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Patrick Schick, una spallata alla paura

Da Roma Spal a Roma Spal, da aprile a ottobre, sono passati 425 minuti di Patrick Schick, due sole partite da titolare quest'anno (contro Milan ed Empoli), il resto solo spezzoni anonimi, o quasi. Nel mezzo ci sono solo due gol, entrambi di fila, nel finale della passata stagione, contro i ferraresi e il Chievo. Nel mezzo, però, c'è anche un precampionato fatto di gol e fiamme, di prestazioni importanti, di una forma che finalmente sembrava essere quella giusta. 


Tutta la preparazione svolta con regolarità, il ritiro pieno fatto con la squadra e il mister, i guai muscolari che finalmente sembrano passati. Eppure c'è qualcosa che ancora non va. Il Patrick Schick che scende in campo con la Roma è l'ombra di sé stesso: sfortunato e tenero, gracile, dal contributo praticamente vicino allo zero. 


Il suo score giallorosso è ancora fermo a 3 reti in 32 presenze complessive, al netto del suo costo di cartellino (il più alto nella storia della Roma, 42 milioni) è praticamente 14 milioni a gol, mentre alla Sampdoria, con appena 2 presenze in più, era arrivato a 13 marcature.


Qual è il problema di Schick? Se lo chiedono i tifosi, si interrogano a Trigoria. "Patrick ha avuto un anno meraviglioso nella sua stagione alla Sampdoria senza essere un titolare indiscutibile di quella formazione. Molte volte partiva dalla panchina - spiegava Monchi lo scorso giugno alla rivista The Tactical Sport - Quest’anno, invece, ha avuto un percorso normale. Credo che lo troveremo molto più preparato per l’anno che verrà. È un ragazzo di 21 anni e sappiamo quali sono le sue qualità. Schick è un fuoriclasse e lo dimostrerà".


Parlava di panchina, il ds giallorosso, centrando quello che per molti era il vero nodo della questione. Troppo basso il minutaggio per il giovane ceco, troppo pressante il dualismo con il mostro sacro Edin Dzeko. Eppure la panchina non sembra essere un problema. Prendete la partita di Nations League di sabato scorso, tra Slovacchia e Repubblica Ceca. Schick è ancora in panchina, entra al 73esimo, al posto di quel Michael Krmencik attaccante del Viktoria Plzen battuto dalla Roma in Champions League. Gli bastano appena 3 minuti per beccare il cross di Dockal, anticipare Skriniar, mettere il pallone nel sacco e regalare la vittoria alla sua nazionale.
Basta poco per sbloccarsi. Serve un gol per stracciare freni e paure di un giocatore che quando scende in campo sembra portarsi dietro il fardello del contratto, delle aspettative, delle eredità. Sta a Di Francesco aiutarlo a liberarsi.

E il ciclo che attende la Roma potrebbe forse giocare a suo favore: in un mese i giallorossi dovranno vedersela contro Spal, Napoli, Fiorentina e Sampdoria in campionato, mentre in Champions League saranno impegnati nella doppia sfida contro il CSKA Mosca. Per fare bottino servono tutte le forze possibili, specie quelle ancora non liberate.

L'ora di Luca

"Gioca Luca Pellegrini, sarà titolare all’esordio. Kolarov non sarà nemmeno tra i convocati, oggi non camminava nemmeno". È stato chiaro e diretto il mister Eusebio Di Francesco in conferenza stampa. Dopo quelle manciate di minuti contro Frosinone e Viktoria Plzen, ma soprattutto dopo un precampionato vissuto con l'acceleratore abbassato, è arrivato il momento del terzino romano.

L'investitura ufficiale era arrivata poco più di una settimana fa, nella sfida contro i ciociari. Pellegrini entra, Kolarov viene spostato in mediana e si confeziona così un gol che è quasi una parabola tra presente e futuro, tra i veterani e le giovani leve. Assist del bambino, cannonata in porta del vecchietto. E delle parole, sussurrate all'orecchio: "Devi giocare sempre".

Stasera toccherà proprio a lui e sarà l'esordio da titolare in Serie A. "Le sensazioni all'esordio non si possono spiegare, sono tante emozioni che ti avvolgono e rivelano la persona che sei. Sono molto, moltissimo felice. So quanto ho lavorato per arrivarci".

Quanto ha lavorato, quanto ha faticato e quanto ha sofferto. Due infortuni letali nel giro di pochi mesi. Il legamento crociato a luglio 2017, 140 giorni ai box, poi al rientro frattura della rotula, per un altro calvario di quattro mesi. Luca Pellegrini non ha mai smesso di lavorare e di crederci. In fondo gli infortuni possono essere anche una fortuna. Fortificano, ti maturano, ti creano possibilità. Come quando giocava nella Tor Tre Teste, con mister Mastropietro. Aveva iniziato con le gare di nuoto, da cui ha preso il fisico piazzato e le spalle larghe, poi il pallone con la Cinecittà Bettini. Quando a Trigoria si sparge la voce di questo ragazzo, Luca Pellegrini gioca trequartista o esterno alto e nell'ultimo campionato ha messo a segno 30 gol. Bruno Conti e Roberto Muzzi organizzano una spedizione per osservarlo da vicino. Quel giorno però mancano molti suoi compagni di squadra, Luca viene spostato terzino sinistro. E crea il panico. I modelli sono Gareth Bale e Paolo Maldini, anche se lui dice di ispirarsi a Marcelo. Con le giovanili della Roma vince due scudetti, Giovanissimi e Allievi Nazionali, unico giallorosso insieme a Mirko Antonucci ad aver vinto due finali così con la stessa maglia.

