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A 37 anni si può ancora avere forza e dedizione per continuare ad essere un punto di riferimento. E se si è portiere, ancora di più. È il caso di Diego Lopez, che dopo un’esperienza in chiaroscuro al Milan, è adesso il titolare indiscusso di un Espanyol che ha sorpreso tutti ad inizio campionato e che domani affronta il Barcellona in un derby mai così ‘vicino’ come quest’anno.

 

I portieri sono una sorta di immortali del calcio. Sembra che voi abbiate sette vite, come i gatti..

È un po’ così, in effetti (ride). Somigliamo ai gatti anche per l’agilità con cui dobbiamo muoverci tra i pali. Quello del portiere è un ruolo che non prevede un eccessivo sforzo fisico, il che ci permette di stancarci meno e avere una carriera più lunga. Il calcio moderno è anche questo, gli allenamenti attuali ci aiutano a mantenerci in forma per molti anni.

 

Non è però certo semplice mantenere una certa elasticità del corpo se si è alti 1 e 96 come te...

È solo una questione di sforzo e di lavoro. Per evitare che il tuo corpo risenta troppo del passare degli anni bisogna allenarsi bene e continuamente. Il calcio è sacrificio e va vissuto 24 ore su 24, oltre a richiedere molto riposo e un’ottima alimentazione.

 

Vieni da una regione, la Galizia, conosciuta per la sua ottima cucina. Hai dovuto rinunciare anche al famoso pulpo a la gallega che preparano lì?

(Ride) Ah no, quello per fortuna è qualcosa di piuttosto sano! Ciò nonostante è vero che ho un metabolismo che mi permette di mangiare qualsiasi cosa e restare in forma, ma devo comunque fare attenzione all’alimentazione per ottenere dei buoni risultati.

 

È stato difficile non rimpinzarsi di pasta durante il tuo periodo al Milan?

Niente affatto! Quando ero al Milan mangiavo spesso con la squadra e l’alimentazione era molto controllata. E nonostante sia spagnolo posso assicurarti che amo il cibo italiano. Avrei potuto mangiare spaghetti ogni giorno, ma non potevo...

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Al Milan hai vissuto l’esplosione di Gianluigi Donnarumma, all’epoca già di una stazza imponente come la tua e adesso titolare della nazionale italiana. Ed a soli 19 anni…

Donnarumma è un predestinato. Ha debuttato con il Milan a soli 16 anni durante una stagione difficile ed è riuscito a cavarsela fin da subito. Parliamo di un grande portiere con molto potenziale davanti a sé.

 

Possiamo definirlo il successore di Gianluigi Buffon?

Assolutamente. Ma è importante che continui a lavorare per migliorarsi e crescere a livello mentale e tecnico. È giovanissimo, e sebbene da un lato abbia molti margini di miglioramento manca ancora di una certa esperienza e deve migliorare la sua tecnica. Per sua fortuna, però, stiamo parlando di un prodigio assoluto a livello fisico. Le sue qualità innate sono incredibili.

 

La storia di Donnarumma è opposta alla tua. Hai iniziato ad essere titolare nella massima serie solo a 25 anni con il  Villarreal…

Sai, sono cresciuto nel vivaio del Real Madrid, una squadra dove è difficilissimo emergere, vuoi per esigenze della società, vuoi per la concorrenza. Inoltre, di portiere ne può giocare uno solo. E sono comunque contento della carriera che ho fatto.

 

La tua seconda opportunità al Real Madrid, a 32 anni, non l’hai sprecata. Sei diventato titolare dopo l’infortunio di Iker Casillas all’inizio del 2013 e poi ti sei imposto da titolare...

In quell’occasione ho provato a dare il meglio di me. Ero un portiere più esperto, più maturo. E sapevo che era arrivato il mio momento. Sapevo anche di avere la fiducia di Mourinho e dei miei compagni di squadra. Il mio sogno era diventato realtà, ma era anche una ricompensa al mio lavoro.

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La scelta di Mourinho di schierarti titolare al posto di un idolo come Casillas provocò un dibattito gigante. Come sei riuscito a gestire tutto ciò?

Restando calmo. Ho solo fatto il mio lavoro. Mi allenavo come in ogni altra occasione per non farmi condizionare dalle voci di corridoio e dalle circostanze. Sapevo che non era facile, ma sono riuscito ad andare avanti senza farmi influenzare dalle malelingue.

