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È successo proprio a noi

Consigli per la lettura. Mettere in sottofondo: ...

Caos calmo

 

Novanta minuti alla fine delle ostilità. Novanta minuti per la gloria o per la polvere. Una partita. Una sola, singola, maledetta partita. Prima dell’ennesima rivoluzione?

E’ precisamente questo lo scenario che aleggia sulle teste dei dirigenti dell’AC Milan e su quella del suo allenatore, Gennaro Gattuso. La trasferta di Ferrara in casa della Spal di domenica sera alle 20.30 segna l’ultima tappa di un campionato e di una stagione complicata, quella dell’ennesimo passaggio di proprietà e di una continua frizione fra Leonardo e lo stesso mister calabrese. A differenza degli ultimi 5 anni però, nonostante questo quadro non proprio idilliaco, i rossoneri sono ancora in piena corsa per il ritorno in Champions e proprio per questo tutte le discussioni sul futuro sono rimandate a lunedì 27 maggio.

Come è tradizione però, in questo periodo dell’anno le voci si rincorrono e non possiamo certo far finta di evitarle o credere che non esistano. La posizione che sembra più in bilico è quella di Leonardo Nascimento De Araujo, dirigente brasiliano poliglotta e affetto da una spiccata dose di maniavantismo. E’ nostra premura affermare, per amore della verità e della coerenza, che la figura dell’ex Inter ci ha sempre tremendamente affascinato. Carismatico, poliedrico, incisivo. Brillante. Tutte caratteristiche che ci avevano fatto vedere di buon occhio il suo terzo ritorno a Milano sponda rossonera. E proprio per questo ancora oggi ne caldeggiamo e ne caldeggeremmo la permanenza.

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Cosa è andato storto, verrebbe dunque da chiedersi. In quella che sembra l’ultima settimana da direttore sportivo del Diavolo, è chiaro ed evidente che un peso rilevante nella pressochè certa decisione di Paul Singer di allontanarlo dalla sua carica abbiano pesato indissolubilmente gli ormai annosi contrasti con Rino Gattuso e soprattutto una politica economica e di mercato, quella imposta da Ivan Gazidis, che mal si abbina con l’idea di calcio del brasiliano. Ma andiamo con ordine: narrano fonti accreditate che giovedì 15 marzo, alla vigilia del derby di ritorno, Leonardo si fece pizzicare da Gattuso intento a spiegare ad alcuni calciatori della rosa rossonera, tra i quali Paquetà, alcuni movimenti da eseguire poi nel rettangolo di gioco. Esautorando, di fatto, l’allenatore. Tra gli strali di Rino e l’abile ma duro lavoro di ricucitura da parte di Maldini, la stagione del Milan ha preso da quel momento quella disastrosa china che l’ha portato a perdere un terzo e poi un quarto posto consolidato ormai da 2 mesi e obbligando la truppa milanista a sperare solo nelle disavventure altrui per riconquistarlo.

Una mossa questa, ci permettiamo di dire, abbastanza dilettantesca. Ego non al servizio della causa comune ma solo al servizio di sé stesso. Forse il peggior difetto di Leo, ragionare sempre per l’io e mai per il noi. Difetto che si ripercuote poi nel secondo aspetto che sta spingendo Elliott a prendere una strada diversa: quello della strategia economica e tecnica del Milan. Ivan Gazidis, amministratore delegato profumatamente pagato, detta la linea finanziaria da seguire e all’interno di questa devono inserirsi i colpi e le strategie di mercato rossonere. Ebbene, il terzo no, dopo quelli per Ibra e Fabregas, al prossimo acquisto dell’esterno brasiliano Everton hanno incancrenito definitivamente i rapporti tra i 2, con Leonardo ingabbiato in una morsa che, secondo lui, gli impedisce di lavorare al meglio. Prove di dismissione, dunque. Nella settimana decisiva per la Champions spira ancora forte il vento della rivoluzione. Il quarto posto come panacea di tutti i mali? Chi vivrà vedrà. La resa dei conti è vicina.

L’estate 2019 si preannuncia rovente per quanto riguarda il toto-allenatore. Se dal punto di vista climatico questo pazzo maggio sembra tutto tranne che prossimo ad accogliere il tipico caldo estivo, la stessa cosa non si può dire per i tantissimi mister che con la valigia in mano sono pronti ad imbarcarsi in una nuova e affascinante avventura.

È di 24 ore fa la notizia della separazione consensuale tra la Juve e Massimiliano Allegri, a conclusione di un ciclo di 5 anni che ha portato in dote 11 trofei: nel dettaglio, 5 scudetti, 4 Coppe Italia e 2 Supercoppe Italiane. Altrettante le finali di Champions giocate. E perse. E sta proprio qui il punto di non ritorno. Quella terribile e incessante ossessione di Agnelli, Paratici e -soprattutto- Nedved di alzare finalmente la coppa dalle grandi orecchie. Troppo logoro e consumato ormai il rapporto, poche le motivazioni per continuare a dare impulsi ad un gruppo che vince continuativamente da otto anni.


