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Senza Sabatini siete Monchi

Io sono un etrusco residuale, Pallotta un bostoniano allegro”. Così sentenziò Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma, durante la conferenza stampa che ne segnava l’addio ai colori giallorossi, il 7 ottobre 2016.

Additando tale dichiarazione come una delle cause principali della rescissione del suo contratto. L’uomo sostituito dalle macchine, l’intuito sacrificato sull’altare delle mere statistiche e dei freddi dati analitici. In una sorta di Terminator 2.0, Walter Sabatini indossa i panni del leader della resistenza, proprio come fece John Connor nell’epica filmografia con Arnold Schwarzenegger. Da quel giorno, spartiacque decisivo nella storia recentissima della Roma, sono passati quasi 2 anni e l’uomo che oggi è di “ausilio” alle macchine (e non viceversa) è Ramon Rodriguez Verdejo, in arte e per gli amici, Monchi. Il direttore sportivo spagnolo, ex Siviglia, si presenta a Roma il 24 aprile 2017 con l’intento, non troppo celato in realtà, di smantellare tutto ciò che di Sabatiniana memoria è presente ancora a Roma: tutto.

Il Re Mida delle plusvalenze, soprannome affibbiatogli in Spagna e proprio per questo ingaggiato da Pallotta (che si sa perfettamente essere più interessato ai conti che alla conta dei trofei), viene visto e accolto dai tifosi giallorossi come una sorta di liberazione rispetto alla opinabile mala gestio firmata Walter Sabatini. “Con Monchi finalmente torneremo a vincere e non si vedranno più quegli strani inciuci coi procuratori”: una cantilena. Un mantra elevato all’ennesima potenza. Forse per quella strana e paradossale voglia di estero, di esaltazione ingiustificata dello straniero, della pochissima affezione al made in italy, Monchi si ritrova col vento in poppa a condurre la sua prima campagna acquisti estiva.

Nonostante il credito generoso riservatogli, Monchi non dimentica il suo scopo, il suo fine: smantellare per raggranellare. Partono Rudiger, Paredes e Salah. Arriva Di Francesco al posto di Spalletti. Dopo aver inseguito per 2 mesi e mezzo Mahrez, vira prepotentemente su Patrick Schick pagandolo 42 milioni di euro, l’acquisto più caro della storia della Roma.

Datemi un pertugio, un buco, una tana e uno spiraglio di luce. Devo riordinare le idee e osservare meditando”. Parole e musica ancora di Walter Sabatini, che deve quindi assistere inerme alla prima rivoluzione dell’era Monchi. I risultati però danno ragione allo spagnolo: terzo posto in campionato e seconda storica semifinale di Champions. Monchi l’inattaccabile. Monchi l’ottavo nano: Gongolo. Ma Walter sa che la ruota gira e i conti torneranno. Estate 2018. Storia recente. Parte chiunque, prima Nainggolan, poi Alisson e. a mercato chiuso, Kevin Strootman, lavatrice olandese strappata al Psv dal buon Walter per 18 milioni di euro nell’estate 2013. Arrivano Cristante, Coric, Kluivert e l’esperto Nzonzi. Pellegrini viene elevato al ruolo di titolare dopo aver trascorso la stagione precedente a fare la spola tra panchina (molta) e campo (poco). La rivoluzione è terminata. Gli unici superstiti dell’era Sabatini sono Manolas e Dzeko, anch’essi però ad un passo dalla cessione nelle sessioni di mercato precedenti (emblematica a tal proposito la situazione del bosniaco, ceduto al Chelsea a gennaio 2017 e rimasto a Roma solo per volere della moglie Amra). Walter, che nel frattempo ha svolto il lavoro di coordinatore sportivo per Suning all’Inter e al Jiangsu ed oggi occupa il ruolo di direttore sportivo della Sampdoria, “ammira” tormentato e fremente le rovine della sua Roma. Ritrova l’appoggio dei tifosi, per i quali ormai Monchi è diventato il “Cassiere di Siviglia”. E se è indiscutibilmente vero che il percorso di Sabatini a Roma si è concluso con zero trofei, è altresì certo che le squadre da lui create hanno sempre ottenuto risultati che la storia della Roma ha vissuto solo per brevi parentesi. Oggi che la squadra vive l’ennesima pre-rivoluzione (Di Franesco in bilico), ci si chiede se forse non era poi così male il buon Walter, con i suoi eccessi, con le sue mille sigarette, col suo lessico aulico e affascinante e, soprattutto, col suo occhio. L’animo umano, le milioni di increspature che lo modellano, la sensibilità che lo pervade, non potrà mai essere sostituita da una macchina. Walter Sabatini è l’ultimo romantico, appartenente ad un modo di fare calcio vecchio ma mai fuori moda, vissuto sul fremito, sull’attimo fugace della giocata di questo o quel calciatore. Carpe Diem. Mi piace pensare, da scrittore disinteressato alle vicende romane, almeno dal punto di vista del tifo, che in futuro ci sarà spazio per un ritorno di Sabatini a Roma e alla Roma. Per chiudere un cerchio. O semplicemente per riprendere un percorso mai dimenticato. Nel frattempo…

