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La foresta di Wolfsberger

La seconda giornata di Europa League ha visto la ...
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Milan, una luce in fondo al baratro

Affrontiamo questa seconda puntata dell’Opinione ...

La foresta di Wolfsberger

La seconda giornata di Europa League ha visto la Roma impegnata in terra austriaca, contro un’altra squadra che ha un lupo nel proprio stemma: il Wolfsberger. La partita non è stata una delle migliori giocate dalla squadra di Fonseca e il pareggio finale, oltre a confermare che c’è ancora molto da lavorare a Trigoria e che un turn over troppo spinto non è mai un bene, ha dimostrato anche il valore degli austriaci che si erano già imposti per 4 a 0 in Germania contro il Borussia Mönchengladbach.

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Il Wolfsberger Athletiksport-Club, a volte abbreviato in WAC, è una società storica nel panorama austriaco, fondata nel 1931, è però riuscita ad arrivare in massima serie solamente dalla stagione 2012-2013. Lo scorso anno ha ottenuto il miglior risultato della sua storia, classificandosi terza in campionato e ottenendo per la prima volta un pass per l’Europa League. Il WAC gioca le sue partite interne nella Lavanttal-Arena, lo stadio di Wolfsberg, cittadina di 25mila abitanti in Carinzia, tuttavia l’impianto, di soli 7500 posti, non è adeguato ad ospitare una competizione europea, così la società ha dovuto trovare un altro stadio per disputare la sua prima storica stagione europea. La scelta iniziale è ricaduta sullo stadio di Klagenfurt, capoluogo della Carinzia, cioè lo stadio di medie dimensioni più vicino a Wolfsberg, tuttavia non è qui che il WAC ha debuttato in Europa, ma più lontano allo Stadion Graz-Liebenau di Graz e il motivo è quantomeno particolare.

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Il Wörthersee-Stadion di Klagenfurt, impianto da 35mila posti costruito tra il 2005 e il 2007 per gli Europei del 2008, infatti non è disponibile perché occupato fino a fine ottobre da un’installazione di land art molto particolare. Al posto del rettangolo da gioco sono stati piantati più di 300 alberi, alti fino a 14 metri, una vera e propria foresta all’interno del campo, ad opera dell’artista Klaus Littmann. La sua iniziativa “For Forest – The Unending Attraction of Nature” è stata pensata per sensibilizzare gli austriaci sulla necessità di prendersi cura della natura che li circonda; tutti gli alberi infatti saranno poi ripiantati in un sito vicino alla città. Un modo per rendere protagonista la natura, in uno scenario che non le appartiene più, quasi a volerlo rivendicare come proprio. Le immagini degli alberi che coprono tutto il campo meglio di qualsiasi terzino di spinta sono inusuali e belle da vedere, anche se costringeranno i tifosi del Wolfsberger, ma anche quelli dell’Austria Klagenfurt, la squadra della città, che gioca nella seconda serie austriaca, a fare qualche chilometro in più pur di vedere la propria squadra.

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In porta uno psicologo, a centrocampo un analista, come terzino destro un dottore in educazione fisica. È tutta così la formazione del Cardiff Metropolitan University, una squadra di studenti e dottorandi che si è appena qualificata, in Galles, per i preliminari di Europa League.

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Will Fuller, portiere del Cardiff Met University. Credits: Matthew Lofthouse

È una sensazione fantastica ricevere questa attenzione da tutto il mondo – ci racconta in esclusiva Will Fuller, portiere della formazione entrata nella storia – è grandioso per il profilo del club e dell’università”. Un ateneo di appena 11 mila studenti (La Sapienza di Roma ne ha 10 volte tanti), con una squadra di calcio fondata nel 2000, composta interamente da studenti, tra i 18 e i 25 anni, tutti senza stipendio. Sulla panchina, invece, c’è Christian Edwards, 43enne con un passato da difensore nel Nottingham Forrest. Due anni fa la promozione nella Welsh Premier League e quest’anno il settimo posto che valeva l’accesso ai Play Offs Europa League nel Gruppo Retrocessione. Poi la cavalcata inarrestabile, prima nella semifinale vinta contro il Caernarforn Town, poi nella finale contro il Bala Town. 1 a 1 nei tempi regolamentari e un Fuller eroico con 3 rigori parati nella lotteria dagli undici metri. “I miei idoli sono Oblak, Ter Stegen e De Gea. Ma forse per salvare la porta mi ha aiutato studiare psicologia. Avevo visto i video dei rigori avversari, come li tiravano. Per fortuna ha funzionato”.

