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Affrontiamo questa seconda puntata dell’Opinione ...

Cent'anni fa nasceva Gianni Brera. Era l'8 settembre del 1919, giorno di festa per papà Carlo, sarto e barbiere di San Zenone al Po, neanche mille anime in provincia di Pavia. "Cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti. Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po".

Cent'anni dopo, è immensa l'eredità che Gianni Brera ha lasciato al giornalismo, non solo sportivo, e alla lingua italiana. In questi giorni di ricordi, di elogi e di retrospettive, ricordiamo Gioannbrera con uno dei suoi pezzi più belli e più poetici: quello scritto in occasione della finale di Coppa Intercontinentale del 1962, tra Benfica e Santos. In campo, un certo Pelè. Per descriverlo Brera prese in prestito i versi de La sera del dì di festa, di Giacomo Leopardi.

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Dunque andiamo a Lisbona. Spira vento da sud-ovest e io domando ai portoghesi: «Par piasé, cal vent chì ’l sarà mia sciròk!?». «Nao che nao l’è scirok» mi rispondono «parché ’l sciròk u ven d’l’Afriché

«Ben, gli dico, quast chì l’è anca pegg dal sciròk parché ’l porta la spussa ch’ho sentì a Giacarta gnand indré d’l’Australia; ch’la spussa d’romantich e d’muffa che Pierre Loti l’disia ch’l’era ’l profum di tròpich, e chissà parché s’at taca la majetta a la pell e t’vorissat faà la doccia tutt i moment

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«Nao, nao ch’l’è nao sciròk» insistevano i portoghesi, e qualche volta erano di Reggio Emilia, qualche altra volta delle parti del povero Coppi. Parlando pavese schietto andavo benissimo: così ho comperato le Lusiadi in edi­zione di lusso e la regalo al mio amico Rico Banderal, che sicuramente non ha mai immaginato di poter leggere Camoens in lingua.

Pelé mi incanta come non ha mai potuto nei giorni più splendidi. Capisco perché i brasiliani prendano cappello alla sola idea di vederlo emigrare; perché gli abbiano stampato l’orma del piede sulla copertina del libro Eu sou Pelé; perché chiedano sogghignando un miliardo. Sono onesti. Se per Morbello sono stati chiesti e ottenuti novanta milioni, per Pelé ci vuole un trilione, cioè mille miliardi.

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È alto 1,73, mi pare; traccagnotto e potente, ma nello stesso tempo agile e sciolto, come i grandi atleti olimpici che corrono soltanto. Batte di sinistro e destro, sempre mirando. Dribbla con movenze armoniose, sor­nione, plastiche, senza sculettare o danzare come tanti. Rifiuta il numero di dribbling (el pase) come una manife­stazione deteriore e inutile.

È un vero classico. Dolce, chiara è la notte e senza vento. Pronunciate le comunissime parole di questo che è fra gli endecasillabi di più limpida trasparenza. Continuate: e cheta sovr’ai tetti e dentro gli orti… È mia nonna che parla affacciandosi nottetempo alla finestra. Mia nonna analfabeta e grande. Posa la luna e di lontan rivela – serena ogni montagna. Sapete che è Giaco­mino: ha il Parnaso fra le scapole, e i coglioni dicono che è gobbo.

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Bene: adesso guardate Pelé. Dolcechiaré: ha alzato il piedino prensile: lanotte: la palla si è fermata al primo contatto e senza vento: ricade ammansita sull’erba: un piedino prensile l’accarezza mentre l’altro spinge: echetasovraitetti: accorreva un avversario: si è coricato come un birillo: tettiposalà: avanza un altro: piroetta; lalùna: ecco un compagno smarcato: oppure, ecco una nuova battuta di dribbling: si corica il secondo birillo: o magari no, questa volta il birillo non si corica e vince il tackle: Pelé ha sbagliato il dribbling: càpita: anch’io ho dimenticato: sovr’ai tetti e dentro gli orti. Ripetizione: posalalunedì lontàn rivèla: ora parte Pelé in progressivo: è Berruti che vòlita fìngendo di allenarsi. Serenognì montàgna. Cor­rendo, senza sforzo apparente, ha fissato i bulloni in terra ed ha scaricato fulmineo la pedata: ha mirato, si è visto: mentre correva ha mirato e battuto a rete. Serenognì montàgna. Punto. Gol.

