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Il caos oltre la siepe

Ma che bella la Serie A: Ronaldo alla Juventus, le milanesi che ricominciano a spendere e i milioni che tornano a girare. Tutto molto bello, ma basta alzare un po' il tappetto per scoprire che sotto non c'è solo un po' di polvere ma una vera e propria tempesta.

Oltre la siepe che racchiude l'oasi felice della Serie A, il sistema calcio italiano è nel caos più totale.

Come ogni estate nelle leghe minori abbiamo assistito ad una moria incontrollata di società che non sono più in grado di sostenere costi elevati senza adeguati ritorni. Ma se gli anni scorsi si era riusciti a mettere qualche pezza, quest'anno la situazione si è fatta più complicata. In Serie B, ben tre società storiche come Bari, Cesena e Avellino non sono riuscite a iscriversi e dovranno ripartire dai dilettanti, in Serie C non ce l'hanno fatta Fidelis Andria, Mestre e Reggiana, mentre il Bassano si è fuso con il Vicenza. Pronti dunque i ripescaggi: per la C ecco Cavese, Imolese e Juventus U23, la prima e finora unica squadra riserve ammessa dopo la riforma voluta dalla FIGC lo scorso anno.

Per la B invece... nessuna, niente ripescaggi. È questa la decisione a cui è giunta la Lega B dopo che la situazione si era ingarbugliata più di quanto non lo fosse. Inizialmente infatti per il ripescaggio sembravano in vantaggio Ternana, Pro Vercelli e Virtus Entella, ma una decisione del TFN, il tribunale federale, ha ribaltato tutto, annullando la norma che prevedeva l'esclusione dalle graduatorie per i ripescaggi delle squadre con provvedimenti giudiziari o finanziari a loro carico negli ultimi 3 anni.

Ecco così che sono balzate in testa Catania, Novara e Robur Siena. Le altre squadre ovviamente non sono rimaste a guardare annunciando il ricorso e così tra marce indietro e contro ricorsi la data per una decisione finale si è vista slittare fino al 7 settembre. La Lega B ha quindi deciso di sua iniziativa di sospendere i ripescaggi e stilare un calendario a 19 squadre, con il Coni che però ha avanzato più di qualche dubbio sulla liceità della decisione.

Nel frattempo anche la lega C è in attesa di scoprire se deve sostituire altre squadre o no, perciò ha rimandato l'inizio del campionato a settembre, con in vista anche un possibile sciopero dell'asso-calciatori.

Se guardiamo al calcio femminile poi la situazione non è più rosea: sebbene ci sia finalmente un deciso interesse da parte dei club maschili che stanno puntando sulle ragazze iscrivendo una loro sezione nel campionato di categoria, unito al successo della nazionale che è riuscita a qualificarsi ai Mondiali vincendo tutte le gare del proprio girone di qualificazione, al livello istituzionale è di nuovo caos. La gestione del campionato infatti è tornata alla Lega Dilettanti, dopo che negli ultimi anni era stata in mano alla FIGC, che ha presentato ricorso e anche qui il rischio sciopero è concreto.

Insomma la Serie A si appresta ad iniziare ma le fondamenta non sono così solide e senza un adeguato intervento di consolidamento l'intero palazzo rischia di crollare. In attesa di un ingegnere, godiamoci Cristiano Ronaldo e facciamo finta di niente.

Sono stati i giorni di Cristiano Ronaldo alla Juventus: 100 milioni il prezzo del cartellino, 30 milioni l’anno, per quattro anni, il suo stipendio. Un circolo virtuoso, e vizioso, pronto a scatenarsi fatto di pubblicità, magliette, diritti di immagine, traffico social. Il calciatore più forte, e più seguito, del mondo arriva in Italia.

Per molti è l’affare del secolo, più di Maradona al Napoli, più di Neymar al Paris Saint-Germain. Ma forse non come Alfredo Di Stefano al Real Madrid, una storia che intreccia politica e calcio, dittatura e libertà, soldi e passione.

Bisogna fare un passo indietro di oltre settanta anni e volare nella Spagna sconvolta dalla Guerra Civile. Madrid e Barcellona sono allora i centri nevralgici del conflitto: il potere centrale e la resistenza, la nazione contro le spinte separatiste. È il 26 gennaio del 1939 quando le forze nazionaliste entrano nella città catalana. Tra i primi soldati a varcare la soglia cittadina ce n’è uno che risponde al nome di Santiago Bernabeu. Arruolato nelle truppe franchiste, membro della Confederazione nazionale delle destre autonome, ex calciatore del Real Madrid, dalle giovanili alla prima squadra, per cui è stato capitano, allenatore e presto sarà anche presidente.