Un pacato Allegri

Si cambia dunque, buonuscita e tanti saluti. La domanda a questo punto sorge spontanea: chi a Vinovo? Premettendo che non abbiamo la presunzione di affermare di avere la verità in tasca, se dovessimo scommettere un euro avremmo pochi dubbi nel metterlo su Pochettino, attuale finalista di Champions col suo Tottenham. I motivi sono facilmente intuibili. Allenatore elegante, aziendalista, europeo. Proprio tutte quelle caratteristiche che fanno gola ai vertici Fiat e proprio l’uomo identificato come perfetto a dare ai bianconeri un respiro più internazionale.

L’alternativa porta il nome e il cognome di Antonio Conte, promesso sposo nerazzurro. Promesso, appunto. Tremendamente legato al famoso detto popolare della sora Camilla, Conte sembra assomigliare sempre più a quello che tutti lo vogliono ma nessuno se lo piglia. Più precisamente, la strategia del tecnico leccese è ormai chiara, aspettare la migliore occasione prendendo tempo con qualsiasi squadra che lo cerchi. E in Italia cosa c’è di meglio della Juve? In attesa d sciogliere questa intricata matassa, osservano interessate al valzer delle panchine anche Milan e Roma, entrambe sconquassate al proprio interno da lotte intestine che ne minano serenità e competitività futura.

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L’addio di De Rossi ha definitivamente lacerato il già sottile laccio che teneva uniti tifosi e proprietà, con un Totti praticamente esautorato e un Baldini sempre più occulto deus ex machina delle sorti giallo-rosse. Il progetto giovani che si scorge all’orizzonte (insieme al numero 16 dovrebbero lasciare anche Manolas e Dzeko) sembra tagliato su misura per Giampiero Gasperini, condottiero indefesso dell’Atalanta dei miracoli e desideroso di una nuova occasione dopo il fallimentare trimestre interista. Fonti autorevoli parlano di un accordo già sottoscritto col nuovo Ds romanista Petrachi, un triennale a 2.5 milioni all’anno. Ridimensionamento o meno, siamo dell’idea che Gasperini abbia tutte le carte in regola per infiammare nuovamente la glaciale piazza romana di questo periodo.

Sponda rossonera, la situazione non è di certo più tranquilla: tensioni esasperate tra Leonardo e Gattuso hanno lastricato di ostacoli il percorso quarto posto e le stesse tensioni tra il brasiliano e Gazidis sembrano propendere per un licenziamento in tronco del direttore sportivo a fine anno, Ennesima rivoluzione societaria dunque: i nomi per la sua successione sono quelli di Tare e Campos. E Gattuso? L’ottimo rapporto instaurato con l’ex Arsenal potrebbe portarlo ad una clamorosa conferma in caso di insperata qualificazione europea, ma la linea Elliott sarebbe quella di dare finalmente via al proprio corso affidando le questioni di campo ad un allenatore scelto da loro e non ereditato dalla passata gestione sportiva.


Sarri probabilmente lascerà il Chelsea a fine stagione

Il nome, già fatto di recente su queste pagine, è sempre quello di Maurizio Sarri, in odore di esonero dal Chelsea dopo la finale di EL del 29 maggio e forte di un pre-accordo col Diavolo sulla base di un contratto di 3 anni a 4 milioni a stagione, bonus inclusi. Che sia di nuovo l’avvento del Sarrismo? Probabile, anche se all’orizzonte si staglia minacciosa la sagoma di un livornese sorridente, amante dell’ippica e ironico quanto basta. Perplessità? Ragazzi, è molto semplice: state...Allegri.

Il Diavolo veste Sarri

Intendiamoci subito, cari lettori: questo non sarà uno di quei classici articoli di informazione sportiva, asettici nelle loro fredde informazioni, glaciali nelle analisi più dettagliate, avulsi da qualsiasi considerazione personale. No, non sarà tutto questo.

Assomiglierà molto di più ad una lettera a cuore aperto a quello che con tutta probabilità sarà il nuovo allenatore dell’AC Milan di Milano: Maurizio Sarri. Siamo felici di questa notizia? Vibriamo al pensiero del toscano con le natiche ben piantate sulla panchina di San Siro? Ebbene, no. Noi lo sappiamo, caro Maurizio, che l’aria di Londra ti sta stretta, che il rapporto con Abramovich stenta a decollare per quell’incompatibilità di caratteri figlia di origini di vita troppo distanti una dall’altra, conosciamo bene quel tuo ammaliante, ripetitivo, ossessivo modo di giocare con le sovrapposizioni dei terzini, i tagli degli esterni, il tiki-taka di Guardiolana memoria, l’idiosincrasia spiccata al turnover. Ti abbiamo ben presente, una maschera di insoddisfazione tra il fumo del tuo amato sigaro, il taccuino da novello Mourinho, i modi burberi e soprattutto quell’inseparabile tuta, manco fosse l’armatura di uno degli Avengers.

