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In 5 per un Pallone d'Oro

L’edizione 2018/19 della UEFA Champions League è terminata da poco. La finale disputata al Wanda Metropolitano di Madrid, tra Tottenham e Liverpool, ha fatto discutere per via della sua scarsa spettacolarità. C’era chi si aspettava 90 minuti a ritmi completamente folli, con delle continue incursioni a velocità incalcolabili di Salah e Manè, ma c’era anche chi sospettava di poter assistere a una partita equilibrata sotto ogni aspetto tattico ed emotivo. Nonostante le varie polemiche, che fanno oramai parte della quotidianità della narrazione calcistica, questa finale ha spostato gli equilibri per l’assegnazione di un altro importantissimo trofeo: il Pallone d’Oro. Ogni anno, l’ultima partita della competizione più importante d’Europa riesce a consolidarsi come uno dei tasselli fondamentali per il miglior giocatore dell’anno, come l’evento che dà il permesso a chiunque di poter cominciare a ipotizzare chi potrebbe essere il vincitore del trofeo assegnato da France Football. Sulle basi dei risultati raggiunti nelle stagioni appena terminate e con un’analisi delle statistiche dei singoli atleti, si potrebbe presupporre che i seguenti giocatori possano essere i maggiori indicati per la vittoria finale del premio. 

 

 

  1. Virgil van Dijk 

 

 

Il numero 4 del Liverpool è sicuramente il giocatore che oggi si avvicina di più alla vittoria del Pallone d’Oro. Protagonista assoluto di una stagione che ha visto i Reds arrivare secondi in Premier League con 97 punti e solo 22 gol subiti, detentore del disumano record di “non dribblato” in tutte le 64 partite disputate tra il 2018 e il 2019, (Serge Gnabry, marcato da lui in nazionale, è riuscito a calciare in porta senza però saltarlo in dribbling) e idolo assoluto della sua tifoseria. Virgil van Dijk ha chiuso la sua stagione alzando quella Champions League che lo scorso anno aveva visto sfumare davanti ai suoi occhi, giocando meglio e risultando impeccabile contro la rosa di Pochettino. La sua solidità in fase difensiva, unita a un ordinato controllo del pallone e a un ottima visibilità di gioco, lo rendono il difensore indispensabile per una qualsiasi squadra allenata da Klopp. Il Liverpool si è ritrovato spesso a ripartire in velocità grazie a un suo duello aereo vinto (5 di media a partita) che porta a termine contemporaneamente con violenza ed eleganza.

La naturalezza con cui trova e serve il compagno in movimento ha convinto il suo allenatore ad affidargli gran parte della costruzione della manovra offensiva, portandolo a toccare una media di 80.7 palloni a partita. Per capire la straordinarietà di questa statistica basterebbe pensare che il Messi di Valverde ne tocca in media 20 di meno. A tutto ciò aggiunge quella fame agonistica e quelle spiccate doti da leader che lo aiutano a costruirsi una facciata da giocatore forte, conscio delle sue abilità e degli obiettivi raggiungibili: “Il migliore resta Messi, ma se dovesse arrivare il Pallone d’oro me lo prenderò”. 

 

 

  1. Lionel Messi

 

Il suo nome in una lista del genere non può mai mancare. Si tratta del giocatore di cui si continuano a coniare termini e concetti per descriverlo, nonostante di lui si sia scritto e raccontato di tutto. Il suo calcio lo rende unico e, stagione dopo stagione, costringe chiunque abbia mai pensato all’arrivo di un suo possibile calo di rendimento a doversi ricredere. Il Barcellona ha di nuovo subito una rimonta drammatica che ha sotterrato la gioia di un campionato vinto ma, nonostante ciò, la luce della Pulga ha continuato a brillare. Il suo talento è malleabile e si riesce ad adattare a ogni richiesta del suo tecnico ed esplode quando, anarchicamente, decide di prendere quell’iniziativa personale in grado di capovolgere una partita intera. Raccontare Messi, anche se in una singola stagione, è sempre difficile.

