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Milan, una luce in fondo al baratro

Affrontiamo questa seconda puntata dell’Opinione ...

Quello che il mercato (non) ha detto

E’ finalmente terminato il calciomercato estivo 2019. Ma sarebbe artificio noioso e ripetitivo stilare il classico pagellone di fine mercato, con considerazioni trite e ritrite disseminate sempre allo stesso modo nel corso delle varie campagne acquisti. Molto più divertente raccontare quello che poteva essere e non è stato, quelle trattative saltate sul filo di lana o ad un passo dal traguardo. Quello che poteva essere e non è stato. Ritagli e retroscena di un’estate pallonara francamente troppo lunga che non ha visto collocati tutti i tasselli al proprio posto.  Bando alle ciance dunque: si parte.

Neymar: Il caso dell’anno. Guerra dichiarata al Psg con resa incondizionata nelle battute conclusive. Il classico di come spesso manchi un millimetro per fare un metro. Quel millimetro risponde al nome di Dembelè, calciatore francese del Barcellona che col suo rifiuto al trasferimento in Francia ha fatto saltare un affare da circa 200 milioni di euro fra parte cash e contropartite. Permanenza (lautamente) forzata e convivenza difficile con Cavani e M’Bappè, stelle luminose e ingombranti al pari dell’ultimo arrivato, quel Mauro Icardi che a differenza del brasiliano ha trovato a Parigi l’oasi dorata della sua tormentata estate.

Edin Dzeko: Tradimento mancato. Potrebbe essere questo il titolo perfetto dell’estate del centravanti bosniaco, tentato dal lasciare la fidata compagna giallorossa e unirsi all’affascinante progetto Inter targato Conte. Tira e molla continui, approcci, scambi di sguardi, la volontà ferrea di Petrachi di dare il via libera solo di fronte ad un partner della stessa stoffa dell’ex City. E alla fine, come nella migliore delle fiabe, il lieto fine a tinte romaniste: rinnovo fino al 2022. Nella buona e nella cattiva sorte, ti amerò fino alla morte.

Angel Correa: Inflessibili. Termine adeguato per rappresentare i pensieri della seconda punta argentina di casa Atletico di fronte all’irremovibile pugno duro del duo Boban-Maldini, mai propensi ad alzare la famosa offerta da 38 milioni più bonus per accontentare le richieste dei bianco-rossi, attestatesi fin da subito sui 50 milioni. Neanche il fitto e sottile lavoro di Jorge Mendes, potentissimo procuratore che ai rossoneri proprio sul gong ha risolto l’intricata matassa Andrè Silva, è servito a smussare gli angoli irti e spigolosi di una trattativa arenatasi abbastanza presto dopo un’iniziale e ingiustificato entusiasmo sul buon esito della stessa. La soluzione? Ante Rebic, seconda punta croata vice campione del mondo nel 2018. Il suo idolo? Chiaro, Zorro Boban. Con buona pace del delusissimo Angel.

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James Rodriguez: “James non rientra nei nostri piani per questa stagione”: sentenziava così Zinedine Zidane la sera dell’8 agosto, al termine dell’amichevole pareggiata 2-2 con la Roma. Via di uscita evidente, segnale chiaro che il calciatore fosse di nuovo pronto a cambiare aria dopo l’infruttuoso prestito al Bayern Monaco. Destinazione? Napoli, dove il pressing del suo mentore Carlo Ancelotti aveva fatto breccia piena nel cuore del colombiano. Nessuno però aveva fatto i conti con De Laurentiis, il cui cuore è notoriamente poco incline a sentimentalismi di qualsiasi genere. Niente esborsi economici, un occhio attento sempre ai conti. Prestito con diritto. Aut-aut incontrovertibile, Perez che fa orecchie da mercante, giorni che scorrono e possibilità che si assottigliano. Fino al gong finale. James resta a Madrid, Ancelotti si consola con Lozano e Llorente. Come dire, poteva andare molto peggio..

  

Abbiamo citato quattro casi emblematici, quelli che per noi meglio rappresentano l’assunto secondo cui non sempre va come si sperava inizialmente. Le vie del mercato sono infinite, tortuose, disseminate di ostacoli e scandite da un eterno tiranno che della vita è padrone: il tempo. Come sarebbe potuto essere lo scenario se solo una di queste trattative si sarebbe incastrata nel modo giusto? Non lo sapremo mai. E in fondo proprio questo è il bello. Alea iacta est, dicevano i Romani. Il dado è tratto. O forse no.