In Primavera, a dire la verità, non gioca praticamente mai tra infortuni e convocazioni in prima. Ma è il destino dei forti, dei predestinati. Lo stesso che l'ha portato a rifiutare tutte le offerte arrivate da mezza Europa. In origine fu il Reading, poi l'AZ Alkmaar, il Monaco, il Manchester City, il Liverpool e il PSV Eindhoven, la Juventus e la Fiorentina. Luca Pellegrini ha detto sempre di no e, grazie alle manovre del suo procuratore, Raiola, è riuscito a strappare alla Roma un contratto a cifre record: 800.000€ a stagione fino al 2022.

E stasera, ad Empoli, arriva il momento di farsi vedere davvero.

Una persona nuova

Ci sono partite che valgono più dei tre punti e della posta in gioco, più di una vittoria o di un passaggio turno. Ci sono partite che possono segnare una svolta, farti prendere una rivincita, rigenerarti. E questo derby cos’è?

Dimmi, cos’è?

La partita di sabato pomeriggio, due giorni dopo Natale, è una doccia fresca, una pioggia estiva dopo mesi di siccità e di magra, una tramontana che spazza via le nubi più scure. Può essere la partita della rinascita per una Roma forte, ma che ancora non sa di esserlo, rimasta incagliata tra le rimonte di Chievo e gli schiaffi di Bologna. La partita di sabato può essere quella che riconsegna ai suoi tifosi una squadra nuova, nuovi giocatori.

Che ci fai vivere e sentire ancora una persona nuova. 

È una persona nuova Lorenzo Pellegrini, l’eroe di un derby che neanche avrebbe dovuto giocare. Era stato tra i peggiori di questo avvio di campionato, era finito sulla graticola per le prestazioni scialbe delle ultime apparizioni. Guardatelo ora, spavaldo e fiero, astuzia e core, a recuperare e a spaccare. A segnare dando le spalle alla Curva Nord, senza guardarli, nella stessa porta dove Javier Pastore, per ben due volte, aveva segnato allo stesso modo. Colpo di tacco, stile giallorosso. Guardatelo come corre fino al limite dell’area per prendere la punizione del 2-1. Guardatelo come accarezza in testa a Fazio il pallone del 3-1. Lorenzo da Roma est, quarto figlio di Roma a segnare nel derby dopo Francesco, Daniele e Alessandro.

È una persona nuova quell’Aleksandar Kolarov che sbatte in porta la palla velenosa dell’ex. Al minuto settantuno. Un raggio di sole sessant’anni dopo Arne “Raggio di luna” Selmosson, l’unico, fino a ieri, a segnare nel derby con entrambe le maglie. Un novello Mosè, come fu Vucinic, che squarcia acque e barriere. Gente diversa venuta dall’Est, diceva che in fondo era uguale. No, non è uguale neanche per niente.

È una persona nuova Federico Fazio, l’emblema forse di questa Roma incompiuta e incomprensibile. Lento, confuso, in ritardo. Aveva consegnato a Immobile la palla del pari. Sembrava la disfatta, la spazza Fazio. Poi di nuovo la rinascita, la redenzione, sotto forma di una capocciata letale sotto l’incrocio.

È una persona nuova Davide Santon, che non giocava due partite in quattro giorni da anni. L’acquisto più bistrattato, fischiato ancora prima di scendere in campo, bollato già all’aeroporto. Una prestazione da incorniciare, di denti stretti e fitte alla milza. E forse, in fondo, è una persona nuova anche chi ha avuto il coraggio di metterlo in campo. Eusebio Di Francesco ha fatto le sue scelte: ha rinnegato il dogma del 4-3-3 per aprirsi al 4-2-3-1, ha mascherato Pellegrini trequartista, ha messo la difesa a 3 quando c’era da difendere. E ha vinto. Ha vinto la Roma.

E adesso il mister ha un patrimonio da difendere. La squadra forse non è guarita, l’amalgama forse è ancora tutta da trovare. Ma dal derby di questo 29 settembre in cui io non pensavo a te esce fuori una squadra unita, grintosa, decisa. Fatta di uomini e di persone. Nuove.

Senza Sabatini siete Monchi

Io sono un etrusco residuale, Pallotta un bostoniano allegro”. Così sentenziò Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma, durante la conferenza stampa che ne segnava l’addio ai colori giallorossi, il 7 ottobre 2016.

Additando tale dichiarazione come una delle cause principali della rescissione del suo contratto. L’uomo sostituito dalle macchine, l’intuito sacrificato sull’altare delle mere statistiche e dei freddi dati analitici. In una sorta di Terminator 2.0, Walter Sabatini indossa i panni del leader della resistenza, proprio come fece John Connor nell’epica filmografia con Arnold Schwarzenegger. Da quel giorno, spartiacque decisivo nella storia recentissima della Roma, sono passati quasi 2 anni e l’uomo che oggi è di “ausilio” alle macchine (e non viceversa) è Ramon Rodriguez Verdejo, in arte e per gli amici, Monchi. Il direttore sportivo spagnolo, ex Siviglia, si presenta a Roma il 24 aprile 2017 con l’intento, non troppo celato in realtà, di smantellare tutto ciò che di Sabatiniana memoria è presente ancora a Roma: tutto.

