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Juventus, la gloria eterna e il disastro europeo

La Juventus festeggia il 35esimo titolo. Come al solito arriva puntuale l’ennesimo scudetto juventino in questo momento della stagione calcistica. Un periodo pasquale che, ogni 12 mesi, di regola tra marzo e aprile, da ben 8 anni consegna, al posto della colomba, il tricolore nelle sole mani della squadra bianconera.

Una vera e propria epoca storica in cui sono si sono succeduti almeno 5 presidenti del Consiglio, 2 papi e 3 guerre. Nel frattempo la Juve ha dominato la nostra serie a e gli altri trofei nazionali, vincendo 8 scudetti di fila, 4 coppe Italia e 4 supercoppe italiane.  Un ciclo iniziato nel 2011-2012 e guidato a quel tempo dal genio di Antonio Conte, gran costruttore di sogni impossibili. All’epoca la rincorsa al Milan di Ibra, Nesta e Thiago Silva fu il frutto del sacrificio di un collettivo combattivo basato sulla sicurezza di Buffon tra i pali e sul nascente mito della BBC, ossia la triade formata da Barzagli, Bonucci e Chiellini. Ma non solo. La genialità di Pirlo, la forza di Vidal, la presenza di Marchisio, la spinta di Pepe, le reti di Vucinic e di Matri, assieme a uno dei gol non dati più famosi della storia del nostro calcio, resero possibile un’impresa difficilissima.

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La Juve quella stagione l’aveva aperta l’8 settembre 2011, con l’inaugurazione dello Stadium, teatro leggendario di tanti successi futuri, e l’aveva proseguita stabilendo svariati record come quello di imbattibilità in campionato (38 partite, di cui 23 vittorie e 15 pareggi) e quello di maggior striscia di risultati utili consecutivi in competizioni ufficiali in una sola annata calcistica in Italia (42 gare). Da quella squadra originaria, formata da un nucleo di campioni veri e da tanti operai dediti ai loro compiti tattici, è nato un team che ha visto militare al proprio interno nel frattempo giocatori straordinari come Pogba, Tevez e Higuain, solo per citare i più iconici. Fino a questa stagione sono stati inanellati ulteriori primati che hanno definitivamente distrutto la competitività del calcio italiano: nella serie a 2013-2014 si è stabilito il record nel nostro Paese di ben 102 punti in un solo campionato; con Allegri successivamente in panca, i bianconeri hanno realizzato 100 punti in 33 gare nel solo 2016; tra le stagioni 2015-2016 e 2016-2017 abbiamo il record delle vittorie consecutive in casa in serie a, ossia 33. Quest’anno il mega acquisto di Cristiano Ronaldo, operazione complessiva da almeno 340 milioni in 4 anni tra ingaggio e cartellino, ha trascinato i bianconeri nel vincere un nuovo titolo italiano, oltre che una supercoppa, insieme a compagni veterani come Bonucci e Chiellini, quest’ultimo unico superstite della Juve di inizio ciclo assieme a Barzagli.

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In questa stagione 2018-2019 costoro, affiancati da Mandzukic, castigatore delle avversarie negli scontri determinanti, dal giovanissimo ed esuberante Kean, dal solido Emre Can, dal decisivo Bernardeschi e dall’imprendibile Cancelo, nulla hanno potuto in Champions, dopo aver conquistato lo scudetto di fatto al termine del girone d’andata, chiuso con l’ennesimo punteggio record di 53 punti, mai realizzato prima in serie A. E qui c’è il primo grande riferimento al disastro di cui accennavamo nel titolo: farsi umiliare dai ragazzi imberbi dell’Ajax non rientra di certo nei piani di un club che ha una delle rose più forti del Continente europeo. E neanche nei piani di un mister come Allegri che vanta al suo attivo 2 finali di Champions. Ma di certo tale squadra, che in ambito domestico ha annientato ogni concorrenza, ha un problema enorme che la porta ad aver vinto negli ultimi 23 anni meno trofei in Europa del Bologna. Ma forse è proprio questo il tema: tale monopolio sul campo, e non solo, ha cancellato ogni tentativo delle nostre squadre di migliorarsi, di dare il meglio di loro e di provare a battere l’impossibile. Le squadre italiane coltivano il loro orticello, usano mille astuzie per racimolare i punti che le servono, stanno ferme, prigioniere di un tatticismo che sarebbe sembrato eccessivo pure ai tempi del Trap, sono inserite in un patetico gioco spezzettato, che si blocca appena si tende a sfiorare l’avversario.

A cosa serve loro sfidare la Juve allo Stadium? A niente. Ma ciò non serve neanche alla Juve per vincere la Champions.

