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La Coppa Italia la vince la Lazio

La Lazio vince la Coppa Italia, la vince nonostante un pronostico che inspiegabilmente la dava nettamente sfavorita, vittima sacrificale su un altare bergamasco, vista da mezza Italia come un ostacolo nel compimento del sogno di una provinciale che vince una coppa.

La vince Sergej Milinkovic-Savic, che finalmente riesce ad essere decisivo in una stagione in cui era rimasto troppo spesso nelle retrovie e in cui la frustrazione stava prendendo il sopravvento, il calcio dato all’avversario contro il Chievo ne è la dimostrazione.

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Milinkovic Savic finalmente decisivo, quest'anno, per la Lazio

La vince Joaquín Correa, che piano piano sta riuscendo a imporre il suo valore tecnico in una squadra che ne aveva estremamente bisogno e che fa cose che pochi in Serie A riescono a fare. Quando parte lo devono buttare o giù e non si ferma finché non trova la porta, non importa quanti avversari si trova davanti.

La vince Francesco Acerbi, che dimostra che sul campo a pagare è la serietà e la professionalità e non la prepotenza, la vince con lui un gruppo di giocatori che qualche difetto da limare ce l’ha ma che quando gioca, come sa fare, non lascia scampo a pronostici negativi.

correaCorrea, autore della rete del definitivo 2 a 0 nella finale di Coppa Italia

La vince Simone Inzaghi, che porta a casa il secondo trofeo da allenatore con la sua squadra del cuore e che riesce a mettere a tacere le critiche sempre più eccessive dopo una stagione sfortunata. La vince sul piano tattico, riuscendo a ingabbiare Ilicic e Zapata e facendo cambi giusti al momento giusto, mandando in confusione il maestro di calcio Gasperini che invece aspetta di subire gol all’ottantesimo per fare i suoi cambi.

La vince Claudio Lotito, che con la sua politica da spending review ha attirato qualche contestazione ma anche qualche risultato: è il suo quinto trofeo da Presidente, vinti in un periodo in cui nella stessa città, altri che hanno speso molto di più, sono a mani vuote da undici anni.

La vincono i tifosi, quelli veri, non quelli che si vestono da ultras per scontrarsi con la polizia prima della partita, ma quelli che hanno incitato la squadra allo stadio e da casa, che non vedevano l’ora di gioire di nuovo dopo qualche delusione di troppo.

La vince una squadra che mette in bacheca la sua settima Coppa Italia, il suo quindicesimo trofeo ufficiale, uno in più dei cugini e dietro solo alle tre grandi del nord. La vince, come diceva Pino Wilson ai nostri microfoni, in un periodo in cui si festeggia per un quarto posto, in cui c’è una squadra che vince i campionati ad aprile e in cui avere un trofeo tra le mani è sempre più difficile. La vince, è questo quello che conta.

A sentire il presidente Piero Camilli, a novembre, la Viterbese questa stagione non l’avrebbe dovuta neanche giocare. “Voglio ritirare la squadra dal campionato. Mi conoscete da un po’ di anni oramai e sapete che quello che dico faccio. Ci hanno fatto una porcata: siamo stati spediti in un girone geograficamente quasi impossibile per noi. Io non ce l’ho con la gente del sud Italia per carità, ma quello che è stato fatto alla Viterbese è un gioco sporco uscito a tavolino”.

Il presidente di Lega Pro, Gabriele Gravina, aveva spedito i laziali nel girone C, quello dell’Italia Meridionale, con Trapani, Catania, Reggina, Siracusa. La logica con cui vengono definiti i gironi è quella di creare accoppiamenti che prevedano trasferte di massimo 300 chilometri. “La Viterbese, invece, dovrà farne di 1240 chilometri con date impossibili: il 23 dicembre siamo a Rende e il 26 in campo contro la Paganese. La federazione ha perso tre mesi dietro al teatrino dei ripescaggi e alla fine ci rimette una delle poche società serie di questa categoria”.

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Piero Camilli, patron della Viterbese

69 anni, imprenditore del settore dell’industria alimentare, Piero Camilli commercia carni ovine ad Acquapendente, ultimo baluardo del Lazio verso la Maremma toscana. Prima consigliere e poi sindaco di Grotte di Castro, in quota centro-destra, è stato presidente di Grosseto e Pisa. Dal 2013 guida la Viterbese, prendendola per mano dall’Eccellenza fino ai play off, persi, per la Serie B. E ridando spessore ad una squadra dalla grande tradizione.

