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La Coppa Italia la vince la Lazio

La Lazio vince la Coppa Italia, la vince nonostante un pronostico che inspiegabilmente la dava nettamente sfavorita, vittima sacrificale su un altare bergamasco, vista da mezza Italia come un ostacolo nel compimento del sogno di una provinciale che vince una coppa.

La vince Sergej Milinkovic-Savic, che finalmente riesce ad essere decisivo in una stagione in cui era rimasto troppo spesso nelle retrovie e in cui la frustrazione stava prendendo il sopravvento, il calcio dato all’avversario contro il Chievo ne è la dimostrazione.

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Milinkovic Savic finalmente decisivo, quest'anno, per la Lazio

La vince Joaquín Correa, che piano piano sta riuscendo a imporre il suo valore tecnico in una squadra che ne aveva estremamente bisogno e che fa cose che pochi in Serie A riescono a fare. Quando parte lo devono buttare o giù e non si ferma finché non trova la porta, non importa quanti avversari si trova davanti.

La vince Francesco Acerbi, che dimostra che sul campo a pagare è la serietà e la professionalità e non la prepotenza, la vince con lui un gruppo di giocatori che qualche difetto da limare ce l’ha ma che quando gioca, come sa fare, non lascia scampo a pronostici negativi.

correaCorrea, autore della rete del definitivo 2 a 0 nella finale di Coppa Italia

La vince Simone Inzaghi, che porta a casa il secondo trofeo da allenatore con la sua squadra del cuore e che riesce a mettere a tacere le critiche sempre più eccessive dopo una stagione sfortunata. La vince sul piano tattico, riuscendo a ingabbiare Ilicic e Zapata e facendo cambi giusti al momento giusto, mandando in confusione il maestro di calcio Gasperini che invece aspetta di subire gol all’ottantesimo per fare i suoi cambi.

La vince Claudio Lotito, che con la sua politica da spending review ha attirato qualche contestazione ma anche qualche risultato: è il suo quinto trofeo da Presidente, vinti in un periodo in cui nella stessa città, altri che hanno speso molto di più, sono a mani vuote da undici anni.

La vincono i tifosi, quelli veri, non quelli che si vestono da ultras per scontrarsi con la polizia prima della partita, ma quelli che hanno incitato la squadra allo stadio e da casa, che non vedevano l’ora di gioire di nuovo dopo qualche delusione di troppo.

La vince una squadra che mette in bacheca la sua settima Coppa Italia, il suo quindicesimo trofeo ufficiale, uno in più dei cugini e dietro solo alle tre grandi del nord. La vince, come diceva Pino Wilson ai nostri microfoni, in un periodo in cui si festeggia per un quarto posto, in cui c’è una squadra che vince i campionati ad aprile e in cui avere un trofeo tra le mani è sempre più difficile. La vince, è questo quello che conta.

L'ultima Champions League vinta dai bianconeri è lontana, ormai, più di venti anni. Era il 1996 e allo Stadio Olimpico di Roma andò in scena la finale Ajax Juventus. La squadra di Marcello Lippi tornava sul tetto d'Europa dopo undici anni. Per prepararci alla sfida di stasera abbiamo parlato con chi quella finale l'ha vissuta. "Fu il coronamento di un percorso lungo, iniziato almeno due anni prima" ci racconta in questa intervista esclusiva Sergio Porrini, classe 68, difensore. Più di 100 presenze con la maglia dell'Atalanta, una bacheca piena di ogni cosa riempita nei 4 anni a Torino. Erano gli anni di un giovane Del Piero, di Vialli, Conte, Deschamps. "Ma fare i paragoni non serve, questa Juventus ha la stessa fame".

 

Che partita fu quell’Ajax Juventus di 23 anni fa?

