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Filotto italiano in Champions League, in questo secondo turno di fase a gironi. Con le vittorie di Inter e Napoli di mercoledì sera contro PSV Eindhoven e Liverpool, aggiunte ai successi di Juventus e Roma su Young Boys e Viktoria Plzen, si raggiunge un poker tricolore che mancava addirittura da 13 anni. 

Era il 2005, precisamente novembre, quando Juventus, Milan, Udinese e Inter riuscirono a strappare 3 punti rispettivamente a Bruges, Fenerbahce, Panathinaikos e.... Armedia Petrzalka, squadra slovacca nel frattempo fallita e attualmente risalita in Serie B locale, dopo una trafila dalla quinta serie. 

Ecco i tabellini e le formazioni di quelle partite. Per una serata all'insegna della nostalgia e dell'amarcord

 

JUVENTUS BRUGES 1-0

Cattura

 

Panathinaikos - Udinese 1-2

asd

Fenerbahce - Milan 0-4

fener

Inter - Artmedia Petrzalka 4-0

koz

Nessuno vuole essere Robin

Come mai sei venuta così, stasera, Roma? Brutta, spenta, immobile. Come mai sei venuta così Roma? Bella domanda. Mi piacerebbe dire che sei irriconoscibile, invece ti riconosco benissimo. Riconosco gli occhi di Schick all’ennesimo pallone sciupato, gli sbuffi di Dzeko al nuovo pallone perso, le urla nel deserto di De Rossi, i raptus isterici di Di Francesco.

La Roma che ieri sera ha preso tre sberle dal Real Madrid è una squadra che non riesce a fare nulla. Non corre, non segna, non crea. La Roma che ieri sera ha preso tre gol dal Real Madrid è una squadra che aveva una paura matta di subirne ancora di più.

E ne poteva prendere, visti i 658 passaggi spagnoli contro gli appena 336 romanisti, visti i 30 tiri blancos contro gli appena 4 giallorossi, viste le 8 parate decisive del suo portiere, che ha parato esattamente il doppio di Keylor Navas. E se in una sconfitta per 3-0 il migliore in campo è proprio lui, Robin Olsen, il portiere brocco, quello che giocava col Copenhagen e che, no, non poteva giocare a Roma, qualcosa vorrà dire.

Robin Olsen ieri ha salvato la sua squadra. Su Modric, su Asensio, su Bale. Ieri sera Olsen ha salvato la sua squadra come ha fatto con il Chievo in casa. Poco importa se si trattava di Giaccherini o di Benzema, i supereroi fanno questo. Anche se, ancora prima di arrivare, ti dicono che sei scarso, anche se, ancora, non sai benissimo come uscire e ad ogni pallone verso la porta tiriamo il fiato. Anche se c’è un Batman più bello, più forte, più pagato, ma che adesso sta a Liverpool. Se ti dicessi che non mi manca più Alisson ci crederesti? Robin Olsen non ha i superpoteri, ma ieri ha parato in tutti i modi possibili. Di piede, di mano, di avambraccio, di destro e di sinistro, in uscita alta, in tuffo. Con quei suoi occhi sgranati e scavati, più da vampiro che da paladino della giustizia, che cercavano un alleato, un compagno con cui combattere il male. Non c’era Kolarov, troppo brutto per essere vero, non c’era Fazio, troppo inguardabile per essere lui. C’era invece De Rossi, capitano di sventura, commovente e disperato nelle scivolate, nei recuperi, nei contrasti. C’era Zaniolo e che bello cullarsi, negli ultimi istanti prima delle 21.00, nell’idea che l’avrebbe risolta lui la partita, che l’avrebbe portata per mano lui la squadra, il diciannovenne protagonista contro la squadra più forte del mondo, l’esordio al Bernabeu dopo aver giocato solo con l’Entella.

Ancora a credere alle favole e ai supereroi. Ti sei accorta anche tu, che siamo tutti più soli? Non ci sono più nemmeno i numeri 10 e i rigori non li puoi nemmeno sbagliare perché se non arrivi in area neanche te li fischiano. Dopo ieri sera, dopo la Champions League che ci aveva fatto sognare lo scorso anno, non esistono lieti fine e superpoteri. Ci si aggrappa alla realtà, alla normalità, ai Robin. Anche se nessuno vuole esserlo.