 

Esplode la festa al Cyncoed Campus, capienza 1.620 persone

Il Cardiff Met University, in patria, è la squadra degli arcieri. Ce n’è uno nel loro stemma, sotto la scritta in gallese “I lwyddo, rhaid chwarae”, che potremmo tradurre con “Per avere successo, deve suonare”. Un motto che mister Edwards ha rinnovato in un’intervista al The Guardian di due anni fa: “Per giocare devi brillare. Devi brillare per essere un calciatore e penso che una formazione accademica possa assolutamente aiutare: ci sono un sacco di cose che devi metterti in testa quando scendi in campo, il calcio è un gioco difficile”.

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La mattina sui libri e a lezione, per master e dottorati di ricerca, il pomeriggio tutti in campo. “Non avrei mai pensato che qualcosa del genere potesse succedere davvero – ha raccontato Eliot Evans, attaccante classe 1991, studente del master di management sportivo e autore di 8 reti quest’anno – ma nessuno di noi dimenticherà da dove veniamo. Ora con i soldi di questa competizione potremo salire di livello attraverso investimenti mirati. Lo dirà il tempo, intanto per noi è fantastico”. L’Europa League porterà nelle casse del club qualcosa come 220.000 euro. Forse non basteranno per rifare lo stadio, il Cyncoed Campus, capienza di 1.620 persone, ma sono cifre comunque da capogiro.

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Dan Spencer stappa lo spumante dell'Europa League. Credits: Matthew Lofthouse

Parte del premio servirà per finanziare la prossima trasferta europea. I preliminari della vecchia Coppa Uefa ci saranno il 27 giugno e il 4 luglio, le possibili avversarie arriveranno dal Kosovo, dal Lussemburgo o da San Marino. “Per noi è qualcosa di sconosciuto al momento – continua Fuller – ma con il lavoro potremo affrontare qualsiasi sfida”.

Intanto per festeggiare la vittoria contro il Bala Town, la squadra non ha fatto troppa strada: “È stata una serata emozionante, ma ci siamo solo fermati al pub sulla via di casa”. In Europa, invece, il tragitto sarà diverso. E si spera anche più lungo possibile.   

L’Arsenal e una finale da Febbre a 90’

 

Raccontare e descrivere la passione che si prova per la propria squadra del cuore non è semplice.

C’è chi lo fa vivendo lo stadio ogni domenica e chi, come Nick Hornby, lo fa scrivendo un libro che sottolinea le sfumature più complesse e tragicomiche dell’essere tifoso. Con Febbre a 90’ si può comprendere quanto possa essere folle l’amore per il calcio e come questo potrebbe condizionare la vita di molte persone, a volte aiutandole, altre volte lasciandole cadere in un baratro senza fondo.

Essere tifoso dell’Arsenal ha provocato molti scossoni alla vita di Hornby, che forse oggi, in attesa della finale di Europa League di stasera, sta vivendo delle sensazioni che potrebbero allungare di qualche pagina il suo libro. In questa ultima fase della stagione 2018/2019 i Gunners hanno evitato in tutti i modi il quarto posto, mancando la qualificazione in Champions League e non riuscendo a superare il Tottenham che non ha mai vinto nelle ultime quattro giornate di campionato. Il gioco che Unai Emery ha portato ad Highbury non ha sempre brillato, ma è servito per raggiungere una finale di una coppa europea che potrebbe finalmente riportare a festeggiare una tifoseria isolata, che ha sempre avuto tutti contro e che è stata spesso vittima del suo stesso calcio controproducente.

 

“Qualsiasi tifoso dell'Arsenal, dal più giovane al più vecchio, sa che nessuno ci vuole, e quest'antipatia la respiriamo quotidianamente intorno a noi”

 

 L’Europa League dell’Arsenal ha messo in mostra il loro potenziale nelle verticalizzazioni. 

 

L’Arsenal di Emery ha fatto passi in avanti rispetto alle ultime stagioni di Wenger, soprattutto nelle transizioni offensive, dove nelle sue verticalizzazioni, specialmente per vie esterne, ha causato vari problemi alle difese avversarie.

