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Di Roma, di giri immensi e di amori che finiscono

Questa sera non chiamarmi, no stasera devo uscire ...
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Cosa può fare Schick nei 4 minuti in cui aspetta ...

85 palloni giocati su 329 minuti in cui è rimasto ...

In loop

Insomma non eri te Eusè. Non eri te quello giusto. Anche se ora resti qui, sorridi al 95esimo, anche se di rabbia, resisti, anche se solo per un altro po'. Fiducia a tempo, per vedere se le cose, quasi per magia, si risolvono da sole, ma ormai viviamo da separati in casa. Poi te ne andrai, come fanno tutti, prenderai le tue cose, il tuo 4-3-3, le tue verticalizzazioni, gli esterni di piede invertito, l'azione che parte dal basso. E saluterai. Avanti un altro. Ma non è questo il problema.

Once upon a time I was falling in love, but now I’m only falling apart.

Te lo ricordi il Boemo? Te lo ricordi sì, dicevano che eri zemaniano, anche se quest'anno il tuo miglior marcatore è un terzino sinistro (che ha segnato 1 solo gol su azione). Beh pure col Boemo ho preso una tranvata. Una di quelle cotte assurde, che durano un attimo ma te ti vedi già in abito da sposo, magari è solo una botta e via ma te ci stai sotto. Zemanlandia, lo spettacolo al potere, 4-3-3 sbrocco pe te, all'attacco vai / in difesa mai / non ti fermerai. Fu ancora una volta il Cagliari, ancora una volta segnò Sau. C'erano Goicoechea e Piris, Dodò e Tachtsidis. Sembra passato un secolo. Perché ora ci sono Nzonzi, Kluivert e Schick, campioni del Mondo e campioni del futuro. Ma il presente è uguale al passato. Il sogno non s'avvera quasi mai.

Te lo ricordi il francese? Per dieci giornate consecutive a pensare che fosse veramente quello giusto. La chiesa al centro del villaggio, gli uomini Rudi, i gol solo nel secondo tempo. Del pelato neanche te lo dico, perché già sai tutto.

Punto di non ritorno, partita assurda, giocatori inadatti, allenatore da cacciare, squadra in ritiro. Così, a ripetizione, un'anaciclosi giallorossa, un eterno ritorno romanista. In loop. Roma Cagliari, il 26 maggio, Lo Spezia in Coppa Italia. E poi rifondazioni estive, giovani promettenti, uomini duri, nuovi amori. Mi ricordo che quando sei arrivato a Roma mi scrissero "Sarà il vostro Conte". E sotto sotto c'ho creduto, sotto sotto c'ho sperato.

Turn around. Girati, guarda chi hai sotto. L’Empoli di Iachini, la Sampdoria di Defrel. Ti ritrovi a pari punti con Scozzarella e Gagliolo, Berisha e Palomino. Stai sotto a Djidji e Rincon, Correa e Wallace. Con Atalanta, Chievo, Spal, Bologna, Udinese e Cagliari la Roma ha fatto solo 3 punti su 18.

È più facile lasciarsi che continuare insieme. È più facile mandare via a te che undici calciatori, se non di più. E già lo so come andrà a finire. Come quando arriva il messaggio dell’ex che ti scrive “come stai?”. Te ci ricaschi. E se sull’anteprima di whatsapp leggessi Vincenzino, non saprei come prenderla. Ci ricascherei, lo so, l’Aeroplanino, i derby e tutto quello che vuoi. Ma, come sempre, non sarà per sempre.

E chissà, magari a Boston capiranno, magari nella testa spagnola qualcosa scatterà. And I need you now tonight, and I need you more than ever. Non ho bisogno di portoghesi bianconeri o di francesi fermi da due anni, le scappatelle estere non mi hanno mai attratto e con la Francia mi sono già scottato. La soluzione a tutto porta lo stesso cognome del Presidente del Consiglio, sta in causa con una squadra mezza biancoazzurra e, soprattutto odia la Juventus. Anche se per ora l’avversario è il Torino. Forever's gonna start tonight.

Di Roma, di giri immensi e di amori che finiscono

Questa sera non chiamarmi, no stasera devo uscire con lui. Lo sai non è possibile. Io lo vorrei ma poi, mi viene voglia di piangere.

Non guardarmi così, è inutile. A che serve ricordarsi? A che serve immaginare? A niente. Cosa rimane delle parole dette, delle rincorse tentate, delle notti magiche, dei secondi posti? Cosa rimane dei salti mancati, dei treni persi, delle occasioni buttate? Niente. Anche di te, alla fine cosa rimane? Numeri grigi, spenti, statistiche utili per i paragoni e i bilanci. Cosa rimane degli amori che non finiscono fanno dei giri immensi e poi ritornano? Niente.

