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Stesi

Un’altra settimana di processi, di critiche, di analisi spietate. Altri chilometri di pagine, almeno due mari di inchiostro, un universo di parole per descrivere l’ennesimo pareggio di una Roma spenta. La facile goleada contro i turchi in Europa League era fumo negli occhi, era troppo facile, era tutto falso.

La Roma al Dall’Ara era chiamata ad un test importante, contro una squadra in forma, imbattuta, cattiva e preparata. Serviva una prestazione decisa e invece ecco un altro pareggio. Serviva il decisivo passo avanti e invece ecco il solito semaforo rosso. Troppe lacune in difesa, troppo nervosismo nel secondo tempo, troppa sterilità in avanti. Dzeko isolato, Pau Lopez flop, Cristante inutile, Fonseca dogmatico.

Era tutto pronto, tutto apparecchiato. E invece.

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E invece la Roma ha deciso in una manciata di secondi di cambiare non solo l’inerzia della prima domenica autunnale di questo strano 2019. Ha deciso di cambiare tutta la settimana e, chissà, forse anche tutta la stagione. Perché da bivi del genere nascono itinerari inaspettati, imprevisti, splendidi.

In questo Bologna Roma finalmente autunnale, di pioggerella fitta, nebbia sparsa e maglioncino sopra i pantaloncini ancora corti, c’è tutta “la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire”, per citare il celebre monologo di Ogni Maledetta Domenica. Ed era veramente maledetta fino al 92esimo e qualcosa. Il gol di Kolarov, ancora, (solo Messi meglio di lui su punizione, ma non ditelo in giro) il rigore inventato, ancora, e l’espulsione di Mancini pure. La Roma in dieci, il Bologna con 5 attaccanti, il copione che sembrava già scritto.

Ma eccola là la svolta, proprio quando non te l’aspettavi più, proprio quando ti eri rassegnato all’ennesima settimana di rabbia repressa e pensieri nefasti. L’ingresso di Juan Jesus, maledetto cinque minuti prima, si rivela provvidenziale: è lui a battere in maniera veloce una punizione nella nostra trequarti. La palla finisce a Veretout che diventa di fatto l’ultimo romantico di questa domenica uggiosa.

Romantico nel senso vero, antico, del termine. Romantico da sturm und drang, da impeto e tempesta, non da fiorellini e parole dolci. Ed è così che avanza tra i posti di blocco avversari, prima di dare la palla a Pellegrini, prima dell’ennesimo assist del numero 7, prima del gol di Dzeko.

E mentre Edin saliva in cielo per schiacciare di testa il pallone della svolta, Veretout cadeva a terra. Uno svenimento, una liberazione, una catarsi moderna. Steso a terra, come tutti noi.

 

Una scena rivista, nella partita più romanista di tutte, da parte del più romanista di tutti. Anche Daniele De Rossi ha esultato così. Buttandosi a terra, senza forza di correre, di gridare, di urlare. Per un’ora, per tutta la serata o per un secondo appena. Il tempo di fare una capriola, di perdere le corde vocali e trovarsi sotto il settore insieme al capitano e ad un preparatore che ha Romano nel nome.

Tutti insieme, sotto uno spicchio di 2000 cuori in trasferta. A pezzi, stravolti, eccitati, fomentati. Stesi. Come vorremmo essere sempre. A stendere gli altri e stenderci noi.

 

Roma, forse ti sei svegliata?

La Roma è uno stato d’animo, non una squadra. Un’emozione di quelle potenti che può distruggere i cardini della logica nell’analizzare la situazione di un club in un certo momento della stagione. Occorre essere sinceri. Non si farà qui una noiosa cronaca dell’ultima partita europea o di campionato dei giallorossi in quanto a riprodurre in modo sterile e asciutto i tabellini delle partite è già delegato un circuito mediatico ben più attento a dettagli di cui francamente si può ignorare l’esistenza. Faremo ben altro.

Considereremo a che punto si trova la Roma nel suo complesso dopo queste primissime gare. Inizieremo proprio ora il discorso con una riflessione senza ipocrisie. La Roma gioca all’inglese ed è la big che si trova culturalmente più all’avanguardia sotto il profilo tattico rispetto alle altre. Sembra più avanti nel lavoro in questa specifica prospettiva di bianconeri, azzurri e neroazzurri. Apprezzabilissimi infatti sono i tentativi di Juve, Napoli e Inter di dar vita anch’essi a un cambio di mentalità nel nostro campionato vecchio, catenacciaro e spezzettato da così tante pause, dovute al fischio di falli inutili, che Celentano potrebbe ambientare i suoi Rock Economy in serie A insieme ai suoi proverbiali silenzi.