 

di Federico Cavallari

Inter Skriniar, un destino da capitano

Il 7 luglio 2017 veniva acquistato dall’Inter Milan Skriniar. Non facendosi spaventare dal nome, Walter Sabatini, aveva messo le mani su di un giocatore che con la Sampdoria, sinceramente, non era propriamente esploso. Giocava spesso, quello sì, ma si balzava agli occhi sopratutto per gli errori, come quello contro il Milan. Nello scetticismo generale l’operazione passò come un modo per fare plusvalenza con Gianluca Caprari, valutato dal club di Ferrero ben 15 milioni di euro, e come un aggiunta in panchina in vista dell’acquisto di un top nel ruolo.

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Quell’estate, i tifosi interisti erano molto ottimisti e tutti si aspettavano un mercato scoppiettante. La squadra in teoria doveva essere uscita dai vincoli del settlement agreement, e Walter Sabatini doveva avere carta bianca per migliorare la rosa appena affidata a Luciano Spalletti. Tra un proclamo e l’altro, i giocatori, però, non venivano comprati. “Ci sono giocatori che, arrogantemente, controlliamo e vogliamo”. Era questo il tenore delle interviste che rilasciavano i direttori dell’Inter. “Da luglio ci divertiamo” giuravano di aver sentito, gli inviati di Sky, nei corridoi del centro sportivo della pinetina. Luglio arrivò, e portò con se l’acquisto di Milan Skriniar.

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Il centrale slovacco, nato l’11 febbraio del 1995, è cresciuto nelle giovanili dello Ziar nad Hronom per poi passare in quelle dello Zilina. È proprio nella squadra giallo verde che fa il suo esordio, ancora minorenne, nel calcio dei grandi. Sempre con quella maglia fa il suo debutto anche in Europa League e nella stagione 2014-2015 si consacra come pilastro della squadra segnando addirittura 6 reti. La Sampdoria lo monitora e decide di puntarci. Il 29 gennaio 2016 passa nella squadra blucerchiata e, il 24 aprile 2016, esordisce subentrando a Dodò, la meteora in prestito dall’Inter. Nella Sampdoria, come detto, non esplode. Si intravedono qualità in lui, ma le prestazioni spesso sono deludenti. Sabatini, però, è uno che di difensori ci capisce (ricordate Marquinhos, Benatia, Manolas ecc.?) e percepisce che quel difensore, imponente, poteva diventare qualcuno nella sua nuova Inter.

Arrivato a Milano si distingue subito per un ottimo precampionato. Quando i tifosi capiscono che non arriverà mai un top nel ruolo, ma neanche negli altri, cominciano a vedere a Skriniar come ad un possibile titolare. La prima partita, con la Fiorentina a San Siro, non fa che confermare le belle sensazioni che aveva lasciato l’estate. E Milan il campo, nella stagione 2017-2018, non lo lascia mai. Giocherà tutte le partite dall’inizio alla fine, segnando 4 gol, convincendo tutti: tifosi, allenatore e società. La seconda stagione, quella attuale, continua sulla falsariga della prima. Sempre più idolo dei tifosi, Skriniar ed il suo agente spingono anche per un rinnovo che certifichi la sua importanza nel progetto dell’Inter.

 

Visti i problemi avuti con l’ex capitano, Mauro Icardi, ed il suo agente per il rinnovo del contratto, si pensava di poter incorrere in difficoltà anche nel rinnovare con il centrale slovacco. E qualche problema in effetti si stava palesando. Nonostante le parole del difensore, il rinnovo tardava ad arrivare. Con uno stipendio da 1.7 milioni di euro all’anno, per intenderci Ranocchia ne guadagna 2.4, l’agente puntava ad ottenere sui 5 milioni con il nuovo contratto, forte di molte offerte ricevute negli ultimi tempi.

Com’è finita? Che quando l’agente spingeva per arrivare allo scontro con la società, Skriniar ha messo da parte l’agente e si è presentato in sede da solo per discutere direttamente del contratto e ha raggiunto un accordo per 3.5 milioni annui a salire, con scadenza che passa dal 2022 al 2023. Un gesto del tutto inaspettato nel calcio di oggi, che dimostra un attaccamento alla maglia reale e molto forte. I tifosi hanno apprezzato moltissimo e richiedono a gran voce che gli sia data la fascia di capitano dell’Inter. “Non è molto importante chi indossa la fascia di capitano, non ti porta a cambiare il modo di giocare” queste le parole dello slovacco, che qualche argentino in rosa dovrebbe ascoltare attentamente. È vero che la fascia magari non è fondamentale, ma sei destinato ad indossarla, Inter Skriniar!

Una splendida banda di sfrontati

L’estate scorsa, durante un barbecue, un amico olandese vedeva in streaming il secondo turno preliminare di Champions League nel quale era impegnato l’Ajax contro lo Sturm Graz. Mentre sfilava il coltello tra una salsiccia e un’altra, Cris mi avvertiva sulle potenzialità dei lancieri, squadra di cui sapevo poco, memoria storica a parte. Approdare alla fase finale della Champions era il minimo per una società storica del calcio mondiale, pensai tra me e me. Nove mesi dopo, quell’accozzaglia di giovani guidata da un tecnico ignoto della quale mi ero colpevolmente preso beffa senza conoscerla è tra le prime quattro squadre d’Europa. Morsa dalla tarantola del gioco armonioso, la truppa biancorossa si è esibita in uno spettacolo pirotecnico in uno degli stadi più inespugnabili d’Europa. Giocando a un pallone che ha preso ormai i connotati di un calcio virtuoso, magari non totale come cinquant’anni fa, ma totalitario nell’imposizione del proprio gioco.