Fu il coronamento della stagione precedente, di due anni bellissimi, vissuti con la consapevolezza che bisognava cercare di creare qualcosa di importante. La Juventus infatti veniva da due anni, sia in Italia che in Europa in cui aveva fatto fatica e bisognava ottenere qualcosa. Ricordo la consapevolezza e la voglia, allenamento dopo allenamento, giorno dopo giorno, di diventare una grande squadra. Quella vittoria a Roma contro l’Ajax fu il coronamento di una crescita continua, iniziata l’anno prima con la vittoria della Coppa Italia e dello Scudetto. Le grandi vittorie si creano prima: il giorno della finale ti consacra, ma quello che ottieni mette radici lontano.

Tra voi difensori bianconeri quale era l’attaccante dei Lancieri più temuto di quella finale?

In quel momento il finlandese Jari Litmanen era senza dubbio il più pericoloso, era in un momento in cui se toccava palla faceva gol. E infatti lo fece. Erano molto bravi anche gli esterni di quel 4-3-3, l’olandese Kiki Musampa e il nigeriano Finidi George, che potevano far male in attacco ma allo stesso tempo concedere molto dietro. E infatti le occasioni furono tante, vincemmo ai rigori ma nei 120 minuti meritavamo di vincere.

porrini1

E ai rigori fu decisivo Angelo Peruzzi, che vinse anche la personale sfida con Edgar Van der Sar, presente e futuro della porta juventina. Chi era il più bravo?

Ho avuto la fortuna di allenarmi e di giocare insieme a Peruzzi e posso dire che, in quel momento, era in assoluto tra i 3 migliori del mondo. Nonostante magari una corporatura particolare, lo chiamavamo “cinghialone”, e una statura con cui oggi forse probabilmente avrebbe fatto fatica a emergere. Oggi infatti è cambiata la filosofia del portiere, le squadre cercano giocatori di una certa statura, dal 1.90 in su. Per questo va dato ancora più merito a Peruzzi e alla sua forza esplosiva.

Era più forte la Juventus di ieri, di Conte, Ferrara e Del Piero o quella di oggi, di Pjanic, Bonucci e Cristiano Ronaldo?

È impossibile paragonare le Juventus di diversi periodi storici. In quel periodo mi ricordo infatti che si faceva il paragone con la Juve di Platini, oggi si fa il paragone con quella del 1996. È impossibile farlo perché cambiano i metodi e i modi di allenarsi, i mezzi a disposizione dei giocatori, così il raffronto diventa difficile. La cosa sicura è che tutte e due le Juventus hanno la stessa fame e la stessa voglia di vincere tutto quello che c’è da vincere. Cosa che contraddistingue i bianconeri sin dalla nascita.

Domani che partita dobbiamo aspettarci?

Non dobbiamo aspettarci una partita semplice, perché l’Ajax è una squadra molto forte tecnicamente, vivace, frizzante, che gioca in velocità. Ma visto cosa ha fatto la Juve contro l’Atletico Madrid sono sicuro che possa passare il turno.

Usiamo una frase fatta ma vera: lei con i bianconeri ha vinto tutto, ma quale partita le è rimasta nel cuore?

Forse i quarti di finale con il Real Madrid, sempre del 1996, quando con i gol di Del Piero e Padovano ribaltammo l’1-0 dell’andata. Fu il crocevia della vittoria finale. Da giocatore però dico la finale dello stesso anno contro il River, giocata a Tokyo e vinta con un gol di Del Piero. Ho avuto la fortuna di giocarla e di salire sul gradino più alto del mondo.

Il gol di Porrini che apre le danze nella finale di Supercoppa Europea finita 6 a 1 contro il PSG

Non solo Juventus però, ma anche oltre 100 presenze con la maglia dell’Atalanta e tre anni da protagonista in un settore giovanile che è tra i migliori d’Italia. Qual è il segreto?