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Purtroppo la Roma nell’osare così tanto in avanti corre dei rischi notevoli in difesa. E chiariamolo a tutti coloro che rievocano il fantasma di Zeman appena la Roma inizia a giocare decentemente creando numerose occasioni da gol. Il problema della Roma non è tattico, ma tecnico. Tanto che in Roma-Sassuolo 4 a 2 si sono visti diversi miglioramenti rispetto alla gara col Genoa alla prima di campionato e al derby giocato alla seconda già solo con gli ingressi in campo di Veretout come mediano e di Mkhitaryan come esterno offensivo a sinistra. Il tutto condito da un Pellegrini restituito alla posizione naturale di trequartista alle spalle di uno Dzeko tornato ai livelli precrisi. Ma la difesa sembra mantenere una fragilità lignea come una casa costosa costruita all’americana, dotata cioè di travi come fondamenta destinate a consumarsi e a sfasciarsi per il cattivo clima e per le tarme.

A ogni lancio avversario in area la difesa entra in un corto circuito tale da generare il timore di poter subire da un momento all’altro la rete degli avversari, pur modesti. A chi attribuire il demerito di tale situazione così come emersa in queste prime gare? A Fonseca? Già pericolosamente accostato al boemo come se fosse un insulto poi? Per onor di cronaca la Roma con Zeman tra il 1997 e il 1999 ottenne i migliori risultati che i giallorossi possano ricordare negli anni 90 avendo una rosa dalla qualità combattiva, ma tecnicamente deludente. Unica eccezione il 1991 di Ottavio Bianchi. E’ vero peraltro che Zeman fece una pessima stagione nel 2012-2013 alla guida della compagine capitolina, ma il famoso derby di Coppa è stato perso in virtù dell’atteggiamento super catenacciaro di Andreazzoli. Ricordiamolo. Aperta e chiusa la parentesi sul boemo, comunque sia il paragone con Fonseca non regge. Proprio in base al principio che chi gioca un calcio piacevole non necessariamente equivale a Zeman. Piuttosto la difesa orripilante della Roma ha precedenti consolidatisi in questi ultimi anni in modo netto. Parliamo dell’ultimo anno e mezzo di Garcia, dei gol subiti nelle coppe dal Spalletti bis, delle valanghe che hanno travolto Di Francesco nell’ultimo campionato con la bellissima media di 3 gol subiti a gara addirittura col totem Manolas in campo, ancora rimpianto dalle vedove romaniste in quanto baluardo storico di una difesa che veniva bucata a ogni folata offensiva degli avversari. Questi allenatori cosa hanno in comune con Zeman? Poco, nulla o qualcosa. Il tema è che Fonseca sa bene di non avere problemi di costruzione dell’impianto difensivo a livello tattico, ma di avere a disposizione giocatori con limiti tecnici evidenti come Fazio e Juan Jesus.

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Per ora anche Mancini sta deludendo nelle prestazioni, ma ci riproponiamo di tornare a occuparci di questo giovane che ha un indubbio talento. In attesa di vedere all’opera Smalling affinché possa innalzare il tasso tecnico della coppia difensiva, non scordiamoci di Florenzi. Poniamo la questione. Questa sì che stavolta è tattica. Florenzi è fondamentale nelle azioni offensive della Roma, ma in difesa si posiziona in maniera imbarazzante quando si tratta di far scattare la trappola del fuorigioco, quando si tratta di coordinarsi col centrale destro per evitare le imbucate nel mezzo, quando si tratta di marcare l’avversario. Al neonato governo giallorosso chiediamo due cose: evitare l’aumento dell’IVA e togliere a Florenzi il ruolo di terzino per avanzarlo più avanti visto l’infortunio di Under. Capitolo infortuni. Mamma mia, ne parleremo in un altro articolo che è meglio. Oggi siamo di buon umore, preserviamo intatto il sentimento di fiducia che ci anima. Un’ultima nota invece sul debutto giallorosso stagionale in Europa League fresco di ieri sera. La Roma, dopo un primo tempo soporifero contro i turchi dell’Istanbul Basaksehir, pur in vantaggio 1 a 0 con gol di Spinazzola, vince facendo 4 gol addirittura senza rischiare pressochè nulla in difesa con la coppia Jesus-Fazio che, dopo diverso tempo, non ha fatto venire le vertigini e i collassi verticali ai tifosi ansimanti anche grazie all’ottimo lavoro di Cristante e in piccola parte dell’enigmatico Diawara.