Il Re Mida delle plusvalenze, soprannome affibbiatogli in Spagna e proprio per questo ingaggiato da Pallotta (che si sa perfettamente essere più interessato ai conti che alla conta dei trofei), viene visto e accolto dai tifosi giallorossi come una sorta di liberazione rispetto alla opinabile mala gestio firmata Walter Sabatini. “Con Monchi finalmente torneremo a vincere e non si vedranno più quegli strani inciuci coi procuratori”: una cantilena. Un mantra elevato all’ennesima potenza. Forse per quella strana e paradossale voglia di estero, di esaltazione ingiustificata dello straniero, della pochissima affezione al made in italy, Monchi si ritrova col vento in poppa a condurre la sua prima campagna acquisti estiva.

Nonostante il credito generoso riservatogli, Monchi non dimentica il suo scopo, il suo fine: smantellare per raggranellare. Partono Rudiger, Paredes e Salah. Arriva Di Francesco al posto di Spalletti. Dopo aver inseguito per 2 mesi e mezzo Mahrez, vira prepotentemente su Patrick Schick pagandolo 42 milioni di euro, l’acquisto più caro della storia della Roma.

Datemi un pertugio, un buco, una tana e uno spiraglio di luce. Devo riordinare le idee e osservare meditando”. Parole e musica ancora di Walter Sabatini, che deve quindi assistere inerme alla prima rivoluzione dell’era Monchi. I risultati però danno ragione allo spagnolo: terzo posto in campionato e seconda storica semifinale di Champions. Monchi l’inattaccabile. Monchi l’ottavo nano: Gongolo. Ma Walter sa che la ruota gira e i conti torneranno. Estate 2018. Storia recente. Parte chiunque, prima Nainggolan, poi Alisson e. a mercato chiuso, Kevin Strootman, lavatrice olandese strappata al Psv dal buon Walter per 18 milioni di euro nell’estate 2013. Arrivano Cristante, Coric, Kluivert e l’esperto Nzonzi. Pellegrini viene elevato al ruolo di titolare dopo aver trascorso la stagione precedente a fare la spola tra panchina (molta) e campo (poco). La rivoluzione è terminata. Gli unici superstiti dell’era Sabatini sono Manolas e Dzeko, anch’essi però ad un passo dalla cessione nelle sessioni di mercato precedenti (emblematica a tal proposito la situazione del bosniaco, ceduto al Chelsea a gennaio 2017 e rimasto a Roma solo per volere della moglie Amra). Walter, che nel frattempo ha svolto il lavoro di coordinatore sportivo per Suning all’Inter e al Jiangsu ed oggi occupa il ruolo di direttore sportivo della Sampdoria, “ammira” tormentato e fremente le rovine della sua Roma. Ritrova l’appoggio dei tifosi, per i quali ormai Monchi è diventato il “Cassiere di Siviglia”. E se è indiscutibilmente vero che il percorso di Sabatini a Roma si è concluso con zero trofei, è altresì certo che le squadre da lui create hanno sempre ottenuto risultati che la storia della Roma ha vissuto solo per brevi parentesi. Oggi che la squadra vive l’ennesima pre-rivoluzione (Di Franesco in bilico), ci si chiede se forse non era poi così male il buon Walter, con i suoi eccessi, con le sue mille sigarette, col suo lessico aulico e affascinante e, soprattutto, col suo occhio. L’animo umano, le milioni di increspature che lo modellano, la sensibilità che lo pervade, non potrà mai essere sostituita da una macchina. Walter Sabatini è l’ultimo romantico, appartenente ad un modo di fare calcio vecchio ma mai fuori moda, vissuto sul fremito, sull’attimo fugace della giocata di questo o quel calciatore. Carpe Diem. Mi piace pensare, da scrittore disinteressato alle vicende romane, almeno dal punto di vista del tifo, che in futuro ci sarà spazio per un ritorno di Sabatini a Roma e alla Roma. Per chiudere un cerchio. O semplicemente per riprendere un percorso mai dimenticato. Nel frattempo…

Saluti da Rulettemberg!

Nessuno vuole essere Robin

Come mai sei venuta così, stasera, Roma? Brutta, spenta, immobile. Come mai sei venuta così Roma? Bella domanda. Mi piacerebbe dire che sei irriconoscibile, invece ti riconosco benissimo. Riconosco gli occhi di Schick all’ennesimo pallone sciupato, gli sbuffi di Dzeko al nuovo pallone perso, le urla nel deserto di De Rossi, i raptus isterici di Di Francesco.

La Roma che ieri sera ha preso tre sberle dal Real Madrid è una squadra che non riesce a fare nulla. Non corre, non segna, non crea. La Roma che ieri sera ha preso tre gol dal Real Madrid è una squadra che aveva una paura matta di subirne ancora di più.

E ne poteva prendere, visti i 658 passaggi spagnoli contro gli appena 336 romanisti, visti i 30 tiri blancos contro gli appena 4 giallorossi, viste le 8 parate decisive del suo portiere, che ha parato esattamente il doppio di Keylor Navas. E se in una sconfitta per 3-0 il migliore in campo è proprio lui, Robin Olsen, il portiere brocco, quello che giocava col Copenhagen e che, no, non poteva giocare a Roma, qualcosa vorrà dire.