Tra i giocatori che hanno sorpreso di più ci sono i due centrocampisti Matteo Guendouzi e Lucas Torreira, ma i numeri fanno automaticamente comprendere che ci si dovrebbe soffermare un po’ di più sulla stagione di Aubameyang e Lacazette. Il gabonese ha segnato 22 gol in Premier League, vincendo la Scarpa d’oro nella sua prima stagione inglese insieme a Salah e Manè. Il suo apporto nella manovra offensiva è essenziale negli ultimi metri, dove è riuscito ad andare in gol in molteplici modi differenti. Il suo punto di forza, oltre a un grande fiuto per il gol, sta nella prestanza fisica unita all’incredibile velocità (durante gli anni trascorsi a Dortmund riuscì a coprire 30 metri di distanza in 3,7 secondi: 8 decimi in meno rispetto a Usain Bolt).

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Il francese è stato meno prolifico, ma il suo sostegno è stato essenziale in moltissime circostanze. La stagione di Alexandre Lacazette è stato un crescendo e si è materializzata con la doppia cifra sia per gli assist che per i gol (19 gol e 11 assist). L’Europa League dell’Arsenal è stato un continuo di alti e bassi: ottima la fase a gironi, ma estremamente pericolosi i sedicesimi e gli ottavi di finale. Contro il Napoli ai quarti di finale e nelle semifinali con il Valencia, invece, ha ritrovato quella quadratura che l’ha portato a poter disputare il derby nella finale di Baku. La partita contro il Chelsea li metterà di fronte a una squadra che, come loro, si è ricostruita con un nuovo allenatore in questa stagione. Due squadre con una nuova identità di gioco e con qualche difetto che a volte le rende vulnerabili. Una finale che potrebbe non regalare lo stesso spettacolo di quella della Champions League, tutta inglese anche lei, ma che, in qualche modo, aiuterà sicuramente a crescere i due club sotto alcuni aspetti. Una finale totalmente irrazionale, come l’Arsenal durante la vita di Nick Hornby.

 

“E per quanto riguarda quelli dell'Arsenal... (i tifosi ndr.) È impossibile pensare di non essere stati influenzati dal fatto di amare ciò che il resto del mondo considera fondamentalmente indegno di amore"

 

 

 Una delle migliori coppie d’attacco del 2019. 

 

Naturalmente, ogni impresa dell’Arsenal è riconducibile a Febbre a 90’, ma questa finale lo fa con più convinzione. Nel suo libro Hornby descrive la costante insofferenza che lo ha accompagnato nel corso della sua vita, quando ha dovuto affrontare (come se fosse un giocatore o un allenatore) gli 0-0 delle piovose domeniche inglesi. I Gunners di questa stagione non hanno certo brillato con costanza, ma potrebbero, in modo inaspettato, portare a casa un trofeo di grande prestigio. La delusione che li accompagnerebbe in caso di sconfitta potrebbe essere, quindi, estremamente difficile da sopportare, perché l’amarezza va espulsa nel tempo come una tossina, soprattutto quando le vittorie importanti non arrivano da tanti anni.

Hornby ha sempre associato un periodo positivo della sua vita a un momento in cui l’Arsenal gioca bene, ma questo è accaduto anche al contrario. Si tratta di un tifoso ammalato, come ce ne sono molti, ma che ha utilizzato questa malattia per sconfiggerne un’altra ben più grave: la depressione. Un 2-1 in rimonta a White Hart Lane nel 1986 la spazzò via e, da quel giorno in poi, quella bestia che ti può trascinare lentamente in un baratro senza uscita non si presentò più. Una vittoria della propria squadra del cuore può stravolgere la vita di un tifoso. Sembra follia (e probabilmente lo è), ma accade molto più spesso di quanto si possa immaginare.

Una vittoria dell’Arsenal nella finale di Europa League di stasera contro il Chelsea potrebbe riportare colore a una tifoseria che negli anni si è ingrigita e che sta dimenticando come si festeggiano i successi più importanti. Questa coppa potrebbe regalare una delle gioie più belle che un uomo inglese di Higbury possa provare, perché la miglior felicità è quella che si presenta in modo inaspettato, non quella che con certezza arriverà.

 

“Siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non è che manchino di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste”

C’è un rituale che Makoto Hasebe non cambierebbe per nulla al mondo. Che sia la semifinale di Europa League contro il Chelsea o una partita di Bundesliga. Prima di prendere il pullman della squadra, per raggiungere lo stadio, si lascia andare ad una serie di respirazioni controllate che dura mezz’ora: boccate d’aria lunghe, macchinose, ripetitive. Dice che così riesce a portare in equilibrio l’organismo, allontanare ansie e paure, rimanere concentrato. “Vado in uno spazio di pace, penso a cosa c’è dietro di me e cosa sta per succedere, di cosa ho fatto esperienza oggi e che cosa devo fare tra poco. È il mio metodo per prendere controllo dei miei battiti”. Poi, quando ha finito, si siede e apre un libro di Friedrich Nietzsche. Un paio di pagine di Così parlò Zarathustra, o magari dell’Ecce homo. Oppure cambia genere e sceglie Wolfgang Goethe.