Il segreto è quello di crederci, che non è una cosa così scontata. Abbiamo visto quante squadre professionistiche di Serie A non credano e non investano per niente nel settore. A Bergamo invece usano parte dei ricavi della prima squadra per il progetto giovanile, dando ai ragazzi i mezzi e il tempo giusto per emergere. Questo, insieme ad una rete di scouting diffusa in tutto il mondo, permette di sfornare anno dopo anno giovani interessanti, piccoli campioni, che solo dopo una lunga trafila riescono ad arrivare in prima squadra. È un processo lungo, lento e non tutti ci credono.

Riuscirà l’Atalanta di Gasperini a centrare la Champions League?

Da atalantino me lo auguro, perché quei 4 anni da giocatore e i 3 da allenatore nelle giovanili hanno fatto diventare una parte del mio cuore nerazzurro. Me lo auguro anche perché, al momento, è la squadra che in Italia esprime il miglior calcio. Spero possa arrivare nell’Europa dei grandi perché so quanto lavoro c’è dietro, quanti investimenti. E soprattutto lo spero perché mi immagino il popolo atalantino assistere alle gare di Champions. Dovesse succedere io vorrei essere uno di quelli, perché l’entusiasmo di Bergamo non si vive da nessuna parte.

L’Atalanta di Porrini e Ganz strapazza 3 a 1 la Roma di Boskov

 

Dal settore giovanile di Zingonia è emerso, tra i tanti, anche Mancini, su cui pare fortissima la Roma.

Mi rivedo molto in lui, nel suo stile di gioco, nel suo saper ricoprire diversi ruoli della difesa. Nonostante la giovane età è già un giocatore di grande responsabilità e di sicuro affidamento. Io dico che il futuro dipenderà dall’Europa: dovesse arrivare la Champions gli consiglierei di rimanere a Bergamo, crescere un altro anno con calma e poi valutare.

E Mancini, insieme a Chiesa, Zaniolo e Kean è uno dei volti nuovi del nuovo ciclo azzurro.

Sì, quelli nominati sono sicuramente tra i migliori giovani del momento. Ma visto anche il recente passato aspetterai a parlare e a considerarli già fenomeni, come si sta facendo con Kean. Sono sicuramente giocatori importanti ma per consacrarsi non basta un anno. È un buon inizio, ma aspettiamo un attimo.

 

Cartoline (romantiche) da Roma-Atalanta

 

A volte la prospettiva da cui guardi qualcosa stravolge tutto. Basta cambiare lenti, angolazione, sguardo. Se il primo tempo di Roma-Atalanta sembra la scenografia di un film horror, basta spostare lo sguardo sull'unico spettacolo, autentico e commovente, di ieri sera. Mentre Pastore segna di tacco, mentre quegli indemoniati degli attaccanti orobici infilzano la Roma e fanno lievitare il parziale, incrocio lo sguardo del bambino seduto tre file più in basso, ai Distinti Sud. Si gira intorno, guarda il papà vicino lui, poi torna a guardare alla sua sinistra. Non al campo, non alla partita. I suoi occhi sono solo per quella magnifica confusione di bandiere e mani, stendardi e cori, applausi e magliette. La Curva Sud lo aveva detto: vinciamola noi questa partita. E in qualche modo è andata così, perchè non si è mai schiavi del risultato, come recita il bandierone oro e porpora che sventola in basso. Anche sotto di due gol, in casa, dopo essere passati in vantaggio. Anche dopo aver visto sfilare l'ennesimo veterano, l'ennesimo top player, l'ennesima plusvalenza. In difesa si balla, in Curva si canta. In campo si arretra, in Curva si spinge. E gli occhi del bambino sono tutti per loro, 'sti cavoli della partita, di Manolas che si fa fregare, di Olsen che non esce neanche stavolta. Si dice che la prima volta che si piange per amore, si piange per il calcio. Forse anche la prima volta che si guarda con occhi innamorati qualcosa, qualcosa che hai scoperto da solo, solo tua e allo stesso tempo di milioni di persone. E quegli occhi non si possono spiegare, come quelli dopo aver salito l'ultimo scalino allo Stadio. Come si fa ad essere schiavi del risultato?