Non contenti dell’impresa di Madrid, dove hanno banchettato al tavolo di un Re decaduto e depauperato del suo miglior cavaliere, i giovani olandesi hanno riproposto un’esibizione piena di sfacciataggine, creatività, divertimento e concretezza. Non sono il bello vuoto. Non sono il riflesso sfocato nello specchio. Sono l’azzardo vincente e pulcro dell’unica proletaria seduta a un tavolo di aristocratici che non vuole alzarsi e continua a puntare i piedi. La giovane età dei suo componenti, però, non basta. Perché per uscire palla al piede in ogni situazione, cercare sempre il triangolo o riuscire ad imbeccare il compagno meglio piazzato serve la voglia di farlo. Quella mentalità che in pochi hanno in Europa, e che nessuno ha mai avuto allo Stadium, dove i ragazzi di ten Hag sono scesi in campo come se fossero stati nel parco dove si divertivano da adolescenti, senza però mai far prevalere l’egoismo sul collettivo. Con la paura giusta. Necessaria per diventare prodezza.

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La banda degli sfrontati è capitanata e impersonificata da Matthias De Ligt, con la fascia al braccio a soli 19 anni. Leader, goleador e primo pistone del gioco fluido dei lancieri, è stato lui ad affossare la Juve con un colpo di testa senza guardare ma sapendo dove arrivava il pallone. Svettando tra Rugani e Alex Sandro, il verginello con meno anni in campo ha firmato con le unghie una qualificazione storica. Non c’è da appellarsi alla poca competitività di un calcio italiano dove la Juve ha indebolito gli avversari in maniera sistematica. L’Ajax degli sbarbati ha dato una lezione di calcio all’Europa intera. In barba, in tutti i sensi, ai colpi di mercato da oltre cento milioni e ai palloni d’oro sfoggiati come medagliette sulla divisa da guerra. In campo il blasone non conta. Serve sbatterla dentro, meglio ancora se con la sfrontatezza dei ragazzini che prima ancora di lavorare si divertono. E vincono. Sorridendo. Come il mio amico che per Whatsapp mi scrive: "Te l'avevo detto".

Dopo quello di Londra e Parigi, l’aeroporto di Amsterdam-Schipol è il terzo per numero di passeggeri in Europa e ogni anno ci transitano all’incirca 3 milioni di persone. Dati che forse non tengono conto di quante volte ci sono passati Diego Ramon Monchi e Walter Sabatini. È il 2016, il motivo dei viaggi ha un nome e un cognome: Hakim Ziyech.

La partita di Ziyech contro il Real Madrid

La maglia che porta addosso il fantasista marocchino è ancora quella del Twente e la sua prima stagione sarà un successo clamoroso: 15 gol in 31 presenze, record di assist (15) in Eredivisie. Monchi, che lavora per il Siviglia, e Sabatini, ancora il capo del mercato di Trigoria, restano folgorati. Iniziano a studiarlo, a corteggiarlo, a sondare il terreno. L’etrusco crepuscolare ds giallorosso arriverà ad offrire 9 milioni, senza successo. Forse si stava già mangiando le mani oppure stava maltrattando nella tasca qualche pacchetto di sigarette: il nome di Ziyech era finito per la prima volta sulla sua scrivania quando ancora era dell’Heerenveen, un intermediario lo aveva offerto a 2 milioni di euro, ma era troppo presto. Non se ne fece niente.

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Ziyech con la maglia del Marocco

Nei biancoblu, che in Olanda chiamano Trots van het Noorden, “Orgoglio del nord”, Ziyech ci era arrivato a 14 anni, dopo aver solcato i campi di Dronten, cittadina di 40.000 abitanti sull’isola di Flevopolder. È nato qui nel 1993, da una coppia di immigrati marocchini: “Sono cresciuto con la consapevolezza che, come marocchino nei Paesi Bassi, sei sempre un passo indietro, devi lavorare di più per ottenere il rispetto. Se un olandese fa qualcosa di sbagliato, non tutti i cittadini olandesi saranno criticati. Ma se lo fa un marocchino, allora sì”. Ziyech inizia a dribblare pregiudizi e offese come dribbla gli avversari in mezzo al campo. Ha un fisico esile, movenze rapide: il passo lungo che finisce con una sterzata improvvisa, in genere usando l’esterno del piede sinistro.

Un passo veloce, la sterzata rapida, un tocco sopraffino.