 

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Interrogativo Icardi

Quanto è difficile essere Mauro Icardi. Personaggio controverso, argentino atipico, bomber di razza con scarsa propensione al gioco di squadra. Leader designato più che naturale, malinconico ex capitano dell’Internazionale FC. Ma, soprattutto, procuratrice ingombrante. Piccoli problemi di cuore, oseremmo dire.

È proprio attorno alla sua figura e a quella di Wanda Nara, avvenente moglie e procuratrice dell’ex Sampdoria, che verte oggi il nostro approfondimento. Inutile tornare a rivangare i fatti della stagione appena terminata, un lungo esilio dall’isola interista culminato poi con un rientro forzato ma degradante sotto l’aspetto della considerazione generale, ma molto importante capire come sbrogliare l’intricata matassa che la gestione Spalletti (impeccabile da questo punto di vista) ha lasciato. Sul fronte nerazzurro spira forte il vento della rivoluzione: approdato il condottiero salentino Conte si sta dando il via, per il momento solo mediaticamente, al nuovo corso tutto regole e morigeratezza targato Antonio&Beppe. Per carità, nulla da eccepire in merito, ma come logica conseguenza di ciò viene quasi naturale pensare che Icardi e Wanda mal si sposino con questa nuova impronta “militare”. Juventinizzare l’Inter, questo lo scopo del duo, quella rigidità molto spesso cameratesca tante volte criticata dal buon Antonio Cassano in questi lunghi anni.


Mauro Icardi, 11 gol in 29 presenze nell'ultimo campionato

Precisazione doverosa: dal nostro punto di vista nulla abbiamo da criticare rispetto alla professionalità di Mauro Icardi, puntualità agli allenamenti, mai una parola fuori posto, atteggiamento impeccabile se parametrato alla delicata questione “fascia di capitano”. Aggiunta altrettanto necessaria: il pesante fardello della moglie-procuratrice complica e rovina terribilmente il quadretto del perfetto calciatore che abbiamo appena disegnato. È proprio l’incapacità di separare i due lati della vicenda, quello prettamente sportivo da quello meramente familiare, a creare quella cappa di incertezza difficile da diradare.

La volontà di Mauro Icardi di rimanere in nerazzurro, vera o presunta che sia, trova il muro invalicabile eretto dall’ex CT della nazionale, convinto che sia meglio allontanarlo dal progetto tecnico interista. Dal nostro umile scranno ci permettiamo di dare un consiglio a tutti i protagonisti della vicenda: è proprio necessario, cara Wanda, ricamare così tanto sulla questione, andando allo scontro frontale con la società? È veramente così difficile, caro Mauro, dimostrare la tua voglia di Inter, professata magnificamente sui social, con un gesto forte e clamoroso come quello di separarsi, dal punto di vista lavorativo, dalla tua compagna? Ed era infine così difficile, caro Beppe, gestire la vicenda con più tatto e più malleabilità dal punto di vista societario? Suggerimenti posti come domande retoriche, vacui ammonimenti che restano sospesi continuando ad alimentare di dubbi, ansie e incertezze le più profonde sinapsi dei tifosi del biscione. A meno che..


Il gol di Icardi nel derby contro il Milan

L’ultimo grande dubbio, l’interrogativo principe che potrebbe completamente sparigliare l’intera faccenda è quello per cui i protagonisti abbiano volutamente creato il caos mediatico e interno per portare alla fine una storia d’amore ormai definitivamente incrinata. Le minacce di Wanda Nara di parcheggiare il giocatore ad Appiano Gentile fino alla naturale scadenza del contratto (giugno 2021) cozzano con la giovane età e le ambizioni dell’argentino, puledro pronto al galoppo ma costretto ad un più mite e deprimente trotto.

D’altro canto, l’inflessibilità della società mal si sposa con la flessibilità necessaria in un mercato dove la diplomazia e il cesello la fanno ormai da padrone. Più probabile credere che all’incertezza da show televisivo faccia da contraltare un fine lavoro di mediazione dietro le quinte che porterà inevitabilmente alla separazione estiva. Roma? Napoli? Juve? Pista estera? Solo i prossimi infuocati mesi estivi ci daranno il verdetto. Con l’augurio di risolvere una volta per tutte i piccoli, ma tremendi, problemi di cuore.