sarri galliani

Galliani fa i complimenti a Maurizio Sarri, sulla panchina del Napoli

Ti abbiamo ammirato, in principio, invocato in quella torrida estate del 2015, quando alla fine dell’ecatombe Inzaghi e in bilico tra i mille tentennamenti di Ancelotti ci sembravi l’unica ancora di salvezza di una nave ormai alla deriva. Fummo molto vicini a quei tempi, Galliani ti strappò un accordo e un sorriso (!), prima che Berlusconi stracciasse tutto per mere ideologie politiche. Diverse ai tempi, così diverse che ti spinsero fra le braccia dell’eccentrico patron De Laurentiis e della calorosissima piazza napoletana.

Forse è lì che la nostra cotta per te cominciò a vacillare, ad attenuarsi, a rivendicare quella pia illusione che ancora una volta ci era stata strappata via. I tuoi anni all’ombra del Vesuvio sono filati via tutto sommato lisci, iniziali incomprensioni tattiche culminate con la splendida cavalcata quasi scudettata della stagione 2017-2018. Tutto molto bello. Tutto, forse, troppo bello.

Non ci convinceva, caro Maurizio, quella litania cantilenante sui fatturati che ci propinavi ad ogni maledetta conferenza stampa, quell’usura nell’utilizzo diabolico di pochissimi componenti della rosa, quella maniacalità tattica che da pregio ai nostri occhi era ed è diventata un urticante e pruriginoso difetto. Ti abbiamo collocato, per tutta queste serie di ragioni, nel limbo dei tanti allenatori del “vorrei ma non posso”, il bel calcio a discapito dei risultati, la rigidità calcistica fatta dogma.

Non ci piaci più. burbero Maurizio. Ed è per questo che siamo sobbalzati quando in questi ultimi giorni abbiamo appurato che potresti essere il condottiero scelto da Maldini e Leonardo per avviare definitivamente il progetto targato Elliott. Se avremo mai l’opportunità di confrontarci, ti diremmo schiettamente che avremmo preferito o preferiremmo altro, che ci inquieta quella tua incapacità di essere versatile mista forse ad una lievissima ignoranza paesana. Potremmo annusarci, lanciarci frecciatine, ma non andremmo mai pienamente d’accordo.

Eppure sei il prescelto. Eppure sappiamo che possiedi tutte le carte in regola per farcela tornare quella stra-maledetta cotta del 2015. Eppure una vocina ci sussurra che forse potresti essere quello giusto, anche più di quell’Antonio Conte che tanti, forse troppi, bramano. Non ci piaci, caro Maurizio. Ed è magari per questo che ci intrighi. Come un bel vestito di Prada. Anche se te, lo sappiamo, sei più comodo in tuta.

Alberto Petrosilli

Date a Rino quel che è di Totti

Ricostruire dalle fondamenta non è mai semplice. Farlo in una città in tumulto che ti ha eletto negli anni a divinità calcistica e non, risulta ancora più difficile e complicato. Questo il compito che spetterà dal primo luglio 2019 a Francesco Totti, ingombrante dirigente romano ed ex capitano mai dimenticato.

Al volgere di una stagione nefasta per i colori giallorossi, otto partite separano la Lupa Capitolina dall’ennesima rivoluzione annunciata. A guidarla, appunto, er Pupone, investito finalmente di responsabilità e di quei pieni poteri operativi che venivano invocati per lui fin dal giorno successivo al suo ritiro, in quella famosa domenica del 28 maggio 2017. In esclusiva oggi, tramite questo pezzo, noi de ilCatenaccio siamo pronti a svelarvi i piani della Roma che verrà, idee e pensieri che si intrecciano indissolubilmente alla figura di Ivan Gennaro Gattuso, bandiera rossonera e condottiero mal sopportato di una barca, quella milanista, che sta tentando faticosamente l’approdo in Champions a 5 anni di distanza dall’ultima proficua apparizione sulle migliori “coste” europee.

totti

Ammettetelo: non ci state capendo nulla? Andiamo con ordine.

Dopo l’allontanamento del Ds spagnolo Monchi susseguente alla disfatta col Porto, a Roma si è creato un vuoto di potere che Pallotta, ricalcando i passi della gestione immediatamente post Sabatini, ha tamponato con la promozione del fedele Massara. Fin qui niente di nuovo se non fosse che Francesco Totti, liberato dall’opprimente naftalina in cui era affossato da un anno e mezzo, ha preso la prima vera decisione importante nelle sue nuove vesti, richiamando a Roma quel Claudio Ranieri quasi scudettato nell’amara stagione 2009/2010. È inutile oggi soffermarsi sulla bontà o meno della scelta (per essere onesti, al momento il campo la sta smentendo clamorosamente), ma ciò che ci preme sottolineare invece è la nuova consapevolezza dirigenziale che il campione del mondo 2006 lega indissolubilmente a questa scelta: posso incidere anche in questo ruolo.