Robin Olsen ieri ha salvato la sua squadra. Su Modric, su Asensio, su Bale. Ieri sera Olsen ha salvato la sua squadra come ha fatto con il Chievo in casa. Poco importa se si trattava di Giaccherini o di Benzema, i supereroi fanno questo. Anche se, ancora prima di arrivare, ti dicono che sei scarso, anche se, ancora, non sai benissimo come uscire e ad ogni pallone verso la porta tiriamo il fiato. Anche se c’è un Batman più bello, più forte, più pagato, ma che adesso sta a Liverpool. Se ti dicessi che non mi manca più Alisson ci crederesti? Robin Olsen non ha i superpoteri, ma ieri ha parato in tutti i modi possibili. Di piede, di mano, di avambraccio, di destro e di sinistro, in uscita alta, in tuffo. Con quei suoi occhi sgranati e scavati, più da vampiro che da paladino della giustizia, che cercavano un alleato, un compagno con cui combattere il male. Non c’era Kolarov, troppo brutto per essere vero, non c’era Fazio, troppo inguardabile per essere lui. C’era invece De Rossi, capitano di sventura, commovente e disperato nelle scivolate, nei recuperi, nei contrasti. C’era Zaniolo e che bello cullarsi, negli ultimi istanti prima delle 21.00, nell’idea che l’avrebbe risolta lui la partita, che l’avrebbe portata per mano lui la squadra, il diciannovenne protagonista contro la squadra più forte del mondo, l’esordio al Bernabeu dopo aver giocato solo con l’Entella.

Ancora a credere alle favole e ai supereroi. Ti sei accorta anche tu, che siamo tutti più soli? Non ci sono più nemmeno i numeri 10 e i rigori non li puoi nemmeno sbagliare perché se non arrivi in area neanche te li fischiano. Dopo ieri sera, dopo la Champions League che ci aveva fatto sognare lo scorso anno, non esistono lieti fine e superpoteri. Ci si aggrappa alla realtà, alla normalità, ai Robin. Anche se nessuno vuole esserlo.

Notte di sogni, di coppe e di spettri

C'è uno spettro che si aggira su mezza Europa. È lo spettro di Antonio Conte. Lo si può sentire sussurrare nei bar di Milano, lo puoi ascoltare quasi urlare attraverso le radio della capitale.

Inter e Roma, Spalletti e Di Francesco, accomunati dal destino, dagli stessi fantasmi nell'armadio e dallo stesso, zoppicante, avvio di campionato. 4 punti per i nerazzurri, capaci di vincere solo contro il Bologna, perdere alla prima con il Sassuolo e all'ultima con il neopromosso Parma. Manovra zoppicante, gioco a tratti inesistente, giocatori chiave lontani dai loro standard normali. Brozovic e Perisic ancora devono tornare dai Mondiali che li hanno visti protagonisti con la Croazia, Handanovic si è subito esibito in una sequela imbarazzante di dubbi e incertezze tra i pali, Icardi è sempre più avulso dal gioco, Nainggolan deve ancora entrare in condizione. E Luciano Spalletti sembra non riuscire più a trasmettere idee e gioco ai suoi.

Con il Parma lo potevi vedere scrutare il vuoto davanti a sé, oppure passeggiare nervoso, fissando il basso, sul manto erboso di San Siro. Atteggiamenti e pose che conoscono bene a Roma, ma che appartengono al passato. Il presente è invece un allenatore, Eusebio Di Francesco, che continua a parlare del "mio calcio" in conferenza senza lasciarlo trasparire in campo e che ha raccolto finora 5 punti in campionato, frutto di una vittoria (fortunosa o fortemente voluta?) con il Torino e due rimonte, una eseguita contro l'Atalanta e l'altra subita contro il Chievo, entrambe in casa. E la Roma in campo sembra quella dell'inverno dell'anno scorso: confusa, isterica, priva di idee. Colpa della nuova, ennesima, rivoluzione estiva che ha portato via da Trigoria senatori e titolari? Colpa del tempo, componente necessaria per plasmare i nuovi e far apprendere il sistema di gioco?

Se è complicato trovare la causa dei problemi, facile è invece trovarne la soluzione: Antonio Conte. Licenziato dal Chelsea e pronto, anzi prontissimo, a calarsi in una nuova avventura.

Ma il calcio concede sempre una seconda possibilità per ripartire e scacciare i fantasmi. E in genere lo fa nel giro di qualche settimana, nei casi più fortunati di qualche giorno. Così quell'Inter irriconoscibile che cedeva sotto i colpi di Berardi e Dimarco si trasforma nell'Inter della garra charrua niente di meno che in Champions League, al suo ritorno contro il Tottenham, ribaltando in 5 minuti uno svantaggio che sembrava cristallizzato. E Icardi di colpo, da attaccante ai margini del gioco, ridiventa la punta rapace che tocca un pallone e lo butta in rete. E Nainggolan ritorna ninja, anche senza troppo appariscenti meriti. E Spalletti ritorna l'allenatore che tutti vorrebbero.

Via gli spettri, la nebbia, le nubi all'orizzonte. A Milano, almeno sulla sponda nerazzura, splende il sole stamattina. A Roma, o meglio a Madrid, mettono ancora pioggia. Ma ci vuole un attimo per ribaltare tutto. Per Di Francesco e i suoi basterebbe anche un punto, magari tre, certo una prestazione dignitosa contro il Real Madrid di Lopetegui e Asensio, orfano di Cristiano Ronaldo. Se sarà di nuovo estate o antipasto d'autunno lo sapremo dalle 20.45.

Vacanze da incubo

I ritorni sono sempre traumatici. Specie se dopo una disfatta mondiale, come successo a Fazio e all'Argentina. Specie se dopo una stagione giocata con l'acceleratore abbassato, come quella di Kolarov. Serve tempo a fisici possenti ed età importanti. E i due difensori romanisti hanno saltato, dopo gli impegni russi con le loro nazionali, tutta la prima parte di preparazione, quella di Trigoria, aggregandosi al gruppo solo negli States. "L'Atalanta nel primo tempo ha evidenziato questo ma non ho visto solo loro due poco brillanti - spiega Di Francesco in conferenza stampa proprio rispondendo ad una domanda su Fazio e Kolarov - Neanche Manolas è stato il giocatore che conosciamo ma è normale che chi abbia fatto il mondiale sia in ritardo di preparazione. Siamo solo alla seconda giornata. Sarebbe preoccupante se fossimo già in forma perfetta".