 

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Scippi di mezza estate

Sesto comandamento del tifoso: "Finchè non lo vedo all'aeroporto non ci credo". Lo sanno tutti, tutti i tifosi scettici, i San Tommaso, gli esperti del mainagioia applicato. Mai sbilanciarsi, mai farci la bocca, mai crederci veramente. O perlomeno non dirlo ad alta voce. Stavolta è successo veramente e la storia la conoscono ormai tutti. Malcom doveva atterare a Fiumicino alle ore 23.00 di lunedì 23 luglio. Ad aspettarlo c'erano oltre cento tifosi, rimasti soli con Mangiante e con la madre del brasiliano. Dopo una notte insonne, fatta di rilanci, di offerte, di raddoppi, e una mattina di indiscrezioni e di "mi risulta" si è arrivati alla conclusione "più facile da spiegare ma più difficile da capire". Malcom è del Barcellona, abile a soffiarlo alla Roma con 41mln al Bordeaux e 5mln per cinque anni al calciatore.


"Mezz'ora dopo l'accordo trovato - racconta Monchi a RomaTV - mi ha chiamato il presidente del Bordeaux per dirmi che per loro sarebbe stato meglio fare un comunicato ufficiale parlando di un accordo. Gli ho detto che per noi questo non era molto buono, abbiamo il problema di essere in borsa. Hanno insistito e hanno fatto un tweet annunciando un accordo. Siamo stati costretti a fare la stessa comunicazione. Dopodiché tutto era chiuso. Un'ora dopo circa, ha cominciato a girare la voce dell'interesse del Barcellona".

E nel calciomercato ai tempi dei social alcuni passaggi non restano inosservati. Tutto viene a galla, tutto diventa notizia. Foto, condivisioni, mi piace. Come quello del neo-viola Gerson alla foto di Malcom con la maglia blaugrana. Quasi un dejavu, un flash back brasiliano che ci riporta all'estate del 2015.


E' il 5 agosto 2015 quando a Barcellona pranzano insieme Sabatini, Baldissoni, Zecca e Braida, allora DS dei blaugrana. Sul tavolo c'è il futuro del promettente trequartista classe 1997 della Fluminense. Era roba del Barça, con tanto di accordo con club e procuratore. Poi si è inserita la Roma, con una pazza manovra alla Sabatini: 18mln e percentuali di futura rivendita alla squadra, un anno ancora in Brasile per Gerson e diritto di prelazione futura per gli spagnoli. Con la leggenda della clausola Pallone d'Oro.

Ma gli intrecci di questi scippi di mezza estate non finiscono qui. Se Malcom sarebbe dovuto sbarcare a Roma il 23 luglio, quello stesso giorno, quattro anni prima, i giallorossi soffiavano un altro giocatore ad un'altra squadra. Stavolta più vicina. E' il 2014 quando sempre Walter Sabatini riesce a stravolgere una trattativa che sembrava chiusa con la Lazio e a portare Davide Astori alla corte di Garcia. Scriveva il Messaggero: "Tre ceffoni uno dietro l’altro. Il primo lo rifila il Cagliari, rifiutando la proposta di Lotito, il secondo Astori che, nonostante abbia dato la parola alla Lazio da settimane, prende e firma il rinnovo contrattuale con i sardi. Il terzo ceffone, però, è quello che fa più male. Quello che si sente di più e si sentirà per mesi, come se fosse una stracittadina persa nel modo peggiore, visto che i cugini lo stanno sfilando di mano a Lotito, più concentrato a scrivere comunicati che agire come dovrebbe, senza che il patron faccia nulla, e anche con un sorrido beffardo. Un derby di mercato che lascerà sicuramente il segno. Altro che 26 maggio."

E Monchi, con Malcom, aveva provato a fare lo stesso. Proprio il giorno prima delle visite mediche programmate con l'Everton, il ds spagnolo si è inserito con un'offerta migliore, sia per il Bordeaux che per il calciatore. Una manovra perfetta, ma non definitiva. Ma non si tratta di rosicate, di sfregi o di dispetti. E' soltanto il calciomercato, bellezza.