Saluti da Rulettemberg!

Voce del verbo credere

Era il giugno 2016 quando l'Atalanta presentava in conferenza stampa Gian Piero Gasperini come allenatore. Le sue parole furono subito chiare e semplici: "Credo che l'obiettivo sia giustamente la salvezza, poi c’è modo e modo di ottenerla". E magari il modo già ce l'aveva in testa. Ma il Gasperini che arriva a Bergamo è un allenatore che ha qualche sassolino nella scarpa da togliersi. L'Europa raggiunta e non concessa dalla Uefa con il Genoa, l'esonero e le dimissioni nell'anno di Palermo, il licenziamento dall'Inter e il triste record di unico allenatore nerazzurro a non aver mai vinto una partita ufficiale.

Arriva a Bergamo con voglia e chiarezza, semplicità e idee. Quando però si inizia a fare sul serio arrivano le prime sconfitte. 4-3 contro la Lazio alla prima di campionato, poi vittoria col Torino, e poi sconfitte a raffica contro Sampdoria, Cagliari e Palermo. Il giorno dopo la sconfitta con i siciliani, Percassi e la dirigenza si riuniscono per decidere sulla fiducia al tecnico. Inizia la prima girandola di nomi, sondaggi, proposte. Ma la linea guida è semplice: "Proviamoci". Anzi, crediamoci.

Da lì la svolta. Arriva un 1-3 sul campo del Crotone, la vittoria corsara in casa con il Napoli, un pareggio a Firenze e un 2-1 contro l'Inter. È l'Atalanta di GagliardiniKessièConti e Gomez e chiuderà il girone d'andata al sesto posto. "Mi sembra esagerato pensare alla Champions - dice Gasperini - riguarda Juve, Napoli, Roma e forse Inter. E' chiaro che la vittoria contro il Napoli ci permette di avere delle speranze più concrete per l'Europa. Adesso siamo autorizzati a crederci".

Ci credono lui, i giocatori, i tifosi. Perchè si, la strada è lunga e in mezzo c'è anche un 7-1 contro l'Inter che avrebbe tagliato le gambe a chiunque. Ma ci sono anche un 5-0 nel derby della Lanterna e un 2-2 contro la Juventus. "L'Atalanta come il Leicester? Non credo, in Italia è molto difficile. Siamo molto felici e orgogliosi per quanto abbiamo fatto finora, ma non vogliamo caricarci di altre responsabilità".