E la tournè non ha certo aiutato. Allenamenti frastagliati, prove importanti contro top club, continui cambi di sede "Può togliere qualcosa - ha risposto il mister - ma noi siamo stati fortunati perché abbiamo lavorato bene. Forse ci è mancata qualche partita in più". Non il posto migliore per riprendere lo smalto giusto e presentarsi all'inizio della stagione tirati a lucido. E le prime due partite ne sono la dimostrazione, drammatica e imbarazzante.

Basta prendere in analisi la prestazione contro l'Atalanta di Federico Fazio, protagonista in negativo in tutti i gol degli orobici. Nel primo, quello del tap-in di Pessina, si limita a guardare il marcatore che resta da solo al centro dell'area per ribadire in rete. Nel secondo, il primo di Rigoni, vede scorrere la palla a pochi metri da lui, senza accennare un minimo tentativo di intercettazione. Nel terzo, si fa portare a spasso ancora dall'argentino ex Zenit, uscendo e rientrando dalla linea, con passo svogliato e in netto ritardo. La condizione negativa del Comandante è ben esemplificata dal dato dei contrasti riusciti. Lo scorso anno la sua media era di 1.6 a partita, il quarto migliore di tutta la rosa, mentre in queste prime due partite è ancora rimasto a 0, statistica incredibile per un giocatore che fa del fisico una delle sue doti migliori. Un dato in calo anche per quanto riguarda Kolarov, terzo lo scorso anno per contrasti, e ad oggi con 1 solo tentativo riuscito nei primi 180'.

Più emblematico è il discorso relativo alla costruzione di gioco. La stagione 2017-18 si era chiusa, per quanto riguarda la trama di passaggi, con un podio fatto da De Rossi (58.5 a partita, 49.5 riusciti), Fazio (58.4, di cui 49.6 riusciti) e Kolarov (56.8 passaggi, 46.1 riusciti). Basandoci sulle partite contro Torino e Atalanta, il numero 16 giallorosso è rimasto al primo posto, con una media di oltre 60 passaggi a partita, mentre sia l'argentino che il serbo sono retrocessi nella graduatoria. Fazio è terzo, con 51 passaggi (di cui solo 4 lunghi riusciti) mentre Kolarov è addirittura sesto, con 41.5 passaggi a partita, la maggior parte dei quali tutti nella metà campo romanista.

Passaggi Kolarov vsAtalanta

Passaggi effettuati da Kolarov nella partita contro l'Atalanta

È inoltre curioso sottolineare come, almeno in questo avvio di stagione, il fulcro del gioco romanista sia passato dalla fascia sinistra, sede della regia distaccata la passata annata, a quella destra, dove Florenzi è in seconda posizione per numero di passaggi effettuati: 83 contro il Torino, meglio addirittura di De Rossi (59) e 64 contro l'Atalanta.

Nella confusa costruzione di gioco, dimostrata soprattutto contro gli uomini di Gasperini, c'è un altro dato poi da tenere d'occhio. Quello delle spazzate. La media dello scorso anno di Fazio era di 4.6 a partita, ad oggi invece è di 7, il più alto tra i romanisti, un vertice raggiunto solo da Elio Capradossi nell'unica partita, contro il Cagliari, lo scorso anno.

Spazzate Fazio vsAtalanta

Spazzate di Fazio contro l'Atalanta

Numeri e statistiche che delineano un avvio difficile, in cui la forma fisica e mentale ancora manca. Arriverà, certamente, ma forse per adesso è meglio cambiare. Per questo Di Francesco potrebbe scegliere Marcano venerdì sera contro il Milan. In attesa che i cardini della sua difesa tornino agli standard della passata stagione.

Di Francesco, Pastore e il nuovo 4-te-3 (o 4-2-3-1)

Eusebio Di Francesco lancia il quattro-te-tre, nuovo modulo di riferimento della nuova AS Roma targata Javier Pastore. Passateci il neologismo e prendetelo con un sorriso. In passato è stato usato il termine "4-2-fantasia", utile forse a nascondere difficoltà tecniche e gestionali dell'allore allenatore Leonardo più che a dare un nome o una forma a un modulo; qualcuno ha abusato del concetto di falso nove, altri applicano interessanti distinzioni tra il 4-3-3 e il 4-3-2-1. Fra i milioni di luoghi comuni utilizzati quotidianamente per raccontare il nostro calcio vale la pena pescarne uno: non conta il modulo presente sulle distinte, ma il concetto di gioco. In riferimento al 4-3-3 di Eusebio Di Francesco, allenatore tacciato fino alla scorsa stagione di integralismo tattico (qualcuno ancora ne è convinto), siamo di fronte a una verità assoluta. Durante la scorsa stagione la Roma è spesso scesa in campo con un 4-3-3 "fluido", tale in realtà soltanto in partenza. Abbiamo visto i giocatori della Roma passare dalla difesa a 3 a quella a 5, abbiamo visto i centrocampisti disporsi sulla mediana a 3 e poco dopo a 2, lasciando la mezzala di turno l'onere e l'onore di andare a cercare la gloria personale. E' un fatto noto: la partita più esaltante e importante della scorsa stagione la Roma l'ha giocata e l'ha vinta giocando in un 3-4-2-1 (o 3-4-1-2, anche se Schick era più vicino a Dzeko che a Florenzi).

