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Enrico Ricky Albertosi, campione d'Europa nel 68 e vicecampione del Mondo nel 70 con la maglia azzurra, ha parlato ai microfoni di atuttocalcio.it dei Mondiali di Russia 2018, soffermandosi in particolar modo sui portieri.

Tra rigori parati e grandi papere sembra proprio la loro competizione anche se, per Albertosi, sono tutti, o quasi, "scarsi, veramente molto scarsi. Finora non mi ha impressionato nessuno, nemmeno Neuer, che comunque rientrava da un lungo infortunio. Che poi, se ci pensi bene, i portieri non sono nemmeno granché impegnati. Grandi parate non ne ho viste. Quindi subiscono quel gol ogni due-tre tiri, che magari si poteva evitare, e fanno la figura dei fessi. Almeno fino adesso è stato così…". Nessuno ha brillato agli occhi dell'ex numero 1 di Milan, Fiorentina e Cagliari, nemmeno Alisson: "Alisson sta giocando benissimo, questo è indubbio, infatti lo vogliono un po’ tutti, Real Madrid, Chelsea, Liverpool. Ma sta venendo fuori ora, perché gioca nel nostro calcio. Il Brasile non ha una grande scuola di portieri, non ha tradizione, può succedere che vengano fuori quelle annate perfette, in cui esce il portiere straordinario. Guarda Dida, favoloso, eccezionale, poi è scomparso. Ci sono stagioni straordinarie, in cui tutto va bene, ma se non hai qualità finisci con un attimo".

Albertosi si è lasciato poi andare ad alcune considerazioni sull'interpretazione del ruolo: "Io onestamente giocavo nel modo in cui giocano oggi già negli anni 70. Ero arrivato al Milan nel ’74, tre anni dopo ecco che arriva Nils Liedholm. È l’allenatore che ho amato più di tutti, uomo prima che tecnico. Voleva che giocassi fuori dai pali, bello avanti. A volte prendevo qualche gol stupido, proprio per questo, i tifosi fischiavano e i giornali mi attaccavano. Ma erano più le volte che salvavo situazioni complicate. Ho anticipato i tempi giocando in quella maniera. Poi quando hanno messo la regola che il portiere non poteva toccare la palla con le mani, su retropassaggio, era costretto a giocare fuori, ma io lo facevo già da anni".

Infine, nella sua intervista per atuttocalcio.it, Albertosi parla del futuro della nazionale italiana: "Beh, se le nazionali sono queste che abbiamo visto, penso che l’Italia, una volta che Mancini ha amalgamato la squadra, possa competere con tutti. Guarda la Svezia cosa ha fatto nel girone, se c’eravamo noi non lo passavamo? Ma certo che si e chissà dove saremmo arrivati. Io finora non ho visto un gran gioco, tranne qualche eccezione. Per gli Europei c’è da lavorare, ma possiamo essere ottimisti. Potenzialmente Donnarumma è l’erede di Buffon. Deve continuare a lavorare, ma attenzione a Perin, che sta insediando il posto. Ora è alla Juve, dove davanti ha Szczesny, ma lì può crescere tanto. Si giocheranno loro due il posto.

10, 100, 1000 Buffon

"Un arbitro così ha un bidone di spazzatura al posto del cuore".

Questa la dichiarazione di Gigi Buffon, rilasciata nel post partita di Real Madrid-Juventus finita 1-3 e destinata a far discutere per molto tempo.

Conseguenza di quel maledetto rigore fischiato a pochi secondi dalla fine della partita, quando ormai i supplementari erano scontati e i bianconeri erano lanciatissimi verso l’impresa.

Una partita che ancora non si è conclusa visto che negli ultimi giorni si discute ancora della dichiarazione di Buffon. Si parla più delle parole che della partita. "Buffon? Al suo posto avrei fatto di peggio" dice Walter Zenga, attuale mister del Crotone ed ex bandiera Inter. “Buffon doveva spaccare la faccia all’arbitro” dice invece Stefano Tacconi, bandiera bianconera. E a questi due grandi ex campioni si deve aggiungere la dichiarazione di Adriano GallianiL’arbitro di Real-Juve è un stato un co…La Juve meritava di vincere contro il Real. Quel rigore era dubbio, e poi è stato assurdo espellere Buffon: significa non capire la psicologia nel calcio”.

Dichiarazioni forti, ancora al limite, ma che vanno oltre gli schieramenti e i colori. I trascorsi di Zenga e Galliani, acerrimi rivali dei bianconeri in casa nostra, e le loro parole devono far riflettere su un paio di cose.

Innanzitutto che la dichiarazione di Gigi ha fatto più scalpore dell’incompetenza dell’arbitro Michael Oliver, dell’episodio dubbio e della sua gestione tecnica. La seconda è che Buffon è una figura genuina, spontanea, vera. Che dice quello che pensa, senza fare i soliti discorsi e le classiche frasi fatte.

“Oggi la squadra ha fatto il suo lavoro ed è arrivata la vittoria”, “Ho segnato ma quello che conta è la vittoria per la squadra”, “Il risultato è casuale, la prestazione no”. Tanto per citare qualche frase detta e ridetta da migliaia di tesserati. Frasi noiose, scontate, studiate a tavolino.

