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Franco Armani, l'arquero estrella

"Ponelo a Armani, si quieres salir campeon". Così cantavano i 45 mila tifosi del Monumental, prima dei Mondiali di Russia del 2018. Se vuoi diventare campione, metti in porta Armani. "Para Armani, la Seleccion". Quasi una litania, un ritornello laico, pronunciato dal momento dell'ingresso in campo delle due squadre.

Ma quella dei tifosi del River Plate non è la sola preghiera di questa storia. Perchè la favola di Franco Armani, l'arquero-estrella del fútbol argentino, sembra uscita dalla penna di Gabriel Garcia Marquez e mette insieme vivi e morti, angeli e fantasmi, lacrime e profezie.

Nato a Casilda, nella provincia di Santa Fe, Armani inizia a giocare con l’Estudiantes de la Plata e con il Ferro Carril Oeste, squadra del barrio Caballito di Buenos Aires. Poi il passaggio al Deportivo Merlo, sempre in Primera B Nacional, e la decisione di lasciare l'Argentina per cercare fortuna in Colombia. Cuore e guantoni in fuga, verso l'Atletico Nacional. Ma anche qui le cose non vanno benissimo. Davanti a lui c'è un mostro sacro, Gaston Pezzutti, un altro argentino. Armani accetta il ruolo di gregario, di suplente, si accomoda in panchina e aspetta il suo momento. Sembra essere quello il suo destino: all’Estudiantes il titolare era Mariano Andujar, al Ferro giocò appena tre partite. "Non avevo soldi né per l'affitto né per comprare un’auto".

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Il suo momento arriva nel 2012. È il 18 luglio quando Armani comunica al suo allenatore, Juan Osorio, la decisione di tornare in Argentina, al Deportivo Merlo. Troppa panchina, troppe delusioni. “Sembravo un turista”. La notte del 19 luglio è la notte dove tutto cambia: nella partita contro il Junior de Barranquilla, Gaston Pezzutti si spezza il ginocchio. Armani entra all'11esimo del primo tempo, passano appena venti minuti e si rompe il legamento crociato.

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Il coro dedicato a Franco Armani

Sembra la fine perchè il portiere non si muove più, non ha la forza di fare fisioterapia, non vuole guarire. Il calcio sembra dargli più preoccupazioni e dolori che gioie. Franco inizia a pensare di smettere e più che al campo di allenamento inizia ad andare in chiesa. Sulle sue ginocchia, insieme alle cicatrici dell’operazione ci sono i calli di chi ha pregato tanto e nun ha mai avuto. Qui trova il suo rifugio, il suo luogo sicuro, finché un giorno qualcuno gli suggerisce di andare a Medellin, a fare visita ad una sensitiva, una canalizadora de angeles. La voce con cui gli parlerà, durante quell'incontro, era la stessa di sua nonna, morta poco tempo prima: "Franco, sta cambiando tutto per te nel calcio. A 28-29 anni troverai la gloria".

Dal 2013 diventa il titolare dell'Atletico Nacional, 11 titoli vinti, che lo rendono il calciatore de los verdolagas più vincente di sempre, con tanto di Copa Libertadores nel 2016 e Recopa Sudamericana l'anno successivo. Un simbolo, una bandiera del Gigante della Montagna. Così nel gennaio 2018, quando prese la decisione di tornare in patria per raccogliere la chiamata del River, migliaia di tifosi hanno riempito lo stadio Atanasio Girardot per tributare il loro ringraziamento. Quel giorno, sotto la scritta a caratteri cubitali “Il più grande di tutti”, c'era un altro pezzo di storia del Nacional, Renè Higuita: "Ho sempre visto in te umiltà, buone maniere, carisma. Avevi uno scudo biancoverde nel cuore. Sei una persona integra, Franco, un esempio da seguire e mia nonna ha detto bene: alla gente buona succedono cose buone".

Il giorno dell'addio all'Atletico Nacional

Dopo le lacrime, la gioia: la maglia dei millionarios, la squadra che tifava da bambino. Appena arrivato chiude la porta in 12 delle 20 partite giocate. “È un mostro, quando lo guardi negli occhi sai già che non riuscirai a segnarli" dice il centrocampista del San Lorenzo, Gabril Gudino. Gli stessi occhi che hanno stregato i compagni di squadra, di cui è diventato un punto di riferimento in appena cinque mesi. Gli stessi occhi che hanno rifiutato le proposte di Josè Pekerman, ct della Colombia che aveva provato a naturalizzarlo, e degli intermediari della Juventus, che lo avevano tentato con un’avventura europea.

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"Perché sono portiere? - si chiedeva Armani qualche mese fa – Perché solo i portieri sono la combinazione perfetta tra calcolo, abilità e aggressività". E delle tante preghiere fatte, anche quella del Monumental è stata esaudita. Perché la profezia parlava chiaro: “Franco, per te sta cambiando tutto”. E allora Jorge Sampaoli, dopo Caballero e Romero, lo porta in nazionale per i Mondiali di Russia ha chiamato lui, che di presenze con l’Argentina ne aveva zero.

La spedizione iridata, lo sappiamo, va male per Messi e compagni. Ma Armani torna in patria ancora più forte, ancora più simbolo. Anche grazie ad un’abilità clamorosa nel parare i rigori: dei 30 che gli hanno tirato in carriera, lui ne ha parati un terzo. Gli ultimi due contro il Cruzeiro in Copa Libertadores, dove ha ipnotizzato Henrique e David. Tra qualche giorno sfiderà il Boca Juniors di Daniele De Rossi nel primo Superclasico dell’ex romanista. E proverà ad ipnotizzare anche lui.

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