Sulla scia della scorsa stagione e degli ottimi risultati ottenuti grazie alle modifiche tattiche apportate da mr. Di Francesco, quest'anno la Roma per la prima stagione ha indossato un abito tutto nuovo: 4-2-3-1. Certo, qualcuno potrà dire: "ma come, da giorni non si parla d'altro se non delle difficoltà incontrate da Pastore nel ruolo di interno di centrocampo a tre"; certo, si può rispondere a questa osservazione, questo lo dice chi, probabilmente, la partita se l'è fatta raccontare. I più attenti hanno notato fin da subito, dalle prime azioni manovrate dal basso dalla Roma, come il "Flaco" scendesse spesso sulla linea di El Shaarawy e Under, alle spalle di Edin Dzeko. Spesso a vuoto, perché i centrocampisti e i terzini continuavano a giocare come da diktat DiFranceschiano: uscire con i triangoli terzino-interno-ala. E' successo spesso durante Torino-Roma, con Pastore a chiamare il pallone alle spalle del numero 9. Non è successo abbastanza spesso, sicuramente non quanto volesse il mister della Roma. Il calcio di Mazzarri permette pochi fronzoli agli avversari, soprattutto quando Belotti e compagni sono in fase difensiva. Centrocampo a 5 stretto e all'insegna della densità (e infatti la Roma ha perso contrasti e palloni), soprattutto dopo i primi minuti di gioco, con ogni probabilità applicando una contromisura alla nuova proposta della Roma. Prima di andare a studiare le nuove idee di Di Francesco, facciamo un tuffo nel nome del "nuovo" modulo. 

Il modulo di riferimento è ovviamente il 4-3-3, secondo molti allenatori e studiosi del calcio il modulo perfetto per coprire il campo nel miglior modo possibile e il miglior modulo per attaccare e difendere di concerto. L'unità di intenti, la partecipazione attiva alla manovra e attenzione sono termini chiave per questo tipo di calcio. In particolar modo se i giocatori si muovono agli ordini di Eusebio Di Francesco, il quale è noto per chiedere alla propria squadra di giocare corta, attenta alle distanze tra reparti e al tempo stesso di essere aggressiva in fase di non possesso. Pressing alto e offensivo: i primi difensori sono gli attaccanti, chiamati a disturbare e possibilmente intercettare la costruzione di gioco della difesa avversaria. Molti gol della scorsa stagione sono nati da questo pressing e lo stesso stava accadendo domenica pomeriggio, soprattutto quando nel secondo tempo De Rossi ha recuperato palla, l'ha data a Kluivert che dopo due dribbling e due tocchi ha messo in porta Pastore. Proprio di lui si parlava, Javier Pastore. L'argentino sarà l'uomo fondamentale della nuova Roma, secondo alcuni il giocatore che deciderà le sorti della stagione 2018/2019. Senza alcun dubbio il giocatore con più qualità in rosa, come ammesso dallo stesso Monchi. Qualità sconfinata, tanto da far venire voglia a Di Francesco di lavorare sul modulo di cui sopra: il 4-te-3. No, non si gioca in otto, semplicemente il focus è su Pastore, evidentemente chiamato a differenziare la propria prestazione da quella dei suoi numerosi e bravi compagni di reparto.

L'ex giocatore del PSG ha alle spalle numerose partite giocate da centrocampista, proprio nella squadra dei campioni di Francia. Ha giocato ala sinistra, trequartista e interno di centrocampo in una linea a tre. Negli anni scorsi ci ha giocato e lo ha fatto anche bene, potendo sfruttare le sue grandi qualità atletiche ma anche tecnica e visione di gioco. Ovviamente è stata una delle prime domande poste dai giornalisti sportivi della capitale: "Puoi giocare nel 4-3-3?", la domanda. "Ci ho già giocato, so farlo e ho già parlato con il mister", la risposta. Tutto chiaro, ma tutto risolto? No, ovviamente no. E questo fatto può stupire solo i meno attenti, perché chi segue la Roma da vicino e conosce un po' l'ambiente, sa benissimo come una volta individuato un argomento, difficilmente si potranno fornire prove e ragioni sufficienti per mettere tutti d'accordo. Una volta caduta la goccia, l'acqua comincia ad agitarsi e non c'è modo di farla calmare. Solo il tempo può farlo. Con grande fatica è stato così per il ruolo di Florenzi, per la caratura di Edin Dzeko, per il fatto che Fazio potesse giocare a quattro e via dicendo. Il nuovo tormentone è senza alcun dubbio il ruolo di Javier Pastore, "che non può giocare mezzala". Nonostante ci abbia già giocato, come detto, ma questo conta poco o nulla. Per carità, il dubbio è legittimo, ma come al solito a Roma le cose scappano sempre di mano. Soltanto il numero 27 potrà risolvere l'ennesimo problema insormontabile della piazza giallorossa. Come? Giocando, bene, anche se la prima gara ufficiale l'ha giocata in un altro ruolo, fondamentalmente il suo ruolo naturale. 