Il collettivo comunque è stato protagonista esaltato dalle mille corse nel secondo tempo di Zaniolo e Kluivert a supporto di uno Dzeko sempre più al centro della sua squadra. Pure Pastore ha mostrato di essere ancora vivo. E questi sono segni che inducono a sperare.    

 

di Federico Cavallari

La rivoluzione azzurra della Roma

Credo che questo sia un anno zero per la Roma. Come mi hanno spiegato, il progetto prevede tanti giocatori italiani e giovani. Questo è un punto di partenza”. Con queste parole si era presentato a stampa e tifosi il primo acquisto dell’era Petrachi, Leonardo Spinazzola.

Un colpo programmatico, che doveva rappresentare la nuova gestione oculata e attenta dopo le sbornie dell’era Monchi. Una squadra giovane, italiana, pronta. Stesse parole che si ritrovano nella conferenza di benvenuto dell’ultimo acquisto, per adesso, della squadra giallorossa. Un altro italiano, un altro giocatore pronto: Davide Zappacosta. “Nella Roma si sta creando un blocco di italiani e penso che sia una cosa molto importante per il calcio italiano. È bello quando si parla di uno zoccolo duro formato da calciatori così, anche in vista dell’Europeo è bene che i giovani riescano a trovare spazio in squadre importanti”.

Una Roma che si tinge di azzurro, che perde tre nazionali come El Shaarawy, De Rossi e Luca Pellegrini ma acquista Spinazzola, Zappacosta e Mancini con in mezzo i corteggiamenti sfrenati verso Barella e quelli ancora non tramontati per Rugani. Dando per sicuro partente Santon e come membri se non attivi quanto meno coinvolti Antonucci e Riccardi, la prossima stagione romanista dovrà vedere protagonisti 10 italiani.

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Spinazzola, primo acquisto di Petrachi alla Roma

Non un record, visto che è la stessa cifra dello scorso anno, ma comunque un dato importante soprattutto per quanto riguarda i giocatori nel giro della nazionale maggiore e nel parco titolari della squadra. Contando anche i giocatori con una sola presenza i 10 italiani in rosa è il miglior risultato degli ultimi 5 anni. Erano 8 nella stagione 2017-2018, quando Antonucci e Capradossi collezionarono 2 presenze a testa ed Emerson Palmieri 1 sola. Erano 6 nella stagione 2016-2017, il dato più basso degli ultimi dieci anni: oltre ai “soliti” De Rossi, El Shaarawy, Emerson Palmieri, Florenzi e Totti ecco il difensore Marchizza, che riuscì a strappare qualche manciata di minuti in Europa League.

Il dato più alto è invece quello della stagione 2011-2012, con 16 italiani, la prima della gestione americana, quella della revolucion di Luis Enrique. In rosa c’erano allora Curci, Cassetti, Rosi, De Rossi, Perrotta, Greco, Viviani, Osvaldo, Totti, Borini, Caprari, Borriello e i fanalini di coda Verre, Piscitella, Brighi e Okaka.

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Ma la particolarità del prossimo anno, per la Roma, sarà la presenza di italiani nell’undici iniziale. Aspettando il pieno inserimento di Mancini e prospettando un utilizzo di Florenzi anche nella linea della trequarti, non sarà una rarità vedere i giallorossi in campo con 6 azzurri. I campioni d’Italia della Juventus con l’arrivo di De Ligt vedranno in campo solo Chiellini, il Napoli può vantare al massimo Meret, Di Lorenzo e Insigne. A Milano anche la sostanza non cambia, con al massimo Donnarumma, Calabria e Romagnoli considerati titolari così come Barella e Sensi per l’Inter di Antonio Conte.

pelleLorenzo Pellegrini, investito da Totti come futuro leader della Roma

E della rivoluzione azzurra della Roma sarà contento Roberto Mancini, contro cui proprio Gianluca Petrachi, allora direttore sportivo del Torino, si era scagliato un anno fa: “Non giocava neanche un italiano con lui all’Inter, poteva pensarci prima. Dovremmo ricordarci cosa è successo in passato”. E a Roma il passato, per lo meno quello recente, era fatto di milioni spesi guardando all’estero. Adesso qualcosa sembra cambiato. Il campo dirà se in meglio o in peggio.