Cristiano Ronaldo e la Juventus, il fattore JM

 

Sono ormai diversi giorni che circolano voci su un eventuale trattativa tra Cristiano Ronaldo e la Juventus. In questa fase del mercato ci sono tante voci su diversi giocatori, come ha dimostrato lo scambio, utopico, Icardi-Higuain, di cui si parlava intensamente un mese fa e che ora sembra essere una pista raffreddata.

Invece il nome del giocatore più forte al mondo, colui capace di spostare gli equilibri non a parole come alcuni ma con i fatti. Lo dimostrano le 5 Champions League vinte (quattro con il Real Madrid una con il Manchester United) così come sono 5 i suoi Palloni D’oro per non parlare di tutti gli altri tituli vinti dal campione di Madeira. Per cui forse un solo articolo non basterebbe.

C’è da dire che la trattativa se ci sarà e si svilupperà non sarà semplice visto che Ronaldo è un alieno e tra costo del cartellino e ingaggio si parla di cifre elevate per potersi assicurare il bomber portoghese. Nei giorni passati circolava la notizia (poi prontamente smentita dal Real Madrid) dell’abbassamento della clausola da 1 MILIARDO di euro a 120 milioni di euro. Un prezzo assolutamente abbordabile per le casse bianconere, basti pensare ai 94 milioni spesi per Gonzalo Higuain.

Il nodo su cui la trattativa si baserà è l’ingaggio perché la Juventus riuscirebbe ad arrivare a soddisfare le esigenze del portoghese solo con un dispendioso sacrificio economico. In tal senso è più probabile l’ipotesi Paris Saint Germain vista la disponibilità economica del suo presidente. E infatti le destinazioni dell’asso portoghese saranno o lo United, per una questione di cuore visti i suoi trascorsi all’Old Trafford e visto che lo United ha soldi da investire, o il Paris Saint Germain per i motivi sopra citati.

Oppure l’ipotesi Juventus svantaggiosa a livello economico ma con tante motivazioni che potrebbe offrire a Ronaldo. Per la Juventus c’è un fattore importante, il fattore JM. Jorge Mendes procuratore del portoghese con l’affare Cancelo ha ripreso i rapporti con i dirigenti bianconeri e potrebbe essere lui l’arma in più del duo Marotta-Paratici visto il suo carisma e il suo rapporto con i suoi assistiti. E se il fenomeno di Madeira arriverà a Torino, beh la Champions non sarà più un semplice sogno accarezzato e sfiorato negli ultimi anni ma una solida realtà.

C'è vita oltre le plusvalenze

Non c’è stato neanche il tempo di rimpiangere il campionato o guardare con malinconia l'inizio dei Mondiali in Russia. Il calciomercato della Roma è iniziato come mai prima d'ora. Tre acquisti, praticamente quattro, nella prima metà di giugno. Una partenza sprint che porta, questa volta in maniera forte e decisa, la firma di Ramon Monchi.

Trattative intavolate in inverno, concretizzate in primavera e ufficializzate quando ancora non è estate. Tutti i reparti sono stati toccati: Marcano in difesa, Coric e Cristante a centrocampo, quasi fatta per Kluivert jr in attacco. Al netto delle prossime, sicure, uscite. C'è sicuramente uno Skorupski da sostituire, Meret e Sportiello i nomi caldi ma occhio alle piste estere, e poi chissà.

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Perchè la questione, per molti, di questo avvio intenso del calciomercato giallorosso è proprio quella relativa alle cessioni. La minaccia dell'eterna rivoluzione, la spada di Damocle di bilanci e fair play finanziario. I nomi caldi, inutile dirlo, sono quelli di Alisson, Strootman, Pellegrini e Nainggolan.

Si è soffermato su questo aspetto, in settimana, Fabrizio Bocca, sul suo Bloooog! su Repubblica, parlando non solo delle cessioni, per ora solo supposte, della Roma, ma soprattutto sulla sua logica di comprare giovani, a poco, per rivenderli, a tanto. "Il calciomercato - scrive Bocca - da sogno o strumento strettamente tecnico si è trasformato in fonte di finanziamento diretto o indiretto. Fino a formare un substrato indispensabile per i club, ma anche fortemente instabile e aleatorio". La Roma americana è il classico esempio della filosofia della plusvalenza. Walter Sabatini è stato il mago di tutto questo, con un biglietto da visita che "non è: ho vinto tot scudetto, ma ho fatto guadagnare alla società tot milioni". Sacrificati sull'altare del bilancio non ci sono solo i nomi di Salah, Benatia, Pjanic, Marquinhos, Lamela e altri, ci sono, scrive sempre Bocca, titoli e vittorie. Gli acquisti di Coric, Cristante e probabilmente Kluivert jr, acquistano quindi spessore solo in ottica di futura cessione, tralasciando l'apporto che possono dare subito alla squadra.