Sulla panchina dell’Heerenveen siede un certo Marco Van Basten e anche lui resta estasiato da quel passo ancora bambino. Dopo ogni seduta si ferma al campo dello Sportstad per dargli suggerimenti sui calci piazzati, su come battere le punizioni, sulla postura da tenere, sul modo in cui colpire il pallone. Ziyech, sotto quella pioggia di consigli, cresce in fretta e il Cigno di Utrecht lo porta con i grandi per farlo esordire, a 19 anni, contro il Rapid Bucarest in Europa League. Sarà sempre Van Basten a segnarlo a Remy Reyniers e Wim van Zwam, responsabili dell’under19 dei Paesi Bassi. Ma è il 2015, il Marocco era stato escluso dalla Coppa d’Africa e il tecnico Zaki Badou voleva gente nuova per far ripartire un ciclo. Così chiama Ziyech per le amichevoli di ottobre contro Costa d’Avorio e Guinea. Van Basten, che intanto è diventato assistente del CT Danny Blind alla nazionale maggiore, lo scopre, tempesta Hakim di telefonate insieme a Guus Hiddink, gli chiede un incontro: “Ma quanto devi essere stupido per scegliere il Marocco se sei in lizza per l’Olanda?“.

Ma non c’è niente da fare, Ziyech ha deciso: il “dumb boy”, “il ragazzo stupido” come lo ribattezzano negli uffici federali, sceglie le sue radici, sceglie l’Africa: “Quando sono ad Amsterdam mi dicono che sono marocchino, quando sono in Marocco mi dicono che sono olandese”.

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Ziyech con Van Basten ai tempi dell’Heerenveen

Con l’arrivo sulla panchina dei Leoni d’Atlante di Hervé Renard la sostanza non cambia. Il tecnico francese decide di puntare su una squadra giovane, dove il gioiello è proprio il classe 1993 che, nel frattempo, è finito all’Ajax per 11 milioni di euro. E mentre l’Olanda che lo aveva corteggiato resta a casa, il Marocco di Ziyech a fare i Mondiali in Russia ci va eccome. Non andrà oltre la fase a gironi, senza riuscire a vincere contro Iran, Portogallo e Spagna, ma la stella dei Lancieri non smette di brillare.

La sua metamorfosi tattica è ormai conclusa: Renard lo usa come esterno sinistro del tridente con Boutaib e Amrabat, dopo aver giocato da trequartista alle spalle di Castaignos ai tempi del 4-2-1-3 dell’Heerenveen. Con il Twente di René Hake aveva fatto il suo apprendistato offensivo, segnando 17 reti in 33 presenze, ora è abile arruolato esterno sinistro di Erik ten Hag, con la licenza di scambiarsi di fascia con David Neres, dietro a Tadic. Nomi che sono un brivido lungo la schiena per i tifosi juventini e che stasera, nel ritorno di Juventus Ajax di Champions League, proveranno a sfaldare la retroguardia di Allegri. Lo faranno a colpi di classe, di dribbling e di velocità.

Le armi che ha nella tasca Hakim Ziyech, che non smette di lanciare segnali all’Italia: “La Roma non è un capitolo chiuso, mi sento sempre con Kluivert”. Mentre spetta a Benatia rincarare la dose: “Mi ha raccontato che con la Roma era tutto fatto, poi non si è fatto più niente. Non so perché e, forse non lo sa nemmeno lui”. Sull’esterno marocchino, che quando dribbla fonde le movenze arabe e il passo tecno olandese, ci sono anche Bayern Monaco, Inter, Liverpool. Alla Roma aveva fatto innamorare anche Monchi, che lo voleva portare già a Siviglia. Alla fine però scelse Pastore. Ma forse è meglio non ricordarlo.

Un Regno con due troni e troppi Re

Bagarre dal sapore infuocato in zona Champions. Lasciando in sospeso il ruolo della Lazio, alle prese sì con una gara in meno da recuperare con l’Udinese, ma con il ritardo forse decisivo in classifica frutto della sconfitta col Milan, almeno altre 4 squadre si trovano a lottare per i 2 posti rimasti disponibili per avere accesso alla prossima edizione della massima competizione continentale. Con tutto ciò che ne consegue.

Polemiche arbitrali, veleni, magliette alzate per schernire gli avversari, alcuni allenatori che sembrano aggiustare una stagione sotto un diluvio e altri che si rifugiano in silenzio stampa. Parliamo di Inter, Milan, Roma e Atalanta che combatteranno tra loro, fermo restando quanto accennato sulla Lazio, per vincere una battaglia decisiva: conquistare uno strano Regno dai 4 troni, di cui 2 già occupati da ottobre. E accanto a ogni trono si trova il suo forziere. Per un club entrare in Champions comporterebbe già solo per l’ingresso una pioggia di denaro spropositato.