 

Guardami ancora

Per noi che la primavera iniziava il 28 marzo. Per noi che l’adolescenza è finita lo scorso 17 giugno. Per noi che il 26 maggio ci siamo morti di freddo e a pensare a quella sera di pioggia e sudore ci viene ancora la tremarella. Per noi, oggi, le parole non bastano più.

C’è la conferenza di Petrachi? Non mi interessa. Tanto sarà l’ennesima farsa, l’ennesimo copione già sentito. Ok, la ascolto, ma solo perché non ho niente di meglio da fare.

C’è la presentazione di Fonseca? E cosa vuoi che dica? Dopo che ci ha detto di no mezza Italia, era l’unico rimasto.

No stavolta non ci casco, non mi farò trascinare dalle parole, dai manifesti programmatici, dalla retorica e dai ghirigori. Sono cresciuto, sono cambiato, sono diverso. Sono distaccato e razionale, sono maturo. Il campionato non mi manca e in fondo di domenica si sta un sacco bene. C’ha ragione Coez: “senza stadio né partite e una coda patetica”. C’ha ragione Totti: “la Roma non la seguo e non mi manca”.

E se ti sento Gianlù, è perché in tv non c’è niente. E se ti ascolto Fonsè, è perché ho mangiato tardi.

Ed è inutile che parli portoghese, che strascini così le parole, che pronunci così le vocali, ("Spinassola"), non mi fai nessun effetto. Prima di te ci sono stati uomini Rudi, asturiani rivoluzionari (ricordi quel "Bibiani"?), boemi intossicati, toscani che sembravano quelli giusti. Sulle risate testaccine non ci torno, sono diventate lacrime. Prima di te c’è stato “il mio calcio”.

Ma sono proprio le parole che ti fregano.

Ed ecco che l’attenzione si focalizza su un aggettivo possessivo, banale, scontato, lasciato lì. Però quando hai detto “Questa non sarà la mia Roma, ma la nostra Roma”, qualcosa mi hai mosso. Forse mi sbaglio eh, forse ci sto ricascando anche io. Perché mi lego così tanto alle parole? Come con Petrachi, è bastato uno sguardo, il volto tirato, i sorrisi dosati, le frasi giuste: “Voglio gente motivata”. Quel io sbattuto in faccia, quella prima persona singolare messa come soggetto ovunque, senza bisogno di essere etrusco crepuscolare o re Mida, senza due orologi al polso e cartelli con su scritto “Se gana”. Voglio la normalità, voglio Foggia al posto di Siviglia, Torino al posto di Buenos Aires.

E quando v’ho visto in conferenza, insieme, ci sono cascato completamente di nuovo. Mi piaceva quel modo in cui vi guardavate, quel modo in cui Paulo cercava Gianluca, quel modo in cui Gianluca ascoltava Paulo. Un gioco di sguardi, di posture, di occhiate fugaci. Le mani non le guardo più, ora mi fisso sugli occhi. E sulle parole. E allora parlatevi e guardatevi ancora. Costruite una Roma che sia degna di questo nome, che sia degna di questo amore.

Perché è come con tutti gli innamorati, che litigano e minacciano di lasciarsi, ma li vedi ancora lì a rincorrersi e a stare insieme. Perché è vero, non è più la stessa cosa: siamo cambiati. Tu non sei più la stessa e io mi illudo di essere cresciuto. È vero, non ci sono più Daniele e Francesco, ma certe cose restano. E non le cambierà nessuno.

Mi ero detto di non cascarci più, di essere più distaccato e razionale, lucido e calcolatore. Mi ci sono voluti un paio di mesi scarsi, due parole giuste e un paio di sguardi. E mentre scrivo il cellulare vibra, mi arriva un messaggio: “Non so te, ma io senza Roma non so stare”. Così, de botto, senza senso.

E capisci allora che Coez non ha proprio capito un cazzo. Capisci che stavolta pure Totti ha detto una cazzata. Sì, hai sbagliato Francè. Non saremo più regazzini, non saremo più adolescenti. Ma romanisti lo saremo sempre, è questo il guaio, è questa la fortuna. E la Roma la guarderò ancora.

Anche se Fonseca tra tre anni sarà al Real Madrid. Sti cazzi, ma magari.

 

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