Fortunatamente per la Roma, però, il biglietto da visita di Monchi non è solo quello dei milioni. La sua è una storia di vittorie, di trofei nazionali ed europei, di progettazioni tecniche durature.

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La linea guida di Monchi è portare forze fresche ad una squadra che troppe volte, in quest'ultima stagione, è sembrata essere priva di luce. Le vittorie con Barcellona e Shaktar, la semifinale di Champions League e il terzo posto raggiunto in campionato non devono far dimenticare quei mesi bui, tra l'inverno e l'autunno, in cui niente girava come doveva. Partite spente, pareggi inutili, prestazioni assenti. Le problematiche evidenziate erano un centrocampo che non creava e un attacco che non segnava. I giocatori finiti sulla graticola furono proprio gli spenti Strootman e Nainggolan, i troppo altalenanti Perotti ed El Shaarawy, gli inadatti Bruno Peres e Defrel. Tutti giocatori pronti, oggi, a salutare. Al loro posto diamanti grezzi e talenti giovani di cui abbiamo già imparato tutto un nuovo lessico: mettere a bilancio, ammortizzare, creare un utile, frazionare l’onere e spalmare l’ingaggio. Giocatori funzionali, le cui caratteristiche si sposano con le prerogative tattiche di Di Francesco. Tutti novelli Under che magari non vedranno nella Roma solo una tappa della loro carriera, ma per conquistarsi il futuro dovranno prima lottare per il presente.

Intanto Alisson, dall'ultima amichevole del Brasile prima dei mondiali, lancia qualche segnale: "Spero si risolva tutto prima dell'inizio del torneo, ho lasciato tutto nelle mani del mio procuratore, che sta lavorando in accordo e con il massimo rispetto per la società". La valutazione che fa la Roma è di 80-90 milioni. Anche perchè, visti gli ultimi ricavi, a Trigoria non c'è esigenza di vendere. L'unica esigenza è quella di rafforzare la squadra.

Siamo solo a Giugno ma il mercato è già entrato nel vivo. Complici il Mondiale di Russia ormai alle porte, e la fine della sessione del mercato estivo stabilita al 17 Agosto 2018, le squadre dalla più piccola alla più blasonata hanno già fatto i primi movimenti in entrata ed uscita.

E in quel di Torino, sponda bianconera, i telefoni di Beppe Marotta e Fabio Paratici sono sempre occupati e i due dirigenti sono impegnati in diversi summit. Settimane fa Paratici è stato avvistato a Milano in un incontro con Alvaro Morata che subito ha fatto sognare i tifosi bianconeri. Sempre in quei giorni Paratici era a Bergamo per assistere ad un’amichevole pre-mondiale della Colombia e visionare Arias, terzino destro del PSV del 1992.

Fin qua niente di nuovo, così come il presunto scambio Icardi-Higuain, per cui i dirigenti bianconeri hanno detto, riferito al “Pipita”, una frase al quanto enigmatica “Per Higuain vedremo dopo il Mondiale”. Frase indicativa perché Higuain che è stato pagato tanto (94 milioni di euro) e quest’anno è l’ultimo anno, considerata la sua età, in cui sarebbe possibile venderlo a buon mercato. E alla Juventus vista l’esperienza e la bravura dei suoi dirigenti di sicuro troveranno la soluzione migliore per rinforzare la rosa bianconera e non indebolirla.

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La proposta di scambio Higuain-Icardi, con un conguaglio di 60 milioni all’Inter, per molti tifosi sembra qualcosa di fattibile ma per chi conosce il mercato e le dinamiche questa indiscrezione porta solo acqua al mulino di Icardi, per la precisione di Wanda Nara sua moglie e procuratrice. Una strategia per far avere l’ennesimo rinnovo dorato all’argentino, perché è vero che nel calcio tutto è possibile ma Icardi non andrà mai e poi mai alla Juve.