La Curva l'avevo detto: portate le sciarpe, le bandiere, coloriamo il settore. Ho visto sfilare improbabili accoppiate di magliette giallorosse, un Chivu che dava la mano ad una El Shaarawy, un Perrotta camminare dietro un Mexes, cinque Kluivert uno dietro all'altro. (Io la maglietta di Borini la tengo al sicuro, ossia dentro all'armadio). Quando i ragazzi dei gruppi chiedono qualcosa bisogna rispondere presenti. Manca più di un'ora al fischio di inizio e l'Olimpico inizia a riempirsi. Dall'altra parte della vetrata, paralleli al mio posto, arrivano due fratelli. Il più grande avrà una trentina d'anni, t-shirt con la faccia di Agostino disegnata sopra, il più piccolo venti, è un ragazzo con sindrome down, addosso maglia di Montella, stagione 2004-2005, quella verde con la scritta Mazda. Si sistemano, mangiano un panino, poi iniziano a preparare la bandiera. Allungano il bastone, srotolano il tessuto: rosso pompeiano e un lupetto anni 80, in nero, al centro. Il fratello dà due sventolate precise, ma è ancora troppo presto, così lascia la bandiera in mano all'altro e si allontana un attimo. Il tempo passa, le squadre scendono in campo per il riscaldamento, la Curva si inizia a riempire. Le bandiere iniziano ad alzarsi al cielo e il ragazzo più giovane prova a fare la sua parte. Ci riesce meglio di quanto avrei fatto io, ma la bandiera è enorme, pesa un sacco, si piega e si arrotola. Una, due, tre volte. Niente da fare. Poi il signore seduto dietro lo chiama e si fa passare il bastone, è il doppio di lui, la mano è sicura: il lupetto ora sventola armonioso. Gli dà qualche suggerimento, ma per me è come un film muto dietro la vetrata. I due si ritrovano a sventolare insieme. "Dimmi cos'è, che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo". Sta per partire l'inno, il fratello maggiore torna con due birre, il più piccolo prova ancora a sventolare, ma ancora con scarsi risultati. Ora sventolano insieme e scoppiano a ridere. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.

Proprio sotto di me c'è invece Elena, sessant'anni, abbonata da quaranta. Curva, un periodo di Tevere e poi il ritorno a casa. In curva, dietro la pezza Romanismo, vedo una ragazza alzare uno striscione. Vedo fidanzate, sorelle, mogli, figlie, madri sparse un po' ovunque, in trincea e in piccionaia, a strillare come e più degli altri. Eppure non è una gita romantica, non è Villa Borghese. Sarà che da noi "quando che incomincia la partita, ogni tifosetta se fa ardita, strilla forza Roma a tutto spiano con la bandieretta in mano, perchè c'ha il core romano". Nei quattro posti liberi accanto ad Elena, intanto, arriva una famiglia intera. Mamma e papà sulla quarantina, due figlie femmine di tredici e diciasette anni. In braccio alla mamma c'è l'ultimo arrivato. "Finalmente je l'ho fatta a fa un maschio, stamo sempre in minoranza eh, però guarda quant’è bello". 7 mesi, prima partita allo Stadio, il primo gol della sua storia porta la firma di Javier Pastore. Invece lui può portare un nome solo. Francesco. Preparate Francè e sii orgoglioso de prova emozioni davanti a undici leoni, magari un po' cojoni. Ma è raro. Come te. 