UN ARGENTINO IN TUSCIA

La storia del club gialloblu è simile a quella di tante altre realtà di provincia. Fallimenti e retrocessioni, mille cambi societari. Come quello che portò, negli anni 80, Omar Sivori a predicare calcio tra scorci medievali e vicoli di tufo. “Qui a Viterbo non conoscevo nessuno, solo Angelo Venanzi, un amico con il quale sono socio della Gm, una ditta di gestione mense e della quale vogliamo aprire una succursale in Argentina - raccontava ai microfoni de la Repubblica il Pallone d'Oro - Mi ha portato allo stadio, mi ha fatto vedere la squadra, io ho conosciuto la città e le antiche mura. Ho visto una provincia come Ascoli, Avellino, ricca ma senza più entusiasmo per il football, con una squadra dietro alla quale non c'era niente, nè un vivaio nè un legame con il tessuto sociale. Ho deciso che dovevo restare per creare qualcosa”.

Omar sivori
Omar Sivori, storico giocatore della Juventus, fu presidente della Viterbese nei primi anni 80

La Viterbese era retroceduta in Promozione ma riuscì subito ad essere ripescata nell’Interregionale. La gestione di Sivori parte bene ma non avrà grande seguito. Fu solo una parentesi di sogni e di speranze, di magia. “Nei giorni scorsi sono stato anche a Bomarzo, nel giardino dei mostri, mi interessava vederlo perchè uno scrittore argentino, Mujica Lainez, ne parlava in un suo libro. Strade che faccio per cercare casa. Ho visto delle zone bellissime a metà strada tra Roma e Viterbo. Cerco la campagna e una casa che sia casa, vecchia o nuova non importa. Non voglio vivere in città, non lo facevo neanche in Argentina. I paesaggi italiani sono piccoli presepi in confronto delle megapoli o delle praterie sudamericane”.

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Bomarzo, paese della Tuscia viterbese nota per il famoso Parco dei Mostri, che tanto piaceva a Sivori

E UNA DONNA IN PANCHINA

A guidare la Viterbese, nel 1997, arrivò un altro numero uno dei presidenti di calcio italiani. Quel pazzo di Luciano Gaucci, capace di portare il Perugia, con Serse Cosmi, in Coppa Uefa. Eccentrico e geniale, decise di far allenare la squadra della Città dei Papi ad una donna: Carolina Morace.

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Luciano Gaucci, presidente della Viterbese, presenta il nuovo allenatore Claudia Morace

Prima donna al mondo al mondo ad allenare una squadra professionistica di calcio” celebrava solenne Giuseppe Toti sul Corriere della Sera. “Ecco la mia Nakata” annunciava invece Luciano Gaucci. La Morace, presentata in conferenza stampa al Palazzo dell’Incoronazione di San Martino al Cimino, a chi le chiedeva se chiamarla “trainer, o mister, o mistera” rispose candida, ma decisa: “Chiamatemi Carolina”. Il 4-4-2 nella mente, il modello del Milan di Capello e della Juve di Lippi. “Il calcio è l’unico sport dove gli allenatori si improvvisano. I settori giovanili sono quasi spariti perché non esistono più gli istruttori ­– raccontava Morace -  In compenso, va in panchina l’edicolante o il macellaio, a differenza di tutte le altre discipline”. La storia finì addirittura sulle pagine dell’americano Time: “La Morace per il calcio femminile a quello che ha rappresentato Michael Jordan nel basket. Ma in Italia sembra che nessuno se ne sia reso conto. L'Italia vive di calcio, ma solo quello giocato dagli uomini”.

Il matrimonio tra Viterbese e Morace, infatti, dura poco. Precisamente cento giorni, dopo cinque partite, 3 vittorie e una sola sconfitta.

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Finisce la love story tra Morace e Viterbese. Archivio Corriere della Sera

 

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IL MIRACOLO DELLA COPPA ITALIA

Vent’anni e almeno altrettanti allenatori dopo, ecco che la Viterbese compie il miracolo. Perché nella stagione che, per Camilli, non si doveva neanche giocare, i Leoni gialloblu hanno conquistato la prima, storica, Coppa Italia di Serie C.

Un trofeo alzato al cielo contro il Monza di Berlusconi, battuto con un gol di Zivko Atanasov, difensore classe 1991 figlio di Jordanka Donkova, oro nei 100 metri ostacoli alle Olimpiadi di Seul 1988. Il capitano della squadra è Simone Sini, cresciuto nel Tor di Quinto e nella Roma, il trascinatore è un ghanese che ha il nome di un cancelliere tedesco, Ngissah Bismark, per tutti Mario, visto che è uguale a Balotelli.