Più realizzabile invece l’ipotesi di scambio Higuain-Morata se Sarri andrà al Chelsea, ma la Juventus per vincere la benedetta/maledetta Champions ha bisogno di un centrocampista con la C maiuscola e lo testimoniano le operazioni chiuse di Perin (12 milioni+3 di bonus), Caldara, Can (a parametro zero) che coadiuvate dall’acquisto di uno o due terzini (Cancelo una pista caldissima oltre il già citato Arias) saranno l’antipasto per il centrocampista top.

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A prescindere da cosa capiterà avanti in attacco e dall’effetto domino provocato dall’eventuale partenza di Higuain il sogno bianconero non è mister 100 milioni di euro Milinkovic Savic come si professa da tempo ma Paul Pogba. Paul ancora è nella mente e nel cuore dei tifosi bianconeri e se ci sarà la possibilità di riportarlo a Torino con 35-40 milioni di euro in meno di quanto venduto (110 milioni) formerà un centrocampo da urlo con Pjanic e Can. Anche perché il buon Khedira, che per quanto sia fragile è al tempo stesso una garanzia, ormai ha un’età avanzata e se resterà non sarà la prima scelta così come Matuidi, più da lavoro sporco che da qualità. E con Pogba si potrebbe avere l’alternativa tra i moduli del 4-2-3-1 e del 4-3-3 e se oltre al francese, con altri 30 milioni la Juventus riuscirebbe a pagare la clausola alla Roma e strapparle Lorenzo Pellegrini.

Tra un Milinkovic a 100 milioni e un Pellegrini+Pogba alla stessa cifra è superfluo sottolineare quale sia l’operazione più ghiotta. Vedremo cosa accadrà ma le ipotesi di formazione con calciatori già acquistati e quelli che potrebbero arrivare sarebbero ideali per competere anche in Europa e non per arrivare in finale. Stavolta non tanto per partecipare ma per vincerla.

4-3-3

Perin

Alex Sandro Caldara Chiellini Cancelo

Pogba Pjanic Can

Dybala Morata Douglas Costa

4-2-3-1

Perin

Alex Sandro Caldara Chiellini Cancelo

Pjanic Pogba

Douglas Costa Dybala Mandzukic

Morata

De Vrij non è superman

In questi giorni di fuoco per la lotta al quarto posto c'è una domanda che il mondo Lazio e non solo continua a farsi: de Vrij deve giocare contro l'Inter?

Se qualcuno mi avesse fatto questa domanda prima della partita col Crotone la mia risposta sarebbe stata un no categorico, ma la prestazione dell'olandese contro i calabresi qualche dubbio me lo ha messo. Avrà anche salvato il risultato con una respinta sulla linea a portiere battuto, ma il Crotone non è l'Inter e ci sono alcuni motivi che mi spingono a propendere ancora per il no.

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Stiamo parlando di un professionista che fino ad oggi ha sempre dimostrato di voler onorare la maglia fino alla fine, non metto in dubbio infatti la sua onestà e sono convinto che se scenderà in campo lo farà mettendoci il massimo impegno possibile. Ma il motivo principale per cui non lo farei giocare è un altro, è molto semplice e si può riassumere così: “de Vrij non è Superman”. Già, non è l'uomo d'acciaio, è un comune essere umano come tutti noi e come tutti noi sentirà una fortissima pressione, sarà in grado di gestirla?

Non è una cosa da tutti i giorni giocare una partita sapendo che se la squadra nella quale giocherai nella prossima stagione perde non andrà in Champions League e ci andrà invece la squadra che lasci perché volevi qualcosa in più dalla tua carriera. Basta un attimo di distrazione, una piccola indecisione, una scivolata in più o una in meno a fare la differenza. E poi che succede? Critiche, polemiche e una pessima conclusione per un'avventura che nonostante tutto ha portato soddisfazioni al giocatore e ai tifosi della Lazio.

Comunque sia non sta a me, e menomale che è così, ma all'allenatore decidere se varrà la pena correre questo rischio, le ultime da Fomello raccontano di un Inzaghi molto indeciso, togliendo l'olandese si priverebbe del più forte difensore che ha in rosa e probabilmente scioglierà le riserve solo a poche ore dal fischio d'inizio dopo averne discusso col calciatore.