La pioggia batte incessante sullo Stadio Nicola Ferrucci di Campagnano di Roma, dove la Lazio Primavera ha appena battuto per 2-1 il CreCas Palombara. "Di pomeriggio piove sempre eh, uno si prepara ad una bella giornata e poi ecco qua". Valter Bonacina, tecnico dei biancocelesti, scruta il campo pensieroso. Dal 3 febbraio è sulla panchina di Formello, ma sembra ancora non essersi abituato ai pazzi acquazzoni romani. Bergamasco, classe 1964, ex centrocampista. È lui l'uomo scelto dalla dirigenza laziale per rimpiazzare Andrea Bonatti e far ripartire il ciclo. Perchè dopo tre campionati dominati, le coppe Italia vinte con Roma e Fiorentina e la Supercoppa contro il Chievo, l'anno scorso è arrivata la retrocessione. "I ragazzi hanno fatto di tutto per evitarla, ma il campo ha detto questo e dobbiamo attenerci al verdetto".

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C'era bisogno di una sterzata, di persone nuove. E il nome era Valter Bonacina, tecnico che, in oltre dieci anni di settore giovanile all'Atalanta, aveva plasmato Caldara, Kessiè, Gagliardini, Grassi, Conti, Barrow. "Il merito non è stato mio, ma di tutto il settore, a partire dallo scouting per arrivare fino alla dirigenza". Adesso i nomi su cui rifondare, e da tenere d'occhio, sono Alessio Bianchi, classe 2000 arrivato ad agosto dal Milan, Abukar Mohamed, già ribattezzato "il Pogba finlandese", Szymon Czyz, mancino polacco soffiato al Lech Poznan. "La squadra deve crescere, però si impegna, i ragazzi ci stanno dando dentro, sono fiducioso. Abbiamo appena iniziato la preparazione, quindi siamo un po' indietro come fiato, come misure".

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Quello di Bonacina a Roma è un ritorno. C'era stato da calciatore, nei primi anni Novanta, sulla sponda giallorossa. Erano i tempi di Bianchi, Boskov e Mazzone, erano le stagioni del Principe Giannini, libero di fantasticare avendo le spalle coperte proprio da Bonacina. "Fu il mio salto di qualità, la prima esperienza in una grande squadra. Mi sono tolto belle soddisfazioni, furono tre anni intensi, con più di 80 presenze. Penso di aver dato il mio piccolo contributo". Prima e dopo la parentesi romanista ci sono però 331 presenze, tra Serie A e Coppa Uefa, con la maglia della Dea, condite di ben 19 gol. Quanto basta, insieme al sudore e ai chilometri, per diventare una bandiera degli orobici.

La pioggia non accenna a smettere, così mentre ci ripariamo sotto la panchina degli ospiti, Bonacina è in trappola. E deve per forza rispondere alle nostre domande:

Dopo Zingonia, anche Formello è uno dei migliori settori giovanili d’Italia?

Si, basta guardare i risultati negli anni. Poi è chiaro, bisogna sempre dare continuità, specie nel settore giovanile. Non bisogna saltare le annate, perdere tempo. Forse qui negli ultimi due anni i risultati non sono stati dalla parte della Lazio, ma se si guarda alla storia, soprattutto recente, i biancocelesti sono stati sempre ai vertici.

Su 24 tesserati della sua rosa ben 15 sono stranieri e 2 con il doppio passaporto italiano-albanese. Può essere un limite la presenza di calciatori provenienti dall'estero per il rinnovamento dei settori giovanili?

È chiaro che ormai è in atto un cambiamento importante, a livello globale: negli ultimi anni si sono aperti gli orizzonti del calcio in maniera ampia, le società vanno a pescare in tutto il mondo. Il calcio è cambiatoe bisogna accettarlo. Certo, il settore giovanile italiano ha più difficolta ad emergere, ma bisogna farci i conti. Il tempo ha detto così.

A proposito di calciatori stranieri, l'ultimo che ha allenato è Musa Barrow, classe 1998, già 4 gol in appena 54' nei preliminari di Europa League.

 

Per me può essere la rivelazione di quest'anno. Ha terminato benissimo lo scorso campionato: 3 gol in 12 presenze in Serie A, ma con me in Primavera ha fatto qualcosa come 23 reti in 18 partite. Poi ha iniziato benissimo anche questa stagione. Si sta veramente affermando, sarà la sua annata.