A volte, basterebbe osservare una serie di sue statistiche per comprendere quell’aura di misticità che lo circonda in mezzo al campo. In questa edizione della Champions League ha mantenuto una media di 5 tiri a partita, con 12 gol realizzati (i numeri più alti di tutta la competizione). In tutte le partite ha segnato con una media dell’1.1 di gol e ha creato 3 occasioni a partita, completando 18 assist. La sua imprevedibilità si può leggere attraverso i 4.4 dribbling riusciti a partita sui 7.2 tentati. Con l’aiuto della Copa América potrebbe riportare in Argentina un trofeo che manca dal 1993, quello che per lui diventerebbe il primo, agoniatissimo, titolo in Albiceleste. Una vittoria che potrebbe garantirgli il Pallone d’Oro, forse quello con il significato più romantico di tutta la sua carriera. 

 

 

  1. Mohamed Salah 

 

Salah è senza ombra di dubbio il giocatore simbolo delle ultime due stagioni del Liverpool. Il suo percorso sportivo si potrà raccontare attraverso la fase “pre Klopp” e “post Klopp”. Il tecnico tedesco ha preso l’egiziano, dando ordine e organizzazione al caos delle sue accelerazioni. In Premier League, inoltre, si è trasformato in un giocatore incredibilmente lucido sotto porta e, automaticamente, fatale per i suoi avversari (3.8 tiri a partita con 27 gol realizzati). In questa stagione, nonostante ci siano dei numeri differenti, ha confermato l’incredibile rendimento dello scorso anno, vincendo la classifica capocannonieri del campionato inglese e, naturalmente, segnando un gol pesantissimo nella finale di Madrid.

Il suo 2019 potrebbe prendere una piega ancora migliore in base ai risultati dell’Egitto nella Coppa delle Nazioni Africane, che si terrà proprio nel suo paese natale. Le sue improvvise accelerazioni e la sua velocità nel lungo periodo potrebbero aiutare la sua squadra a superare il girone composto anche dalla RD del Congo, lo Zimbabwe l’Uganda. Un suo percorso nella competizione da protagonista aumenterebbe esponenzialmente le sue chance di vincere il Pallone d’Oro. 

 

 

  1. Eden Hazard

 

 

Hazard ha concluso nel migliore dei modi quella che, con molta probabilità, sarà la sua ultima stagione con la maglia del Chelsea. Il percorso affrontato con Sarri, soprattutto in Europa League, ha confermato il suo rendimento dei Mondiali 2018. La sua presenza in campo sposta gli equilibri della partita, grazie alla sua unicità nel controllo e nella difesa del pallone. Il suo baricentro basso gli permette di restare ancorato a terra e contemporaneamente di girarsi e muoversi sul posto con una straordinaria fluidità, dando l’impressione di poter giocare con il sistema gravitazionale a suo piacimento.

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Con una doppietta, un assist e 5 occasioni da gol create, Hazard ha vinto il premio come miglior giocatore nella finale di Baku contro l’Arsenal, ribadendo quanto sia importante la sua presenza in campo nelle partite di un certo spessore e trascinando letteralmente il Chelsea a capitalizzare al meglio ogni transizione offensiva. I suoi numeri sono impressionanti: 18 gol e 19 assist in stagione, 4.8 dribbling riusciti su 6.9 tentati (percentuale di riuscita altissima). Numeri da Real Madrid, quella squadra che potrebbe risollevare per cercare di agguantare il Pallone d’Oro. 

 

 

  1. Alisson Becker

 

 

Altro giocatore e protagonista del Liverpool. Alisson, in questo momento, è probabilmente il miglior portiere al mondo. La sua sicurezza tra i pali, nelle uscite e nella gestione del pallone ha reso la difesa dei Reds una fortezza insuperabile, riuscendo a creare immediatamente quella contrapposizione tra la sua squadra e quella di Karius. Si, perché lui la Champions League l’ha alzata da protagonista in positivo e l’ha protetta tra le sue mani per tutta la festa dopo la partita. Il suo rendimento contro il Tottenham gli è valsa la nomina come migliore in campo secondo i dati di WhoScored, che hanno evidenziato le sue importanti parate e la sua efficacia nel palleggio: è stato il terzo giocatore del Liverpool per palloni toccati, completando anche 27 passaggi.