Secondo un articolo pubblicato su investireoggi.it nel giugno dello scorso anno, si è stimato che Juve, Roma, Inter e Napoli abbiano incassato per accedere alla competizione continentale riferita alla stagione 2018-2019 dapprima un dividendo fisso di 15,5 milioni, poi una somma che oscillerebbe tra gli 11 e i 29 milioni in base al ranking di tali squadre, infine cifre calcolate sul market pool fisso e variabile consistenti nel complesso ad almeno altri 10 milioni. Anche i soldi da assegnare per l’ingresso nella prossima edizione non saranno granché diversi. Il che fa capire la ruvidezza dello scontro per le prime posizioni.

Sabato la gara tra Milan e Lazio, finita 1 a 0, gol di Kessie su rigore, è il sintomo di tensioni alle stelle che serpeggiano in queste ultime partite in cui il gioco conta assai poco rispetto ai singoli episodi. Cross da distanza siderale di Laxalt verso Piatek e Musacchio, che non ci arrivano con quest’ultimo buttato giù in area da Durmisi. Rigore contestato a favore del Milan. Iniziano i primi guai in campo, dopo che, precedentemente, era stato anche fischiato un rigore per i rossoneri da Rocchi per poi essere annullato dallo stesso alla Var. Un contrasto tra Milinkovic e Rodriguez fa gridare allo scandalo la Lazio, ma l’arbitro non concede il rigore. Da lì la rissa finale con Inzaghi allontanato e con terrificante contorno a fine partita fornito dalla maglietta di Acerbi alzata da Kessie e Bakayoko in segno di spregio dell’avversario. Un inquietante nuovo rituale che sancisce il crollo definitivo dell’ultimo brandello di sportività rimasto nel Paese, cioè lo scambio della maglia.

Fa riflettere invece la vittoria catenacciara della Roma, che nel diluvio dell’Olimpico si impone sull’Udinese 1 a 0 con gol di Dzeko. Viene un dubbio: ma non è che, con un mister così attento agli equilibri difensivi fin da inizio stagione, i giallorossi, evitando di prendere 3 gol a gara, avrebbero potuto occupare un tranquillo terzo posto solitario in classifica con distacchi importanti sulle altre?

 

di Federico Cavallari

L'ultima Champions League vinta dai bianconeri è lontana, ormai, più di venti anni. Era il 1996 e allo Stadio Olimpico di Roma andò in scena la finale Ajax Juventus. La squadra di Marcello Lippi tornava sul tetto d'Europa dopo undici anni. Per prepararci alla sfida di stasera abbiamo parlato con chi quella finale l'ha vissuta. "Fu il coronamento di un percorso lungo, iniziato almeno due anni prima" ci racconta in questa intervista esclusiva Sergio Porrini, classe 68, difensore. Più di 100 presenze con la maglia dell'Atalanta, una bacheca piena di ogni cosa riempita nei 4 anni a Torino. Erano gli anni di un giovane Del Piero, di Vialli, Conte, Deschamps. "Ma fare i paragoni non serve, questa Juventus ha la stessa fame".

 

Che partita fu quell’Ajax Juventus di 23 anni fa?

Fu il coronamento della stagione precedente, di due anni bellissimi, vissuti con la consapevolezza che bisognava cercare di creare qualcosa di importante. La Juventus infatti veniva da due anni, sia in Italia che in Europa in cui aveva fatto fatica e bisognava ottenere qualcosa. Ricordo la consapevolezza e la voglia, allenamento dopo allenamento, giorno dopo giorno, di diventare una grande squadra. Quella vittoria a Roma contro l’Ajax fu il coronamento di una crescita continua, iniziata l’anno prima con la vittoria della Coppa Italia e dello Scudetto. Le grandi vittorie si creano prima: il giorno della finale ti consacra, ma quello che ottieni mette radici lontano.

Tra voi difensori bianconeri quale era l’attaccante dei Lancieri più temuto di quella finale?

In quel momento il finlandese Jari Litmanen era senza dubbio il più pericoloso, era in un momento in cui se toccava palla faceva gol. E infatti lo fece. Erano molto bravi anche gli esterni di quel 4-3-3, l’olandese Kiki Musampa e il nigeriano Finidi George, che potevano far male in attacco ma allo stesso tempo concedere molto dietro. E infatti le occasioni furono tante, vincemmo ai rigori ma nei 120 minuti meritavamo di vincere.

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E ai rigori fu decisivo Angelo Peruzzi, che vinse anche la personale sfida con Edgar Van der Sar, presente e futuro della porta juventina. Chi era il più bravo?

Ho avuto la fortuna di allenarmi e di giocare insieme a Peruzzi e posso dire che, in quel momento, era in assoluto tra i 3 migliori del mondo. Nonostante magari una corporatura particolare, lo chiamavamo “cinghialone”, e una statura con cui oggi forse probabilmente avrebbe fatto fatica a emergere. Oggi infatti è cambiata la filosofia del portiere, le squadre cercano giocatori di una certa statura, dal 1.90 in su. Per questo va dato ancora più merito a Peruzzi e alla sua forza esplosiva.