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Mi dico di non aver mai visto nulla di simile. Gli dedico epinici. Mi esalto e lo esalto. L’ho veduto far questo: coricare tre birilli e battere di sinistro sul portiere: palla che schizza verso il fondo: prima che esca, continuando la corsa, Pelé compie un gran balzo e ricade col sinistro sulla palla: la colpisce a volo, in modo che s’infila tesa e bassa in diagonale.

Sono tutti a guardarlo allibiti. E la quarta rete del Santos e fa quattro a zero. I lusitani, benché abbiano pagato il biglietto, scoppiano in singhiozzanti applausi.

O Gòngora ti cheta, ch’io non son poeta. Se avete capito «dolce chiara è la nottesenzavento» non ho bisogno di proseguire. Pelé vede il gioco suo e dei compagni: lascia duettare in affondo chi assume l’iniziativa dell’attacco e, scattando a fior d’erba, arriva a concludere. Mettete tutti gli assi che conoscete in negativo, poneteli uno sull’altro: stampate: esce una faccia nera, non cafra: un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti: è Pelé. Ma ce ne vogliono molti, di assi che conoscete, per fare quel mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione.

 

da Gianni Brera, Il principe della zolla, Il saggiatore, 1994

Gianni Brera, addio miserabile estate

Se oggi parliamo di contropiede, goleador e centrocampista, lo dobbiamo a Gianni Brera. Lo stesso nome di questo sito, il catenaccio, è stato inventato da lui. Giornalista gigante, romanziere dello sport, paroliere, sceneggiattore, novelliere. Sapeva dipingere quello che vedeva, non si limitava a raccontarlo. Il suo era un stile "straordinariamente inventivo e funambolico", dove si fondevano le sue conoscenze classiche e le sue radici popolari, la filosofia e la letteratura, la geometria e la cucina. 

Il brano che vi proponiamo qui sotto è tratto dalla rubrica L'Arcimatto del 7 settembre 1964, sul Guerin Sportivo, testata in cui entrò a soli 17 anni per occuparsi di Serie C. Con queste parole salutava l'estate e dava il bentornato al calcio. 

La Serie A riparte. E noi ripartiamo così, a quindici giorni dal centenario della sua nascita.

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Addio, mirabile estate. Dolori lancinanti mi colgono fra un Pommard 1959 e l'ultima terrine maison consumata in Savoia. Scopro di aver fatto un calcolo, il solo di tutta la mia vita. Oppo mi aveva parlato di una sbarra rovente immersa nel rene, di invidia per partorienti femmine minimamente afflitte dal dolore fisico, bensì esaltate dalla gloria della futura maternità. Procedo immediatamente all'autodiagnosi sentendomi offeso con tutti i santi ereditati da mia madre.

Mi riporta a casa Carlino Mo, conturbato da problemi di illuminazione moderna sulla facciata torron-cremonese e alquanto libidinosa della nostra Gratiarum Chartusia. Vi eseguiranno musiche sacre al primo ondeggiare della nebbia natia. Un brivido lungo la schiena inguainata da scandale. Un fremito appena sopra la pancia. Prima digestio fit in ore. Sogno di pernici antiche beccottanti clitoridi in risaia. La musica si arrampica su per lesene truccate da sculture maligne. Pare una lisciva celeste. Nelle sciabolate dei riflettori volteggiano gufi santificati al tempio della Controriforma. All'ultima finestra si affaccia un certosino il cui padre commerciava con Amsterdam. Le rendite sono state tempestivamente stornate sul banco Belcredi e Brambilla. Ora aspirava al paradiso e teme di amar troppo la pesca. Una vasca 120 metri per 50, simile a una piscina imperatoria, ospita carpe sulla decina di chili. La musica sacra si avvinghia al certosino come una biscia facilmente debellabile. La polenta è già stata amalgamata (oh, improprietade chimica) con il gorgonzola. Getterà l'esca silenziosissima avendo a ruffiana la luna.