Notte di sogni, di coppe e di spettri

C'è uno spettro che si aggira su mezza Europa. È lo spettro di Antonio Conte. Lo si può sentire sussurrare nei bar di Milano, lo puoi ascoltare quasi urlare attraverso le radio della capitale.

Inter e Roma, Spalletti e Di Francesco, accomunati dal destino, dagli stessi fantasmi nell'armadio e dallo stesso, zoppicante, avvio di campionato. 4 punti per i nerazzurri, capaci di vincere solo contro il Bologna, perdere alla prima con il Sassuolo e all'ultima con il neopromosso Parma. Manovra zoppicante, gioco a tratti inesistente, giocatori chiave lontani dai loro standard normali. Brozovic e Perisic ancora devono tornare dai Mondiali che li hanno visti protagonisti con la Croazia, Handanovic si è subito esibito in una sequela imbarazzante di dubbi e incertezze tra i pali, Icardi è sempre più avulso dal gioco, Nainggolan deve ancora entrare in condizione. E Luciano Spalletti sembra non riuscire più a trasmettere idee e gioco ai suoi.

Con il Parma lo potevi vedere scrutare il vuoto davanti a sé, oppure passeggiare nervoso, fissando il basso, sul manto erboso di San Siro. Atteggiamenti e pose che conoscono bene a Roma, ma che appartengono al passato. Il presente è invece un allenatore, Eusebio Di Francesco, che continua a parlare del "mio calcio" in conferenza senza lasciarlo trasparire in campo e che ha raccolto finora 5 punti in campionato, frutto di una vittoria (fortunosa o fortemente voluta?) con il Torino e due rimonte, una eseguita contro l'Atalanta e l'altra subita contro il Chievo, entrambe in casa. E la Roma in campo sembra quella dell'inverno dell'anno scorso: confusa, isterica, priva di idee. Colpa della nuova, ennesima, rivoluzione estiva che ha portato via da Trigoria senatori e titolari? Colpa del tempo, componente necessaria per plasmare i nuovi e far apprendere il sistema di gioco?

Se è complicato trovare la causa dei problemi, facile è invece trovarne la soluzione: Antonio Conte. Licenziato dal Chelsea e pronto, anzi prontissimo, a calarsi in una nuova avventura.

Ma il calcio concede sempre una seconda possibilità per ripartire e scacciare i fantasmi. E in genere lo fa nel giro di qualche settimana, nei casi più fortunati di qualche giorno. Così quell'Inter irriconoscibile che cedeva sotto i colpi di Berardi e Dimarco si trasforma nell'Inter della garra charrua niente di meno che in Champions League, al suo ritorno contro il Tottenham, ribaltando in 5 minuti uno svantaggio che sembrava cristallizzato. E Icardi di colpo, da attaccante ai margini del gioco, ridiventa la punta rapace che tocca un pallone e lo butta in rete. E Nainggolan ritorna ninja, anche senza troppo appariscenti meriti. E Spalletti ritorna l'allenatore che tutti vorrebbero.

Via gli spettri, la nebbia, le nubi all'orizzonte. A Milano, almeno sulla sponda nerazzura, splende il sole stamattina. A Roma, o meglio a Madrid, mettono ancora pioggia. Ma ci vuole un attimo per ribaltare tutto. Per Di Francesco e i suoi basterebbe anche un punto, magari tre, certo una prestazione dignitosa contro il Real Madrid di Lopetegui e Asensio, orfano di Cristiano Ronaldo. Se sarà di nuovo estate o antipasto d'autunno lo sapremo dalle 20.45.

I 100 passi del tunnel del Marakana

"Ricordo i poliziotti che nel tunnel ci guardavano male e muovevano i manganelli in modo intimidatorio. Poi non fecero nulla di male, ma la sensazione mi restò dentro. Durante i festeggiamenti fui pure morso da un cane lupo. C’è qualcosa di diverso in quello stadio, un calore particolare che noti già nel riscaldamento. Ai miei compagni dissi che il Marakana ti fa diventare squadra e credo sia proprio così."