Allora è inutile pensarci ancora, stare qui a fantasticare sui se, sui ma, su quello che poteva essere, non è stato e non sarà.

Su Salah che resta, su Alisson che rinnova, su Pallotta che si indebita e compra il fenomeno, sulla Roma finalmente pronta per lo Scudetto. Sognare non costa nulla, ma illudersi sì. "Solo l'amare, solo il conoscere conta, non l'aver amato, non l'aver conosciuto". E allora basta così e non pensiamoci più. Non mi cercare e io proverò a non pensarti. Non mi fomenterò e non mi farò illusioni. Io quando ti vedo, ormai, cambio strada, mi giro dall’altra parte, spengo la televisione. Spero che, mi auguro di cuore che, non ci incontreremo mai più. Però ogni tanto capita, e ci ripensi. Quanto siete belli insieme, i palloni toccati da Icardi, la garra charrua, il terzo posto, Milano. Ma scommetto che non può dirti, tutto quello che ti dico io. Quanto stai bene in cappotto, tutto elegante, tutto tirato a lucido. A me, però, piacevi anche con la tuta.

Però.

Ora però c'è lui e allora forza Eusebio. Per quanto ancora poco. Ora, al posto di Radja, c’è Bryan, e allora forza Bryan. Ora, e chissà per quanto tempo ancora, ci sarà Cencio, e allora forza pure Cencio. E così per Kostas, Daniele, Javier, Ramon, Lorenzo, Aleksandar, Federico, Robin e gli altri. A tutti uno schiaffo e una carezza, rigorosamente in quest'ordine. Domani si vedrà.

Cosa resterà del petto gonfio dopo la notte di Stamford Bridge o delle farfalle nello stomaco dopo il Barcellona? Niente. Anche di te, cosa rimane alla fine? Un posto sullo scaffale dei bei ricordi forse, un capitolo negli almanacchi e un nome negli archivi, un centinaio di battute utili per riempire la rubrica "succede oggi", qualcosa a cui pensare ogni tanto con un sorriso amaro di rabbia, delusione e amore. Ma solo l'amare conta, non l'aver amato. E quando pure Eusebio se ne sarà andato e con lui il biondo Karsdorp, nel cassetto insieme ad Abel Xavier e Iturbe, e con lui Cengiz Under, nel cassetto della plusvalenza, conterà di nuovo solo l'amare. Un eterno presente, hic et nunc, un "che sarà sarà" senza fine. E rimarranno i sogni senza tempo, la maglia che, diceva l'Ingegnere, trattiene il sudore, rimarrà la Roma. E rimarranno quelli che, sempre e per sempre, dalla stessa parte, li troverai. Anche se di calcio non ci capiscono niente.

Ma d’amore, ci puoi giurare, d’amore sì.

 

85 palloni giocati su 329 minuti in cui è rimasto in campo. Questo il dato, sconcertante, che ieri, sul numero tre di Rudi, Valerio Albensi metteva in luce su Patrick Schick. Un giocatore isolato, dalla tecnica sopraffina e dalle qualità indubbie ma che a Roma non ha ancora trovato la giusta carica e, forse, la giusta posizione. Se il titolare Edin Dzeko gioca, tira e gestisce più palloni, 1 ogni 2 minuti e mezzo, l'ex attaccante della Sampdoria ne tocca 1 ogni 4 minuti.

Un tempo infinitamente lungo, in una partita di calcio, che può fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta.

Ecco, in quei 4 minuti in cui attende di toccare un nuovo pallone, Patrick Schick cosa potrebbe fare? E, soprattutto, cosa sono riusciuti a fare, in giro per il mondo, in appena 4 minuti?

1 Ripetere il monologo di Al Pacino in Ogni Maledetta domenica

2 Preparare una coppetta di tiramisù
Per tenere occupato il difensore che lo marca, magari. Per ogni coppetta prendere tre biscotti (scegliete voi se pavesini o savoiardi), mezzo barattolo di yogurt bianco dolce, una tazza di caffè. Poi alternare biscotti, caffè e yogurt e completare con del cacao amaro in polvere. Tempo di preparazione? Bastano 3-4 minuti.

3 Guardare il video dei 26 gol di Edin Dzeko dello scorso anno 
Basta andare su youtube, aprire il link  e prendere appunti.