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Gianni Brera in redazione

Noi tutti ci chiamiamo Lacoonte e vediamo emergere terribili mostri del mare. Il cavallo di Ulisse incombe sul nostro misero capo. L'avvoltoio di Prometeo 1960 può non essere uccello e mordergli il fegato on the rocks. Chiunque abbia possibilità di acquisto può dare significati mitologici all’Ancestor che per me è il whisky migliore. L'ho scoperto a Corteolona cacciando con i Moratti.

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Riecco il calcio, maledizione. Si annuncia, approssima insinua impone. Lady Real porgete mi la mano sottile gravata da zaffiri imponenti vi lascio mordere la mia gota esangue e maledire gli scribi contrari. Camminatemi sul filo della schiena avendo cura di evitare la depressione del rene sinistro. Vi stanno eseguendo un calcolo i componenti chimici del povero giannbréra. A Carlino Mo sono saltate tre volte le valvole. Il chiostro maggiore è emerso magico dalla nebbia esibendo terre cotte come certe fanciulle i seni nel plenilunio. Desiderio Maggioni si è aggrappato a una colonna ed ha spasimato al Mantegazza, a Pavia, all'ultimo regno lombardo. Ettore Fasani è rientrato dall’ispezione all'ultimo creditore. Desidera la Juventus per San Siro o anche per il giorno della vittoria. Esaudiscilo, Remo, o parlerò a Lady Real e sarà la fine di un feudo innaturale.

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Gianni Brera prova la sciabolata 

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Addio, miserabile estate. Hanno distrutto intere province servendosi dei podisti armati da Carlino Beretta. Mi hanno strappato alla vanga in riva al mio lago. Dita fatte smorbie dai calli cercano i tasti con polpastrelli impacciati. Ben presto su tutte le bancarelle il mio calcio e geometria. Prefazione entusiasta di Cesare Bonacossa, rientrato in giuria per amore di sport. Oh tutti voi strappati alla vanga, calzate racchette punture di bulloni. La vostra neve è lojetto selezionato dagli inglesi in 200 anni di giardinaggio lascivo. Pattinate i vostri ghirigori sapienti, espettorato i grumi ingialliti dal tabacco, scegliete le articolazioni avvelenate dalle pigri invasioni talamiche. Bisogna rieleggere Gian Franco Crespi e Piero Bassetti. Pro memoria et fide, seguo pensoso Cesare Zavattini verso San Giovanni. Una marea di folla capace di esaltare l’Horine. Sotto la traiettoria, pur breve, secoli di stronzaggine rilucente di miti. Oh Csare, tu sei storione fra i pesci della Padania. Ed io, cobite fossile, ti solletico le placche dorsali.

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Gianni Brera e l'abatino Rivera

datemi gocce per dilatare l’uretere sinistro. Il prof. levati va a pesca con il frate certosino e attende il punto il calcolo umilierebbe qualsiasi macchina elettronica punto non è grande quanto un chicco di riso cinese. E per esso si strugge il Joanna. Alla tua tavola, amici fidente, come al capezzale di una giovinezza perduta. Consoliamoci a cavaturaccioli in resta. Soffriggi la cipolla, o Dioniso. Al cantiniere Nietzsche, un goccio di 61 senza etichetta, selezionato dal Togn. Andreuzzo Galli fornisce alla moglie l’idea di trasformare la penaggia di Montalto in portombrelli. Forse la usava la moglie del brindisino che vendette Casteggio ad Annibale. Mi rifiuto. Il socio Boniardi vanta eccezioni farmaceutiche del 1700 per la distillazione dell’alcole. Alambicco arrugginito sul tetto del cesso di Terenzio. Lo scala Carmine esaltando Fossati, il Pell-e-oss. Voglia di Cassinari, e se sont chiocch portem a cà. Niente da fare. Un quadro di Secomandi, informale di Vercurago, un quadro sperimentale di Gunta Concato, con una donna impiccata all’arma d’una sedia liberty e un cielo di Prussia dietro la chioma biondastra. Ecco la pittura della quale mi pasco, o Bruno da Piacenza. E debbo andarmene a Lecco, abitandone io il contado, con l’Anguiletto e l’Ambroeus furenti di odio-amore gallico.

 

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