Hasebe1Hasebe con la DFB Pokal, vinta lo scorso anno con l'Eintracht Francofort

Basta questo per capire che Makoto Hasebe non è un giocatore qualunque. 35 anni, ultimo esemplare di una specie in via d’estinzione: il libero. Più di 120 partite con l’Eintracht Francoforte, con cui l’anno scorso ha alzato al cielo la Coppa di Germania, è l’equilibratore della squadra. “Hasebe è come una bottiglia di vino – ha detto il suo allenatore Adolf Hutterpiù invecchia, più diventa buono. Ha un occhio incredibile, sa anticipare gli avversari in un modo assurdo”.

Makoto Hasebe vi insegna a respirare

Eppure, negli anni della Higashi High School, le qualità di Hasebe erano altre. I professori gli avevano consigliato di seguire la carriera diplomatica: sapeva parlare come un politico, sapeva calarsi in qualsiasi attività con la pasta del leader. Come nel calcio, dove concentra tutti i suoi sforzi e tutta la sua passione. “Il calcio è la mia vita e da quando ero ragazzo mi sono dedicato ad essere il meglio che potessi”. È questa abnegazione ad attirare le attenzioni di Yasua Hattori, tecnico degli Urawa Red Diamonds, squadra dove terminò la carriera da calciatore Michael Rummenigge e sulla cui panchina sarebbe arrivato, nel 2004, Guido Buchwald.

Ex difensore dello Stoccarda, autore del mitico scontro con Maradona nella finale di Italia 90, è con lui che inizia l’apprendistato difensivo. Hasebe, che all’inizio giocava da trequartista, viene provato prima come terzino, poi a centrocampo, fino ad arretrare nella linea dei difensori. Non è un gigante, è solo 180cm, ma ha intelligenza tattica fuori dal comune e una grande tenacia nei contrasti. Con gli Urawa vince tutto, anche la Champions League d’Asia, così Zico decide di portarlo in nazionale. Sarà il capitano di una squadra che poteva vantare Nakamura, Honda, Nagatomo e successivamente anche Kagawa e Okazaki.

 

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Hasebe, tranne l'attacco e la porta, ha giocato ovunque. Fonte: transfermarkt

E come per tanti altri giapponesi, arriva la chiamata dalla Germania. Felix Magath l’ha scelto per il suo Wolfsburg e Hasebe, insieme a Dzeko e Barzagli, Grafite e Zaccardo, vince la Bundesliga. La squadra biancoverde concluderà il campionato con la terza miglior difesa: 41 reti in 34 partite. Ed è proprio negli anni in bassa Sassonia che il giapponese conosce il suo nuovo mentore. Si chiama Armin Veh, fino al 2010 sulla panchina del Wolfsburg, ma dal 2013 su quella dell’Eintracht. È lui a chiedere alla dirigenza l’acquisto di Hasebe, che dopo sei anni ai Wolfs, ha avuto un anno complicato al Norimberga, dove alcuni guai muscolari e i trent’anni iniziano a farsi sentire.

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Hasebe, con la maglia del Wolfsburg, contro Giggs e Anderson nella sfida contro il Manchester Untied

Ma i tedeschi continuano a puntare su di lui. E lui li ripaga. Con Niko Kovac, oggi sulla panchina del Bayern Monaco, Hasebe diventa un pilastro del 3-5-2 delle Aquile, venendo abbassato tra i due centrali di difesa, con compiti di impostazione. Ordinato, intelligente, solido. Non ha saltato neanche una partita di questa Europa League: “La stanchezza è una condizione mentale, è qualcosa che viene dalla testa”.

I salvataggi sulla linea, una specialità di Hasebe con l'Eintracht Francoforte

E l’anno scorso, al termine di un’annata magnifica, è arrivato anche il Pallone d’Oro asiatico. In patria lo aspettano, pronti forse a dargli la panchina della nazionale o a leggere un nuovo libro, dopo il primo The Order of Soul – 56 habits to reach victory, che in Giappone ha venduto 1.5 milioni di copie. In Giappone lo aspettano, ma prima Hasebe ha le idee chiare: “Voglio giocare ancora la Champions League”. Per farlo basta arrivare quarti in campionato. Oppure vincere l’Europa League.

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