Era più forte la Juventus di ieri, di Conte, Ferrara e Del Piero o quella di oggi, di Pjanic, Bonucci e Cristiano Ronaldo?

È impossibile paragonare le Juventus di diversi periodi storici. In quel periodo mi ricordo infatti che si faceva il paragone con la Juve di Platini, oggi si fa il paragone con quella del 1996. È impossibile farlo perché cambiano i metodi e i modi di allenarsi, i mezzi a disposizione dei giocatori, così il raffronto diventa difficile. La cosa sicura è che tutte e due le Juventus hanno la stessa fame e la stessa voglia di vincere tutto quello che c’è da vincere. Cosa che contraddistingue i bianconeri sin dalla nascita.

Domani che partita dobbiamo aspettarci?

Non dobbiamo aspettarci una partita semplice, perché l’Ajax è una squadra molto forte tecnicamente, vivace, frizzante, che gioca in velocità. Ma visto cosa ha fatto la Juve contro l’Atletico Madrid sono sicuro che possa passare il turno.

Usiamo una frase fatta ma vera: lei con i bianconeri ha vinto tutto, ma quale partita le è rimasta nel cuore?

Forse i quarti di finale con il Real Madrid, sempre del 1996, quando con i gol di Del Piero e Padovano ribaltammo l’1-0 dell’andata. Fu il crocevia della vittoria finale. Da giocatore però dico la finale dello stesso anno contro il River, giocata a Tokyo e vinta con un gol di Del Piero. Ho avuto la fortuna di giocarla e di salire sul gradino più alto del mondo.

Il gol di Porrini che apre le danze nella finale di Supercoppa Europea finita 6 a 1 contro il PSG

Non solo Juventus però, ma anche oltre 100 presenze con la maglia dell’Atalanta e tre anni da protagonista in un settore giovanile che è tra i migliori d’Italia. Qual è il segreto?

Il segreto è quello di crederci, che non è una cosa così scontata. Abbiamo visto quante squadre professionistiche di Serie A non credano e non investano per niente nel settore. A Bergamo invece usano parte dei ricavi della prima squadra per il progetto giovanile, dando ai ragazzi i mezzi e il tempo giusto per emergere. Questo, insieme ad una rete di scouting diffusa in tutto il mondo, permette di sfornare anno dopo anno giovani interessanti, piccoli campioni, che solo dopo una lunga trafila riescono ad arrivare in prima squadra. È un processo lungo, lento e non tutti ci credono.

Riuscirà l’Atalanta di Gasperini a centrare la Champions League?

Da atalantino me lo auguro, perché quei 4 anni da giocatore e i 3 da allenatore nelle giovanili hanno fatto diventare una parte del mio cuore nerazzurro. Me lo auguro anche perché, al momento, è la squadra che in Italia esprime il miglior calcio. Spero possa arrivare nell’Europa dei grandi perché so quanto lavoro c’è dietro, quanti investimenti. E soprattutto lo spero perché mi immagino il popolo atalantino assistere alle gare di Champions. Dovesse succedere io vorrei essere uno di quelli, perché l’entusiasmo di Bergamo non si vive da nessuna parte.

L’Atalanta di Porrini e Ganz strapazza 3 a 1 la Roma di Boskov

 

Dal settore giovanile di Zingonia è emerso, tra i tanti, anche Mancini, su cui pare fortissima la Roma.

Mi rivedo molto in lui, nel suo stile di gioco, nel suo saper ricoprire diversi ruoli della difesa. Nonostante la giovane età è già un giocatore di grande responsabilità e di sicuro affidamento. Io dico che il futuro dipenderà dall’Europa: dovesse arrivare la Champions gli consiglierei di rimanere a Bergamo, crescere un altro anno con calma e poi valutare.

E Mancini, insieme a Chiesa, Zaniolo e Kean è uno dei volti nuovi del nuovo ciclo azzurro.

Sì, quelli nominati sono sicuramente tra i migliori giovani del momento. Ma visto anche il recente passato aspetterai a parlare e a considerarli già fenomeni, come si sta facendo con Kean. Sono sicuramente giocatori importanti ma per consacrarsi non basta un anno. È un buon inizio, ma aspettiamo un attimo.

 

C’è ancora qualcuno che si stupisce?

Premessa doverosa: questo sarà un articolo polemico. Ironico. Puntiglioso. Velenoso. Non siamo dell’umore adatto, ne tanto meno intendiamo uniformarci ai giudizi e alle etichette che quando vengono appiccicate sembrano impossibili da togliere via. Il bersaglio? Luciano Spalletti. E ci teniamo caldamente a precisare che le considerazioni taglienti che sgorgheranno da queste righe non sono frutto di un’antipatia personale quanto piuttosto da fatti che ci paiono oltremodo inattaccabili. Perchè Luciano Spalletti viene considerato un grande allenatore?