La contrapposizione tra Madrid e Barcellona è politica e culturale e non può quindi che entrare in gioco anche il mondo del calcio. Fino agli anni 50 però i blancos non sono ancora quella squadra vincente e fenomenale che conosciamo: hanno vinto solo due campionati, non hanno i più grandi calciatori del tempo e per un periodo gli viene anche sottratto l’aggettivo “Real” dalla denominazione. Serve fare qualcosa. Per questo quando in occasione della Bodas de Oro, un torneo amichevole per celebrare i 50 anni del club, a Madrid arrivano i Millionarios de Bogotà tutti restano a bocca aperta.

Di Stefano con gli scudetti spagnoli

Tra le fila dei colombiani gioca il calciatore più forte del tempo. Si chiama Alfredo Di Stefano, lo chiamano la Saeta Rubia, la freccia bionda, è argentino e sia Santiago Bernabeu, diventato presidente del Real, che Josè Samitier, segretario generale del Barcellona, decidono di comprarlo.

La mia ferma volontà quella di giocare con il Barcellona” dirà il calciatore, finito al centro di un triangolo senza uscita. Di Stefano vuole il Barcellona ma anche il Real Madrid vuole Di Stefano. Il regime di Franco, però, ha scelto la squadra della capitale come emblema della sua forza e della sua unità. Il calciatore più forte del mondo non può finire al Barcellona, nella Catalogna separatista. Neanche quando i blaugrana riescono ad aggirare l’autarchia acquistando Di Stefano con i soldi raccolti dagli esuli catalani in Argentina: 4.000.000 di pesetas.

Di Stefano scippato dal Real Madrid franchista al Barcellona separatista

Serve trovare una soluzione. Scende in campo Franco e la vicenda Di Stefano arriva fino in Consiglio dei Ministri. Si trova il cavillo, grazie ai rapporti con la Fifa: il Barcellona aveva comprato il calciatore dai Millionarios quando il vero proprietario del cartellino era il River Plate. Vengono stracciate le carte dell’affare, Di Stefano è un calciatore del Real Madrid. L’argentino guiderà i blancos alla vittoria di otto scudetti e cinque Champions League. Aveva cambiato il corso degli eventi e della storia del calcio. Di Stefano è stato l’affare, o il furto, del secolo.

 

Se a volte basta vedere lo stop, il tiro o il passaggio per capire che giocatore si ha davanti, altre bastano sole le sue parole. Cristiano Ronaldo, in una conferenza stampa di presentazione semplice e discreta, senza palleggi e bagni di folla, ha dato ancora una volta sfoggio della sua grandezza. E lo ha fatto, questa volta, con le parole.

2077 parole, tra domande e risposte, 1846 se si escludono le step words, gli articoli e le congiunzioni. E tutta la conferenza è un continuo ricorrere alla forza, alla grandezza, alla quantità: "grande" ricorre ben 12 volte ma è "molto" la parola più usata, 29 occorrenze testuali. "Molto importante" è il passo fatto nella sua carriera, "molto giovane", "molto preparato", "molto motivato" e "molto fiducioso" è il modo in cui si sente il portoghese, "molto difficile" è invece vincere la Champions. Questa la frase completa: "La Champions è molto difficile da vincere come competizione, ovviamente io spero di poter aiutare. La Juventus è arrivata molto molto vicina negli ultimi anni, non ha vinto perchè le finali sono sempre un'incognita".

La parola "Champions" ricorre addirittura 9 volte, più di "Campionato" (6) e "Coppa" (1), quasi a voler creare e ribadire una gerarchia di successi. E' questa la missione di Cristiano Ronaldo alla Juventus, portare a casa la Coppa dei Campioni, continuare a "vincere", parola che ricorre 12 volte nella conferenza, 1 ogni 165 parole. L'ossessione, il mantra, il punto fisso. E' questa la sua "sfida" (14), l'ennesima tappa importante della sua "carriera" (8): "Mi sento meravigliosamente perchè è un'altra sfida, è una sfida nuova, sarà una sfida dura, lo so, molto difficile, perchè anche giocare in Italia non è tanto facile".