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L'altro nome che ha dominato l'estate è quello di Mattia Caldara, anche lui passato sotto la sua guida.

Lui ha già bei campionati alle spalle. Ha dimostrato di avere una continuità impressionante per l'età che ha, facendosi valere anche in fase realizzativa, mettendo in mostra qualità importanti. Ha meritato la Juventus, seppure di passaggio, e ora merita il Milan. Sono sicuro che emergerà anche in una grande piazza.

E ora i suoi ragazzi dominano la scena italiana. Kessiè, Caldara e Conti al Milan, Gagliardini all'Inter, Grassi al Parma ma di proprietà del Napoli. Da mister, cosa cerca in un calciatore?

La testa è determinante, può fare veramente molto. La determinazione, la grinta, la fame, il voler arrivare, l'impegnarsi giorno dopo giorno, sono tutti fattori che portano miglioramenti incredibili. Poi è chiaro che devi avere di base delle tue qualità, ma se il ragazzo le coltiva, ci crede, è lì che può fare strada.

È così che a Zingonia si sfornano talenti?

L'Atalanta ha una grande velocità di ricambio. Merito di tutti, dello staff, della dirigenza, della rete di osservatori.

E su questa Serie A che ci dice?

La Juventus era forte e ora lo è ancora di più, ha una mentalità giusta. Perchè i giocatori forti li hanno anche le altre, guarda l'Inter, il Napoli, ma è la mentalità a farla partire da un gradino sempre superiore. Poi il calcio non è mai scontato, non è mai detto...

Voce del verbo credere

Era il giugno 2016 quando l'Atalanta presentava in conferenza stampa Gian Piero Gasperini come allenatore. Le sue parole furono subito chiare e semplici: "Credo che l'obiettivo sia giustamente la salvezza, poi c’è modo e modo di ottenerla". E magari il modo già ce l'aveva in testa. Ma il Gasperini che arriva a Bergamo è un allenatore che ha qualche sassolino nella scarpa da togliersi. L'Europa raggiunta e non concessa dalla Uefa con il Genoa, l'esonero e le dimissioni nell'anno di Palermo, il licenziamento dall'Inter e il triste record di unico allenatore nerazzurro a non aver mai vinto una partita ufficiale.

Arriva a Bergamo con voglia e chiarezza, semplicità e idee. Quando però si inizia a fare sul serio arrivano le prime sconfitte. 4-3 contro la Lazio alla prima di campionato, poi vittoria col Torino, e poi sconfitte a raffica contro Sampdoria, Cagliari e Palermo. Il giorno dopo la sconfitta con i siciliani, Percassi e la dirigenza si riuniscono per decidere sulla fiducia al tecnico. Inizia la prima girandola di nomi, sondaggi, proposte. Ma la linea guida è semplice: "Proviamoci". Anzi, crediamoci.

Da lì la svolta. Arriva un 1-3 sul campo del Crotone, la vittoria corsara in casa con il Napoli, un pareggio a Firenze e un 2-1 contro l'Inter. È l'Atalanta di GagliardiniKessièConti e Gomez e chiuderà il girone d'andata al sesto posto. "Mi sembra esagerato pensare alla Champions - dice Gasperini - riguarda Juve, Napoli, Roma e forse Inter. E' chiaro che la vittoria contro il Napoli ci permette di avere delle speranze più concrete per l'Europa. Adesso siamo autorizzati a crederci".

Ci credono lui, i giocatori, i tifosi. Perchè si, la strada è lunga e in mezzo c'è anche un 7-1 contro l'Inter che avrebbe tagliato le gambe a chiunque. Ma ci sono anche un 5-0 nel derby della Lanterna e un 2-2 contro la Juventus. "L'Atalanta come il Leicester? Non credo, in Italia è molto difficile. Siamo molto felici e orgogliosi per quanto abbiamo fatto finora, ma non vogliamo caricarci di altre responsabilità".

