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È quasi così che è cominciata. A un tratto, quartieri che sembravano normali, famiglie che  vivevano  a pochi metri di distanza fra una casa ed un'altra si sono frantumate dinanzi a tragedie inverosimili, spesso dimenticate nel presente perché mai studiate nel passato.

È anche passato poco tempo dopotutto, da quando la Jugoslavia si è pian piano sgretolata, annientata dalla forza furente e indomita di popoli senza guida. La mancanza di una guida e la presenza di una spaccatura troppo profonda per essere sanata. È possibile vederne testimonianza quando persone al di fuori del normale, superiori per così dire alla realtà comune, risentono di tutto questo.

Il primo incontro fra il talentuoso Vlade Divac e Drazen Petrovic risale alla seconda metà degli anni '80, quando la Jugoslavia non aveva ancora nessun presentimento di cosa sarebbe avvenuto di lì a poco. Il primo, un omone dalla difesa ruvida e prepotente, ma con mano elegante, il secondo, un semi-sconosciuto che però impiegherà poco tempo per farsi incoronare come il "Mozart del basket".

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Ma poco c'entra il basket in questa storia, o meglio: avrebbe potuto giocare sicuramente un ruolo più rilevante e rassicurante. Divac e Petrovic non erano divisi soltanto da qualche centimetro ma lo erano soprattutto per origini e credo: essere un serbo ortodosso è cosa ben diversa dall'essere cattolico e croato. Così diversi ma così amici: infatti il destino, inizialmente, li metterà dalla stessa parte...

Ebbero l'opportunità di salpare insieme per andare al di là della pozza, quando la NBA diede ad entrambi una seria opportunità sportiva ed economica. Rappresentavano l'Europa  che avanzava oltreoceano, quella che  più volte aveva messo in discussione il Team USA. I due compagni  e amici infatti non avevano solo battuto la nazionale americana a Buenos Aires, ma ora l'America volevano conquistarla.

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Quando il conflitto nella terra natia iniziò a inasprirsi anche il rapporto di queste due leggende conobbe un rapido declino e deterioramento. Le telefonate che prima Divac faceva  a Petrovic per dirgli di farsi coraggio, perché  prima o poi avrebbe trovato più spazio sul campo, cominciarono a non esser più corrisposte per poi non trovare più definitivamente una risposta. Il rifiuto della bandiera croata da parte di Divac non aiutò decisamente l'ultima fase del rapporto.

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Come se non bastasse Drazen iniziò a diventare veramente forte, cosa grata per amore del gioco. Ma tutto questo fu anche un trampolino di lancio per polarizzare ancor di più l'attenzione su di un conflitto sempre più sanguinolento. Bene per il resto del mondo che iniziò anche grazie ai due cestisti a dare il giusto peso a quegli avvenimenti, male per la Jugoslavia tutta che iniziò  a spaccarsi violentemente, non facendo più caso ai morti che aumentavano di casa in casa.

Drazen Petrovic e Vlade Divac non faranno più pace e mai più parleranno con tono fraterno. Troppo rancore? Purtroppo no perché come molte le Leggende, anche Drazen se n'è  andato via presto, in quel maledetto incidente stradale del 7 giugno '93. Divac fu uno dei primi a telefonare alla madre straziante dell'amico. Entrambi erano consapevoli che le ideologie legittime avevano macchiato un rapporto genuino,non senza frontiere.

Dare più voce ad un oggetto inanimato, come una palla a spicchi, non avrebbe significato mettere da parte quelle ideologie ma forse un punto di unione che magari avrebbe  dato, benchè solo a pochi, il giusto esempio.

Nel 1989 l'Europa festeggiava la caduta del muro di Berlino. Qualche anno dopo non tutti si accorgeranno che quella era soltanto una candelina accesa nella pioggia che bagnerà quasi 250 mila tombe.

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