4 Ridisegnare le strisce al centro di una carregiata
Come ha fatto lo stradino di Sondrio, qualche anno fa. 4 minuti per una strada nuova, da segnalare a Virginia Raggi.

5 Vedere cosa è successo nell'ultima puntata di X Factor 

6 Prendere 3 gol dal Salisburgo
Come successo ai cugini della Lazio lo scorso aprile: 72' Haidara, 74' Hwang, 76' Lainer. 4-1 risultato finale.

7 Provare a battere il record di Kosmic in SuperMario.
Tale Kosmic è riusciuto a rompere il record di Darbian (4 minuti e 56 secondi) per un livello di Super Mario Bros 

8 Risolvere 53 cubi di Rubik
Seguendo il ritmo di Feliks Zemdegs, ragazzo australiano di 22 anni capace di risolverne uno in 4,5 secondi.

9 Segnare 3 gol
Come riuscì a fare Lewandowski contro il Wolfsburg oppure Anastasi in Juventus Lazio. 

10 Cantare tutta "Grazie Roma"
4 minuti di Antonello Venditti. 

Magica Roma

 

Domenica 12 settembre 1965, Roma SPAL all'Olimpico. Losi, Da Silva e Francesconi in campo, Pugliese sulla panchina. Risultato: 0-2 per i ferraresi, reti di Muzio e Massei. Dopo quasi ventimila giorni, dopo tre fallimenti biancocelesti e una risalita dagli inferi, ecco la magia. Roma SPAL di nuovo 0-2, reti di Petagna e Bonifazi. La squadra emiliana non vinceva in trasferta con due gol di scarto da cinquantatre anni, sempre la Roma davanti.

E inutile dire che per Kevin Bonifazi, difensore reatino classe 1996, quella contro i giallorossi era anche la prima rete in assoluto in Serie A. Stessa magia riuscita neppure un mese prima a Bologna, contro una squadra fino a quel momento a secco di gol, contro un centravanti, Federico Santander, che ancora non aveva mai segnato in Italia. Come Emiliano Rigoni, 0 minuti in Serie A prima della doppietta con la maglia dell'Atalanta all'Olimpico.

Nel mezzo di questi incantesimi e sortilegi, c'è la vittoria nel derby, 3-1 contro una Lazio lanciatissima, in piena striscia di vittorie consecutive. Come se non bastasse, dopo la stregoneria della SPAL, ecco la vittoria per 3-0 contro il CSKA Mosca, in Champions League. La settima vittoria consecutiva, tra le mura amiche, in Europa, contro una squadra che nel turno prima aveva mandato a casa a mani vuote niente di meno che il Real Madrid.

La Roma bella de notte, Regina di coppe, grande con le grandi e altri mille, banalissimi, titoli. Roma magica, cenerentola e principessa senza soluzione di continuità, zucca e carrozza, protagonista e controfigura. Come Edin Dzeko, che sbaglia tutto quello che c'è da sbagliare contro la SPAL e che diventa il capocannoniere della Champions League con la doppietta contro i russi.

Cosa c’è che non va tra di noi, Roma? Perché non possiamo avere una storia tranquilla, normale come tutte le altre coppie? Guarda che belli questa Juve e questo Ronaldo, alla terza vittoria di fila in Europa, in testa alla classifica da imbattuti. Guarda quanto sono fichi l'Inter e Spalletti, la garra charrua, i palloni toccati da Icardi e i gol al novantesimo. Non possiamo essere come gli altri? Vincere quando si deve vincere, perdere quando si può anche perdere, pareggiare ogni tanto. Te la immagini una stagione normale? Senza Giuseppe Cozzolino a segnare (1 gol in Serie A, con la maglia del Lecce), senza Vlada Avramov a fare i fenomeni, senza retrocesse che vengono a fare le padrone di casa. Un anno tranquillo, senza sbalzi d'umore. With no alarms and no surprises. A forza di stare con te e provare a capirti siamo diventati allenatori e direttori sportivi, psicologi e osteopati, tatuatori e aruspici, storici e fisioterapisti. A correre dietro ai dolori di Pastore, ai sorrisi di Schick, alle parole di Di Francesco.

La squadra più bipolare del mondo. Ecco cosa sei. Capace di perdere 2-0 in casa contro la Fiorentina e dopo tre giorni farne 3 al Barcellona di Messi. Capace di fare figure barbine in giro per l'Italia per poi estrarre dal cilindro la prestazione della vita. Il marzo scorso, prima di Napoli Roma 2-4, i giallorossi le avevano prese in casa da Milan, Sampdoria e Atalanta, rischiando di perdere contro il Sassuolo e venendo raggiunti dall'Inter al 86esimo con Vecino. Poi la magia: rimonta, doppietta di Dzeko e nuovo ciclo di vittorie.

