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Siamo andati a vedere una partita di Clericus Cup

Non so da dove nasca l’esigenza di andare a vedere, di sabato mattina, la prima giornata della Clericus Cup. Sarà stata una chiamata interiore, una vocazione calcistico-religiosa, uno spostamento nella Forza. Sarà che il giorno dopo c’è Roma Napoli e l’attesa della disfatta va vissuta in un ambiente calmo, pacifico, vicino al paradiso. Ecco allora che la sveglia suona presto anche stavolta e in un attimo sono nel traffico della Capitale, che resta uguale anche nel finesettimana, in direzione Vaticano.

C’è da dire che l’alzataccia è subito ripagata dalla vista spettacolare che si apre da uno dei campi del Centro Sportivo Pio XI, in via Santa Maria Mediatrice, sulla via Aurelia. Un qualcosa di magico, anzi di mistico, con il Cuppolone che sembra un sole bianco sorgere da dietro il campo.

Arrivo a partita iniziata e subito i colori non mi piacciono. Da un lato ci sono biancoazzurri della Mater Ecclesiae, dall’altra i bianconeri della Consolatio Missionari. Due delle sedici squadre che compongono il mondiale della Chiesa, promosso dal Centro Sportivo Italiano con il patrocinio della Cei e del Vaticano. A giocare sono solo sacerdoti e seminaristi: 403 tesserati inclusi i dirigenti, solo 34 gli italiani, oltre 67 le nazionalità rappresentate: Messico e Nigeria le più rappresentate, rispettivamente con 31 e 26 atleti.

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Chiedo quali sono le squadre più forte e sugli spalti mi dicono subito il Pontificio Collegio Urbano, una sorta di Juventus della Chiesa, che ha vinto 3 delle ultime cinque edizioni. Anche se quest’anno c’è da vedersela con l’Alleanza Luso Brasiliana, nata dalla fusione del Collegio Brasiliano e quello Portoghese, e il Collegio Franco Belga, un remake delle nazionali che hanno finito al primo e al terzo posto gli ultimi Mondiali di Russia.

Se c’è una squadra, però, che attira subito le mie simpatie è quella della Sedes Sapientiae. Sarà perché l’unica delle fedelissime della Clericus Cup a non aver mai vinto il titolo, sarà per il colore delle magliette, ovviamente giallorosso, sarà per quell’aria dai mai na gioia, di nun succede ma se succede. E capisco subito che c’è qualcosa che non va quando chiedo ad un tifoso perché, di tanti colori, avessero scelto proprio quelli: “Perché sono i colori che fanno vincere”.

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Rimango scettico ma mi faccio trasportare dalla frenesia perché le tribune si riempiono e gli ultras della Sedes sono attrezzatissimi: una batteria, montata sul momento, un tamburo, una vuvuzela e un altro strumento di cui sinceramente ignoro il nome, ma che sospetto sia un gratta-formaggio. La tensione è palpabile: “Sono molto grandi fisicamente”, osserva un tifoso. Servirebbe un miracolo. Ma è meglio non dirlo.

Intanto arrivano anche i supporters dell’altra squadra, la Redemptoris Mater, squadra che ha vinto tre delle prime quattro edizioni. È la squadra con più italiani, tra cui spicca Samuel Piermarini, classe 1993, ex portiere delle giovanili della Roma che ora, dopo l’entrata in seminario, gioca in attacco. In difesa c’è Jesus, ovviamente, ma non è Juan bensì Nieves, classe 1998 colombiano. A guardarlo bene sembra Ricardo Faty, ma ovviamente è più forte.

Dall’altra parte, invece, in attacco c’è il numero 2 (e forse basterebbe questo) che risponde al nome di Anthony Bebe Guo, attaccante ghanese che ha la silhouette del Ronaldo il Fenomeno attuale. A sbloccare la partita, per i giallorossi, è però Nyamwihula, che di nome fa Deogratias, originario della Tanzania, una freccia nera che fa esplodere il settore.

Allora pensiero molto terreno percorre e scuote la mente degli ultras Sapientae: si può vincere, si può portare a casa la vittoria. Ma a pensare certe cose, si sa, si fa peccato e allora, per punizione, ecco che la Redemptoris per poco pareggia. Jerome Green, ventenne seminarista-terzino inglese, viene atterrato in area di rigore, il contatto sembra netto ma il direttore di gara lascia correre. È in questo momento che odo, distintamente, levarsi un perentorio e secco “porca pupazza ladra, arbitro fai ride!” dal settore gialloblu. E non era Padre Michael Spinetti.

Il bello di passare da un campo di Terza Categoria provinciale a quello della Clericus Cup è proprio nel vedere quanta differenza ci sia nel modo di vivere la stessa cosa, quanta più semplicità e leggerezza. E non è solo questione di parole, di arbitri, di nervosismi, di competizione o di risultati. È soprattutto questione di campo. Poco prima del primo tempo, infatti, un centrocampista della Sedes colpisce involontariamente un avversario con il gomito. Per una scena uguale, al Comunale del mio paese, si è finito con quattro squalificati, di cui uno per 2 anni, un setto nasale rotto e una partita sospesa per venti minuti. Stavolta invece no, si porge l’altra guancia e si continua a giocare. E svanisce così la possibilità di veder sventolare il famoso cartellino azzurro, quello dell’esclusione temporanea di cinque minuti, previsto dal regolamento ufficiale.

altra

La partita intanto va avanti e, incredibilmente, i giallorossi della Sedes continuano a macinare gioco. Lo fanno grazie soprattutto alle geometrie di Don Fernando Crovetto, spagnolo classe 1976 come Totti, e di Hernandez Trevino Jesus Obed, per gli amici Tito, statura di Medel e piede alla Pirlo. Sono loro che costruiscono geometrie di gioco e predicano nel deserto.  

Nel secondo tempo la storia non cambia e anzi la Sedes raddoppia grazie alla rete di Domingos Jorge, dell’Angola. È il 2 a 0. E la partita finisce così, con un terzo tempo che è una preghiera a centrocampo tutti insieme. Perché un miracolo, in fondo, è accaduto: almeno una squadra giallorossa, questo finesettimana, è riuscita a vincere una partita.

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