L'altra nota che emerge è la centralità del calciatore, la sua precisa volontà e intransigenza. Il verbo "voglio" ricorre 7 volte, quasi sempre legato all'avverbio "sempre" (11): "Ovviamente io voglio sempre vincere", "voglio sempre essere un esempio, dentro e fuori dal campo, negli allenamenti, aiutare i giovani". La grandezza di Ronaldo, d'altronde, è sempre stata questa. Fissare l'obiettivo e superarlo, trovare sempre nuovi avversari, anche al costo di essere lui stesso il nemico da battere. Oggi l'ha detto a parole, ma presto sarà il campo a parlare. Di nuovo.

 

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Cristiano Ronaldo e la Juventus, il fattore JM

 

Sono ormai diversi giorni che circolano voci su un eventuale trattativa tra Cristiano Ronaldo e la Juventus. In questa fase del mercato ci sono tante voci su diversi giocatori, come ha dimostrato lo scambio, utopico, Icardi-Higuain, di cui si parlava intensamente un mese fa e che ora sembra essere una pista raffreddata.

Invece il nome del giocatore più forte al mondo, colui capace di spostare gli equilibri non a parole come alcuni ma con i fatti. Lo dimostrano le 5 Champions League vinte (quattro con il Real Madrid una con il Manchester United) così come sono 5 i suoi Palloni D’oro per non parlare di tutti gli altri tituli vinti dal campione di Madeira. Per cui forse un solo articolo non basterebbe.

C’è da dire che la trattativa se ci sarà e si svilupperà non sarà semplice visto che Ronaldo è un alieno e tra costo del cartellino e ingaggio si parla di cifre elevate per potersi assicurare il bomber portoghese. Nei giorni passati circolava la notizia (poi prontamente smentita dal Real Madrid) dell’abbassamento della clausola da 1 MILIARDO di euro a 120 milioni di euro. Un prezzo assolutamente abbordabile per le casse bianconere, basti pensare ai 94 milioni spesi per Gonzalo Higuain.

Il nodo su cui la trattativa si baserà è l’ingaggio perché la Juventus riuscirebbe ad arrivare a soddisfare le esigenze del portoghese solo con un dispendioso sacrificio economico. In tal senso è più probabile l’ipotesi Paris Saint Germain vista la disponibilità economica del suo presidente. E infatti le destinazioni dell’asso portoghese saranno o lo United, per una questione di cuore visti i suoi trascorsi all’Old Trafford e visto che lo United ha soldi da investire, o il Paris Saint Germain per i motivi sopra citati.

Oppure l’ipotesi Juventus svantaggiosa a livello economico ma con tante motivazioni che potrebbe offrire a Ronaldo. Per la Juventus c’è un fattore importante, il fattore JM. Jorge Mendes procuratore del portoghese con l’affare Cancelo ha ripreso i rapporti con i dirigenti bianconeri e potrebbe essere lui l’arma in più del duo Marotta-Paratici visto il suo carisma e il suo rapporto con i suoi assistiti. E se il fenomeno di Madeira arriverà a Torino, beh la Champions non sarà più un semplice sogno accarezzato e sfiorato negli ultimi anni ma una solida realtà.

La sigaretta che gli pende stanca, annoiata, dalla bocca è l’immagine stessa di Fernando Santos. “Fumare mi aiuta a pensare” dice. Calmo, composto, pacato. Non si fa prendere dall’agitazione, neppure adesso che è Campione d’Europa e può contare sul calciatore più forte, forse anche il più bravo, del mondo. “Il Portogallo, così come tutte le altre squadre del mondo, dipendono dai loro giocatori migliori. Chiedete al ct dell'Uruguay, anche lui dirà che dipendono da Cavani e Suarez. Noi dovremo giocare da squadra, se Cristiano Ronaldo sarà lasciato da solo il Portogallo perderà la partita. Anche quando ha segnato 3 gol l'ha fatto grazie al lavoro della squadra”.