Alterna, discontinua, instabile, irregolare, mutevole, variabile, magica Roma. Trascinati, rapiti dalle montagne russe di sensazioni. Di grandi ottimismi e tristi depressioni, di tabelle per lo scudetto e scontri salvezza, di vittorie schiaccianti e sconfitte inimmaginabili.

Domenica sera, contro il Napoli, tra la normalità e la sorpresa allora è meglio non scegliere. Tanto lo sai, sarebbe inutile. Fai te.

Patrick Schick, una spallata alla paura

Da Roma Spal a Roma Spal, da aprile a ottobre, sono passati 425 minuti di Patrick Schick, due sole partite da titolare quest'anno (contro Milan ed Empoli), il resto solo spezzoni anonimi, o quasi. Nel mezzo ci sono solo due gol, entrambi di fila, nel finale della passata stagione, contro i ferraresi e il Chievo. Nel mezzo, però, c'è anche un precampionato fatto di gol e fiamme, di prestazioni importanti, di una forma che finalmente sembrava essere quella giusta. 


Tutta la preparazione svolta con regolarità, il ritiro pieno fatto con la squadra e il mister, i guai muscolari che finalmente sembrano passati. Eppure c'è qualcosa che ancora non va. Il Patrick Schick che scende in campo con la Roma è l'ombra di sé stesso: sfortunato e tenero, gracile, dal contributo praticamente vicino allo zero. 


Il suo score giallorosso è ancora fermo a 3 reti in 32 presenze complessive, al netto del suo costo di cartellino (il più alto nella storia della Roma, 42 milioni) è praticamente 14 milioni a gol, mentre alla Sampdoria, con appena 2 presenze in più, era arrivato a 13 marcature.


Qual è il problema di Schick? Se lo chiedono i tifosi, si interrogano a Trigoria. "Patrick ha avuto un anno meraviglioso nella sua stagione alla Sampdoria senza essere un titolare indiscutibile di quella formazione. Molte volte partiva dalla panchina - spiegava Monchi lo scorso giugno alla rivista The Tactical Sport - Quest’anno, invece, ha avuto un percorso normale. Credo che lo troveremo molto più preparato per l’anno che verrà. È un ragazzo di 21 anni e sappiamo quali sono le sue qualità. Schick è un fuoriclasse e lo dimostrerà".


Parlava di panchina, il ds giallorosso, centrando quello che per molti era il vero nodo della questione. Troppo basso il minutaggio per il giovane ceco, troppo pressante il dualismo con il mostro sacro Edin Dzeko. Eppure la panchina non sembra essere un problema. Prendete la partita di Nations League di sabato scorso, tra Slovacchia e Repubblica Ceca. Schick è ancora in panchina, entra al 73esimo, al posto di quel Michael Krmencik attaccante del Viktoria Plzen battuto dalla Roma in Champions League. Gli bastano appena 3 minuti per beccare il cross di Dockal, anticipare Skriniar, mettere il pallone nel sacco e regalare la vittoria alla sua nazionale.
Basta poco per sbloccarsi. Serve un gol per stracciare freni e paure di un giocatore che quando scende in campo sembra portarsi dietro il fardello del contratto, delle aspettative, delle eredità. Sta a Di Francesco aiutarlo a liberarsi.

E il ciclo che attende la Roma potrebbe forse giocare a suo favore: in un mese i giallorossi dovranno vedersela contro Spal, Napoli, Fiorentina e Sampdoria in campionato, mentre in Champions League saranno impegnati nella doppia sfida contro il CSKA Mosca. Per fare bottino servono tutte le forze possibili, specie quelle ancora non liberate.

L'ora di Luca

"Gioca Luca Pellegrini, sarà titolare all’esordio. Kolarov non sarà nemmeno tra i convocati, oggi non camminava nemmeno". È stato chiaro e diretto il mister Eusebio Di Francesco in conferenza stampa. Dopo quelle manciate di minuti contro Frosinone e Viktoria Plzen, ma soprattutto dopo un precampionato vissuto con l'acceleratore abbassato, è arrivato il momento del terzino romano.