Da qui, e da questo momento comincia l’esplicazione del piano futuro romanista, l’idea di Pallotta, dopo un confronto con lo stesso Totti, di affidargli la gestione futura della Roma, declassando così Baldini a mero consigliere esterno piuttosto che saccente deus ex machina romanista. Con o senza la qualificazione alle coppe europee, il piano è solare: ricostruire una squadra di giocatori giovani (soprattutto) e meno giovani (pochi ma buoni) che possa aprire le porte ad un futuro stavolta condito da qualche successo.

A chi affidare questo manipolo di ragazzotti? Nessun dubbio: Gennaro Gattuso. È lui l’uomo identificato come quello della rinascita romanista, avanti oggi a Sarri nelle preferenze del Capitano. Un gladiatore all’ombra del Colosseo, banalità vera o presunta, il nativo di Corigliano Calabro si appresta a guidare la sua truppa, come una sorta di Massimo Decimo Meridio 2.0. Le richieste? Belotti per Dzeko, bosniaco sempre più triste e a secco da quasi un anno all’Olimpico in campionato, e Tonali, regista classe 2000 del Brescia per dare freschezza e vivacità ad un reparto di centrocampo reso acerbo dall’inconsistenza di Nzonzi e Cristante e al contempo annacquato dai malanni fisici di De Rossi.

Già, proprio lui. Filtra negli ambienti vicini al giocatore la voglia di ritirarsi a fine anno, un ginocchio malandato e la volontà di non mettere a repentaglio la sua incolumità fisica post carriera. L’idea di Totti? Intuitiva, Daniele vice Gattuso, un po' come in quel mondiale 2006. L’immagine ci riporta alla memoria una delle formazioni “politiche” più importanti della storia romana: il Triumvirato. Totti-Gattuso-De Rossi come Cesare-Crasso-Pompeo? Alla storia e ai posteri, come sempre del resto, l’ardua sentenza.

Ne rimarrà soltanto uno

Vi ricordate, cari lettori, le strampalate ed ironiche conte che da bambini si facevano per decretare chi dovesse giocare con questa o quella squadra di vostri amici, fatte frettolosamente dieci minuti prima del calcio d’inizio?

Beh, se non le ricordate voi, sicuramente in queste due settimane di sosta per le Nazionali saranno tornate prepotentemente in mente a Ivan Gennaro Gattuso, tecnico milanista falcidiato da una miriade di infortuni, concentrati in tutte le zone del campo, specie tra difesa e mediana. Nel giorno dell’antivigilia di Lazio-Milan, posticipo delle 18 della tredicesima giornata di campionato, c’è molta curiosità fra gli addetti ai lavori su quale squadra il tecnico calabrese schiererà dal primo minuto. Volendo continuare a solcare ironicamente il tema, potremmo più semplicemente dire che a Milanello la formazione verrà decisa dopo la conta dei superstiti. Già, perché mai si era vista una simile ecatombe: Caldara fuori 3 mesi, Romagnoli e Musacchio 2; Bonaventura stagione finita e Biglia quasi. Chi rimane?

Come è facile intuire, le preoccupazioni maggiori riguardano il reparto difensivo, dove balza agli occhi la sola presenza di un giocatore negli anni inviso da gran parte del tifo milanista: stiamo parlando di Cristian Zapata, centrale colombiano di 32 anni, al Milan dal 2012 e col contratto in scadenza il prossimo 30 giugno. Per chi scrive, un idolo. Centrale veloce, fisicamente prestante, forte nell’anticipo e dominante nei duelli aerei: visto così, sembrerebbe l’identikit del centrale difensivo perfetto. Purtroppo, come il più famoso Achille, anche il buon Cristian ha il suo tallone, il suo punto debole: la concentrazione, difetto che gli ha sempre impedito di fare quel clamoroso salto mentale che lo avrebbe consacrato come difensore di altissimo valore.

Oggi però, nella piena maturità dei suoi 32 anni e con la consapevolezza di poter concludere la sua avventura rossonera tra qualche mese, gli si chiede di guidare un reparto inedito (dovrebbe essere coadiuvato da Rodriguez e Abate in una sgangherata difesa a 3) nel più importante scontro diretto per la Champions, competizione dalla quale il Milan manca da quasi 5 anni e che proprio col colombiano e Mexès coppia centrale titolare ne ottenne l’ultima qualificazione. Alle previsioni nefaste che vedono la compagine rossonera uscire con una batosta inenarrabile dalla trasferta romana, Gattuso affida e ripone le sue speranze nel nativo di Padilla, il cui compito sarà principalmente quello di arginare Ciro Immobile, agnellino con la maglia azzurra ma spietato cacciatore con la casacca biancoceleste.  “Se sono concentrato non ce n’è per nessuno”.