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Fernando Santos, classe 59, inizia la sua carriera da giocatore nel 1971, nel Maritimo, per finirla appena tre anni dopo all’età di ventuno anni. Pensava infatti che il calcio non era la sua strada, si iscrisse all’Istituto Superiore di Ingegneria di Lisbona, dove conseguì un “barachelato”, titolo di studio simile alla laurea, in ingegneria elettrica e delle telecomunicazioni. Ma il pallone lo richiama a sé. Comincia ad allenare proprio nella squadra con la quale appese gli scarpini al chiodo, il Desportivo Estoril Praia,. Sono subito grandi successi e dopo la promozione in serie A si trasferisce nel 1998 al Porto. È la sua grande opportunità e Fernando Santos non la stecca. In 3 anni all’Estadio do Dragao vince campionato, due supercoppe, due coppe nazionali e guida la squadra fino ai quarti di finale di Champions League. Dal 2001 inizia il suo vagare tra Portogallo e Grecia: AEK Atene, Panathinaikos, Sporting Lisbona. “Ogni volta che ero in Portogallo qualcosa mi tirava indietro, verso la Grecia”. E allora di nuovo AEK Atene, Benfica, PAOK e nel 2010 la nazionale greca. Una panchina che scotta, un’eredità pesante.

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Perché lì sopra, fino a quel momento, c’era un certo Otto Rehhagel, il tedesco che aveva portato gli elleni sul tetto d’Europa nel 2004. Ai Mondiali del 2014, dopo aver buttato fuori la Costa d’Avorio di Drogba e Gervinho, dovette fermarsi contro la Costa Rica, ai calci di rigore. Agli Europei di Polonia, nel 2010, riuscì a centrare i quarti.

Innamorato dell’arte classica e della storia greca, “un popolo che sa combattere e rialzarsi”, tra Platone e Aristotele ha scelto Mourinho come modello, “il numero uno al mondo”. Sarà stato a passeggiare sull’acropoli di Atene, a fumare all’ombra del Partenone, sconvolto dall’atarassia che gli scorre nelle vene, quando arriva la chiamata dal suo Portogallo. La seleçao portuguesa aveva perso la prima partita per le qualificazioni ad Euro2016, con l’Albania.

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Il canto delle sirene era un fado di Amalia Rodrigues, il canto del popolo portoghese, fatto di saudade e lontananza. Lo richiamava a casa, per vincere. D’altronde fado prende il nome proprio da fatum, destino. Oggi, mentre fuma la sua ennesima cicca, la canzone che gli passa per la testa è semplice: “massimo rispetto per l’Uruguay, ma passiamo noi”.

Le mani di Jorge Mendes sulla Spagna

Magari i fili non si vedranno, ma stasera, quando Spagna e Portogallo scenderanno in campo per la loro prima gara dei Mondiali, il grande burattinaio Jorge Mendes avrà già fatto le sue mosse.

Ci sono le sue mani infatti sul terremoto che ha sconvolto la vigilia spagnola di Russia 2018. L'addio di Lopetegui, l'arrivo di Hierro, gli equilibri tra blancos e blaugrana nello spogliatoio della Roja. C'è sempre il suo zampino, fatto di movimenti studiati e meditati a lungo, burattini e pedine.

Tutto ha inizio con i mal di pancia di Cristiano Ronaldo, esplosi durante i festeggiamenti dell'ennesima Champions League vinta: "È stato molto bello essere al Madrid, e nei prossimi giorni darò una risposta ai tifosi, che sono sempre stati al mio fianco". Dietro c'era la corte del Paris Saint-Germain, pronto a mettere sul piatto 45 milioni a stagione per il portoghese. Jorge Mendes ha iniziato a strofinarsi le mani. Le alternative erano semplici: un addio clamoroso, e ricchissimo, direzione Francia oppure un rinnovo faraonico con il Real. In entrambi i casi avrebbe incassato.

La manovra è iniziata più di un anno fa, secondo El Pais, con Jorge Mendes che ripeteva a Lopetegui "Prima o poi ti porto a Madrid". L'allenatore spagnolo sapeva di non avere possibilità, gli sembravano solo prese in giro, bravuconadas. Ma il procuratore sportivo più potente del mondo non scherzava: "Non ti sembrava impossibile che un allenatore non aveva mai allenato in Primera Division firmasse per il Porto, allenando in Champions?". Lopetegui infatti aveva allenato, fino al 2014, solo le categorie minori della nazionale Spagnola, dall'U-19 all'U-21, e Real Castilla, la squadra B madridista.

Portare un suo uomo ai Galacticos, proprio nel momento in cui il cavallo maggiore della sua scuderia iniziava a lamentarsi, era un passaggio fondamentale, un modo per ribadire la sua leadership e sedersi al tavolo del rinnovo in maniera ancora più forte. Così quando Florentino Perez, dopo aver pensato a Massimiliano Allegri e Pochettino per sostituire Zidane, gli chiede un suggerimento, Mendes non ha dubbi. Anche il suo braccio destro Jose Angel Sanchez e il capitano Sergio Ramos spingono in quella direzione.