Ma andiamo a vedere nel dettaglio, così da poter fare chiarezza sul nuovo modulo della Roma. 

pastoretorinoroma

(Immagine Opta, da ASRoma.com)

Pastore è praticamente alle spalle di Edin Dzeko, giocando così in posizione di trequartista. E' rimasto in campo quasi per l'intero match, quindi è un minutaggio discreto in cui andare a vedere la posizione media occupata in campo. E' sorprendente vedere questa immagine e lo è per diversi motivi. Il primo dei quali è senz'altro legato alle polemiche precedenti e successive al match di Torino: perché si parla delle sue difficoltà nel ruolo di interno se nella prima gara ufficiale non ha giocato lì? Sembrerebbe quasi si voglia fare polemica e non ci si voglia affidare ai dati reali. Ma sicuramente non è così, chi mai sarebbe interessato a voler creare una polemica senza reali motivazioni? Un altro dei motivi: la scorsa stagione la Roma non presentava quasi mai un giocatore con posizione media da trequartista, soprattutto non in un 4-2-3-1 chiaro ed evidente come quello di domenica. Roma 1-3 Inter, per esempio: le posizioni medie davano come risultato un 4-3-3 puro, con Strootman e Nainggolan larghi rispetto a De Rossi. Stessa cosa in Inter 1-1 Roma della scorsa stagione, gara di ritorno: Strootman playmaker, Pellegrini e Nainggolan più alti e più larghi. Se due indizi fanno una prova, figuriamoci tre: Roma 2-1 Lazio, derby di andata della scorsa stagione, anche qui il playmaker (De Rossi) in posizione bassa e centrale, i due interni più alti e larghi. Quest'anno la Roma si è presentata in maniera differente, con una modifica evidente al piano di gioco. 

E' chiaro, è troppo presto per aspettarsi che la difesa vada a cercare Pastore nella posizione di trequartista più che a cercare le solite catene esterne. La speranza è che questa domanda venga posta al mister, ma sarebbe interessante capire se questo 4-2-3-1 (o per giocare tra di noi 4-te-3) potrà essere schierato anche con Cristante al posto di Pastore o se invece senza l'argentino si tornerà al 4-3-3 fluido a cui ci siamo abituati. Tante polemiche sulla posizione di Nainggolan la scorsa stagione, ma mai il mister aveva deciso di cambiare in maniera così netta il modulo di gioco. Per il belga non valeva la pena, per Pastore sì, evidentemente, vista la sua grande qualità e la sua capacità di giocare a testa alta. Non v'è dubbio sul fatto che gli attaccanti potranno godere di filtranti e giocate sopraffine. Domenica non è mancata la quantità, tanto è vero che come sottolineato da "Il Romanista" questa mattina il 27 è il giocatore che ha corso più di tutti, bensì la qualità. E non può che essere un problema di lucidità. Sarebbe stato un problema se fossero mancate applicazione e attenzione agli schemi (mentre sono balzate agli occhi di tutti alcuni suoi ripiegamenti difensivi), ma fortunatamente è mancata "solo" la qualità e questo è soltanto un caso fortuito, vista la storia di Javier Pastore.

Nessuno rimarrebbe stupito se a fine stagione l'argentino risultasse essere uno dei più impiegati da Di Francesco, da qui la scelta del mister abruzzese di intervenire sugli schemi della squadra. Una volta che Pastore e i compagni saranno entrati in sintonia e saranno in grado di trovarsi sul campo nelle "nuove" posizioni e seguendo i nuovi compiti individuali, ne trarrà vantaggio l'intera squadra per i motivi che andiamo a spiegare. Più di ogni altro ne trarrà beneficio Edin Dzeko, ormai e finalmente eroe romanista, il quale avrà la possibilità di non dover giocare per forza spalle alla porta, perché in quella posizione ci sarà Pastore: il bosniaco potenzialmente potrebbe percorrere meno km e potrebbe dover svolgere meno lavoro per la squadra, concentrandosi così soltanto ad attaccare gli spazi e la porta. I due mediani (o tre, nel caso si giocasse a due punte, com'è avvenuto per qualche minuto contro il Torino dopo la sostituzione di El Shaarawy) dovranno recuperare il pallone sì, ma potranno lasciare l'onere di rifinire la giocata al 27 della Roma, chiamato quindi a giocare da numero 10. Questo è un punto da non sottovalutare, perché la scorsa stagione la Roma ha perso moltissime occasioni per andare a segnare proprio per la scarsa qualità mostrata dai centrocampisti nell'ultimo passaggio. La soluzione al problema sembrerebbe avere un nome e un cognome, quello di Javier Pastore. Posto che, fortunatamente per i tifosi della Roma, mister Di Francesco potrà contare sulla qualità di molti nuovi giocatori (vedi Justin Kluivert), ma questa è tutta un'altra storia. Ora non resta che vedere quale e che tipo di evoluzione avrà il nuovo modulo della Roma, già lunedì sera contro l'Atalanta. 

Un destro a destra

Sabato scorso, prima di Torino Roma, stavo preparando un pezzo sulla rosa dei giallorossi e sul suo calciomercato. Nomi e numeri, statistiche e formazioni. 12 acquisti, quasi 130 milioni spesi, terza in Europa per giro complessivo d’affari. Giovani, scommesse, calciatori esperti. Con un grande punto interrogativo: l’esterno destro d’attacco.

La lacuna che dura due anni, la richiesta fissa e ripetitiva di Di Francesco. Il mancino a destra. L’anno scorso doveva essere Mahrez, quest’anno il prescelto era Malcom. Trattative lunghe, estenuanti, assurde. Finite nella stessa maniera negativa. “Prenderemo un calciatore più forte del brasiliano” aveva assicurato Monchi, per poi virare su Nzonzi, su un’altra zona del campo e su altre problematiche.

E l’attacco? Scorrono in ripetizione i nomi di Bailey, di Suso, di Marlos, di Cornet. Alla fine niente. Non arriva nessuno.

Mercato incompleto, allenatore insoddisfatto, Roma meno forte.