Quarto posto in campionato, Europa in tasca. Ma l'oro che porta Gasperini è soprattutto quelle delle plusvalenze. I giocatori che ha plasmato, che ha fatto esordire, che ha modellato per il suo gioco vengono ceduti: Kessie e Conti per oltre 50mln al Milan, Gagliardini all'Inter per 22 e Caldara, oggi al Milan, già venduto alla Juventus per 15+4 di bonus. "Credo di aver realizzato un desiderio di Percassi, che sognava di ripercorrere il cosiddetto ‘modello Bilbao’, che prima di noi, in Italia, non c’era: l’Atalanta ha sempre sfornato grandi talenti, ma non ha mai impostato la prima squadra sulla crescita di questi. Ho paura che il sistema cambi, che la Dea diventi un club normale. Non sarebbe più la mia Atalanta né l’Atalanta di Percassi". Giovani e vivaio, Gasperini li conosce bene. Il padre Giuseppe, torinese di Grugliasco, operaio e poi impiegato per la Fiat, lo porta a fare un provino con i bianconeri a 9 anni. La trafila in primavera, poi solo una partita con in i grandi in Coppa Italia. “La vera forza del nostro vivaio non è solo nel numero di ragazzi in gamba, ma nel fatto che gente come Caldara, Grassi, Sportiello gioca insieme da più di dieci anni. Kessiè è cresciuto qui, Petagna arriva dal Milan e Spinazzola dalla Juventus, ma lo zoccolo duro è tutto bergamasco. Percassi, il presidente, ha giocato con questa maglia ed è bergamasco. Credo che sia più facile così, quasi naturale, allestire un buon vivaio, trasmettere il senso di appartenenza”.

Troppe cessioni però, troppo importanti quei giocatori. E poi arrivano i sorteggi dell'Europa League: Atalanta con Everton, Lione e Apollon. Troppo più forti, troppo più esperte. "Affrontiamo con fiducia e rispetto questa competizione - Gasperini è sempre calmo, semplice - Noi non abbiamo un nome così importante, ma la stagione sul campo ha detto cose vere. Abbiamo entusiasmo, dietro di noi, e una competizione su cui puntiamo molto. [...] Probabilmente i tifosi che hanno vissuto quel periodo possono fare meglio di me quei raffronti. 26 anni sono tanti, sono cambiate squadre e regole, però credo che alla fine il comune denominatore è l'entusiasmo che ci circonda".

Il resto della storia la sapete. Girone dominato, cavalcata europea stoppata, a testa alta, solo contro il Borussia Dortmund, semifinale in Coppa Italia, settimo posto in classifica. In mezzo c'è una nuova estate di smantellamenti e plusvalenze. Via CristantePetagnaKurtic, dentro ZapataPasalic e poco altro. "Il mercato è stato triste e povero, siamo in difficoltà - ha detto Gasp - Il club ha sempre saputo di cosa avevamo bisogno, ha stanziato un buon budget ma sono arrivati troppi giovani che non sono ancora pronti. Questa rosa non potrà essere competitiva in più competizioni. Se ci si aspetta di vedere una stagione come le precedenti due, allora all’Atalanta servirà un allenatore migliore".

Ha smesso di crederci? A vedere la partenza della Dea non si direbbe: 10 gol complessivi al Sarajevo e 6 all'Hapoel Haif nei preliminare di Europa League, 4 al Frosinone alla prima di campionato. E il rinnovamento vede ora protagonisti Barrow, Hateboer, Freuler e il solito Gomez. "E' il nostro Cristiano Ronaldo, è davvero importante. Quest’anno ha svolto una gran preparazione, arriva con buone motivazioni. Sta facendo cose bellissime. Lo scorso anno era meno reattivo in zona gol, ma ha fatto una buona stagione".

Ora c'è il Copenhagen, poi la Roma. A crederci c'è sempre Gasperini. E di certo non è solo.

C'è vita oltre le plusvalenze

Non c’è stato neanche il tempo di rimpiangere il campionato o guardare con malinconia l'inizio dei Mondiali in Russia. Il calciomercato della Roma è iniziato come mai prima d'ora. Tre acquisti, praticamente quattro, nella prima metà di giugno. Una partenza sprint che porta, questa volta in maniera forte e decisa, la firma di Ramon Monchi.