Questi numeri, che sono incredibili per un semplice portiere ma non per uno sweeper-keeper, sono il segno evidente di come la rosa di Klopp funzioni come un complicatissimo ingranaggio che prende in pieno tutti gli undici giocatori in campo. La sua stagione è stata sempre positiva, sopratutto in Champions League, ma la Copa América segnerà un momento fondamentale per il suo possibile, seppur più difficile rispetto ad altri, assalto alla vittoria di un Pallone d’Oro che non passa tra le mani di un numero 1 dal 1963, quando a vincerlo fu Lev Yashin.

 

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Il calcio aveva già visto un buco nero

Il 10 aprile 2019, per la prima volta nella storia, è stata acquisita l’immagine di un buco nero grazie ai radiotelescopi dell’Event Horizon Telescope. Questo corpo celeste, appartenente alla galassia Messier 87, si trova a 53 milioni e mezzo di anni luce dalla Terra e ha una massa di 6 miliardi e mezzo di quella del Sole. Questa sensazionale foto ha fatto nascere milioni di meme in cui viene paragonata all’occhio di Sauron o a un taralluccio, ma ha anche fatto risuonare nella testa di tutti l’oramai abusatissima frase di Neil Armstrong: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un gigantesco balzo per l’umanità”. La scienza avrà perso da un anno Stephen Hawking, ma ha appena fatto una scoperta che conferma la Teoria della Relatività Generale di Albert Einstein, ideata nel 1915. uestoQuQ

buco

 Il post Instagram che annuncia per la prima volta una foto scattata ad un buco nero. In rosso è visibile la materia che sta per essere risucchiata al suo interno.

Un buco nero è una regione dello spaziotempo con un campo gravitazionale così intenso che nulla al suo interno può sfuggire verso l’esterno, nemmeno la luce.

Questo concetto legato all’attrazione gravitazionale non è nuovo agli occhi di chi segue il calcio. In campo, durante una partita, è possibile assistere a questo fenomeno astrofisico anche per più di una volta durante i 90 minuti di gioco. Il calcio, parafrasando, è un grande universo in cui all’interno convivono più calciatori, ossia i buchi neri. Tra questi, ce ne è uno che ha una forza di gravità più alta degli altri e che gioca nella galassia de La Liga: Lionel Messi. La Pulga ha la capacità di applicare nello sport una legge della fisica che riesce a facilitare la manovra di gioco del Barcellona o dell’Argentina. Durante la transizione offensiva è in grado di attrarre a sé l’attenzione della squadra avversaria e, come un buco nero, di risucchiarli nella sua trappola. Non è un caso il fatto che esistano centinaia di foto in cui si può osservare una marcatura effettuata da più giocatori contemporaneamente su Messi. Ma più attenzioni focalizzate su di lui, significa meno concentrazione riservata agli altri avversari. Infatti, la gravità nel calcio non porta il difensore a voler compiere un contrasto sul portatore di palla, ma lo induce semplicemente a preoccuparsi di lui, obbligandolo a seguirlo con lo sguardo.

 

Tutto l’Osasuna è attratto da Messi. Ivan Marquèz compreso, che dimentica la marcatura su Suárez.

 

Ogni giocatore ha la sua forza di gravità e questa può essere più o meno intensa. Può cambiare a seconda dei momenti della partita o a seconda dell’aurea che c’è attorno al portatore della palla. Nel caso di Messi è facile comprenderne la potenza, soprattutto perché è in grado di maneggiarla e di utilizzarla a suo piacere.