L'investitura ufficiale era arrivata poco più di una settimana fa, nella sfida contro i ciociari. Pellegrini entra, Kolarov viene spostato in mediana e si confeziona così un gol che è quasi una parabola tra presente e futuro, tra i veterani e le giovani leve. Assist del bambino, cannonata in porta del vecchietto. E delle parole, sussurrate all'orecchio: "Devi giocare sempre".

Stasera toccherà proprio a lui e sarà l'esordio da titolare in Serie A. "Le sensazioni all'esordio non si possono spiegare, sono tante emozioni che ti avvolgono e rivelano la persona che sei. Sono molto, moltissimo felice. So quanto ho lavorato per arrivarci".

Quanto ha lavorato, quanto ha faticato e quanto ha sofferto. Due infortuni letali nel giro di pochi mesi. Il legamento crociato a luglio 2017, 140 giorni ai box, poi al rientro frattura della rotula, per un altro calvario di quattro mesi. Luca Pellegrini non ha mai smesso di lavorare e di crederci. In fondo gli infortuni possono essere anche una fortuna. Fortificano, ti maturano, ti creano possibilità. Come quando giocava nella Tor Tre Teste, con mister Mastropietro. Aveva iniziato con le gare di nuoto, da cui ha preso il fisico piazzato e le spalle larghe, poi il pallone con la Cinecittà Bettini. Quando a Trigoria si sparge la voce di questo ragazzo, Luca Pellegrini gioca trequartista o esterno alto e nell'ultimo campionato ha messo a segno 30 gol. Bruno Conti e Roberto Muzzi organizzano una spedizione per osservarlo da vicino. Quel giorno però mancano molti suoi compagni di squadra, Luca viene spostato terzino sinistro. E crea il panico. I modelli sono Gareth Bale e Paolo Maldini, anche se lui dice di ispirarsi a Marcelo. Con le giovanili della Roma vince due scudetti, Giovanissimi e Allievi Nazionali, unico giallorosso insieme a Mirko Antonucci ad aver vinto due finali così con la stessa maglia.

In Primavera, a dire la verità, non gioca praticamente mai tra infortuni e convocazioni in prima. Ma è il destino dei forti, dei predestinati. Lo stesso che l'ha portato a rifiutare tutte le offerte arrivate da mezza Europa. In origine fu il Reading, poi l'AZ Alkmaar, il Monaco, il Manchester City, il Liverpool e il PSV Eindhoven, la Juventus e la Fiorentina. Luca Pellegrini ha detto sempre di no e, grazie alle manovre del suo procuratore, Raiola, è riuscito a strappare alla Roma un contratto a cifre record: 800.000€ a stagione fino al 2022.

E stasera, ad Empoli, arriva il momento di farsi vedere davvero.

Una persona nuova

Ci sono partite che valgono più dei tre punti e della posta in gioco, più di una vittoria o di un passaggio turno. Ci sono partite che possono segnare una svolta, farti prendere una rivincita, rigenerarti. E questo derby cos’è?

Dimmi, cos’è?

La partita di sabato pomeriggio, due giorni dopo Natale, è una doccia fresca, una pioggia estiva dopo mesi di siccità e di magra, una tramontana che spazza via le nubi più scure. Può essere la partita della rinascita per una Roma forte, ma che ancora non sa di esserlo, rimasta incagliata tra le rimonte di Chievo e gli schiaffi di Bologna. La partita di sabato può essere quella che riconsegna ai suoi tifosi una squadra nuova, nuovi giocatori.

Che ci fai vivere e sentire ancora una persona nuova. 

È una persona nuova Lorenzo Pellegrini, l’eroe di un derby che neanche avrebbe dovuto giocare. Era stato tra i peggiori di questo avvio di campionato, era finito sulla graticola per le prestazioni scialbe delle ultime apparizioni. Guardatelo ora, spavaldo e fiero, astuzia e core, a recuperare e a spaccare. A segnare dando le spalle alla Curva Nord, senza guardarli, nella stessa porta dove Javier Pastore, per ben due volte, aveva segnato allo stesso modo. Colpo di tacco, stile giallorosso. Guardatelo come corre fino al limite dell’area per prendere la punizione del 2-1. Guardatelo come accarezza in testa a Fazio il pallone del 3-1. Lorenzo da Roma est, quarto figlio di Roma a segnare nel derby dopo Francesco, Daniele e Alessandro.

È una persona nuova quell’Aleksandar Kolarov che sbatte in porta la palla velenosa dell’ex. Al minuto settantuno. Un raggio di sole sessant’anni dopo Arne “Raggio di luna” Selmosson, l’unico, fino a ieri, a segnare nel derby con entrambe le maglie. Un novello Mosè, come fu Vucinic, che squarcia acque e barriere. Gente diversa venuta dall’Est, diceva che in fondo era uguale. No, non è uguale neanche per niente.