Leggendo così la domanda senza soffermarcisi sopra più di tanto, potrebbe sembrare a primo impatto una provocazione bella buona, uno sfottò da curvaiolo radicato. Non è assolutamente così. A 2 giorni dalla inaspettata eliminazione dell’Inter dalla Champions, con conseguente scivolamento nella più modesta Europa League, molti tra gli addetti ai lavori si interrogano meravigliati sui perché di cotanto risultato nefasto. Noi, con sorriso maligno e beffardo, conosciamo intimamente la risposta: Luciano Spalletti non è mai stato un grande allenatore. Non serve l’ennesimo fallimento tecnico della sua modesta carriera per accorgersi che il tecnico di Certaldo ha fallito miseramente tutte le prove del nove che nei suoi lunghi anni di militanza panchinara gli si sono presentate davanti.

Sfide che non sempre hanno riguardato il raggiungimento dei risultati sportivi prefissati, ma anche la gestione di campioni ingombranti per carisma e personalità (un nome a caso: Totti). Aizzare le folle nelle conferenze, affrontare con sguardo truce e con risentimento troppe volte immotivato i giornalisti nelle conferenze non fa acquistare automaticamente lo status di allenatore top. Scappato dalla tumultuosa Roma e sbarcato nella fredda Milano, Spalletti ha avuto il grande merito di portare con se il suo lessico aulico e stordente in una realtà, quella interista, fiaccata da anni di vacche magre, con 0 trofei vinti e inesistenti qualificazione all’Europa di Serie A. Affascinati dalla sua carica emotiva e aiutato in questo anche da un suicidio collettivo dei dirimpettai laziali nella corsa Champions della scorsa stagione, l’ex Roma è riuscito a mascherare difetti cronici di gestione interna ed esterna dello spogliatoio. Ancorato ad un rigido 4-2-3-1 e condizionante nelle scelte di mercato dei nerazzurri. Da dove arriva l’ostinazione per Nainggolan, pacco dono gentilmente offerto dallo spagnolo Monchi? A cosa serve interrogarsi sulla sportività del Barcellona se poi ci si dimentica di preparare la propria di partita, quella decisiva col Psv? E pensare che in una situazione simile Spalletti ci si era già ritrovato nella sua seconda esperienza romana, incredibilmente eliminato nel 2016 dal Porto che rifilò un secco 3-0 alla sua Roma dopo l’1-1 in Portogallo. L’esperienza non ti ha insegnato nulla, caro Luciano?

A cosa serve avere una rosa di 25 giocatori se poi si sceglie deliberatamente di far giocare sempre gli stessi 11?

A cosa è servito mettersi contro una città intera per beghe personali col Capitano della squadra che stavi allenando?

Domande che rimarranno inevase, inascoltate, inespresse. Ci piacerebbe un giorno poterle fare al diretto interessato. Oggi, umilmente, le proponiamo ai nostri lettori, lasciandoli, forse, con una certezza: Luciano Spalletti non è un grande allenatore. C’è ancora qualcuno che si stupisce?

Il cuore e le spalle

Il morso della tarantola è secco. Unico. E non contagia. Chi ne ha il sangue impregnato va libero e guarda solamente avanti. Libero da compiti meno gratificanti, ma con la priorità di creare, Lorenzo Insigne è il tarantolato di Carlo Ancelotti, che in lui ha visto il grimaldello per rompere i forzieri delle corazzate europee, più simili a banche che a club calcistici. Il capitano in pectore di questo nuovo Napoli che torna alla ricerca del sacro Graal con l’umiltà del Parsifal ultimo rimasto tra i sognatori è lui. Napoletano, legato alla causa della sua realtà fin da sempre, ha smesso di fare troppi ed inutili giri sulla fascia per cercare più prepotentemente la porta, mettendoci sempre la sua classe innata. Anni fa sembrava fosse sempre sul punto di esplodere ma la mancanza di continuità e la monotonia di gioco gli sbarravano il passo. La rivoluzione sarriana prima e l’intuizione di Ancelotti poi hanno dato sfogo a chi adesso rappresenta la squadra azzurra dentro e fuori dal campo. I bambini di ogni angolo del mondo esclamano il suo nome quando sentono parlare di Napoli. Lo sostengono il cuore del tifoso e le spalle del campione che resiste alle cariche avversarie.

Non si tratta solo di gol. I dati e le statistiche spiegano, parlano, ma non rendono del tutto l’idea dell’impatto del singolo sulla squadra. Nel suo nuovo ruolo da rifinitore - centravanti Insigne riesce ad esprimere il suo meglio, e quando si annoia si rifugia di nuovo largo a sinistra, ma solo per un attimo. Giusto il tempo di creare e tornare al centro, per dare aria alla squadra ed aprire gli esterni, che seguono in sintonia i suoi traccianti. Perché è lui il nuovo regista del Napoli, sebbene non giochi in mezzo al campo. Attorno a lui scorrono la maggior parte dei palloni, come degli affluenti verso il grande fiume. Ed è a lui che il San Paolo chiede un altro guizzo stasera. L’urlo in gola di Parigi brama vendetta. Rivincita. Dal colpo da maestro a pallonetto del Parco dei Principi Lorenzo è sembrato in parte ovattato, non al 100%. Come se avesse voluto rodare il motore prima di farlo esplodere per la corsa più importante. Quella di una notte di Champions dove avrà il sostegno ma anche la pressione di sessantamila spettatori. Il tarantolato, che deve sudare costantemente per non soccombere al veleno, dovrà sudare il triplo per via della forza dell’avversario.