Alessandro Costacurta, sceso in campo al Marakana nel ritorno di Ottavi di finale della Coppa Campioni 1988-1989

Ci vogliono tre minuti per percorrere i cento passi del tunnel del Marakana, nome con cui è noto in tutto il mondo il Rajko Mitic Stadium di Belgrado. Costruito nel 1961, intitolato alla Zvezdine zvezde, la "Stella della Stella Rossa", one man club da 262 gol in 572 presenze, dal 1945 al 1958. Non è l'inferno ma poco ci manca. Il tunnel è largo appena un paio di metri e alto poco più di due e un tempo era contornato dai graffiti in cirillico, che riproducevano offese, insulti e intimidazioni.

"E’ impressionante, chi ama il calcio non può non vibrare. Tutto lo stadio è eccezionale, lì mi sentivo imbattibile. Ha un’acustica incredibile, in campionato vincemmo tutte le partite casalinghe. E spesso nel tunnel ho visto i militari in assetto da guerra.”

Walter Zenga, allenatore della Stella Rossa e campione di Serbia nel 2005-2006

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La Uefa ha obbligato la Stella Rossa ad un restyling, ma poco cambia. I giocatori del Napoli cammineranno in un tunnel fatto di colori bianchi e rossi, poi il passaggio sempre più stretto, gli scalini prima della Curva degli Eroi, quella comandata da Ivan Bogdanov.

Ma dopo il tunnel ci sarà la partita. E lì il Napoli si affida soprattutto al suo allenatore Carlo Ancelotti. Vittorioso proprio qui sia nel 1988 che nel 2006. "Se valesse il criterio del non c'è due senza tre staremmo a posto" ha detto in conferenza.

Sempre ci resterà Cavani

Gli scherzi, o meglio i giri del destino percorrono un eterno circolo vizioso che in un loop accecante condiziona i cuori. La suggestione estiva di un ritorno di Edinson Cavani a Napoli, tornata a bussare alla porta dei sogni per la seconda volta dopo l’addio del Matador nel luglio 2013, fa parte di questi giri diabolici impossibili da controllare. Nei giorni caldi dello scorso mercato, vivendo un déjà - vu di due estati prima, in tanti avevano sognato che il rientro dell’uruguaiano dalle vacanze avvenisse a Capodichino e non a Charles de Gaulle. Le intenzioni del calciatore c’erano, ma a mancare era la base di uno stipendio improponibile per le casse azzurre. Per cui, oltre all’assenza di un importante coup de théâtre le emotive corde vocali dei tifosi azzurri scioglievano lentamente in gola l’euforia di un fuoco che avrebbe avvampato il San Paolo e i dintorni. Perché il miglior bomber per percentuale realizzativa della storia del Napoli resterà tale per molto tempo. Perché le sue dichiarazioni d’amore verso la città e la squadra riecheggiano tutt’oggi fino alla cima del Vesuvio. Perché un sudamericano come lui sul Golfo si sente più a casa che nelle borghesi periferie parigine.

Eppure, le bizze del destino si sono adoperate per far sì che il ritorno del Matador a Napoli diventasse realtà. E lo hanno fatto sotto forma del più classico degli eventi diretti dalla fortuna: un sorteggio. Cavani potrà così approfittare del quarto incontro del girone di Champions League previsto per il 6 novembre prossimo per far visita ai suoi due figli partenopei Lucas e Bautista, che forse per la prima volta non sapranno per chi tifare sugli spalti del San Paolo. Il ritrovo tra lo stadio di Fuorigrotta e l’uruguaiano era avvenuto già nell’estate 2014, e nonostante la poca intensità che sprigionava l’amichevole estiva del momento una parte dei tifosi non lesinarono fischi al Matador, che non rispose e tenne botta. La prossima volta sarà diverso. Cavani guarderà negli occhi lo stadio dove è iniziata la sua trasformazione in attaccante completo, quell’assemblamento tra killer d'area di rigore e il podista che lo ha proiettato nel gotha dei bomber mondiali. E in quella serata non ci sarà spazio per il ricordo, né tantomeno per l’indulgenza. Il San Paolo vorrà vincere, e Cavani anche.