Quarto posto in campionato, Europa in tasca. Ma l'oro che porta Gasperini è soprattutto quelle delle plusvalenze. I giocatori che ha plasmato, che ha fatto esordire, che ha modellato per il suo gioco vengono ceduti: Kessie e Conti per oltre 50mln al Milan, Gagliardini all'Inter per 22 e Caldara, oggi al Milan, già venduto alla Juventus per 15+4 di bonus. "Credo di aver realizzato un desiderio di Percassi, che sognava di ripercorrere il cosiddetto ‘modello Bilbao’, che prima di noi, in Italia, non c’era: l’Atalanta ha sempre sfornato grandi talenti, ma non ha mai impostato la prima squadra sulla crescita di questi. Ho paura che il sistema cambi, che la Dea diventi un club normale. Non sarebbe più la mia Atalanta né l’Atalanta di Percassi". Giovani e vivaio, Gasperini li conosce bene. Il padre Giuseppe, torinese di Grugliasco, operaio e poi impiegato per la Fiat, lo porta a fare un provino con i bianconeri a 9 anni. La trafila in primavera, poi solo una partita con in i grandi in Coppa Italia. “La vera forza del nostro vivaio non è solo nel numero di ragazzi in gamba, ma nel fatto che gente come Caldara, Grassi, Sportiello gioca insieme da più di dieci anni. Kessiè è cresciuto qui, Petagna arriva dal Milan e Spinazzola dalla Juventus, ma lo zoccolo duro è tutto bergamasco. Percassi, il presidente, ha giocato con questa maglia ed è bergamasco. Credo che sia più facile così, quasi naturale, allestire un buon vivaio, trasmettere il senso di appartenenza”.

Troppe cessioni però, troppo importanti quei giocatori. E poi arrivano i sorteggi dell'Europa League: Atalanta con Everton, Lione e Apollon. Troppo più forti, troppo più esperte. "Affrontiamo con fiducia e rispetto questa competizione - Gasperini è sempre calmo, semplice - Noi non abbiamo un nome così importante, ma la stagione sul campo ha detto cose vere. Abbiamo entusiasmo, dietro di noi, e una competizione su cui puntiamo molto. [...] Probabilmente i tifosi che hanno vissuto quel periodo possono fare meglio di me quei raffronti. 26 anni sono tanti, sono cambiate squadre e regole, però credo che alla fine il comune denominatore è l'entusiasmo che ci circonda".

Il resto della storia la sapete. Girone dominato, cavalcata europea stoppata, a testa alta, solo contro il Borussia Dortmund, semifinale in Coppa Italia, settimo posto in classifica. In mezzo c'è una nuova estate di smantellamenti e plusvalenze. Via CristantePetagnaKurtic, dentro ZapataPasalic e poco altro. "Il mercato è stato triste e povero, siamo in difficoltà - ha detto Gasp - Il club ha sempre saputo di cosa avevamo bisogno, ha stanziato un buon budget ma sono arrivati troppi giovani che non sono ancora pronti. Questa rosa non potrà essere competitiva in più competizioni. Se ci si aspetta di vedere una stagione come le precedenti due, allora all’Atalanta servirà un allenatore migliore".

Ha smesso di crederci? A vedere la partenza della Dea non si direbbe: 10 gol complessivi al Sarajevo e 6 all'Hapoel Haif nei preliminare di Europa League, 4 al Frosinone alla prima di campionato. E il rinnovamento vede ora protagonisti Barrow, Hateboer, Freuler e il solito Gomez. "E' il nostro Cristiano Ronaldo, è davvero importante. Quest’anno ha svolto una gran preparazione, arriva con buone motivazioni. Sta facendo cose bellissime. Lo scorso anno era meno reattivo in zona gol, ma ha fatto una buona stagione".

Ora c'è il Copenhagen, poi la Roma. A crederci c'è sempre Gasperini. E di certo non è solo.

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