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Scippi di mezza estate

Sesto comandamento del tifoso: "Finchè non lo vedo all'aeroporto non ci credo". Lo sanno tutti, tutti i tifosi scettici, i San Tommaso, gli esperti del mainagioia applicato. Mai sbilanciarsi, mai farci la bocca, mai crederci veramente. O perlomeno non dirlo ad alta voce. Stavolta è successo veramente e la storia la conoscono ormai tutti. Malcom doveva atterare a Fiumicino alle ore 23.00 di lunedì 23 luglio. Ad aspettarlo c'erano oltre cento tifosi, rimasti soli con Mangiante e con la madre del brasiliano. Dopo una notte insonne, fatta di rilanci, di offerte, di raddoppi, e una mattina di indiscrezioni e di "mi risulta" si è arrivati alla conclusione "più facile da spiegare ma più difficile da capire". Malcom è del Barcellona, abile a soffiarlo alla Roma con 41mln al Bordeaux e 5mln per cinque anni al calciatore.


"Mezz'ora dopo l'accordo trovato - racconta Monchi a RomaTV - mi ha chiamato il presidente del Bordeaux per dirmi che per loro sarebbe stato meglio fare un comunicato ufficiale parlando di un accordo. Gli ho detto che per noi questo non era molto buono, abbiamo il problema di essere in borsa. Hanno insistito e hanno fatto un tweet annunciando un accordo. Siamo stati costretti a fare la stessa comunicazione. Dopodiché tutto era chiuso. Un'ora dopo circa, ha cominciato a girare la voce dell'interesse del Barcellona".

E nel calciomercato ai tempi dei social alcuni passaggi non restano inosservati. Tutto viene a galla, tutto diventa notizia. Foto, condivisioni, mi piace. Come quello del neo-viola Gerson alla foto di Malcom con la maglia blaugrana. Quasi un dejavu, un flash back brasiliano che ci riporta all'estate del 2015.


E' il 5 agosto 2015 quando a Barcellona pranzano insieme Sabatini, Baldissoni, Zecca e Braida, allora DS dei blaugrana. Sul tavolo c'è il futuro del promettente trequartista classe 1997 della Fluminense. Era roba del Barça, con tanto di accordo con club e procuratore. Poi si è inserita la Roma, con una pazza manovra alla Sabatini: 18mln e percentuali di futura rivendita alla squadra, un anno ancora in Brasile per Gerson e diritto di prelazione futura per gli spagnoli. Con la leggenda della clausola Pallone d'Oro.

Ma gli intrecci di questi scippi di mezza estate non finiscono qui. Se Malcom sarebbe dovuto sbarcare a Roma il 23 luglio, quello stesso giorno, quattro anni prima, i giallorossi soffiavano un altro giocatore ad un'altra squadra. Stavolta più vicina. E' il 2014 quando sempre Walter Sabatini riesce a stravolgere una trattativa che sembrava chiusa con la Lazio e a portare Davide Astori alla corte di Garcia. Scriveva il Messaggero: "Tre ceffoni uno dietro l’altro. Il primo lo rifila il Cagliari, rifiutando la proposta di Lotito, il secondo Astori che, nonostante abbia dato la parola alla Lazio da settimane, prende e firma il rinnovo contrattuale con i sardi. Il terzo ceffone, però, è quello che fa più male. Quello che si sente di più e si sentirà per mesi, come se fosse una stracittadina persa nel modo peggiore, visto che i cugini lo stanno sfilando di mano a Lotito, più concentrato a scrivere comunicati che agire come dovrebbe, senza che il patron faccia nulla, e anche con un sorrido beffardo. Un derby di mercato che lascerà sicuramente il segno. Altro che 26 maggio."

E Monchi, con Malcom, aveva provato a fare lo stesso. Proprio il giorno prima delle visite mediche programmate con l'Everton, il ds spagnolo si è inserito con un'offerta migliore, sia per il Bordeaux che per il calciatore. Una manovra perfetta, ma non definitiva. Ma non si tratta di rosicate, di sfregi o di dispetti. E' soltanto il calciomercato, bellezza.

Sono stati i giorni di Cristiano Ronaldo alla Juventus: 100 milioni il prezzo del cartellino, 30 milioni l’anno, per quattro anni, il suo stipendio. Un circolo virtuoso, e vizioso, pronto a scatenarsi fatto di pubblicità, magliette, diritti di immagine, traffico social. Il calciatore più forte, e più seguito, del mondo arriva in Italia.

Per molti è l’affare del secolo, più di Maradona al Napoli, più di Neymar al Paris Saint-Germain. Ma forse non come Alfredo Di Stefano al Real Madrid, una storia che intreccia politica e calcio, dittatura e libertà, soldi e passione.

Bisogna fare un passo indietro di oltre settanta anni e volare nella Spagna sconvolta dalla Guerra Civile. Madrid e Barcellona sono allora i centri nevralgici del conflitto: il potere centrale e la resistenza, la nazione contro le spinte separatiste. È il 26 gennaio del 1939 quando le forze nazionaliste entrano nella città catalana. Tra i primi soldati a varcare la soglia cittadina ce n’è uno che risponde al nome di Santiago Bernabeu. Arruolato nelle truppe franchiste, membro della Confederazione nazionale delle destre autonome, ex calciatore del Real Madrid, dalle giovanili alla prima squadra, per cui è stato capitano, allenatore e presto sarà anche presidente.

La contrapposizione tra Madrid e Barcellona è politica e culturale e non può quindi che entrare in gioco anche il mondo del calcio. Fino agli anni 50 però i blancos non sono ancora quella squadra vincente e fenomenale che conosciamo: hanno vinto solo due campionati, non hanno i più grandi calciatori del tempo e per un periodo gli viene anche sottratto l’aggettivo “Real” dalla denominazione. Serve fare qualcosa. Per questo quando in occasione della Bodas de Oro, un torneo amichevole per celebrare i 50 anni del club, a Madrid arrivano i Millionarios de Bogotà tutti restano a bocca aperta.

Di Stefano con gli scudetti spagnoli

Tra le fila dei colombiani gioca il calciatore più forte del tempo. Si chiama Alfredo Di Stefano, lo chiamano la Saeta Rubia, la freccia bionda, è argentino e sia Santiago Bernabeu, diventato presidente del Real, che Josè Samitier, segretario generale del Barcellona, decidono di comprarlo.

La mia ferma volontà quella di giocare con il Barcellona” dirà il calciatore, finito al centro di un triangolo senza uscita. Di Stefano vuole il Barcellona ma anche il Real Madrid vuole Di Stefano. Il regime di Franco, però, ha scelto la squadra della capitale come emblema della sua forza e della sua unità. Il calciatore più forte del mondo non può finire al Barcellona, nella Catalogna separatista. Neanche quando i blaugrana riescono ad aggirare l’autarchia acquistando Di Stefano con i soldi raccolti dagli esuli catalani in Argentina: 4.000.000 di pesetas.

Di Stefano scippato dal Real Madrid franchista al Barcellona separatista

Serve trovare una soluzione. Scende in campo Franco e la vicenda Di Stefano arriva fino in Consiglio dei Ministri. Si trova il cavillo, grazie ai rapporti con la Fifa: il Barcellona aveva comprato il calciatore dai Millionarios quando il vero proprietario del cartellino era il River Plate. Vengono stracciate le carte dell’affare, Di Stefano è un calciatore del Real Madrid. L’argentino guiderà i blancos alla vittoria di otto scudetti e cinque Champions League. Aveva cambiato il corso degli eventi e della storia del calcio. Di Stefano è stato l’affare, o il furto, del secolo.

Internazionale

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