A Napoli, terra dove si guarda spesso al passato e dove non esistono le mezze misure, quella sera i tifosi saranno combattuti. Perché anche se ora è lontano, i cuori azzurri palpitano dicendo: “Sempre ci resterà Cavani”.

De Vrij non è superman

In questi giorni di fuoco per la lotta al quarto posto c'è una domanda che il mondo Lazio e non solo continua a farsi: de Vrij deve giocare contro l'Inter?

Se qualcuno mi avesse fatto questa domanda prima della partita col Crotone la mia risposta sarebbe stata un no categorico, ma la prestazione dell'olandese contro i calabresi qualche dubbio me lo ha messo. Avrà anche salvato il risultato con una respinta sulla linea a portiere battuto, ma il Crotone non è l'Inter e ci sono alcuni motivi che mi spingono a propendere ancora per il no.

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Stiamo parlando di un professionista che fino ad oggi ha sempre dimostrato di voler onorare la maglia fino alla fine, non metto in dubbio infatti la sua onestà e sono convinto che se scenderà in campo lo farà mettendoci il massimo impegno possibile. Ma il motivo principale per cui non lo farei giocare è un altro, è molto semplice e si può riassumere così: “de Vrij non è Superman”. Già, non è l'uomo d'acciaio, è un comune essere umano come tutti noi e come tutti noi sentirà una fortissima pressione, sarà in grado di gestirla?

Non è una cosa da tutti i giorni giocare una partita sapendo che se la squadra nella quale giocherai nella prossima stagione perde non andrà in Champions League e ci andrà invece la squadra che lasci perché volevi qualcosa in più dalla tua carriera. Basta un attimo di distrazione, una piccola indecisione, una scivolata in più o una in meno a fare la differenza. E poi che succede? Critiche, polemiche e una pessima conclusione per un'avventura che nonostante tutto ha portato soddisfazioni al giocatore e ai tifosi della Lazio.

Comunque sia non sta a me, e menomale che è così, ma all'allenatore decidere se varrà la pena correre questo rischio, le ultime da Fomello raccontano di un Inzaghi molto indeciso, togliendo l'olandese si priverebbe del più forte difensore che ha in rosa e probabilmente scioglierà le riserve solo a poche ore dal fischio d'inizio dopo averne discusso col calciatore.

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Resta il fatto che la colpa di questa assurda situazione non è di de Vrij o comunque non solo. Il giocatore infatti già sapeva da tempo quale sarebbe stato il suo destino, allora sarebbe il caso di cercare tra chi ha scelto di divulgare la notizia dell'ufficialità proprio a pochi giorni da Lazio – Inter, un tempismo eccezionale che non ha fatto altro che inasprire ancora di più i toni per una partita che si figurava già parecchio tesa di conto suo.

A questi miei dubbi potrà rispondere solo il campo, chissà magari Stefan segnerà il gol (o l'autogol?...) decisivo e fine della questione, oppure rimarrà in panchina, pronto a cambiare casacca a fine gara, qualunque sarà il risultato.

Per concludere, questa storia non ha fatto altro che rinforzare in me l'idea dell'Inter come di quell'amico un po' invadente che continua a chiederti cose senza mai restituirti nulla: “Ma quell'Hernanes laggiù lo usi piu?” “Ho saputo che non va molto bene col tuo Candreva, lascialo a me che ci penso io” “Senti, mi serve un difensore, non è che mi puoi regalare quel de Vrij? Tranquillo te lo lascio fino a maggio” “Ma sì, di che ti lamenti, siamo o non siamo gemellati?”...