Così si esprimeva il difensore nel febbraio 2016 alla viglia di un Napoli-Milan dove lo spauracchio principale era quel Gonzalo Higuain oggi suo compagno di squadra (e che sarà assente per l’espulsione rimediata in Milan-Juve). In quella gara, il centravanti argentino non vide letteralmente palla, sormontato fisicamente e tecnicamente da uno Zapata in versione deluxe. Quella partita terminò 1-1, risultato che oggi sarebbe oro per classifica e situazione complessiva di squadra. Riuscirà il buon Cristian a tenere accesa la spia della concentrazione e a relegare il centravanti italiano a semplice comparsa del big match dell’Olimpico? Fosforo e applicazione, caro Zap. Ai 90 minuti di domenica l’ardua sentenza.

Senso di incompiuto

Adda passà a’ nuttata. Deve passare la nottata. Celebre frase di Eduardo De Filippo utilizzata spessissimo per cercare di superare avvenimenti, fatti o serate più o meno dure e difficili della propria vita nelle successive 24 ore.

Filosofia che potrebbe e poteva tranquillamente essere affibbiata al post Inter-Milan, derby della Madonnina terminato 1-0 per i nerazzurri con goal al 92’ di Icardi. A noi ne sono servite 48. Troppa l’amarezza, la rabbia, la sensazione di non vissuto che ci ha investito ripensando a come commentare la gara. Dopo 2 giorni però, a mente fredda, siamo pronti e lucidi per declinare ciò che le sinapsi ci suggeriscono copiose.

Come detto, la partita l’hanno vinta i nerazzurri con una zampata del suo capitano argentino all’ultimo sospiro della gara. Una gara però dovrebbe essere giocata da due squadre, come è comunemente noto a tutti gli appassionati della sfera a scacchi. Il derby lo ha giocato solo l’Inter. Novantatre minuti in apnea e in balia delle vampate interiste, più tenaci, più sicuri e dannatamente più fisici. “Dobbiamo affrontare il derby senza paura”: perché, Rino? Perchè alle parole non sono seguiti fatti concreti che scacciassero quella terribile idiosincrasia degli ultimi anni a sentirsi veramente top, veramente Milan? Domande che rimarranno inevase, aggravando gli animi già attoniti di tutti gli sconsolati tifosi rossoneri.

Il grande minimo comune denominatore di queste ultime annate è l’atavica incapacità del Milan di fare quel definitivo salto di qualità dopo una serie di buonissime partite condite da altrettante indispensabili vittorie. Salto di qualità che va trovato nella benedetta continuità di risultati che marcano la differenza fra squadre di vertice e squadre che galleggiano mestamente a metà classifica. La posizione degli ignavi. Siamo ignavi, Rino?

La clamorosa differenza che è balzata agli occhi tra le due squadre è stata quella per cui il manipolo di uomini guidati dall’uomo di Certaldo, al secolo Luciano Spalletti, abbia compiuto quell’indispensabile scatto mentale che la porta oggi a considerarsi una grande squadra pur magari non essendolo pienamente. Andare oltre i propri limiti. Raggiungere l’obiettivo semplicemente perché la maglia che indossiamo merita fino all’ultima goccia di sudore. Retorica spicciola? Assolutamente sì. Certe volte converrebbe che tutti, dal primo dei calciatori all’ultimo dei magazzinieri (con tutto il rispetto per la categoria), si ricordassero che il calcio molto spesso si riduce a mera corsa, sudore e attaccamento ai valori per i quali si fa sport: orgoglio, coraggio, senso di appartenenza. A volte, ma direi anche molto spesso, ciò che conta in 90’ minuti di calcio non sono gli schemi, il giro palla dal basso, le verticalizzazioni o i cambi gioco provati in allenamento ma la cattiveria, la voglia di prevalere sull’avversario, il desiderio di aiutare un compagno in difficoltà o semplicemente quello di sacrificarsi per lo stemma della squadra che si rappresenta. Tutte queste componenti, nel derby di domenica sera, sono mancate al Milan e hanno invece inondato i cuori e colmato le anime degli interisti.

Più che per una chiara supremazia tecnica, l’Inter ha vinto il derby per una chiara supremazia morale. E’ questa la componente che più angoscia i supporter del Diavolo. I calciatori rossoneri hanno affrontato il derby come quegli impiegati che da 30 anni vanno in posta annoiati e timbrano il cartellino solo per dovere d’ufficio. Nessuno slancio emotivo, zero sussulti, istinti primordiali azzerati. Siamo qui solo perché ce lo impone il calendario. Ciò che più dovrebbe far riflettere Gattuso e i suoi uomini è il fatto di aver giocato il confronto cittadino come se fosse una seccatura, una gara da cui evadere piuttosto che da vivere pienamente. E da uno che viveva i derby con l’adrenalina a mille non ce lo aspettavamo proprio. Dove non arriva la tecnica, da sempre dovrebbe arrivare l’agonismo, la corsa, la grinta. Concetti passati di moda perché c’è chi ha voluto elevare il calcio ad ars aulico-ludica (siano maledetti Guardiola e il suo tiki-taka) dimenticandosi però che questo sport da sempre racchiude in se gli aspetti più puri dell’endoscheletro umano. Siamo uomini. Siate uomini. Per tornare ad essere calciatori da derby. E per non vivere di nuovo quel maledetto senso di incompiuto.