 

Hai sentito molta pressione quando Mourinho confermò pubblicamente di preferiti come titolare dopo il recupero di Casillas?

 No, lui aveva fatto la sua scelta, aveva le sue idee e prendeva le sue decisoni in maniera libera. Ripeto, a calcio si può giocare solo con un portiere e lui si fidava di me. In quel frangente è stato importante mantenere una certa calma interiore e continuare a lavorare come ho sempre fatto. Le cose poi sono andate avanti in maniera naturale.

 

L’Espanyol ha iniziato alla grande la stagione, ed è attualmente settimo in classifica, a 7 punti dal Barça capolista. Domani lo affrontate in casa…

 È vero che quest’anno abbiamo dimostrato di poter far male a chiunque. Ma nonostante il Barça sia fortissimo quest’anno l’abbiamo già battuto a Cornellà…

 

Stai parlando di quella vittoria in Coppa del Re del gennaio scorso nella quale hai parato un rigore a un certo Lionel Messi...

È stata la vittoria più emozionante da quando sono qui, sebbene poi siamo stati eliminati dalla Coppa. Quel rigore parato a Messi mi dà ancora i brividi! Inoltre quella è stata la prima (e per ora unica ndr) vittoria dell’Espanyol contro il Barça nel nuovo stadio, ben 9 anni dopo la sua inaugurazione. A Messi già avevo parato un rigore quando giocavo al Villareal, ma quella notte di gennaio fu un’altra cosa...

 

Domani potrebbe essere il momento buono per la prima vittoria sul Barça in campionato. Un portiere preferisce vincere subendo pochi tiri o divertirsi a respingere i tanti attacchi avversari nonostante ciò aumenti il rischio di sconfitta?

È logico che noi portieri ci esaltiamo quando ci assalgono, ma alla fine preferisco sempre la vittoria, anche se devo lavorare o divertirmi di meno. Se è contro il Barça poi...

Enrico Ricky Albertosi, campione d'Europa nel 68 e vicecampione del Mondo nel 70 con la maglia azzurra, ha parlato ai microfoni di atuttocalcio.it dei Mondiali di Russia 2018, soffermandosi in particolar modo sui portieri.

Tra rigori parati e grandi papere sembra proprio la loro competizione anche se, per Albertosi, sono tutti, o quasi, "scarsi, veramente molto scarsi. Finora non mi ha impressionato nessuno, nemmeno Neuer, che comunque rientrava da un lungo infortunio. Che poi, se ci pensi bene, i portieri non sono nemmeno granché impegnati. Grandi parate non ne ho viste. Quindi subiscono quel gol ogni due-tre tiri, che magari si poteva evitare, e fanno la figura dei fessi. Almeno fino adesso è stato così…". Nessuno ha brillato agli occhi dell'ex numero 1 di Milan, Fiorentina e Cagliari, nemmeno Alisson: "Alisson sta giocando benissimo, questo è indubbio, infatti lo vogliono un po’ tutti, Real Madrid, Chelsea, Liverpool. Ma sta venendo fuori ora, perché gioca nel nostro calcio. Il Brasile non ha una grande scuola di portieri, non ha tradizione, può succedere che vengano fuori quelle annate perfette, in cui esce il portiere straordinario. Guarda Dida, favoloso, eccezionale, poi è scomparso. Ci sono stagioni straordinarie, in cui tutto va bene, ma se non hai qualità finisci con un attimo".

Albertosi si è lasciato poi andare ad alcune considerazioni sull'interpretazione del ruolo: "Io onestamente giocavo nel modo in cui giocano oggi già negli anni 70. Ero arrivato al Milan nel ’74, tre anni dopo ecco che arriva Nils Liedholm. È l’allenatore che ho amato più di tutti, uomo prima che tecnico. Voleva che giocassi fuori dai pali, bello avanti. A volte prendevo qualche gol stupido, proprio per questo, i tifosi fischiavano e i giornali mi attaccavano. Ma erano più le volte che salvavo situazioni complicate. Ho anticipato i tempi giocando in quella maniera. Poi quando hanno messo la regola che il portiere non poteva toccare la palla con le mani, su retropassaggio, era costretto a giocare fuori, ma io lo facevo già da anni".