Menti razionali

No, stavolta no. Troppo forte il Liverpool, troppo in forma Salah. Stavolta no, non ci credo. Non ci perdo neanche tempo. Troppi 5 gol subiti, troppo audace anche solo sfiorare con il pensiero il secondo miracolo in un mese.
Se per la partita d'andata Tonino Cagnucci, su Il Romanista, aveva scritto che la sensazione prima della gara di Anfield era quella di una primavera, ora sembra quella di un nuovo autunno. Fa un po' freddo stamattina, giorno d'attesa, di calcoli, di piumoni tirati di nuovo fuori e di giacchetti ancora non pronti per rientrare in armadio. E i sogni invece? Li avete già messi apposto? Chiusi in un angolo, dopo i gol di Firmino e Manè.
Dove siete, cuori resilienti? Avete ceduto il posto ad algoritmi spietati, calcoli inutili, statistiche spente. La matematica non sarà mai il mio mestiere. E stavolta è meglio non farci neanche la bocca, meglio non crederci. Per non rimanere scottati e delusi, per non cadere anche questa volta da questa cavolo di stella. Le menti algebriche, vendute al dio della ragione, del numero, fanno a gara per tenersi lontane dall'utopia. La Roma non ha mai subito gol in casa, il Liverpool non ha mai perso in Champions League, Salah ha una media di 1 gol fatto a partita, Alisson ha una percentuale di parate riuscite del 79,82%. C'è un'anima dentro questi numeri? C'è vita dietro queste cifre?
Le menti razionali non si lasciano ingannare dalla retorica. Le mura di Trigoria tappezzate di frasi innocenti e battagliere. Di Francesco che manda a casa chi non ci crede. La Curva Sud che chiama a raccolta cuori e polmoni. Monchi che dice "Mercoledì giochiamo tutti, ogni nonno, ogni padre, ogni figlio, ogni nipote", che dice "mettete i colori della Roma sui vostri balconi". Che a me sembrava un sacco come "mettete dei fiori nei vostri cannoni".
Ma basta con la retorica, con le lagne, con le litanie sentimentali. Basta con la poesia. Serve il secondo miracolo in nemmeno un mese e per i seguaci del mainagioismo spietato sarebbe veramente troppo.
A volta capita però che le menti matematiche facciano il loro mestiere: calcolano. Basta un 3-0, magari un 5-1, forse un 5-2. Giorni di numeri e grafici cartesiani, giorni di messaggi: "Ao, ma con il 4-1 passiamo noi?". Non siamo mai stati forti con i numeri, con i numeri non ci sappiamo proprio che fare.
E allora sotto questa maschera che ci siamo messi, di duri, di forti, di matematici, c'è qualcosa che ancora batte. Sotto i se, sotto i ma e pure sotto i "magari con Perotti". In un angolo di cuore, senza bidoni nè immondizia, c'è uno straccio di luce. Una briciola ancora da mangiare. Anche se tutto intorno ti dice di non crederci, anzi se sei te il primo a ricordartelo, anche se ti hanno detto parole nere come la notte e rosse come il sangue. Anzi, rosse come il Liverpool. Rosse come la scritta "C'mon Reds" appesa dagli Irriducibili a Formello. Anche se tutto ti dice di non crederci, te lo fai, perchè la ragione non sta sempre col più forte. Perchè sognare, a volte, è l'unica cosa che merita di essere fatta.
E mentre scrivo il cielo sembra inglese ma il caldo è comunque romano e ti lasci trasportare da segnali di qualsiasi tipo. Cerchi di leggere come gli aruspici in quello che ti circonda. Al diavolo i numeri, se apri per caso un dizionario e dentro vedi la scritta "masturb BATI" con il disegno della maglia del Re Leone non sarà un caso. Se al bagno del corridoio di storia, in facoltà, trovi l'adesivo "La Roma è forte e vincerà" non sarà una casualità. Se sul treno le tre signore distinte ed attempate che ti siedono accanto parlano di quanto sia quotato il 3-0, a te non frega niente che siano le sei di mattina e non ti abbiano fatto chiudere occhio. Se sulla macchina parcheggiata di fronte alla tua c'è la scritta "Salah vaffanculo" non è colpa della sabbia che è piovuta. E' un segno. Anzi, un sogno.
Abbasso l'illuminismo, la matematica, la testa. Abbasso il realismo e i suoi derivati. Abbasso i numeri, le cifre, la fredda ragione. Viva il suo sonno, anche se genera mostri. Viva il cuore, i creduloni, la fantasia, Viva i sogni. Perchè è proprio quando non ti resta nulla che sognare diventa fondamentale. Anche se vedi mostri, che oggi hanno hanno le sembianze di tre cavallette impazzite in maglia red. Fino alle 20.45 non sarà un incubo. Sarà un sogno. E poi, che sarà sarà. 
 