Filotto italiano in Champions League, in questo secondo turno di fase a gironi. Con le vittorie di Inter e Napoli di mercoledì sera contro PSV Eindhoven e Liverpool, aggiunte ai successi di Juventus e Roma su Young Boys e Viktoria Plzen, si raggiunge un poker tricolore che mancava addirittura da 13 anni. 

Era il 2005, precisamente novembre, quando Juventus, Milan, Udinese e Inter riuscirono a strappare 3 punti rispettivamente a Bruges, Fenerbahce, Panathinaikos e.... Armedia Petrzalka, squadra slovacca nel frattempo fallita e attualmente risalita in Serie B locale, dopo una trafila dalla quinta serie. 

Ecco i tabellini e le formazioni di quelle partite. Per una serata all'insegna della nostalgia e dell'amarcord

 

JUVENTUS BRUGES 1-0

Cattura

 

Panathinaikos - Udinese 1-2

asd

Fenerbahce - Milan 0-4

fener

Inter - Artmedia Petrzalka 4-0

koz

Nessuno vuole essere Robin

Come mai sei venuta così, stasera, Roma? Brutta, spenta, immobile. Come mai sei venuta così Roma? Bella domanda. Mi piacerebbe dire che sei irriconoscibile, invece ti riconosco benissimo. Riconosco gli occhi di Schick all’ennesimo pallone sciupato, gli sbuffi di Dzeko al nuovo pallone perso, le urla nel deserto di De Rossi, i raptus isterici di Di Francesco.

La Roma che ieri sera ha preso tre sberle dal Real Madrid è una squadra che non riesce a fare nulla. Non corre, non segna, non crea. La Roma che ieri sera ha preso tre gol dal Real Madrid è una squadra che aveva una paura matta di subirne ancora di più.

E ne poteva prendere, visti i 658 passaggi spagnoli contro gli appena 336 romanisti, visti i 30 tiri blancos contro gli appena 4 giallorossi, viste le 8 parate decisive del suo portiere, che ha parato esattamente il doppio di Keylor Navas. E se in una sconfitta per 3-0 il migliore in campo è proprio lui, Robin Olsen, il portiere brocco, quello che giocava col Copenhagen e che, no, non poteva giocare a Roma, qualcosa vorrà dire.

Robin Olsen ieri ha salvato la sua squadra. Su Modric, su Asensio, su Bale. Ieri sera Olsen ha salvato la sua squadra come ha fatto con il Chievo in casa. Poco importa se si trattava di Giaccherini o di Benzema, i supereroi fanno questo. Anche se, ancora prima di arrivare, ti dicono che sei scarso, anche se, ancora, non sai benissimo come uscire e ad ogni pallone verso la porta tiriamo il fiato. Anche se c’è un Batman più bello, più forte, più pagato, ma che adesso sta a Liverpool. Se ti dicessi che non mi manca più Alisson ci crederesti? Robin Olsen non ha i superpoteri, ma ieri ha parato in tutti i modi possibili. Di piede, di mano, di avambraccio, di destro e di sinistro, in uscita alta, in tuffo. Con quei suoi occhi sgranati e scavati, più da vampiro che da paladino della giustizia, che cercavano un alleato, un compagno con cui combattere il male. Non c’era Kolarov, troppo brutto per essere vero, non c’era Fazio, troppo inguardabile per essere lui. C’era invece De Rossi, capitano di sventura, commovente e disperato nelle scivolate, nei recuperi, nei contrasti. C’era Zaniolo e che bello cullarsi, negli ultimi istanti prima delle 21.00, nell’idea che l’avrebbe risolta lui la partita, che l’avrebbe portata per mano lui la squadra, il diciannovenne protagonista contro la squadra più forte del mondo, l’esordio al Bernabeu dopo aver giocato solo con l’Entella.

Ancora a credere alle favole e ai supereroi. Ti sei accorta anche tu, che siamo tutti più soli? Non ci sono più nemmeno i numeri 10 e i rigori non li puoi nemmeno sbagliare perché se non arrivi in area neanche te li fischiano. Dopo ieri sera, dopo la Champions League che ci aveva fatto sognare lo scorso anno, non esistono lieti fine e superpoteri. Ci si aggrappa alla realtà, alla normalità, ai Robin. Anche se nessuno vuole esserlo.

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