Un’altra caratteristica che lo facilità nello sfruttamento della gravità è la pausa: un rallentamento o, in alcuni casi, uno stop della corsa palla al piede durante una transizione offensiva. In questo modo ha la possibilità di rallentare e di osservare i suoi compagni di squadra che possono inserirsi tra le linee avversarie. Il campo magnetico è una caratteristica che si può trovare generalmente tra i piedi dei fantasisti, in questo modo diventano il fulcro del gioco della propria squadra, dettandone i ritmi e i tempi. Questo concetto tattico aiuta a comprendere come il calcio possa essere un esperimento continuo che porta a vari fallimenti e ad altrettanti successi. Una costante ricerca in grado di portare agli occhi dei più curiosi delle piacevoli scoperte, come un buco nero.

Scippi di mezza estate

Sesto comandamento del tifoso: "Finchè non lo vedo all'aeroporto non ci credo". Lo sanno tutti, tutti i tifosi scettici, i San Tommaso, gli esperti del mainagioia applicato. Mai sbilanciarsi, mai farci la bocca, mai crederci veramente. O perlomeno non dirlo ad alta voce. Stavolta è successo veramente e la storia la conoscono ormai tutti. Malcom doveva atterare a Fiumicino alle ore 23.00 di lunedì 23 luglio. Ad aspettarlo c'erano oltre cento tifosi, rimasti soli con Mangiante e con la madre del brasiliano. Dopo una notte insonne, fatta di rilanci, di offerte, di raddoppi, e una mattina di indiscrezioni e di "mi risulta" si è arrivati alla conclusione "più facile da spiegare ma più difficile da capire". Malcom è del Barcellona, abile a soffiarlo alla Roma con 41mln al Bordeaux e 5mln per cinque anni al calciatore.


"Mezz'ora dopo l'accordo trovato - racconta Monchi a RomaTV - mi ha chiamato il presidente del Bordeaux per dirmi che per loro sarebbe stato meglio fare un comunicato ufficiale parlando di un accordo. Gli ho detto che per noi questo non era molto buono, abbiamo il problema di essere in borsa. Hanno insistito e hanno fatto un tweet annunciando un accordo. Siamo stati costretti a fare la stessa comunicazione. Dopodiché tutto era chiuso. Un'ora dopo circa, ha cominciato a girare la voce dell'interesse del Barcellona".

E nel calciomercato ai tempi dei social alcuni passaggi non restano inosservati. Tutto viene a galla, tutto diventa notizia. Foto, condivisioni, mi piace. Come quello del neo-viola Gerson alla foto di Malcom con la maglia blaugrana. Quasi un dejavu, un flash back brasiliano che ci riporta all'estate del 2015.


E' il 5 agosto 2015 quando a Barcellona pranzano insieme Sabatini, Baldissoni, Zecca e Braida, allora DS dei blaugrana. Sul tavolo c'è il futuro del promettente trequartista classe 1997 della Fluminense. Era roba del Barça, con tanto di accordo con club e procuratore. Poi si è inserita la Roma, con una pazza manovra alla Sabatini: 18mln e percentuali di futura rivendita alla squadra, un anno ancora in Brasile per Gerson e diritto di prelazione futura per gli spagnoli. Con la leggenda della clausola Pallone d'Oro.

Ma gli intrecci di questi scippi di mezza estate non finiscono qui. Se Malcom sarebbe dovuto sbarcare a Roma il 23 luglio, quello stesso giorno, quattro anni prima, i giallorossi soffiavano un altro giocatore ad un'altra squadra. Stavolta più vicina. E' il 2014 quando sempre Walter Sabatini riesce a stravolgere una trattativa che sembrava chiusa con la Lazio e a portare Davide Astori alla corte di Garcia. Scriveva il Messaggero: "Tre ceffoni uno dietro l’altro. Il primo lo rifila il Cagliari, rifiutando la proposta di Lotito, il secondo Astori che, nonostante abbia dato la parola alla Lazio da settimane, prende e firma il rinnovo contrattuale con i sardi. Il terzo ceffone, però, è quello che fa più male. Quello che si sente di più e si sentirà per mesi, come se fosse una stracittadina persa nel modo peggiore, visto che i cugini lo stanno sfilando di mano a Lotito, più concentrato a scrivere comunicati che agire come dovrebbe, senza che il patron faccia nulla, e anche con un sorrido beffardo. Un derby di mercato che lascerà sicuramente il segno. Altro che 26 maggio."