L’incoerenza di essere Buffon(i)

Istruzioni per l’uso: questo non è un articolo moralista. Chi sta per affrontare la lettura di questo scritto con tale stato d’animo, può anche fermarsi qui. Chi invece avrà la curiosità di leggere il mio punto di vista sul caso della settimana, si immerga a capofitto in queste poche ma forse utili righe.

Da Achille ad Ulisse, da Napoleone a Cassano, la storia e la leggenda sono piene di episodi in cui uomini, di sport o meno, hanno perso la testa. Chi per un motivo, chi per un altro, avviene in tutti noi, in un determinato momento della propria esistenza, quell’attimo, quella frazione di secondo in cui la vista si annebbia, il cervello si offusca: “l’emozione ostacola il ragionamento”, diceva Sir Arthur Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes. E la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante, se non trascende i limiti della decenza comune.

L’introduzione filosofico-emozionale serve per aprire la strada all’analisi di uno dei personaggi più controversi del mondo del calcio, quel Gianluigi Buffon che troppo spesso ha dimostrato fuori dal campo di non  essere lo stesso splendido campione che invece calca da 20 anni i campi della Serie A e dell’Europa. 

I fatti: succede che alla tua probabilissima ultima partita in Champion’s la tua squadra, ormai spacciata dopo la partita di andata, decida di farti un regalo e sfoggiare la migliore prestazione europea della sua storia in quel di Madrid. Succede che l’impresa riesce, fino al minuto 93. All’improvviso tra te e il tuo sogno si mette di mezzo un fischietto inglese, tale Michael Oliver, che commette il grave “torto” di applicare il regolamento e fischiare un rigore al Real all’ultimo sospiro del match. l’emozione ostacola il ragionamento: Buffon insegue l’arbitro, gli inveisce contro. Espulsione. Fine del sogno. Messo così, tutto questo sembrerebbe essere giustificato e giustificabile.

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Nessuno sapeva prima di averlo visto che Gianluigi Buffon stesse riservando il suo raccapricciante show per il dopo partita. Presentatosi baldanzoso alle telecamere e ai microfoni delle varie emittenti tv, Gigione nazionale proferisce queste precise parole: "Un arbitro che fischia un rigore del genere, in una partita di questo livello fra 2 grandissime squadre, dimostra di non avere la necessaria sensibilità che dovrebbe albergare in ogni essere umano. Se fischi un rigore del genere, al novantatreesimo di un Real-Juve, dimostri soltanto di avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore”. Finita qui, direte voi? Ma che! Prosegue, il Buffon: "Se non hai la necessaria capacità di arbitrare un quarto di finale di Coppa Campioni, fai spazio a qualcun altro e vai in tribuna o sul divano di casa con la tua famiglia a mangiare patatine, bere coca cola e mangiare i fruttini”.

Ora, premesso che nessuno ha fatto caso alla clamorosa pubblicità occulta che Buffon ha messo in atto (la Zuegg e i suoi fruttini ringraziano) e fuori da questa malcelata ironia, alcune domande attanagliano il mio frastornato e attonito animo: la sensibilità tirata in ballo dal campione del mondo 2006 è la stessa che pervadeva il suo cuore, in quella sera del 25 febbraio 2012, nella quale questo signore tolse dalla porta un palla di Muntari entrata di mezzo metro dicendo nel post gara che se se ne fosse accorto non avrebbe avvisato l’arbitro? Ed è sempre il sensibile Buffon quello che per difendere se stesso e Antonio Conte, due anni dopo disse, riguardo al calcio scommesse e all’eventuale combine di alcune partite che “è meglio avere 2 feriti che un morto”?.