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Resta il fatto che la colpa di questa assurda situazione non è di de Vrij o comunque non solo. Il giocatore infatti già sapeva da tempo quale sarebbe stato il suo destino, allora sarebbe il caso di cercare tra chi ha scelto di divulgare la notizia dell'ufficialità proprio a pochi giorni da Lazio – Inter, un tempismo eccezionale che non ha fatto altro che inasprire ancora di più i toni per una partita che si figurava già parecchio tesa di conto suo.

A questi miei dubbi potrà rispondere solo il campo, chissà magari Stefan segnerà il gol (o l'autogol?...) decisivo e fine della questione, oppure rimarrà in panchina, pronto a cambiare casacca a fine gara, qualunque sarà il risultato.

Per concludere, questa storia non ha fatto altro che rinforzare in me l'idea dell'Inter come di quell'amico un po' invadente che continua a chiederti cose senza mai restituirti nulla: “Ma quell'Hernanes laggiù lo usi piu?” “Ho saputo che non va molto bene col tuo Candreva, lascialo a me che ci penso io” “Senti, mi serve un difensore, non è che mi puoi regalare quel de Vrij? Tranquillo te lo lascio fino a maggio” “Ma sì, di che ti lamenti, siamo o non siamo gemellati?”...

Lascia che ti rammenti che la vita è un viaggio fine a sé stesso. La vita è un pellegrinaggio verso il nulla, da nessun luogo a nessun luogo.  E in mezzo a questi due non-luoghi esiste il qui-e-ora.
-The Book Of Wisdom


Con il campionato che volge al termine ed un Mondiale da noi atteso nella particolare veste di spettatori non coinvolti (giova ricordarlo soltanto per non soffrire di più il giorno della cerimonia di inizio della competizione russa), gli occhi sul mercato, spauracchio di allenatori nel lungo Gennaio di questo anno, aumentano esponenzialmente di numero: la globalizzazione, con la condivisione costante di notizie ed i simulatori videoludici ad hoc, ha condotto anche i tifosi a parlare maggiormente di tattica ed acquisti, suscitando a volte la sensazione che la serie A sia quasi un riempitivo tra una sessione e l’altra di trasferimenti.
Se in passato un giocatore poteva rappresentare “un buon innesto”, adesso lo sguardo si sofferma su quanto un nuovo tesserato sia stato pagato, la durata del suo contratto ed in secondo luogo la bontà dell’operazione al netto della “vil pecunia” addotta.

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Basta però con le chiacchiere di un passato mitizzato (fondato sulla presenza di svariate gazzette dimenticate sulla sdraio al lido) e focalizziamoci sul cuore dell’argomento.
De Rossi è il mio idolo”; "Il mio futuro? Fa piacere leggere il proprio nome accostato a grandi club, ma sono già in una big con un progetto ambizioso, mi godo questo e cerco di fare il meglio"; non sono qui per entrare prettamente nel merito delle parole di Lorenzo Pellegrini, rilasciate in varie conferenze stampa alla domanda: “Ti vedi lontano dalla Capitale?”, “E’ concreto l’interesse della Juve per te?”, in quanto non spetta a me decidere quanto siano diplomatiche o sentite ed, oltretutto, non rappresenterebbero una colpa nell’eventualità di una partenza: la vita di un professionista è costellata di rinunce, anche quando il cuore implora di restare dove si è raggiunto un equilibrio.

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L’accostamento alla Vecchia Signora, presenza che aleggia sui giovani talenti della A ormai costantemente da 3-4 anni grazie alla gestione Marotta-Paratici, si è fatto più veemente all’indomani del montante rifilato dal Napoli ai bianconeri: quasi come se dalla testa di Koulibaly fosse fuoriuscito il giovane ragazzo la cui carriera iniziò sui campi della Tuscolana, in una riedizione del mito della nascita di Atena per mano (o meglio, per mal di capoccia) di Zeus.
A prescindere dalla chiusura o meno dell’operazione, cosa porterebbe in dote il centrocampista alla squadra con il più alto tasso tecnico nel panorama italiano, alla luce della sua ancor giovane carriera?
Ritorniamo indietro agli albori del Luglio 2017: il ritorno di uno dei prodotti del vivaio, tramite la formula riconosciuta dai più col nome di “recompra”,  riempie di speranza i giallorossi, prossimi a salutare Paredes e con una ferita nel cuore del centrocampo firmata “Miralem” ancora bruciante;