Nemici mai

...Per chi si ama come noi. Potrebbe, o avrebbe potuto, essere questo il sottofondo musicale perfetto dell’abbraccio tra Ancelotti e Gattuso nel pre-partita di Napoli-Milan, anticipo serale della seconda giornata di campionato.

Banalità: il maestro e l’allievo. Bennato docet: il gatto e la volpe. Forse stiamo scadendo nel sentimentale e se si parla di calcio troppo spesso questo non va bene, ma per un milanista, in quell’abbraccio lungo un minuto si è tornati per un momento a respirare il clima del Milan che fu. 10 anni di storia condensati in 60 secondi. La clessidra che scandisce ogni millesimo di secondo, ogni istante, della nostra vita pallonara si ferma e ci ricorda chi siamo stati. Chi dovremmo tornare ad essere. Flashback.

Milan-Manchester 3-0, 2 maggio 2007, la partita perfetta. Al novantesimo, Rino Gattuso strapazza letteralmente il volto paffuto di Carletto, sorpreso ma felice. Nessuno avrebbe potuto pensare che 12 anni dopo i due si sarebbero affrontati in un big match di Serie A. Eppure, in quel minuto precedente l’inizio delle ostilità Rino Gattuso è tornato ad essere il guerriero indomabile di Carlo. L’alfa e l’omega. “Il Milan di Ancelotti va al ritmo del cuore e della corsa di Gennaro Ivan Gattuso”. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase in quegli anni d’oro? In quell’abbraccio c’è tutto.

C’è l’aspirazione di voler diventare come lui. C’è la deferenza per l’allenatore che più ha esaltato le tue caratteristiche. “Io ho corso per te, Carlo”. Brillavano, gli occhi di Gennaro. E siamo sicuri che il cuore pulsava. Forte, intenso. “Le volte nelle quali in questi anni sono stato giù, vedevo qualcosa che non mi quadrava, l’ho chiamato per un consiglio, per una rassicurazione”. Parole pronunciate dall’allenatore rossonero nella conferenza di vigilia. Te lo ricordi, Carlo, che siamo amici?

Trasfigurazione in campo di quello che non è solo un rapporto fraterno fra due persone fatte della stessa identica, purissima, pasta: una missione. Sudo per te. Lotto per te. Mi rompo un menisco ma continuo a giocare per altri 88 minuti. Per te. Prima di quella semifinale sopra ricordata, la panchina di Carletto, nel turno precedente, i quarti col Bayern, era a serio a rischio. Mancavano pochi bulloni da allentare per farla saltare definitivamente. “Dammi elmetto e trapano, da qui non te ne vai”. Rino Black & Decker. Il Milan espugna Monaco di Baviera, Gattuso corre per 3. Rino uno e trino. Sacralità e blasfemia. Il Diavolo e l’acqua santa. Pane e salame. Caviale e champagne. Anima e corpo. Solo per te, Carletto.

Alla fine di tutto ciò, mille emozioni in due corpi che riunendosi riallineano la storia, ci sarebbe stata anche una partita di calcio. L’ha vinta il Napoli per 3-2, con la doppietta di Zielinski e il suggello finale di Mertens che hanno ribaltato a mezz’ora dalla fine il doppio vantaggio milanista siglato dall’accoppiata Bonaventura-Calabria. Ma questa è una storia marginale rispetto al resto. Al fischio finale, gli occhi di Rino incrociano quelli di Carlo: “Oggi hai vinto, amico mio, al diavolo le mozzarelle di bufala che mi hai promesso. Ma stanotte, Carletto, solo io saprò a chi pensi tu”.

Ricordati di me.

Che tesoro sei.

Triplice fischio.

Come fossi Vasco Rossi

Noi siamo ancora qua...Eee già! No, non è l’inizio dell’inciso di una famosissima canzone di Vasco, nè una svolta filosofico-musicale del mio modo di intendere il calcio o la vita.

Molto più semplicemente, è l’epiteto perfetto per chi, come noi, ha vissuto l’estate da milanisti.

Sballottati da una parte all’altra dell’universo pallonaro, scherniti dai risolini aspri e pungenti dei tifosi delle altre squadre, giudicati e affettati dalla mannaia della Uefa, oggi possiamo dire di essere sopravvissuti.

Siamo in piedi. Siamo saldi e solidi. Siamo americani, infine. Ma cosa è successo nella galassia milanista per arrivare alla “pace dei sensi” odierna? Smentendo me stesso, la proprietà cinese si è dimostrata farlocca e fumosa, col misterioso Li che alla fine della fiera è passato per un prestanome qualsiasi perdendo (?) quasi un miliardo di euro fra spese per l’acquisto del club e soldi immessi nel mercato estivo 2017.