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Mal comune, mezzo gaudio. Figli e figliastri. Proverbi secolari che dovrebbero far capire a Buffon e a tutti quelli che lo difendono che la sensibilità non può albergare nel cuore di una persona ad episodi alterni. E soprattutto a fargli capire che quando ci sono delle regole, delle norme, dei parametri da rispettare, ricorrere al luogo comune della sensibilità è squallido. Inutile. Controproducente. Il buffone Buffon. E’ così che vuoi infangare la tua carriera calcistica, caro Gigi?  Se dalle parti di Torino ti hanno insegnato che vincere è l’unica cosa che conta, sappi che saper perdere con dignità e stile, accettando il semplice utilizzo delle regole, ha lo stesso identico valore, se non superiore. Anche se hai perso il tuo sogno. Anche se sei Buffon(e).

La buca di Maspero, volume secondo

“Il fine giustifica i mezzi”. Diceva Niccolò Machiavelli, neanche troppo velato tifoso fiorentino a cavallo tra Quattro e Cinquecento.

Da tifoso viola mai avrebbe pensato che il suo motto, tra l’altro un po’ più complesso di questo ma vabbè, sarebbe stato usato e subito dagli odiati rivali bianconeri.

Usato, di recente. Proprio contro il Real Madrid di Cristiano Ronaldo. Proprio nella notte della rimonta andata a sbattere all’ultimo secondo contro un calcio di rigore. Allora, prima che il portoghese si incaricasse della battuta del tiro della vita, Stephan Licthsteiner, terzino della Juventus, va sul dischetto e tenta il tutto per tutto. Col tacco scava una buca, come si fa ancora oggi nei peggiori campi di provincia.

Ma, soprattutto, come aveva fatto un certo Maspero, proprio contro la Juve, qualche anno fa.

Era il 14 ottobre 2001 e si giocava un derby sentitissimo. La Juventus era favorita sulla carta, in campo c’erano Del Piero, Nedved, Trezeguet, Buffon. Dopo soli 25 minuti il risultato è già sul 3 a 0 per i bianconeri. La partita sembra già chiusa e i giocatori bianconeri irridono i granata con torelli in campo accompagnati dagli “olé” dei propri tifosi sugli spalti.

Si rientra negli spogliatoi e l’aria tra gli juventini sembra quella di un’amichevole estiva. Si scherza, si ride, ci si prende in giro. Questo rilassamento sarà la “fine” della Juventus quel giorno.

Infatti i granata rientrano in campo carichi e memori di una rimonta compiuta già in un derby nel 1983, quando recuperarono due reti di svantaggio, iniziano a rimontare. Siamo sul 3-2. A quel punto la Juventus, impaurita ma consapevole della forza dei suoi campioni, inizia ad attaccare e sfiora il gol.

Ma il peggio deve ancora venire e un giocatore del Torino entrato nel secondo tempo, Riccardo Maspero, sarà il giustiziere dei bianconeri. Prima trova il gol del pari inaspettato, poi succede l’impensabile.

Sono gli ultimi minuti e la Juventus attacca sempre di più, quando c’è un contatto in area granata e l’arbitro fischia un rigore dubbio a favore dei bianconeri. Si scatena il finimondo con i giocatori del Torino che protestano intorno all’arbitro e quelli della Juve che si stringono intorno a Marcelo Salas, uno che di rigori ne ha sempre battuti e realizzati.

Passano i secondi ma nessuno si accorge che del tutto indisturbato proprio Maspero, in modo furbesco, scava con le scarpe una buca sul dischetto del rigore. L’arbitro intanto conferma il rigore e Salas si prepara per la rincorsa.

E come accade nelle più belle, o più brutte, favole del calcio, Salas calciando va proprio sulla buca scavata da Maspero e spedisce il pallone in curva.

Quello di Cristiano Ronaldo, invece, è finito nel sacco. Come scava Maspero, non scava più nessuno.

 

Il sorteggio di Nyon ha definito quali saranno le due semifinali di UEFA Champions League. La Roma, dopo il passaggio del turno ai danni del Barcellona, affronterà il Liverpool.

 

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