È una persona nuova Federico Fazio, l’emblema forse di questa Roma incompiuta e incomprensibile. Lento, confuso, in ritardo. Aveva consegnato a Immobile la palla del pari. Sembrava la disfatta, la spazza Fazio. Poi di nuovo la rinascita, la redenzione, sotto forma di una capocciata letale sotto l’incrocio.

È una persona nuova Davide Santon, che non giocava due partite in quattro giorni da anni. L’acquisto più bistrattato, fischiato ancora prima di scendere in campo, bollato già all’aeroporto. Una prestazione da incorniciare, di denti stretti e fitte alla milza. E forse, in fondo, è una persona nuova anche chi ha avuto il coraggio di metterlo in campo. Eusebio Di Francesco ha fatto le sue scelte: ha rinnegato il dogma del 4-3-3 per aprirsi al 4-2-3-1, ha mascherato Pellegrini trequartista, ha messo la difesa a 3 quando c’era da difendere. E ha vinto. Ha vinto la Roma.

E adesso il mister ha un patrimonio da difendere. La squadra forse non è guarita, l’amalgama forse è ancora tutta da trovare. Ma dal derby di questo 29 settembre in cui io non pensavo a te esce fuori una squadra unita, grintosa, decisa. Fatta di uomini e di persone. Nuove.

Senza Sabatini siete Monchi

Io sono un etrusco residuale, Pallotta un bostoniano allegro”. Così sentenziò Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma, durante la conferenza stampa che ne segnava l’addio ai colori giallorossi, il 7 ottobre 2016.

Additando tale dichiarazione come una delle cause principali della rescissione del suo contratto. L’uomo sostituito dalle macchine, l’intuito sacrificato sull’altare delle mere statistiche e dei freddi dati analitici. In una sorta di Terminator 2.0, Walter Sabatini indossa i panni del leader della resistenza, proprio come fece John Connor nell’epica filmografia con Arnold Schwarzenegger. Da quel giorno, spartiacque decisivo nella storia recentissima della Roma, sono passati quasi 2 anni e l’uomo che oggi è di “ausilio” alle macchine (e non viceversa) è Ramon Rodriguez Verdejo, in arte e per gli amici, Monchi. Il direttore sportivo spagnolo, ex Siviglia, si presenta a Roma il 24 aprile 2017 con l’intento, non troppo celato in realtà, di smantellare tutto ciò che di Sabatiniana memoria è presente ancora a Roma: tutto.

Il Re Mida delle plusvalenze, soprannome affibbiatogli in Spagna e proprio per questo ingaggiato da Pallotta (che si sa perfettamente essere più interessato ai conti che alla conta dei trofei), viene visto e accolto dai tifosi giallorossi come una sorta di liberazione rispetto alla opinabile mala gestio firmata Walter Sabatini. “Con Monchi finalmente torneremo a vincere e non si vedranno più quegli strani inciuci coi procuratori”: una cantilena. Un mantra elevato all’ennesima potenza. Forse per quella strana e paradossale voglia di estero, di esaltazione ingiustificata dello straniero, della pochissima affezione al made in italy, Monchi si ritrova col vento in poppa a condurre la sua prima campagna acquisti estiva.

Nonostante il credito generoso riservatogli, Monchi non dimentica il suo scopo, il suo fine: smantellare per raggranellare. Partono Rudiger, Paredes e Salah. Arriva Di Francesco al posto di Spalletti. Dopo aver inseguito per 2 mesi e mezzo Mahrez, vira prepotentemente su Patrick Schick pagandolo 42 milioni di euro, l’acquisto più caro della storia della Roma.

