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Benvenuti nel regno di Zlatan

Bella la rovesciata di Cristiano Ronaldo, notevole. Ora provi a farla da 40 metri”. Firmato, Zlatan Ibrahimovic. Mentre l’intero mondo pallonaro celebra con lodi sperticate la prodezza del portoghese contro la Juventus, una rovesciata a due metri e mezzo di altezza che affossa (forse) definitivamente i sogni di gloria europei degli juventini, c’è chi dall’altra parte del globo cataloga quel gesto atletico e tecnico a mero espediente stilistico: utile e anche bello, per carità, ma non originale.

Basterebbe questo per caratterizzare in pieno l’ego e la personalità del genio di Malmoe, lui che il 14 novembre del 2012 distrusse letteralmente l’Inghilterra in amichevole, nella prima partita alla Friends Arena di Stoccolma, segnando il secondo goal della sua personale doppietta con una rovesciata, appunto, fatta a 40 metri dalla porta.

Da quel giorno sono passati 6 lunghi anni, e oggi, all’alba dei 37 anni, Zlatan Ibrahimovic ha deciso di trasferirsi ai LA Galaxy, nella Major League Soccer. “Non vi preoccupate della mia età, sono come Benjamin Button: nato vecchio, morirò giovane”. Con queste parole l’Onnipotente Ibra si è presentato all’estasiata e folta stampa americana. Ego, dicevamo. E se Cristoforo Colombo la scoprì nel 1492, Zlatan è pronto a colonizzarla, l’America. Il debutto è stato come era prevedibile aspettarselo: Ibra entra al minuto 71 del derby di Los Angeles, con i Galaxy sotto 1-3. Risultato finale, 4-3. Ibra sigla il 3-3 con una bomba dai 30 metri a scavalcare il portiere avversario e suggella la vittoria finale con un imperioso stacco di testa a sovrastare il malcapitato difensore preposto alla sua marcatura. “Volevano un po' di Zlatan, gliel’ho dato”, le dichiarazioni dello svedese a fine partita. Sfrontatezza, azzeccato sinonimo. Ripercorrere le tappe della sua immensa carriera sarebbe quasi pleonastico. Ha giocato ovunque, ha vinto ovunque.

Nel continente americano Ibra si porta in dote 33 trofei. Trentatre. Dica trentatre, direbbe un medico. Accatastati uno sull’altro, spicca l’assenza della Champion’s, competizione per lui maledetta ma che non scalfisce di una virgola e non sposta di un centimetro la prepotenza e l’incisività che Ibra ha avuto nelle squadre in cui ha militato. “Non la vivo come un’ossessione, se arriverà saranno 34, altrimenti pace”. Ibra misericordioso, perfetta metafora religiosa. Eppure, oggi che l’Europa è un ricordo vivissimo ma lontano, Ibra, novello Napoleone, ha ancora una missione da compiere: la campagna di Russia. “Ho dato l’addio alla Svezia, ma se vorrò, andrò ai mondiali”. Commissario tecnico di se stesso, Ibra l’Eterno, per chiudere alla grande una fantastica carriera. Prima della fine però, si parta dal preludio. Narra la leggenda che Dio il settimo giorno si riposò e demandò il resto allo svedese. Ibra l’Onnipotente, per nulla intimorito, prese un pallone, rese grazie a se stesso, lo gonfiò e disse: “Benvenuti nel regno di Zlatan”.

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