comune su una struttura vetusta e (de)cadente non depongono bene. È anche vero che il Napoli ha perso due fonti di gioco e che è un cantiere aperto. È verissimo che di acquisti di campioni affermati o di Deux Ex (il gioco di parole è voluto) Machina come Cavani non si è registrato. Eppure, il pessimismo cosmico sembra avvolgere totalmente l’ambiente, anche a causa delle sconfitte per 5 a 0 contro il Liverpool e per 3 a 1 contro il Wolfsburg.

Nulla di nuovo, in fin dei conti. Siamo a Napoli, capitale mondiale della sceneggiata, degli strepiti e dell’insoddisfazione. Dove il grigio non esiste se non quando piove. E tutto è nero o è bianco, ma mai insieme. Il campionato deve ancora iniziare e gli scenari più disperati sono già stati messi in conto. In molti hanno già indossato il paracadute prima di iniziare il decollo, rischiando di restare asfissiati dal gonfiore dello stesso. Quel che non è ancora chiaro nella piazza è che occorrerà avere pazienza. Il jogo bonito sarriano è finito. O meglio, si è trasferito a Londra. Al San Paolo, o quel che ne resta, è arrivato Ancelotti. E grazie a lui sono rimasti quasi tutti i migliori. I bilanci, societari a parte, meglio farli a maggio.

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