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Bill Russell: icona del gioco e della storia

Quando negli anni ’50 William Felton Russell, più conosciuto come Bill Russell, imbracciava il pallone da basket non si dirigeva di certo nel campetto dell’isolato ma dietro casa. Era lì che si fissava al muro un tabellone e un canestro anche se probabilmente ci sarebbe stato più spazio e comodità davanti al garage. Le case di un americano medio hanno infatti un piccolo problema: il garage si affaccia sulla strada, dove passano e ti vedono tutti. E se sono gli anni ’50 e sei nero non puoi giocare a basket così spudoratamente, davanti a tutti.

D’altronde cosa avrebbe potuto pretendere Bill Russell dalle persone che vivevano a Monroe, in Louisiana. Nulla, poiché Bill non pretese nulla dalla Lousiana. Quella che sarà la leggenda più vincente del basket aveva già un altro progetto in mente: cambiare gli Stati Uniti d’America, non un singolo Stato. Non si trattava di essere arroganti, sfacciati o eccessivamente intraprendenti ma di voler cambiare il mondo, soprattutto se sei testimone oculare dell’omicidio di tuo padre, nero anche lui, colpevole di una colpa che non c’era, quella di voler far rispettare la fila in una stazione di benzina, dopo che numerosi bianchi ti erano passati davanti approfittandosene dello sguardo del divertito proprietario.

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Era stata la mamma a suggerirgli di appendere il canestro dietro, e non davanti casa. Certo, grazie a quello la muscolatura ringrazia visto che saltare sull’erba è tutt’altra cosa che saltare e palleggiare su un riquadro di cemento. Ma se la palestra è oggi una grande invenzione, giocare ovunque si voglia è stata a lungo un’agonia trasformata in una grande conquista.

Bill Russell ha usato il suo talento non solo per cambiare il basket ma come strumento di voce, pronto a finire sulle prime pagine dei giornali come Mohamed Alì e Martin Luther King. Il primo, Bill, ha sicuramente avuto meno fortuna nella cultura del mondo Europeo, ma negli USA Alì e Russell sono esattamente sullo stesso gradino del podio. Rappresentano un concetto non suffragato da  molti: more than an atlhete. Russell come Alì non è stato un “semplice” giocatore ma politico, leader, attivista sociale. E in tutto questo il talento, lo strapotere che ha messo sul campo è stato solo un mezzo per arrivare sul podio con la medaglia al collo e gridare ciò che pensava.

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Vincere 11 campionati in 13 anni nella NBA con la maglia dei Celtics fra il 1956 e il 1969, essere uno dei migliori rimbalzisti di sempre, essere l’inventore della stoppata, essere stato uno dei primi afroamericani ad aver calcato il campo da basket, essere stato il primo allenatore nero della storia della NBA sono stati solo espedienti che hanno regalato a noi tifosi un gioco migliore e a tutti noi una società più vivibile.

Bill Russell ha detto a tutti che il basket non era uno sport per soli bianchi ma che anzi lui lo dominava e lo dirigeva. E lo ha fatto per 15 anni consecutivi. Si sarebbe potuto fermare lì, ad essere osannato come uno dei più grandi della Storia del Gioco, e invece è stato uno dei più grandi della Storia moderna e della cultura pop americana. Bill Russell è stato sì un leader ma definirlo così dà una accezione negativa a tutto quello che c’è stato intorno. Potrebbe essere definito come una miccia. Lui, insieme ad altri come Alì, Rosa Parks, Kareem Abdul Jabbar, è stato la miccia di un fuoco che è divampato grazie a tutti quelli che lo hanno seguito e sostenuto, e che lo sosterranno. Perché il fuoco ancora arde visto che di paglia da bruciare ancora ce n’è. E se oggi possiamo giocare tutti al campetto sotto casa di qualcuno il merito sarà.

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