Trattative intavolate in inverno, concretizzate in primavera e ufficializzate quando ancora non è estate. Tutti i reparti sono stati toccati: Marcano in difesa, Coric e Cristante a centrocampo, quasi fatta per Kluivert jr in attacco. Al netto delle prossime, sicure, uscite. C'è sicuramente uno Skorupski da sostituire, Meret e Sportiello i nomi caldi ma occhio alle piste estere, e poi chissà.

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Perchè la questione, per molti, di questo avvio intenso del calciomercato giallorosso è proprio quella relativa alle cessioni. La minaccia dell'eterna rivoluzione, la spada di Damocle di bilanci e fair play finanziario. I nomi caldi, inutile dirlo, sono quelli di Alisson, Strootman, Pellegrini e Nainggolan.

Si è soffermato su questo aspetto, in settimana, Fabrizio Bocca, sul suo Bloooog! su Repubblica, parlando non solo delle cessioni, per ora solo supposte, della Roma, ma soprattutto sulla sua logica di comprare giovani, a poco, per rivenderli, a tanto. "Il calciomercato - scrive Bocca - da sogno o strumento strettamente tecnico si è trasformato in fonte di finanziamento diretto o indiretto. Fino a formare un substrato indispensabile per i club, ma anche fortemente instabile e aleatorio". La Roma americana è il classico esempio della filosofia della plusvalenza. Walter Sabatini è stato il mago di tutto questo, con un biglietto da visita che "non è: ho vinto tot scudetto, ma ho fatto guadagnare alla società tot milioni". Sacrificati sull'altare del bilancio non ci sono solo i nomi di Salah, Benatia, Pjanic, Marquinhos, Lamela e altri, ci sono, scrive sempre Bocca, titoli e vittorie. Gli acquisti di Coric, Cristante e probabilmente Kluivert jr, acquistano quindi spessore solo in ottica di futura cessione, tralasciando l'apporto che possono dare subito alla squadra.

Fortunatamente per la Roma, però, il biglietto da visita di Monchi non è solo quello dei milioni. La sua è una storia di vittorie, di trofei nazionali ed europei, di progettazioni tecniche durature.

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La linea guida di Monchi è portare forze fresche ad una squadra che troppe volte, in quest'ultima stagione, è sembrata essere priva di luce. Le vittorie con Barcellona e Shaktar, la semifinale di Champions League e il terzo posto raggiunto in campionato non devono far dimenticare quei mesi bui, tra l'inverno e l'autunno, in cui niente girava come doveva. Partite spente, pareggi inutili, prestazioni assenti. Le problematiche evidenziate erano un centrocampo che non creava e un attacco che non segnava. I giocatori finiti sulla graticola furono proprio gli spenti Strootman e Nainggolan, i troppo altalenanti Perotti ed El Shaarawy, gli inadatti Bruno Peres e Defrel. Tutti giocatori pronti, oggi, a salutare. Al loro posto diamanti grezzi e talenti giovani di cui abbiamo già imparato tutto un nuovo lessico: mettere a bilancio, ammortizzare, creare un utile, frazionare l’onere e spalmare l’ingaggio. Giocatori funzionali, le cui caratteristiche si sposano con le prerogative tattiche di Di Francesco. Tutti novelli Under che magari non vedranno nella Roma solo una tappa della loro carriera, ma per conquistarsi il futuro dovranno prima lottare per il presente.

Intanto Alisson, dall'ultima amichevole del Brasile prima dei mondiali, lancia qualche segnale: "Spero si risolva tutto prima dell'inizio del torneo, ho lasciato tutto nelle mani del mio procuratore, che sta lavorando in accordo e con il massimo rispetto per la società". La valutazione che fa la Roma è di 80-90 milioni. Anche perchè, visti gli ultimi ricavi, a Trigoria non c'è esigenza di vendere. L'unica esigenza è quella di rafforzare la squadra.

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