Datemi un pertugio, un buco, una tana e uno spiraglio di luce. Devo riordinare le idee e osservare meditando”. Parole e musica ancora di Walter Sabatini, che deve quindi assistere inerme alla prima rivoluzione dell’era Monchi. I risultati però danno ragione allo spagnolo: terzo posto in campionato e seconda storica semifinale di Champions. Monchi l’inattaccabile. Monchi l’ottavo nano: Gongolo. Ma Walter sa che la ruota gira e i conti torneranno. Estate 2018. Storia recente. Parte chiunque, prima Nainggolan, poi Alisson e. a mercato chiuso, Kevin Strootman, lavatrice olandese strappata al Psv dal buon Walter per 18 milioni di euro nell’estate 2013. Arrivano Cristante, Coric, Kluivert e l’esperto Nzonzi. Pellegrini viene elevato al ruolo di titolare dopo aver trascorso la stagione precedente a fare la spola tra panchina (molta) e campo (poco). La rivoluzione è terminata. Gli unici superstiti dell’era Sabatini sono Manolas e Dzeko, anch’essi però ad un passo dalla cessione nelle sessioni di mercato precedenti (emblematica a tal proposito la situazione del bosniaco, ceduto al Chelsea a gennaio 2017 e rimasto a Roma solo per volere della moglie Amra). Walter, che nel frattempo ha svolto il lavoro di coordinatore sportivo per Suning all’Inter e al Jiangsu ed oggi occupa il ruolo di direttore sportivo della Sampdoria, “ammira” tormentato e fremente le rovine della sua Roma. Ritrova l’appoggio dei tifosi, per i quali ormai Monchi è diventato il “Cassiere di Siviglia”. E se è indiscutibilmente vero che il percorso di Sabatini a Roma si è concluso con zero trofei, è altresì certo che le squadre da lui create hanno sempre ottenuto risultati che la storia della Roma ha vissuto solo per brevi parentesi. Oggi che la squadra vive l’ennesima pre-rivoluzione (Di Franesco in bilico), ci si chiede se forse non era poi così male il buon Walter, con i suoi eccessi, con le sue mille sigarette, col suo lessico aulico e affascinante e, soprattutto, col suo occhio. L’animo umano, le milioni di increspature che lo modellano, la sensibilità che lo pervade, non potrà mai essere sostituita da una macchina. Walter Sabatini è l’ultimo romantico, appartenente ad un modo di fare calcio vecchio ma mai fuori moda, vissuto sul fremito, sull’attimo fugace della giocata di questo o quel calciatore. Carpe Diem. Mi piace pensare, da scrittore disinteressato alle vicende romane, almeno dal punto di vista del tifo, che in futuro ci sarà spazio per un ritorno di Sabatini a Roma e alla Roma. Per chiudere un cerchio. O semplicemente per riprendere un percorso mai dimenticato. Nel frattempo…

Saluti da Rulettemberg!

Nessuno vuole essere Robin

Come mai sei venuta così, stasera, Roma? Brutta, spenta, immobile. Come mai sei venuta così Roma? Bella domanda. Mi piacerebbe dire che sei irriconoscibile, invece ti riconosco benissimo. Riconosco gli occhi di Schick all’ennesimo pallone sciupato, gli sbuffi di Dzeko al nuovo pallone perso, le urla nel deserto di De Rossi, i raptus isterici di Di Francesco.

La Roma che ieri sera ha preso tre sberle dal Real Madrid è una squadra che non riesce a fare nulla. Non corre, non segna, non crea. La Roma che ieri sera ha preso tre gol dal Real Madrid è una squadra che aveva una paura matta di subirne ancora di più.

E ne poteva prendere, visti i 658 passaggi spagnoli contro gli appena 336 romanisti, visti i 30 tiri blancos contro gli appena 4 giallorossi, viste le 8 parate decisive del suo portiere, che ha parato esattamente il doppio di Keylor Navas. E se in una sconfitta per 3-0 il migliore in campo è proprio lui, Robin Olsen, il portiere brocco, quello che giocava col Copenhagen e che, no, non poteva giocare a Roma, qualcosa vorrà dire.

Robin Olsen ieri ha salvato la sua squadra. Su Modric, su Asensio, su Bale. Ieri sera Olsen ha salvato la sua squadra come ha fatto con il Chievo in casa. Poco importa se si trattava di Giaccherini o di Benzema, i supereroi fanno questo. Anche se, ancora prima di arrivare, ti dicono che sei scarso, anche se, ancora, non sai benissimo come uscire e ad ogni pallone verso la porta tiriamo il fiato. Anche se c’è un Batman più bello, più forte, più pagato, ma che adesso sta a Liverpool. Se ti dicessi che non mi manca più Alisson ci crederesti? Robin Olsen non ha i superpoteri, ma ieri ha parato in tutti i modi possibili. Di piede, di mano, di avambraccio, di destro e di sinistro, in uscita alta, in tuffo. Con quei suoi occhi sgranati e scavati, più da vampiro che da paladino della giustizia, che cercavano un alleato, un compagno con cui combattere il male. Non c’era Kolarov, troppo brutto per essere vero, non c’era Fazio, troppo inguardabile per essere lui. C’era invece De Rossi, capitano di sventura, commovente e disperato nelle scivolate, nei recuperi, nei contrasti. C’era Zaniolo e che bello cullarsi, negli ultimi istanti prima delle 21.00, nell’idea che l’avrebbe risolta lui la partita, che l’avrebbe portata per mano lui la squadra, il diciannovenne protagonista contro la squadra più forte del mondo, l’esordio al Bernabeu dopo aver giocato solo con l’Entella.