Infine, nella sua intervista per atuttocalcio.it, Albertosi parla del futuro della nazionale italiana: "Beh, se le nazionali sono queste che abbiamo visto, penso che l’Italia, una volta che Mancini ha amalgamato la squadra, possa competere con tutti. Guarda la Svezia cosa ha fatto nel girone, se c’eravamo noi non lo passavamo? Ma certo che si e chissà dove saremmo arrivati. Io finora non ho visto un gran gioco, tranne qualche eccezione. Per gli Europei c’è da lavorare, ma possiamo essere ottimisti. Potenzialmente Donnarumma è l’erede di Buffon. Deve continuare a lavorare, ma attenzione a Perin, che sta insediando il posto. Ora è alla Juve, dove davanti ha Szczesny, ma lì può crescere tanto. Si giocheranno loro due il posto.

I dolori del giovane Gigio

Distrutto, sconvolto, addolorato, in lacrime.

No, non stiamo tratteggiando l’immagine di un personaggio di un poeta decadentista, riassumiamo con sconcertato sgomento lo stato d’animo di Gianluigi Donnarumma, in arte Gigio, portiere rossonero di 19 anni, al triplice fischio di Juventus-Milan, finale di Coppa Italia 2017-2018 conclusasi con la roboante vittoria dei bianconeri per 4-0.

Roboante nel punteggio, non certo nella dinamica di una partita ben giocata dalla compagine milanista per 60 minuti, il cui piano partita è crollato per le topiche colossali del suo giovane estremo difensore.

Lavarsene le mani come un novello Ponzio Pilato sarebbe alquanto ingiusto e ingeneroso ma affrontare l’argomento con calma e lucidità risulta esercizio arduo. Un’impresa titanica. A mente fredda la domanda che più semplicemente sgorga dal lavoro delle nostre sinapsi è la seguente: è giusto buttare la croce addosso a Donnarumma? Gigio-Barabba o Gigio-Gesù? Contro tendenza rispetto alle opinioni attuali, la nostra risposta è  no, ma con riserva. Gigio al confine tra martire e ladrone. La nostra metafora apostolico-evangelica ci porta ad introdurre la figura di Giuda, quel Mino Raiola indispensabile chiave di volta per capire il nostro punto di vista.

Si parta dal principio: Gianluigi Donnarumma è un ragazzone di 19 anni che dall’età di 16 fa il portiere professionista in Serie A difendendo da titolare la porta del Milan. All’inizio tutto bello, la tifoseria milanista lo adotta come fosse un figlio da proteggere da qualsiasi intemperie di quel “brutto” mondo chiamato calcio. Un piccolo Gesù tra milioni di Re Magi. Quello che fin da subito stona in questo quadro idilliaco è l’incombente presenza del suo procuratore, più che un premuroso Giuseppe, una sorta di Giuda all’ennesima potenza. “Uno di voi mi tradirà”: nessuno avrebbe potuto pensare, dopo milioni di anni, che il traditore fosse un italo-olandese che parla 7 lingue di cui nessuna perfettamente corretta.

Lo scenario della consumazione del tradimento è il 2017, Anno Domini, nella quale il famoso procuratore olandese fa firmare, dopo un’estenuante tira e molla nella quale il buon Gigio si trova alternativamente nel ruolo di traditore e tradito (badate bene: la tattica è proprio quella), un rinnovo quadriennale a sei milioni di euro all’anno con annesso acquisto del fratello Antonio, che si redimerà più avanti (ma questa è una storia già raccontata). D’improvviso, al giovane Gigio viene revocata l’adozione di tutto il popolo rossonero: “prendi 6 milioni, sei destinato all’orfanotrofio del calcio”. D’improvviso, il fanciullo di Castellammare non viene più visto come un diciottenne imberbe che incarna i sogni di tutti, ma come l’avido profittatore al quale viene imputato ogni spiffero di vento in casa milanista. E siamo a oggi. Le nostre sinapsi hanno partorito un’altra semplice, forse banale, domanda: ma ne vale la pena, caro Gigio? Incassare 30 denari ed essere inviso al popolo che ti aveva innalzato a icona del nuovo corso rossonero? Piangi, caro Gigio. Lacrime amare. Un popolo sanguinante che ti ama oggi ti crocifigge come l’ultimo dei Gesù. Era questo che desideravi?

Il tempo per redimersi c’è. Abbandona il traditore olandese e riscattati moralmente. Perchè, ricordalo caro Gigio, sono i martiri che passano alla storia. Anche se hanno rinunciato a 30 denari.

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