E proprio per la lacunosità di tale proprietà, l’UEFA aveva deciso di escludere il Milan dall’Europa League 2017-2018. Mercato fermo, tifosi atterriti. Sally è già stata punita, direbbe Vasco. E’ proprio a questo punto però, nel momento più basso della storia milanista dai tempi di Giusy Farina, che in soccorso dei rossoneri giunge Paul Singer, proprietario del fondo Elliot, gestore di asset per 34 miliardi di euro. Rinascita. Purificazione.

Che cosa potremmo fare io e te? Deve essere stata questa la conversazione telefonica intercorsa tra Maldini e Leonardo, oggi direttore sportivo e tecnico dell’Ac Milan, al momento di intraprendere il lavoro di riassetto della società. Come nelle favole, Elliot ha avuto l’intuizione, la forza e la capacità di riportare il Capitano a casa, dopo nove lunghi anni di esilio.

Riammissione all’Europa League, per la quale grande merito va all’avvocato Frank Tuil, arcigno e coriaceo difensore degli interessi di Paul Singer, e mercato intelligente e logico. “Guardate che Singer venderà tutti, non rafforzerà la squadra e cederà il prima possibile”: la frase emblema del pensiero dei tifosi altrui, E invece no. Via Bonucci (a proposito, a mai più), dentro Caldara e il pipita Higuain. Soffia forte il vento della rivoluzione. Per tutti gli altri, tutto questo un senso non ce l’ha. Per noi milanisti si. Dopo 5 e lunghi tormentati anni, sentiamo vibrare nell’aria il rewind del Milan che fu. Proprietà solidissima, le persone giuste al posto giusto e Rino Gattuso anima e guida di questo manipolo di splendidi ragazzi. Un nuovo capitano, Romagnoli. Il nostro Capitano, Paolo. La redenzione del Giuda interista, Leonardo de Araujo. E poi, un presidente rossonero, che male non fa: Paolo Scaroni. Cosa chiedere di più?

Come sempre poi, alla fine parlerà il campo. Ma avere alle spalle cotanta qualità individuale e spessore umano aiuta a sentirsi meno soli. Meno nudi nella tempesta. l’Alba chiara del milanismo.

La pacchia è finita.

P.S.; Dissertazione filosofico-mercatara: dov’è Modric?

Colpa di Alfredo. O di Piero.

Cospiratori Fantastici e Dove Trovarli

Massimiliano Mirabelli sulla graticola. Massimiliano Mirabelli all’ultima spiaggia. Massimiliano Mirabelli con le valige in mano.

Manco fossimo sul set di un’estate al mare intenti a girare la scena del barbecue, appare paradossale come l’unica stagione calcistica a dover essere giudicata prima della fine sia quella del Milan e del suo direttore sportivo calabrese. Certamente pesano sul giudizio i numerosi quattrini di cui il buon Max ha potuto usufruire nel corso dell’estate 2017, certamente pesa la scelta discutibile di rinnovare il contratto ad un allenatore (Montella) non pienamente voluto dal nuovo management milanista e quindi esonerato pochi mesi dopo, ma ci sembra, al netto di tutto ciò, alquanto ingeneroso trarre bilanci a quattro giornate dalla fine del campionato e con una finale di Coppa Italia da giocare, il prossimo 9 maggio all’Olimpico di Roma contro la Juventus.

Ma da cosa derivano e da dove provengono questi spifferi sulla presunta dismissione del Ds rossonero? La risposta è molto semplice, chiara, limpida: dai nostalgici e da chi ancora non si è rassegnato al fatto che il closing sia avvenuto e che il Milan sia oggi cinese. Gente che ha perso il posto, magari. Corrosi dall’invidia verso chi ha raccontato semplicemente la verità atta a sbugiadarli, questi avvelenatori di pozzi di professione non tifano il Milan, ma solo chi lo gestisce e chi lo gestiva (Galliani e Berlusconi).

Ora, pur riconoscendo un’infinita gratitudine e un profondo ed eterno rispetto per coloro che per 31 anni hanno reso il Milan uno dei club più vincenti al mondo con 29 trofei portati a casa e 8 finali di Champion’s League giocate, è giusto anche raccontare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, da quale situazione Fassone e soprattutto Mirabelli siano dovuti partire: un completo disastro economico e tecnico.  Alla fine della stagione 2016-2017 un Milan composto perlopiù da prestiti, parametri zero e cavalli di ritorno (Suso e Paletta), termina la stagione al sesto posto con conseguente qualificazione ai preliminari di Europa League dopo 3 anni di assenza dall’Europa e consolandosi con la inaspettata vittoria della Supercoppa Italiana, a 4 stagioni dall’ultimo trofeo vinto.