ViterbeseI festeggiamenti della Viterbese dopo la finale vinta con il Monza 1 a 0, dopo la sconfitta per 2 a 1 dell'andata

Durante i festeggiamenti però la mia testa era altrove, pensavo a chi sarà il nostro avversario ai play off per la Serie B”, ha detto il presidente Camilli. Perché la Coppa Italia spalanca le porte degli spareggi, dove la Viterbese entrerà in gioco il 19 giugno. L’ultima volta, lo scorso anno, eliminò Pontedera, Carrarese e Pisa ma dovette fermarsi davanti al Sudtirol. Ora la storia sarà diversa. Perché il morale è a mille e c’è voglia di portare la Serie B a Viterbo, per la prima volta. Tra papi, noccioleti e medioevo.

I dolori del giovane Gigio

Distrutto, sconvolto, addolorato, in lacrime.

No, non stiamo tratteggiando l’immagine di un personaggio di un poeta decadentista, riassumiamo con sconcertato sgomento lo stato d’animo di Gianluigi Donnarumma, in arte Gigio, portiere rossonero di 19 anni, al triplice fischio di Juventus-Milan, finale di Coppa Italia 2017-2018 conclusasi con la roboante vittoria dei bianconeri per 4-0.

Roboante nel punteggio, non certo nella dinamica di una partita ben giocata dalla compagine milanista per 60 minuti, il cui piano partita è crollato per le topiche colossali del suo giovane estremo difensore.

Lavarsene le mani come un novello Ponzio Pilato sarebbe alquanto ingiusto e ingeneroso ma affrontare l’argomento con calma e lucidità risulta esercizio arduo. Un’impresa titanica. A mente fredda la domanda che più semplicemente sgorga dal lavoro delle nostre sinapsi è la seguente: è giusto buttare la croce addosso a Donnarumma? Gigio-Barabba o Gigio-Gesù? Contro tendenza rispetto alle opinioni attuali, la nostra risposta è  no, ma con riserva. Gigio al confine tra martire e ladrone. La nostra metafora apostolico-evangelica ci porta ad introdurre la figura di Giuda, quel Mino Raiola indispensabile chiave di volta per capire il nostro punto di vista.

Si parta dal principio: Gianluigi Donnarumma è un ragazzone di 19 anni che dall’età di 16 fa il portiere professionista in Serie A difendendo da titolare la porta del Milan. All’inizio tutto bello, la tifoseria milanista lo adotta come fosse un figlio da proteggere da qualsiasi intemperie di quel “brutto” mondo chiamato calcio. Un piccolo Gesù tra milioni di Re Magi. Quello che fin da subito stona in questo quadro idilliaco è l’incombente presenza del suo procuratore, più che un premuroso Giuseppe, una sorta di Giuda all’ennesima potenza. “Uno di voi mi tradirà”: nessuno avrebbe potuto pensare, dopo milioni di anni, che il traditore fosse un italo-olandese che parla 7 lingue di cui nessuna perfettamente corretta.

Lo scenario della consumazione del tradimento è il 2017, Anno Domini, nella quale il famoso procuratore olandese fa firmare, dopo un’estenuante tira e molla nella quale il buon Gigio si trova alternativamente nel ruolo di traditore e tradito (badate bene: la tattica è proprio quella), un rinnovo quadriennale a sei milioni di euro all’anno con annesso acquisto del fratello Antonio, che si redimerà più avanti (ma questa è una storia già raccontata). D’improvviso, al giovane Gigio viene revocata l’adozione di tutto il popolo rossonero: “prendi 6 milioni, sei destinato all’orfanotrofio del calcio”. D’improvviso, il fanciullo di Castellammare non viene più visto come un diciottenne imberbe che incarna i sogni di tutti, ma come l’avido profittatore al quale viene imputato ogni spiffero di vento in casa milanista. E siamo a oggi. Le nostre sinapsi hanno partorito un’altra semplice, forse banale, domanda: ma ne vale la pena, caro Gigio? Incassare 30 denari ed essere inviso al popolo che ti aveva innalzato a icona del nuovo corso rossonero? Piangi, caro Gigio. Lacrime amare. Un popolo sanguinante che ti ama oggi ti crocifigge come l’ultimo dei Gesù. Era questo che desideravi?

Il tempo per redimersi c’è. Abbandona il traditore olandese e riscattati moralmente. Perchè, ricordalo caro Gigio, sono i martiri che passano alla storia. Anche se hanno rinunciato a 30 denari.

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