Ancora a credere alle favole e ai supereroi. Ti sei accorta anche tu, che siamo tutti più soli? Non ci sono più nemmeno i numeri 10 e i rigori non li puoi nemmeno sbagliare perché se non arrivi in area neanche te li fischiano. Dopo ieri sera, dopo la Champions League che ci aveva fatto sognare lo scorso anno, non esistono lieti fine e superpoteri. Ci si aggrappa alla realtà, alla normalità, ai Robin. Anche se nessuno vuole esserlo.

Notte di sogni, di coppe e di spettri

C'è uno spettro che si aggira su mezza Europa. È lo spettro di Antonio Conte. Lo si può sentire sussurrare nei bar di Milano, lo puoi ascoltare quasi urlare attraverso le radio della capitale.

Inter e Roma, Spalletti e Di Francesco, accomunati dal destino, dagli stessi fantasmi nell'armadio e dallo stesso, zoppicante, avvio di campionato. 4 punti per i nerazzurri, capaci di vincere solo contro il Bologna, perdere alla prima con il Sassuolo e all'ultima con il neopromosso Parma. Manovra zoppicante, gioco a tratti inesistente, giocatori chiave lontani dai loro standard normali. Brozovic e Perisic ancora devono tornare dai Mondiali che li hanno visti protagonisti con la Croazia, Handanovic si è subito esibito in una sequela imbarazzante di dubbi e incertezze tra i pali, Icardi è sempre più avulso dal gioco, Nainggolan deve ancora entrare in condizione. E Luciano Spalletti sembra non riuscire più a trasmettere idee e gioco ai suoi.

Con il Parma lo potevi vedere scrutare il vuoto davanti a sé, oppure passeggiare nervoso, fissando il basso, sul manto erboso di San Siro. Atteggiamenti e pose che conoscono bene a Roma, ma che appartengono al passato. Il presente è invece un allenatore, Eusebio Di Francesco, che continua a parlare del "mio calcio" in conferenza senza lasciarlo trasparire in campo e che ha raccolto finora 5 punti in campionato, frutto di una vittoria (fortunosa o fortemente voluta?) con il Torino e due rimonte, una eseguita contro l'Atalanta e l'altra subita contro il Chievo, entrambe in casa. E la Roma in campo sembra quella dell'inverno dell'anno scorso: confusa, isterica, priva di idee. Colpa della nuova, ennesima, rivoluzione estiva che ha portato via da Trigoria senatori e titolari? Colpa del tempo, componente necessaria per plasmare i nuovi e far apprendere il sistema di gioco?

Se è complicato trovare la causa dei problemi, facile è invece trovarne la soluzione: Antonio Conte. Licenziato dal Chelsea e pronto, anzi prontissimo, a calarsi in una nuova avventura.

Ma il calcio concede sempre una seconda possibilità per ripartire e scacciare i fantasmi. E in genere lo fa nel giro di qualche settimana, nei casi più fortunati di qualche giorno. Così quell'Inter irriconoscibile che cedeva sotto i colpi di Berardi e Dimarco si trasforma nell'Inter della garra charrua niente di meno che in Champions League, al suo ritorno contro il Tottenham, ribaltando in 5 minuti uno svantaggio che sembrava cristallizzato. E Icardi di colpo, da attaccante ai margini del gioco, ridiventa la punta rapace che tocca un pallone e lo butta in rete. E Nainggolan ritorna ninja, anche senza troppo appariscenti meriti. E Spalletti ritorna l'allenatore che tutti vorrebbero.

Via gli spettri, la nebbia, le nubi all'orizzonte. A Milano, almeno sulla sponda nerazzura, splende il sole stamattina. A Roma, o meglio a Madrid, mettono ancora pioggia. Ma ci vuole un attimo per ribaltare tutto. Per Di Francesco e i suoi basterebbe anche un punto, magari tre, certo una prestazione dignitosa contro il Real Madrid di Lopetegui e Asensio, orfano di Cristiano Ronaldo. Se sarà di nuovo estate o antipasto d'autunno lo sapremo dalle 20.45.

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