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Carlos Henrique Raposo, era un ragazzo brasiliano come tanti altri, che cercano di riscattare con il calcio una vita difficile. Purtroppo però Carlos, oltre a una somiglianza con Beckenbauer, che gli valse il soprannome di Kaiser, con il calcio aveva poco a che fare, non aveva le qualità necessarie per sfondare e a 20 era già un ex calciatore.

Il Kaiser però aveva dalla sua un'altra arma, era molto socievole e con una capacità innata nell'arte oratoria, sfruttando la sua parlantina nei primi anni '80 iniziò a frequentare i locali alla moda di Rio de Janeiro e in poco tempo diventò amico di alcuni dei più grandi calciatori del tempo come Renato Gaucho, Edmundo, Romario o Bebeto.

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Proprio grazie a queste amicizie riuscì a farsi ingaggiare dalla sua prima squadra professionistica: il Botafogo. Arrivato in squadra per non rivelare la sua incapacità con il pallone fra i piedi, applicò per la prima volta una tecnica che avrebbe replicato per 20 anni e che gli avrebbe permesso di farsi ingaggiare da club importanti senza mai scendere in campo.

Raposo si fingeva fuori forma all'arrivo in una nuova squadra e svolgeva così un allenamento differenziato preparato da un suo fantomatico personal trainer. Passava così i primi due o tre mesi senza toccare un pallone, quando l'allenatore poi pretendeva di vederlo giocare pagava un suo compagno per fargli male in allenamento e si fingeva infortunato per il resto della durata del contratto grazie a medici compiacenti.

Per dimostrare poi alla società che valeva la pena attenderlo, durante gli allenamenti girava sempre con un telefono portatile in mano, un vero e proprio lusso per quegli anni, che in realtà era un giocattolo fingendo di parlare con grandi club europei. Per compiacere i compagni organizzava dei festini e portava ragazze nei ritiri e si faceva amici anche i giornalisti in modo che parlassero bene di lui e convincessero altre squadre a comprarlo.

Un giorno, quando era in forza al Bangu, squadra di Rio, i suoi piani stavano per andare in fumo, il presidente credeva molto in lui, era la punta di diamante della sua campagna acquisti e lo voleva a tutti i costi in campo, durante una partita in cui Raposo era in panchina, chiamò lui stesso l'allenatore ordinandogli di farlo entrare. Il Kaiser messo alle strette dovette improvvisare, iniziò a insultare senza motivo un avversario, si scatenò una rissa e fu espulso ancor prima di mettere piede in campo.

Riuscì a ingannare moltissime squadre nel corso della sua carriera, anche club blasonati in Brasile gli offrirono un contratto, oltre al Botafogo e al Bangu firmò anche per il Flamengo, la Fluminense e il Vasco da Gama, giocò in Messico nel Puebla, a El Paso negli Stati Uniti e secondo le sue dichiarazioni anche nell'Independiente in Argentina, ma la società ha sempre smentito, tutto questo senza mai scendere in campo neppure un minuto. Un curriculum di tutto rispetto sulla carta che convinse anche alcuni scout europei, nel 1986 si trasferì in Francia, nel Gazelec Ajaccio, dove fu accolto come un campione, con una presentazione davanti a uno stadio pieno di gente che non aspettava altro che vedere le mosse del nuovo fuoriclasse brasiliano. Ancora una volta Raposo, messo alle strette, dovette escogitare qualcosa:

Ho iniziato a raccogliere tutti i palloni e a lanciarli ai tifosi. Nel frattempo salutavo e mandavo baci. La folla era impazzita. Alla fine sul campo non c'erano più palloni”.

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Pericolo scampato ancora una volta, senza palloni la squadra dovette rinunciare all'allenamento e la facciata era salva.

A 39 anni Carlos appese gli scarpini al chiodo senza mai averli utilizzati, nel 2011 ha raccontato la sua storia a una TV brasiliana e al giornalista che gli chiedeva se si sentiva in colpa rispose così:

Non devo scusarmi di niente. Le squadre hanno illuso e continuano a illudere un sacco di giocatori, qualcuno doveva pur vendicarli

Chapeau novello Avenger, i calciatori ti ringraziano.

La triste danza di Garrincha

“Ti serve un lavoro? Vieni a pulire i bagni da noi”. Questa la risposta di Oliver Straube ad Andreas Brehme. Entrambi ex calciatori, il primo con una carriera tra Norimberga e Amburgo, il secondo campione d’Italia, di Germania e del mondo. Oliver è ora titolare di un’azienda di pulizie. Andreas è senza lavoro, senza casa e con 200 mila euro di debiti.

Era stato direttamente Beckenbauer a lanciare un appello per salvare Brehme, storico terzino dell’Inter di Trapattoni: “Aiutiamo un simbolo del nostro calcio” disse. Non rispose nessuno, poi negli ultimi giorni arriva la proposta di Straube: “Potrai lavare lavandini e sanitari, così capirai cosa significa lavorare davvero”.

È l’altra faccia del calcio. Quella che quando si spengono i riflettori rivela paure e debolezze, solitudini e fragilità.

Come quella di Garrincha, l’uomo dal dribbling più ubriacante della storia del calcio. Campione del mondo nel ‘58 e nel ‘62, per molti è lui il miglior calciatore brasiliano dopo Pelè. Juventus, Milan e Inter cercarono di acquistarlo insieme, per fargli disputare una stagione a testa, ma non ci riuscirono. Anche lui rimase vittima, come molti, della bella vita che il calcio sembra offrirti. Dopo la vittoria verdeoro nei mondiali in Cile, Garrincha incassa una grande somma di denaro. Si compra un’auto lussuosa e conosce Elza Soares, bellissima cantante brasiliana. Per lei perde la testa, lascia le sue figlie e la moglie e scappa con lei in Italia.

Elza canta nei locali della capitale. Garrincha si ubriaca fuori, mentre l’aspetta. Nel frattempo si guadagna da vivere come rappresentate di una ditta di caffè e passa le sue serate in compagnia dell’alcool.

Dino Da Costa, ex attaccante della Roma che all’epoca iniziava ad allenare, viene a sapere che “il Chaplin del calcio” era in Italia. I due si conoscono perché avevano giocato insieme nel Botafogo. Lo vuole portare nella sua squadra, il Sacrofano, una cittadina di settemila abitanti a nord di Roma, che gioca in Prima Categoria. Gli propone un ingaggio di cento mila lire a partita.

Garrincha accetta e inizia a giocare per loro. La forma non è più quella di una volta ma guida alla vittoria il Sacrofano in un quadrangolare in Campania con due gol direttamente da calcio d’angolo. Il campo di Mignano Monte Lungo non aveva nemmeno le tribune. Chissà se mentre entrava in campo Garrincha ripensava alle sue partite al Maracanà, capace di contenere trenta volte gli abitanti di quel paese campano. Tornerà in Brasile tre anni dopo. Abbandonato anche da Elza, stufa delle sue botte da ubriaco. Senza un soldo e senza una casa. Morirà nel gennaio del 1983, dopo due giorni passati a bere e con un fegato ormai a pezzi.

Il soprannome glielo aveva dato sua sorella, perché da piccolo cacciava dei piccoli passeri chiamati appunto Garrincha. E lui era uno di quegli uccelli. Veloce e fragile proprio come loro.

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