E Monchi, con Malcom, aveva provato a fare lo stesso. Proprio il giorno prima delle visite mediche programmate con l'Everton, il ds spagnolo si è inserito con un'offerta migliore, sia per il Bordeaux che per il calciatore. Una manovra perfetta, ma non definitiva. Ma non si tratta di rosicate, di sfregi o di dispetti. E' soltanto il calciomercato, bellezza.

Sono stati i giorni di Cristiano Ronaldo alla Juventus: 100 milioni il prezzo del cartellino, 30 milioni l’anno, per quattro anni, il suo stipendio. Un circolo virtuoso, e vizioso, pronto a scatenarsi fatto di pubblicità, magliette, diritti di immagine, traffico social. Il calciatore più forte, e più seguito, del mondo arriva in Italia.

Per molti è l’affare del secolo, più di Maradona al Napoli, più di Neymar al Paris Saint-Germain. Ma forse non come Alfredo Di Stefano al Real Madrid, una storia che intreccia politica e calcio, dittatura e libertà, soldi e passione.

Bisogna fare un passo indietro di oltre settanta anni e volare nella Spagna sconvolta dalla Guerra Civile. Madrid e Barcellona sono allora i centri nevralgici del conflitto: il potere centrale e la resistenza, la nazione contro le spinte separatiste. È il 26 gennaio del 1939 quando le forze nazionaliste entrano nella città catalana. Tra i primi soldati a varcare la soglia cittadina ce n’è uno che risponde al nome di Santiago Bernabeu. Arruolato nelle truppe franchiste, membro della Confederazione nazionale delle destre autonome, ex calciatore del Real Madrid, dalle giovanili alla prima squadra, per cui è stato capitano, allenatore e presto sarà anche presidente.

La contrapposizione tra Madrid e Barcellona è politica e culturale e non può quindi che entrare in gioco anche il mondo del calcio. Fino agli anni 50 però i blancos non sono ancora quella squadra vincente e fenomenale che conosciamo: hanno vinto solo due campionati, non hanno i più grandi calciatori del tempo e per un periodo gli viene anche sottratto l’aggettivo “Real” dalla denominazione. Serve fare qualcosa. Per questo quando in occasione della Bodas de Oro, un torneo amichevole per celebrare i 50 anni del club, a Madrid arrivano i Millionarios de Bogotà tutti restano a bocca aperta.

Di Stefano con gli scudetti spagnoli

Tra le fila dei colombiani gioca il calciatore più forte del tempo. Si chiama Alfredo Di Stefano, lo chiamano la Saeta Rubia, la freccia bionda, è argentino e sia Santiago Bernabeu, diventato presidente del Real, che Josè Samitier, segretario generale del Barcellona, decidono di comprarlo.

La mia ferma volontà quella di giocare con il Barcellona” dirà il calciatore, finito al centro di un triangolo senza uscita. Di Stefano vuole il Barcellona ma anche il Real Madrid vuole Di Stefano. Il regime di Franco, però, ha scelto la squadra della capitale come emblema della sua forza e della sua unità. Il calciatore più forte del mondo non può finire al Barcellona, nella Catalogna separatista. Neanche quando i blaugrana riescono ad aggirare l’autarchia acquistando Di Stefano con i soldi raccolti dagli esuli catalani in Argentina: 4.000.000 di pesetas.

Di Stefano scippato dal Real Madrid franchista al Barcellona separatista

Serve trovare una soluzione. Scende in campo Franco e la vicenda Di Stefano arriva fino in Consiglio dei Ministri. Si trova il cavillo, grazie ai rapporti con la Fifa: il Barcellona aveva comprato il calciatore dai Millionarios quando il vero proprietario del cartellino era il River Plate. Vengono stracciate le carte dell’affare, Di Stefano è un calciatore del Real Madrid. L’argentino guiderà i blancos alla vittoria di otto scudetti e cinque Champions League. Aveva cambiato il corso degli eventi e della storia del calcio. Di Stefano è stato l’affare, o il furto, del secolo.

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