Per una volta basta con il politically correct. Viva la genuinità, viva il pensiero vero e non filtrato. Basta con gli esperti di comunicazione, i social media manager da intervista, le dichiarazioni da 0-0. Voi cosa avreste detto?

Mettetevi nei panni di Buffon. E come diceva Alberto proprio su queste pagine “la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante”. La rabbia offusca, accieca ma a volte rappresenta. In un calcio di plastica, di bidoni al posto del cuore e computer al posto del cervello, viva il tifoso in campo, viva l’assenza di calcoli e di buonismo, viva il pensiero. Viva Buffon.

L’incoerenza di essere Buffon(i)

Istruzioni per l’uso: questo non è un articolo moralista. Chi sta per affrontare la lettura di questo scritto con tale stato d’animo, può anche fermarsi qui. Chi invece avrà la curiosità di leggere il mio punto di vista sul caso della settimana, si immerga a capofitto in queste poche ma forse utili righe.

Da Achille ad Ulisse, da Napoleone a Cassano, la storia e la leggenda sono piene di episodi in cui uomini, di sport o meno, hanno perso la testa. Chi per un motivo, chi per un altro, avviene in tutti noi, in un determinato momento della propria esistenza, quell’attimo, quella frazione di secondo in cui la vista si annebbia, il cervello si offusca: “l’emozione ostacola il ragionamento”, diceva Sir Arthur Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes. E la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante, se non trascende i limiti della decenza comune.

L’introduzione filosofico-emozionale serve per aprire la strada all’analisi di uno dei personaggi più controversi del mondo del calcio, quel Gianluigi Buffon che troppo spesso ha dimostrato fuori dal campo di non  essere lo stesso splendido campione che invece calca da 20 anni i campi della Serie A e dell’Europa. 

I fatti: succede che alla tua probabilissima ultima partita in Champion’s la tua squadra, ormai spacciata dopo la partita di andata, decida di farti un regalo e sfoggiare la migliore prestazione europea della sua storia in quel di Madrid. Succede che l’impresa riesce, fino al minuto 93. All’improvviso tra te e il tuo sogno si mette di mezzo un fischietto inglese, tale Michael Oliver, che commette il grave “torto” di applicare il regolamento e fischiare un rigore al Real all’ultimo sospiro del match. l’emozione ostacola il ragionamento: Buffon insegue l’arbitro, gli inveisce contro. Espulsione. Fine del sogno. Messo così, tutto questo sembrerebbe essere giustificato e giustificabile.

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Nessuno sapeva prima di averlo visto che Gianluigi Buffon stesse riservando il suo raccapricciante show per il dopo partita. Presentatosi baldanzoso alle telecamere e ai microfoni delle varie emittenti tv, Gigione nazionale proferisce queste precise parole: "Un arbitro che fischia un rigore del genere, in una partita di questo livello fra 2 grandissime squadre, dimostra di non avere la necessaria sensibilità che dovrebbe albergare in ogni essere umano. Se fischi un rigore del genere, al novantatreesimo di un Real-Juve, dimostri soltanto di avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore”. Finita qui, direte voi? Ma che! Prosegue, il Buffon: "Se non hai la necessaria capacità di arbitrare un quarto di finale di Coppa Campioni, fai spazio a qualcun altro e vai in tribuna o sul divano di casa con la tua famiglia a mangiare patatine, bere coca cola e mangiare i fruttini”.

Ora, premesso che nessuno ha fatto caso alla clamorosa pubblicità occulta che Buffon ha messo in atto (la Zuegg e i suoi fruttini ringraziano) e fuori da questa malcelata ironia, alcune domande attanagliano il mio frastornato e attonito animo: la sensibilità tirata in ballo dal campione del mondo 2006 è la stessa che pervadeva il suo cuore, in quella sera del 25 febbraio 2012, nella quale questo signore tolse dalla porta un palla di Muntari entrata di mezzo metro dicendo nel post gara che se se ne fosse accorto non avrebbe avvisato l’arbitro? Ed è sempre il sensibile Buffon quello che per difendere se stesso e Antonio Conte, due anni dopo disse, riguardo al calcio scommesse e all’eventuale combine di alcune partite che “è meglio avere 2 feriti che un morto”?.

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Mal comune, mezzo gaudio. Figli e figliastri. Proverbi secolari che dovrebbero far capire a Buffon e a tutti quelli che lo difendono che la sensibilità non può albergare nel cuore di una persona ad episodi alterni. E soprattutto a fargli capire che quando ci sono delle regole, delle norme, dei parametri da rispettare, ricorrere al luogo comune della sensibilità è squallido. Inutile. Controproducente. Il buffone Buffon. E’ così che vuoi infangare la tua carriera calcistica, caro Gigi?  Se dalle parti di Torino ti hanno insegnato che vincere è l’unica cosa che conta, sappi che saper perdere con dignità e stile, accettando il semplice utilizzo delle regole, ha lo stesso identico valore, se non superiore. Anche se hai perso il tuo sogno. Anche se sei Buffon(e).

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