E’ in questo clima di precarietà tecnica che Mirabelli comincia, colpo dopo colpo, a ribaltare la rosa della squadra rossonera: alla fine gli acquisti saranno 11, un’intera squadra titolare. La stagione comincia tra molti bassi e pochi, l’infortunio di Conti, l’esonero di Montella del 26 novembre dopo uno scialbo 0-0 in casa col Torino e dopo aver perso tutti gli scontri diretti del girone d’andata. Primi muguni. “Inadatto, Mirabelli, è poi è pure interista”. Arriva Gattuso. “E’ solo un parafulmine”, dicono gli iper-critici. Dal pareggio beffa di Benevento con goal del portiere Brignoli alla clamorosa sconfitta sempre con le streghe a San Siro, è passato un intero girone ed il Milan è settimo in classifica, in finale di Coppa Italia ed è stato eliminato dall’Arsenal negli ottavi di Europa League. Solo numeri, direte voi. Numeri drammatici, direbbe chi dal carro è sceso da tempo ed è pronto a risalirci se il 9 maggio quella coppa verrà alzata da Bonucci e compagni. Perchè il mondo del calcio va così: quando vinci sei un bel ragazzo, quando perdi sei una testa di c...o. In mezzo però c’è stata la costruzione di una rosa giovanissima che può costituire una base buonissima per il futuro, il rinnovo di Donnarumma, riacquistato patrimonialmente alla causa del Milan dopo esserne stato lontanissimo, i rinnovi a Suso e ai giovani Cutrone e Calabria. Tutte cose dimenticate da chi rimpiange il posto gratis a San Siro e oggi deve barcamenarsi per trovare un appiglio dal quale gettare fango a palate. A te che leggerai questo articolo, rivelerò una cosa: anche io ero tra gli scettici. Anche io ho rimpianto i vecchi tempi. Anche io ho avuto nostalgia. Poi ho capito: solo gli scemi non cambiano idea.

Vero. Ruiu?

L'importanza di chiamarsi Patrick

E’ il minuto 104 di Milan-Inter, derby della Madonnina e quarto di finale di Coppa Italia in gara secca. Chi vince va in semifinale. Chi passa tiene accesa la speranza, l’Inter di rivincere qualcosa a distanza di quasi 7 anni, il Milan di raddrizzare una stagione sciagurata nata sotto ben altre aspettative. I primi 90 minuti, tesissimi, sembrano aver già designato l’eroe della sfida: Antonio Donnarumma, terzo portiere più pagato al mondo e odiato dalla frangia più calda del tifo rossonero per le note vicende estive. Ma questa è un’altra storia. Antonio Donnarumma, dicevamo: titolare per caso a causa degli infortuni del fratello Gigio e del secondo portiere Storari, miracolato dal VAR che gli cancella una mezza papera sul goal di Perisic e salvifico sul portoghese Joao Mario al quarto d’ora della ripresa. Nei pensieri dei tanti tifosi milanisti, allo stadio o davanti alla tv, si prefigura lo scenario più logico conseguente all’andamento della sfida: altre parate nei supplementari, rigori, il “parassita” Donnarumma ne para un paio, vittoria, Osanna, peana e redenzione sportiva. Amen, fine.

E invece no, questo riscatto morale non s’ha da fare. Perchè mentre il prode Antonio intraprendeva il sentiero della redenzione collezionando miracoli, al 70° della ripresa Gennaro Gattuso aveva mandato in campo, al posto dell’infortunato e fin lì deludente Kalinic, Patrick Cutrone, giovane di belle speranze che da 3 mesi infiammava la curva sud del Diavolo. Emerso anche lui quasi per caso dallo sfarzo di una campagna acquisti da 200 e passa milioni e con la semplicità di essere stato pagato “solo” 1500 euro (Bianchessi dixit), aveva attirato le simpatie dei supporters rossoneri. Vuoi per la fame, vuoi per la grinta, vuoi per la giovane età. O vuoi semplicemente perché una tifoseria demoralizzata si aggrappa all’unico barlume di speranza. E a nemmeno 20 anni, cosa chiedere di più?

Ma la vita, e il calcio che troppo spesso ne è dannatamente metafora, a volte ti offre la possibilità di svoltare, di non accontentarti del tuo piccolo, anche se prolifico, orticello. E al minuto 104 del derby l’occasione per Patrick ha i piedi delicati dello spagnolo Suso, inesauribile mancino dalla classe cristallina. L’occasione è quella palla in profondità a scavalcare Skriniar, e Cutrone è lì, pronto all’appuntamento: taglio alle spalle di Ranocchia, attacco alla palla e alla porta, interno destro, goal.

Patrick è Storia. Patrick è un Simbolo, Patrick, un predestinato.

Perchè nella vita è importante chiamarsi Ernesto o provare a riscattarsi come Antonio, ma a volte ha più importanza chiamarsi Patrick. Soprattutto in un derby. Soprattutto al minuto 104.

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