Era questo il succo di un articolo che per fortuna non ho scritto. Perché domenica pomeriggio un diciannovenne venuto dall’Olanda ha spiegato a me, e a tutti, in appena venti minuti, quello che per un’estate intera non avevamo capito, quello che Monchi e Di Francesco ripetevano come un mantra e a noi sembrava una copertura. La Roma è forte, ampia e profonda. Con evidenti e, sempre uguali, difetti. Risolvibili.

Il gol, pazzesco, di Edin Dzeko arriva da un cross dalla destra, di destro, del nuovo esterno mancino. Una cosa talmente normale da diventare assurda. A destra si può giocare anche così, si può vincere anche così.

Cengiz Under ci aveva provato per oltre un’ora a puntare l’uomo, a rientrare sul sinistro, a pungere. Ma il Torino di Mazzarri era organizzato e composto, aveva previsto e arginato la tattica di Di Francesco, menando e immolandosi quando serviva. L’ingresso di Kluivert ha sballato tutti i calcoli e le geometrie. Ha iniziato a destra, poi con l’uscita di Pastore è stato dirottato sulla sinistra. Da lì, il talento ex Ajax si è andato a cercare il suo campo, il suo spazio vitale. Un doppio goniometro in mezzo al campo: prima la circumnavigazione dell’area di rigore, poi la parabola dal fondo fino al piede sinistro del Cigno di Sarajevo. Dribbling e freschezza, doppi passi e velocità. Nuove soluzioni tattiche, nuove frecce nella faretra romanista. Come sono stati gli ingressi di Cristante e Schick, come saranno gli inserimenti di Nzonzi e Marcano e i ritorni di Perotti e Pellegrini.

Magari senza Alisson e Nainggolan non è una Roma più forte, ma sicuramente è più completa. Ora spetta a Di Francesco plasmarla e ai suoi giocatori lasciarsi modellare. Per crescere insieme.

La lenta crescita di Steven Nzonzi

Innanzitutto il nome: Steven Nzonzi si scrive senza apostrofo. Ed è lui il nome scelto da Monchi per rinforzare la mediana e dimenticare l'affare Malcom. Scelto per la seconda volta, dopo quella del 2015, quando lo portò a Siviglia per 10 milioni dopo 120 partite e 7 gol in Premier League con la maglia dello Stoke City.

Il coronamento di un percorso di crescita lento e tardivo, iniziato tra i campi di Parigi e i centri di formazione federali: "Ciascuno ha il suo percorso, io sono arrivato alla maturità più tardi".

Nato a Colombes il 15 dicembre 1988, madre francese e padre congolese, di Kinshaha, Nzonzi inizia a giocare con il Racing Club de France 92 per poi passare alle giovanili del Paris Saint-Germain, con il mito di Jay Jay Okocha. Qui lo nota Franck Sale, che lo ricorda come "uno spillo", troppo magro, troppo leggero per giocare in campionato, come quello provinciale parigino, "dove c'era tanto agonismo e tanta fisicità e lui non aveva il potenziale atletico per continuare". Franck Sale lo tira "fuori dalla trappola": prende un quattordicenne rachitico, in ritardo di crescita, abbandonato dal PSG, per farlo diventare un calciatore.

Approda al CA Lisieux, dove inizia il nuovo capitolo della sua storia. "Era alto appena 1.50m, era obbligato quindi a giocare d'anticipo, a usare la testa. E se tecnicamente era già molto dotato, aveva invece dei problemi dal punto di vista fisico. Era veramente un profilo atipico" spiega ancora Sale.

Appena un anno dopo si sposta al Caen, dove diventa il rimpianto del suo allenatore Franck Dechaume: "Steven aveva delle potenzialità ma non era un gran lavoratore, mentre lui rimaneva uguale gli altri si staccavano, crescevano e miglioravano. Ci siamo posti allora una domanda, valeva la pena puntare su di lui? Voleva diventare veramente un professionista? Penso che farsi questa domanda sia servito anche a lui". Durante il suo anno a Caen infatti Nzonzi prende 30 cm ma si infortuna regolarmente. "Stava perdendo molto dal punto di vista della motricità - spiega Philippe Tranchant - ma aveva una grande tecnica e tanta intelligenza.  Ci è mancata pazienza con lui". Perchè dopo la stagione al Caen e quella al Beauvais, per Nzonzi arriva l'Amiens, il primo contratto professionistico e la sua definitiva esplosione.d

Risultati immagini per nzonzi

I sei anni in Premier League, tra Blackburn Rovers e Stoke City, hanno plasmato il suo fisico longilineo e il suo metodo di gioco sui ritmi inglesi. La Liga spagnola, e soprattutto la mano di Unai Emery, lo ha invece reso polivalente, completo e regolare, rendendo disciplinato il suo senso tattico. Centrocampista box to box, efficace in difesa come in attacco, dove sa far valere i suoi centimetri e la sua botta da fuori.

Per questo Didier Deschamps ha deciso di portarlo in Russia, lasciando a casa il prodigio Rabiot. E' stata la controfigura di N'Golo Kantè, soprattutto nella finale contro la Croazia, quando ha preso il suo posto piazzandosi davanti alla difesa, recuperando palloni e smistandoli prudentemente.

E da campione del mondo è pronto a sbarcare a Roma, dopo 136 presenze e 8 gol con la maglia del Siviglia. I giallorossi hanno offerto 25 milioni alla dirigenza spagnola, forti dell'accordo con calciatore (curiosamente in vacanza a Boston, seconda tappa del tour americano della Roma) e suo entourage. Manca solo la cessione di un altro francese, Gonalons, per andare a dama. E per riabbracciare Monchi per la seconda volta.

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