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Pellegrini viene da una stagione scintillante passata in un Sassuolo in crisi (per quanto, alla voce “accuratezza passaggi” sia soltanto il quinto giocatore in rosa, dietro Sensi, Biondini, Magnanelli e Mazzitelli; ultimo per contrasti vinti): nel cuore del gioco delineato dal mister Di Francesco, poteva inserirsi a suo piacimento (basta rammentare lo stupendo gol contro il Milan) e traslare dalla posizione di interno destro a sinistro con assoluta libertà.
L’arrivo a Trigoria non modifica il gioco del nuovo numero 7, per quanto il minutaggio, alla prima vera stagione in una squadra di vertice del campionato, sia calato sensibilmente: 1570 minuti ad oggi, rappresentando l’alter ego tattico di Kevin Strootman, apparso più in difficoltà nel corso dell’annata.
Il dato che balza maggiormente all’occhio, confrontando gli ultimi due anni della carriera di Lorenzo, è la continuità: le voci statistiche si equivalgono sotto molti aspetti ed è facile ritenere che ciò derivi dalla presenza dello stesso tecnico, minimo comune denominatore delle due esperienze calcistiche. Tramite le sue lunghe leve, riesce a compiere 1.5 intercetti per partita ( dati WhoScored), ponendolo sulla stessa dimensione di recuperatori di palloni quali Gagliardini, Poli, Rincon e Parolo. La precisione dei passaggi è aumentata (dal 75% all’82%), in un contesto tecnico superiore quale è la Roma, in partite dove la squadra giallorossa mantiene il pallino del gioco.
Quello che proietta il calciatore verso considerazioni più interessanti è la (rinnovata) scoperta della sua capacità associativa : attualmente si posiziona al 30esimo posto in campionato per passaggi chiave, giocando un numero relativamente basso di palloni a partita. Una simile caratteristica può esser la principale motivazione dell’interesse juventino: un calciatore perfetto per il dopo-Khedira.
Per quanto, infatti, Pellegrini sia stato impiegato da interno sinistro per grandi tratti della stagione in corso, non è detto che non possa occupare stabilmente la zona destra del campo (ricordiamo che il calciatore è ambidestro) in un 4-3-3 contraddistinto dalla sua presenza al fianco di Pjanic e Matuidi; l’assenza totale di copertura nella zona di centrocampo presidiata oggi dal tedesco sarebbe così colmata, garantendo un ricambio 22enne con tempi di inserimento nel cuore dell’area simili ai suoi e con un tiro dalla distanza su cui contare in momenti di difficoltà o estrema pressione offensiva.
 In caso di 4-2-3-1, invece, potrebbe esser deleterio affiancarlo al solo Pjanic : non percorrendo gli stessi chilometri di Matuidi, ciò potrebbe ricondurre ai problemi di equilibrio nell’assetto tattico già paventati ad inizio campionato, non tenendo in considerazione inoltre la sua scarsa predisposizione ai contrasti.
Un’alternativa più affascinante consisterebbe in una metamorfosi in fonte di gioco e, dunque, vice-Pjanic: nella rosa è il solo Bentancur, facilitatore di gioco molto più dedito alla ricerca aggressiva della palla che vero e proprio play, a rappresentare il ricambio del bosniaco, con Marchisio sempre più indietro nelle gerarchie; in quel caso, il romanista chiuderebbe un singolare cerchio, visto che lo stesso Pjanic ha subito, sotto la gestione Allegri, una trasformazione completa da mezzala di possesso a mediano. Pellegrini sarebbe facilitato in questa transizione nel caso in cui vi fosse un secondo giocatore incline a tenere il pallone tra i piedi, abbassandosi fino al centrocampo per dialogare con gli interni: quel che raccomanda ogni partita Allegri a Paulo Dybala, insomma.  
Da qualsiasi prospettiva la si guardi, è complesso non considerare questo acquisto un upgrade vero e proprio per una squadra dai già pochi difetti.
Verrebbe quasi da porsi un ultimo quesito: può la Roma privarsi di Lorenzo Pellegrini?

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