Mendes lo sapeva sin dall'inizio, quando nel 2016 fece firmare al suo assistito il contratto con la federazione iberica, poi rinnovato a maggio 2018 fino al 2020. Tre milioni di ingaggio e una clausola rescissoria incredibilmente bassa, appena due milioni, quando normalmente non è mai inferiore allo stipendio fisso.

Così a Krasnodar arriva lo strappo, Lopetegui comunica la sua decisione convinto di portare a termine il Mondiale, Rubiales si infuria e lo esonera. Il percorso è compiuto.

E stasera i pezzi forti della scuderia di Mendes si daranno battaglia: Cristiano Ronaldo contro De Gea, Rodrigo, Saul, Diego Costa. Quel Diego Costa sempre convocato e schierato da Lopetegui nonostante le lamentele di gran parte dello spogliatoio. Chissa se Hierro avrà il coraggio di levarlo.

Benvenuti nel regno di Zlatan

Bella la rovesciata di Cristiano Ronaldo, notevole. Ora provi a farla da 40 metri”. Firmato, Zlatan Ibrahimovic. Mentre l’intero mondo pallonaro celebra con lodi sperticate la prodezza del portoghese contro la Juventus, una rovesciata a due metri e mezzo di altezza che affossa (forse) definitivamente i sogni di gloria europei degli juventini, c’è chi dall’altra parte del globo cataloga quel gesto atletico e tecnico a mero espediente stilistico: utile e anche bello, per carità, ma non originale.

Basterebbe questo per caratterizzare in pieno l’ego e la personalità del genio di Malmoe, lui che il 14 novembre del 2012 distrusse letteralmente l’Inghilterra in amichevole, nella prima partita alla Friends Arena di Stoccolma, segnando il secondo goal della sua personale doppietta con una rovesciata, appunto, fatta a 40 metri dalla porta.

Da quel giorno sono passati 6 lunghi anni, e oggi, all’alba dei 37 anni, Zlatan Ibrahimovic ha deciso di trasferirsi ai LA Galaxy, nella Major League Soccer. “Non vi preoccupate della mia età, sono come Benjamin Button: nato vecchio, morirò giovane”. Con queste parole l’Onnipotente Ibra si è presentato all’estasiata e folta stampa americana. Ego, dicevamo. E se Cristoforo Colombo la scoprì nel 1492, Zlatan è pronto a colonizzarla, l’America. Il debutto è stato come era prevedibile aspettarselo: Ibra entra al minuto 71 del derby di Los Angeles, con i Galaxy sotto 1-3. Risultato finale, 4-3. Ibra sigla il 3-3 con una bomba dai 30 metri a scavalcare il portiere avversario e suggella la vittoria finale con un imperioso stacco di testa a sovrastare il malcapitato difensore preposto alla sua marcatura. “Volevano un po' di Zlatan, gliel’ho dato”, le dichiarazioni dello svedese a fine partita. Sfrontatezza, azzeccato sinonimo. Ripercorrere le tappe della sua immensa carriera sarebbe quasi pleonastico. Ha giocato ovunque, ha vinto ovunque.

Nel continente americano Ibra si porta in dote 33 trofei. Trentatre. Dica trentatre, direbbe un medico. Accatastati uno sull’altro, spicca l’assenza della Champion’s, competizione per lui maledetta ma che non scalfisce di una virgola e non sposta di un centimetro la prepotenza e l’incisività che Ibra ha avuto nelle squadre in cui ha militato. “Non la vivo come un’ossessione, se arriverà saranno 34, altrimenti pace”. Ibra misericordioso, perfetta metafora religiosa. Eppure, oggi che l’Europa è un ricordo vivissimo ma lontano, Ibra, novello Napoleone, ha ancora una missione da compiere: la campagna di Russia. “Ho dato l’addio alla Svezia, ma se vorrò, andrò ai mondiali”. Commissario tecnico di se stesso, Ibra l’Eterno, per chiudere alla grande una fantastica carriera. Prima della fine però, si parta dal preludio. Narra la leggenda che Dio il settimo giorno si riposò e demandò il resto allo svedese. Ibra l’Onnipotente, per nulla intimorito, prese un pallone, rese grazie a se stesso, lo gonfiò e disse: “Benvenuti nel regno di Zlatan”.

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